martedì 6 gennaio 2015

le ragioni della vera Chiesa


LA DOTTRINA

NON E' MAI BARATTABILE

 Pubblichiamo l'Editoriale del numero di Gennaio 2015





  
Finalmente è arrivata. È arrivata come dono natalizio quasi inatteso, tanto la si è aspettata. È arrivata come benefico dono per chi ne vuole approfittare. Che cosa è arrivata, direte voi? ma l'edizione in lingua italiana de “La Riforma Liturgica Anglicana” di Michael Davies!

  In questi anni ne abbiamo dato ampi stralci su questo bollettino e sul nostro blog, ma mancava la pubblicazione completa della traduzione italiana. Ora, grazie a Dio, c'è.

  Questo primo editoriale dell'anno vuole essere semplicemente un sentito invito, perché molti prendano in mano questa bella opera e si immergano nella sua lettura. Lo facciamo con calda decisione, perché per noi fu fondamentale l'incontro con le pagine di Davies. Non possiamo dire che costituirono l'unica motivazione del nostro passaggio al rito antico, ma certamente contribuirono a rischiararne definitivamente le ragioni.

  Sì, perché di ragione si tratta. Nel Cattolicesimo ci si muove per delle ragioni, si decide, si sceglie e si opera in un senso o in un altro per delle ragioni, che l'intelligenza illuminata dalla Grazia riconosce. Non è il sentimento o il gusto personale che determinano l'agire, ma la ragione. Ecco perché nella Chiesa non si sacrifica mai la Dottrina. Non c'è divario tra Dottrina e Santità, tra Dottrina e Carità, tra Dottrina e Preghiera, tra Dottrina e Fede! Il neo- modernismo popolare di oggi, di bassissimo livello, ha introdotto di fatto questo divario, per cui molti dicono che importante è vivere bene; non importa come e cosa credi, non è importante la dottrina. C'è, nel vissuto della Chiesa di oggi, una disistima della Dottrina, a favore del fare esperienza di fede: ma come si può fare esperienza vera di Dio se, disistimando la Dottrina, ci si riduce a vivere “cose religiose” disancorate dalla Rivelazione di Dio?

  Perdonate la digressione, ma è solo per ribadire che nel testo di Davies vi sono offerte, in modo chiaro e sintetico, le ragioni per compiere passi decisivi verso la Tradizione. Lo diciamo ancora una volta, dopo averlo ripetutamente scritto su queste pagine: l'abbandono della retta fede, l'abbandono dell'unità cattolica, la perdita del sacerdozio e dei sacramenti, non sempre avviene in modo immediato ed esplicito, può avvenire subdolamente e gradatamente, a causa di graduali riforme del rito della Messa e degli altri sacramenti; e queste graduali e subdole riforme non dichiareranno mai qualcosa di esplicitamente eretico, ma taceranno sempre più aspetti fondamentali del dogma cattolico. E cosa capiterà ai cristiani, che per amore di tranquillità non rifiuteranno in modo chiaro questo processo di decadenza? Capiterà una graduale trasformazione della loro fede, così graduale da non avvedersene. Non se ne accorgeranno! Sicuri della loro volontà di restare cattolici, ma non mossi dalle ragioni, cioè non vigilando intellettualmente, con la ragione, sulla Dottrina, non si accorgeranno nel tempo di essersi trasformati, fino a diventare un'ombra di quello che erano. Prima erano semplicemente cattolici, poi diventeranno vagamente religiosi, regredendo fino ad una religione naturale, al naturalismo; sperando che non perdano del tutto la fede in Dio.
Se non ci sono le ragioni, questo e altro può capitare!

  Fu il caso dell'Inghilterra dopo lo scisma, lo sapete bene ... e se non lo sapete ancora, leggete Davies. Fu il caso dell'Inghilterra, ma sarà solo il suo caso? Questo lo si deve capire con la ragione fortificata dalla grazia.

  Per questo vi invitiamo a leggere “La Riforma Liturgica Anglicana”. Ma, leggendo, cerchiamo di cogliere la logica di questo grande lavoro di Davies. Non cerchiamo solo qualche notizia che solletichi la nostra passione per la Tradizione o il nostro scandalo per le innovazioni.

