venerdì 13 gennaio 2017

Trasgressivi e tradizionalisti

Libri. Trasgressivi e tradizionalisti: i “Pensieri controrivoluzionari” di Campari&de Maistre

  Luigi Iannone


William Wallace, interpretato da Mel GibsonCosa vi può essere di più trasgressivo dell’essere dei tradizionalisti? Qualcuno lo aveva detto e a pensarci bene è l’unica asserzione che, in un tempo caotico come il nostro, potrebbe contenere un minimo di verità.

Cosa vi può essere di più stravagante (perché ad una lettura superficiale è questo il termine che verrebbe usato!) del fatto che una dozzina di giovani, addirittura alcuni poco più che ventenni, pubblichino un libro collettaneo dal titolo perentorio Pensieri controrivoluzionari e dal sottotitolo ancor più chiaro: Fede, società e cultura?

E cosa vi può essere di più straniante del leggere di sacra Liturgia, di Vergine Maria, di monachesimo e ‘devozioni come via di salvezza per il cielo’ in un tempo dominato da smartphone, iPod, comunicazione diretta, visiva e ultraveloce?

E ancora; cosa vi può essere di più disarmante che ascoltare giovincelli su questioni teologico-filosofiche o veder vergato da loro un saggio su questioni etiche dirimenti?

In effetti, è un quadro a prima vista alienante che pure è tenuto insieme da un chiaro filo rosso; una critica serrata alla modernità e alle sue derive. Ma è alienante per quelli come me, di appena una generazione precedente, che si trovano finalmente di fronte persone che riflettono e non si perdono nel chiacchiericcio, scrivono e non saturano i fogli word con proposizioni a casaccio.

campariPensieri controrivoluzionari è un volume collettaneo frutto della rielaborazione di scritti usciti sul blog Campari&de Maistre ma anche di tanti inediti; è perciò prodotto di una idea iniziale a cui si sono aggiunti nel corso del tempo altre personalità che ne hanno condiviso gli scopi. L’ostinazione di Federico Catani e Riccardo Facchini, i primi a credere nella funzione culturalmente ‘alta’ del blog, è stata premiata nel momento in cui si è arrivati ad avere una redazione composta da una ventina di collaboratori. Ma non solo. Mettersi sotto l’effigie del conte Joseph-Marie de Maistre non consente molti campi di azione ma solo passaggi obbligati. Eppure questo era l’intento dei vari Francesco Filipazzi, Alessio Calò, Giovanni Campari e, dunque, non un solo impedimento incontrato lungo il percorso visto che erano preparati sulle insidie del viaggio.

Ed infatti insieme a dotte considerazioni su geopolitica, economia finanziaria, sull’Islam o sul fenomeno transgender il volume prende una sua forma omogenea nel momento in cui macina tutti i suoi scritti all’interno della vera maledizione del mondo moderno: l’uomo solo e sradicato, senza dio e valori di riferimento. Perché è inutile girarci intorno; qualunque prospettiva adottino questi saggi ritornano al punto di partenza, come in una sorta di eterno ritorno, in cui la fine coincide con l’inizio, il tramonto con l’alba.

Una visione conservatrice dell’esistenza, ben salda sui principi da cui partono poi tutte le varie elucubrazioni e le verifiche, le analisi e i discernimenti.

Si tratta da questo punto di vista di un volume completo nel senso della pluralità delle tematiche affrontate ma anche ‘moderno’ nel senso più puro che si può dare a tale concetto. Moderno dato che tutte le maggiori questioni fondanti del nostro tempo vengono affrontate e, se non affrontate, almeno lambite, in modo che il lettore possa sempre avere una chiarezza di idee e di posizionamenti anche solo ad una prima lettura.

Un libro consigliato anche a chi propone riflessioni e convincimenti del tutto contrari. Perché è un lavoro meditato, con linguaggio curato e perciò non scialbo, dove i vari saggisti tentano con analisi articolate di motivare le loro proposte e i rispettivi punti di vista. Proprio per questo si potrà anche non essere d’accordo con taluni, ma è un libro che si segnala per non essere mai vago né pilatesco negli intenti. Leggerlo vorrà dire infatti interrogarsi sulle tante questioni che lacerano la nostra anima e che, molto spesso, releghiamo in un cantuccio ben nascosto, consapevoli che confutare o semplicemente discutere su di esse, significa smuovere un magma incandescente di interrogativi e di nodi non sciolti.

*Pensieri controrivoluzionari, di Campari&deMaistre, Historica, p. 250, euro 18

più liberi senza Dio

Senza Dio avete fatto l'uomo nuovo. L'uomo nuovo ha ucciso i genitori.




«Vi sarà l’uomo nuovo, felice, superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo. Colui che vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più (...). Chi vincerà il dolore e la paura, quello diventerà Dio. Allora ci sarà una nuova vita, allora ci sarà un uomo nuovo, tutto sarà nuovo (…). L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente».
(Fedor Dostoevskij, I demoni, 1873)

L'uomo nuovo, questa volta, viene da un paesino vicino a Ferrara, Pontelangorino di Codigoro, in quella

Padania che oscilla tra il Po e la Pianura, in quelle terre rosse e ricchissime di cultura e bellezza. L'uomo nuovo è colui che senza un valido movente uccide (ma esiste, in fondo, un movente che sia "valido" per uccidere?) i genitori.

L'uomo nuovo agisce di notte, durante il sonno della casa, in coppia. Assieme a lui quello che verrà definito come l'"amico del cuore", ma che è stato incapace di fare qualsiasi cosa un vero amico avrebbe dovuto fare. Perché all'uomo nuovo è "colui al quale sarà indifferente vivere o non vivere".
L’uomo nuovo "vince il dolore e la paura". Ha una vita che si può riassumere in poche righe, che "sballotta" tra un cattivo rendimento a scuola, l'uso di droghe prima dell'omicidio - come ipotizzano a caldo alcuni giornali -  e particolari raccapricci sufficienti a far trattenere, disgustati, il respiro a milioni di cittadini: 3 colpi d'ascia alla testa del padre, sei alla madre, i sacchetti calati sui visi per impedirsi forse di vedere i genitori agonizzanti, forse per cominciare l'opera di occultamento, il tentativo maldestro di nascondere il fatto dietro a un alibi, la promessa di mille euro all'amico per uccidere al suo posto. Il mostro è travestito da ragazzo di sedici anni della provincia romagnola dal libretto scolastico che gli causa attriti coi genitori.
L’uomo nuovo "sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più". Gioca all'uomo d'affari con i soldi che un sedicenne può avere. Compra la droga per "sballarsi" e non pensare a quello che dovrà fare, passa al complice ottanta euro e ne promette almeno altri mille. Cerca il momento buono per uccidere -la notte -, lo fa, dorme nella stessa casa dove ha vissuto una vita con le due persone che ha ucciso e che giacciono esanimi nella stanza a fianco, di lasciare casa per andare a casa dell'amico dopo aver nascosto l'ascia e i vestiti insanguinati.

Di fatto,di questa brutta storia, stiamo avendo ogni dettaglio, ogni particolare raccapricciante, ogni parere di psicologi ed esperti. Tutto, tranne ciò che è fondamentale da dire: non è stato chiamato il Male col suo nome.
E non abbiamo parlato di Dio. Se Dio non c’è, allora tutto diventa possibile. 
Se nulla riempie il cuore, se nulla risponde alle domande dei ragazzi e dell'uomo, se nulla consola e porta a delle risposte l'animo, soltanto l’uomo riesce a modellare con le proprie mani - o gli artigli - la vita, una grande attesa di qualcosa che non arriverà mai a cui rispondere solamente innalzando il livello del proprio io, in un continuo delirio di onnipotenza. La droga, i soldi e la rabbia complice fanno il resto.

