giovedì 5 gennaio 2017

grazie per per la vita che ci doni

Te deum laudamus per la vita che ci doni

 



Paola Cevasco è la mamma di Marco Gallo, diciassettenne brianzolo prematuramente scomparso nel 2011. È da pochi mesi in libreria Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare, libro che ne racconta la storia e raccoglie i pensieri.
 
Non ho mai amato i miei compleanni. Né tanto meno le vuote ricorrenze, capodanno, carnevale, in cui bisogna essere festosi per forza. 
Troppo bruciante lo scorrere del tempo.
Poco tempo fa era il mio cinquantesimo compleanno. Temevo questo giorno. 
In particolare ora che sono una madre con un figlio morto ragazzo. 
Ragionando come si ragiona: perché questi giorni a me e non a lui? 
Quanto sarà ancora lunga la mia attesa prima di rivederlo?
Invece mi sono ritrovata la sera commossa, grata della vita che il Signore mi dona. Mi sono ritrovata grata della presenza del SIGNORE, che è con me ed è con Marco. Grata perché “TU, devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna coelorum”, perchè Tu, vinta la forza della morte, ci hai aperto le porte del cielo: questa è la ragione principale della mia gioia. Perché tutto il desiderio che noi siamo non finisce nel nulla. Persino il nostro corpo, sebbene subisca ora la corruzione, tornerà vivo. Mi sono ritrovata grata di esistere per il tempo che il Signore vorrà.
Rileggendo l’inno del Te Deum, la parola che ricorre come cardine di ogni frase, è “Tu”: è sua la grande compagnia nelle pieghe della realtà, nello scorrere del tempo e nell’eternità.
Scriveva la mia amica Claudia, gravemente malata: «Io non sto facendo niente tutto il giorno, mi posso considerare un parassita della società. La mia esistenza ha senso solo perché mi faccio volere bene da Gesù. Ma ti rendi conto? Questo fatto in sé, anche senza che io muova un dito, permette ad ogni cosa di essere al suo posto».
Così il tempo che passa “per singulos dies” invece di essere dispersione, è una possibilità ricevuta ogni giorno di amare liberamente.

Come un bambino per provare i suoi primi passi decide di staccarsi dall’appoggio che sembra sicuro, ma che in realtà lo condannerebbe a non imparare a camminare se lui non osasse mai staccarsi, così noi ogni giorno possiamo avventurarci tra quanto succede all’incontro col Mistero presente.
“Dignare, Domine, die isto sine peccato nos custodire.”
Sostienici oggi nei nostri passi, perché lo sai, noi cadiamo. “Sine peccato”: è la resurrezione ora, è un atto puro ora, che certo sappiamo non viene da noi, ma da TE, regalato, attraverso noi.


“Salvum fac populum tuum, Domine”.
Ci fai vivere in un popolo: che tenerezza che la divinità sia così feriale, sia tra noi, che tu prenda noi e ne faccia delle persone grate perché Tu ci sei.

“Io ti ringrazio sconosciuta compagnia” scriveva il mio Marco accanto a una foto dei suoi conosciutissimi amici: alcuni conosciutissimi amici di cui ognuno di noi sa, come sappiamo di noi stessi, limiti e tradimenti, come li sappiamo di Pietro, eppure che sono, anche loro, Chiesa, “la pienezza di Colui che si realizza interamente in tutte le cose”, sono il mantello di Gesù che noi possiamo toccare.
“Te Deum laudamus”.
Noi ti lodiamo, “noi”: grazie Signore della vita, del tempo e dell’eternità, perché ci hai messo in una famiglia, l’infinitamente piccolo che ha lo stesso sapore dell’infinitamente grande, dove noi bimbi possiamo divertiti camminare ogni giorno.

Qui di seguito pubblichiamo uno scritto di Marco contenuto nel suo libro.
Oggi ho ascoltato “Io non sono degno” e mi sono commosso.
Mi sono commosso, perché Claudio Chieffo ha comunicato in una canzone cos’è la vita.
Io non faccio altro che distrarmi, non fare i miei doveri, sputare sulla vita non gustandomela, bestemmiare sulla vita facendomi complessi, perdendo tempo; non lo dico con piacere ma con forte dolore: io non valgo nulla.
Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei TU, l’ho capito.
Noi non ti meritiamo, non meritiamo una goccia del sangue di te. 
E invece, TU ci sei e mi ridesti ogni attimo, senza che io me ne accorga, 
Tu mi dai la bellezza, le persone, le risposte, 
Tu mi abbracci e ti dico grazie, un grazie inconsapevole, 
inconsapevole del tuo infinito amore, 
del valore che mi dai e dei modi in cui ti manifesti.

La bellezza della vita è che a noi, al nostro nulla, Tu ti contrapponi e ci costituisci, “io sono Tu che mi fai” (Padre Aldo). Per questo, la vita ha senso solo per tendere al tuo amore, che non finirà mai.
La commozione è consapevolezza del nostro nulla e in contemporanea della tua risposta, perché senza risposta sarebbe solo Dolore.
Tu ci abbracci.
Marco Gallo nasce a Chiavari (Genova) il 7 marzo 1994 da Antonio e Paola Cevasco. Trascorre i primi anni a Casarza Ligure assieme alle sorelle Francesca, maggiore di tre anni, e Veronica, minore di tre. Nel settembre 1999 la famiglia si trasferisce ad Arese (Milano) e l’anno successivo a Lecco, dove frequenta la Scuola elementare parificata “Pietro Scola”. Nel settembre 2007 Marco inizia il Liceo scientifico “Don Gnocchi” a Carate Brianza. Due anni dopo la famiglia va a vivere a Monza. Il 5 novembre 2011, mentre si reca a scuola, viene investito e muore. La sera prima aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al crocifisso: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»
Anche se la felicità è ciò a cui tutti aspirano, pochi vivono cercandola davvero. La felicità infatti può far paura perché costa e magari è diversa da come la si immaginava. Perciò Dio è paziente e ci aspetta. Ma ci sono anime che non ne possono proprio fare a meno, che ne sono talmente attirate, quasi il Signore avesse posto un sigillo su di esse, da essere disposte a passare nel fuoco pur di averla. 

“Scrivo prima Dio, perché è il Creatore”. Questa la prima, fra le parole imparate all’asilo, scritte da un bambino che, dopo un’esistenza spesa per rispondere alla sua sete, nascerà inaspettatamente al cielo all’età di 17 anni il 5 novembre del 2011. La storia di questo bambino, poi adolescente, è raccontata nella sua biografia (scritta da lui quando era in vita e curata dalla famiglia) appena pubblicata da Itaca “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”. Il titolo viene da uno dei commenti che Marco fece alla poesia di Eliot sul viaggio dei re Magi, quando a solo 11 anni pensava così alla ricerca travagliata di Gesù da parte dei Re Magi: “Per me le grandi difficoltà sono state fatte e pensate da Dio non per crudeltà… ma per vedere se amavamo veramente Gesù, se eravamo veramente disposti a rischiare di morire per conoscere Gesù”.
 
Marco fin da piccolo era così. E, fin da piccolo, era attirato dalle anime come la sua. Nel volume, che contiene tutti i suoi scritti di una vita insieme ai racconti di quanti lo hanno conosciuto, c’è un passaggio su San Benedetto, messo nero su bianco quando ha appena 9 anni. Marco è affascinato da una fede e una posizione umana che poi diverrà la sua: “Benedetto guardava attentamente ogni fatto che gli succedeva…lui era attento perché convinto che Dio gli parlava attraverso le cose”. Il bambino, però, capisce che non si tratta di uno sforzo di interpretazione o di una comprensione intellettuale di Dio.
 
Della vita di Francesco Saverio, infatti, lo colpisce l’inziativa divina che cambia in un minuto la vita del santo: “Aiutami Signore - scrive nello stesso periodo - a trovare quel minuto”. Fin da piccolissimo descrive la bellezza della natura, della casa, del cibo e degli amici, nei diari e nelle poesie, lodando Dio con una capacità incredibile di far immedesimare il lettore. Alla fine della terza media comincia a comprendere con una profondità inusuale per un ragazzino che per ottenere il massimo è necessario il sacrificio: “E’possibilissimo soffrire il dolore del sacrificio e contemporaneamente essere felici”. E capisce che la vita comoda proposta dal mondo, per lui fatta di cartoni, computer e giochi, non gli basta. Marco freme per non perdere tempo, tanto da parlare così a un amico, quasi come un presagio: “Non ragionare secondo il teorema la vita è lunga, perché ti accorgerai che è molto breve”.
 
