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martedì 27 dicembre 2016

la logica dell’eresia

PRONTI A DARE RAGIONE

di don Alfredo Morselli





1. Se si cede su un punto, salta tutto.

Il Cardinale Caffarra, in occasione di un importante convegno svoltosi a Roma, nel novembre 2015 [1], rispondendo a una domanda circa la possibilità di ammettere alla ricezione dell’Eucarestia i divorziati civilmente risposati, affermò che ciò “non è possibile”: e questo perché "una tale ammissione vorrebbe dire cambiare la dottrina del matrimonio, della Eucarestia, della confessione, della Chiesa sulla sessualità umana e quinto, avrebbe una rilevanza pedagogica devastante, perché di fronte a una tale decisione, specialmente i giovani, potrebbero concludere legittimamente: - allora è proprio vero, non esiste un matrimonio indissolubile - ” [2].

Le affermazioni dell’Arcivescovo emerito di Bologna, mai confutate, sono ancora più attuali, dopo i dubia presentati al Papa dal gruppo dei quattro Cardinali, di cui lo stesso Caffarra fa parte.

In queste note proveremo a spiegare come il Cardinale Caffarra abbia perfettamente ragione, e come la prassi e/o l’ipotesi di ammettere alla S. Comunione i divorziati civilmente risposati comporti effettivamente quello sfacelo dottrinale così chiaramente prospettato.

2. Gli articoli di fede non sono proposizioni svincolate le une dalle altre.

Le proposizioni del Credo si chiamano articoli, perché esse sono compaginate e collegate tra loro come le membra del corpo umano solo collegate tramite articolazioni: negando una sola verità della fede, si finisce - per conseguenza logica - col negane molte altre, se non tutte.

Il Magistero non ha taciuto circa questo nesso tra gli enunciati di fede: il Vaticano I ha parlato di nexus mysteriorum inter se [3], il Vaticano II ha parlato di gerarchia delle verità [4], il Catechismo ha ripreso entrambe le affermazioni, e ci parla di mutui legami e coerenza dei dogmi [5].

Il Card. Schömborn ha spiegato poi che con gerarchia delle verità non si intende un (imprecisato) gruppo di verità certe - obbligatorio a credersi -, e altre verità (sempre imprecisate) facoltative per la fede: 
"Gerarchia delle verità significa […] un "principio strutturale organico", da non confondersi con i "gradi di certezza". Tale principio afferma, inoltre, che le diverse verità di fede sono ordinate a/e in funzione di un centro, un nucleo centrale, ma non però che le verità non poste al centro siano, per ciò stesso, meno vere” [6].
Questo nucleo centrale, indicato nel Catechismo di S. Pio X come i due misteri principali della fede (Unità e Trinità di Dio e Incarnazione, Passione e Morte del Nostro Signore Gesù Cristo), in quanto “centro organico”, comprende in sé - in un certo modo - tutti gli altri misteri.

Facciamo un esempio per spiegare questo concetto: “la resurrezione dei morti” dipende da “il terzo giorno è resuscitato”: non per niente San Paolo afferma che, se si nega la resurrezione dei morti, si finisce col negare ala resurrezione di Cristo:
“Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato!” [7]
Così la “vita eterna” dipende dal “Pane della vita”:
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” [8].
Si capisce allora come in alcuni luoghi, fin dall’antichità [9], la recita del Credo fosse accompagnata, nella liturgia, dal segno della croce (rimasto tuttora prescritto, dopo la recita del simbolo, nella forma extra-ordinaria del rito romano). 

Il segno di croce - “segno ammirabile, che congiunge magnificamente l’espressione cristologia e redentrice della fede alla sua espressione trinitaria” [10] - posto alla fine del Credo, indica che i due misteri principali comprendono in sé tutti gli articoli appena proclamati.

Questo stretto legame però comporta anche che un solo articolo non creduto risalga a guastare anche i due misteri principali - o nucleo centrale - della fede.

3. Le tessere del domino.

Cosa comporta dunque ammettere i divorziati civilmente risposati conviventi more uxorio alla ricezione della SS. Eucarestia?
Elencherò i numerosi errori che ne conseguono: molti di questi errori, se sostenuti pervicacemente, sono vere e proprie eresie; il can. 761 del CIC afferma:
“Vien detta eresia, l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica”.
Il CIC descrive qui l’eresia formale, includendo la pertinacia, che è una disposizione dell’eretico: ma un’affermazione può essere eretica materialmente, cioè non considerando tanto come essa è sostenuta, ma prendendo in esame l’enunciato in sé e per sé.

