L'intercomunione?
Non si può fare,
S. Tommaso dixit
Le celebrazioni del quinto centenario della Riforma luterana, e i
gesti ecumenici che ne hanno accompagnato l'inizio, hanno portato alcuni
settori della Chiesa cattolica ad approfondire e anche sostenere il
tema dell'intercomunione. Ad esempio sull'Osservatore Romano
del 26-27 settembre 2016, è stata riportata una tesi del teologo
protestante Jurgen Moltmann, il quale sosteneva che la vera comunità
cristiana «nasce quando i cristiani sentono la chiamata di Cristo e
insieme vanno verso l’altare dove Cristo li aspetta. Che parliamo di
“comunione” cattolica o di “santa cena” evangelica, si tratta sempre del
“sangue di Cristo versato per voi” e “corpo di Cristo offerto per voi”.
Come possiamo rimanere separati di fronte al Cristo crocifisso per
noi?».
Si tratta della cosiddetta "open Communion", già praticata da
molte denominazioni protestanti, in cui sono ammessi alla comunione,
senza restrizioni, cristiani di altre denominazioni.
Perché questa idea di Moltmann è contraria alla Scrittura e alla Tradizione,
cioè alle due Fonti della Rivelazione, come insegna il Concilio
Vaticano II, e quali rischi correrebbero i fedeli, se essa diventasse
normale?
San Tommaso, alla Questione IIIª q. 80 a. 4 co. risponde:
"In questo come negli altri sacramenti il rito sacramentale è segno
della cosa prodotta dal sacramento. Ora, la cosa prodotta dal sacramento
dell'Eucaristia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima,
significata e contenuta nel sacramento, è Cristo stesso; la seconda,
significata e non contenuta, è il corpo mistico di Cristo, ossia la
società dei santi. Chi dunque si accosta all'Eucaristia, per ciò stesso
dichiara di essere unito a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma
questo si attua per mezzo della fede formata, che nessuno ha quando è in
peccato mortale [e tanto meno se la fede, oltre a non essere formata, è
anche deficiente nelle cose da credere n.d.r]. È chiaro dunque che chi
riceve l'Eucaristia con il peccato mortale commette una falsità nei
riguardi di questo sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio come
profanatore del sacramento. E quindi pecca mortalmente".
Se io faccio la Comunione, dichiaro di essere un tutt'uno con Cristo,
a tal punto che lo "mangio"; ma la separazione reale (o unione
meramente potenziale) da Cristo e dalla Chiesa è stato oggettivo in cui
si trovano: a) chi non ha la grazia e b) chi non ha la fede. Costoro
rendono il "mangiare" Cristo (ovvero il dichiarare di essere un tutt'uno
con Lui - realmente presente - e con la Chiesa - significata), una
menzogna.
Di conseguenza:
1) Sia leggendo il vangelo di Giovanni cap.6, sia leggendo in specie
la Prima lettera di san Paolo ai Corinzi cap.11, si comprende che ciò è
contrario alla Scrittura, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa,
perché, per ricevere la Comunione bisogna aver fatto l'iniziazione
cristiana (battesimo e confermazione); e inoltre, se si fosse caduti in
peccato grave, aver fatto l'itinerario penitenziale, in specie la
confessione sacramentale.
Proprio l'itinerario di iniziazione e
quello penitenziale, dimostrano che colui che vuole comunicarsi, deve
prima essere entrato nella comunione di fede della Chiesa; o se si fosse
allontanato a causa di un peccato grave o di scisma o di eresia, deve
ri-entrare con la penitenza.
Alla tesi di Moltmann ha risposto, in certo senso, Giovanni Paolo II, con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia,
quando scrive: "La celebrazione dell'Eucaristia, non può essere il
punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per
consolidarla e portarla a perfezione. Il Sacramento esprime tale vincolo
di comunione sia nella dimensione invisibile che,in Cristo, per
l'azione dello Spirito Santo, ci lega al Padre e tra noi,sia nella
dimensione visibile implicante la comunione della dottrina degli
Apostoli, nei Sacramenti e nell'ordine gerarchico"(35)
2) Se per assurdo la Sede Apostolica cambiasse la regola,
cioè alla Comunione ci si potesse accostare senza aver fatto
l'iniziazione cristiana (battesimo e confermazione) oppure, senza aver
fatto la confessione sacramentale, si andrebbe contro la Rivelazione e
contro il Magistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica,
inducendo i fedeli a commettere una empietà e un sacrilegio.