Ma quando poi si iscrive al liceo scientifico, presso il Don Gnocchi di Carate Brianza, il giovane comincia a sperimentare la sua impotenza e l’incapacità di compiere da sé quel desiderio e di mantenerlo desto. Tanto da ricordare che i primi due anni di superiori erano passati alla rincorsa dell’amicizia come idolo: “Felicità = amici = uscire sabato sera…che era il mio nuovo idolo”. Realizza che il suo giusto bisogno di compagnia, non trovando una risposta adeguata, si era ridotto e che quindi lui si stava accontentando: Marco non sapeva come uscirne, finché non accadde un incontro con una persona felice che può aiutarlo a non abbassare il tiro. E se sapeva che “il gusto della vita non è precluso a chi sbaglia, ma a chi ignora il senso dell’infinito, il legame tra quello che è qui e il destino” si rende poi conto che “in questo percorso, bisogna non essere soli, non basta che uno ci mette il cuore”. Due anni prima di morire il giovane si concentra quindi sul metodo (interamente riportato nel libro) che sta scoprendo “per vivere pienamente la vita, per rispondere alle domande ultime; scritto per i giovani, raccontato da un giovane”.
 
Gli ultimi tempi della sua esistenza sono di una intensità incontenibile, da tutti i punti di vista. Marco non è esattamente un baciapile, perché la fede non gli interessa come forma ma in quanto risposta a tutta la sua umanità di cui non ha paura. Anche per questo va fuori dagli schemi, inventandosi, ad esempio, imprenditore comprando e vendendo cellulari americani su internet o persino costruendo esplosivi. Certamente non può fare a meno di pregare sempre, ma per lui la preghiera è un giudizio continuo e quindi un abbandono incondizionato a dove Dio lo vuole portare.
 
Gli amici vedono che Marco è un uragano di vita, che segue senza sosta ogni cosa o persona in cui Dio si rivela. Fino a non temere, per amore a quello che ha incontrato, di porsi anche di fronte ai responsabili di Gs (Gioventù Studentesca) del liceo, non accettando che le riunioni di Scuola di comunità (Sdc, la catechesi di Comunione e Liberazione) fossero pensate su numeri enormi. Lui è convinto che siano necessari gruppetti più piccoli, perché “il movimento si trasmette tramite uno sguardo, un’amicizia, una persona, che ti comunica, un rapporto personale”. In merito spiega a un’amica: “Farlo solo perché è la proposta (di chissà chi) mi sembra una puttanata”. Visto il suo amore i responsabili di Gs cedono, motivo per cui Marco non invierà la lettera sulla Sdc scritta per i responsabili ultimi: “Quello di cui ognuno di noi ha realmente bisogno non sono delle parole, dei postulati, il racconto di qualcosa di bello ma un abbraccio fisico, una presenza reale che avviene attraverso delle persone”.
 
Insomma, Marco è lontano da ogni formalismo, tuttavia i compagni non immaginano una tale profondità di rapporto con Cristo. Quello che il 19 marzo del 2011, circa sette mesi prima di morire, lo porta a decidersi definitivamente: “Da questo momento mi sacrificherò interamente alla ricerca della felicità e vedrò se la mia vera vita è in Lui o no”. E, consapevole che può essere aiutato a non decadere solo da un avvenimento presente che continua a riaccadere in momenti, persone e nella compagnia cristiana, aggiunge: “Forse alla radice stessa del movimento per ogni cosa vi è un risveglio causato da qualche avvenimento…da qualcuno. Certo, però, la libertà è la mia”.  E più avanti continua: “Non si può pretendere che nel momento in cui ci si sveglia subito, come una magia, il mistero accada. Già Dio non paga sempre, bisogna attendere…tutto quello che faccio è pregare…vieni ora, ora e qui!”. A fine estate, però, il suo amore per il Mistero si fa palese a tutti, perché Marco, pur consapevole del rischio di essere preso per un pazzo e di non essere capito, ne parla a tutti: “Non importa di cosa si tratti o con chi tratti al centro c’è Gesù…Non posso fermarmi”. 
 
Anche quest’anno, per la quinta volta, il giorno della festa dei santi centinaia di ragazzi colpiti dalla vita e dal sacrificio di Marco, culminato nella morte improvvisa in un incidente stradale, camminavano pregando in sua memoria verso il santuario della Madonna di Montallegro. Quel giorno qualcuno ha ricordato che i santi non sono uomini perfetti, tranquilli e senza difetti, ma persone con la fissa dell’eterno. Una fissa così grande da cercarlo dentro ogni più piccolo brandello di realtà. Allora si può dire che Marco, nato con questa smania di infinito, sia morto santo dopo un percorso di avvicinamento crescente a Dio. Fino al giorno in cui decise di arrendersi totalmente a Dio e sacrificare tutto per la felicità, appunto. 
 Autore: Benedetta Frigerio
Fonte: La nuova Bussola Quotidiana
Strada provinciale, che da Monza collega l'Alta Brianza. Una mattina piovosa come tante, a inizio novembre. Marco, uno studente di 17 anni, si sta recando con la sua moto a scuola, a Carate. Nei pressi di un semaforo si trova davanti un'automobile che sta uscendo, dalla destra, dal parcheggio di un negozio di arredamenti. Il ragazzo cerca di frenare, forse colpa dell'asfalto bagnato, non ce la fa e lo schianto è inevitabile. L'impatto è mortale, Marco non sopravvive. "Il corpo di Marco" dice Paola, la mamma "che era una potenza di vita, è stato così spezzato per un urto: non aveva un graffio, non un’escoriazione, neppure il suo zainetto o il suo casco, non una goccia di sangue versato, ma il suo collo invisibilmente spezzato". Invisibilmente. E' la parola chiave di una vicenda straordinaria, pur nel dolore immenso che essa contiene. "Come si dice madre senza figlio? Padre privato del figlio?... è indicibile" dice ancora Paola.
 
Indicibile è la seconda parola chiave di questa storia. Sì, è indicibile definire due genitori che perdono un figlio. Eppure nella morte di un ragazzo di soli 17 anni, nel pieno del vigore fisico e dell'entusiasmo per la vita, la vita rinasce, in modo "invisibile" e "indicibile". Chi scrive queste righe non ha mai conosciuto Marco Gallo di persona, conosce solo i suoi genitori. Ma dalla sua morte, è come se lo conoscessi da sempre. Sta accadendo così per molte altre persone. I suoi scritti, i suoi pensieri, alcuni dei quali letti solo grazie al padre e alla madre, custoditi come è giusto in questi casi gelosamente, spalancano a una amicizia che va al di là della vita e della morte, perché le contiene. Marco comunica, sta comunicando oggi più che mai a tutti quelli che si imbattono in lui. Accade così che è possibile diventare amici di qualcuno che in vita non si è mai conosciuto. D'altro canto è anche quello che aveva scritto lo stesso Marco in una sua bellissima lettera: era andato alla beatificazione di Giovanni Paolo II senza averlo ovviamente mai incontrato di persona. Da quel giorno invece "è come se fosse nato in me un prepotente desiderio di conoscerlo (…) È come se, finalmente, qualcuno mi abbia capito. Una comprensione che va oltre quella degli amici e delle persone che ho incontrato. Come se tutto il segreto della vita fosse racchiuso qui, in queste parole (spalancate le porte a Cristo)".
 