Quando affermo che alcune affermazioni sono eretiche, non intendo né affermare che i pastori siano eretici, né che alcuni documenti siano eretici: ma sono eretiche alcune affermazioni che potrebbero essere dedotte dagli stessi documenti: soprattutto se, partendo da essi, si volessero bypassare le condizioni richieste dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, perché i divorziati risposati possano accedere all'Eucarestia:
“Ciò importa, in concreto, che quando l'uomo e la donna [non sposati sacramentalmente], per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, "assumano l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi” [S. Giovanni Paolo II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 25-10-1980, § 7] [11].
In questo senso si è espresso recentemente anche il Card. Brandmüller:
"Chi pensa che l'adulterio persistente e la ricezione della Santa Comunione sono compatibili è un eretico e promuove scisma" [12].
Vediamo ora come, qualora si cercasse di rendere compatibili adulterio ed Eucarestia, verrebbe a crollare pressoché tutto l'edificio della nostra santa fede cattolica.


1ª eresia: è lecito accedere all’Eucarestia non in grazia di Dio.


Che la suddetta affermazione sia eretica, è evidente per il fatto che vengono contraddette verità proposte costantemente dalla Chiesa come fondate sulla S. Scrittura; così insegnava S. Giovanni Paolo II:
«Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell'apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell'Eucaristia, “si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale”» [13].
"La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia" [14].
Per poter ammettere i divorziati civilmente risposati conviventi more uxorio alla ricezione della SS. Eucarestia, cercando vanamente di non contraddire la plurisecolare Tradizione della Chiesa, bisogna sostenere che in qualche caso l’adulterio non è peccato mortale; ma così facendo, si incorre nelle seguenti due eresie (la 2ª e la 3ª):

2ª eresia: non esistono atti intrinsecamente cattivi (cioè atti che, se compiuti con piena avvertenza e deliberato consenso, sono sempre peccato grave)


Al contrario, San Giovanni Paolo II insegna:
“Alla luce della Rivelazione e dell'insegnamento costante della Chiesa e specialmente del Concilio Vaticano II… Ciascuno di noi conosce l'importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell'insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l'autorità del successore di Pietro. Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo per le singole persone ma anche per l'intera società, con la riaffermazione dell'universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. 
Nel riconoscere tali comandamenti il cuore cristiano e la nostra carità pastorale ascoltano l'appello di Colui che «ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19). Dio ci chiede di essere santi come egli è santo (cf Lv 19,2), di essere — in Cristo — perfetti come egli è perfetto (cf Mt 5,48): l'esigente fermezza del comandamento si fonda sull'inesauribile amore misericordioso di Dio (cf Lc 6, 36), e il fine del comandamento è di condurci, con la grazia di Cristo, sulla via della pienezza della vita propria dei figli di Dio. ” [15].
E il Catechismo ribadisce:
“ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l'omicidio e l'adulterio. Non è lecito compiere il male perché ne derivi un bene” [16].
3ª eresia: la fornicazione e l'adulterio non sono sempre peccati mortali.


Come anche questa affermazione sia eretica, si evince constatando come essa sia contraddittoria rispetto a quanto, ad esempio, ha dichiarato la Congregazione per la Dottrina della Fede:
“…secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l'ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest'ordine è oggettivamente grave” [17].
Per sostenere che la fornicazione e l'adulterio non sono sempre peccati mortali, si incappa in…

a) un assurdo uso di Gaudium et spes, usata per sostenere che in alcuni casi il peccato fa bene all’amore, applicando ad una relazione adulterina il principio per cui se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 51; cf Amoris laetitia, nota 329)…

…e…

b) …nella 4ª eresia: le circostanze possono rendere buone azioni intrinsecamente cattive…


…quando invece il CCC afferma che:
“…le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un'azione intrinsecamente cattiva” [18].
Per sostenere che le circostanze possono attenuare la malizia della fornicazione e dell’adulterio, si cade in altre due eresie:

5ª eresia: talvolta può mancare l'aiuto di Dio per non peccare


e 

6ª eresia: potrebbe esistere una situazione in cui non ci sia altra possibilità che peccare…


…quando invece San Paolo afferma:
“Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo per poterla sostenere” [19]
…e il Concilio di Trento definisce:
“Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall'osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell'espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica, esser cioè impossibile per l'uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio, infatti, non comanda l'impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi, (1Gv 5,3) il suo giogo è soave e il peso leggero (Mt 11,30). Quelli infatti che sono figli di Dio, amano Cristo e quelli che lo amano - come dice lui stesso (Gv 14,23) - osservano le sue parole, cosa che con l'aiuto di Dio certamente possono fare” [20].
Siccome poi per accostarsi alla S. Comunione occorre confessarsi, allora viene a crollare il sacramento della Penitenza, dovendo ammettere che…

7ª eresia: è possibile assolvere chi non ha il proponimento di non più peccare…

…quando invece San Giovanni Paolo II insegna:
“Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire” [Concilio di Trento: Denz.-Schönm., 1676]” (CCC 1451). Inoltre “'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l'anima della conversione” [21].
Infatti, ribadisce San Giovanni Paolo II…
“…se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento” [22].
Oppure dovendo ammettere che:

8ª eresia: chi è in stato di peccato mortale vive in grazia di Dio…

…quando invece il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che:
“Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia” [23].
Inoltre dobbiamo chiederci che fine faccia il precedente matrimonio dei divorziati civilmente risposati, che fine fa? Svanisce nel nulla, permane, o che altro? Se è fallito, il matrimonio non c’è più o sussiste?

