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mercoledì 6 aprile 2016

festeggiare il prostestantesimo????

«Nessun motivo per festeggiare la Riforma»
 




        
Claudio Geymonat

 
Il nuovo libro del cardinale Müller entra a piedi uniti sulle imminenti celebrazioni per i 500 anni dalle 95 tesi di Lutero
 
 
«Noi cattolici non abbiamo alcun motivo per festeggiare il 31 ottobre 1517,
la data considerata l’inizio della Riforma che portò allo scisma della cristianità occidentale». Ha il pregio di non usare giri di parole il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione della Fede, per sintetizzare il proprio pensiero sulle imminenti celebrazioni del cinquecentenario dell’affissione delle 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg da parte di Martin Lutero, che con Müller condivide la terra d’origine, e null’altro evidentemente.
 
Nella sua ultima fatica letteraria appena pubblicata, “Rapporto sulla speranza”,
il cardinale renano, già presidente della commissione ecumenica ai tempi della conferenza episcopale tedesca, dedica spazio a riflessioni sull’impatto avuto dalla Riforma sul cristianesimo del 1500, cattolicesimo in particolare, con conclusioni che però paiono assai distanti da quelle, ad esempio, di papa Francesco, solo per citare le ultime in ordine di tempo e forse le più significative.
 
«La protestantizzazione della Chiesa cattolica basata su una visione secolare priva di riferimenti alla trascendenza non solo non ci può riconciliare coi protestanti, ma ci impedisce anche di penetrare il mistero di Cristo, perché è in Lui che siamo depositari di una rivelazione soprannaturale cui tutti noi dobbiamo obbedienza dell’intelletto e della volontà». E’ il relativismo, la secolarizzazione il primo male che secondo Müller segna un solco difficilmente colmabile fra le parti in causa.
 
«Se siamo realmente convinti che la rivelazione divina viene preservata integra e immutata tramite la Scrittura e la Tradizione e nella dottrina della fede, nei sacramenti, nella struttura gerarchica della Chiesa basata sul diritto divino, fondata sul sacramento degli ordini sacri, non possiamo ammettere che esistano ragioni valide per separarsi dalla Chiesa».
 
Dichiarazioni forti che paiono in contraddizione con molti segnali che giungono da oltre Tevere, come dimostra la risoluta volontà di Bergoglio di recarsi a Lund in Svezia il 31 ottobre di quest’anno per presenziare all’apertura dell’anno consacrato alla Riforma. In Germania celebrazioni, dibattiti, tavole rotonde si sono aperte già con l’inizio del 2016, e le parole del cardinale non mancheranno di fare rumore una volta tradotte, dal momento che Il libro è stato pubblicato per ora solo in Spagna, ma sono imminenti le versioni nelle altre lingue, fra cui l’italiano.
 
Gli anni post Concilio vaticano II hanno visto compiere degli impensabili balzi in avanti sul sentiero stretto del dialogo, del reciproco riconoscimento, dell’ecumenismo insomma.
 
Il 17 giugno 2013 è stato pubblicato il documento “Dal conflitto alla comunione. La commemorazione comune luterana-cattolica della riforma nel 2017” che già dal titolo rende evidente lo spirito che ha animato la commissione congiunta, che ha lavorato a fondo per redigere un ampio testo che ha il pregio di non nascondere le cause delle differenze teologiche esistenti, ma che preferisce comunque insistere con tenacia sulla strada del confronto, dell’ecumenismo quale inevitabile processo di crescita comune, come ricordato fin dalle prime righe:
 
«Nel 2017 i cristiani luterani e cattolici commemoreranno congiuntamente il quinto centenario dell’inizio della Riforma. Oggi tra luterani e cattolici stanno crescendo la comprensione, la collaborazione e il rispetto reciproci. Gli uni e gli altri sono giunti a riconoscere che ciò che li unisce è più di ciò che li divide: innanzitutto la fede comune nel Dio uno e trino e la rivelazione in Gesù Cristo, come pure il riconoscimento delle verità fondamentali della dottrina della giustificazione».
 
Non vengono qui taciuti i motivi che hanno portato a dolorose fratture e incomunicabilità, ma si vuole andare oltre: «il conflitto del XVI secolo è finito» e vengono proposti cinque imperativi ecumenici considerati ineludibili alla luce del 2017; il primo di questi «cattolici e luterani dovrebbero sempre partire dalla prospettiva dell’unità e non dal punto di vista della divisione, al fine di rafforzare ciò che hanno in comune, anche se è più facile scorgere e sperimentare le differenze» segna la via da seguire, la strada maestra della parola e dell’ascolto.
 
Le affermazioni del cardinale mostrano come il dialogo sia un fiore da innaffiare sempre con cura per evitare rapidi appassimenti, tanto rapidi quanto lenta e delicata ne è la crescita.

venerdì 27 marzo 2015

lettera a papa Francesco

Caro Sinodo .... 500 preti di Inghilterra e Galles sul matrimonio "mantenere unità di prassi e dottrina"




Il settimanale inglese Catholic Herald lancia una notizia che non ho visto riportata da nessuno in Italia. Eppure dire che il 10% dei preti di una Conferenza Episcopale Nazionale ha messo il proprio nome in pubblico sottoscrivendo un appello a mantenere l'attuale insegnamento sull'indissolubilità matrimoniale (dottrina e prassi insieme), fondato sulla Parola di Dio e sul magistero della Chiesa, non è cosa da poco. Ricordo infatti che i sacerdoti Cattolici in Inghilterra e Galles sono poco più di 5 mila. Ma non è strano che proprio loro prendano l'iniziativa: è a causa di un divorzio (quello di Enrico VIII che voleva risposarsi) che la Chiesa inglese ha perso la sua unità con Roma nel 1534 e ha visto poi tante persecuzioni e martiri del calibro di San John Fisher e Tommaso Moro, oltre che innumerevoli preti e laici rimasti fedeli fino alla morte. Ecco una sommaria traduzione di quanto trovate qui




Quasi 500 sacerdoti in Inghilterra e Galles esortano il prossimo Sinodo di ottobre a mantenersi saldo sulle posizioni tradizionali a proposito della Comunione per i divorziati risposati.

Per questi preti la dottrina e la prassi devono "restare saldamente e inseparabilmente in armonia".