Ci sono segni evidenti, ci sono cose che accadono: "Stanno succedendo cose dell'altro mondo; perlomeno molto strane se uno proprio vuole continuare a pensare solo alle casualità" dice la madre. Pensando alla storia di Marco queste appaiono evidenti in un modo che sembra anche inquietante, tanto spacca le barriere della realtà come siamo abituati a considerarla. E' davvero la resurrezione, ma una Resurrezione cominciata ancora prima della morte stessa. La sera prima di morire, Marco aveva scritto a penna sul muro della sua camera da letto. Era rimasto colpito, segnato, dalla morte avvenuta la notte prima di Giovanni, studente universitario, amico di un suo carissimo amico, anche lui in un incidente di motocicletta. Marco aveva scritto: "Perché cercate tra i morto colui che è vivo?". Quella scritta è ancora lì, nella camera di Marco, a casa sua. Dice tutto. In modo invisibile e indicibile. In modo inaudito, per la nostra superficialità quotidiana di uomini e donne smarriti nella dimenticanza, privati del senso del Mistero. C'è di più, molto di più, invece. C'è il Mistero che accade. Pochi lo sanno percepire. Marco era sicuramente uno di questi privilegiati.
 
A rileggere oggi infatti alcuni scritti che Marco ha lasciato vengono i brividi. Difficilmente un uomo maturo potrebbe avere la stessa coscienza di fede che aveva questo ragazzo di 17 anni. Una coscienza della fede che nasceva da un desiderio irresistibile e implacabile di capire il significato del destino. Certo, Marco era cresciuto in una bella famiglia che aveva allevato e custodito questo desiderio. In una bella scuola circondato di ragazzi e professori che sostenevano questo desiderio. Ma Marco viaggiava molto più avanti di tutti gli altri, e forse per questo la sua corsa è finita - apparentemente - quella mattina di novembre sulla strada bagnata di pioggia. Il suo viaggio si era compiuto quando aveva scritto quella frase sul muro della cameretta; perché cercate tra i morti colui che è vivo?
 
Una volta Marco, a 16 anni, aveva scritto: "Il desiderio (…) non pensai mai di dirlo, ma il desiderio in sé è inutile. Avevo grande desiderio di felicità eppure passavo le giornate con lui accanto. Non è lui il protagonistanon la sua sola presenza causerà un’esistenza piena. Perché non la sera, né il mattino deciderò come adempirlo. Non saranno i programmi mattutini, né  la “riorganizzazione serale”. Entrambi servono, ma  a niente da soli. È  nell’istante in cui esso è suscitato, nell’istante in cui la sua presenza introduttiva si fa avanti, allora noi dobbiamo seguirlo con la nostra libertà: dobbiamo farlo atto, azione, gesto, talvolta rischio, dobbiamo farlo carne". Una consapevolezza, quella espressa in queste righe, che schianta chi le legge. Poi scriveva: "E allora giungerà una risposta. ma dove cercarla? Come un bambino segue l’aquilone, e come il giorno dopo, vuole rifarlo. Dobbiamo andare nei luoghi, ma soprattutto, dalle persone, che per un solo istante sono state sua risposta. Proprio come un poveretto va a chiedere i soldi: si, è umiliante, ma che altro fare? Suicidarsi o convertirsi? Ovvero Uccidere il desiderio o rivolger nel suo verso la nostra libertà?  Qui si tratta di moralità, ragazzi, si tratta di una posizione corretta, ma che attraversa la consapevolezza che merita di essere fatto, insomma si tratta di una naturale e propensa tensione verso qualcosa di bello. Non è moralismo, è qui voglio chiarirlo: il moralismo cristiano è ritenere che la grazia viene dopo un’adeguata preparazione morale, ma non è così, perché l’uomo è fallace, è la grazia che da la forza: - e quindi, cosa si spera di ottenere? “io sono amato, amici, e QUINDI faccio tutto.”Forse questo, essere amati.. e in tutte le circostanze tendere a una risposta.. forse si.. “in tutto”.
 
In un'altra occasione, pensando alla canzone di Claudio Chieffo Io non sono degno, aveva commentato: "MI sono commosso perché Claudio Chieffo ha comunicato in una canzone che cosa è la vita. Io non faccio altro che distrarmi, non fare i miei doveri, sputare sulla vita non gustandomela, bestemmiare la vita facendomi complessi perdendo tempo. Non lo dico con piacere, ma con forte dolore: io non valgo nulla. Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei te, l'ho capito. Noi non ti meritiamo, non meritiamo una goccia del sangue di te E invece TU ci sei, e mi ridesti ogni attimo, senza che io me ne accorga, tu mi dai bellezza, le persone, le risposte, tu mi abbracci e ti dico grazie, un grazie inconsapevole del tuo infinito amore, del valore che mi dai (…). La commozione è consapevolezza del nostro nulla e in contemporanea della tua risposta, perché senza risposta sarebbe solo Dolore".
 
La storia di Marco è la storia piena di fatti, segni, coincidenze che non sono coincidenze, sono accadimenti che se messi insieme danno la mappa di un puzzle che messo faticosamente insieme dà un percorso. Una volta era partito in motocicletta dalla Liguria, terra dei suoi genitori, in motocicletta per arrivare a casa a Monza. Si era studiato tutto il percorso sulle cartine, senza passare dall'autostrada ovviamente perché era minorenne, poi da qualche parte, forse vicino a Brescia, si era perso e aveva chiamato il padre perché venisse a recuperarlo. Con entusiasmo e giovanile baldanza si era buttato in quella e cento altre avventure, alla ricerca della strada di casa, anzi della Casa. Con stupore di tutti, una decina di giorni dopo la sua morte, è addirittura il Cardinale di Milano Angelo Scola a ricordare Marco: lo fa citando una sua lettera mentre tiene la meditazione in Duomo sull'esperienza dell'amore al termine del ciclo di esercizi Spirituali d'Avvento. Il Mistero della esistenza umana. La Resurrezione che si manifesta. E' la storia di un dolore che può essere accolto, questa. Come dice ancora Paola, "Io capisco sempre meno, capisco che la misura del Mistero non è la mia e mi chiede tutto, e mi continuerà a chiedere tutto; percepisco però che questo Mistero mi abbraccia e in questo abbraccio io non sono persa, io posso viverci". Non cercate tra i morti colui che è vivo. Marco è più vivo che mai.
 
Autore: Paolo Vites

i terroristi ISIS sono CRISTIANI ANONIMI

TEOLOGIA DEL TERRORE ?  IN  VERITÀ I TERRORISTI DELL’ ISIS  SONO “CRISTIANI ANONIMI”

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Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole [ II Tm 4,3 ]
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Autore Giovanni Cavalcoli OP
Autore Giovanni Cavalcoli OP
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quando la correttezza politica clericale diventa stoltezza: un parroco di Potenza, per “costruire ponti e non muri”, mette dentro il presepe la Vergine Maria vestita con il burka
Secondo la dottrina della grazia  ― quella cattolica, s’intende ― mi domando: come vedrebbe un seguace di Karl Rahner i terroristi dell’ISIS? È interessante metterci nella sua mente per comprendere le conseguenze che ne vengono fuori.
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Vediamo anzitutto qual è il concetto rahneriano del “cristiano anonimo” [1]. Non si tratta, come alcuni ingenuamente e benevolmente hanno interpretato, del semplice fatto, assodato dal Magistero della Chiesa sin di tempi del Beato Pio IX e confermato dal Concilio Vaticano II, che qualunque uomo in buona fede e di buona volontà che non conosce il Vangelo, riceve comunque da Dio la possibilità di salvarsi. Il discorso di Rahner è del tutto diverso, perché si tratta invece di una modalità della concezione dell’uomo, inteso come soggetto spirituale autotrascendente nella storia, essenzialmente in grazia. Per capire allora che cosa è il cristiano anonimo di Rahner, bisogna che vediamo che cosa è per lui la grazia in rapporto a Dio e alla natura umana.
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Usiamo, come criterio di giudizio, la concezione cattolica. In questa concezione, la grazia divina è un dono, una “somiglianza con Dio” [2], una vita divina, una qualità soprannaturale gratuita, partecipata all’anima a modo di accidente, dato che solo Dio può essere grazia sostanziale e sussistente, quindi infinita o increata. Se la grazia non fosse in noi a questo modo accidentale, noi saremmo Dio e questo sarebbe panteismo.
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presepe-su-gommone
 
senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : a Montefiore Conca nel riminese, il presepe di Gesù Bambino dentro il canotto [cf. QUI]
La grazia non scaturisce dalla natura e non ne completa l’essenza, ma solo la risana e perfeziona nelle operazioni. La natura razionale è già presupposta in se stessa, come soggetto della grazia, sicché la grazia è aggiunta gratuitamente da Dio all’anima, al di sopra delle sue forze ed aspirazioni naturali [3], per liberare l’uomo dal peccato e guarire la natura umana (gratia sanans) ed elevarla, in Cristo, oltre i suoi limiti, alla condizione di figlio di Dio (gratia elevans).
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La grazia non è una proprietà essenziale o necessaria della natura, benché nella natura ci sia una disponibilità a riceverla [4]. La grazia purifica e perfeziona la natura, ma è una qualità accidentale operativa, acquistabile con la buona volontà e distruttibile col peccato.
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La grazia è necessaria alla salvezza, perché, nella condizione di corruzione e di miseria conseguente al peccato originale, l’uomo, con le forze che gli restano, non sarebbe capace, senza di essa, di realizzare sufficientemente le virtù e di possedere Dio come suo fine ultimo e sommo bene.  
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : ecco un altro gommone, quello del Vescovo di Mazzara del Vallo, che allestisce “il presepe dei migranti” [cf. QUI].  Facciamo notare che il Vescovo di questa diocesi, sotto il precedente pontificato, indossava paramenti disegnati da Giorgio Armani [cf. QUI, QUI], sotto quello attuale è invece tutto migranti&Povertà. In Sicilia, il Tomasi di Lampedusa, questi soggetti li chiamava … gattopardi.
La grazia rende l’uomo “figlio di Dio” [5] ad immagine del Figlio, per cui anche il credente sull’esempio di Cristo, può chiamare Dio “Padre” sotto l’impulso dello Spirito Santo [6].
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La grazia dà vita all’anima e vivifica le potenze, intelletto e volontà, come radice delle virtù teologali: fede, speranza e  carità. La fede non è un sapere apriori, ma aposteriori, preceduto dalla ragione. I concetti di fede, definiti nel dogma ecclesiale, sono sempre, universalmente e assolutamente veri, anche se esiste un progresso nella conoscenza del dato rivelato. Dio esiste prima del mondo, ma la nostra conoscenza parte dal mondo per arrivare a Dio. Dio è apriori nell’essere e nel sapere che Egli ha di Se stesso, non nel nostro sapere.
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La grazia della fede sboccia nella carità, per la quale l’uomo diventa “amico” di Dio [7] e si unisce a Lui tanto intimamente, che Gesù parla di “una cosa sola con Dio” [8], espressione evidentemente enfatica, che non va presa alla lettera, sennò  comporterebbe confusione della natura umana con quella divina, e sarebbe panteismo.
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La grazia aumenta con l’esercizio delle virtù. Sotto l’influsso dello Spirito Santo la carità produce l’esperienza mistica, che è la pregustazione, la “caparra” [9]  e la “primizia” [10] della gloria futura della beatitudine celeste.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : il Presbìtero Vitaliano Della Sala è una vecchia conoscenza, in pratica ha fatto il seminario nei circoli no-global ed ha studiato teologia sui testi di Mario Capanna e Rossana Rossanda, ed in modo coerente eccolo mettere il Verbo Incarnato dalla stalla al gommone … [cf. QUI]
Per Rahner, la grazia in noi, non è invece un dono divino creato, ma è Dio stesso, è un’autocomunicazione così piena ed intima di Dio all’anima, che Dio diventa “quasi causa formale” dell’anima, il costitutivo più radicale della natura umana. Dice Rahner: “Il mysterium che la fede cristiana confessa consiste assolutamente in ciò che la Realtà assoluta di Dio può non solo opporre a Sé l’altro da Sé” (=creazione), “ma vuole arrischiarSi a comunicare Se stessa a questo altro” [11]. Essa ha un carattere apriorico, di “esperienza preconcettuale”, cioè non si aggiunge alla natura umana, che in precedenza ne è priva per il peccato, ma come radicalizzazione e vertice supremo ed orizzonte infinito dell’autotrascendenza umana. Con la grazia la natura da finita diventa infinita. Non riguarda l’operare ma l’esistere: è un “esistenziale soprannaturale”.
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Si noti che per Rahner il possesso della grazia non è possesso di questo e non di quell’individuo, possesso ora presente, ora assente, sì che uno possa possedere la grazia e l’altro no, o che il medesimo individuo nello scorrere del tempo possa ora possederla ora non possederla, ma è fattore necessario, permanente, obbligatorio ed universale della pienezza della natura umana come tale. Essa è richiesta dalla natura come esigenza della natura. Per questo, secondo Rahner, nessuno è privo della grazia.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza: titola trionfalmente il settimanale Famiglia Cristiana, da anni ormai scaduto in Fanghiglia Cristiana: «Il Natale dei Profughi» [cf. QUI]. Noi siamo rimasti indietro parecchio, nel credere che il Natale sia il mistero del Verbo Incarnato
Rahner ammette la concettualizzazione della fede, ma secondo lui il concetto di fede è solo un’espressione incerta, contingente, facoltativa, rivedibile, correggibile, discutibile e particolare, storicamente condizionata e relativa alle varie culture, dell’esperienza trascendentale ed atematica della grazia.
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In base a queste idee ogni uomo come tale – diversamente non sarebbe uomo – è un “cristiano anonimo”, ossia è sempre in grazia fino alla morte, cosicché tutti gli uomini si salvano. Il peccato esiste, ma non può vincere o togliere la grazia. Secondo Rahner, il peccato non ha bisogno di essere espiato. Per questo egli nega che la passione di Cristo abbia avuto una funzione soddisfattoria o riparatrice. È stata solamente la sofferenza di chi ha voluto sentirsi lontano da Dio.
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Per questo Rahner ritiene che il peccato venga immediatamente perdonato da Dio: “l’esperienza della colpa radicale ― egli dice [12] ― senza sbocco, è tuttavia subito perdonata in maniera inconcepibile”. Altre volte ritiene il peccato come un’azione abortita o fallita che crolla da sola.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : il presepe dell’Associazione Salesiana di Bari, Gesù nato sul gommone [cf. QUI]
In base a queste considerazioni risulta chiaro che noi cattolici e i terroristi dell’ISIS, siamo tutti soggetti dell’ “esperienza trascendentale” della grazia. Sul piano categoriale, ossia dottrinale, invece, noi e loro abbiamo concezioni religiose opposte, ma non ha importanza, perché secondo Rahner i contrasti di idee tra le varie religioni non compromettono l’universale esperienza della grazia.
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Secondo Rahner, una medesima proposizione teologica o dogmatica può andar soggetta ad interpretazioni tra di loro contraddittorie, senza che sia possibile stabilire un’unica interpretazione. Così, per esempio, il concetto di Dio in noi e negli islamici presenta elementi di contrasto. Ma non occorre né è possibile stabilire una unica interpretazione valida per noi e per loro.
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Del resto, ritiene Rahner, all’interno dello stesso mondo cattolico esistono posizioni conservatrici ancora legate al tomismo, accanto ad altre che assumono la filosofia moderna o quella trascendentale. Le prime pretenderebbero di trovare eresie nelle seconde. Ma queste, che secondo Rahner hanno una visuale aperta, non accettano di essere portate sul terreno dell’alternativa eresia-ortodossia per l’incertezza e la soggettività del giudizio che – a loro avviso –  su di essa si fonda. Per i rahneriani, categorie decisive di approvazione o rifiuto sono invece rispettivamente il moderno e il superato. Non esiste infatti per Rahner una verità al di sopra della storia, ma ogni verità è sempre immersa nella storia, sicché la verità di oggi è l’errore di ieri e l’errore di ieri è la verità di oggi.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : Diocesi di Lamezia Terme, uno tra i presepi italiani celebrati dal quotidiano l’Avvenire come simbolo di accoglienza dei migranti [cf. QUI]