Diventa difficile salvaguardare la seguente affermazione del Catechismo:
“Questa inequivocabile insistenza sull'indissolubilità del vincolo matrimoniale ha potuto lasciare perplessi e apparire come un'esigenza irrealizzabile [Cf. Mt 19,10]. Tuttavia Gesù non ha caricato gli sposi di un fardello impossibile da portare e troppo gravoso, [Cf. Mt 11,29-30] più pesante della Legge di Mosè” [24].
4. La concezione volontaristica della legge e l’eresia sulla misericordia

La legge è stata concepita - nella storia del pensiero - secondo due principali paradigmi:

a) una concezione che possiamo chiamare volontaristica, che può essere sintetizzata nel verso di Giovenale: “hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas” [25].

Secondo questo principio una legge ha la sua ragione d’essere solo nella volontà che la promulga, sia essa divina o umana.

b) Una seconda concezione, che possiamo chiamare intellettualistica, che è invece fondata sul principio “bonum est secundum rationem esse”: ovvero c’è un essere che precede la volontà del legislatore, a cui il legislatore stesso si deve adeguare. Ed è per questo che San Giovanni Paolo II ha potuto affermare che "l'esigente fermezza del comandamento si fonda sull'inesauribile amore misericordioso di Dio (cf Lc 6, 36)" [26].

Se si considera la proibizione ai divorziati civilmente risposati di accostarsi all’Eucarestia come un atto non misericordioso o come il lancio crudele di una pietra, si rischia di appoggiarsi sulla prima concezione della legge: secondo questa concezione, gli uomini decidono di imporre un certo carico o un certo peso; se questi dipendono solo dalla volontà del legislatore, potrebbero essere realmente insopportabili.

Ma se invece la legge è iscritta in ogni uomo, e dipende da un progetto sapiente di Dio: se il Padre, per creare l’uomo, ha guardato questo progetto, che è una persona, il Verbo (“Io ero presso di lui come artefice”; Prov 8,30), secondo il quale e in vista del quale sono state create tutte le cose… allora non può essere misericordia concedere all’uomo di non essere quello che è.

La legge guida l’uomo a vivere secondo la propria natura, ovvero - come dice San Tommaso d’Aquino, realizzando in sé l’immagine di Dio [27].

Assecondare un atto cattivo significa dire all’uomo: “siccome sono misericordioso, ti concedo di non realizzare in te l’immagine divina”: l’alternativa non è solo la mancanza dell’ottimo, ma la morte, salario del peccato, esito esiziale che il diavolo cerca di nascondere: “Non morirete affatto!” [28].

Non può essere misericordia far credere all’uomo che è bene ciò che è invece il suo male, e incoraggiare due persone che non sono marito e moglie a vivere come se lo fossero.

E così non può essere misericordia fare assumere un sacramento che significa la perfetta unione con Cristo mediante la fede e la carità, quando questa unione non è perfetta e in atto, ma è imperfetta riguardo alla fede e in potenza riguardo alla carità: e quindi le specie consacrate assunte si trovano ad essere imprigionate in un corpo, senza potere in alcun modo beneficare quella persona che - senza le dovute disposizioni - le riceve.

La concezione volontaristica della legge è una sorta di meta-eresia che pervade oggi l’atmosfera ecclesiale, humus nel quale si sviluppano ora l'una ora l'altra delle suddette eresie.

Conclusione

Eravamo partiti dalle affermazioni del Cardinale Carlo Caffarra, secondo le quali l’ammissione dei divorziati civilmente risposati all’Eucarestia, a meno che questi non vivano più more uxorio, comporta lo sfacelo di tutta la dottrina cattolica. Abbiamo visto che queste affermazioni sono tutt’altro che un’esagerazione.

Quando il porporato rilasciò le dichiarazioni testé esaminate, Amoris laetitia non era ancora uscita, e così egli poteva concludere l'intervista in questo modo:
“Le aperture di Papa Francesco sono diverse, non è una apertura che vuol dire cambiare la dottrina, vuol dire avere un atteggiamento vero, pastorale verso le persone, qualunque sia la loro condizione” [29].
Dopo A.L.?

Solo una risposta autorevole del Magistero, che risponda ai dubbi, e che chiarisca le ambiguità oggettive, può portare un po' di chiarezza, in questo clima di confusione che si è venuto a creare nella Chiesa, soprattutto a partire dai due ultimi sinodi sulla famiglia.

* * *

È proprio vero che il demonio, come dice Dante, è löico [30], estremamente logico, e, posto un errato principio, ne deduce una lunga serie di eresie, con una perfetta conseguenza logica.

Ma se il demonio è logico, la Madonna è sapiente, e con la sua sapienza, che infonde nei suoi devoti, schiaccia la testa del serpente eretico. Che l'attesa della certissima vittoria possa abbreviarsi.
NOTE
[1] "Permanere nella verità di Cristo" - Convegno internazionale in vista del Sinodo sulla famiglia, Roma, 30 settembre 2015. Per un resoconto esaustivo, cf. http://tinyurl.com/hwhbc3b.
[2] È possibile vedere il video dell’intervista qui: https://youtu.be/iKRLWE96RCw
[3] “Certo quando la ragione, illuminata dalla fede cerca assiduamente, piamente e nei limiti dovuti, con l’aiuto di Dio consegue una certa conoscenza molto feconda dei misteri, sia per analogia con ciò che conosce naturalmente, sia per il nesso degli stessi misteri fra loro e col fine ultimo dell’uomo” (“Ac ratio quidem, fide illustrata, cum sedulo pie et sobrie quaerit, aliquam Deo dante mysteriorum intelligentiam eamque fructuosissimam assequitur tum ex eorum, quae naturaliter cognoscit, analogia, tum e mysteriorum ipsorum nexu inter se et cum fine hominis ultimo”) DS/26, 3016. 
[4] “…esiste un ordine o «gerarchia» nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 11].
[5] CCC § 90: “I mutui legami e la coerenza dei dogmi si possono trovare nel complesso della Rivelazione del Mistero di Cristo” [Cf. Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3016: “nexus mysteriorum”; Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].
[6] Joseph Ratzinger, Christoph Schömborn, Breve introduzione al catechismo della Chiesa cattolica, Roma 1994, p. 41.
[7] 1 Cor 15, 12-13.
[8] Gv 6,51.
[9] Cf. ad esempio i discorsi 57, 59 e 60 di S. Pietro Crisologo (PL XXXII, 360 D, 365 B, 368 C).
[10] “Signe admirable, qui joint magnifiquement l’expression christologie et rédemptrice de la foi à son expression trinitaire”; H. de Lubac, La foi chrétienne. Essai sur la structure du Symbole des Apôtres, Paris:Aubier-Montaigne, 1970/2, p. 91.
[11] Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14-9-1994, § 4.
[12] "Wer fortgesetzten Ehebruch und den Empfang der Heiligen Kommunion für vereinbar hält, ist Häretiker und treibt das Schisma voran", Der Spiegel, 23.12.2016, http://tinyurl.com/hbubhtk. 
[13] Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17-4-2003, § 36.
[14] Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, § 84.
[15] Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 115, grassetto redazionale.
[16] CCC 1756.
[17] Dichiarazione circa alcune questioni di etica sessuale – Persona humana, 29 dicembre 1975.
[18] CCC 1754. 
[19] 1 Cor 10,13.
[20] Decreto sulla giustificazione, 13-1-1547, Sessio VI, cap. 11, DS/40 1536.
[21] Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2-12-1984, § 31, III.
[22] Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, 22-3-1996, § 5.
[23] CCC 1861.
[24] CCC 1615.
[25] Satura VI, 223.
[26] Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 115.
[27] “…restat ut consideremus de eius imagine, idest de homine, secundum quod et ipse est suorum operum principium, quasi liberum arbitrium habens et suorum operum potestatem”: S. Th. Iª-IIae pr.
[28] Gen 3,4.
[29] Vedi note 1) e 2).
[30] Inferno, XXVII; 123.

mercoledì 30 novembre 2016

Vaticano eversivo

Il “cambio di paradigma”




Si direbbe che Paradigmenwechsel (“cambiamento del paradigma”) sia un’espressione particolarmente cara al Card. Walter Kasper. L’aveva usata nella relazione con cui aveva introdotto i lavori del Concistoro straordinario sulla famiglia il 14 febbraio 2014 (qui il testo completo; qui una sintesi). In quell’occasione, l’aveva cosí illustrata:
Se si pensa all’importanza delle famiglie per il futuro della Chiesa, il numero in rapida crescita delle famiglie disgregate appare una tragedia ancora piú grande. C’è molta sofferenza. Non basta considerare il problema solo dal punto di vista e dalla prospettiva della Chiesa come istituzione sacramentale; abbiamo bisogno di un cambiamento del paradigma e dobbiamo — come lo ha fatto il buon Samaritano (Lc 10:29-37) — considerare la situazione anche dalla prospettiva di chi soffre e chiede aiuto.
Il cambio di paradigma consisterebbe dunque in un mutamento di prospettiva: occorre considerare i problemi della famiglia non piú solo dal punto di vista della Chiesa, intesa come istituzione sacramentale, ma anche da quello “di chi soffre e chiede aiuto”. Viene proposta anche un’icona del nuovo paradigma: la Chiesa deve diventare come il buon Samaritano, deve cioè “farsi prossimo” di chi si trova in una situazione di disagio.