Hanno firmato tutti insieme una lettera invitando i partecipanti al Sinodo famiglia di quest'anno a dare un "annuncio chiaro e fermo"di sostegno a ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio. Nella lettera, pubblicata sul Catholic Herald di questa settimana, i preti scrivono: "Come sacerdoti cattolici vogliamo riaffermare la nostra fedeltà incrollabile all'insegnamento tradizionale riguardo il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni". Già il Sinodo straordinario dello scorso anno ha provocato un acceso dibattito sulla questione se ai cattolici divorziati e risposati dovrebbe esser consentito ricevere la Santa Comunione - una proposta presentata dall'ultraottantenne cardinale tedesco Walter Kasper.

In quello che pare essere un passo senza precedenti, 461 sacerdoti d'Inghilterra e Galles si sono uniti insieme per sollecitare i partecipanti sinodali a respingere la proposta. Scrivono: "Noi affermiamo l'importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che dottrina e la prassi rimangono saldamente e inseparabilmente in armonia".

Un firmatario, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato "C'è stata non poca pressione a non firmare la lettera; in effetti un certo grado di intimidazione da parte di alcuni uomini di Chiesa di alto livello".

Un altro, che ha chiesto anch'egli di non essere nominato, ha detto che la questione della comunione ai risposati è "una questione di interesse pastorale e fedeltà al Vangelo". Ha detto: "Misericordia richiede sia amore che verità. C'è molto in gioco. Non tutti i preti si sentono a proprio agio nell'esprimersi in una lettera aperta, ma sarei molto preoccupato se ci fossero sacerdoti in disaccordo con i sentimenti che questa lettera contiene".

"La lettera invita alla fedeltà alla dottrina cattolica, e richiede che la prassi pastorale rimanga 'inseparabilmente in sintonia' con ciò che è creduto.

I sacerdoti affermano che vogliono rimanere nell'impegno ad aiutare "quelli che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata", ma fanno capire che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli non vengono adeguatamente supportate o incoraggiate.

Firmatari notevoli della lettera includono teologi come  p. Aidan Nichols e don John Saward, e il fisico di Oxford p. Andrew Pinsent. Hanno inoltre firmato la lettera p. Robert Billing, portavoce della diocesi di Lancaster, P. Tim Finigan, blogger e pubblicista per il Catholic Herald, e don Julian Large, prevosto del London Oratory.

I sacerdoti concludono la missiva invitando tutti i partecipanti al prossimo Sinodo "a fare un annuncio chiaro e fermo dell'insegnamento morale non mutevole della Chiesa, in modo che la confusione possa essere allontanata e la fede confermata."

Parlando di recente in occasione della presentazione del suo nuovo libro: Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell'amore, il Cardinal Kasper ha detto che i cattolici dovrebbero far conoscere ai vescovi le loro speranze e le preoccupazioni per il Sinodo. Ma è ancor più importante che preghino affinché lo Spirito Santo guidi le decisioni dei vescovi. Il cardinale ha detto: "Tutti dovremmo pregare perché c’è una battaglia in corso. Si spera che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, con una larga maggioranza, che non sia una rottura con la tradizione, ma una dottrina che sia uno sviluppo della tradizione".

IL TESTO della Lettera dei 500 preti (vedi l'originale e tutte le firme qui)

Dopo il Sinodo straordinario dei Vescovi a Roma nell'ottobre 2014 è sorta parecchia confusione relativamente all'insegnamento morale cattolico. In questa situazione vogliamo, come sacerdoti cattolici, riaffermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali concernenti il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondate sulla Parola di Dio e insegnate dal Magistero della Chiesa per due millenni. Ci impegniamo nuovamente nel compito di presentare questo insegnamento in tutta la sua pienezza, e nello stesso tempo a raggiungere con la misericordia del Signore coloro che lottano per rispondere alle esigenze e alle sfide del Vangelo in una società sempre più secolarizzata. Inoltre affermiamo l'importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti e che l'insegnamento dottrinale e la prassi pastorale rimangano saldamente e inseparabilmente in armonia. Esortiamo tutti coloro che parteciperanno al secondo Sinodo di ottobre 2015 a proclamare con chiarezza e fermezza l'insegnamento morale non mutevole della Chiesa, in modo che la confusione possa essere allontanata e la fede confermata.
Seguono le firme dei sacerdoti

Fonte; leggi anche questo approfondimento su Voice of the Family

Qui il comunicato stampa in inglese che presenta la lettera

Chi volesse riprendere la lettera o far giungere il suo sostegno ad essa è invitato dal comitato organizzatore inglese a scrivere segnalando la cosa a:

S.Em. Lorenzo Cardinal Baldisseri
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
Palazzo del Bramante
Via della Conciliazione, 34
00193 Roma

S. Em. Gerhard Ludwig Cardinal Müller
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Piazza del S. Uffizio, 11
00193 Roma
email: cdf@cfaith.va

Testo preso da: Caro Sinodo.... 500 preti di Inghilterra e Galles sul matrimonio "mantenere unità di prassi e dottrina" http://www.cantualeantonianum.com/2015/03/caro-sinodo-500-preti-di-inghilterra-e.html#ixzz3VcdU7utO
http://www.cantualeantonianum.com 

venerdì 27 febbraio 2015

giallo in Vaticano

Un libro censurato, cardinali furiosi e sospetti Un giallo scuote il Sinodo sulla famiglia
di Lorenzo Bertocchi



I gialli appassionano. Pochi giorni fa avevamo raccontato il capitolo italiano della vicenda (clicca qui), ora ne arriva un altro da oltreoceano. A narrarlo è il giornalista Edward Pentin su newsmax.com. Ricapitoliamo. C'è un libro - Permanere nella Verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa Cattolica - che riporta gli interventi di alcuni studiosi e cinque cardinali, tra cui il prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, cardinale Gerhard Ludwig Müller. L'accusa al libro sarebbe quella di fare la fronda, anzi, secondo quanto ha scritto lo storico Alberto Melloni sul Corriere Fiorentino, si tratterebbe di un vero e proprio “complotto” (con «la copertura del cardinale Muller») contro il papa e contro il Sinodo. L'obiettivo dei cospiratori, quindi, sarebbe stato quello di voler impedire la discussione rispetto ad alcuni temi (in particolare l'accesso all'eucaristia ai divorziati risposati), introdotti dalla famigerata relazione del cardinale Kasper al Concistoro del febbraio 2014.