I rahneriani respingono l’idea di una verità certa, universale, immutabile e soprastorica. La verità ― essi pensano ― non è un’astrazione immobile fuori dal tempo; la verità è la modernità, è quello che oggi si ritiene esser vero, è la verità concreta ed esistenziale della storia, del moderno, del tempo presente, è adeguarsi alla prassi e alla forze attive dell’oggi. E’ la verità di chi comanda. Quindi i rahneriani, convinti del fatto che gli Islamici si salvano col Corano e scettici circa l’universale obbligatorietà dei dogmi cattolici, non avrebbero certamente difficoltà, una volta che la religione, la cultura, il costume, la politica e la finanza dell’Islam dovessero prender piede in Europa, a costruire un cattolicesimo biblico-coranico, così come Rahner ha costruito un cattolicesimo hegheliano ed heideggeriano.
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Bisogna dire allora, seppur con rammarico, che ai rahneriani non interessa la verità astratta, ma la verità del potere politico del momento, come oggi essi sono soggetti socialmente ed economicamente della massoneria, del liberalismo, del sionismo, del luteranesimo e del comunismo.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : presepe realizzato da un gruppo Scouts, ennesima nascita sul barcone, con tanto di mezzaluna rossa a poppa dell’imbarcazione [cf. QUI]
Un domani che gli islamici, aumentati di numero, dovessero conquistare in Europa una forte egemonia culturale e politico-economica, i rahneriani certamente non avrebbero difficoltà, per mantenere il loro prestigio, per non avere noie o per non subire persecuzioni, ad avvicinarsi al Corano, magari in sintesi con Hegel, così come Rahner ha accostato San Tommaso d’Aquino ad Hegel. Potrebbero quindi tentare un incontro di Hegel con Maometto, e comunque tale sintesi verrebbe considerata da loro una delle molteplici espressioni categoriali dell’esperienza trascendentale. Resta però a vedere se gli islamici saranno disposti ad accettare una simile operazione, che assomiglia a quella con la quale i  modernisti sono riusciti a mescolare l’Aquinate con Hegel. È nota infatti l’intransigenza islamica, per la quale i musulmani non sono disposti ad ammettere altra teologia al di fuori di quella del Corano, che peraltro è alla base della religione di Stato degli Stati islamici e quindi fruisce del potere coercitivo dello Stato, come avviene nei paesi comunisti per l’ateismo.
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Ma i rahneriani sono talmente astuti, che non ci sarebbe da stupirsi se riuscissero ad avvicinare il Corano all’idealismo tedesco, così come sono riusciti ad avvicinare ad esso larghi strati della teologia cattolica. In fin dei conti nell’ idealismo tedesco i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione non sono che pallide immagini (Vorstellung) dell’unico Assoluto. Certo, resterebbe l’ostacolo che il Dio coranico è trascendente e creatore, mentre quello hegeliano è immanente al mondo. Ma come i rahneriani sono riusciti a convincere i cattolici circa il valore del loro Dio, che cosa ci impedisce di credere che riuscirebbero a fare la stessa cosa per gli islamici? 
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Se i rahneriani dovessero trovarsi a mal partito nelle trattative con gli islamici, e se questi intimassero loro sotto minaccia di morte di convertirsi all’Islam, senza alcun sincretismo, i rahneriani potrebbero sempre adottare come soluzione l’assunzione del Corano a livello categoriale, ma resterebbe sempre salva l’ esperienza trascendentale.
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senza limiti la gara clerical-corretta alla stoltezza : messaggio in bottiglia … Puer natus est ! Gesù è nato sul barcone-bottiglia, con lo sfondo dei colori della bandiera della pace e tutti gli annessi e connessi [cf. QUI].
La Chiesa Cattolica europea, che conosce già da tempo al suo interno tendenze che si considerano accoglienti e aperte al diverso, come ora è sotto l’orbita dei rahneriani, così passerebbe sotto l’egemonia musulmana, come del resto avviene da 14 secoli nei paesi dove i cristiani vivono in mezzo ai musulmani.
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Resterebbe la resistenza, magari fino al martirio, dei cattolici che rifiutano gli errori del Corano, e che sarebbero considerati da rahneriani e musulmani come chiusi e retrivi fondamentalisti. Il problema più grosso sarebbe quello di come convincere il Papa ad accogliere Maometto.  Per risolvere il problema i rahneriani potrebbero interporsi per ottenere un accordo.
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Avanziamo allora alcune ipotesi di eventuali accordi [13]. Le autorità islamiche in accordo con i rahneriani cercherebbero di convincere il Papa, già un po’ inclinato in tal senso, che i terroristi ― persone in fondo in buona fede, dato che tutti si salvano ―, interpretano male il Corano, che promuove la pace e rifugge dalla guerra di religione. E, a tal fine, potrebbero sottoporgli alcune idee. I terroristi potrebbero incentivare le conversioni all’Islam, mentre i cattolici potrebbero ottenere il paradiso grazie al martirio, pertanto …
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– Gli islamici, assieme ai rahneriani, potrebbero proporre al Papa di essere coadiuvato nel governo della Chiesa dal Gran Muftì dell’Università Al-Azar del Cairo. Papa Benedetto XVI, se è ancora in vita, verrebbe in tal caso allontanato dal Vaticano e posto in un pensionato per anziani sotto sorveglianza islamica.
– Per diventare vescovo bisognerà aver trascorso almeno 5 anni come imam in una moschea.
– Si potrebbe realizzare una riforma degli studi ecclesiastici per mezzo di una commissione mista di teologi rahneriani e musulmani.
– Gli studi tomistici saranno permessi solo a coloro che hanno raggiunto i 70 anni. Mentre la teologia di Rahner volgarizzata e il Corano saranno insegnati fin dalle scuole elementari.
– Così pure la liturgia sarebbe riformata in modo da accogliere nella Messa riti musulmani e letture del Corano.
– Si potrebbe adottare come modello per il digiuno quaresimale il digiuno del Ramadan.
– Potrebbe essere conservato l’uso della lavanda dei piedi fatta dal Sommo Pontefice a donne musulmane nella Messa in Coena Domini del Giovedì Santo.
– Nel Consiglio di amministrazione economica della Santa Sede entrerebbero a far parte tre importanti emiri dell’Arabia Saudita.
– Ogni parrocchia, al suo interno, dovrebbe avere una moschea.
– Nelle scuole della Chiesa, il Crocifisso, sarebbe affiancato dalla Mezza Luna.
– Nelle spiagge private degli istituti religiosi si dovrebbe concedere una par condicio al topless come il burkini.
– I cittadini dovranno ascoltare, oltre al suono delle campane delle chiese, anche l’invito alla preghiera rivolto al popolo dai muezzin sette volte al giorno.
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… molto meglio una Fiat 500 d’epoca che questi monotoni barconi che percorrono ormai da quasi quattro anni le chiese d’Italia in modo ripetitivo … [cf. QUI]
Dubitiamo però che il Papa si lascerebbe convincere. A quel punto egli potrebbe concepire il sospetto che i rahneriani non cerchino veramente gli interessi della Chiesa, ma abbiano di mira soltanto di dominare in essa, per cui avrebbero bisogno di un forte richiamo da parte del Santo Padre al fine di indirizzare la loro fede al vero servizio della Chiesa e delle anime.
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Varazze, 30 agosto 2016
Pubblicato il 4 gennaio 2017
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NOTE
[1] Cf il mio saggio La radice teoretica della dottrina rahneriana del cristianesimo anonimo, in Karl Rahner. Un’analisi critica, Atti del convegno teologico organizzato dai Francescani dell’Immacolata a Firenze nel 2007, a cura di S. Lanzetta, Edizioni Cantagalli, Siena 2009, pp.51-71.
[2]  Cf. I Gv 3,2.
[3] L’uomo sarebbe già felice unendosi Dio come fine ultimo dell’universo. La grazia invece fa desiderare all’uomo di vedere immediatamente la sua essenza trinitaria.
[4] La potentia oboedientialis.
[5] I Gv 3,1.
[6] cf Rm 8,14.
[7] Gv 15,15.
[8] Gv 17,11.
[9] II Cor 1,22.
[10] Rm 8,23.
[11] Cit. da Y. Tourenne, La théologie du dernier Rahner, Les Editions du Cerf, Paris 1995, p.443.
[12] Tourenne, Op.cit., p.368, nota 2.
[13] Aggiungo queste proposte a quelle da me già avanzate in altro articolo sull’Isola di Patmos, vedere QUI.