Ritroviamo la stessa espressione Paradigmenwechsel nell’articolo recentemente pubblicato sulla rivista Stimmen der Zeit (n. 11/2016, pp. 723-732; qui il testo originale;  qui una sintesi in inglese;  qui una sintesi in italiano) dall’eloquente titolo “Amoris laetitia”: Bruch oder Aufbruch? (letteralmente, “AL: rottura o inizio di un cammino?”; ma si noti il gioco di parole impossibile a rendersi in italiano). In questo caso, il “cambiamento di paradigma” viene cosí descritto:
Ein Paradigmenwechsel ändert nicht die bisherige Lehre; er rückt sie jedoch in einen größeren Zusammenhang. So ändert „Amoris laetitia“ kein Jota an der Lehre der Kirche und ändert doch alles. Der Paradigmenwechsel besteht darin, dass „Amoris laetitia“ den Schritt tut von einer Gesetzes- hin zur Tugendmoral des Thomas von Aquin.
Un cambiamento di paradigma non modifica la dottrina precedente; la inserisce però in un contesto piú ampio. Cosí Amoris laetitia non cambia uno iota della dottrina della Chiesa; eppure cambia tutto. Il cambio di paradigma consiste in questo, che Amoris laetitia segna il passaggio da una “morale della legge” alla “morale della virtú” di Tommaso d’Aquino. 
Poco prima, pur senza parlare di cambio di paradigma, aveva accennato a un analogo mutamento:
Cum grano salis kann man sagen: „Amoris laetitia“ nimmt Abstand von einer vorwiegend negativen, augustinischen Sicht der Sexualität und wendet sich der schöpfungsbejahenden thomistischen Sicht zu.
Cum grano salis, si può dire: Amoris laetitia prende le distanze da una visione agostiniana, prevalentemente negativa, della sessualità e si volge alla visione tomistica piú positiva della creazione.
Nell’articolo troviamo anche altre contrapposizioni, come quella tra l’optimum e il “bene possibile” (Evangelii gaudium, nn. 44-45; cf Amoris laetitia, n. 308) o quella tra la realtà in bianco e nero e le molteplici sfumature (recentemente sfruttata anche da Papa Bergoglio nell’intervista rilasciata ad Avvenire):
Meist können Menschen — und wir alle sind solche Menschen — nicht das Optimum, sondern nur das in ihrer Situation Bestmögliche tun; oftmals müssen wir das kleinere Übel wählen. Im gelebten Leben gibt es nicht nur schwarz oder weiß, sondern sehr unterschiedliche Nuancen und Schattierungen.
La maggior parte degli uomini — e tutti noi siamo tali uomini — possono fare non l’optimum, ma solo il meglio possibile nella loro situazione; spesso dobbiamo scegliere il male minore. Nella vita vissuta, non c’è solo il nero o il bianco, ma svariatissime sfumature e tonalità.
Se devo essere sincero, non mi convince molto il ricorso a San Tommaso per giustificare scelte pastorali che personalmente trovo discutibili. Va detto che il Card. Kasper non fa altro che evidenziare una tendenza già presente in Amoris laetitia, nella quale si possono contare una ventina di riferimenti al Dottore Angelico (probabilmente dietro questa massiccia presenza dell’Aquinate nell’esortazione apostolica si può vedere la longa manus del Cardinale domenicano Christoph Schönborn). In ogni caso, rimane l’impressione che si tratti di un ricorso pretestuoso e strumentale, tendente a coprire le motivazioni reali di un cambiamento altrimenti difficilmente giustificabile. Sarebbe auspicabile un approfondimento in proposito da parte di teologi di professione.

Cosí pure, non mi piace la contrapposizione fra la visione agostiniana e quella tomistica della sessualità. È vero che i due grandi dottori hanno sensibilità diverse e affrontano i problemi da prospettive diverse; ma non mi sembra il caso di insisterci troppo: nella storia della filosofia e della teologia, come nella storia della Chiesa, trovo molto piú utile sottolineare lo sviluppo nella continuità che non le opposizioni e le differenze. Ma sembrerebbe che lo stesso Kasper non voglia calcare la mano piú di tanto (si noti l’iniziale cum grano salis).

In ogni caso, considerare un “cambio di paradigma” il passaggio da una “morale della legge” (Gesetzesmoral) alla “morale della virtú” (Tugendmoral) di Tommaso d’Aquino non lo trovo del tutto corretto. Anche qui, è vero che nella teologia morale esistono queste due diverse impostazioni (quella alfonsiana, che si basa sui comandamenti, e quella tomista, fondata sulle virtú); ma si tratta di due diverse prospettive, entrambe legittime, che non si escludono, ma anzi si completano a vicenda. La catechesi ha finora privilegiato la prima impostazione (anche il Catechismo della Chiesa Cattolica continua a seguirla, credo soprattutto per motivi di praticità, senza per questo trascurare la trattazione delle virtú), lasciando però a tutti piena libertà di seguire l’altra impostazione (io, all’Angelicum, ho studiato la teologia morale secondo lo schema delle virtú e non dei comandamenti).