E' vero che tutte le confessioni cristiane si riferiscono a Gesù Cristo,ma
«secondo la persuasione dei cattolici - ricordava Giovanni Paolo II, il
17 novembre 1980, al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania - il
dissenso verte "su ciò che è di Cristo", su "ciò che è suo": la sua
Chiesa e la sua missione,il suo messaggio, i suoi sacramenti e i
ministeri posti al servizio della parola e del sacramento».
Dunque, la fede che i Protestanti professano al battesimo, non è quella cattolica;
in particolare, perché non hanno il sacramento della Confermazione:
pertanto, non potendo fare l'itinerario di Iniziazione, non possono
arrivare all'Eucaristia.
Infine, i Protestanti non hanno il sacramento della Penitenza (Confessione e Riconciliazione): pertanto, non possono ritornare alla Comunione eucaristica.
Chi dicesse che questo è un linguaggio di condanna e non di misericordia,
o che esprime la rigidità e non la comprensione,vorrebbe che quei
"farmaci" speciali, che sono i sacramenti, in primis il farmaco
d'immortalità che è l'Eucaristia, fossero amministrati e assunti, anche
in presenza di "controindicazioni", ovvero l'assenza delle disposizioni
richieste dal Catechismo della Chiesa Cattolica; così facendo però, li
si priverebbe degli effetti di grazia e si danneggerebbero le anime che
li ricevessero, in questo mondo e per la vita eterna.
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-l-intercomunionenon-si-puo-fares-tommaso-dixit-18414.htm
Visualizzazione post con etichetta nicola bux. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nicola bux. Mostra tutti i post
domenica 8 gennaio 2017
mercoledì 13 luglio 2016
BURKE: “rapporti sessuali con una persona che non è il coniuge è o fornicazione o adulterio”
Il Sacerdote barese monsignor Nicola Bux nei suoi incontri, come nei suoi scritti, non ha peli sulla lingua. Quello che davvero non gli fa difetto è la chiarezza ed il coraggio (ed una grande conoscenza teologica, soprattutto sulla Sacra Liturgia). Ha detto testuale “non è un peccato criticare il Papa” . Per chiarezza ed intrepida fede brilla anche il Cardinale americano Raymond Leo Burke. Dopo la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia il cardinale Burke aveva espressamente detto che il documento, a suo parere, ha “una natura personale cioè non magisteriale”.
A questa sua affermazione sono seguite una serie di risposte, più o meno dirette. L’ultima in ordine di tempo è quella di don Vitali, teologo dell’Università Gregoriana di Roma, che all’agenzia Sir ha dichiarato: “Appare del tutto specioso l’argomento di chi, dopo aver intimato a Francesco di non toccare la dottrina, ora pretende di derubricare la sua esortazione a opinione personale. Per essere magistero autentico, non è detto che un documento debba sempre contenere dichiarazioni dottrinali e norme imperative”.
“Qualcuno”, ha detto il porporato, “mi ha criticato per aver detto che il documento non è magistero; costoro hanno affermato che si tratta di una Esortazione post-sinodale e, perciò, deve essere parte del magistero; ma non è il titolo del documento che gli conferisce la qualifica di magistero. Bisogna leggere i contenuti e, se lo si fa, si vede che questo documento va letto criticamente, alla luce del Catechismo, alla luce del magistero della Chiesa. Quelle parti che sostengono e danno piena espressione al magistero della Chiesa vanno bene, ma ci possono essere altre cose che sono riflessioni del Santo Padre ma non sono magistero”.
Alla domanda circa il turbamento che abiterebbe nell’animo di molti fedeli, soprattutto perché l’autore del testo è il Papa, il cardinale risponde dicendo che “non siamo stati abituati a questo tipo di scrittura da parte del Santo Padre. In passato il Santo Padre parlava molto di rado, o scriveva molto raramente, e lo faceva sempre con una grande attenzione al fatto che egli è il Vicario di Cristo in terra e, quindi, che ogni espressione della Fede deve essere aderente alla verità del magistero della Fede […] Papa Francesco ha scelto di scrivere e parlare in un modo tale per cui vi è una sorta di commistione tra l’esposizione dell’insegnamento della Chiesa e l’espressione dei propri pensieri personali, e molte volte lo fa in un linguaggio molto colloquiale, nel quale a volte non è così facile capire esattamente che cosa vuole dire.
E quindi penso che dobbiamo renderci conto che qui abbiamo un diverso modo di scrivere del Papa, e noi possediamo tutti gli strumenti nella nostra fede per comprendere correttamente questo modo di scrivere, ma non ci è familiare. Tuttavia è semplicemente non vero sostenere che questo documento sia parte del magistero come lo erano, per esempio, la Lettera Enciclica Evangelium vitae, o Familiaris consortio – che era anch’essa una Esortazione Apostolica post-sinodale -, giacché questo documento non è scritto nello stesso modo di quelli. E’ scritto in un modo molto differente.