mercoledì 4 gennaio 2017

Cercate il Signore, mentre si fa trovare


QUAERERE DEUM
 

Fratelli e sorelle,

Le letture di oggi ci parlano del desiderio di Dio, del bisogno di cercare Dio e finalmente di poterlo trovare nella persona di Gesù. Isaia parla di nazioni che lo cercano con ansia, Gesù si rivela essere Lui e nessun altro la nostra salvezza. Il profeta descrive nei particolari sia la nostalgia di Dio che alberga nel cuore degli uomini sia la pienezza che solo Dio può offrire loro.

C’è un bellissimo motto che risale ai tempi di San Benedetto che fonda gran parte della spiritualità benedettina e che descrive molto bene l’atteggiamento dell’uomo che desidera aprirsi al mistero di Dio: QUAERERE DEUM. Cercare Dio.

Oggi più che mai il compito della Chiesa di ciascuno di noi battezzati laici e sacerdoti, è quello di cercare Dio e aiutare i nostri fratelli a trovarLo insieme con noi. La cosa bella è che il Signore ci dà tanti aiuti e strumenti perché la nostra ricerca non sia vana o non si perda nelle mille preoccupazioni della vita e nei vicoli ciechi che troppo spesso essa ci offre.

La nostra bella fede cattolica ci offre la possibilità di poter ascoltare la Sua parola vivente nel Vangelo, nel magistero millenario della Chiesa, nella sicurezza che ci offre la dottrina, nella grazia dei sacramenti, della preghiera e della liturgia.


E a proposito di liturgia.In questa chiesa dedicata a Maria Santissima Annunziata a Trento, (senza nascondere una punta d’orgoglio per appartenere a quella Chiesa Tridentina che ha avuto il dono di ospitare qui a poche decine di metri da dove vi sto parlando uno dei più grandi concili della storia della Chiesa, il Concilio di Trento, concilio che ha portato una grande riforma nella Chiesa interpretata da uno stuolo di Santi e di Sante)... bene a proposito di liturgia abbiamo la grazia di celebrare qui tutte le Domeniche la Santa Messa secondo il rito antico.

Una liturgia che contiene in sé: nei suoi silenzi, nella sua sacralità, nella centralità che essa lascia al Sacrificio di Gesù sulla Croce la risposta a quel Quaerere Deum, cercare Dio, di cui dicevo all’inizio. È una liturgia che attira molto i giovani, anche se questo può sembrare incredibile.

In realtà, e qui mi permetto di dare un consiglio ai miei confratelli sacerdoti che ora mi stanno ascoltando: noi abbiamo tentato in tanti modi di attirare le giovani generazioni in chiesa e alla Santa Messa. Ricordo da piccolo le “messe beat”, poi talora le messe rock o le messe caratterizzate da particolari e talora stravaganti modi di attirare i giovani. Lo abbiamo fatto in buona fede, magari con grandi aspettative che spesso ci hanno lasciato delusi.

Cari confratelli sacerdoti, provate a riscoprire la Santa Messa Antica, oltre che essere un nutrimento straordinario per la nostra spiritualità sacerdotale essa attira, e molto, i giovani. Succede in tutto il mondo. Succede anche qui. Perché non dovrebbe succedere anche da voi?

Il mondo ha bisogno di Dio. Le nazioni cercano Dio. La Chiesa può e deve offrire Dio. È il nostro compito, è nostro preciso dovere ed è allo stesso tempo la gioia che riempie la nostra vita. Quella gioia ha un nome preciso: Gesù Cristo Figlio di Maria Santissima.

Ho cominciato la mia riflessione con un motto benedettino, la concludo con un altro motto questa volta attribuito a San Bruno fondatore dei monaci certosini: STAT CRUX DUM VOLVITUR ORBIS, “La Croce sta ferma mentre il mondo vi gira atorno”. Gesù è la via, la verità e la vita. Gesù è la nostra salvezza. Abbiamo avuto la fortuna, e Gesù ci chiama beati per questo, di aver visto, di aver sentito e così di avere creduto.

E quando le preoccupazioni, l’incertezza per il futuro, le angosce del presente, il peso del nostro passato rischieranno di chiuderci di nuovo il cuore, guardiamo la Croce, guardiamo a Gesù. Aggrappiamoci ai sacramenti, in particolare la confessione e la Santa Messa.








La Croce sta ferma mentre il mondo vi gira attorno, e stare accanto alla Croce qualsiasi cosa accada, significa avere la possibilità di essere tra coloro che vedranno le luci dell’alba del mattino di Pasqua, le lacrime asciugarsi, lo spettacolo del trionfo della vita sulla morte.

Sia lodato Gesù Cristo!


Don Rinaldo BombardelliRettore della chiesa della SS. Annunziata, a Trento,
dove la Domenica e nelle feste di precetto egli celebra la S. Messa tradizionale.
 

 

martedì 3 gennaio 2017

aborto: diritto di libertà




L’aborto. Reato, diritto o libertà?



