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giovedì 29 gennaio 2015

ALTARE - «TAVOLA DA PRANZO»

KLAUS GAMBER: DALL'ALTARE MAGGIORE ALLA «TAVOLA DA PRANZO», COSÌ SI È PERSO IL SACRIFICIO DELLA MESSA




di Klaus Gamber
Perché, come si sostiene, il carattere sacrificale della Messa sarebbe meno chiaramente espresso quando il prete è girato verso il popolo?
La domanda può essere ribaltata: dal momento che gli specialisti sanno molto bene che esaltare "l’altare rivolto al popolo" non significa richiamarsi ad una pratica della Chiesa delle origini, perché non ne traggono le inevitabili conseguenze? Perché non sopprimono i "tavoli da pranzo" eretti con una sorprendente coralità nel mondo intero? 

Molto probabilmente perché questa nuova posizione dell’altare corrisponde, meglio dell’antica, alla nuova concezione della Messa e dell’Eucaristia.  

È molto chiaro che oggigiorno si vorrebbe evitare di dare l’impressione che la "tavola santa" (come viene chiamato l’altare in Oriente) sia un altare per il sacrificio. Senza dubbio è la stessa ragione per la quale, quasi dappertutto, si pone sull’altare un mazzo di fiori (uno solo), come sulla tavola da pranzo di una famiglia in un giorno di festa, insieme a due o tre ceri: questi quasi sempre a sinistra, il vaso dal lato opposto. 

L’assenza di simmetria è voluta: non bisogna creare dei punti di riferimento centrali, come quando si mettevano i candelieri alla destra ed alla sinistra della croce che stava in mezzo; qui si tratta solo di una tavola da pranzo.

Non ci si mette dietro l’altare del sacrificio, ci si mette davanti; già il sacrificatore pagano faceva cosí, il suo sguardo era diretto verso la raffigurazione della divinità a cui si offriva il sacrificio; anche nel Tempio di Gerusalemme si faceva cosí: il sacerdote incaricato di offrire la vittima stava davanti alla "tavola del Signore", come si chiamava il grande altare dell’olocausto nel cuore del Tempio (cfr. Malachia 1, 12), e questa "tavola del Signore" era collocata di fronte al tempio interno ov’era custodita l’Arca dell’Alleanza, il Santo dei Santi, il luogo in cui dimorava l’Altissimo (cfr. Salmi 16, 15).

Un pranzo si consuma con il padre di famiglia che presiede, in seno alla cerchia famigliare; mentre invece, in tutte le religioni, esiste una apposita liturgia per il compimento del sacrificio, liturgia che prevede che il sacrificio si compia all’interno o davanti ad un santuario (che può essere anche un albero sacro): il liturgo è separato dalla folla, sta davanti ai presenti, di fronte all’altare, rivolto alla divinità. In tutti i tempi, gli uomini che hanno offerto un sacrificio si sono sempre rivolti verso colui al quale il sacrificio era diretto e non verso i partecipanti alla cerimonia.

Nel suo commento al libro dei Numeri (10, 27), Origene si fa interprete della concezione della Chiesa delle origini: "Colui che si pone dinanzi all’altare dimostra con ciò di svolgere le funzioni sacerdotali. Ora, la funzione del prete consiste nell’intercedere per i peccati del popolo". Ai giorni nostri, in cui il senso del peccato sparisce sempre piú, la concezione espressa da Origéne sembra essersi largamente perduta.

Lutero, lo si sa, ha negato il carattere sacrificale della Messa: egli non vi vedeva altro che la proclamazione della parola di Dio, seguita da una celebrazione della Cena; da qui la sua preoccupazione di vedere il liturgo rivolto verso l’assemblea. 

Certi teologi cattolici moderni non negano direttamente il carattere sacrificale della Messa, ma preferirebbero che questo passasse in secondo piano al fine di poter meglio sottolineare il carattere di pasto della celebrazione; questo, il piú delle volte, a causa di considerazioni ecumeniche a favore dei protestanti, dimenticando però che per le Chiese orientali ortodosse il carattere sacrificale della divina liturgia è un fatto indiscutibile.

Solo l’eliminazione della tavola da pranzo e il ritorno alla celebrazione all’"altar maggiore" potranno condurre ad un cambiamento nella concezione della Messa e dell’Eucaristia, e cioè alla messa intesa come atto d’adorazione e di venerazione di Dio, come atto d’azione di grazia per i suoi benefici, per la nostra salvezza e la nostra vocazione al regno celeste, e come rappresentazione mistica del sacrificio della croce del Signore. 