Con ciò non voglio negare che sia avvenuto un “cambiamento di paradigma”; ma credo che esso vada ricercato a un altro livello. Penso che un’utile indicazione ci venga dalla relazione del Card. Kasper al Concistoro del 2014. In quell’occasione, come abbiamo visto, il Porporato tedesco parlava della necessità di non considerare piú le cose soltanto dal punto di vista della Chiesa, ma anche da quello dell’umanità sofferente. Siccome in quella sede Kasper si era servito di una metafora (il buon Samaritano), si potrebbe completare l’allegoria e descrivere i due paradigmi proprio facendo riferimento al testo di Luca (10:25-37): da una parte c’è il paradigma del “dottore della legge”, quello che cavilla sulla dottrina («E chi è il mio prossimo?»); dall’altra c’è il paradigma del “buon Samaritano”, colui che, senza discettare su questioni astratte, si rimbocca le maniche e viene in soccorso di chi è nel bisogno. Potremmo quindi affermare che il cambio di paradigma si identifica con la “conversione pastorale” (Evangelii gaudium, n. 25) chiesta da Papa Francesco alla Chiesa odierna.

Mentre finora, per orientare il comportamento dei fedeli, la Chiesa si limitava a presentare una dottrina astratta (la legge morale), e poi ciascuno doveva arrangiarsi con la propria coscienza per applicare le norme morali generali alla situazione concreta in cui si trovava a vivere; ora la Chiesa è invitata a non lasciare piú gli uomini soli nel fare le loro scelte, ma ad accogliere, accompagnare, discernere e integrare (i quattro momenti del nuovo metodo pastorale, di cui ci siamo occupati in un precedente post). Per rendere ancora piú evidente il cambiamento, potremmo dire schematicamente: mentre prima era la dottrina a guidare la vita morale, ora questo compito viene affidato al discernimento. Ma proprio questa schematizzazione (se si vuole, sommaria, come tutte le schematizzazioni, ma utile per comprendere) ci mostra i rischi del nuovo paradigma. Sí, perché da una parte abbiamo una dottrina, astratta, fredda, distante quanto si vuole, ma oggettiva; dall’altra abbiamo un discernimento, sicuramente piú attento alle singole situazioni concrete, ma sempre in balia della soggettività di chi lo pratica. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte al trasferimento in campo morale di quanto avvenuto col protestantesimo a proposito dell’interpretazione della Scrittura: mentre nella Chiesa cattolica l’interpretazione della Bibbia è affidata al magistero, fra i luterani ciascuno può interpretarla personalmente attraverso il “libero esame”. Ci si potrebbe chiedere inoltre se, cosí facendo, il discernimento non oltrepassi i limiti del suo naturale campo di azione (che è sempre consistito nella valutazione dell’origine degli “spiriti”, nel giudizio sull’autenticità dei carismi, nella ricerca della volontà di Dio, ecc.). Ce ne siamo occupati in un precedente post, ma il discorso andrebbe ripreso e approfondito in separata sede.

A nulla serve dichiarare che la dottrina non viene modificata, quando essa non serve piú a dirigere la nostra vita. Il cambio di paradigma la rende del tutto irrilevante. Ha ragione il Card. Kasper quando afferma: «Amoris laetitia non cambia uno iota della dottrina della Chiesa; eppure cambia tutto». La dottrina può anche rimanere la stessa, tanto non serve piú; potrebbe essere pure messa in museo e conservata cosí com’è, intatta nella sua purezza. Oggi, per sapere come dobbiamo comportarci, abbiamo a disposizione il discernimento, che è completamente diverso dalla rigida dottrina: esso è piú malleabile, si adatta alle diverse situazioni, può cambiare di volta in volta, diversificandosi caso per caso.

Non so se ci si renda conto della portata eversiva di questo Paradigmenwechsel: si tratta di una vera e propria rivoluzione, quella “rivoluzione pastorale” di cui parlavo in un post del marzo scorso (alla vigilia della presentazione di Amoris laetitia) e alla quale Guido Vignelli ha dedicato un saggio. Il cambiamento del paradigma non è una variazione di secondaria importanza: cambiando il paradigma, cambia davvero tutto. A questo punto, non saprei come rispondere alla domanda che il Card. Kasper pone retoricamente nel suo articolo: “Rottura o inizio di un cammino?”. A me pare tanto una rottura, la stessa identica rottura che si sarebbe voluta attuare con il Concilio Vaticano II, ma che allora non riuscí (checché ne dica la “Scuola di Bologna”).