2di Massimo Micaletti


Si legge negli ultimi tempi che la 194 considererebbe l’aborto un reato; così come si leggeva e si legge ancora da qualche parte che l’aborto è una libertà; il Parlamento Europeo lo ha poi recentemente incluso tra i diritti umani.
Nessuna di queste posizioni è corretta, nessuna è condivisibile e proverò a spiegare il perché. Toccherà parlare di diritto, ma forse ne vale la pena.
  1. L’aborto non è un reato.
Qualcuno asserisce che l’aborto è un reato perché la 194 sanziona penalmente l’interruzione di gravidanza praticata al di fuori delle regole che essa 194 pone.
Ragionare così significa non aver presente il senso proprio della Legge in questione: per la 194/78 l’aborto è un trattamento sanitario, in quanto tale teso a tutelare la salute; come per ogni forma di trattamento sanitario, ove esso non venga effettuato nei modi di legge viene irrogata una pena, ma questa è ben altra cosa rispetto al ritenere l’atto in sé come reato! Per essere più chiari: pure se un medico mi opera malamente di appendicite o di calcoli commette un reato, ma questo non vuol dire che operare di calcoli o di appendicite sia un reato! Persino una visita medica, praticata senza il consenso informato, può integrare un reato, ma questo non significa che la visita medica sia un reato in sé!
Non dobbiamo farci ingannare dal fatto che la 194 preveda specifiche figure di reato, distinte da quello tipico del trattamento sanitario illegale, ossia la lesione colposa: questa specifica previsione non comporta che l’aborto in sé sia un reato ma è dovuta al fatto che la legge deve prevedere, agli effetti penali, anche una minima forma di tutela vita del concepito, per paventare una sorta di compatibilità con la nostra Costituzione che, ricordiamo, riconosce il diritto alla vita ad ogni essere umano[1]. Pensiamo, analogamente, ai reati ambientali: sono previste specifiche fattispecie, ma questo non significa che, in generale, gettare una carta in terra sia un reato.
C’è poi un altro ordine di considerazioni: la Corte di Cassazione Penale nel famigerato caso Spallone (la cosiddetta clinica degli orrori dove venivano uccisi bambini anche di sette, otto mesi di gestazione) ha sancito chiaramente che il discrimen tra procurato aborto ed omicidio volontario è il distacco fisico del feto dall’utero[2]. Scrive la Corte “La condotta di procurato aborto, prevista dall’art. 19, L. 22 maggio 1978, n. 194, si realizza in un momento precedente il distacco del feto dall’utero materno; la condotta prevista dall’ art. 578 c.p. si realizza invece dal momento del distacco del feto dall’utero materno, durante il parto se si tratta di un feto o immediatamente dopo il parto se si tratta di un neonato. Di conseguenza, qualora la condotta diretta a sopprimere il prodotto del concepimento sia posta in essere dopo il distacco, naturale o indotto, del feto dall’utero materno, il fatto, (…) configura il delitto di omicidio volontario”. Perché? Perché, come spiegano i Giudici, la vita umana (non è irrilevante ma) ha un valore differente a seconda che il concepito sia saldato o meno al corpo della madre.
Qualcuno ha poi detto e scritto che per la 194 l’aborto sarebbe un reato perché l’art. 22 della legge recita in un passaggio: “non è punibile per il reato di aborto di donna consenziente chiunque…”. Ora, le norme vanno lette per intero[3]: l’art. 22 disciplina il caso in cui qualcuno avesse procurato l’aborto su donna consenziente prima dell’entrata in vigore della 194, quando davvero l’aborto era un reato. In altri termini, il senso della norma è scriminare coloro (medici e madri) che, prima del 22 maggio 1978, avessero praticato o richiesto l’interruzione di gravidanza. Questa stessa norma, dunque, afferma esattamente l’opposto di quella distorta lettura che qualcuno propone: il significato dell’art. 22 è “Prima l’aborto era reato, ma siccome ora non lo è più non si può più essere puniti anche se il fatto è stato commesso quando la 194 non c’era”.
  1. L’aborto non è una libertà.
Se per il nostro ordinamento l’aborto non è un reato, ebbene esso non è neppure una libertà, quindi non può essere rimesso esclusivamente all’autodeterminazione della madre. Perché? Per due ordini di ragioni: 
una già la sappiamo ed una la dobbiamo approfondire.
La ragione che già consociamo è che, come ho scritto poco sopra, l’interruzione di gravidanza è un trattamento sanitario – altrimenti non lo pagherebbero le pubbliche casse – e ciò comporta non solo che non sia una libertà, ma solo un diritto condizionato. Per essere più chiari: io non ho diritto a che la sanità mi regali medicinali, ho diritto che paghi le mie cure solo se sono malato (ecco perché ci vuole la “ricetta” dal farmacista). Solo ove sussista la mia patologia sussiste il mio diritto.
La seconda ragione è che, siccome il nostro ordinamento riconosce agli articoli 2 e 3 della Costituzione il diritto alla vita del concepito, non è possibile che la sua soppressione sia rimessa esclusivamente all’autodeterminazione della madre. Questo l’ha detto, ad esempio, la Corte costituzionale[4]. Ecco perché la Legge 194 pone delle condizioni per abortire: che poi esse siano condizioni labilissime – soprattutto per l’aborto entro i primi novanta giorni – è pacifico, in quanto costituiscono l’ennesima foglia di fico per nascondere la finalità abortista della legge stessa. Tuttavia, esse sono un astuto espediente per tenere in piedi la legge: come ha scritto la Corte costituzionale, la 194 si regge al cospetto della Costituzione sull’assunto che la soppressione del concepito sia una forma di tutela della salute della donna, non della sua autodeterminazione.
  1. L’aborto è un diritto umano?
Purtroppo, messa così, ossia definendolo trattamento sanitario, l’aborto può ben rientrare nel catalogo dei diritti umani, ma solo in apparenza.
In effetti, datosi esso viene considerato un mezzo di tutela della salute, non si può negare che il diritto alla salute sia compreso, appunto, tra le prerogative che la Dichiarazione del 1948 intende garantire. Però se ci fermiamo qui commettiamo lo stesso errore che ha commesso la Corte costituzionale nel 1997 là ove ha ritenuta la Legge 194 compatibile con la nostra Carta fondamentale: e quale sarebbe questo errore?
Come ho accennato poco sopra, la Corte costituzionale, nella sentenza 35/1997 ha sancito il diritto alla vita del concepito[5], ma ha affermato che ove la prosecuzione della gravidanza comporti un pericolo per la salute fisica o psichica della madre, ebbene allora questa, per “difendersi”, può chiedere che il nascituro sia soppresso. Si tratta tecnicamente dello stato di necessità, ossia la possibilità che io ho di far del male a qualcuno se questi sta per fare del male a me o ad altre persone[6].
Ora, però, l’errore della Corte costituzionale –e di chi ritiene l’aborto un diritto umano – è che perché possa invocarsi lo stato di necessità deve esserci proporzione tra il bene leso e quello minacciato. Ad esempio, io non posso sequestrare un giornalista che sta per divulgare falsità sul mio conto, perché il bene della libertà personale, di cui privo il giornalista, è più importante del bene questi vuol danneggiare, ossia la reputazione. Parimenti, il bene vita è superiore per importanza al bene salute: in altri termini, per tutelare la mia salute non posso privare qualcun altro della vita, soprattutto se, come avviene nell’aborto, non è neppure la gestante che materialmente attua la soppressione del concepito, ma un Medico, quindi soggetto terzo e del tutto estraneo alla causa di giustificazione dello stato di necessità. Se fosse davvero plausibile la tesi che un soggetto, per tutelare la propria salute, possa privare altri della vita, sarebbe allora paradossalmente lecito che un malato di cuore chieda ad un Medico di privare del cuore un’altra persona per poter guarire.
Anche tra i diritti umani esiste una gerarchia: al vertice sta il diritto alla vita, tutti gli altri soccombono innanzi ad esso.
L’aborto quindi non può essere compreso nel catalogo dei diritti umani perché anche ove, contro ogni evidenza scientifica, lo si ritenesse un mezzo di tutela della salute, ebbene non potrebbe mai essere un mezzo lecito perché viene attuato a scapito della vita di un altro soggetto.
  1. Conclusioni.
L’aborto è un reato? Allo stato dell’arte, dunque, non lo è; per le ragioni che ho esposto sopra ed anche perché apparirebbe alquanto singolare che lo Stato italiano pagasse persone per attuare reati (non dimentichiamo infatti che la 194 non ha solo legalizzato l’aborto, ma lo ha depenalizzato e soprattutto lo sovvenziona).
E’ una libertà della donna? Neppure, perché essendo considerato un trattamento sanitario non può essere attuato ad libitum, ma solo se ricorrono certe condizioni (che in concreto non esistono, in conformità alla logica abortista di tutta la 194, ma che servono a dare una parvenza di costituzionalità alla legge).
E’ un diritto umano? Neanche, perché anche a volerlo considerare una forma di tutela della salute (che è un diritto umano), ebbene non può essere esercitato a prezzo della vita di altri.
Ma è poi davvero un trattamento sanitario? Davvero tutela la salute della donna? La psicologia dice tutt’altro e la letteratura in materia è sterminata.  

L’aborto è la soppressione di un essere umano innocente, questo è. Con ogni conseguenza psichica, etica e sociale.
Se il nostro ordinamento ritiene di aver risolto il problema con una legge omicida che comunque la si giri porta sempre e solo, nella lettera e nell’attuazione, alla distruzione del concepito, ebbene noi dobbiamo puntare sempre e solo, nella lettera e nell’attuazione delle nostre intenzioni, alla distruzione della legge 194 e dei suoi epigoni come la Legge 40. E’ un percorso graduale ma necessario e senza alternative o sconti, senza accontentarsi. È un assedio.
Non si scende a patti col Male, non si cerca il modo di “entrare” nelle sue logiche per guastarle dall’interno, poiché esse fatalmente ci intrappoleranno. E quel che si legge in giro ne è una prova.

[1] Non va dimenticato che la 194 fu emanata, tra l’altro, sulla scorta dei criteri già individuati dalla Corte costituzionale nella sciagurata sentenza 27/1975, in cui appunto i Giudici da un lato indicavano la necessità di una minima protezione della vita nascente, dall’altro però sancivano che rispetto ad essa fosse sovra orinata la tutela della salute della gestante.
[2] Cass. pen. Sez. I, 18-10-2004, n. 46945.
[3] “Art. 22. Il titolo X del libro II del codice penale è abrogato. Sono altresì abrogati il n. 3) del primo comma e il n. 5) del secondo comma dell’articolo 583 del codice penale. Salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, non è punibile per il reato di aborto di donna consenziente chiunque abbia commesso il fatto prima dell’entrata in vigore della presente legge, se il giudice accerta che sussistevano le condizioni previste dagli articoli 4 e 6”.
[4] Corte cost., 10/02/1997, n. 35; Corte cost., 28/01/2005, n. 48.
[5] Ma lo ha fatto anche, ad esempio, enlle sentene 26/81 e 48/2005.
[6] E’ previsto dall’art. 54 C.P. che  dispone che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

lunedì 2 gennaio 2017

scaccia da noi ogni male




per una chiesa-cantiere

DI COSA VI STUPITE? HANNO CAMBIATO PRIMA LA MESSA!
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno X n° 1 - Gennaio 2017
 




Iniziamo un nuovo anno, come sempre carico di attese.
  Insieme ad attese è però anche carico di timori, visto il mare incostante di confusione dentro il quale siamo ormai immersi.

  Confusione perché quasi più nulla è stabile nel mondo e, ed è infinitamente peggio per noi, nella Chiesa.