A tal proposito, inoltre, credo che la cosa importante sia che quando si legge in modo critico il documento, si sia sempre rispettosi della persona del Papa. Indulgere a mancanza di carità rispetto a qualsiasi compagno di fede, e in modo particolare verso il Romano Pontefice, è del tutto inappropriato e sbagliato”.
Interessante è anche la risposta che il cardinale Burke ha dato a proposito della questione delle circostanze attenuanti nel caso dell’accesso all’eucaristia per le coppie di divorziati risposati. “Le circostanze attenuanti”, ha detto, “si applicano a singoli atti, e rimane vero che per un atto individuale ci può essere qualche circostanza che diminuisce il grado di colpevolezza. Ma per quanto riguarda il vivere pubblicamente in stato di peccato, dato che nostro Signore provvede ad ogni persona che è sposata la grazia per vivere nella fedeltà a quel matrimonio, si può dire che, sì, possono vivere in fedeltà nel matrimonio perché hanno la grazia per farlo. Malgrado ci possa essere ogni tipo di obbligo grave – bambini da educare e ai quali fornire una casa ecc. -, tutti questi obblighi possono essere rispettati rimanendo fedeli all’unione matrimoniale”.
Per questo, dice Burke, “se costoro [divorziati risposati] vivono in quello che appare essere uno stato di peccato, ma in effetti non stanno peccando – in altre parole: se costoro vivono come fratello e sorella -, allora è vero [possono accedere all’eucaristia, NdR]. Ma se costoro sono impegnati in relazioni more uxorio, ciò è oggettivamente peccaminoso e non può essere diversamente. Non può essere non peccato e peccato allo stesso tempo. Oggettivamente, avere rapporti sessuali con una persona che non è il coniuge è o fornicazione o adulterio”.
giovedì 26 febbraio 2015
Confusione e divisione sono ormai "normali" nella chiesa
Se a dominare è un pensiero non cattolico
di Nicola Bux
Con grande dolore e profonda preoccupazione, si deve constatare che il pensiero non cattolico avanza nella Chiesa. È molto grave l'affermazione del moderatore del Sinodo diocesano di Bolzano, secondo il quale, il lavoro svolto, «rispecchia la situazione generale della Chiesa, che sta vivendo un cambiamento radicale». Si può ancora affermare che i cattolici formino un cuor solo e un'anima sola? O, per dirla con sant'Ignazio d'Antiochia, che manifestino un tale accordo della voce e del cuore, sì da raggiungere la sinfonia? Purtroppo siamo divisi tra noi, proprio sulla verità, e attratti da false dottrine. In nome del pluralismo? Civiltà Cattolica riporta un intervento dell'allora Padre Bergoglio: «il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista. Se infatti giungesse a non preoccuparsi dell’unità della fede, questo comporterebbe la rinuncia alla verità, l’accontentarsi di prospettive parziali e unilaterali».
Succede, invece, che molti cattolici, preferiscano andare d'accordo con i non cattolici, i non credenti egli avversari della Chiesa, più che con i fratelli di fede. I loro modi di pensare e di agire, sono penetrati in casa cattolica, al punto che sembra rivolto a noi, quel che Giovanni Paolo II, nel 1980, ricordava ai protestanti tedeschi: «ci riferiamo tutti a Gesù Cristo, ma il dissenso verte su “ciò che è di Cristo”, su “ciò che è suo”: la sua Chiesa e la sua missione, il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento». Il dissenso è, soprattutto, sui contenuti e fondamenti stessi della fede, e di conseguenza sulla morale. Se un parroco, in un ritiro del clero, afferma che bisogna smetterla con la verità oggettiva, perché è venuto il tempo di chinarsi sulle soggettività, e il vescovo, presente, tace: un problema c'è; se una ragazza, lusingata dalle avances di un uomo coniugato, si sente, in confessione, rimproverare dal sacerdote, perché, a suo dire, avrebbe dovuto cogliere l'occasione, in quanto non è peccato, allora qualcosa è successo. Si segue ancora la verità cattolica, reperibile senza difficoltà nel Catechismo, oppure le falsità che vanno di moda?
Confusione e divisione, sono ormai diffuse e attraversano tutto il popolo di Dio, dal collegio cardinalizio all'episcopato, dai teologi al clero e al laicato. Ha ancora senso cercare l'unione con gli ortodossi e altri cristiani, mentre tra noi cattolici siamo sempre più divisi? Se nei seminari, si esortano i giovani, ricorrendo anche a intimidazioni, ad avere una “nuova visione di Chiesa”, in discontinuità col passato? Una molto simile – c'è da pensarlo – a quella descritta in una canzone di Jovanotti: «una grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano».
Nel Conclave del 2005, il cardinal Giacomo Biffi avvertiva: «Vorrei dire al futuro Papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i piccoli». La questione viene da lontano: se n'era accorta nel 1966, a meno di un anno dalla chiusura del Vaticano II, la Congregazione per la dottrina della fede, che inviava una lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali, in cui si riferivano le notizie giunte dalle nunziature, sui crescenti abusi nell'interpretazione della dottrina del Concilio, e su opinioni azzardate che sorgevano qui e là, turbando i fedeli, perché oltrepassavano le semplici opinioni e ipotesi, per giungere ad intaccare i fondamenti del dogma e della fede. Seguiva, in dieci punti, l'elenco di tali idee ed errori. Va ripassato, perché sono tutti constatabili ancora oggi, anzi aumentati. «É in crisi l'idea di Chiesa»: avvertì, nel 1985, Joseph Ratzinger a Vittorio Messori, in Rapporto sulla fede. Urgeva riproporre, o meglio, ridefinire cos'è la fede cattolica: nacque il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il contraccolpo dell'indefinitezza attuale della fede cattolica, lo ha subito la liturgia, della quale si continua a ripetere: lex credendi-lex orandi – ma, di “legge” o norme che la regolino, guai a parlarne, non solo, ma il modo di pregare in essa, contraddice sempre di più il credo. Il culto dell'emozione, non rende, il popolo cristiano, consapevole di dover annunciare la Parola divina, più tagliente di una spada a doppio taglio, di cui il mondo ha bisogno per essere salvato. Così, non siamo più sicuri che Dio sia soddisfatto del culto che gli viene tributato. I preti rimproverano i fedeli perché vengono in chiesa – ancora – a ricevere i sacramenti, ma poi spariscono: non pensano che proprio i sacramenti sono le reti dell'evangelizzazione, efficaci per la conversione, se solo li si celebrasse senza prendere a modello la Tv.
Basta recitare il Simbolo di fede, il Credo, per rigettare le opinioni erronee? Scrive sant'Ireneo: «tutti professano le stesse verità, ma non vi credono allo stesso modo». Ai nostri giorni, i contorni della verità cattolica sono liquidi, come si suol dire, perché si crede che essa nasca dal dialogo, e sia meno importante della libertà. Dunque, chi si dedica alla sua “definizione”, deve sapere che ne sarà segnata la sua esistenza, come è accaduto a Paolo VI. Sarà attaccato, da chi cercherà di far passare l'idea che la dottrina non muta se cambia la disciplina. Sarà denunciato per presunta intolleranza e insubordinazione. Sarà accusato, come Atanasio, per la sua intransigenza, la scarsa o nulla misericordia. Si leveranno voci per condannarlo, deporlo ed esiliarlo, beninteso, in nome del pluralismo e della tolleranza. Una esperienza che sconcerterà molti fedeli e farà esultare molti altri: «l'universo gemette», annota san Girolamo, «nello sbalordimento d'essere diventato ariano». Che farà constatare, con san Basilio: «Solo un peccato è ora gravemente punito: l'attenta osservanza delle tradizioni dei nostri padri. Per tale ragione, i buoni sono allontanati dai loro paesi e portati nel deserto». Ma quegli resisterà, difendendo l'ortodossia, come ha scritto Bulgakov, e smascherando l'eresia. Atanasio continuò a dirigere la sua Chiesa dal deserto, con l'aiuto di sant'Antonio, e trovò il tempo di scrivere quei trattati, che contribuirono alla condanna dell'arianesimo da parte del concilio di Costantinopoli del 381 e gli meritarono il titolo di dottore.
Oggi, tra i cattolici, i punti di dissenso – leggi eresie - sono tanti, a cominciare dall'escatologia, parola mai così usata negli ultimi decenni e ridotta alla ricerca spasmodica della felicità terrena dell'individuo: basta sentirsi bene nella condizione in cui ci si trova. Si è abbandonata l'idea che c'è un cammino verso la santità. La felicità eterna, se esiste, ha poca importanza: la felicità è in questa vita e si identifica col vivere bene e la vita buona. É questa la speranza cristiana per cui val la pena nascere e vivere? É vero che Gesù ha promesso a chi lo segue il centuplo quaggiù e l'eternità, ma non secondo la versione di Benigni. Se a chi sta in regola, san Paolo arriva a dire: «d'ora innanzi, chi ha moglie, viva come se non l'avesse» (1 Cor 7,29), si comprende perché dica, a chi vive nell'irregolarità: «Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1 Cor 6,9-11). È parola rivelata che resta per sempre.