A Ferrara la vergogna dell’uomo ha il volto di due uomini imprigionati in un centro di prima accoglienza per minori. Non provano nemmeno a spiegare il perché : "L'amico assassino piange trenta secondi, il figlio delle vittime neppure quelli" titola. La Nuova Ferrara. Frasi e scene vagliate da tutti gli esperti del caso ma  tuttavia sovrastate tutte da quel gesto volontario dell'affermare la propria libertà al di sopra di tutto e di tutti, al di sopra della vita. Al di sopra di qualsiasi cosa che potesse sembrare rispettoso verso l'uomo e la sua dignità, prima ancora che verso Dio. Diceva Simone Veil che "La verità posta di fronte alla persona è l'essenza della bestemmia". Nella verità della libertà illimitata si bestemmia contro l'uomo e la sua vita.

L'assenza di "motivi tangibili e di ragioni di vita" compiuto a Ferrara, così come l'anno scorso a Roma con l'omicidio di Luca Varani da parte di due giovani a seguito di due giorni di mix di droghe e sesso a tre e a Chiavenna, quando tre ragazzine massacrarono una suora, ha sostituito l’«ispirazione diabolica», come ebbe a dire il compianto padre Gabriele Amorth.

La ricerca di metodi di salvezza non viene più effettuata. Una parte di questa enorme parte di questa giovane popolazione ricorre a pratiche neo-pagane, a un vago deismo o a un ateismo per mancanza ricerca, oppure si rifugia nella tecnologia. Ma non si cerca alcun modo per provare la gioia di un destino.
"Se sarà indifferente vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in cosa consisterà la trasformazione". È sempre "I demoni". E' sempre Dostoevskij. Continuano le analogie - drammatiche, crudeli e sanguinarie - con questa vicenda.

il Papa prossimo venturo

Su un eventuale Pio xiii prossimo venturo


di Enrico Roccagiachini
Una delle regole più applicate dai migliori giornalisti è quella di parlare preferibilmente di ciò che non si conosce. Pur non essendo un giornalista, e se lo fossi non mi piazzerei certo tra i migliori, desidero adeguarmi, ed eccomi a scrivere anch'io qualche riga su The Young Pope, forte del fatto che ne ho visto, di malavoglia, solo le prime due puntate, più qualche spezzone - tipo l'ormai celeberrimo discorso ai cardinali - in cui mi sono imbattuto in rete o facendo zapping. A scanso di equivoci, dirò che la mia non-visione non è dipesa da qualche particolare ragione morale o da qualche pregiudizio antitelevisivo. Molto più banalmente, a me Sorrentino non piace. Per intero (o quasi...) devo aver visto solo Il divo, e mi è bastato. La grande bellezza l'ho saltata a piè pari.

Con tutto ciò, eccomi a scrivere dell'inatteso e inattendibile giovane Papa che riesuma flabelli, triregno e sedia gestatoria, e che costringe i cardinali al bacio della pantofola.
Mi ci spinge una notizia pubblicata qualche giorno fa da Tosatti: tra il 2014 e il 2016 la Chiesa cattolica in Brasile ha perso - per abbandono - nove milioni di fedeli.

Dunque ci siamo, mi sono detto: lo sbracamento liturgico, dottrinale e disciplinare che affligge da decenni la Chiesa, che nemmeno S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sembrano aver efficacemente arginato, che in America Latina ha conosciuto i suoi massimi trionfi, è finalmente giunto - come non poteva non giungere - allo sbracamento quantitativo.

E mi sono chiesto: se il progressismo cattomarxisteggiante degli anni '70 del XX secolo, che ha segnato così profondamente il Sudamerica, e che è inaspettatamente rifiorito addirittura a livello planetario nei correnti anni '10 del secolo successivo, ha prodotto questo po' po' di disastro, che potrà mai succedere nei prossimi anni? Verso quali ulteriori catastrofi, questa volta su scala mondiale, ci condurrà?

A questo punto, vi chiederete - anzi, ve lo sarete già chiesto - che c'entri tutto ciò con Sorrentino e la sua serie TV. Ecco qua: dicono che i veri artisti fiutino l'aria con un certo anticipo rispetto agli altri. A me, come ho confessato, Sorrentino non piace, e in un mondo perfetto ciò dovrebbe bastare per negargli la qualifica di artista; ma non posso escludere che in questa valle di lacrime e di imperfezione, nonostante il mio sgradimento, il nostro un vero artista possa comunque esserlo.

Dunque, proprio nel momento in cui il progressismo di ritorno sembra aver conseguito la vittoria finale e pare convinto di essersi definitivamente installato sul ponte di comando, il regista premio Oscar potrebbe aver fiutato l'aria, e aver capito che il futuro della Chiesa, la condizione indispensabile per la sua sopravvivenza nella post-post-modernità, sia, tutt'al contrario dell'indirizzo che le viene attualmente imposto, un radicale, rigoroso e completo recupero della Tradizione, ad ogni livello, ed anche negli aspetti formali, nelle sue vesti antiche. E siccome la Chiesa è indefettibile, ed è dunque certo che sopravvivrà anche nella post-post-modernità, potremmo a breve accorgerci che Sorrentino, magari senza volerlo o senza rendersene conto (io non ho idee in proposito: la fiction non l'ho vista), ci abbia davvero indovinato. Forse voleva proporre una specie di caricatura di un Papa assurdamente rétro, e il pubblico, invece, ci ha visto l'archetipo del Papa della rinascita cattolica: sarebbe un interessante caso di eterogenesi dei fini! Non resta, dunque, che metterci in fiduciosa attesa del vero Pio XIII prossimo venturo.

PS: se mai ci sarà un qualche Pio XIII, lo si dovrà solo alla strada apertagli da Benedetto XVI, checché ne dicano i suoi miopi detrattori ipertradizionalisti. Perché, piaccia o no, è stato Benedetto a infrangere l'inganno ideologico della modernità vincente per definizione, a spiegarci che nella Chiesa può esistere solo cioè che è continuità e tradizione, e che il rotturismo non è cattolico. Insomma, a giustiziare il neoterismo, nonostante le violente convulsioni con cui se ne sta consumando la cupa agonia.

se Gesù fosse nato 1000 volte



"Anche se Gesù fosse nato mille volte a Betlemme, 
ma non nel vostro cuore, 
sareste ugualmente perduti.
In verità, la Parola eterna 
è sempre pronta a nascere…. Dove? 
In un’anima perduta in se stessa. 
Solo colui che è rinato in una vita totalmente nuova 
può varcare la porta della beatitudine.
Oh uomo, domandi dove si trova il trono di Dio? 
Esso è là dove Dio rinasce in te… come suo Figlio. 
Se tu rinasci da Dio, cioè lo fai rinascere in te, 
tu esci da te ed Egli entra in te".

Angelo Silesio

giovedì 12 gennaio 2017

Cristo apostata x amore?

«“Silence” di Scorsese non è un film cristiano. È un film sull'apostasia presentata come atto di carità»

 
 
 
 
Quando San Francesco Saverio portò il cattolicesimo in Giappone nel 1549, era dura imbattersi in persone convertite. Saverio ebbe molte difficoltà a imparare il giapponese, e, inizialmente, si affidò alle immagini, di solito illustrazioni di Cristo, di Maria e dei santi, per raccontare la storia cristiana. Morì tre anni dopo l’inizio della sua missione in questo paese.

Tuttavia, si convertirono in centinaia di migliaia, e la Chiesa giapponese prosperò per più di una generazione, fino all’inizio delle persecuzioni. 
Nel 1597, ventisei cristiani furono crocifissi a Nagasaki. A partire dell’anno seguente e fino agli anni ’30 del secolo successivo, altri 205 nel paese furono martirizzati. E, dall’arrivo in Giappone, nel 1639, dei due preti-eroi portoghesi, di cui parla anche Shusaku Endo nel suo romanzo Silenzio, del 1966, 
ne vennero uccisi altri 206 con la colpa di essere Kirishitan.

Quello che le autorità giapponesi ritenevano essere un contributo commerciale con i paesi occidentali, da quel momento venne considerato una minaccia letale al patrimonio culturale giapponese. L’opera missionaria era pericolosa,  e quei finti preti, basati su veri missionari, erano totalmente pronti a morire per Gesù. Ma il libro di Endo (e la sua nuova versione cinematografica di Martin Scorsese) non parla di martirio, ma su come evitarlo. Le autorità vogliono, soprattutto, l’apostasia (convinta o non), e la maggior parte dei personaggi principali diventano apostati.