  Un tempo la confusione del mondo si infrangeva difronte alla stabilità, rocciosa, della Chiesa di Dio. E gli uomini, che per costruire hanno bisogno di una roccia sicura, dentro la Chiesa ritrovavano quella compostezza stabile che dava loro la sicurezza necessaria per affrontare la lotta nel tempo.

  I tempi possono essere insicuri e confusi; le anime possono attraversare momenti di incertezza nella lotta che dentro di loro passa tra grazia e peccato; ma la Chiesa no! La Chiesa che ti parla di Dio e che ti dà Dio, deve essere la Madre che nel turbine del tempo sta ferma, porto sicuro nel travaglio della vita.

  E che ne sarà delle anime impegnate nella lotta dentro il tempo, se non avranno più questo porto sicuro? Che ne sarà di loro se, per fuggire dalla confusione del peccato, troveranno una Chiesa perennemente in cantiere, impegnata a cambiare e modificare continuamente tutto dentro una irrequieta ansia di novità?
  Una casa in cantiere non è una dimora abitabile, non è vivibile: le anime ci passano per un po', se ne partono e non vi ritornano più.

  È proprio quello che si vive nella Chiesa di oggi: morale fluttuante, disciplina incerta, amministrazione dei sacramenti pasticciata, liturgia raffazzonata, autorità assente ... una vita ecclesiale piena di “dipende”, “bisogna vedere”, “occorre adattarsi”, “va interpretato”, “non bisogna esagerare”, ecc ... non c'è che dire, il contrario di una casa piena di composta pace in Dio.

  Molti se ne stanno accorgendo che questa situazione non è normale, non è cattolica!
  Molti se ne stanno accorgendo; incominciano a dirlo, con il rischio però di non andare fino in fondo.

  Fanno tenerezza tutti quei “conservatori devoti” che si sono allarmati per la confusione del dopo Amoris Laetitia, delle incertezze intorno alla disciplina del matrimonio cristiano, ma non si stupirono prima della Messa nuova.

  Fanno tenerezza, e anche un po' rabbia, tutti quelli che vorrebbero un ritorno della Chiesa alla sua nobile stabilità, ma non hanno mai affrontato compiutamente il problema della riforma liturgica.

  Sì, questi conservatori devoti fanno tenerezza e rabbia insieme perché, non arrivando al dunque nel loro grido di allarme, contribuiscono alla fine ad alimentare la confusione che già abbonda nella Chiesa.
  Ci viene da dire loro, con cuore,: “Ma di cosa vi stupite, se hanno prima cambiato la Messa?”

  Quale confusa rivoluzione sarà impossibile nella Chiesa, da parte di coloro che non ebbero scrupolo a rivoluzionare la Messa?
  Quale aspetto della vita cristiana potrà restare fermo, se non è rimasta tale la Messa di Cristo e della Chiesa?


  Lungo i secoli si introdussero di tanto in tanto delle aggiunte al rito della Messa cattolica, certo! Il testo dell’offertorio è ad esempio medievale, il gloria non fu agli inizi ... ma tutti i “cambiamenti” non cambiavano nulla: semplicemente chiarivano la Messa che c'era già, la liberavano da possibili ambiguità di interpretazioni del tempo, ne approfondivano la coscienza nel celebrante e nei fedeli.

  In una parola, le aggiunte non aggiungevano nulla nella sostanza, e i lievi cambiamenti non cambiavano nulla.

  Non così con l'ultima riforma post-conciliare: ha operato una rivoluzione che ha modificato le coscienze. Chi la accetta, deve poi accettare che la vita della Chiesa si concepisca al di là della Rivelazione, in un perenne cambiamento senza fine e limiti. La Rivoluzione è progressiva, è solo questione di tempo.

  Non scandalizzatevi della confusione, preoccupatevi della Messa!

  All'inizio di un nuovo anno ribadiamo la nostra fedeltà alla roccia della Messa di sempre, unica pace per ogni fedele. 
 
  Sì, alla Messa di sempre, che non fu mai cambiata né rivoluzionata, ma esplicitata e purificata dalle aggiunte estranee. Sì, alla Messa di sempre, anche se l'ultima generazione di liturgisti ride di questo termine. Ridono per non affrontare il problema, per non studiarlo fino in fondo, per non uscire dalla “corte” degli esperti che contribuiscono alla menzogna, quella di una Chiesa che può fare ciò che vuole di ciò che ha di più prezioso da Cristo, “Fate questo in memoria di me”.

  Unica pace la Messa di sempre; unica pace per ogni fedele che voglia davvero essere di Cristo.

domenica 1 gennaio 2017

il canto virile della s. Messa

Cluny: vita hominis Militia



«In questo luogo si celebra così spesso il sacrificio vivificante, che quasi giorno non passa senza che, con questo mezzo, delle anime vengano strappate alla potenza maligna dei demoni. A Cluny, infatti, ne siamo stati testimoni noi stessi, un’usanza, resa possibile dal gran numero dei monaci, vuole che si celebrino senza interruzione messe dalla prima ora del giorno fino all’ora del riposo. Vi si mette tanta dignità, pietà, venerazione, che uno crederebbe vedere piuttosto angeli che uomini». 


Il Cattolicesimo o è militante o non è. Non si può vivere la Fede cristiana senza combattere contro i nostri peccati personali, «contro gli spiriti maligni del mondo invisibile» e contro coloro che favoriscono il male su questa terra.

Il cristiano deve cingersi «i fianchi con la verità», rivestirsi «con la corazza della giustizia», calzare «lo zelo per propagandare il vangelo della pace», impugnare «lo scudo della fede», indossare «l’elmo della salvezza» e brandire «la spada dello spirito, cioè la parola di Dio». In caso contrario, soccomberà sotto i colpi del Maligno. Quanto detto sopra vale, ancor di più, per gli uomini di Chiesa: finché essi continueranno a temere di indossare la loro divisa (la talare), finché non torneranno ad affermare con forza che Cristo deve regnare nei cuori degli uomini e sulla società intera, finché non torneranno ad offrire l’unico vero sacrificio gradito a Dio e odiato da Satana, essi continueranno a servire Barabba e a crocifiggere Cristo.


Se dovessimo scegliere un esempio di cattolicesimo militante (tra i moltissimi che potremmo scegliere), torneremmo all’inizio del X secolo, più precisamente al 910 d.C., quando alcuni monaci decisero di vivere la regola di san Benedetto nella sua integrità, fondando l’abbazia di Cluny. Questi uomini, spesso appartenenti a nobili famiglie, «si sentivano arruolati nelle milizie celesti». Non cavalieri del secolo, ma milizia di Cristo. Del resto, «il monachesimo benedettino aveva modi da combattente; aveva preso a prestito all’esercito romano il vocabolario, i riti di professione, concepito il dormitorio monastico come una camerata, e il chiostro come una sala di guardia. E tutta la sua morale si riassumeva in quel conflitto armato tra le virtù e i vizi che si potevano vedere rappresentati corpo a corpo corazzati sui capitelli delle abbaziali». I monaci cluniacensi iniziarono quindi a modellare la loro vita seguendo l’esempio cavalleresco: truppe scelte, all’«assalto del Paradiso».


Da sempre, i soldati hanno elaborato canti per beffare o incutere timore al nemico e i monaci cluniacensi non furono da meno. Come rileva Duby, la salmodia cluniacense rappresenta «la sublimazione delle veemenze cavalleresche». Il coro dei cluniacensi, in cui le voci dei monaci si fondevano “come un sol uomo”, rappresentava il canto virile di nobili cavalieri che si scagliavano contro le «mura di Gerico che separano ancora l’umanità dalle gioie future», per «forzare l’entrata della Terra Promessa».


Come cattolici militanti dobbiamo lottare ogni giorno contro i demoni che ci assalgono. Cadremo, forse. Ma, come scrive Domenico Giuliotti, «chi lotta, anche se perde, vince. Per il solo fatto di lottare, tu vinci in te, l’ignavia, il dubbio, il timore. E dunque anche questa sola vittoria ti darà, se non altro, la soddisfazione d’esserti comportato secondo la tua vera natura, che è d’uomo (cioè semidivina) e non di porco o di pecora».

Testo di anonimo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso