domenica 9 luglio 2017

quanto è bella la Messa

Ti dimostriamo in 15 punti quanto è bella (e più autenticamente cattolica) la Messa cosiddetta “Tridentina”

 

  1. Nella Messa del Vecchio Rito il sacerdote celebra ai piedi di un altare che è rialzato rispetto al piano dei fedeli perché esso deve rappresentare la collina del Calvario. Dunque, già questo fa chiaramente capire ciò che è davvero la Messa.
  2. Il sacerdote è rivolto verso Dio, con le spalle al popolo, perché agisce come altro-Cristo (in persona Christi) offrendo il Sacrificio all’Eterno Padre.
  3. I fedeli sono più in basso in quanto impersonano (in un certo senso) Maria e san Giovanni ai piedi della Croce.
  4. Tutta la celebrazione si rivolge dunque in maniera verticale, dal basso verso l’alto, dall’uomo a Dio; tutto è orientato verso l’Eterno Padre, tanto i fedeli quanto il sacerdote.
  5. Veniamo alla Consacrazione. Il testo della consacrazione sottolinea senza equivoci l’attualita dell’azione sacrificale e il ruolo di altro-Cristo del sacerdote. Per esempio: il carattere tipografico (tramite il grassetto) e la punteggiatura (tramite il punto fermo) fanno capire –nella preghiera eucaristica- che la narrazione è distinta dalla consacrazione come azione attuale e realizzazione presente del Mistero. Anche la posizione (“Chinato sopra”) e il tono della voce (“segretamente”) del sacerdote mutano dal momento in cui questi riproduce le mosse di Gesù, realizzando in tal modo il miracolo della transustanziazione (la trasformazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo). Dunque, c’è differenza rispetto ad un tono uniforme che potrebbe dare invece l’impressione di una semplice narrazione di un evento e non della sua ri-attualizzazione.
  6. Nella Consacrazione la frase “Ogni volta che farete ciò, lo farete in memoria di me” è certamente più chiara rispetto all’espressione “Fate questo in memoria di me”, che più facilmente può essere interpretata come semplice ricordo. L’espressione “questo calice” rispetto al semplice “il calice” è anch’essa indicativa. L’aggettivo dimostrativo “questo” vuole infatti significare che il calice sul quale il sacerdote proferisce la formula consacratoria, non è un calice qualsiasi, ma è misticamente quello stesso calice impugnato da Gesù consacrante, così come l’azione consacratoria del sacerdote è misticamente una sola e medesima con quella di Gesù consacrante.
  7. La genuflessione del sacerdote immediatamente dopo la Consacrazione di ciascuna delle due Specie, esprime la fede nell’avvenuta transustanziazione a motivo delle parole consacratorie appena pronunciate. Nel Nuovo Rito il sacerdote s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti. La genuflessione immediatamente dopo la Consacrazione sta a significare che l’Eucaristia non è tale solo se (come affermano i protestanti) vi è la partecipazione dei fedeli, ma già unicamente nel potere ministeriale del sacerdote.
  8. Il sacerdote, pur non trovando possibilità di inutile protagonismo, compare per quel che è: ministro di Dio avente ontologicamente una qualità che i semplici fedeli non hanno. In questo rito non c’è spazio per una confusione tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale e gerarchico del celebrante. Per esempio: il Confiteor iniziale è detto prima dal prete, e poi dall’accolito in nome del popolo. Questa distinzione segna chiaramente la differenza esistente tra il celebrante e i fedeli.
  9. Passiamo alla Comunione. Il fedele si prepara con il Confiteor e proclamando non una sola volta, me per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole “O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato” L’espressione nella mia casa rispetto a partecipare alla tua mensa è sicuramente più chiara per far capire che l’Eucaristia non è semplicemente una mensa (in senso protestante) ma l’entrata di Gesù vero e vivo nel fedele.
  10. La Comunione si riceve in ginocchio, direttamente in bocca, in posizione di adorazione sottolineando in tal modo il rispetto e la venerazione nei confronti dell’Eucaristia e facendo più facilmente capire le verità della Presenza Reale e del Sacerdozio ministeriale. Da una parte, pertanto, si capisce la grandezza incommensurabile di un Dio che viene a trovare dimora nella propria piccolezza; dall’altra, non vi è la possibilità di equivocare pensando che l’Eucaristia sia solo un simbolo, un “pane che deve far ricordare” e basta.
  11. La Messa non termina immediatamente dopo la Comunione. In questo modo si fa capire che il Ringraziamento non è a discrezione del fedele, bensì è un atto doveroso e fondamentale per rendere fruttuosa la Comunione stessa.
  12. Dopo la Comunione il sacerdote non si siede, gesto (questo) non “educativo” perché potrebbe spingere i fedeli che hanno ricevuto l’Eucaristia a fare altrettanto.
  13. La liturgia della Parola non dura di più rispetto alla liturgia eucaristica, centro e apice della Messa; e la Comunione non è relegata all’ultimissima fase del Rito.
  14. A proposito del latino. Esso ha la funzione di lingua sacra e solenne e aiuta il fedele a comprendere la grandezza del Mistero che si sta realizzando: la straordinarietà di ciò che accade sull’altare-Calvario è sottolineato appunto dall’uso di un linguaggio straordinario (fuori dall’ordinario), non quotidiano. Scrive Pio XII nella Mediator Dei: “L’uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità (fra i cattolici di tutto il mondo, siano essi italiani o tedeschi, bianchi o neri) e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”. Ed è ciò che Benedetto XVI ha ribadito come superamente dello “spazio” e del “tempo”. Superamento dello spazio, perché indipendentemente da dove ci si trovi, la lingua è sempre la stessa. Superamento del tempo, perché essendo il latino una lingua non in evoluzione, meglio può esprimere la stabilità del dogma. Inoltre bisogna chiedersi: la Messa va capita o vissuta? Oggi abbiamo un paradosso: tutti capiscono le parole della Messa, ma nessuno sa più cos’è la Messa.Un tempo non si capivano le parole della Messa, ma molti di più sapevano cosa fosse la Messa.
  15. Sui silenzi. I silenzi del Rito Antico fanno adeguatamente capire che il compito del fedele che partecipa alla Messa non è tanto quello di “vocalmente” partecipare quanto quello di “aderire”. Il modello per eccellenza è la Vergine Maria che ai piedi della Croce non parlava, ma contemplava ed offriva. Chi più di Lei ha fatto fruttificare quell’Avvenimento? Insomma, per rendere fruttuoso il Mistero della Messa bisogna condividere e nascondersi piuttosto che apparire.  http://itresentieri.it/ti-dimostriamo-in-15-punti-quanto-e-bella-e-piu-autenticamente-cattolica-la-messa-cosiddetta-tridentina/