Ora, a distanza di cinque secoli, è facile guardare con disdegno un prete che conosce i rischi e abbandona la vocazione della fede a cui la sua ordinazione lo aveva vincolato. Scorsese sembra chiedersi: cosa fareste se vi venisse chiesto di calpestare un’immagine sacra di Gesù, se, così facendo, salvaste la vita di altri? I Kirishitan sono sospesi a testa in giù sopra una fossa, con delle piccole incisioni sul collo, sanguinando lentamente a morte, e solo voi potete salvarli. Non dovete fare altro che pestare il piede su di una fumi-e – una specie di icona demoniaca su cui è raffigurato Cristo. Cosa fareste voi?

Bene, quelle centinaia di veri martiri giapponesi, tutti quanti santi, morirono per il loro rifiuto a diventare apostati – perché credevano che le loro vite, nonostante una fine agonizzante, fossero redente da Cristo. Li aspettava la gioia eterna.

Endo era un cattolico convertito, ed è giusto chiedersi quanto completa fosse la sua conversione. Martin Scorsese è cattolico dalla nascita, ma, nonostante il suo incontro con Papa Francesco durante il lancio del suo film  (la cui prima è stata il 23 dicembre), non lascia trasparire in nessun modo la sua fede cattolica.

Il libro riprende molto il romanzo anti-coloniale di Joseph Conrad, Cuore di tenebra (1899), la storia di un uomo di nome Marlow che fa un viaggio in Congo in cerca di un commerciante d’avorio di nome Kurtz, descritto come ”emissario della pietà, della scienza, del progresso” ma venerato dagli indigeni come un dio. Il libro di Conrad ha ispirato anche Apocalypse Now, il film del 1979 di Francis Ford Coppola, in cui un capitano dei servizi segreti dell’esercito statunitense va nel Mekong in cerca di un colonello ribelle, anche lui di nome Kurtz, divenuto un dio per i Montagnard. Entrambi i Kurtz muoiono pronunciando la famosa frase: “L’orrore! L’orrore!”.

Cosa ha a che fare questo con Silenzio di Scorsese? I due preti Gesuiti, Sebastiao Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garrpe (Adam Driver) arrivano in Giappone per cercare Padre Cristovao Ferreira (Liam Neeson), che si dice sia diventato un indigeno, al punto da diventare apostata e sposarsi.

Quando Endo lesse Cuore di tenebra, evidentemente rimase impressionato dall’organizzazione fittizia con cui corrisponde Kurtz, la Società Internazionale per la Soppressione delle Usanze Selvagge, perché questa è sicuramente una parte di quello a cui equivale l’attività missionaria in ogni parte del mondo – perlomeno, nella mentalità indigena – e, probabilmente, Endo amava Cristo, ma non era particolarmente appassionato dei cristiani.

Quando Marlow/Rodrigues/Garfield, alla fine, si confronta con Kurtz/Ferreira/Neeson, è l’uomo più anziano, ex insegnante di Rodrigues in Portogallo, che assicura l’apostasia dell’uomo più giovane.

Il film di Scorsese è, di fatto, la seconda trasposizione sul grande schermo del libro di Endo. La prima fu Chinmoku (Silenzio in giapponese) di Masahiro Shinoda, del 1971. Due attori americani impersonarono i preti portoghesi, 
ma con una differenza: entrambi erano in grado di pronunciare la maggior parte delle loro battute in giapponese, mentre Garfield, verso la fine del film di Scorsese, ne mastica appena qualche parola. Forse, la cosa più sorprendente riguardo al primo film è la scelta di Tetsuro Tamba (che aveva interpretato Tanaka “Tigre” nel film di James Bond Si vive solo due volte) per il ruolo di Ferreira. Come dire: ecco qua un Gesuita portoghese che è diventato un vero indigeno!

Il film di Shinoda ha una durata ragionevole di due ore, quello di Scorsese quasi tre; questo perché è ripetitivo e non perché debba raccontare di più rispetto a Shinoda. Quando il libro raggiunge l’apice, Rodrigues sente la sabbia che gli cede sotto i piedi.

Dai più profondi recessi del mio essere, un’altra voce si fece sentire in un sussurro. Supponendo che Dio non esista…

Era una fantasia spaventosa. Se non esiste, quanto diventa tutto assurdo! Quale assurdo dramma diventano le vite di Mokichi e di Ichizo, legati al palo e lambiti dalle onde. E i missionari che hanno passato tre anni solcando i mari per giungere in questo paese … che illusione è stata la loro! Anch’io qui, a vagare su desolate montagne: che assurda situazione!

Silenzio di Scorsese non è un film cristiano fatto da un regista cattolico, bensì una giustificazione della mancanza di fede: l’apostasia, se salva delle vite, diventa un atto di carità cristiana, proprio come il martirio diventa quasi satanico se inasprisce le persecuzioni. “Cristo sarebbe diventato un apostata a causa dell’amore” dice Ferreira a Rodrigues e, naturalmente, Scorsese è d’accordo.

La visione di Silenzio, è consentita ai bambini solo in presenza di un adulto, per via delle molteplici scene di tortura. Molti americani e britannici si sono visti rubare la scena per il film da un superbo cast giapponese che include: Yosuke Kubozuka nel ruolo di Kichijiro, un Giuda che guadagna molto più argento rispetto a quello originale; Issei Ogata nel ruolo del principale antagonista dei missionari, l’inquisitore Inoue; Shin’ya Tsukamoto (Mokichi) e il grande Yoshi Oida (Ichizo), nel ruolo dei paesani cattolici martirizzati dall’inquisitore. Non sorprenderebbe se uno tra Oida o Kubozuka ricevesse una nomination all’Oscar come attore non protagonista. Nel caso, si tratterebbe, probabilmente, dell’unico accenno al film da parte dell’Accademia.


*Pubblicato su The Catholic Thing, 26 dicembre 2016. Traduzione di Davide Polenghi

mercoledì 11 gennaio 2017

Per combattere senza temere le ferite



 
Signore Gesù,
insegnaci ad essere generosi,
a servirti come Tu meriti,
a dare senza contare,
a combattere senza temere le ferite,
a lavorare senza cercare riposo,
a darci,
senza aspettare altra ricompensa, 
che sapere di compiere la tua volontà.
 
Ignazio di Loyola

L’anticoncezionale libera la donna

VANTAGGI DELL’ANDARE VERGINI ALLE NOZZE. ANCHE SOCIO-ECONOMICI.





Era prima della mitica “liberazione sessuale”, ma sono in grado di ricordarlo. Un ragazza chiacchierata, leggera, subiva una certa misura di esclusione da parte della gente; così la donna di “liberi costumi”, o anche solo separata,  non veniva ricevuta in certe case, e non solo borghesi, ma operaie.

Per i maschietti sembrava ciò valesse meno. In realtà, la castità era almeno raccomandata come un ideale dalla cultura dominante, cattolica, e di fatto, per i più (“la gente”), l’incontro col sesso avveniva alla maggiore età, durante il servizio militare. In un bordello, insieme alle “cattive compagnie” da cui  mamme e parenti ci avevano esortato a star lontane, e con un certo successo, anche perché non era così facile trovare allora  numerosi  “cattivi esempi”  tra i coetanei.  E le ragazze, con quanto forza difendevano la loro verginità contro le goffe avances dei ragazzotti!

Volete bollare questa  come “repressione”, fate pure. Col senno di poi, io vedo quanto era benefica: ha trattenuto  milioni di giovani in fiore da cedimenti di cui si sarebbero pentite, da “cadute” di un momento le cui conseguenze possono durare una vita e pesare sull’anima per sempre (aborto). Obbedendo alla pressione sociali “repressiva”, anzi, facendosi psico-poliziotte di questa,  intere generazioni di donne hanno trovato il cardine del loro destino e della loro nobile vocazione di sposa e di madre (ammetterete che è più nobile di quella di donna di piacere); hanno conservato l’idea del sesso come un premio raro, difficile e sublime (con gran vantaggio dell’eros, fra l’altro) per la civiltà: è noto come la sublimazione sessuale sia la molla energetica delle grandi imprese dell’uomo europeo.