  No, cerchiamo la logica che guida questa illuminante indagine: la Dottrina comanda nella Fede. Non si può sperare di restare cattolici, di permanere nella grazia, senza mantenere la retta Dottrina. Per questo la Chiesa con il suo Magistero, nei secoli, ha difeso e diffuso la retta Dottrina; per questo ha fatto i catechismi; per questo ha tanto lavorato perché il popolo non rimanesse nell'ignoranza, ma conoscesse la Rivelazione di Dio. Ma, ancora prima, per questo, rivelandosi, Dio ha parlato alla ragione degli uomini!

  La Dottrina prevale sempre, non è mai sostituibile, non è barattabile con altro, neanche con ciò che sembra santo e spirituale, ma che, se non è dottrinalmente sano, santo non è in verità. Non ci può essere preghiera gradita a Dio che non rispetti la Dottrina cattolica, che scaturisce dalla Rivelazione di Dio. Non ci può essere nessuna azione santa, gradita a Dio, nessuna opera santa nella Chiesa, che taccia o ometta qualche aspetto della Dottrina cattolica! E questo è vero anche nell'azione per eccellenza, nell'opera per eccellenza, che è la Santa Messa.
Questo è vero per tutti.
  Per quelli che si modernizzano facilmente, sempre preoccupati di non restare indietro con i tempi, per i cattolici che amano il moderno, per intenderci.

  Ma è vero, verissimo, anche per i conservatori, che brontolano sulle novità che li turbano, ma che, non andando a cercare le ragioni del loro turbamento, non facendo un lavoro serio sulla Dottrina, restano deboli. E siccome non si può vivere tutta la vita brontolando, presto o tardi si adattano alle riforme ambigue, illudendo se stessi che non cambieranno mai la loro fede. E mentre si illudono, si sono già adattati a molte ambiguità.

  Allora, buona lettura dell'opera di Davies; buon lavoro per scoprire le ragioni dell'amore alla Tradizione.

  E ricordiamo sempre che la Dottrina non è mai barattabile.