sabato 8 luglio 2017

IL DOLORE NON È TUTTO

STRAORDINARIO INTERVENTO DI P. VINCENT NAGLE SULLA SOFFERENZA DEL PICCOLO CHARLIE. 
 


CHARLIE GARD, IL DOLORE NON È TUTTO
 
Mentre scrivo Charlie Gard è ancora vivo nel Great Ormond Street Hospital di Londra.
 

(...) Vorrei qui offrire un paio di osservazioni, prese dalla mia lunga esperienza nell'accompagnare sia famiglie come quella di Charlie, sia operatori sanitari come quelli dell'ospedale.
 

La prima osservazione è che l'amore desidera dare vita. Chi ama desidera la vita per l'amato. E vivere per noi umani è una questione di rapporti.
 

Riceviamo la vita attraverso rapporti che portano significato alla nostra esistenza. Perciò quando parlo con le famiglie che devono decidere la cura per il loro amato, e cominciano a dire parole come "l'unica cosa importante è che non soffra" e perciò chiedono dosi di antidolorifici che lo renderebbero inconscio, io cerco di aiutarle a non cedere a questa angoscia che le assale, ma di pensare a cure che forse possono permettere contatto e comunicazione fra loro e il loro caro, anche se questo potrebbe aumentare il rischio di provare maggiore sofferenza.
 

Molte occasioni mi hanno fatto vedere che contatto e comunicazione sono capaci di rendere sia il paziente sia i suoi cari pieni di gratitudine in quelle circostanze drammatiche. La sofferenza è da combattere, ma non a qualunque costo. Come la vita per ognuno di noi: la prima cosa per vivere è avere qualcosa per cui vale la pena vivere. Così, dentro rapporti che ci danno la vita, si possono vivere anche queste circostanze, pur dolorose.
 