In Italia l'accusa si è allargata anche all'editore, Cantagalli, reo di aver fatto da basista per il gruppo di “cospiratori”. Le pressioni all'imprenditore senese sono state fatte eccome, soprattutto al momento dell'uscita del libro, anche con telefonate di giornalisti zelanti che intimavano di non prestarsi all'“operazione”. La domanda, allora, sorge spontanea: il Sinodo doveva essere una ratifica delle tesi del cardinale Kasper, oppure un confronto franco e aperto? Ma, andiamo avanti. Lo stesso testo è stato pubblicato, praticamente in contemporanea, negli Stati Uniti, grazie all'Ignatius Press diretta dal gesuita P. Joseph Fessio. Ebbene questo testo in lingua inglese, secondo quanto riporta Edward Pentin, è stato inviato a tutti i padri sinodali nell'aula Paolo VI mentre l'incontro era in corso. «Fonti affidabili e di alto livello», informa Pentin, «sostengono che il Segretario Generale del Sinodo, cardinale Lorenzo Baldisseri, ordinò di intercettare i libri perché avrebbero “interferito con il Sinodo». 

Se le fonti «affidabili e di alto livello» sono attendibili, sarebbe interessante capire come il libro avrebbe potuto interferire con la discussione al Sinodo. Che significa? Inoltre, quale dovrebbe essere il ruolo del Segretario Generale del Sinodo: coordinare o pilotare i lavori? La fonte citata dal giornalista americano avrebbe confidato che il cardinale Baldisseri era «furioso», e così avrebbe ordinato al personale preposto di non far arrivare i libri in aula. Chi ha spedito i libri dice di averlo fatto secondo i consueti canali degli uffici postali italiani e vaticani, mentre la Segreteria del Sinodo avrebbe affermato che la spedizione aveva delle «irregolarità», senza il passaggio agli uffici postali vaticani. Per questo sarebbero stati intercettati. Alcuni libri però sono regolarmente arrivati. Quindi, delle due l'una, o la spedizione era irregolare solo in parte, oppure l'intercettazione non è avvenuta perfettamente.

Le copie intercettate non si sa dove siano finite, qualcuno dice distrutte. Pentin a dicembre ha chiesto conto di queste voci al portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ricevendo come risposta che «non ne sapeva nulla», aggiungendo che, a suo parere, le fonti non erano «serie ed obiettive». Però «da allora», conclude Pentin, «le accuse sono diventate più conosciute e corroborate ai più alti livelli della Chiesa». Questi i fatti riportati dal vaticanista americano. Come dicevamo in apertura i gialli appassionano, così qualche indagine l'abbiamo fatta anche noi, e abbiamo trovato più conferme che smentite. Inoltre, se due indizi fanno una prova, dobbiamo ammettere che i mal di pancia sollevati dall'edizione italiana del libro, fanno il paio con queste operazioni di “intercettazione” postale. Quel libro, l'avevamo già scritto, non s'aveva da fare.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-un-libro-censurato-cardinali-furiosi-e-sospetti-un-giallo-scuote-il-sinodo-sulla-famiglia-11923.htm

giovedì 12 febbraio 2015

sinodo per la Famiglia o contro?

«TEOREMA KASPER», UN ALTRO LIBRO LO DEMOLISCE. MENTRE NESSUNO PORTA ARGOMENTI SOLIDI A SUA DIFESA




Si tiene stasera all’Università Francisco de  Vitoria di Madrid la presentazione del libro Eucaristía y divorcio: ¿Hacia un cambio de doctrina? Ensayo sobre la fecundidad de la enseñanza cristiana (Eucaristia e divorzio: verso un cambiamento della dottrina? Saggio sulla fecondità dell’insegnamento cristiano), pubblicato dalla BAC (Biblioteca de Autores Cristianos) una delle più grandi editrici cattoliche in lingua spagnola, scritto da padre José Granados García, religioso dei Discepoli dei Cuori di Gesù e Maria.
Granados, una laurea in ingegneria elettronica alle spalle, è oggi vice preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede (nel corso dei suo studi è stato allievo sia del cardinale Gerhard Ludwig Müller, che del gesuita Luis Ladaria, ovvero il numero 1 e il numero 2 della Congregazione per la Dottrina della Fede).

Il libro, come suggerisce il titolo, è una spiegazione della dottrina di sempre sul matrimonio cristiano, della sua indissolubilità e della relativa impossibilità della comunione per i divorziati risposati. E’ un’ampia confutazione delle tesi e delle proposte avanzate dal cardinale Kasper e poi riprese da altri all’ultimo Sinodo sulla famiglia.

Il libro si inserisce in una serie nutrita di pubblicazioni uscite nell’arco di soli sei, sette mesi, per confutare il cosiddetto teorema Kasper. Per citare soli le più note: Permanere nella verità di Cristo, il libro dei cinque cardinali uscito proco prima del Sinodo, il saggio uscito sulla rivista Nova et Vetera firmato da otto teologi di punta statunitensi, l’intervento sulla rivista Communio del cardinali Scola e Ouellet, Il Vangelo della famiglia nel dibattito sinodale. Oltre la proposta del cardinale Kasper scritto dal filosofo Stephan Kampowski e dal teologo Juan José Pérez-Soba.

Quello che non può non colpire è che, a fronte di una produzione copiosa e di alto livello scientifico – che indaga la questione alla luce del Magistero bimillenario, della storia della Chiesa, della patristica e dell’esegesi neotestamentaria – dalla parte dei sostenitori della tesi associata al nome di Kasper si è registrato il silenzio. Non un titolo o un saggio di spessore appunto accademico che abbia cercato di dimostrare la fondatezza scritturistica, patristica, teologica della proposta della comunione ai divorziati e risposati, se non meditazioni e riflessioni incentrate su un concetto soggettivistico di “misericordia”, usato come jolly etico-teologico. 
L’unico libro organico, con pretese di scientificità, a cui ha fatto riferimento Kasper, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva di Giovanni Cereti, uscito in prima edizione nel 1977, sarebbe rimasto nel dimenticatoio se non fosse stato rilanciato dal cardinale tedesco, essendo stato considerato dagli specialisti fragile e pretestuoso. Ha avuto buon gioco a demolirlo, recentemente, anche il decano degli storici della Chiesa, il cardinale Walter Brandmüller. 

http://www.iltimone.org/32713,News.html

sabato 8 febbraio 2014

cancellare la Humanae Vitae!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

L'ipotesi folle di una Chiesa che insegue i sondaggi
di Massimo Introvigne



C’è una certa confusione a proposito dei questionari inviati dalla Santa Sede agli episcopati nazionali in vista della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014. Sembra che alcuni episcopati abbiano fornito risposte di carattere dottrinale. Altri, come quello tedesco e austriaco, hanno consultato i fedeli con metodi che – a prima vista – sembrerebbero piuttosto aneddotici. Da sociologo, nutro seri dubbi sulla rappresentatività del campione. Se si è passati dalle parrocchie e dai consigli pastorali, ovviamente si sono ricavate le opinioni dei parroci – forse anche di qualche vescovo – e di quei gruppi «autoreferenziali» che occupano tante comunità parrocchiali con le loro interminabili riunioni, e di cui Papa Francesco come si sa non parla tanto bene.