lunedì 5 gennaio 2015

epifania

L'intelligenza della fede contro la fede intellettuale. L'esempio dei Re Magi


Papa Benedetto XVI parlava della cosiddetta “intelligenza della fede”. Ma che cosa vogliono dire queste parole?
La definizione cattolica di fede è: «assenso dell’intelletto alle verità rivelate». Dunque, nel concetto cattolico di fede si riconosce il ruolo protagonistico della volontà (assenso), ma nello stesso tempo si riconosce che questa ha bisogno del coinvolgimento dell’intelligenza. Quest’ultima, infatti, laddove non può dimostrare, è sempre comunque chiamata a indagare i fattori di credibilità che sono alla base delle verità rivelate.
Sant’Agostino amava citare due frasi, che poi diventeranno fondamentali per lo sviluppo del pensiero filosofico e teologico medievale: “intelligo ut credam” e “credo ut intelligam”. Ovvero: ragiono per credere e credo per ragionare. Con queste parole il Santo d’Ippona voleva far capire l’indissolubilità del rapporto tra ragione e fede. Non solo la ragione svolge un ruolo propedeutico – cioè introduttivo – nei confronti della fede (intelligo ut credam), ma essa (la ragione) viene anche alimentata e vivificata dalla fede (credo ut intelligam).
Dunque, nell’ambito della fede cattolica il ruolo dell’intelligenza è insostituibile. Il Concilio Vaticano I, nella sezione III, a proposito dei miracoli dice che essi sono «segni certissimi della Divina Rivelazione adatti all’intelligenza di tutti». Il che vuol dire che la Divina Rivelazione, anche con i suoi segni miracolosi, è verificabile intellettivamente da parte di qualsiasi intelligenza.
Tornando al concetto di “intelligenza della fede”, va detto che essa non significa una deriva intellettualistica della fede stessa. L’intelligenza della fede non è la fede intellettuale, piuttosto è il contrario di questa; anzi, possiamo dire che la prima costituisce l’antidoto più sicuro per evitare la seconda. E adesso lo dimostriamo.
Intelletto e fede
Abbiamo detto che cattolicamente intelligenza della fede vuol dire coinvolgere l’intelletto nell’accettazione della Divina Rivelazione. Questo tipo di operazione la possono fare non solo le persone colte, ma anche quelle (e più facilmente!) semplici. Andando a riprendere ciò che il Concilio Vaticano I dice sui miracoli, va ricordato che questi si “adattano all’intelligenza di tutti”.
L’intelligenza della fede impone il rendere ragione alle verità in cui si crede, chiedersi cioè se è credibile o no una determinata affermazione. Ciò implica la verifica, e questa, nella Divina Rivelazione, è a disposizione di tutti. A noi può non esser dato “toccare” e “vedere”, ma dobbiamo comunque affidarci a coloro che hanno “toccato” e “veduto”.
La “fede intellettuale”, invece, ha un altro tipo di prospettiva. Prescinde volutamente dalla “verifica” per fondarsi unicamente sulla spiegazione intellettuale, la quale, molto spesso, può altrettanto volutamente fare a meno dalla costatazione. Insomma, la fede intellettuale è definibile anche come “fede ideologica”, intendendo per ideologia la pretesa del pensiero di prescindere non solo dall’osservazione, ma addirittura di assorbire e trasformare il reale nel puro esercizio intellettuale. La fede intellettuale è inevitabilmente una fede di tipo spiritualista, dove il “fatto”, i “segni”, la “carnalità” del Divino vengono disprezzati nella presunzione che tutto questo non occorra per fondare la propria convinzione. È una fede che possiamo definire anche “autoreferenziale”.
Quando Gesù nel Vangelo loda spesso i piccoli, lo fa proprio per evidenziare l’importanza dello stupore e della meraviglia, elementi questi fondamentali per riconoscere la signoria della Sua Persona. L’intelligenza della fede è nel Vangelo ben espressa dagli umili pastori a cui per primo si manifestò il Divino Bambino. È espressa dai tanti semplici che seppero riconoscere il Signore Gesù. Ma è anche espressa dai sapienti Magi.
L’intelligenza della fede dei Magi
Proprio sui Magi facciamo qualche riflessione. Essi, pur essendo degli “intellettuali”, decisero di lasciare le proprie dimore per mettersi in cammino, nella consapevolezza che non potevano trovare in se stessi la risposta alla propria vita. Certamente, il rimanere nelle proprie dimore sarebbe stato molto più comodo, ma a cosa sarebbe valso se a questa comodità si fosse inevitabilmente accompagnato il non senso? Essi si misero in cammino proprio perché costatavano la propria povertà, malgrado fossero ricchi di cultura. Se fossero stati convinti che i loro pensieri e le loro conoscenze fossero adeguate risposte al senso del vivere sarebbero rimasti dov’erano. Invece, preferirono correre il rischio di mettersi in cammino. Sicuri che li avrebbe attesi la più grande ricchezza che nessuna conoscenza intellettuale avrebbe potuto sostituire.
Ecco: questa posizione, rappresentata dai Magi, è una posizione “intelligente” ma non “intellettuale”. È la posizione che ci fa capire quanto l’intelligenza della fede non sia la fede intellettuale, ma il suo contrario.
Corrado Gnerre
(Fonte: ILGIUDIZIOCATTOLICO.com)

benedizione delle acque all' Epifania

LA BENEDIZIONE DELL'ACQUA 

ALL'EPIFANIA 

NELLA TRADIZIONE DI AQUILEIA.




BENEDICTIO MAJOR SALIS ET AQUAE
La solenne benedizione dell’acqua e del sale già agli inizi del 1300 era celebrata a Cividale del Friuli, il giorno della festa di San Marco, evangelizzatore di Aquileia. 