Anche nel caso del piccolo Charlie, la sofferenza non è l'unico criterio ragionevole per come procedere con le cure. Favorire i rapporti che lo fanno vivere fa parte della cura della persona, anche la persona malata e sofferente che non guarirà.
La mia seconda osservazione ha a che fare con le persone che hanno accettato la sfida di aiutare il malato dentro l'ambiente sanitario. I molti anni trascorsi come cappellano ospedaliero e adesso come cappellano di una fondazione di cura mi hanno aiutato a identificarmi con le prove, le speranze e le difficoltà di chi si assume il compito della cura. Ho vissuto pienamente e affrontato insieme a queste persone casi molto dolorosi. Le ho viste soffrire quando era chiesto loro di fare lo sforzo di tenere in vita attraverso misure invasive, in apparenza violente, la persona il cui sistema biologico era compromesso oltre ogni speranza. Invece di sentirsi orgogliose dell'impegno di aiutare la vita di una persona, cominciavano a sentirsi complici in un processo di tortura senza senso. Si sentivano in colpa e facilmente nasceva un sentimento di rancore verso la famiglia o il medico che le obbligava a continuare. In quei casi l'atmosfera del reparto diventava davvero pesante e ne soffrivano di conseguenza anche le cure agli altri malati.
 

Tuttavia, anche in questi casi estremi, quando ho visto infermieri e medici piangere davanti al compito di infliggere certe misure sul corpo del malato, e quando ho visto l'incapacità delle persone al lavoro di incrociare gli sguardi dei familiari per mancanza di simpatia, non ho mai sentito suggerire da nessuno che la decisione finale fosse che il malato non dovesse restare con i suoi cari, per quanto impreparati potevano essere o irragionevole potesse sembrare.
 

Non ho partecipato a nessuna riunione in cui il personale sanitario voleva arrogarsi il ruolo di essere il responsabile ultimo del malato. Questo rapporto così vitale non apparteneva a loro. Era sempre chiaro a tutti che il punto era aiutare i familiari nel fare i passi dolorosi necessari per capire che spettava loro accompagnare il loro caro all'uscita da questo mondo, lasciarlo andare. Mantenere questo rapporto è sempre stato palesemente nell'interesse del malato.

Perciò sono stupito e non poco preoccupato dal vedere che questo ruolo è stato usurpato dall'ospedale nel caso di Charlie Gard. Fra le tante notizie non ci sono informazioni che fanno sospettare che i genitori di Charlie siano incompetenti o disinteressati. Tutti possiamo sbagliare. Ma sento brividi di orrore leggendo che in tribunale c'è stato chi ha sostenuto i diritti di Charlie contro i suoi genitori. Il bene, come la vita, di Charlie passa invece attraverso il rapporto unico che c'è fra figlio e genitori. E non è vero che "l'unica cosa importante è che non soffra". La cosa importante per l'esistenza di Charlie è che viva, e questo gli viene attraverso il rischio d'un rapporto d'amore, come per tutti noi, un rapporto che potrebbe farci soffrire, sbagliare, ma che ci fa anche vivere. Consegnare la vita del piccolo bambino al rapporto eterno col Padre Celeste passa attraverso questo rapporto coi genitori. Non vedo come potrebbe essere nell'interesse del bambino rimpiazzare questo rapporto.
 

Se i dottori hanno ragione, Charlie non vivrà a lungo, macchine o no. Nel frattempo il suo rapporto vitale è quello con i suoi genitori. Tocca a noi di accompagnarli in questo grande compito, sia che siamo convinti che hanno ragione, sia che pensiamo che stiano sbagliando, perché è lì — in quel rapporto vitale — che sta l'interesso vero di Charlie.

Vincent Nagle

trasmettere la Fede


La battaglia per la Tradizione liturgica. Uno scritto di d. Giuseppe Laterza per il X Anniversario del Summorum Pontificum


 
Per ricordare il decimo anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum pubblichiamo qui di seguito le riflessioni di don Giuseppe Laterza che hanno il merito di individuare, con immediatezza di giudizio, i buoni frutti di un buon albero radicato nella Tradizione della Chiesa e nell'opera della Redenzione, e di indicare ciò che alla sua crescita oggi si oppone. Ben si comprendono le parole del Sacerdote pugliese, se si tiene costantemente presente che il  Summorum Pontificum deve essere contemplato non tanto come un'autorizzazione a celebrare a determinate condizioni un Rito "straordinario" (tutto ciò, se negli articoli del documento è rinvenibile, appartiene più al compromesso con Conferenze episcopali e altri potentati ecclesiastici che alla sostanza del pronunciamento), ma come il riconoscimento da parte di un Pontefice, che così si pronunciò autorevolmente sulla Liturgia della Chiesa, della non abrogabilità della "forma antica" della Messa. 