Questo, tuttavia, non esclude, come abbiamo visto, che la liturgia della Parola sia celebrata non all’altare, ma dal seggio o dall’ambone, com’era un tempo durante la Messa episcopale. Ma le preghiere devono essere tutte recitate in direzione dell’Oriente, e cioè in direzione dell’immagine di Cristo nell’àbside e della croce sull’altare.

Visto che durante il nostro pellegrinaggio terreno non ci è possibile contemplare tutta la grandezza del mistero celebrato, e ancor meno lo stesso Cristo, né l’"assemblea celeste", non basta parlare ininterrottamente di ciò che il sacrificio della messa ha di sublime, bisogna invece fare di tutto per mettere in evidenza, agli occhi degli uomini, la grandezza di questo sacrificio, per mezzo della stessa celebrazione e della sistemazione artistica della casa del Signore, in particolar modo dell’altare. 


Allo svolgimento della liturgia e alle immagini, si può applicare ciò che dice dei "veli sacri" lo Pseudo Dionigi l’Areopagita, nella sua opera Sui nomi divini (1, 4): questi veli "che [ancora adesso] nascondono lo spirituale nell’universo sensibile, e il sovraterreno nel terreno, che conferiscono forma e immagine a ciò che non ha né forma né immagine… Ma il giorno verrà che, essendo divenuti incorruttibili e immortali e avendo raggiunto la pace beata accanto a Cristo, saremo, come dice la Scrittura, presso il Signore (cfr. I Tessalonicesi 4, 17) tutti pieni di contemplazione per la sua apparizione visibile".   

sabato 27 dicembre 2014

un corpo per l' offerta sacrificale

"Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale". 





"Per questo viene sulla terra il Verbo". Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Prima parte



“Per questo dunque viene sulla nostra terra il Verbo di Dio incorporeo, incorruttibile e immateriale, sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano”. Il Verbo eternamente generato dal Padre è uscito per una prima volta per creare e governare il mondo, poi, inviato dal Padre, parlò ad Abramo e all’Antico Israele, finalmente è condisceso e ha preso la natura umana, incarnandosi, per abolire la legge della corruzione nel suo estremo compimento e per trionfare su di essa. Nel tempo di Natale proponiamo, in tre parti successive, una meditazione del grande Sant’Atanasio di Alessandria sull’Incarnazione e sui suoi frutti.

Per questo dunque viene sulla nostra terra il Verbo di Dio incorporeo, incorruttibile e immateriale, sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano. Infatti, nessuna parte del creato è rimasta priva di lui, perché egli, stando con il Padre suo, riempie tutti gli esseri (operando) in tutti; ma si rende presente abbassandosi fino a noi per soccorrerci con la sua benignità e la sua manifestazione!
Vedendo che la stirpe razionale andava in rovina e la morte regnava su di loro grazie alla corruzione; vedendo che la minaccia connessa con la trasgressione faceva dominare la corruzione contro di noi e che era assurdo che quella legge fosse abrogata prima di essere soddisfatta; vedendo che era assurdo, in quanto era accaduto, che scomparissero gli esseri di cui egli stesso era creatore; vedendo che la perversità degli uomini superava ogni limite e che a poco a poco l’avevano fatta crescere a loro danno fino a renderla insopportabile; vedendo che tutti gli uomini erano soggetti alla morte, ebbe pietà della nostra stirpe compatendo la nostra debolezza, si abbassò fino alla nostra corruzione e non permise che dominasse la morte; ma affinché non perisse ciò che era stato creato e non riuscisse inutile l’opera del Padre suo nei confronti degli uomini, si prese un corpo non diverso dal nostro. Non volle semplicemente essere in un corpo né volle soltanto apparire. Infatti, se avesse voluto semplicemente apparire, avrebbe potuto manifestare la sua divinità per mezzo di un essere più potente. Egli prese un corpo come il nostro; e non si limitò a prenderlo, ma lo prese da una vergine pura e senza macchia, che non conosceva uomo: un corpo puro e veramente non contaminato dal contatto con gli uomini. Egli che è potente e creatore dell’universo, si preparò il corpo della Vergine come un tempio e se lo appropriò come uno strumento per farsi conoscere ed abitare in esso. Così, preso da noi un corpo simile al nostro, poiché tutti siamo soggetti alla corruzione della morte, lo consegnò alla morte per tutti e lo consegnò al Padre compiendo un gesto di benignità affinché, come se tutti fossero morti in lui [Rom 6, 8], fosse abolita la legge della corruzione che colpiva gli uomini (il suo potere, infatti era stato applicato pienamente nel corpo del Signore, per cui non le rimaneva più alcuna possibilità contro gli uomini suoi simili) e riconducesse alla incorruttibilità gli uomini che si erano volti alla corruzione vivificandoli con la sua morte: per far scomparire la morte come paglia nel fuoco con l’appropriazione del loro corpo e la grazia della resurrezione.

(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 51-53)

“Come quando un grande re è entrato in una grande città”. Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Seconda parte



“Come quando un grande re è entrato in una grande città”. Il Verbo, che è condisceso e ha preso la natura umana, è entrato nell’umanità come un grande re in una grande città, un re che fa cessare e rende definitivamente inefficace ogni assalto del nemico. È già l’immagine del Nuovo Israele. Qui la seconda parte (vedi la prima qui) della meditazione sull’Incarnazione di Sant’Atanasio d’Alessandria. Augurando a tutti una buona vigilia di Natale.

Il Verbo vedendo che la corruzione degli uomini non poteva essere eliminata se non con una morte generale e che d’altra parte non poteva morire il Verbo, che è immortale e Figlio del Padre, si prese un corpo che può morire affinché questo corpo, partecipando del Verbo che è al di sopra di tutti, fosse sufficiente a morire per tutti, pur rimanendo incorruttibile in virtù del Verbo che abita in lui, e si allontanasse così da tutti la corruzione per la grazia della resurrezione. Perciò, offrendo alla morte come vittima e sacrificio esente da ogni macchia il corpo che si era preso, subito allontanò la morte da tutti i suoi simili con l’offerta di un corpo come il loro. Infatti il Verbo di Dio, che è al di sopra di tutti, offrendo il suo tempio e lo strumento del suo corpo come riscatto per tutti, pagava adeguatamente il debito nella sua morte. Inoltre l’incorruttibile Figlio di Dio, essendo in tutti tramite il suo corpo simile a quello di tutti, rivestì adeguatamente tutti dell’incorruttibilità nella promessa della resurrezione. Questa corruzione che si esprime nella morte non ha più alcuna possibilità di colpire gli uomini a causa del Verbo che abita in loro per mezzo di un corpo. Come quando un grande re è entrato in una grande città ed ha preso dimora in una delle tante abitazioni che sono in essa, senza dubbio una tale città è ritenuta degna di grande onore e nessun nemico o pirata l’assalta per saccheggiarla, ma la si considera piuttosto degna di ogni riguardo a causa del re che è andato ad abitare in una sua casa, così è accaduto per il Re di tutti. Da quando è venuto nel nostro mondo ed ha preso dimora in un corpo simile al nostro, ogni insidia dei nemici contro gli uomini è cessata ed è scomparsa la corruzione della morte, che prima esercitava il suo potere su di loro. Infatti il genere umano sarebbe perito, se il Figlio di Dio Signore e Salvatore di tutti non fosse venuto a soccorrerci per mettere fine alla morte. 


(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 53-54)

"Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale". Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Terza parte




“Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale”. Il pensiero dell’Incarnazione, la visione del Verbo incarnato nella culla di Betlemme, rimanda già al sacrificio della Croce che è lo scopo stesso dell’Incarnazione del Verbo. Anche per questo veneriamo il Bambino Dio durante la Santa Messa di Natale e il nostro amore è più grande nel presentimento dei dolori del Crocifisso. Così cantano i monaci benedettini ai Vesperi di Natale: “Nos quoque qui sancto tuo / Redemti sanguine sumus, / Ob diem natalis tui / Hymnum novum concinimus” (vedi The Monastic Diurnal, Saint Michael’s Abbey Press, Farnborough 2011). Qui la terza parte (vedi la prima e la seconda qui e qui) della meditazione sull’Incarnazione di Sant’Atanasio d’Alessandria.

