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giovedì 12 febbraio 2015

sinodo per la Famiglia o contro?

«TEOREMA KASPER», UN ALTRO LIBRO LO DEMOLISCE. MENTRE NESSUNO PORTA ARGOMENTI SOLIDI A SUA DIFESA




Si tiene stasera all’Università Francisco de  Vitoria di Madrid la presentazione del libro Eucaristía y divorcio: ¿Hacia un cambio de doctrina? Ensayo sobre la fecundidad de la enseñanza cristiana (Eucaristia e divorzio: verso un cambiamento della dottrina? Saggio sulla fecondità dell’insegnamento cristiano), pubblicato dalla BAC (Biblioteca de Autores Cristianos) una delle più grandi editrici cattoliche in lingua spagnola, scritto da padre José Granados García, religioso dei Discepoli dei Cuori di Gesù e Maria.
Granados, una laurea in ingegneria elettronica alle spalle, è oggi vice preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede (nel corso dei suo studi è stato allievo sia del cardinale Gerhard Ludwig Müller, che del gesuita Luis Ladaria, ovvero il numero 1 e il numero 2 della Congregazione per la Dottrina della Fede).

Il libro, come suggerisce il titolo, è una spiegazione della dottrina di sempre sul matrimonio cristiano, della sua indissolubilità e della relativa impossibilità della comunione per i divorziati risposati. E’ un’ampia confutazione delle tesi e delle proposte avanzate dal cardinale Kasper e poi riprese da altri all’ultimo Sinodo sulla famiglia.

Il libro si inserisce in una serie nutrita di pubblicazioni uscite nell’arco di soli sei, sette mesi, per confutare il cosiddetto teorema Kasper. Per citare soli le più note: Permanere nella verità di Cristo, il libro dei cinque cardinali uscito proco prima del Sinodo, il saggio uscito sulla rivista Nova et Vetera firmato da otto teologi di punta statunitensi, l’intervento sulla rivista Communio del cardinali Scola e Ouellet, Il Vangelo della famiglia nel dibattito sinodale. Oltre la proposta del cardinale Kasper scritto dal filosofo Stephan Kampowski e dal teologo Juan José Pérez-Soba.

Quello che non può non colpire è che, a fronte di una produzione copiosa e di alto livello scientifico – che indaga la questione alla luce del Magistero bimillenario, della storia della Chiesa, della patristica e dell’esegesi neotestamentaria – dalla parte dei sostenitori della tesi associata al nome di Kasper si è registrato il silenzio. Non un titolo o un saggio di spessore appunto accademico che abbia cercato di dimostrare la fondatezza scritturistica, patristica, teologica della proposta della comunione ai divorziati e risposati, se non meditazioni e riflessioni incentrate su un concetto soggettivistico di “misericordia”, usato come jolly etico-teologico. 
L’unico libro organico, con pretese di scientificità, a cui ha fatto riferimento Kasper, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva di Giovanni Cereti, uscito in prima edizione nel 1977, sarebbe rimasto nel dimenticatoio se non fosse stato rilanciato dal cardinale tedesco, essendo stato considerato dagli specialisti fragile e pretestuoso. Ha avuto buon gioco a demolirlo, recentemente, anche il decano degli storici della Chiesa, il cardinale Walter Brandmüller. 

http://www.iltimone.org/32713,News.html

giovedì 10 aprile 2014

"pecca fortiter sed crede fortius"

Card. Brandmüller. Divorziati risposati, così nella Chiesa primitiva



se è vero che i divorziati risposati, persistendo nella vita di peccato, fanno parte della Chiesa cioè Comunione dei Santi, a pari merito con chi è in Grazia di Dio allora:

1- il peccato di adulterio non esiste più
2- non ha più alcun valore il Matrimonio Sacramento, legame a vita, tanto vale convivere
3- non ha più senso cercare la vita di santità, siamo tutti santi, basta che crediamo di essere salvi, Gesù ci ha salvati già tutti, possiamo peccare tranquillamente in vari modi e gravità, alla fine tutto sarà perdonato senza sforzi personali di non peccare, o di seguire virtù;
4- non c'è più alcuna differenza tra santo e peccatore, vita di Grazia e vita di peccato ....