07/07/07 - 07/07/17 sono passati 10 anni dal Summorum Pontificum, legge di Benedetto XVI che, istituita non per riavvicinare i preti della Fraternità San Pio X, prevede la ripresa della celebrazione della Messa di San Pio V. Istituita per riprendere l'uso di un messale mai abolito e che ha nutrito per secoli la cattolicità; sdoganare i preti che volessero usare questo messale dalle richieste a vescovi e superiori, che spesso hanno negato nei tempi questi uso. Sono sorte molte messe in Europa e nel Mondo, molti giovani frequentano il rito di San Pio V, pochi anziani... molte vocazioni al sacerdozio. Ringraziamo Dio per quanto opera nella sua Chiesa.

Al contempo vogliamo anche notare gli aspetti negativi di quanto succede: tanti sacerdoti sono perseguitati e messi al margine delle loro realtà perché hanno scelto di usare questo messale e celebrano. Privati di incarichi parrocchiali e della possibilità di sostentarsi sono messi alle strette, obbligati a non seguire il motu proprio che è una legge della Chiesa. Vescovi che parlano di "pastorale" non si curano delle esigenze di una piccola porzione del loro gregge, ma fanno di tutto per estinguere con la forza il nascere e il conoscere questo rito, quasi come Erode si prodigò nel cercare il Fanciullo divino per farlo morire e come il Sinedrio si adoperò per evitare la predicazione Apostolica. Oh! Che temi Erode? Colui che viene non toglie regni umani! Che temete, Eccellenze Serenissime? Forse una Messa non santifica quanto l'altra? Forse una Messa vale più dell'altra? Forse temete venga meno qualcosa?

Ciò che Cristo ha unito nessuno divida: il popolo è di Dio e al sacerdozio ne spetta la guida e l'istruzione con ogni mezzo possibile. Non vorremmo combattere contro Dio nel far guerra alla Messa che per secoli è stata celebrata nelle chiese del mondo! Non vogliamo trovarci ad affrontare Dio e San Michele Arcangelo negando alla gente di nutrirsi intorno all'altare... e ai preti di celebrare! Se si danno le chiese ai musulmani per pregare, se si tollerano spettacolini durante le messe, messe aperitivo, balletti e coreografie varie, perché non permettere anche la Messa in Latino? Perché su questo tasto ci si divide in casa? Non si dialoga e non ci si ama? Non ha forse detto Gesù che l'amore è il principio vitale del Cristianesimo? Forse il Concilio Vaticano II non ha spinto il sacerdozio a guardare le nuove sfide pastorali?

Forse ci preoccupiamo troppo di cose umane, di mantenere un potere inutile e di evitare problemi... ma la vera via per il Regno passa solo attraverso un indicare la croce, un amore per l'altro che, discendendo dal nostro amore per Dio, può aprirsi al fratello. Ed il fratello non è il lontano, ma l'uomo che è affidato alle cure pastorali del sacerdozio. Quando qualcosa viene da Dio, più la si opprime è più cresce, perché lo Spirito che è nel cuore dell'uomo riconosce nella oppressione l'intervento diabolico che vuole ostacolare la Verità, che non vuole anime vicine a Dio. Fu così ai tempi degli Apostoli, più li opprimevano e più erano felici e più crescevano di numero! Sara così anche ai giorni nostri, perché più si vuol eliminare qualcosa e, se viene da Cristo, più si fortifica, perché lui è il vero Sacerdote, noi siamo solo partecipazione al suo Sacerdozio. Lui è lo Sposo, noi gli amici dello Sposo. Nell'oppressione la forza, perché in noi agisca la morte ed in voi la vita!

Riflettiamo, Chiesa e anime sono di Dio e non nostre, la Messa è opera di Dio che rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo e non un palcoscenico per soubrette mal riuscite, non un palco dove una comunità viene privata della trascendenza e del sacro. Dio ce ne chiederà conto... e sarà molto severo perché con Lui non si scherza...


Don Giuliano della Rovere

mercoledì 5 luglio 2017

L'immigrazione di Massa Cavallo di Troia





L'immigrazione di Massa è il Cavallo di Troia secondario di Eurabia. Il Cavallo di Troia primario è la Perdita della voglia di Vivere di tutta la Civiltà cristiana occidentale. Perdita della Vita che è rifiuto dei bambini, che è rifiuto della Maternità, rifiuto della Paternità, rifiuto del Matrimonio, rifiuto della Famiglia, rifiuto della Natura umana e rifiuto della Grazia divina. Rifiuto della Creazione. Rifiuto della stessa esistenza. d. G. Bava


martedì 4 luglio 2017

L' amore cancella i peccati veniali

Il Confiteor a inizio Messa elimina i peccati veniali?