Almeno i vescovi svizzeri si sono rivolti ai sociologi, precisamente all’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo, il quale dovrebbe avere costruito un campione credibile, ancorché ci spieghi che ha selezionato «laici impegnati nella vita ecclesiale», anche qui dunque con il rischio di trascurare chi non partecipa ai gruppi parrocchiali ma non è per questo meno cattolico. I sociologi di San Gallo non hanno finito il loro lavoro, ma hanno riferito alla Radio Vaticana che il 97% dei cattolici svizzeri usa gli anticoncezionali, il 60% non vede niente di male nelle unioni omosessuali e vorrebbe perfino che la Chiesa le «benedicesse», una salda maggioranza è favorevole al divorzio e ai rapporti prematrimoniali e si comporta di conseguenza. Com’è noto, dalla Germania e dall’Austria sono venuti risultati analoghi, ancorché non certificati dai sociologi.

Si tratta di capire come interpretare questi dati. Se dobbiamo fidarci non delle interpretazioni dei vescovi austriaci o tedeschi, ma di quello che c’è scritto nel documento preparatorio inviato alle diocesi e accompagnato dal questionario, le domande non sono una sorta di referendum volto a cambiare la dottrina ma una rilevazione di taglio, appunto, sociologico su come si comportano i cattolici.

Che i cattolici non si comportino da cattolici non è una gran novità. La sociologia distingue – l’espressione è della studiosa inglese Grace Davie – tre dimensioni della religione, le tre B: «believing» (credere), «belonging» (praticare) e «behaving» (comportarsi). I sociologi sanno da anni che coloro che dicono di credere in Dio, e in Europa anche in Gesù Cristo, sono molti di più di quelli che vanno in chiesa. E che quelli che seguono l’insegnamento morale della loro religione sono molti di meno di quelli che frequentano le chiese. Ne ricavano che – anche in Europa – quando si parla di secolarizzazione bisogna distinguere: c’è poca secolarizzazione quanto al credere – gli atei rimangono una piccola minoranza, che non cresce –, una rilevante secolarizzazione nella pratica – anche con un concetto ampio di praticante, può essere considerato tale solo un europeo su cinque –, e una secolarizzazione ampiamente maggioritaria nei comportamenti, nel senso che solo una piccola frazione della popolazione segue l’insegnamento morale delle Chiese e comunità di appartenenza.

I sondaggi – diversamente effettuati nelle diverse nazioni – confermano quindi un quadro già noto. Non sono stati diffusi dati italiani, ma il fatto che il nostro sia il Paese del mondo dove nasce il minor numero di bambini, anche se l’ottanta per cento dei nostri connazionali si dice cattolico, certamente suggerisce un atteggiamento sugli anticoncezionali non tanto diverso da quello svizzero.

Però… c’è un però. Il questionario è stato diffuso in preparazione a un sinodo sulla famiglia. Ma le grandi inchieste dei sociologi – come la periodica Indagine europea sui valori (EVS) – non si occupano solo di morale sessuale e familiare, e del resto i comandamenti sono dieci. Incrociando i dati della EVS sui valori e sulla fede religiosa, e tenendo conto anche di altre indagini, scopriamo per esempio che in Germania, in Svizzera e in Austria una salda maggioranza della popolazione ritiene che gli immigrati siano troppi, si comportino male e non debbano godere degli stessi diritti dei cittadini. In diversi Paesi – tra cui l’Italia – il numero di cittadini che giustifica l’evasione fiscale, e dichiara che la pratica o la praticherebbe se solo non temesse di essere scoperta, è così alto da far concludere che è impossibile che non ne faccia parte un buon numero di cattolici praticanti.

Ci sono poi altri studi – alcuni, in Italia, li ho diretti io – che si occupano di credenze. È vero che la grande maggioranza degli italiani (93%) si dichiara credente, ma si tratta di vedere in che cosa crede. In Italia percentuali significative di persone che pure si dichiarano cattoliche non credono alla divinità di Gesù Cristo, non credono che la Resurrezione sia un evento storico realmente accaduto, non credono all’esistenza dell’Inferno e del diavolo e non credono che la Chiesa Cattolica sia un’istituzione voluta da Dio e divinamente assistita. Queste percentuali di «non credenti selettivi» per alcune verità della fede diventano maggioritarie fra i giovani dai 15 e i 29 anni. Più di metà dei cattolici italiani non si confessa mai. In altri Paesi le cose vanno molto peggio, sia quanto alle credenze sia quanto alla confessione, frequentata in molte zone del Nord Europa e degli Stati Uniti da sparute minoranze.

Cito questi dati per far capire come – mentre ha un senso utilizzare lo strumento dei questionari per capire quanto è profonda la crisi del mondo cattolico contemporaneo – non ne ha nessuno prendere i risultati, anche ove siano attendibili, di queste ricerche come indicazioni su come la Chiesa potrebbe cambiare per adeguarsi al «mondo». Ovviamente, questo sarebbe anzitutto assurdo dal punto di vista teologico: la Chiesa non ha mai adeguato le sue dottrine ai sondaggi, con il rischio di cambiare opinione a ogni sondaggio come il Matteo Renzi della divertente caricatura di Crozza.

Se – come sembra che qualche vescovo voglia suggerire in Germania, Svizzera o Austria – il Sinodo dovesse cambiare le dottrine per adeguarle a quello che pensano i fedeli, dopo – o forse prima – di quello sulla famiglia urge un sinodo sull’immigrazione: non per studiare il bellissimo discorso di Papa Francesco a Lampedusa, ma per organizzare al più presto nelle parrocchie dell’Europa di lingua tedesca la distribuzione domenicale di randelli per bastonare gli immigrati, posto che  proprio dalle parti di Berlino, Zurigo o Vienna l’avversione agli immigrati è ancora più diffusa di quella alla dottrina morale della Chiesa.

Se non si crede ai sondaggi, si guardino i referendum: come quello svizzero del 2009 che ha introdotto, evidentemente non in segno di simpatia verso gli immigrati musulmani, un divieto costituzionale di costruire minareti. Se invece si crede ai sondaggi, si metta in programma anche un sinodo per concedere indulgenze agli evasori fiscali: sarebbe particolarmente gradito in Italia. Perché delle due l’una: se i sondaggi dove ciascuno protetto dall’anonimato confessa i suoi peccati o manifesta i suoi vizi sono la voce genuina del «popolo di Dio» allora bisogna seguirli su tutto. Perché la «vox populi» diventa «vox Dei» quando si esprime a favore dell’evasione dal dovere di fedeltà al coniuge e non quando si esprime a favore dell’evasione delle imposte?

Né una bizzarra Chiesa che costruisse la sua dottrina a colpi di sondaggi dovrebbe fermarsi alla morale. Inseguendo i sondaggi occorrerebbe abolire l’Inferno, i miracoli, la Resurrezione, la divinità di Gesù Cristo, la natura divina della Chiesa: tutte credenze impopolari. Dichiarare che tutte le religioni sono uguali, perché lo pensa la maggioranza delle persone. Consigliare a Papa Francesco di non perdere tempo a parlare tutte le settimane del diavolo, perché la grande maggioranza non ci crede. E di smetterla di mettere al centro del suo Magistero la confessione, perché tanto ci sono intere diocesi dove i cattolici che si confessano sono ridotti a quattro gatti.

Se i sociologi – all’improvviso – sono diventati interessanti, avrebbero anche un’altra piccola notazione da proporre. E cioè che adeguare la propria dottrina al pensiero unico dominante è il modo più sicuro per perdere fedeli e chiudere bottega. Lo spiegò già nel lontano 1972 in un libro diventato un classico delle scienze sociali, «Perché le Chiese conservatrici stanno crescendo», Dean M. Kelley (1927-1997), sociologo e dirigente del Consiglio Nazionale delle Chiese negli Stati Uniti. Kelley, che era personalmente un progressista, notò che le comunità protestanti che si erano schierate per l’aborto, i rapporti prematrimoniali e un atteggiamento tollerante sull’omosessualità stavano perdendo membri così rapidamente che rischiavano di chiudere i battenti, mentre crescevano in modo spettacolare gruppi «pro life» e «pro family» come i mormoni e i pentecostali.

I quarant’anni successivi hanno dato ragione a Kelley. Qualche ingenuo ecclesiastico pensava che conformandosi alle opinioni dominanti avrebbe riempito le chiese. Invece le ha svuotate. Perché per sentire quello che già dicono fino allo stordimento i giornali, le televisioni e Internet non c’è bisogno di andare in chiesa. Dalla Chiesa si vuole una testimonianza controcorrente: non si chiede che incoraggi i nostri vizi – per quello, tutte le mattine, ci sono già i grandi quotidiani – ma che ci faccia riflettere e cerchi di renderci uomini e donne migliori. Dunque una preghiera ai vescovi del Sinodo: studiate i sondaggi, ma – se non volete organizzare l’eutanasia delle vostre diocesi – evitate accuratamente di adattare la vostra predicazione alle opinioni che dai sondaggi emergono come maggioritarie. Immagino che vi stia a cuore la verità. Ma – immaginando per pura ipotesi fantastica e non credibile che a qualcuno di voi della verità importi poco o nulla – pensate al serio rischio di ritrovarvi, come tanti colleghi di comunità protestanti «liberal», senza fedeli e senza lavoro.


Obiettivo: cancellare la Humanae Vitae
di Matteo Matzuzzi



La grande maggioranza dei fedeli cattolici rifiuta l’insegnamento della Chiesa cattolica in materia di morale sessuale. E’ questa la sintesi delle prime risposte al questionario su famiglia e matrimonio inviato alle diocesi lo scorso novembre, in vista del Sinodo straordinario di ottobre. Una constatazione, a quanto emerge dai rapporti diffusi in questi giorni, che accomuna la Chiesa tedesca a quella svizzera e a quella austriaca. Dall’Italia, invece, ancora nessun dato preciso. Solo la comunicazione – fatta dal segretario generale ad interim della Cei, mons. Nunzio Galantino – che la consultazione «ha riscontrato risposta pronta e capillare».

Se la prima realtà ad aver diffuso i risultati è stata la Conferenza episcopale svizzera – che ha scelto di formulare un questionario più completo e complesso rispetto a quello presentato in Vaticano lo scorso autunno e che ha ottenuto almeno venticinquemila risposte, non solo da cattolici – il caso più significativo è quello della Germania. Il presidente dei vescovi locali, mons. Robert Zollitsch (in uscita a marzo), l’aveva annunciato: «Al Sinodo faremo sentire la nostra voce». E le premesse, scorrendo le diciotto pagine del rapporto, ci sono tutte. Se i cattolici tedeschi ritengono che il matrimonio debba essere stabile e felice, sul resto tutto deve cambiare. L’insegnamento del Magistero romano riguardo gender, unioni omosessuali, relazioni prematrimoniali, ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti viene «respinto espressamente».

Viste le risposte date al questionario, i vescovi della più ricca Conferenza episcopale europea auspicano che il Vaticano apra a «nuovi approcci riguardo la morale sessuale». La traccia, dopotutto, è già segnata: basta riprendere in mano il documento diffuso a ottobre dall’ufficio per la cura delle anime di Friburgo, che in nome della misericordia e sull’esempio della «seconda possibilità» concessa dalla Chiesa ortodossa, autorizzava a riaccostare ai sacramenti i divorziati risposati. Un’iniziativa che non era stata fermata neppure dopo l’intervento del prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il tedesco Gerhard Ludwig Müller, il quale aveva ricordato che iniziative del genere possono essere intraprese solamente da Roma. Ma Zollitsch (vescovo emerito di Friburgo e attuale amministratore diocesano) aveva rispedito al mittente il monito, anche perché altri prelati connazionali si erano nel frattempo posti sulla stessa scia, come il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga.

La questione è chiara, rileva il rapporto diffuso qualche giorno fa: «La maggior parte dei fedeli considera la morale sessuale cattolica lontana dalla vita» e auspica che si archivino i pregiudizi di carattere etico nei confronti di chi è andato incontro a «fallimenti nel campo della famiglia o del matrimonio». E’ anche una questione educativa, spiegano i vescovi tedeschi: «I giovani non capiscono più le argomentazioni della Chiesa su questi temi» ed è sempre più ampia «la distanza tra la dottrina e la pratica ecclesiale». Ecco perché bisogna ripensare anche l’approccio riguardo il controllo artificiale delle nascite, «che quasi tutti i rispondenti approvano», e l’atteggiamento riguardo gli omosessuali. In merito a questo punto, si legge nel dossier, «si registra una marcata tendenza ad accettare come atto di giustizia il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, che dovrebbero ricevere la benedizione da parte della Chiesa».

Si tratta di considerazioni che consentono all’episcopato guidato da mons. Zollitsch di puntare il dito contro l’Humanae Vitae di Paolo VI, da cui promana la dottrina cattolica in fatto di morale sessuale. Un testo che il vescovo di Treviri, mons. Stephan Ackermann, invita ad archiviare al più presto. Conversando con il quotidiano Rhein Main Presse, il presule ha infatti detto che «non potendo cambiare completamente la dottrina della Chiesa», è bene avviare un «cambiamento profondo della morale cattolica». Il che si traduce innanzitutto in un «adeguamento ai tempi correnti» dell’insegnamento della Chiesa – concetto pressoché identico a quello espresso nella sintesi illustrata dai vescovi belgi, dove si parla di  «adeguamento dei valori cristiani allo spirito dei tempi» – e in una riconsiderazione della questione omosessuale: «Non si può dire che sia qualcosa di innaturale».

Concetti talmente rivoluzionari che a stretto giro interveniva con un comunicato ufficiale che ha il sapore dell’altolà la diocesi di Ratisbona: «Tutte le questioni relative alla dottrina fondamentale della Chiesa non possono essere decise a livello diocesano o nazionale». Nient’altro  che la ripetizione di quanto aveva detto poco più di un mese fa il prefetto Müller nel tentativo di bloccare il documento di Friburgo sul riaccostamento dei divorziati risposati ai sacramenti.

E di famiglia e matrimonio ha parlato venerdì anche il Papa, incontrando i vescovi polacchi a conclusione della loro visita ad limina apostolorum: la famiglia – ha ribadito Francesco – «è la cellula fondamentale della società», mentre il matrimonio «è spesso considerato una forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno». Visione che – ha aggiunto Bergoglio – «purtroppo influisce anche sulla mentalità dei cristiani, causando una facilità nel ricorrere al divorzio o alla separazione di fatto». E’ necessario, dunque, «che i pastori si interroghino su come assistere coloro che vivono in questa situazione, affinché non si sentano esclusi dalla misericordia di Dio».

martedì 4 febbraio 2014

tu es sacerdos in aeternum

Il sacramento dell'ordine negli studi di Joseph Ratzinger

Oltre la crisi verso il rinnovamento




di Gerhard Ludwig Müller

Se Cristo, per mezzo della sua risurrezione, ha superato la più grande crisi mai esistita della fede -- la crisi pre-pasquale dei discepoli -- e, in particolare, la crisi della missione e della potestà apostolica, e dunque anche del sacerdozio cattolico, allora, è proprio e soltanto nel nostro sguardo rivolto al Signore che è possibile superare anche tutte le crisi storiche del sacerdozio.

Corrispondendo al suo sguardo su di noi e sul nostro sacerdozio, con il nostro sguardo rivolto a Lui, fissando i nostri occhi in quelli del Sommo sacerdote, crocifisso e risorto, possiamo superare ogni ostacolo e difficoltà.

Penso in particolare alla crisi della dottrina del sacerdozio, avvenuta durante la Riforma protestante, una crisi a livello dogmatico, con cui il sacerdote è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale fra il sacerdozio ordinato e quello comune di tutti i fedeli. E poi alla crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà del XX secolo ed esplosa dopo il concilio Vaticano II, delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo. 



Joseph Ratzinger, nell'ampio volume Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia -- il dodicesimo dell'opera omnia -- ha suggerito un superamento di queste crisi con una proposta ad alto livello teologico, donandoci una guida per favorire un rinnovamento del sacerdozio sacramentale istituito da Cristo.
Gli studi scientifici, le meditazioni e le omelie sul servizio episcopale, presbiterale/sacerdotale e diaconale, contenute in questo volume, abbracciano un lasso di tempo di quasi cinquant'anni, a partire dagli anni immediatamente precedenti l'inizio del Vaticano II.

A questo avvenimento, che è stato quello che più ha segnato la storia recente della Chiesa, molti associano, a seconda della rispettiva posizione, l'inizio di una trasformazione conforme allo spirito del tempo, ovvero l'inizio di una profonda crisi della Chiesa e in particolare del sacerdozio.

Il concilio ha inquadrato la costituzione gerarchica della Chiesa -- la quale si dispiega nei differenti compiti del vescovo, del sacerdote e del diacono -- in un'ecclesiologia di ampio respiro, rinnovata a partire dalle fonti bibliche e patristiche (cfr. Lumen gentium, 18-29). Le affermazioni sui gradi dell'episcopato e del presbiterato vennero approfondite nei decreti Christus Dominus e Presbyterorum ordinis.

In tal modo, il concilio ha cercato di riaprire una nuova strada verso l'autentica comprensione dell'identità del sacerdozio. Perché mai si giunse allora, all'indomani del concilio, a una sua crisi d'identità, paragonabile storicamente solo con le conseguenze della Riforma protestante del XVI secolo?



Nella parte a) del libro, dal titolo «Teologia del sacramento dell'ordine», Joseph Ratzinger intende rispondere anche a questa domanda e mostra, con afflato positivo, sia il fondamento biblico che il conseguente sviluppo storico-dogmatico del sacramento dell'ordine.

Nella parte b), il lettore troverà, sotto il titolo «Servitori della vostra gioia», una raccolta di meditazioni sulla spiritualità sacerdotale. Tale titolo riprende le parole che il novello sacerdote Joseph Ratzinger pose sull'immaginetta-ricordo della sua prima messa.

Seguono, nella parte c), le prediche tenute in occasione di diverse ordinazioni sacerdotali e diaconali, di prime messe e di anniversari di sacerdozio o di episcopato. Non si tratta di lirica devota, ma del tentativo riuscito di portare alla luce le fonti spirituali alle quali ogni sacerdote giornalmente attinge, per essere un servo buono del suo Signore e un servitore della lieta novella di Cristo, capace di entusiasmare: un pastore che non pasce se stesso, ma che, come Cristo, il Pastore supremo, dà la sua vita per le pecore del gregge di Dio.

Ratzinger evidenzia che laddove viene meno il fondamento dogmatico del sacerdozio cattolico, non solo si esaurisce la fonte alla quale si può efficacemente abbeverare una vita alla sequela di Cristo, ma viene meno anche la motivazione che introduce sia a una ragionevole comprensione della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli (cfr. Matteo, 19, 12), che del celibato quale segno escatologico del mondo di Dio che verrà, segno da vivere con la forza dello Spirito Santo, in letizia e certezza.



Se la relazione simbolica che appartiene alla natura del sacramento viene oscurata, il celibato sacerdotale diviene il relitto di un passato ostile alla corporeità e viene additato e combattuto come l'unica causa della penuria di sacerdoti. Non da ultimo, scompare poi anche l'evidenza, per il magistero e la prassi della Chiesa, che il sacramento dell'ordine debba essere amministrato solo a uomini. Un ufficio concepito in termini funzionali, nella Chiesa, si espone al sospetto di legittimare un dominio, che invece dovrebbe essere fondato e limitato in senso democratico.

La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell'identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all'interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandolo così dell'orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica.

Attendere tutto da Dio e fondare tutta la propria vita su Dio, che in Cristo ci ha donato tutto: questa sola può essere la logica di una scelta di vita che, nella completa donazione di sé, si pone in cammino alla sequela di Gesù, partecipando alla sua missione di Salvatore del mondo, missione che egli compie nella sofferenza e nella croce, e che Egli ha ineludibilmente rivelato attraverso la sua risurrezione dai morti.

Ma, alla radice di questa crisi del sacerdozio, bisogna rilevare anche dei fattori infra-ecclesiali. Come mostra nei suoi primi interventi, Raztinger possiede fin dall'inizio una viva sensibilità nel percepire da subito quelle scosse con cui si annunciava il terremoto: e ciò soprattutto nell'apertura, da parte di tanti ambiti cattolici, all'esegesi protestante in voga negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Spesso, da parte cattolica, non ci si è resi conto delle visioni pregiudiziali che soggiacevano all'esegesi scaturita dalla Riforma. E così sulla Chiesa cattolica (e ortodossa) si è abbattuta la furia della critica al sacerdozio ministeriale, nella presunzione che questo non avesse un fondamento biblico.

Il sacerdozio sacramentale, tutto riferito al sacrificio eucaristico -- così come era stato affermato al concilio di Trento -- a prima vista non sembrava essere biblicamente fondato, sia dal punto di vista terminologico, sia per quel che riguarda le particolari prerogative del sacerdote rispetto ai laici, specialmente per ciò che attiene al potere di consacrare. La critica radicale al culto -- e con essa il superamento, a cui si mirava, di un sacerdozio che limitasse la pretesa funzione di mediazione -- sembrò far perdere terreno a una mediazione sacerdotale nella Chiesa.

Alla critica formulata dalla Riforma al sacerdozio sacramentale -- il quale avrebbe messo in discussione l'unicità del sommo sacerdozio di Cristo (in base alla Lettera agli Ebrei) e avrebbe emarginato il sacerdozio universale di tutti i fedeli (secondo 1 Pietro, 2, 5) -- si è unita infine la moderna idea di autonomia del soggetto, con la prassi individualista che ne deriva, la quale guarda con sospetto a qualunque esercizio dell'autorità.

Da una parte, osservando che Gesù, da un punto di vista sociologico-religioso, non era un sacerdote con funzioni cultuali e dunque (per usare una formulazione anacronistica) era un laico, e dall'altra parte, basandosi sul fatto che, nel Nuovo Testamento, per i servizi e i ministeri, non viene addotta alcuna terminologia sacrale, bensì denominazioni ritenute profane, è sembrato che si potesse considerare dimostrata come inadeguata la trasformazione -- nella Chiesa delle origini, a partire dal III secolo -- di coloro che svolgevano mere “funzioni” all'interno della comunità, in impropri detentori di un nuovo sacerdozio cultuale.

Joseph Ratzinger sottopone, a sua volta, a un puntuale esame critico, la critica storica improntata alla teologia protestante e lo fa distinguendo i pregiudizi filosofici e teologici dall'uso del metodo storico. In tal modo, egli riesce a mostrare che con le acquisizioni della moderna esegesi biblica e una precisa analisi dello sviluppo storico-dogmatico si può giungere in modo assai fondato alle affermazioni dogmatiche prodotte soprattutto nei concili di Firenze, di Trento e del Vaticano II.

La teologia cattolica potrebbe comprendere le obiezioni rivolte contro il suo sacerdozio se questo venisse da lei inteso come una mediazione autosufficiente, o anche solo integrativa, accanto o a esclusione di quella di Cristo. Perciò, anche le obiezioni di Martin Lutero, in realtà non toccano il nucleo centrale dell'insegnamento dogmatico vincolante sul sacerdozio sacramentale.

Il concilio di Trento, nel suo decreto sul sacramento dell'ordine, si limitò a respingere le obiezioni del primo riformatore, ma rinunciò a presentarne un'ampia trattazione teologica. E tuttavia, i decreti tridentini di riforma, per lo più a torto trascurati -- Ratzinger lo sottolinea con forza -- danno importanza alla concezione biblica del sacerdote come servitore della Parola e dei sacramenti, e anche come pastore sollecito della salute spirituale dei fedeli.

Nel dialogo ecumenico devono peraltro essere messi a tema, al di là delle differenze di contenuto, anche i principi formali della teologia: la Scrittura, la tradizione e il magistero, i quali, pur differendo fra essi, cooperano al fine di preservare la totalità della rivelazione. Rivelazione che deve essere protetta da un'esegesi soggettivistica e arbitraria, così da preservarne la pienezza e la pretesa totale.

Qui emerge anche quella dimensione del sacramento dell'ordine che va oltre le funzioni del presbitero e del diacono. Si tratta della responsabilità propria dei vescovi, come successori degli apostoli, nel loro ufficio magisteriale e pastorale rispetto alla Chiesa universale.

Per questo, secondo la concezione cattolica, anche il servizio del vescovo di Roma, quale successore di Pietro, è di imprescindibile importanza. A tal proposito, Ratzinger rimanda di continuo a Ireneo di Lione che, con il principio della Scrittura apostolica, della tradizione apostolica e della successione apostolica dei vescovi, ne ha stabilito il criterio normativo permanente.

In fondo, già nell'opera di delimitazione della gnosi, compiuta da Ireneo con l'Adversus haereses, sono contenuti anche i tratti essenziali circa la dottrina del primato papale, tanto che il successivo sviluppo del magistero, nella sua intenzione autentica, può essere chiarito proprio a partire da Ireneo.

Fa parte della riconquista dell'identità sacerdotale la disponibilità a intendere se stessi come servitori della Parola e testimoni di Dio nella sequela di Cristo, e a vivere in comunione con Lui. Perché questo sia possibile, sono richieste al sacerdote sia una buona formazione teologica che un costante rapporto con la teologia scientifica.

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2013)

Pastore e teologo

Anticipiamo stralci della relazione che l'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, tiene nel pomeriggio del 30 ottobre a Palermo, nella Facoltà Teologica di Sicilia San Giovanni evangelista, nell'incontro «Joseph Ratzinger pastore e teologo». Nell'occasione viene presentato il volume dodicesimo dell'opera omnia di Ratzinger Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia. Teologia e spiritualità del Sacramento dell'Ordine curato dallo stesso arcivescovo (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2013, pagine 990).


(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2013)

martedì 19 novembre 2013

famiglia

La famiglia di Paglia non è quella di Müller


di Matteo Matzuzzi27-10-2013

La copia dell'Osservatore Romano di mercoledì non deve essere finita sulla scrivania di monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia e già vescovo di Terni. In quell'edizione dell'organo ufficiale della Santa Sede, il giornale del Papa, c'erano due lunghe e dense pagine firmate dal prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Gerhard Ludwig Müller, in cui si fissavano paletti robusti e precisi su matrimonio, divorziati, famiglia. L'Osservatore Romano presentava il documento come "contributo" in vista del Sinodo sulla pastorale della famiglia annunciato e convocato da Francesco per l'autunno del 2014.

Eppure, a leggere la dotta lezione di Müller, quelle parole sembravano ben di più che un semplice contributo: era dottrina, chiara e netta, emessa da quello che un tempo era il Sant'Uffizio. Vincoli ben determinati su ciò che è ammesso e ciò che è contrario alla volontà di Dio. Su ciò che è nella disponibilità dell'uomo e ciò che non è più nel suo libero arbitrio. Non a caso, nei settori progressisti più allergici ai recinti dottrinali e tutto ciò che sa di depositum fidei, è già partita la campagna per fare del testo del prefetto tedesco niente di più che un parere personale. Due le strategie: o derubricare il documento a piccola dichiarazione da allegare al kit dei padri sinodali, o non dare a esso troppa pubblicità.

Che delle parole di Müller si possa fare a meno, sembra convinto anche monsignor Paglia, che sul tema è intervenuto con un'intervista concessa venerdì ad Avvenire. Da parte sua nessuna lezione di teologia sacramentale, naturalmente. Semplicemente, un copia-incolla del lessico più usato da Francesco, nel maldestro tentativo di far proprie le immagini lanciate da Bergoglio che tanto piacciono e sono di moda – in curia è tempo di nomine, e il titolare del Pontificio consiglio per la famiglia non è stato ancora confermato.

Mons. Paglia parla di "ferite" da curare (ecco l'ospedale da campo che torna), invoca "semplicità, trasparenza, stile accogliente e linguaggio di immediata comprensione". Spera che attorno a queste parole d'ordine si sviluppi la discussione sinodale. E questo perché "si tratta con tutta evidenza di un'urgenza assoluta non solo dal punto di vista pastorale, ma anche sociale, culturale, politico". Ma Paglia va oltre, e siccome a bordo di un aereo e parlando a braccio il Pontefice aveva detto che del problema dei divorziati risposati bisognava discutere, l'ex vescovo di Terni tenta la fuga in avanti e arriva a dire che "la nostra attenzione deve essere rivolta a tutte le famiglie, e dico davvero a tutte, senza esclusioni di sorta".

Su cosa intenda per "tutte", è più chiaro qualche riga dopo: "La famiglia è la cosa più bella del mondo". E lo sguardo della chiesa "deve comprendere e accogliere persone separate, divorziati non risposati e divorziati risposati, persone chiedono di verificare la nullità del loro matrimonio, conviventi". Una sfida che il prelato definisce "globale", ma d'altronde, "cosa c'è di più globale della famiglia?". Famiglia, che, dice Paglia, "è la cosa più bella del mondo". Parla di misericordia, l'ex vescovo di Terni, come se la misericordia fosse una specie di colpo di spugna che cancella ogni cosa.

Ma anche qui, a chiarire come stiano le cose per la dottrina cattolica, è intervenuto Müller: "Attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare. Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia".

E la famiglia è una sola, e risponde alla chiamata di Dio che si concretizza – per citare il Papa ad Assisi – nella "vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita". Il prefetto custode della fede recepisce l'indicazione di Bergoglio e la amplia, irrobustendola di teologia: "Il matrimonio è inteso come una completa comunione corporale e spirituale di vita e di amore tra uomo e donna, che si donano e si accolgono l’un l’altro in quanto persone. Attraverso l’atto personale e libero del reciproco consenso viene fondata per diritto divino un’istituzione stabile, ordinata al bene dei coniugi e della prole, e non dipendente dall’arbitrio dell’uomo: questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità".

E' chiaro mons. Muller, anche nel chiarire che neppure il pentimento può consentire ai divorziati risposati l'accostamento ai sacramenti. La Chiesa cattolica non è la Chiesa ortodossa, e la prassi della "seconda possibilità", pure citata nell'intervista aerea dello scorso luglio direttamente da Papa Francesco, non è possibile: "Questa prassi non è coerente con la volontà di Dio, chiaramente espressa dalle parole di Gesù sulla indissolubilità del matrimonio, e ciò  rappresenta certamente una questione ecumenica da non sottovalutare". Insomma, non c'è molto da discutere. Se questa è la volontà di Dio, dice Müller, non si può innovare né inventare alcunché.

Una linea che tutti (a cominciare dai responsabili di curia in materia) dovrebbero seguire e osservare. Ma mons. Paglia, sempre su Avvenire, non ci sta e dice che "non abbiamo bisogno di nuovi interventi normativi, ma di freschezza e di gioia". I vescovi, aggiunge, "avranno senz'altro l'opportunità di approfondire le questioni dottrinali più urgenti, ma l'urgenza è un'altra: "Accogliere e ascoltare le famiglie così come sono, tutte le famiglie, nella complessità delle varie situazioni". Il motivo lo spiega lo stesso prelato: "La pastorale familiare deve essere profondamente ridefinita in un'ottica di semplicità e di immediatezza. Dobbiamo essere sempre più in grado di parlare a tutti, con un linguaggio capace di coniugare verità e misericordia". Insomma, per il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, basta paletti e vincoli fastidiosi: più che dottrina, servono freschezza e gioia.

Oltre al testo di Müller, evidentemente, non aveva letto in anticipo neppure il testo che il Papa avrebbe letto venerdì a mezzogiorno davanti alla plenaria dell'organismo presieduto proprio da Paglia: "La famiglia  – chiariva Francesco – si fonda sul matrimonio. Attraverso un atto d’amore libero e fedele, gli sposi cristiani testimoniano che il matrimonio, in quanto sacramento, è la base su cui si fonda la famiglia e rende più solida l’unione dei coniugi e il loro reciproco donarsi. Il matrimonio è come se fosse un primo sacramento dell’umano, ove la persona scopre se stessa, si auto-comprende in relazione agli altri e in relazione all’amore che è capace di ricevere e di dare".