Questa grande opera conveniva davvero moltissimo alla bontà di Dio. Infatti, se un re ha costruito una casa o una città e questa viene attaccata dai briganti per la negligenza degli abitanti, il re non l’abbandona affatto, ma la difende come opera sua e la salva non badando alla trascuratezza degli uomini ma al proprio onore. Tanto più il Dio Verbo del Padre perfettamente buono non permise che il genere umano da lui creato precipitasse nella corruzione, ma con l’offerta del proprio corpo cancellò la morte che era caduta su di loro, corresse con il suo insegnamento la loro negligenza restaurando con la sua potenza tutta la condizione umana. Ce lo possono garantire i teologi del Salvatore stesso, se si leggono i loro scritti, là dove dicono: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti affinché noi non viviamo più per noi stessi, ma per colui che per noi è morto e risuscitato” [2 Cor. 5, 14-15] dai morti, il Signore Nostro Gesù Cristo. E ancora: “Quel Gesù che fu fatto di poco inferiore agli angeli lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte per ciascuno” [Ebr. 2, 9]. Poi indica il motivo per cui nessun altro doveva incarnarsi all’infuori del Dio Verbo, dicendo: “Ed era ben giusto che colui per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza colui che li doveva portare alla salvezza” [Ebr. 2, 10]. Con queste parole intende dire che nessuno all’infuori del Verbo, che li aveva creati all’inizio, poteva risollevare gli uomini dalla corruzione che era sopraggiunta. Che il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale per i corpi simili al suo lo spiegano dicendo: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe similmente per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” [Ebr. 2, 14-15]. Infatti il sacrificio del suo corpo pose fine alla legge, che gravava su di noi, e ci ha portato l’inizio di una nuova vita dandoci la speranza della resurrezione. Poiché la morte è venuta a dominare sugli uomini per colpa degli uomini, la distruzione della morte e la risurrezione della vita sono avvenute mediante il Dio Verbo fatto uomo, come dice il portatore di Cristo: “Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti morirono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo” [1 Cor 15, 21-22], e quel che segue. Adesso infatti non moriamo più, come condannati, ma come quelli che sono destinati a risvegliarsi attendiamo la risurrezione universale di tutti, che “ci mostrerà a suo tempo” Dio che l’ha operata e donata.


(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 53-54)

venerdì 5 settembre 2014

Messa di sempre a Trento

La Messa di sempre torna a Trento!




La vera Fede, espressa infallibilmente dalla Divina Liturgia, continua ad avanzare! A settembre anche a Trento (la città del grande Concilio che salvò la Chiesa dall'eresia) tornerà ad essere celebrata la Messa nel Rito di sempre. 

Le celebrazioni avverranno tutte le domenica e feste di precetto a partire da domenica 7 settembre, alle ore 11:15, presso la Chiesa della Santissima Annunziata, in via Belenzani 53, angolo Piazza Duomo. 


venerdì 20 giugno 2014

COMUNIONE IN PIEDI?




nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra;

e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, 


a gloria di Dio Padre. PAROLA DI DIO !

cfr Filippesi 2, 6-11)


Durante la sua ultima celebrazione del Corpus Domini, da lui presieduta nel 2004, il Papa Giovanni Paolo II non era più in grado di camminare, sicché fu necessario fissare la sua poltrona alla piattaforma del veicolo previsto per la processione. Davanti a lui, al di sopra dell’inginocchiatoio, era esposto l’ostensorio con il Santissimo Sacramento. Poco dopo la partenza Giovanni Paolo II si rivolse a un cerimoniere e gli domandò se poteva inginocchiarsi. Questi gli spiegò, con delicatezza, che era troppo rischioso, dato che il percorso era piuttosto accidentato e questo riduceva la stabilità del veicolo. Trascorsi alcuni minuti, il Papa ripetè:

- “Vorrei inginocchiarmi”.

Gli risposero di aspettare che il fondo stradale migliorasse. Alcuni istanti dopo il Papa disse:

- “Lì c’è Gesù… per favore!”.

COMUNIONE IN PIEDI? 

OGNI GINOCCHIO SI PIEGHI 

DAVANTI AL SIGNORE


È forse lecito prendere la Comunione in piedi? 

Ma forse .... se si negasse la transustanziazione,

o la “reale Presenza”........

Padre-Pio-Matrimonio

Chi non piega le ginocchia davanti a nostro Signore, non ha capito Chi ha di fronte. Quante volte nella vita ci si è piegati, anche per costrizione, davanti a spregevoli “autorità” umane, eppure, davanti a Dio c’è chi non vuol piegarsi, e sarebbe un inginocchiarsi “santo”. Sarà forse un’“assemblea umana” ad aiutarci a non sbandare? La Chiesa non lo ha mai creduto, la Chiesa crede nel Sacrificio, ed io sono obbligato a crederlo con la Chiesa, con gioia e per restare nella Chiesa, come devo credere ai Vangeli perché me lo dice la Chiesa, e come me lo dice la Chiesa, non come vogliono i novatori o i moderni che, si sa, consapevoli sono fuori dalla Chiesa. Essi sono ciò che vogliono essere: ingannatori o ingannati. Non esistono alternative nella casa Dio.

Il Perardi diceva: «Gesù Cristo venne per insegnare agli uomini le vie della salvezza: e per mezzo della Chiesa ripete e continua l’insegnamento. Gesù Cristo venne per meritarci e infondere ne’ nostri cuori la grazia che li santifica, vince, rafforza la naturale debolezza della nostra volontà; e per mezzo della Chiesa continua a dispensare a tutti gli uomini che la vogliono, la grazia di Gesù Cristo per mezzo dei Sacramenti».

Insomma la Chiesa è la continuatrice dell’opera di Gesù Cristo sulla terra, ossia è Gesù Cristo stesso, che per la Chiesa continua l’opera di ammaestrare, riconciliare, santificare, trasformare, salvare gli uomini. Nella Chiesa e per la Chiesa si deve vedere perpetuata l’opera di Gesù Cristo, salvatore del genere umano. Questa è la Chiesa, come questo è l’insegnamento dei Libri santi.

Certamente Dio avrebbe potuto — nessuno lo può negare — disporre diversamente i mezzi della salvezza; ma Egli ha stabilito di accordarceli per mezzo della Chiesa e solamente per mezzo di essa, perciò essa non deve mai venir meno ma deve durare finché vi saranno uomini sulla terra, per poterli salvare.

Lo Spirito Santo per mezzo degli Apostoli ci ricorda frequentemente che Dio, a cui serviamo, è il Salvatore di tutti gli uomini, che vuole che tutti raggiungano la salute e la conoscenza della verità; senza distinzione di Giudeo o Gentile, di libero o di servo, di barbaro o di Scita, che Gesù Cristo è morto per salvare tutti gli uomini (Cf. Atti, X, 28, 34-36, 43; la a Timot., II, 4; IV, 10; Ai Colos., III, 11); Gesù Cristo stabilì come mezzo indispensabile di salvezza, la Chiesa.
Cristo diceva di coloro che ne erano fuori: «E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io guidi, e daranno ascolto alla mia voce, e si avrà un solo ovile e un solo pastore» (S. Giov., X, 16), nella Chiesa non fuori, soggiungeva, «le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco e mi seguono. Ed io do ad esse la vita eterna» (Ibid., 27, 28). E diceva pure che se taluno non ascolta la Chiesa si deve riguardare come un Gentile o Pubblicano (S. MATT., XVIII, 15).

Se dunque Dio vuole salvare tutti gli uomini e vuole salvarli per mezzo della Chiesa, è necessario che essa non venga mai meno, che esista sempre per salvare sempre gli uomini; essa è sempre necessaria come mezzo indispensabile di salvezza. E perciò tanto Dio vuole che essa non venga mai meno ma duri sempre, quanto vuole la salvezza degli uomini.

Gesù Cristo ha impegnato formalmente la sua parola per l’indefettibilità della Chiesa; lo promise esplicitamente all’apostolo S. Pietro in particolare e ripetutamente a tutti gli Apostoli come Chiesa docente. A Pietro disse: «Io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, nè prevarranno contro di lei le porte dell’Inferno » (S. MATT. XVI, 18). Io non cerco ora quale sia la parte di Pietro nell’indefettibilità della Chiesa; sarebbe bestemmia non credere alle parole di Gesù Cristo, davanti al Suo cospetto ogni ginocchio si piega; esse indicano che la Chiesa non sarebbe mai venuta meno e che, combattuta dallo spirito del male, questo non avrebbe mai potuto prevalere contro di essa.

Né meno chiara è la promessa fatta da Gesù Cristo stesso agli Apostoli come Chiesa docente e governante, quando diceva loro: «Andate dunque a istruir tutte le genti battezzandole in nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (S. MATT., XXVIII, 19, 20. Gesù sarà «fino alla fine del mondo» con chi «insegna loro ad osservare tutto quanto Lui ha comandato», non con altri, poiché Gesù non opera nei diavoli e non vuole i diavoli, né li conferma. Dunque gli Apostoli, Chiesa docente (essi, perciò e i loro successori) debbono sempre insegnare, istruire e battezzare; dunque Gesù Cristo senza interruzione, sino alla fine del mondo, sarà sempre con loro come «pastori della Chiesa».

Come sarebbe Gesù Cristo coi pastori se essi non fossero più tali? Come sarebbero essi, pastori della Chiesa, se questa non esistesse più?

La stessa cosa ripete lo Spirito Santo per mezzo di S. Paolo ricordando che gli Apostoli, i dottori e pastori della Chiesa sono stati costituiti «per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo: fino a tanto che ci riuniamo tutti per l’unità della fede e della cognizione del Figlio di Dio in un uomo perfetto, alla misura dell’età piena di Cristo: onde non siamo più fanciulli vacillanti e portati qua e là da ogni vento di dottrina per i raggiri degli uomini, per le astuzie onde seduce l’errore» (Agli Efesini, IV, 11-14).

Lo stesso impegno, se così possiamo esprimerci, prendeva Gesù Cristo quando prometteva di mandare gli Apostoli, come Chiesa docente, lo Spirito Santo perché, diceva loro «resti con voi in perpetuo: lo Spirito di verità... che abiterà con voi e sarà in voi… egli v’insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quanto già vi dissi» (S. Giov., XIV, 16, 17, 26); e anzi promette loro formalmente che lo Spirito li «guiderà per ogni vero» (lbid., XVI, 14). Riflettendo seriamente sul significato e valore di queste parole non se ne può trarre altra conclusione se non l’assicurazione che la Chiesa non verrà mai meno poiché col «corpo insegnante» rimane sempre, in perpetuo, lo Spirito Santo, al qual corpo insegnerà sempre ogni cosa di cui ha bisogno per la Chiesa, a cui rammenterà sempre ciò che Gesù Cristo già ha insegnato, e anzi la guida per ogni vero religioso. Con questa azione permanente dello Spirito Santo, come potrebbe venire meno la Chiesa o il suo Corpo insegnante? O vi sarebbe questo Corpo insegnante così efficacemente assistita dallo Spirito Santo, ma senza fedeli? E non sono forse i fedeli —la loro santificazione e salvezza— lo scopo, il fine per cui lo Spirito Santo è in perpetuo coi Pastori della Chiesa?

L’indefettibilità della Chiesa era già stata annunziata dai Profeti che così spesso annunziavano un’alleanza nuova di Dio col suo popolo, la quale non sarebbe mai più venuta meno (Cf. ISAIA, LUI ; LII, 2, Salmi LXXXVIII, 5; EZECH., XXXVIII, 21). Daniele rappresenta la Chiesa sotto forma di regno che non sarà giammai distrutto, che non passerà ad altro popolo e che sussisterà eternamente. L’Arcangelo Gabriele annunziava a Maria Vergine che la Chiesa di Gesù — indicata col nome di regno — non avrebbe mai avuto fine, parole che sono ripetute quasi alla lettera nel Simbolo di Nicea che si cantano, o le recita il Celebrante, nelle Messe. E non nelle “assemblee”. Ogni ginocchio si pieghi al cospetto di nostro Signore, ogni persona si genufletta. È forse più “re” un medico, o forse un giudice, o anche un politico oppure un sovrano… di Nostro Signore? No, né mai lo sarà.

Non può esistere la Chiesa ingannatrice, apostata, sarebbe Luterana. 

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro

venerdì 14 dicembre 2012

BALAUSTRA

Le balaustre, tramiti di cumunicazione

Ha senso nel 2012 rimettere le balaustre in Chiesa?
E solo ricerca nostalgica del passato
oppure esse hanno un significato e un valore anche oggi?
Questo splendido articolo risponde a queste e altre domande...
 
di Andrea De Meo

   Varcare un confine a piedi, scavalcare il crinale di un monte, addentrarsi in una caverna, sono piccole esperienze accomunate, come molte altre, da una sensazione particolarissima. 
   A chi le ha vissute non sarà sfuggita l’impressione di oltrepassare una linea oltre la quale vigono altre regole, oltre la quale il comportamento deve mutare perché al di là di quel punto lo spazio è diverso, non è più lo stesso di prima.
   Gli esempi che ho citato, a solo scopo narrativo, hanno tutti la caratteristica di essere accompagnati da segnali visibili, che quasi suggeriscono con la loro stessa presenza l’incipiente mutamento di stato. 
   In alcuni casi, come l’ingresso in una grotta, tale segnale è offerto dalla natura, in altri, come il passaggio del confine, il segnale è posto dagli uomini.

   Esiste un parallelo a queste sensazioni anche nell’esperienza dello spazio sacro? 
   Questo è sacro per effetto di un rituale che vi si celebra e di una formula di dedicazione che lo dedica solennemente alla divinità, ma è vero tuttavia che tale dedicazione, pur comportando un mutamento di stato e quasi di natura del luogo stesso, non ne condiziona però le leggi fisiche né le apparenze, e potrebbe quindi passare inosservato. 

   Ecco dunque che si rende necessario apporre degli avvertimenti, dei nuovi segnali volti a rendere visibile ciò che altrimenti potrebbe non essere percepito. 
   Fu così che nacquero già in tempi ancestrali e presso i culti più antichi i primi recinti per separare i luoghi più sacri dallo spazio circostante, e molto tempo dopo, ma in modo simile, furono create anche le prime recinzioni nei luoghi cristiani per separare il santuario o presbiterio dal resto della chiesa, come si può verificare dalle tracce archeologiche delle più antiche domus ecclesiae.

   Nel percorso di attraversamento dello spazio sacro cristiano che in questa rubrica si sta compiendo, sarà infatti inevitabile inciampare, per così dire, in alcuni manufatti, chiamati comunemente balaustre, che per molti secoli hanno costituito una presenza regolare all’interno delle chiese. 

   Nonostante l’apparente banalità di questi oggetti, sarebbero necessari fiumi d’inchiostro per descrivere tutte le funzioni e tutti i significati che essi hanno rivestito, e tutta la storia che li ha modellati fino ad arrivare alla semplicità delle ultime balaustre, mandate in soffitta, se non proprio distrutte, da tanti parroci nei passati cinquant’anni. 
   Le balaustre, infatti, non furono che l’ultima mutazione di quegli elementi separatori che assunsero di volta in volta la forma della transenna lapidea, della tenda, del cancello e dell’iconostasi, e che replicavano quanto già la facciata della chiesa, o il suo portale, esprimevano fin dal primo approccio all’edificio sacro.

   Il loro messaggio era un avvertimento, un caveat, posto a segnalare che oltre la linea sulla quale essi si ergevano si entrava in un’area dove l’azione e il pensiero individuale avrebbero dovuto abbandonare le consuetudini mondane e, lasciando alle spalle i diritti del mondo, piegarsi al diritto di Dio e conformarsi ad attitudini più sante. 

   Al contrario infatti di come molti hanno erroneamente pensato, il compito primario delle balaustre e degli elementi ad esse affini non era di tipo funzionale, ma simbolico. 
   Non era dunque di chiudere l’ingresso al presbiterio, ma di manifestare all’esterno di esso cosa il presbiterio dovrebbe realmente significare. 
   Le balaustre dunque, più che elementi di divisione, vanno piuttosto percepite come tramiti di comunicazione. Se esse infatti non fossero esistite, quale spazio avremmo garantito al sacro?

   Le balaustre, non diversamente dall’abito talare, custodivano uno spazio esigente, una riserva di santità e ne manifestavano l’esistenza al di fuori rendendola visibile. 
   Quegli umili elementi, che diventavano l’appoggio dei comunicandi e che reggevano gli sguardi inginocchiati dei fedeli verso l’altare, sostenevano inoltre il peso immane di rendere il sacro percepibile e quasi tangibile. 

   Quando, dopo gli anni Sessanta, tanti chierici e religiosi vollero disfarsi del concetto del sacro rivoluzionandolo, si accanirono proprio contro quei recinti che, delimitandolo, lo rendevano riconoscibile. 
   Ma quest’opera di distruzione fu solo apparente: si possono cancellare le tracce del sacro ma esso sussisterà non visto, e presto o tardi tornerà a manifestarsi. 
   Il ristabilimento delle balaustre nel restauro della Cappella Paolina al Vaticano voluto da Papa Benedetto XVI ben manifesta che questi elementi non hanno esaurito la loro funzione e che anzi mai più di oggi si sente nuovamente l’urgenza di restituirli al loro gravoso compito.

de Il Timone (n. 113, maggio 2012)