Il rito aveva la struttura tipica della messa sicca, ovvero di quella celebrazione, tipica della pietà medioevale, che riproduceva la struttura della Messa, omettendo però l’Offertorio e la Consacrazione. L’uso di benedire l’acqua la vigilia del giorno dell’Epifania è invece di origine palestinese. Molto presto infatti (IV sec) si era consolidata in Oriente l’usanza di battezzare i catecumeni, oltre che nella notte di Pasqua, anche in questo giorno, che nella tradizione orientale coincideva anche con la festa del Battesimo di Gesù.
In seguito il rito si diffuse nell’area aquileiese, forse tramite la chiesa di Grado, che restò a lungo sottoposta ai Bizantini (anche in Calabria,zona a lungo legata a comunità di origine greca si trova un rito analogo), anche se alcuni studi ipotizzano la presenza di tale rito già in epoca precedente al dominio bizantino.
Nel 1890 il rito fu abolito dalla S. Congregazione dei Riti.
In seguito alle proteste dei fedeli delle diocesi, anche se radicalmente abbreviato e privato di ogni accenno al battesimo di Cristo, fu in qualche modo ristabilito.
Il rito, oggi, utilizza la stessa struttura del rito antico.
(Da A. Persic, Benedizione dell’acqua nella vigilia dell’Epifania, Arcidiocesi di Udine)

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Su sollecitazione dei molti fedeli e presbiteri (...) la Commissione Liturgica Diocesana (Arcidiocesi di Udine) pubblica ora in forma aggiornata la Grande benedizione dell’acqua nella vigilia dell’Epifania del Signore secondo la tradizione aquileiese. Un prolungato lavoro di ricerca ha condotto al recupero di alcuni testi e gesti essenziali o peculiari della tradizione rituale locale, che celebrava in questo rito il mistero del Battesimo di Cristo nelle acque del Giordano, elementi che sono stati inseriti nella struttura di un’agile celebrazione della Parola di Dio. Dopo le letture, l’omelia e le litanie dei santi, il celebrante pronuncia la grande preghiera di benedizione, che recupera in gran parte l’orazione attribuita al patriarca di Gerusalemme san Sofronio (VII secolo); dopo l’eventuale benedizione del sale, segue l’immersione della croce nell’acqua, analogo alla consuetudine bizantina e testimoniato da tutte le fonti locali, che lo circondano di una certa solennità. Dopo l’aspersione, l’orazione conclusiva e la benedizione sul popolo, il rito può terminare con il canto del Magnificat o con l’inno di ringraziamento Te Deum laudamus.
Si auspica dunque che questo strumento aiuti le comunità cristiane a celebrare l’Epifania con la massima solennità, come le Chiese hanno cercato di fare sin dai tempi antichi, e non – come sovente accade – come stanco e debole strascico delle feste natalizie. La benedizione dell’acqua, dono prezioso che riceviamo dalla nostra tradizione ecclesiale aquileiese, ci aiuta – come sottolinea l’introduzione al sussidio – a comprendere pienamente il senso e la portata del mistero dell’Incarnazione: «L’amore del Signore si è manifestato. L’uomo non è più solo, ma è chiamato a una vocazione mirabile: “Cristo è rivestito di luce, allo stesso modo anche noi rivestiamoci di luce; Cristo è battezzato, scendiamo anche noi per poter salire insieme con lui” (Gregorio Nazianzeno)».  (Udine 2013)

domenica 4 gennaio 2015

chiesa e nuovo ordine mondiale

Verrà la notte, poi forse di nuovo l’alba. Ragione e profezie in Ratzinger

big_TondopostonellanavataraffigurantepapaBenedettoXVI


Eppure eravamo stati avvertiti. E non c’entrano i mistici, questa volta. Le “profezie razionali” del cardinale Joseph Ratzinger parlano forte e chiaro. Come sarà la Chiesa del futuro? Diversa, molto diversa da quella di ora.