Infine, non si può non tener conto di questo Paradigmenwechsel in fase di impostazione della “strategia difensiva” nei confronti della suddetta “rivoluzione pastorale”. Perché, se ci si oppone ad essa con gli strumenti tradizionali si rischia — come qualcuno ha fatto intelligentemente notare — di cadere nel medesimo errore commesso dai francesi durante la seconda guerra mondiale: pensavano che per difendersi dai tedeschi bastasse costruire un imponente sistema difensivo (la “linea Maginot”), che però si rivelò del tutto inutile, dal momento che i tedeschi aggirarono l’ostacolo e occuparono la Francia attraversando l’Olanda e il Belgio. Se vogliamo efficacemente opporci alla “rivoluzione pastorale” in atto, dobbiamo farlo nella piena consapevolezza del cambiamento di paradigma avvenuto e, se possibile, combattendo ad armi pari sul medesimo campo di battaglia. In caso contrario, sarà una battaglia persa in partenza.
Q

venerdì 7 ottobre 2016

abbiate fiducia, ....ho vinto

La cultura pro-life produce i suoi frutti

 

 

Gli abortisti sono in difficoltà, tanto che Roberto Saviano si è sentito in dovere di intervenire sui social network e le sue affermazioni sono state riprese il 4 ottobre scorso dall’Agenzia Adnkronos: «L’obiezione di coscienza», ha scritto, «imposta ai ginecologi più che liberamente scelta, in un Paese dove i padiglioni degli ospedali pubblici e laici sono intitolati a santi, è una piaga che rende la 194 la più tradita delle leggi».

Le preoccupazioni dei pro dead si incrementano di anno in anno nell’osservare che il numero degli obiettori di coscienza cresce, così come crescono le associazioni e i movimenti pro life. Lo scorso 23 settembre la camera bassa del parlamento della Polonia ha votato a favore di un disegno di legge che, se definitivamente approvato, vieterebbe praticamente ogni forma di aborto, in un Paese dove la pratica dell’interruzione di gravidanza è già ristretta a pochissimi casi. Alcuni giorni fa 267 deputati su 460 hanno votato a favore della proposta, che ora dovrà affrontare altri due passaggi parlamentari. Le femministe polacche e del mondo occidentale si sono allarmate e il 3 ottobre quelle della Polonia sono scese in piazza, vestite a lutto (il lutto per timore di non poter più abortire, invece di indossare il nero per i bambini uccisi), aderendo al movimento Czarny Protest, ossia «proteste in nero».

Il disegno di legge in discussione è l’iniziativa di un Paese profondamente cattolico, che è riuscito a mantenersi tale sia sotto il regime nazista, sia sotto quello sovietico e che oggi fa sentire la propria voce anche sotto la dittatura relativista e laicista. Esso è sorto proprio grazie all’alleanza di diversi gruppi religiosi cattolici, appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca, così facendo si è riusciti a raccogliere 100 mila firme per presentare al Governo una proposta di legge di iniziativa popolare.

Anche in Italia ci sono segnali molto interessanti dal punto di vista delle obiezioni di coscienza, tanto che ancora Saviano allerta: «Questo tema, a noi italiani, dovrebbe essere caro, perché, nonostante l’aborto sia legale, le difficoltà che le donne italiane trovano oggi ad abortire sono immense» e per sostenere l’aborto è costretto a ricorrere alla vetusta propaganda radicale degli aborti clandestini.

Sette ginecologi su dieci in Italia sono obiettori di coscienza, scegliendo di non praticare il volontario omicidio sull’infante nel grembo materno. Spesso, riportano i media, non sono stati formati per effettuare aborti. Un dato in aumento, come segnalano le percentuali 2015 del Ministero della salute riferite al periodo 2013-2014. Dal 2005 al 2013 gli obiettori sono passati dal 59% al 70%. Cifre che allarmano non poco la politica abortista.

La cultura della vita contro la cultura della morte produce i suoi frutti. «Lo scandalo supremo della nostra epoca», come lo definì Giuliano Ferrara, sta diventando un problema per tanti medici. Dopo la Polonia, siamo il Paese dove è più diffusa la convinzione che l’aborto non dovrebbe essere legale se non quando è in pericolo la vita della madre.

Nella relazione del Ministero della salute sull’attuazione della 194/78 del 26 ottobre 2015 si rileva che nel 2013 sono presenti elevati numeri di obiezione di coscienza, specie tra i ginecologi, 70.0%, cioè più di due su tre). A livello nazionale si è passati dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007, al 71.5% del 2008, al 70.7% nel 2009, al 69.3% nel 2010 e 2011, al 69.6% nel 2012 e al 70.0% nel 2013. Fra gli anestesisti la situazione è più stabile con una variazione da 45.7% nel 2005 a 50.8% nel 2010, 47.5% nel 2011 e 2012 e 49.3% nel 2013. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013.