..... e così via (via libera a tutti i comportamenti immaginabili: oggi comanda l'immaginazione)



La questione sollevata dal card. Kasper nel recente concistoro - che si fa portavoce con l'avallo sembrerebbe del papa, delle spinte antropocentriche innescate nella teologia e nell'ecclesiologia negli anni post-conciliari - si riproporrà fino all'ottobre prossimo, quando si terrà la sessione conclusiva del Sinodo dei vescovi.
Proponiamo una delle rare voci di dissenso, insieme a quelle già note del card. Caffarra [qui] e di Mons. Negri [qui]. Il testo  che segue, del card. Walter Brandmüller, del quale avevamo raccolto qui le dichiarazioni alla stampa è tratto da Avvenire. Esso stigmatizza i segnali inquietanti di disonesta esegesi offerti dall'opera di Giovanni Cereti, citata nella piattaforma di partenza della discussione lanciata da Kasper, a sua volta innescata dalla deliberazione dell'episcopato germanico.
Per una maggior visione d'insieme, inseriamo anche alcuni link: Il recente esaustivo excursus di Sandro Magister [qui]; l'informazione di Marco Tosatti [qui]; un'analisi di De Mattei [qui]; quella di Gnocchi e Palmaro [qui]; alcune nostre notazioni [qui] e [qui].



In previsione del prossimo Sinodo dei vescovi, la discussione sulla posizione dei divorziati risposati all’interno della comunità della Chiesa ha acquistato nuova urgenza. In tale contesto vengono citate una serie di testimonianze dell’era patristica che deporrebbero a favore di una ammissione di questo gruppo di persone all’Eucaristia. Ciò avviene soprattutto in un’opera di Giovanni Cereti, un sacerdote della diocesi di Genova che ha studiato patristica e teologia ecumenica e continua tutt’oggi a lavorare in questi campi.

Con il suo libro Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, del 1977 (riedito da Aracne nel 2013), Cereti intende perseguire un interesse ecumenico e pastorale: il riconoscimento delle seconde nozze dei divorziati da parte della Chiesa e il loro accesso alla comunione eucaristica. Egli ritiene che ciò sia stato una prassi già nella Chiesa primitiva. Pare che la riedizione del 2013 da parte di Aracne del volume sia stata intrapresa proprio in occasione del Sinodo dei vescovi, che si terrà in Vaticano nell’ottobre del 2014.

La tesi di fondo di Cereti è tuttavia insostenibile. Sebbene alcuni Padri abbiano manifestato una certa tolleranza in riferimento a singole situazioni difficili, né nell’Occidente, né nell’Oriente si può però parlare di un regolare riconoscimento delle seconde nozze dopo il divorzio e di una ammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati. Nonostante gli Ortodossi riconoscano oggi un secondo e un terzo matrimonio di penitenza, si deve tener presente che nella Chiesa primitiva la possibilità di accedere a nuove nozze si verificava unicamente per i vedovi e non nel caso del matrimonio dopo un divorzio.

Cereti chiede molto suggestivamente che lo sguardo sulla Chiesa primitiva si liberi dalla severa prassi odierna, la quale non consente una riammissione dei divorziati risposati all’eucaristia. Nella Chiesa primitiva si parlava spesso di seconde e terze nozze e, secondo Cereti, con ciò si intendevano le nozze dopo un precedente divorzio. Certamente, è davvero necessario liberarsi della visione odierna nel guardare all’antichità: dobbiamo però stare bene attenti a non proiettare sulla Chiesa primitiva la disinvoltura con la quale la società odierna accetta il divorzio e le seconde nozze. Già l’antichità precristiana trattava il divorzio e le seconde nozze in modo molto restrittivo. Non si può assolutamente parlare nell’epoca dei Padri di una prassi generale di divorzio e di nuove nozze.