«Dio, che non desideri la morte dei peccatori, ma vuoi che si pentano», prega la liturgia quaresimale,tornando annualmente a ricordare la via stretta della salvezza - le ceneri ne sono segno eloquente –, ad abbandonare la condizione di peccato in cui ci fossimo induriti. «Lasciatevi riconciliare con Dio», ovvero, «convertitevi e credete al Vangelo», deve diventare l'ammonizione di chi si definisce un “prete sociale'” o “di strada” o “antimafia”. La Chiesa evangelizza per far star bene la gente in questo mondo, nel senso di farla vivere nella verità e guidarla alla salvezza eterna. Conversione e riconciliazione sono necessarie, affinché il Signore dimentichi i peccati di quanti si convertono (Sap 11,25).
Dinanzi al pensiero non cattolico penetrato nella Chiesa, causa prima del relativismo che induce i giovani occidentali a passare da internet al terrorismo: una versione eroico-religiosa del culto dell'emozione; dinanzi all'avanzata di musulmani che uccidono, convinti di rendere gloria ad Allah, i sacerdoti, piangendo, facciano propria la supplica posta in capite quadragesimae: «Perdona Signore,al tuo popolo e non esporre la tua eredità al vituperio e alla derisione delle genti». Perché si dovrebbe dire fra i popoli: «Dov'è il loro Dio?» (Gioele 2,17). Di certo, il pensiero non cattolico non prevarrà nella Chiesa. E non verrà meno la virtù della fortezza, perché i cristiani non temono il martirio.
sabato 31 maggio 2014
non osi separare
Mito e realtà delle seconde nozze
tra gli ortodossi
È opinione diffusa che le Chiese orientali ammettano un nuovo matrimonio dopo il divorzio e diano la comunione ai risposati. Ma non è così, spiega d. N. Bux. Solo il primo matrimonio è celebrato come un vero sacramento
di Sandro Magister
di Sandro Magister
ROMA, 30 maggio 2014 – Sull'aereo di ritorno dalla Terra Santa, a papa Francesco è stato chiesto se "la Chiesa cattolica potrà imparare qualcosa dalle Chiese ortodosse" riguardo ai preti sposati e all'accettazione delle seconde nozze per i divorziati.
Sull'uno e sull'altro di questi punti il papa ha risposto in modo elusivo. Tutti però ricordano che cosa disse a proposito delle seconde nozze in una precedente intervista in aereo, nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro:
"Una parentesi: gli ortodossi seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità [di matrimonio], lo permettono. Credo che questo problema – chiudo la parentesi – si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale".
A questa prassi delle Chiese d'oriente ha fatto riferimento anche il cardinale Walter Kasper nella sua relazione introduttiva al concistoro dello scorso febbraio, nella quale focalizzò la discussione in vista del sinodo sulla famiglia sulla questione della comunione ai divorziati risposati.
L'idea corrente è che nelle Chiese ortodosse si celebrino sacramentalmente le seconde e anche le terze nozze e si dia la comunione ai divorziati risposati.
Quando in realtà le cose non stanno affatto così. Tra la celebrazione delle prime e delle seconde nozze l'ortodossia ha sempre posto una differenza non solo cerimoniale ma di sostanza, come ben mostra l'intonazione fortemente penitenziale delle preghiere per le seconde nozze.
Basti vedere, in proposito, la ricognizione storica che Basilio Petrà – sacerdote cattolico di rito latino, ma di origine greca e studioso della materia, professore al Pontificio Istituto Orientale – ha pubblicato due mesi fa:
B. Petrà, "Divorzio e seconde nozze nella tradizione greca. Un'altra via", Cittadella Editrice, Assisi, 2014, pp. 212, euro 15,90.
Quella che segue è una chiarificazione di ciò che sono in realtà le seconde nozze nella teologia e nella prassi delle Chiese ortodosse.
L'autore, Nicola Bux, esperto di liturgia e docente alla facoltà teologica di Bari, è consultore delle congregazioni per la dottrina della fede e per le cause dei santi e ha preso parte al sinodo del 2005 sull'eucaristia, del quale riferisce qui un interessante episodio.
__________
CHIESA ORTODOSSA E SECONDE NOZZE
di Nicola Bux
Recentemente, il cardinale Walter Kasper si è riferito alla prassi ortodossa delle seconde nozze per sostenere che anche i cattolici che fossero divorziati e risposati dovrebbero essere ammessi alla comunione.