Ma fatto ancor più decisivo, le donne negandosi al “facile” – foss’anche per adesione al tabù sociale  –  hanno incardinato anche i maschi, li hanno messi sulla via del loro destino, ne hanno trattenuto la dissipazione; hanno contribuito a renderli, se non cavalieri, almeno formati nel carattere, responsabili, disposti a sobbarcarsi un compito – se non quello di cavaliere (ma la Cavalleria per secoli ha forgiato i costumi nei rapporti fra i sessi, almeno come ideale), come padri di famiglia. Essere padri di famiglia è, per la parte maschile della “gente”, la cosa più vicina ad una vocazione. Anzi, è la vocazione dell’uomo medio, quella che lo trattiene dal divenire senz’altro l’uomo massa, o l’ameba da discoteca.

Liberazione  divenuta schiavizzazione

Poi è venuta la “liberazione sessuale” e la fede collettiva in essa. I “tabù” sono caduti, la pressione sociale “repressiva” a protezione della verginità e la castità sono venute meno, sosituite dalla pressione contraria della “larghezza di vedute” per cui “non si deve giudicare”. L’Autorità collettiva e plurale ha avuto il gioco facile a farlo, perché in fondo è facile portare la gente sulla china della sua sensualità, mentre la  contenutezza richiede sforzo. Da discorso intimo e privato, il sesso divenne dibattito pubblico. La “pillola” e il preservativo furono annunciati come la “liberazione della donna”.
Paolo VI, in una delle sue (rare) buone battute, vaticinò: “L’anticoncezionale libera la donna? Libera l’uomo, invece!”.

Aveva ragione al di là di ogni previsione. Vicino a casa mia, in una scuola di periferia, ragazzine di 14 anni fanno lavori di bocca al loro fidanzatino, non perché gli piaccia, ma perché altrimenti lui le lascia, e il branco le espelle e tormenta o deride, magari postando su Facebook i momenti di “intimità”, diciamo. Strana “liberazione della donna”, quella che l’ha affrancata dalla pressione sociale perbenista per assoggettarla alla più brutale, stupida e crudele, quella del branco adolescenziale vizioso, schiavizzatore. Come sapete, abbiamo già contato qualche suicidio di ragazze che si credevano liberate dai tabù, anche da quello del pudore, e che hanno scoperto di averlo ancora quando – troppo tardi  – gli “amici” maschi hanno diffuso i loro video hard.

Poi ci sono le coppie. Nella mia parrocchia, i matrimoni sono due o tre l’anno. Ma ci sono molte coppie. Quelle  che presentano “il mio compagno”, la “mia compagna”: scomparse le vecchie zie che storcono il naso, il prete col cipiglio accusatore, essendo il vicinato coralmente “di larghe vedute”, non c’è bisogno di istituzionalizzare, si sta insieme programmaticamente senza impegno (questo vuol dire “la mia compagna”), come perenni adolescenti  anche se nascono figli e i capelli diventano grigi.
Dietro questa massiccia “libertà” di convivenza  cresce una tragedia sociale ignorata.  E  non    si tratta dei reclamizzati “femminicidi”.
“’L’enfasi  mediatica  sulla violenza fisica o sessuale rischia di distogliere l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica dall’origine del problema, cioè dai “conflitti all’interno della coppia”, che derivano da una povertà emotiva (incapacità di relazionarsi) che investe milioni di persone (donne, uomini e bambini)”, come ha mostrato Valentina Gaetani, psicologa, in  un convegno sulle Nuove Povertà.

La prima causa di povertà.

La prima causa per cui si cade in povertà  non è la perdita del lavoro, bensì “le crisi coniugali, le disaggregazioni familiari, le  rotture dei rapporti di coppia”:   come sa qualunque marito che abbia  fruito del bellissimo diritto al divorzio.
Tra i fattori di rischio per la povertà ci sono ovviamente  “l’assenza della figura paterna”,   la “conflittualità nelle relazioni di coppia”, in generale   il  malfunzionamento della famiglia.

statistiche-divorzi-e-separazioni
“Divorzi e separazioni , in crescita in Italia  come in tutta Europa”, derivano da una povertà emotiva che conduce progressivamente all’impoverimento economico dell’intera società”  (Valentina Gaetani,  “Dalla povertà emotiva alla povertà economica” , gennaio 2013).
Ed anche “i  figli di genitori che si sono separati consensualmente (nella forma) ma conflittualmente (nella sostanza: 86% dei casi), sono i principali candidati a diventare poveri da adulti. I  giovani che hanno subito una deprivazione genitoriale nell’infanzia avranno maggiori problemi di adattamento: ripeteranno più volte a scuola, avranno minori probabilità di frequentare scuole superiori, rimarranno disoccupati più a lungo, ecc.”.
Una vecchia indagine condotta su 497 barboni senza casa a Torino nel 1997, gli stessi intervistati hanno dichiarato come evento scatenante della loro condizione di povertà estrema “fallimenti o rotture coniugali, fughe da  casa, litigi in famiglia” nel 37,4% dei casi; la perdita del lavoro veniva seconda, nel 19,2%  e dalle turbe psichiche (18%).


Impoverimento economico per l’intera società: non sarà un prezzo  troppo alto che abbiamo pagato per  esserci liberati  dal biasimo delle vecchie zie e dal giudizio scandalizzato dei vicini perbenisti, che tanto a lungo hanno saldato  tanti matrimoni?

liberazione-sessualeInfine, certe quarantenni: professionalmente “realizzate”, affilate dalle diete e tonificate dalla palestra, elastiche, sboccate, depilate,  che sulla spiaggia esibiscono il tatuaggio sul pube (come le attrici porno) e  la catenina alla caviglia – e lo sguardo disperato.  La “liberazione della donna” alla sua età si  è rivelata una trappola,  l’orologio biologico ticchetta, l’uomo maturo è introvabile; s’è “liberato” della responsabilità, non ha motivo di diventare grande  anche perché le diciottenni “la danno”,  a che sposarsi? A  che accasarsi  con la quarantenne che si propone come “oggetto sessuale”, e non ti nega una delle sue notti?

Evoco senza farne il nome, il caso della famosa attricetta che ha (avuto) come “compagno” il famoso produttore cinematografico. Tre aborti, uno a 14 anni (lui un trentenne) che rimpiange ancora: “Quando sono rimasta incinta ho dovuto rinunciare alla gravidanza che probabilmente avrebbe dato un’altra impostazione alla mia esistenza». La terza gravidanza: “Quando è nuovamente accaduto ero disposta a qualsiasi sacrificio, ma quando ho dato la notizia a Vittorio, la sua risposta è stata: “E come facciamo ad andare in barca?”… Di comune accordo abbiamo deciso di interrompere la gravidanza, ma non ho mai smesso di pensare a un figlio”.

Certo, lui vuole la sua schiava del sesso da esibire sullo yacht. Sospetto che siano tantissime le “donne liberate” con la stessa storia. Specie se sono belle. C’è da amaramente parafrasare l’ordine santo e cattolico, “Spòsati e sii sottomessa”, in quello della liberazione: “Non ti sposa, sii sottomessa”.
Alla fin fine, la “liberazione della donna”  dal tabù della verginità s’è rovesciata nella sua schiavizzazione sessuale.  La “felicità” sessuale che  ci era stata promessa, in povertà emotiva, relazionale e infine economica, in infinite infelicità e conflitti. Lo stesso piacere sessuale, non più raro premio prezioso concesso all’uomo virile, amato perché responsabile, ha perso intensità, è banalizzato. Sempre più gli uomini immaturi, egoisti, dominati da ansie di prestazione, lo cercano nella pornografia¨: questa diventata assolutamente disponibile fino ai bambini, in video sul web. L’ultimo  passo,   la realtà virtuale già avanza in Giappone: il maschietto “fa sesso” con uno  spettro digitale seduttore che – grazie agli appositi occhiali – vede nello spazio tridimensionale, di cui –grazie ai sensori – può ‘toccare’ le membra fantasmatiche. Una schiava sessuale pronta a tutti gli eccessi con un vantaggio decisivo rispetto a una donna; che non la devi accompagnare a casa, né vuole qualcosa da te, men che meno ci devi conversare e fare tutte le cose noiose della relazione con una persona femminile reale, che ti pone obblighi ed esigenze. Non ti devi interessare di lei. Della donna, ha solo quella “cosa”. Il cerchio si  chiude: sesso senza relazione fra i sessi, la “liberazione” finale è quella di lui da lei. Al fondo, naturalmente, l’estinzione di un popolo, che è già cominciata.

Poiché ho accennato  alla Cavalleria, non posso trattenermi dal ricordare Lancillotto e la Regina Ginevra. Il “miglior cavaliere” della Tavola Rotonda, è quello che tradisce doppiamente la fides, l’etica cavalleresca e quella verso il suo re Artù, facendo della regina la sua amante.  E’ una lezione che insegnò a intere generazioni non “la morale  cattolica”, ma che la passione adulterina illecita è per anime alte e audaci, una forma oscura di “elezione”. Elezione che ha  un prezzo spaventoso.

Quando Lancillotto  fu sul punto di prendere il Sacro Grahal, una voce lo rimproverò: “Messer Lancillotto, più duro del sasso e più amaro del legno e più nudo e spoglio della foglia di fico: perciò vattene di qui, allontanati da questo luogo santo”.

martedì 10 gennaio 2017

un solo avventuriero: il padre

 «C’è un solo avventuriero al mondo: il padre»



È  tutto lì, fuori da una finestra. La sera di martedì 5 aprile, c’è una folla che si accalca nel teatro Rosetum, il centro culturale diretto dai Frati Cappuccini del convento di piazza Velasquez a Milano. Dall’altra parte della piazza, c’è la statua di bronzo di Padre Pio, e sotto, scolpiti nel basamento, sono raffigurati tre episodi dei Promessi Sposi: padre Cristoforo che affronta Don Rodrigo, padre Felice Casati tra gli appestati del Lazzaretto e fra’ Galdino alla questua delle noci. Sono loro, le mani della Provvidenza impegnate in azioni di una misericordia – che, come ricorda papa Francesco, «è il primo attributo di Dio. È il nome di Dio» – sconosciuta ai potenti e al pensiero del mondo, e ti viene a prendere quando meno te lo aspetti.  «Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?», si chiedeva l’Innominato guardando dalla finestra il popolo festante che andava dal cardinal Federigo Borromeo. Erano «uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; (…) e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto». Guardava, l’Innominato, «e gli cresceva nel cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa». Qual era e quale è oggi questa buona notizia?

Uomini, donne, fanciulle a brigate a coppie o soli, e quella folla accalcata al Rosetum pare proprio la stessa dei Promessi Sposi una sera di primavera, dove tre uomini, un frate cappuccino, padre Marco Finco, un medico, Giancarlo Cesana, e un professore di liceo, Mauro Grimoldi, raccontano “Il padre attraverso lo sguardo di Charles Péguy”, il «più grande avventuriero della storia». E che quindi parla a tutti, tutti noi che «amiamo la libertà di pensiero, ma per amarla ci vuole un pensiero», dice Cesana che ai tanti in sala presenti per affezione a una storia, mai dimentica di Péguy e iniziata con don Luigi Giussani, ricorda il fondatore di Cl quando raccontava il Vangelo e invitava a vedere, immaginare quello che veniva letto: «La Buona novella non è un trattato di logica, la verità non è una disquisizione, la vita è una cosa commossa, non aridità».
 
Ecco quindi Péguy, capace oggi come allora di esempi commossi, ed ecco dunque la fecondità del padre, la cui dissoluzione, riduzione a funzionario sociale e immagine stereotipata e sentimentale della realtà (non più creatore, non più padre, non più origine ma ruolo interscambiabile con quello della madre), «è principio logico e cronologico della distruzione della famiglia verso cui rema ogni dottrina moderna».

Già perché il mondo delle virtù della gente di mondo (compiacente, deferente, avvizzito dai diritti dell’amore, dalla libertà di morire e dare la morte) è quello di sempre, «il mondo delle persone intelligenti; progredite, scaltrite, delle persone che la sanno lunga, alle quali non si può darla a intendere (…): il mondo di quelli che non hanno una mistica», inizia Grimoldi, scegliendo pagine da La nostra giovinezza (1910).

Nonostante ci abbiano provato, ci provino sempre ad abbagliare coi fari di auto potentissime – negando gli dèi e adorando gli dèi, professando, diceva Eliot, la Ragione, e poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamiamo Vita, o Razza o Dialettica – troppo evidente, troppo appariscente è l’insufficienza e l’irrealtà dell’intellettualismo moderno, «la medesima sterilità inaridisce la città e la cristianità. La città degli uomini e la città di Dio. È questa la sterilità moderna. È infatti la prima volta nella storia del mondo che un mondo intero vive e prospera, sembra prosperare contro ogni cultura». Lo abbiamo visto, «prosperavano gli intellettuali. Sterili, infecondi, celibi. Senza cultura, essendo la cultura concezione: incontro, affetto, fecondazione, ospitalità, gestazione, e parto, nascita, inizio. Opera e presenza. Amorosa esperienza, che attrae nel proprio vertice ogni fatto, interesse, realtà».


Questi infelici potenti del pensiero debole ben raccontati ne Lo spirito di sistema (1905 ma pubblicato postumo) ignoravano la semplice gioia del cuore e il godimento delle mani, tutto ciò che fa la felicità e la gioia del buon operaio: «Mangiare una buona minestra fumante sotto il chiarore della lampada di casa, (…) tra gli spintoni dei figli magnifici: ecco ciò che essi non conobbero mai. Non così il grande avventuriero, il padre di famiglia. Ci siamo giunti, finalmente».


Fuori dal pensiero del Tempio
Il padre, tutta un’altra cultura. Concezione, opera e presenza. Che attrae nel proprio vertice ogni fatto – e i fatti son testardi e solo dai fatti viene la salvezza. Non è questa la buona novella cui Giussani chiedeva di partecipare? Non è un fatto quello che accade in questa sera di primavera a Milano? C’è tanta gente al Rosetum, come ce ne era tanta in Galilea, personaggi soli, dolorosi pieni di amore che non sapevano comunicare e pieni di voglia di vero che non sapevano incontrare. Fino a quel giorno in cui Lo avevano incontrato. E dal momento in cui aveva fatto effrazione nella loro storia erano diventati tanti, tanti dietro ai dodici che lo avevano seguito.



I personaggi della Buona Novella, la gente del Vangelo, si era coinvolta perché non coinvolgersi non era proprio possibile. Protagonisti insospettabili, che non trovavano spazio o voce tra i pensatori del Tempio, ma che dietro di Lui, con le loro lordure e sozzure, avrebbero rappresento quel residuo di mondo che cambiava il mondo, dove un’incalzante positività era vincitrice in qualunque caso. Non erano capaci che di una piccola speranza, la sola, inconfessata, nascosta speranza che accadesse qualcosa, che avvenisse un’avventura che non solo valesse la pena di essere vissuta nell’istante, ma che desse senso e ragione a tutti gli altri istanti, che vengono prima e che verranno dopo.
C’era gente in Galilea, e c’è gente al Rosetum dove Grimoldi legge Véronique (1910), e molti quel passo lo avevano già ascoltato – ed erano diventati anch’essi padri, uomini, da che avevano avuto il presentimento del vero che spingeva gli apostoli a remare verso l’altra riva – ma Grimoldi vuole rileggerlo tutto perché è in queste pagine che vive il temuto nemico dell’intellettuale moderno, che ha sede lo scontro tra cultura della morte e della vita: «C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. (…) Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, attraversa un’avventura (…). Bisognoso di aiuto, di tutto, bisognoso di Dio, uno che segue, che deve seguire, chiedere, imparare tutto. Un padre figlio, un padre che ha bisogno di padre; del Padre. Di Dio. Perché Dio stesso è padre. Più padre di ogni altro padre». Una paternità invincibile che da oltre duemila anni attrae nel proprio vertice ogni fatto.

Tre cose scomode
«La preoccupazione più grande per noi dev’essere questa: che con semplicità di parole l’esperienza del Mistero torni tra la folla, tra la gente-gente. Essere nel groviglio umano l’unico punto di intelligenza. Essere lì come chi dica a ciascuno, qualunque cosa stia facendo o dicendo o scrivendo: “Tu cosa c’entri con questo?”», così Giussani a Libero, il 22 agosto 2002. Cosa c’entra il padre di Péguy, quel Padre che è «paternità carnale che oltrepassa e trascende il vincolo biologico, che non si compiace di sé ma vive per i figli» con i padri e con i figli in quella sala di Milano, con la paternità di padre Marco, il frate che ha fatto del Rosetum un presidio culturale vivissimo in un quartiere che invece delle statue di Cattelan guarda il bronzo di padre Pio; con quella di Cesana, già guida per migliaia di famiglie della fraternità di Cl; con quella di Grimoldi, che nel mondo sempre più neutro, piallato e frastornato della scuola insegna tre cose tra le mille imparate da Péguy sul padre. Tre cose scomode, figlie del padre e non del mondo moderno.


La prima riguarda la libertà: «Ma cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera? – immagina si chieda Dio nel Mistero dei santi innocenti –. Tale è il mistero, tale è il segreto, tale è il valore di ogni libertà. Questa libertà di questa creatura è il più bel riflesso che ci sia nel mondo della libertà del Creatore».

La seconda riguarda la speranza, difficile rischiosa e inconfessata speranza, poiché per sperare, scrive Péguy nel Portico del mistero della seconda virtù, bisogna aver ricevuto una grande grazia: «Un uomo aveva due figli. Di tutte le parole di Dio è quella che ha destato l’eco più profonda. (…) È la sola che il peccatore non ha mai fatto tacere nel suo cuore. (…) Tiene l’uomo per il cuore».

La terza riguarda la giustizia: «In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore. E soprattutto perché è giustamente quella che s’è smarrita, che era perita, che vale giustamente le novantanove altre, le novantanove che non s’erano smarrite (…) è quella pecora, è quel peccatore, è quel penitente, è quell’anima. Che Dio, che Gesù riporta sulle spalle, abbandonando le altre».

Gente di una certa razza
«Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità». È il brano del Racconto dell’Anticristo di Solov’ëv, una pietra miliare del Movimento, di quella gente presente in sala riunita – non perché la pensa nello stesso modo, ma perché, direbbe Péguy, appartiene a una certa razza – a ricordare la buona notizia, l’incredibile avventura del Padre stesso che si trova a dover dipendere da colui che è amato, «singolare avventura per la quale io, Dio, ho legate le braccia per l’eternità, singolare avventura con la quale mio Figlio mi ha legato le braccia». È sempre con Il portico del mistero della seconda virtù che Grimoldi chiude l’incontro.


Quale cristiana umiliazione, quale umiliazione di santo: chi ama viene a dipendere da chi è amato. E sulla Croce il Mistero è diventato uomo per ogni uomo che c’è in questo mondo ieri, oggi, domani. A quel tempo in Galilea, al tempo di Péguy, al tempo nostro che Cesana invita a ravvivare ancora una prossima volta, rileggendo proprio Solov’ëv.

E così uomini, donne, a brigate a coppie o soli, escono dal piccolo presidio antimoderno del Rosetum, spinti oggi come allora dal presentimento del vero, di una notizia lieta, così che qualcuno alla finestra possa domandarsi sempre cosa ci sia di così allegro in questo maledetto paese.

Il video integrale dell’incontro su YouTube

lunedì 9 gennaio 2017

il grande peccato

La superbia è rinnegamento di Dio, invenzione dei demoni, disprezzo degli uomini, madre del giudizio del prossimo, figlia delle lodi, indizio di sterilità, ripudio dell’aiuto di Dio, sorgente della collera, porta dell’ipocrisia, sostegno dei demoni, custode dei peccati, artefice di crudeltà, ignoranza della compassione, esattrice inflessibile, giudice crudele, avversaria di Dio, radice della bestemmia. Il suo culmine è il rifiuto dell’aiuto di Dio e l’esaltazione dei propri sforzi, che è un comportamento diabolico.
(san Giovanni Climaco)

domenica 8 gennaio 2017

comunione agli eretici

L'intercomunione? Non si può fare, S. Tommaso dixit


 
di Nicola Bux
Le celebrazioni del quinto centenario della Riforma luterana, e i gesti ecumenici che ne hanno accompagnato l'inizio, hanno portato alcuni settori della Chiesa cattolica ad approfondire e anche sostenere il tema dell'intercomunione. Ad esempio sull'Osservatore Romano del 26-27 settembre 2016, è stata riportata una tesi del teologo protestante Jurgen Moltmann, il quale sosteneva che la vera comunità cristiana «nasce quando i cristiani sentono la chiamata di Cristo e insieme vanno verso l’altare dove Cristo li aspetta. Che parliamo di “comunione” cattolica o di “santa cena” evangelica, si tratta sempre del “sangue di Cristo versato per voi” e “corpo di Cristo offerto per voi”. Come possiamo rimanere separati di fronte al Cristo crocifisso per noi?».

Si tratta della cosiddetta "open Communion", già praticata da molte denominazioni protestanti, in cui sono ammessi alla comunione, senza restrizioni, cristiani di altre denominazioni.


Perché questa idea di Moltmann è contraria alla Scrittura e alla Tradizione, cioè alle due Fonti della Rivelazione, come insegna il Concilio Vaticano II, e quali rischi correrebbero i fedeli, se essa diventasse normale? 

San Tommaso,  alla Questione IIIª q. 80 a. 4 co. risponde: 
"In questo come negli altri sacramenti il rito sacramentale è segno della cosa prodotta dal sacramento. Ora, la cosa prodotta dal sacramento dell'Eucaristia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima, significata e contenuta nel sacramento, è Cristo stesso; la seconda, significata e non contenuta, è il corpo mistico di Cristo, ossia la società dei santi. Chi dunque si accosta all'Eucaristia, per ciò stesso dichiara di essere unito a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma questo si attua per mezzo della fede formata, che nessuno ha quando è in peccato mortale [e tanto meno se la fede, oltre a non essere formata, è anche deficiente nelle cose da credere n.d.r]. È chiaro dunque che chi riceve l'Eucaristia con il peccato mortale commette una falsità nei riguardi di questo sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio come profanatore del sacramento. E quindi pecca mortalmente".

Se io faccio la Comunione, dichiaro di essere un tutt'uno con Cristo, a tal punto che lo "mangio"; ma la separazione reale (o unione meramente potenziale) da Cristo e dalla Chiesa è stato oggettivo in cui si trovano: a) chi non ha la grazia e b) chi non ha la fede. Costoro rendono il "mangiare" Cristo (ovvero il dichiarare di essere un tutt'uno con Lui - realmente presente - e con la Chiesa - significata), una menzogna.

Di conseguenza:
1) Sia leggendo il vangelo di Giovanni cap.6, sia leggendo in specie la Prima lettera di san Paolo ai Corinzi cap.11, si comprende che ciò è contrario alla Scrittura, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, perché, per ricevere la Comunione bisogna aver fatto l'iniziazione cristiana (battesimo e confermazione); e inoltre, se si fosse caduti in peccato grave, aver fatto l'itinerario penitenziale, in specie la confessione sacramentale.
Proprio l'itinerario di iniziazione e quello penitenziale, dimostrano che colui che vuole comunicarsi, deve prima essere entrato nella comunione di fede della Chiesa; o se si fosse allontanato a causa di un peccato grave o di scisma o di eresia, deve ri-entrare con la penitenza. 


Alla tesi di Moltmann ha risposto, in certo senso, Giovanni Paolo II, con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia, quando scrive: "La celebrazione dell'Eucaristia, non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione. Il Sacramento esprime tale vincolo di comunione sia nella dimensione invisibile che,in Cristo, per l'azione dello Spirito Santo, ci lega al Padre e tra noi,sia nella dimensione visibile implicante la comunione della dottrina degli Apostoli, nei Sacramenti e nell'ordine gerarchico"(35)

2) Se per assurdo la Sede Apostolica cambiasse la regola, cioè alla Comunione ci si potesse accostare senza aver fatto l'iniziazione cristiana (battesimo e confermazione) oppure, senza aver fatto la confessione sacramentale, si andrebbe contro la Rivelazione e contro il Magistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, inducendo i fedeli a commettere una empietà e un sacrilegio.

E' vero che tutte le confessioni cristiane si  riferiscono a Gesù Cristo,ma «secondo la persuasione dei cattolici - ricordava Giovanni Paolo II, il 17 novembre 1980, al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania - il dissenso verte "su ciò che è di Cristo", su "ciò che è suo": la sua Chiesa e la sua missione,il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento». 

Dunque, la fede che i Protestanti professano al battesimo, non è quella cattolica; in particolare, perché non hanno il sacramento della Confermazione: pertanto, non potendo fare l'itinerario di Iniziazione, non possono arrivare all'Eucaristia.

Infine, i Protestanti non hanno il sacramento della Penitenza (Confessione e Riconciliazione): pertanto, non possono ritornare alla Comunione eucaristica.

Chi dicesse che questo è un linguaggio di condanna e non di misericordia, o che esprime la rigidità e non la comprensione,vorrebbe che quei "farmaci" speciali, che sono i sacramenti, in primis il farmaco d'immortalità che è l'Eucaristia, fossero amministrati e assunti, anche in presenza di "controindicazioni", ovvero l'assenza delle disposizioni richieste dal Catechismo della Chiesa Cattolica; così facendo però, li si priverebbe degli effetti di grazia e si danneggerebbero le anime che li ricevessero, in questo mondo e per la vita eterna.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-l-intercomunionenon-si-puo-fares-tommaso-dixit-18414.htm

altari della discordia

La Civilità cattolica va alla guerra degli altari: "La Riforma della riforma è un errore"





di Stefano Fontana

«La “riforma della riforma” è un errore». Il numero 3995 de “La Civiltà Cattolica”, con un articolo di Padre Cesare Giraudo, mette la parola fine a quanto Joseph Ratzinger, e più di recente, il Cardinale Robert Sarah, avevano auspicato. La frase che dà il titolo all’articolo è dello spesso Papa Francesco ed è contenuta in una conversazione con Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei gesuiti, ora pubblicata nel volume “Nei tuoi occhi la mia Parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires (1999-2013)” (Rizzoli). Queste le parole del Papa: «Il Vaticano II e la Sacrosanctum concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di “riforma della riforma” è un errore».

In una conferenza tenuta a Londa il 5 luglio 2016, il Cardinale Sarah, che poco prima disse di essere stato incaricato da Papa Francesco di prendere in mano il dossier sulla liturgia, espresse il proprio parere su un importante punto di una eventuale riforma, ossia l’orientamento dell’altare ad est in modo che tutti, celebrante e fedeli, si rivolgessero a Cristo Salvatore e non a guardarsi negli occhi reciprocamente. La cosa avrebbe richiesto di tornare ai “vecchi” altari. Il Cardinale aveva anche detto che si sarebbe potuto procedere poco a poco.

Ci si chiede: un simile ritorno al celebrante con le spalle rivolte al popolo vorrebbe dire una messa in questione della Sacrosanctum Concilium e del Vaticano II? Il Papa, nella frase sopra riportata dalla conversazione con Padre Spadaro, ha detto che bisogna portare avanti il Vaticano II e la Sacrosanctum concilium. Ora, il celebrante rivolto ad est è cosa che contrasta con questo impegno? Evidentemente no, perché nessuno al Concilio parlò di smantellare i vecchi altari e di costruirne di nuovi rivolti al popolo, nemmeno lo dice il testo della Costituzione sulla divina liturgia. Né il Cardinale Sarah, con la sua proposta, voleva certamente mettere in discussione il Concilio. In altre parole, si potrebbe chiedere, nel pieno rispetto dello spirito e della lettera del Concilio, che questa riforma della riforma fosse intrapresa. La riforma della riforma, secondo le parole del Papa, sarebbe un errore se mettesse in questione il Concilio, ma si deve considerare possibile una riforma della riforma in continuità con la costituzione conciliare sulla liturgia.

Non si può né si deve identificare tale Costituzione con la riforma postconciliare. Non si sovrappongono completamente, la Sacrosanctum Concilium ne sporge. Lo aveva detto, tra gli altri, il cardinale Koch: «Occorre distinguere tra la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium e la riforma liturgica attuata dopo il Concilio; e non deve essere oggetto di tabù la relazione che esiste tra esse» (nel libro “Il mistero del granello di senape”).

L’idea di cambiare posto all’altare e di mutare l’orientamento del celebrante fu non del Concilio ma della Commissione che fece la riforma. Una eventuale “riforma della riforma” non sarebbe una revisione del Concilio e della sua Costituzione sulla liturgia, ma solo della riforma voluta dalla Commissione e promulgata da Paolo VI. Quindi, se si desse il via a questa riforma della riforma non si contraddirebbe l’espressione di Papa Francesco riportata dalla rivista dei gesuiti.

Colpisce che nell’articolo di Padre Giraudo manchi qualsiasi riferimento a quanto detto sulla “riforma della riforma” dal Cardinale e poi Pontefice Joseph Ratzinger a più riprese, oggi consultabile nel volume dell’Opera Omnia dedicato alla teologia della liturgia. In un articolo che intende bocciare la riforma della riforma, il silenzio sull’autore dell’espressione stessa e delle maggiori argomentazioni a suo sostegno è quantomeno strano. Trattandosi, tra l’altro, del “Papa emerito”.

In sintesi si potrebbero riassumere così le posizioni di Ratzinger-Benedetto XVI: la riforma non doveva avere un intento primariamente pastorale come invece ha avuto; la riforma non doveva essere pensata a tavolino da esperti e professori ma nascere dalla vita della Chiesa; la riforma avrebbe avuto bisogno di molto più tempo. E questo senza nulla togliere né al Vaticano II né alla sua Costituzione apostolica, anzi richiamandosi proprio ad essi.

Il punto principale, in ordine all’articolo di Giraudo, è che per Ratzinger-Benedetto XVI la riforma della riforma non avrebbe dovuto imporsi dall’alto, ma nascere da un “nuovo movimento liturgico”. Come è sconveniente imporre dall’alto la sua realizzazione è anche sconveniente vietarla dall’alto. In questo senso è positivo che La Civiltà Cattolica inviti a non contrapporre tra loro Pio V e Paolo VI, ma forse il modo migliore per contrapporli è proprio porre la parola fine sulla prospettiva della riforma della riforma. Il motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum che ha nuovamente permesso la celebrazione secondo il vetus ordo non era una concessione ai nostalgici, ma la spinta ad una riforma della riforma tendente – se e quando Dio vorrà – ad una nuova unificazione liturgica. 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-civilita-cattolica-va-alla-guerra-degli-altarila-riforma-della-riforma-e-un-errore-18581.htm

venerdì 6 gennaio 2017

in chiesa si prega Maometto

L'ultima resa all'invasione: in chiesa si prega Maometto

All'aeroporto di Malpensa la cappella della Madonna di Loreto diventa per metà moschea. E sale la rabbia
 


 
 
A lle frontiere dell'ecumenismo. I tappeti per pregare Allah a pochi passi dall'altare. Sul pavimento che guarda il Crocifisso.  
 
Accade a Malpensa, aeroporto che mette in contatto mondi lontani e frulla uomini e tradizioni. Ma forse fin qui non si era mai arrivati: i fedeli invocano il proprio Dio gomito a gomito, il tutto nello spazio sacro dedicato alla Madonna di Loreto, da sempre protettrice di chi vola. La chiesa che si fa moschea. Almeno un po'.

Don Ruggero Camagni, cappellano da 11 anni, vola anche lui alto e non vede alcun problema: «Mi hanno posto la questione. Loro non avevano luoghi di culto dentro Malpensa, mi hanno chiesto una mano. Il cristiano è portato a condividere: se ha tre stanze, si stringerà per dare un tetto a chi non ce l'ha, così è per la preghiera». Dialogo & identità. Temi che spaccano la cultura contemporanea; don Ruggero, cortesissimo, va oltre: «Siamo fratelli, tutti fratelli, è bello pregare insieme». Lì, in quella chiesa nata con Malpensa 2000, al secondo piano del terminal 1, zona partenze. Molti turisti la conoscono, qualcuno si è rifugiato a meditare su quei banchi prima di intraprendere un viaggio o un pellegrinaggio. E qualcuno storce il naso: «Ormai siamo al relativismo, alla disfatta, alla confusione planetaria». Altri si stringono nelle spalle: «É un gesto coraggioso di apertura e carità in un mondo globalizzato». Il cappellano punge: «Pregano più loro dei nostri. I musulmani frequentano la cappella più dei cristiani. Anche se lo fanno secondo i loro ritmi, individualmente».

Alle quattro del pomeriggio di un giorno sonnacchioso, infilato nel calendario fra una festa e l'altra, nel tempio non c'è nessuno. Solo silenzio e vuoto. Per la verità i due tappeti adagiati quasi all'ingresso non sono l'unico richiamo a Maometto. C'è anche una lampada, collocata su un tavolino ed esposta fra le encicliche di papa Francesco, i rosari e i santini del Sacro Cuore. Se si gira un piccolo interruttore, l'oggetto si illumina e parte una voce salmodiante in arabo. Di che si tratta? «É una sorta di jingle del Ramadan - risponde sorridente l'impiegato di una compagnia mediorientale - si ascoltano formule augurali, un po' l'equivalente del vostro Natale». E col dito il tecnico indica le linee dell'edificio disegnato all'interno del manufatto: «É la moschea di La Mecca». Meta irrinunciabile almeno una volta nella vita per ogni buon musulmano. Per don Ruggero anche questo frammento di Islam atterrato in mezzo a quella che una volta si chiamava la buona stampa non è un meteorite lontano: «Me l'hanno lasciato, l'ho piazzato in quel punto. Dove è lo scandalo?» É tutto semplice, forse fin troppo per il sacerdote. E la storia sembra capovolta, in un ribaltamento vertiginoso di prospettive. Secondo la tradizione, il culto di Loreto nasce in un momento delicatissimo: nel 1291 quando i Crociati vengono buttati a mare definitivamente e il regno Latino di Gerusalemme viene conquistato dagli Infedeli, la casa della Sacra famiglia di Nazareth viene trasportata dagli angeli in Italia. Appunto a Loreto. Insomma, il miracolo è portare l'Oriente, sottratto alla nostra civiltà, in Occidente. Oggi, sette secoli dopo, l'Occidente sembra smarrire sempre più l'abc della propria grammatica, gioca a rimpiattino, maschera il proprio Dna, e fa del dialogo il proprio credo.

A Malpensa i confini sono saltati. Negli anni scorsi alcuni musulmani che lavorano in aeroporto si erano lamentati per l'assenza di spazi consacrati alla preghiera secondo le regole dettate dal Profeta. Un paio di compagnie si sono attrezzate ricavando sale per il culto dentro lounge sontuose. Ma non basta: «Siamo in attesa di una sala ecumenica - racconta don Ruggero - ma al momento non c'è e ci dobbiamo arrangiare. Per questo ho dato volentieri l'ok all'accesso dei musulmani nella nostra cappella». Altro che muri, scontro di civiltà e visioni apocalittiche. A Malpensa siamo alla religiosità color arcobaleno. «Ma in questo modo - obietta un fedele che non nasconde la sua indignazione - tutto diventa uguale in un grande minestrone che mette insieme Cristo e Maometto». Il rispetto non va confuso con l'indifferenza o, peggio, con una sorta di complesso di inferiorità. «E poi - è il commento più gettonato - sarebbe impensabile il contrario: un posticino per i cristiani dentro una moschea». Don Ruggero non si scompone: va avanti. E abbraccia l'Islam. Anche se per molti il suo è solo un inchino. E il segno dei tempi sempre più cupi che viviamo.

 http://www.ilgiornale.it/news/politica/lultima-resa-allinvasione-chiesa-si-prega-maometto-1348619.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Link&utm_content=L%27ultima%2Bresa%2Ball%27invasione:%2Bin%2Bchiesa%2Bsi%2Bprega%2BMaometto%2B-%2BIlGiornale.it&utm_campaign=Facebook%20Page

la croce non serve

La Croce è sparita dall'orizzonte della Chiesa? 

 

Sembra che i santi abbiamo vissuto vite assolutamente incompatibili con quella dei cristiani di oggi. Dal pulpito oggi non è poi cosi raro sentire frasi come: "A Dio non servono i tuoi sacrifici perché ti ama cosi come sei" oppure: "Dio non vuole che vi sacrifichiate, gli basta che lo amiate". Frasi condivisibili penso da tutti, peccato che non sono del tutto vere. 
 
Il messaggio che oggi si fa passare è che la croce non è più necessaria. Questa è la caratteristica fondamentale della riforma della fede avvenuta negli ultimi anni nella Chiesa.
 
 Se si predica che tutti si salvano e che l'inferno è vuoto - se non esplicitamente, almeno implicitamente tacendo la verità - a che servono i digiuni, a cosa serve pregare, a cosa serve sopportare mio marito, perdonare quando mi tradisce e non separarmi da lui come fanno tutti ormai, per molto meno? Chiaro che se ragioniamo in questi termini, tutto questo non serve più a niente, infatti quanti cristiani digiunano? Quanti pregano almeno le preghiere del mattino e della sera? Quanti vanno alla Messa domenicale? 
 
Quanti rimangono fedeli al loro matrimonio nonostante le apparentemente insuperabili difficoltà cui vanno quotidianamente incontro? Pochi, pochissimi ... 
 
I cristiani hanno dimenticato il senso del sacrificio, il senso dell'espiazione, il senso della riparazione e di conseguenza hanno disimparato ad amare veramente perché il vero amore presuppone sempre il sacrificio, presuppone sempre il soffrire per l'altro, presuppone in parole povere la croce. Cristo non ci ha amato per scherzo! Non è venuto per insegnarci il valore della fratellanza universale ma primariamente è venuto per pagare al nostro posto i conti con la Divina Giustizia. L'amore di Dio si è manifestato nell'incarnazione del Verbo che si è fatto uomo per permetterci di sfuggire all'inferno eterno. Oggi pochi, davvero troppo pochi, credono ancora questo. Ma è verità di fede! Le nostre chiese, di conseguenza, sono popolate da eretici. 
 
Questa parola ha perso di significato, non la si comprende più: essere eretico è una cosa terribile perché ne va della salvezza eterna! L'eretico è colui che coscientemente rifiuta una o più verità divinamente rivelate e perciò si pone al di fuori della comunione con la chiesa. Se questo è vero, allora quotidianamente nelle nostre chiese, molti eretici - non in comunione con la stessa Chiesa e quindi con Dio - si comunicano col Corpo e sangue di Cristo. C'è qualcosa che non va...
 
Da qualche anno non si è voluto più questo: si insegna alla gente tutto ciò che serve per star bene insieme, per crearci da noi il nostro paradiso terrestre ("Sarete come Dio") vivendo del tutto dimentichi del vero paradiso, quello eterno. Il cristianesimo è stato svuotato e questo vuoto pesa enormemente nella vita della chiesa, della società e del mondo. Che fare dunque? Perdere la speranza? No... rimboccarsi le maniche! Studiare, approfondire, tornare alla vera fede perché se essa è corrotta, anche le nostre azioni saranno corrotte, perché l'uomo agisce in base alle sue idee. 
 
Senza la vera fede nessuno potrà salvarsi, perché non saprà cosa fare per ottenere questa salvezza. Imparare a confessarsi come si deve, a comunicarsi in modo degno, a vivere davvero una vita divina, nel rispetto dei comandamenti e nella preghiera perseverante e devota. Cosi forse, le sorti della chiesa si risolleveranno.
di Cristiano M.G. - [Fonte]