Un secondo matrimonio simultaneo, cioè contratto mentre era in vita il primo coniuge, veniva considerato come un adulterio perpetuo e mai era preso in considerazione come una scelta cristiana. Non risulta nessuna iniziativa dei Padri per regolare pastoralmente un tale matrimonio. Solo la separazione poteva essere, eventualmente, permessa. Quando invece nei testi ecclesiastici si parla di seconde, terze o quarte nozze, si intendono le nozze dei vedovi. Se ne parlava perché erano permesse, ma non viste di buon occhio. Dove i Padri o i Sinodi parlano di un divorzio permesso o addirittura dovuto, Cereti ne deduce inoltre il diritto di risposarsi mentre il coniuge è ancora in vita, ma da nessuna parte esiste una prova di ciò. Divorzio e seconde nozze sono due realtà completamente distinte. La separazione e l’adulterio venivano sanzionati e non si poteva affatto parlare di un permesso per un secondo matrimonio contratto durante la vita del primo coniuge.

Cereti ritiene che i Sinodi del quarto secolo, che riammettevano nella Chiesa i digamoi (coloro che contraevano un secondo matrimonio) dopo un periodo di penitenza, intendevano con ciò sia il caso delle seconde nozze simultanee (un secondo matrimonio mentre il primo coniuge è in vita) che di quelle successive (un secondo matrimonio dopo la morte del primo coniuge). In tal senso anche i divorziati risposati avrebbero potuto essere ammessi all’Eucaristia. Addirittura il Concilio ecumenico di Nicea (can. 8) lo avrebbe considerato un’ovvietà. In realtà, in nessun Padre della Chiesa si può trovare un riferimento alla parola digamoi nel senso di un’equiparazione tra le seconde nozze simultanee e quelle successive dei vedovi.

A maggior ragione nessun testo sinodale, che di per sé esigeva chiarezza giuridica, avrebbe mai potuto intendere con digamoi sia le seconde nozze simultanee che quelle successive. Con ciò si sarebbero messe sullo stesso livello le seconde nozze simultanee, che risultano sempre da un adulterio, con le seconde nozze successive dei vedovi, che venivano considerate dalla maggioranza dei Padri come indesiderate, ma non peccaminose.

A favore di una simile interpretazione del termine digamoi da parte dei Sinodi depone anche il canone 19 del Sinodo di Ancira (314), il quale prevedeva che chi infrange il voto di verginità doveva sottoporsi alla disciplina (penitenziale) dei digamoi. Infine, il Sinodo di Laodicea, nella seconda metà del quarto secolo, disponeva che ai digamoi che avessero celebrato un secondo matrimonio in modo libero e formale, e non in segreto, venisse imposto solo un breve tempo di penitenza.

Ma anche qui si tratta dei digamoi nel senso delle seconde nozze dei vedovi. Come risulta da quanto sinteticamente sopra esposto (ma criticamente documentato in modo più ampio e adeguato in altra sede: cfr. W. Brandmüller, Den Vätern ging es um die Witwen, “Die Tagespost”, 27 febbraio 2014, p. 7; H. Crouzel, S.J., L’Église primitive face au divorce: du premier au cinquième siècle, Paris 1971; G. Pelland, S.J., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, in: Congregazione per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi, LEV, Città del Vaticano 2010, pp. 99-131), un’interpretazione dei testi che voglia seguire correttamente le esigenze del metodo storico-critico, non permette di trarre le conclusioni alle quali Cereti arriva. Inoltre non pare superfluo ricordare che solo un consensus Patrum, un insegnamento consensuale dei Padri – e non una scelta arbitraria di testi – può pretendere di possedere autorità dottrinale e quindi avere valore probante in vista di una nuova prassi pastorale. Va infine ricordato che lo Spirito guida la Chiesa nella verità tutta intera (cfr.Gv 16,13). Ciò comporta che la Chiesa avanza in una comprensione sempre più approfondita della verità. Poiché d’altra parte lo Spirito Santo nel percorso della storia non può contraddirsi, ogni successiva acquisizione non può contraddire le precedenti.
Walter Brandmüller
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