Forse, però, non ha badato al fatto che gli ortodossi non fanno la comunione nel rito delle seconde nozze, in quanto nel rito bizantino del matrimonio non è prevista la comunione, ma solo lo scambio della coppa comune di vino, che non è quello consacrato.
Inoltre, tra i cattolici si suol dire che gli ortodossi permettono le seconde nozze, quindi tollerano il divorzio dal primo coniuge.
In verità non è proprio così, perché non si tratta dell'istituzione giuridica moderna. La Chiesa ortodossa è disposta a tollerare le seconde nozze di persone il cui vincolo matrimoniale sia stato sciolto da essa, non dallo Stato, in base al potere dato da Gesù alla Chiesa di “sciogliere e legare”, e concedendo una seconda opportunità in alcuni casi particolari (tipicamente, i casi di adulterio continuato, ma per estensione anche certi casi nei quali il vincolo matrimoniale sia divenuto una finzione). È prevista, per quanto scoraggiata, anche la possibilità di un terzo matrimonio. Inoltre, la possibilità di accedere alle seconde nozze, nei casi di scioglimento del matrimonio, viene concessa solo al coniuge innocente.
Le seconde e terze nozze, a differenza del primo matrimonio, sono celebrate tra gli ortodossi con un rito speciale, definito “di tipo penitenziale”. Poiché nel rito delle seconde nozze mancava in antico il momento dell'incoronazione degli sposi – che la teologia ortodossa ritiene il momento essenziale del matrimonio – le seconde nozze non sono un vero sacramento, ma, per usare la terminologia latina, un "sacramentale", che consente ai nuovi sposi di considerare la propria unione come pienamente accettata dalla comunità ecclesiale. Il rito delle seconde nozze si applica anche nel caso di sposi rimasti vedovi.
La non sacramentalità delle seconde nozze trova conferma nella scomparsa della comunione eucaristica dai riti matrimoniali bizantini, sostituita dalla coppa intesa come simbolo della vita comune. Ciò appare come un tentativo di "desacramentalizzare" il matrimonio, forse per l'imbarazzo crescente che le seconde e terze nozze inducevano, a motivo della deroga al principio dell'indissolubilità del vincolo, che è direttamente proporzionale al sacramento dell'unità: l'eucaristia.
A tal proposito, il teologo ortodosso Alexander Schmemann ha scritto che proprio la coppa, elevata a simbolo della vita comune, “mostra la desacramentalizzazione del matrimonio ridotto ad una felicità naturale. In passato, questa era raggiunta con la comunione, la condivisione dell'eucaristia, sigillo ultimo del compimento del matrimonio in Cristo. Cristo deve essere la vera essenza della vita insieme”. Come rimarrebbe in piedi questa "essenza"?
Dunque, si tratta di un “qui pro quo” imputabile in ambito cattolico alla scarsa o nulla considerazione per la dottrina, per cui si è affermata l'opinione, meglio l'eresia, che la messa senza la comunione non sia valida. Tutta la preoccupazione della comunione per i divorziati risposati, che poco ha a che fare con la visione e la prassi orientale, è una conseguenza di ciò.
Una decina d'anni fa, collaborando alla preparazione del sinodo sull'eucaristia, a cui partecipai poi come esperto nel 2005, tale "opinione" fu avanzata dal cardinale Cláudio Hummes, membro del consiglio della segreteria del sinodo. Invitato dal cardinale Jan Peter Schotte, allora segretario generale, dovetti ricordare a Hummes che i catecumeni e i penitenti – tra i quali c'erano i dìgami –, nei diversi gradi penitenziali, partecipavano alla celebrazione della messa o a parti di essa, senza accostarsi alla comunione.
L'erronea "opinione" è oggi diffusa tra chierici e fedeli, per cui, come osservò Joseph Ratzinger: “Si deve nuovamente prendere molto più chiara coscienza del fatto che la celebrazione eucaristica non è priva di valore per chi non si comunica. [...] Siccome l'eucaristia non è un convito rituale, ma la preghiera comunitaria della Chiesa, in cui il Signore prega con noi e a noi si partecipa, essa rimane preziosa e grande, un vero dono, anche se non possiamo comunicarci. Se riacquistassimo una conoscenza migliore di questo fatto e rivedessimo così l'eucaristia stessa in modo più corretto,vari problemi pastorali, come per esempio quello della posizione dei divorziati risposati, perderebbero automaticamente molto del loro peso opprimente.”
Quanto descritto è un effetto della divaricazione ed anche dell'opposizione tra dogma e liturgia. L'apostolo Paolo ha chiesto l'auto-esame di coloro che intendono comunicarsi, onde non mangiare e bere la propria condanna (1 Corinti 11, 29). Ciò significa: “Chi vuole il cristianesimo soltanto come lieto annuncio, in cui non deve esserci la minaccia del giudizio, lo falsifica”.