Si osservano notevoli variazioni tra regioni. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi sono presenti in 8 regioni, principalmente al Sud: 93.3% in Molise, 92.9% nella provincia di Bolzano, 90.2% in Basilicata, 87.6% in Sicilia, 86.1% in Puglia, 81.8% in Campania, 80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al Sud (con un massimo di 79.2% in Sicilia, 77.2% in Calabria, 76.7% in Molise e 71.6% nel Lazio). Per il personale non medico i valori sono più bassi e presentano una maggiore variabilità, con un massimo di 89.9% in Molise e 85.2% in Sicilia.

Tuttavia secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), gli obiettori sembrerebbero essere molti di più. Si alzano così le accuse della Cgil e del Comitato europeo a “difesa” delle donne che hanno intenzione di abortire, in quanto sarebbero costrette a rivolgersi a strutture estere: non certo al Portogallo, dove gli obiettori sono l’80% e non in Austria, dove diverse sono le regioni austriache prive di assistenza sanitaria abortiva.

L’Agenzia La Presse il 28 settembre scorso ha scritto: «Nella giornata sull’aborto sicuro le donne scoprono che le pillole contraccettive non sono più gratuite. Mentre la Legge 194, a causa dell’aumento dei medici obiettori di coscienza, in Italia resta sempre più sulla carta». Proprio per questo l’Onu ha riconosciuto il 28 settembre come la Giornata dell’aborto sicuro. Leggiamo ancora sulla notizia battuta dalla risentita La Presse per gli accadimenti italiani: «Molti obiettori di coscienza (…) arrivano a ostacolare e discriminare i colleghi che invece l’aborto lo praticano (…) Come il medico a cui i colleghi obiettori si rifiutavano di lavare i ferri con cui operava, costringendolo a lavarseli da solo. Come le portantine di un ospedale pugliese che si sono rifiutate di spostare le barelle con le pazienti in attesa di aborto». Normale e giusta, quindi, che sia arrivata la «bacchettata» dall’Unione Europea, che si sdegna di fronte alla Polonia o all’Irlanda, dove abortire è affare assai arduo.

E ancora La Presse si scandalizza che «anche le ultime pillole anticoncezionali a carico del servizio nazionale siano diventate a pagamento». Mario Puiatti, presidente dell’Associazione italiana per l’educazione demografica ha affermato: «Queste pillole erano preziose per le ragazze più giovani o per le donne straniere per cui anche pochi euro possono fare la differenza, escludendole si rischia di danneggiare una fascia debole di utenza». Esiste, dunque, un’Associazione per l’educazione demografica e, logicamente, questa “educazione” va contro sia al concetto di famiglia secondo i disegni del Creatore, sia a quello realista di sana e saggia continenza cristiana o di castità.

Non è semplice diffondere la cultura della vita, anche a fronte di una Chiesa che non si erge con sufficiente chiarezza e determinazione sui principi e sui valori cristiani contro gli errori e i peccati mortali del nostro tempo. Ha dichiarato Ferrara in un’intervista rilasciata il 2 settembre 2015 a Paolo Rodari de La Repubblica: «Una legittimazione delle battaglie pro-life, per me opportuna, non viene dalla chiesa di Papa Francesco. Devo però dire, a onor del vero, che in merito anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno agito con una certa sofferenza e titubanza, anche se la loro predicazione andava nella direzione di una difesa esplicita e culturalmente rilevante della vita».

Tuttavia oggi è maggiormente possibile l’impegno rispetto al 1978, quando arrivò la ghigliottina della 194, all’epoca non esisteva la circolazione delle idee su Internet e in Italia le testate giornalistiche amplificavano le voci di Marco Pannella e di Emma Bonino, che dai microfoni di Radio Radicale, dalla fine del 1975, iniziarono la loro propaganda letale per gli innocenti. Come oggi è più agevole battersi per le verità di fede, rispetto agli anni del Concilio Vaticano II, così oggi c’è maggior spazio per contrastare la 194. Onore al merito per coloro che durante la rivoluzione sessantottina e la rivoluzione pastorale hanno dimostrato la loro fedeltà, e sfruttiamo noi quella lealtà e quella dedizione, nonché le potenzialità dell’età contemporanea.

Le diverse persone che hanno dedicato e dedicano la loro vita all’esistenza di chi non ha il diritto di nascere per volontà altrui, le straordinarie opportunità offerte da Internet, gli eventi nazionali ed internazionali come La Marcia per la Vita, le riviste come I quaderni di San Raffaele, le gocce evangeliche che scavano la pietra… creano disturbo alla 194 e alla sua applicazione. Se si continuerà a non rassegnarsi, ad implorare l’intervento divino, a tenere ben stretti i nomi dei Santi in tutela dei nostri ospedali, a dire pazientemente e con perseveranza la verità sul quel che accade nei laboratori della morte, a spiegare scientificamente che cosa significa “interruzione di gravidanza”, con scritti e conferenze, allora gli obiettori di coscienza cresceranno ancor più… e un giorno, con l’intercessione di Maria Santissima, quell’iniqua legge sparirà. 

(Cristina Siccardi)