Marco Sambrunadi Marco Sambruna

A parte l’oggettiva povertà del vivere contemporaneo dominato dalla claustrofobia mentale, ciò che preoccupa i credenti oggi è il destino della Chiesa. Non solo della Chiesa istituzionale, ma anche da intendersi come comunità di credenti. L’impressione è che la terza rivoluzione industriale all’origine della modernità abbia finito di distruggere ciò che le prime due avevano minato ossia la vecchia cultura religioso – contadina trasversale a tutte le nazioni e culture.
Sul piano esistenziale essere travolti dalla modernità fondamentalmente atea o nella migliore delle ipotesi agnostica, significa essere preda di uno strano sentimento di disperazione. Invano ci si affanna a cogliere qualche residuo dell’antico modo di essere uomini in una società ormai dominata dal cinismo, dal pragmatismo dove il sentimento religioso è stato progressivamente sostituito dal “senso del sacro”, tanto caro a certi psicologi, poi dalla “morale” filosofica o come forma aggiornata di stoicismo o come “pensiero debole”, infine dall’ “etica laica” tanto strombazzata dai laicisti militanti che parla un curioso italiano “tecnico” mutuato dal diritto: una lingua simile al modo di esprimersi di un questurino di provincia degli anni Cinquanta.
Alla disperazione si accompagna la sfiducia e l’orrenda sensazione di essere minacciati da un imminente pericolo dai contorni indefiniti.

Qualcuno, però, lo aveva già preannunciato …

pasolini-pier-paolo

Pasolini. Una vita non impeccabile, ma una mente lucidissima.
Eppure eravamo stati avvertiti: laici come Pier Paolo Pasolini, Martin Heidegger, Sergio Quinzio, perfino Marx ci avevano ammonito, ma il loro appello è rimasto inascoltato. Ignorati anche gli avvertimenti da parte di uomini di chiesa: Gregorio XVI con la “Mirari vos”, Pio IX col “Sillabo” e Pio X con la “Pascendi dominici gregis”, avevano messo in guardia contro le insidie del liberalismo borghese. E’ noto poi come Pio XII avesse in animo di indire un Concilio, ma cambiò idea quando si rese conto che le idee della Nouvelle Theologie di matrice liberale minacciavano di infettare le decisioni conciliari. Romano Guardini paventava con preoccupazione l’avvento di una specie di dittatura tecnico/burocratica mentre il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova e a un passo dall’elezione a papa nel 1958, denunciava con forza la deriva post conciliare. Perfino Paolo VI era angosciato dal pericolo che negli anni post conciliari il cattolicesimo fosse stravolto dallo spirito liberal borghese, per tacere delle posizioni molto critiche nei confronti dell’ottimismo ecumenico di Marcel Lefebvre e, più recentemente, quelle del defunto vescovo di Como mons. Alessandro Maggiolini.
Non esistono quindi solo le profezie di mistici e veggenti, ma anche le precognizioni razionali di menti illuminate, la cui ragione limpida ha colto il pericolo profilarsi all’orizzonte. Sotto quest’aspetto sono state riscoperte recentemente le “profezie razionali” del cardinal Joseph Ratzinger prima che diventasse Papa, quando era un illustre teologo.

Joseph Ratzinger: presentimento e profezia

Un teologo? IL TEOLOGO.

Un teologo? IL TEOLOGO.
Il futuro Papa in una serie di cinque conferenze alla radio bavarese nel 1969 rilasciava una serie di dichiarazioni che, lette oggi, assumono i contenuti di una vera e propria profezia. Egli, infatti, era propenso a credere che per la Chiesa si stesse avvicinando una sorta di Getsemani, un’epoca di grave travaglio e crisi da cui sarebbe uscita pesantemente ridimensionata.
Dirà:
  • Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto.  Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali.  Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti, sarà un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di indescrivibile solitudine e avendo perso di vista Dio, avvertiranno l’orrore della loro povertà. 
Insomma “l’apostasia silenziosa” che avrebbe ridotto il popolo dei fedeli cattolici a pochi sparuti gruppi preconizzata da Giovanni Paolo II già era prefigurata dal giovane teologo Joseph Ratzinger.

 Il piccolo gregge

Chiesa futura: non vedremo mai più queste adunate oceaniche?

Chiesa futura: non vedremo mai più queste adunate oceaniche?
Nel 1997 il giornalista tedesco Peter Seewald conduce una lunga intervista col cardinale Ratzinger che sarà pubblicata nel libro “Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo”. Nel libro Joseph Ratzinger ribadisce il suo pensiero con ancora maggior evidenza: la Chiesa Cattolica è destinata ad arrivare alle soglie dell’estinzione. Solo un piccolo gregge sopravviverà ignorato tanto dalla politica quanto dalla cultura finché il mondo, prostrato dal senso di disperazione che deriva da un’ indicibile solitudine, si rivolgerà nuovamente a quel manipolo di credenti per cercare una risposta che dia senso e spessore alla vita.
  • Come abbiamo già detto anche la Chiesa assumerà altre forme, sarà meno simile a una società di massa e sarà sempre più una chiesa di minoranza, vivrà in piccoli gruppi di persone veramente convinte e credenti, e che agiscono di conseguenza.[1]
Una Chiesa ridotta a sparuta minoranza non solo deve fare i conti con un numero esiguo di fedeli, ma anche con una drammatica diminuzione di sacerdoti consacrati. Joseph Ratzinger quindi sembra alludere alla possibilità di un maggior coinvolgimento dei fedeli nella vita sacramentale di contro un ridimensionamento del ruolo del sacerdozio ministeriale (cioè dei preti secolari e ordini religiosi). In altre parole anche i laici credenti potrebbero in futuro somministrare i sacramenti.
Benedetto XVI con Martinez, leader del RNS. Il futuro ecclesiale sarà dei laici?

Benedetto XVI con Martinez, leader del RNS. Il futuro ecclesiale sarà dei laici?
  • Allora, avevo previsto (nel 1969), se così si può dire, che la Chiesa si sarebbe ridotta di dimensioni, che un giorno sarebbe diventata Chiesa di minoranza e che non avrebbe più potuto esistere nei grandi spazi e nelle organizzazioni che aveva in passato, ma avrebbe dovuto trovare una sistemazione più modesta. A tal proposito avevo anche pensato che, accanto ai sacerdoti ordinati in giovane età, si sarebbero anche potuti scegliere degli uomini dotati di grande esperienza, provenienti dal mondo del lavoro, o che, comunque si sarebbero potute istituire forme diverse di ministero. Penso ancora che la Chiesa si debba lentamente adattare a una situazione minoritaria, a una posizione diversa nella società.[2]
Quale modello di vita immagina Joseph Ratzinger per le future, disperse, comunità cristiane?
  • Domanda: Quale sarà il volto nuovo della Chiesa alternativo alla Chiesa del popolo, ormai non più attuabile in grandi aree d’Europa? Che forma devono avere queste comunità attive? Dobbiamo immaginare dei kibbutz cristiani in Germania?
  • Risposta: Perché no? Lo si vedrà. Sarebbe sbagliato anzi presuntuoso progettare adesso un modello più o meno definito della Chiesa di domani, che sarà, più chiaramente di oggi, la Chiesa di una minoranza.[3]

E l’ecumenismo ? Quello di Giovanni Paolo II…

Giovanni Paolo II credeva molto nell'ecumenismo. Al dialogo con i fratelli separati ha dedicato la Ut unum sint.

Giovanni Paolo II credeva molto nell’ecumenismo. Al dialogo con i fratelli separati ha dedicato la Ut unum sint.
Tuttavia resta un dubbio: l’idea di cattolicità ridotta ai minimi termini non contrasta con l’idea di ecumenismo? Ossia, in una prospettiva di dialogo interconfessionale diretta all’unità dei cristiani, la massa dei fedeli dovrebbe aumentare e non diminuire. Eppure l’idea delle grandi masse cristiane frutto del dialogo e del crollo del muro di Berlino, aveva affascinato Giovanni Paolo II.
Lo stesso Papa vedeva nel nuovo ordine mondiale una straordinaria opportunità per il cristianesimo, era convinto che il dialogo col mondo avrebbe prodotto una nuova primavera cristiana. Insomma l’ecumenismo era una priorità nell’agenda del Pontefice polacco. Si è più volte insistito da parte di alcuni osservatori cattolici sul fatto che ci fosse perfetta continuità fra il pontificato di Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI. Tuttavia a leggere le dichiarazioni dell’allora cardinale Ratzinger pare proprio che egli riponesse ben poche o nulle speranze nel dialogo ecumenico.
D’altra parte è lo stesso Joseph Ratzinger a sottolineare l’importanza dell’ecumenismo per Giovanni Paolo II.
  • Il mettersi in cammino dell’Ecumene nel Vaticano II è già un segno di avvicinamento a una nuova unità. Per questo il Papa (Giovanni Paolo II) è pieno di speranza che i millenni abbiano la loro fisionomia; che tutti i crolli di questo secolo e le sue lacrime, come egli dice, vengano alla fine raccolti e trasformati in un nuovo inizio. L’unità dell’umanità, l’unità delle religioni e l’unità dei cristiani dovrebbero essere ancora perseguite, così che possa davvero iniziare una nuova epoca più positiva. (…) l’instancabilità con cui di fatto il Papa si muove, deriva proprio dalla forza di questa sua straordinaria prospettiva. Il compimento (dell’unità) non è poi nelle nostre mani, ma in quelle di Dio. Al momento non lo vedo ancora avvicinarsi.[4]

 …e quello di Benedetto XVI

Anche Benedetto XVI crede nell'ecumenismo. Ma senza troppe illusioni.

Anche Joseph Ratzinger crede nell’ecumenismo. Ma senza troppe illusioni.
Questo il pensiero che il cardinale Ratzinger attribuisce a Giovanni Paolo II. Vediamo ora cosa pensa lui, il futuro Benedetto XVI, dell’ecumenismo diretto all’unità dei cristiani.
  •  Non oso pensare a un’unità di cristiani pienamente compiuta all’interno della storia. Vediamo anzi che, contemporaneamente agli sforzi che si compiono per arrivare all’unità, avvengono continuamente ulteriori frammentazioni. Non solo continuano a formarsi nuove sette, tra le quali anche sette sincretistiche con grandi componenti pagane e non cristiane, ma anzi aumentano le divisioni anche all’interno delle Chiese: tanto in quelle riformate (…), quanto nell’ortodossia. Anche nella stessa Chiesa cattolica esistono profonde spaccature. Cosicché talvolta si ha letteralmente la sensazione che in essa convivano due chiese l’una accanto all’altra. Si devono vedere entrambi gli aspetti, sia l’avvicinarsi di cristiani separati, sia il contemporaneo nascere di spaccature interne. Ci si dovrebbe cautelare da speranze utopistiche. (…) Sarebbe già un risultato se non si verificassero ulteriori fratture e se comprendessimo che anche nella separazione siamo uniti in molte cose. Non credo si arriverà molto rapidamente a grandi “unioni confessionali”.[5]
Insomma, sembra dire Joseph Ratzinger, non facciamoci troppe illusioni circa i frutti del dialogo ecumenico.
D’altra parte giungere all’unità dei cristiani e perfino di tutte le religioni per la Chiesa cattolica sarebbe facilissimo: basterebbe abolire il papato per unirsi agli ortodossi, abolire la gerarchia ecclesiale per unirsi ai protestanti e magari ridurre il Vangelo a un episodio simbolico cui bisogna dare una lettura allegorica per ottenere anche l’applauso dei cosiddetti “cattolici adulti” o “atei devoti”.
Il teologo Ratzinger sapeva che il problema non è l’ecumenismo in quanto tale, ma l’ecumenismo a partire dalla non negoziabilità dei fondamenti della fede cattolica.
Ecco  il vero problema.
[1] Peter Seewald , Joseph Ratzinger, Il sale della terra, ed Mondadori,  p. 251[2] Id., p.288[3] Id., p.299[4] Id. pp. 268 – 269[5] Id. pp. 273 – 274

sabato 3 gennaio 2015

2015: anno dei falsi profeti

I “falsi profeti” ed il sinodo del 2015



(Mauro Faverzani) 
Che nella Chiesa vi siano voci discordi o addirittura contrapposte alla Dottrina ed al Magistero, non rappresenta una novità. Al punto da indurre lo stesso san Giovanni, nella sua Prima Lettera al capitolo 4, a mettere in guardia dai «falsi profeti»: «Ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo» (cfr. 1 Gv 4, 1-3). Come individuarli? E’ piuttosto semplice: «Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta». Il che dovrebbe indurre a rifuggire dal consenso delle folle, preoccupandosi qualora invece lo si raccolga. Ciò che dunque oggi inquieta davvero non è il fatto che questi «falsi profeti» esistano, bensì che siano tanti, espliciti e spavaldi. Rafforzati in ciò dall’assenza dei necessari e dovuti provvedimenti da parte dell’autorità. Come se un genitore abdicasse all’esercizio del proprio compito educativo, infischiandosene dell’inevitabile deriva morale e sociale dei figli. Oggi di gente che insegna le «cose del mondo» ce n’è davvero troppa in giro. Al punto da far ritenere che la «fessura», di cui parlò espressamente Paolo VI nell’omelia del 29 giugno 1972, sia divenuta ormai un cratere e che «il fumo di Satana» da qui entrato «nella Chiesa» sia diventato un devastante incendio.
Facciamo due esempi. Con l’avvertenza che si tratta per l’appunto di questo, di esempi. Moltiplicabili, purtroppo, ormai all’ennesima potenza. In un articolo (quindi «scripta manent») il gesuita padre Juan Masiá, professandosi “kasperiano” tout court spera, anzi reclama che passi la linea divorzista tanto per i matrimoni civili quanto per quelli religiosi, sostenendo come «dottrine e tradizioni possano e debbano evolversi in favore della dignità della persona» e bollando come «inquisitori» quanti sostengano l’indissolubilità nuziale. Anche a costo di andar contro la legge di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2384, definisce con chiarezza il divorzio come «una grave offesa alla legge naturale», un’offesa all’«Alleanza della salvezza, di cui è segno», accresciuta dall’eventualità di nuove nozze, che pongono «in una condizione di adulterio pubblico e permanente». E’ scritto nella Sacra Bibbia: «Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio e che non appartenete a voi stessi? Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (cfr. 1 Cor 6, 18-20).
Il che risponde al secondo caso, analogo, quello della Conferenza episcopale tedesca espressasi in un proprio documento a larga maggioranza a favore dell’accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati, sia pure «sub conditione». Documento, pubblicato senza remore sul sito ufficiale dei Vescovi, comprese le sempre più sconcertanti parole del card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca: «La ricerca di un accompagnamento teologicamente responsabile e pastoralmente appropriato dei credenti divorziati o divorziati risposati appare ovunque nel mondo tra le sfide urgenti della pastorale familiare e coniugale nel contesto dell’evangelizzazione», ha affermato.
Terzo caso: quello del vescovo di Anversa (Belgio), mons. Johan Bonny, agitprop nella Chiesa del «riconoscimento formale» delle relazioni omosessuali e addirittura bisessuali, come da lui stesso dichiarato nell’ennesima intervista apparsa sul quotidiano “De Morgen” al solito grido di «troppi esclusi da troppo tempo». Suscitando così l’entusiasmo del Rettore dell’Università Cattolica di Lovanio, Rik Torfs (peraltro un canonista), che ha definito le sue parole, tali da rimettere in discussione i principi non negoziabili, un “punto di svolta”, impossibile sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il che è tutto dire…
Secondo mons. Bonny la Chiesa dovrebbe riconoscere la «pluralità di forme» presenti al suo interno, specularmente alla «diversità di quadri giuridici per le coppie» presente nella società. Ecco quell’insegnare, anzi quel conformarsi alle «cose del mondo», di cui parla san Giovanni. Inutile ricordare come «le relazioni omosessuali» per il Catechismo siano «gravi depravazioni», «intrinsecamente disordinate» e contrarie «alla legge naturale» (n. 2357), rifacendosi ancora una volta alla Scrittura: «Né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (1 Cor 6, 9-10).
E’ sin troppo evidente come tutto questo rappresenti una sorta di prova generale, un giocar d’anticipo alzando la voce per preparare il terreno del Sinodo 2015, dove l’ala «progressista» della Chiesa è evidentemente convinta di riuscire a capovolgere le posizioni e cambiare la Dottrina di sempre. San Giovanni, in questo, ci rassicura e conforta: «Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo» (1 Gv 4, 4). E’ vero. Ma, trattandosi in questo caso di anime e non di corpi, quanti caduti si dovranno contare sul campo? Di quanti caduti, questi «falsi profeti», dovranno rispondere al cospetto di Dio? (Mauro Faverzani)