Ci si chiede come si sia giunti a questo punto. Da diversi autori, nella seconda metà del secolo scorso, si è sostenuta la teoria – ricorda Ratzinger – che “fa derivare l'eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori. […] Ma da ciò segue poi un'idea dell'eucaristia che non ha nulla in comune con la consuetudine della Chiesa primitiva”. Sebbene Paolo protegga con l'anatema la comunione dall'abuso (1 Corinti 16, 22), la teoria suddetta propone “come essenza dell'eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare, […] anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti”.
No, scrive ancora Ratzinger: sin dalle origini l'eucaristia non è stata compresa come un pasto con i peccatori, ma con i riconciliati: “Esistevano anche per l'eucaristia fin dall'inizio condizioni di accesso ben definite [...] e in questo modo ha costruito la Chiesa”.
L'eucaristia, pertanto, resta “il banchetto dei riconciliati”, cosa che viene ricordata dalla liturgia bizantina, al momento della comunione, con l'invito "Sancta sanctis", le cose sante ai santi.
Ma nonostante ciò la teoria dell'invalidità della messa senza la comunione continua ad influenzare la liturgia odierna.
__________
Questo testo di Nicola Bux è tratto dalla postfazione che egli ha scritto per l'ultima opera di Antonio Livi, teologo e filosofo della Pontificia Università Lateranense, di prossima uscita, dedicata agli scritti e discorsi del cardinale Giuseppe Siri (1906-1989):
A. Livi, "Dogma e liturgia. Istruzioni dottrinali e norme pastorali sul culto eucaristico e sulla riforma liturgica promossa dal Vaticano II", Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma, 2014.
Etichette:
Alexander Schmemann,
Cláudio Hummes,
comunione ai divoerziati,
divorzio,
Jan Peter Schotte,
nicola bux,
papa francesco,
sandro magister,
Walter Kasper
venerdì 17 maggio 2013
la bellezza salverà il mondo
Nicola Bux. Liturgia, la sovrastruttura è bellezza
Proposto oggi da La nuova Bussola quotidiana. Lo riprendiamo per tener desta l'attenzione su quanto ci sta a cuore.
Il tema della liturgia è stato centrale nel magistero di Benedetto XVI, che ha sempre combattuto contro abusi e degenerazioni del periodo post-conciliare. Chi ha mal sopportato quegli interventi pensa ora, in questo inizio di pontificato di Francesco, all'insegna della semplicità, di tornare indietro. Così che espressioni come "vivere la liturgia con semplicità e senza sovrastrutture" si sentono sempre più spesso, equivocando il concetto di semplicità.
Per capire bene il valore della semplicità nella liturgia e il rapporto con la fede abbiamo chiesto l'intervento di un esperto di liturgia come monsignor Nicola Bux.
Per capire bene il valore della semplicità nella liturgia e il rapporto con la fede abbiamo chiesto l'intervento di un esperto di liturgia come monsignor Nicola Bux.
Cosa vuol dire vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture? Cominciamo con la struttura: la fede ha una struttura come la liturgia, in quanto c'è un rapporto tra le due (lex orandi-lex credendi). Per esempio, nella Messa ci sono le litanie (preghiere di invocazione), dal greco liti, processione; preghiere che si fanno procedendo da un luogo di culto ad un altro o all'interno del medesimo; si pensi alle stationes descritte da Egeria a Gerusalemme. Oppure al movimento dei neofiti dal battistero, all'esterno della Chiesa, dopo il battesimo, verso l'interno della Chiesa, per partecipare all'Eucaristia. Questo movimento processionale esprimeva l'idea del pellegrinaggio del popolo cristiano verso l'eternità.
Dunque, le litanie (chiamate ectenie, dal greco: supplica) sono sequenze di invocazioni a Dio per varie necessità di carattere universale (per i vivi e i defunti, la Chiesa e il mondo...). Esaminando l'unità liturgica della litania possiamo risalire alla sua origine storica. Quando, per esempio, il diacono dice:... "preghiamo", poi "inginocchiamoci" e tutti pregano in silenzio, poi "tutti in piedi"... e il sacerdote raccoglie le intenzioni in una colletta, dopo che tutti hanno pregato individualmente... abbiamo la forma primitiva della litania; ancora oggi noi abbiamo le preghiere-collette all'inizio della Messa. Col tempo, questa forma si è sviluppata in un novero di intenzioni, di invocazioni, alle quali si aggiungono le risposte del popolo. Nella Messa di rito bizantino se ne contano almeno quattro, mentre nella Messa latina è costituita essenzialmente dalla oratio fidelium o preghiera universale. Oggi è presente nella forma ordinaria del rito romano, ma era rimasta nella forma più solenne il Venerdì Santo, attestando così ulteriormente la sua antichità.
La litania o preghiera universale, che accompagnava il movimento processionale, non ha condiviso la sorte del resto del rito a cui apparteneva con la messa, ma ha seguito un suo percorso e questo fenomeno, gli studiosi lo chiamano "fenomeno strutturale". Cioè, la struttura della liturgia non è rigida, non lasciando spazio alle singole unità di modularsi o adattarsi alle situazioni storiche. Per esempio, la recita del Credo non avviene sempre: come mai? Ci sono senz'altro ragioni storiche, ma anche il Credo è una 'unità liturgica' che si è ricavata uno spazio e si comporta in maniera relativamente autonoma dal resto. La struttura in definitiva è il rito e la sovrastruttura il suo splendore.
Il discorso sulla struttura porta a comprendere che l'uomo ha bisogno di riti (nascita, sposalizio, funerali, apoteosi...), che servono ad eternare l'oggi. Ma con Cristo, l'eterno è disceso nel tempo, il sacro nel profano, consacrando quanti l'hanno accolto e aiutandoli ad ascendere con lui in alto - di discesa e ascesa è fatta la liturgia - ponendo il criterio di distinzione tra sacro e profano: nel Nuovo Testamento (1 Cor 11) la distinzione è stata sancita da Paolo quando ha separato dalla celebrazione eucaristica il pasto o agape da fare a casa.
Venendo alla sovra-struttura della liturgia dobbiamo parlare della Bellezza: il Catechismo della Chiesa Cattolica (no.1157) indica tre criteri: la bellezza espressiva della preghiera, l'unanime partecipazione dell'assemblea nei momenti previsti, il carattere solenne della celebrazione, al fine di rendere gloria a Dio e favorire la santificazione dei fedeli. Benedetto XVI ha insegnato che la liturgia è strettamente legata alla bellezza, come sperimentata da Pietro, Giacomo e Giovanni alla Trasfigurazione del Signore: "com'è bello stare qui...". La sovra-struttura non è stata abolita, perché la Costituzione Sacrosanctum Concilium al no. 34 parla di 'nobile semplicità': sembra un ossimoro, la nobiltà non è un di più della semplicità, una sovrastruttura da abolire appunto perché rifulga la semplicità? Ecco come la interpreta l'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis al no. 41: è necessario che "in tutto ciò che riguarda l'Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dei paramenti, arredi, vasi sacri, affinché collegati in modo organico e ordinato fra loro, alimentino lo stupore per il mistero di Dio, manifestino l'unità della fede e rafforzino la devozione"; potremmo commentarlo con un passaggio della sequenza Lauda Sion: Quantum potes tantum aude: quia maior omni laude, nec laudare sufficit.
A questo punto si può affermare che il sacro si fa presente in una bellezza 'normativa' (rito = ordo) a cui bisogna prestare servizio; cioè i ministri possono solo amministrarla, servirla, non fare da padroni, a tutto vantaggio della cattolicità del culto; qui l'ordo del rito diventa ethos. Giustamente la liturgia è basata sul dogma e non su opinioni teologiche: cosa garantita dall'ordo.
Questa sovra-struttura, per dir così, la 'nobile semplicità' della liturgia, si può eliminare in nome dell'adattamento? O piuttosto vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture, significa eliminare nel rito, nella musica e nell'arte, il profano e il desacralizzante, perché favoriscono il disordine, lo spontaneismo, la creatività e persino l'immoralità?
Proprio san Francesco raccomanda il massimo rispetto del Sacramento e che i calici, i corporali, gli ornamenti dell'altare e tutto ciò che serve al sacrificio, debbano averli di materia preziosa (cfr Fonti Francescane, Prima lettera ai custodi, 241,3); prescrive che il Santissimo Sacramento sia posto e custodito in luogo prezioso (4) e quelli che non lo faranno dovranno rendere ragione davanti al Signore nel giorno del giudizio (Lettera a tutti i chierici, 14).
Se, come ha affermato Benedetto XVI, nella liturgia assistiamo a deformazioni al limite del sopportabile, bisogna ammettere che ciò è divenuto possibile perché, dopo il Concilio Vaticano II, siamo passati da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù (cfr. Civiltà Cattolica, Editoriale 20.12.2003).
Iscriviti a:
Post (Atom)



.bmp)