 

 

Certamente l’atto penitenziale compiuto con la dovuta devozione all’inizio della Messa comporta la remissione dei peccati veniali.
Questa remissione non è automatica, perché non di rado può capitare di compierlo con totale distrazione.

In ogni caso tutta la Messa, se è vissuta con le dovute disposizioni, comporta la remissione dei peccati.
 
Questo può avvenire quando si ascolta la parola di Dio. Gesù ha detto: Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato” (Gv 15,3).
 
E, a conferma di questo, il sacerdote dopo aver proclamato il Vangelo dice sottovoce: “La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati” (per evangelica dicta deleantur nostra delicta).
 
Molto più questa remissione avviene nel momento della consacrazione e della Santa Comunione. 
 
In breve, ogni atto di carità e cioè di amore per il Signore cancella i peccati veniali.
 
2. San Tommaso ricorda che qualsiasi atto di carità comporta la remissione dei peccati veniali, anche se in quel momento non si pensa ad essi.
Negli atti di carità – dice San Tommaso - è incluso “un dispiacere virtuale”, perché ad esempio “si ha tale affetto verso Dio e le cose di Dio da provar dispiacere per tutto ciò che venga a ritardare la sua ascesa verso di lui, e da sentir dolore per aver commesso cose del genere, anche se attualmente non ci pensa” (Somma teologica III, 87,1).
E: “Il fervore della carità implica virtualmente il dispiacere dei peccati veniali” (Ib., ad 3).
 
3. E ancora: “Ogni cosa viene eliminata dal suo contrario. Ma il peccato veniale non è contrario né alla grazia né alla carità, limitandosi a ritardarne gli atti, per il fatto che uno si attacca troppo a un bene creato, però senza andare contro Dio. Perché quindi tale peccato venga cancellato non si richiede un'infusione della grazia abituale; ma basta un moto della grazia o della carità perché venga rimesso.
Tuttavia, poiché in coloro che hanno l'uso del libero arbitrio, che poi sono i soli capaci di far peccati veniali, non può mai esserci un'infusione della grazia senza un moto del libero arbitrio verso Dio e contro il peccato, ogni volta che si ha in essi una nuova infusione della grazia si produce la remissione dei peccati veniali” (Somma teologica, III, 87, 2).

4. San Tommaso indica anche alcune vie per la remissione dei peccati veniali: “Per la remissione del peccato veniale non si richiede una nuova infusione di grazia, ma basta un atto che derivi dalla grazia col quale si detesta esplicitamente o per lo meno implicitamente il peccato, come quando uno si muove con fervore verso Dio.
Perciò una pia pratica può influire sulla remissione dei peccati veniali in tre maniere.
Primo, in quanto con essa viene infusa la grazia: poiché con l'infusione della grazia si cancellano i peccati veniali. In tal modo i peccati veniali vengono rimessi dall'Eucarestia, dall'Estrema unzione e da tutti i sacramenti della nuova legge.
Secondo, in quanto queste pratiche sono accompagnate da un moto di detestazione dei peccati. Ed è in tal modo appunto che giovano a rimettere i peccati veniali la recita del Confiteor, l'atto di battersi il petto, e la preghiera del Padre nostro: poiché in questa preghiera noi chiediamo: "Rimetti a noi i nostri debiti".
Terzo, in quanto tali pratiche sono legate a un moto di riverenza verso Dio e verso le cose di Dio. E in tal modo influiscono sulla remissione dei peccati la benedizione episcopale, l'aspersione dell'acqua benedetta, una qualsiasi unzione rituale, il pregare in una chiesa consacrata, e altre pratiche del genere” (Somma teologica, III, 87, 3).

4. Ciò non toglie alcun valore al sacramento della penitenza celebrato anche per i soli peccati veniali.
Anzi, il sacramento della penitenza costituisce sempre la via migliore perché comunica la grazia sacramentale che consiste in una particolare forza nell’allontanarsi dal peccato veniale.
Ad essa sono legati anche altri effetti salutari.
Li ha descritti Pio XII nell’enciclica Mystici Corporis quando ha scritto: “Noi ci teniamo a raccomandare vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, che
aumenta la vera conoscenza di sé,
favorisce l’umiltà cristiana,
tende a sradicare le cattive abitudini,
combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza,
purifica la coscienza,
fortifica la volontà,
si presta alla direzione spirituale,
e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia
(AAS 35 (1943) p. 235).
 
https://gloria.tv/article/G2mKBeYEg1LA1g9PAah3gsNEE

lunedì 3 luglio 2017

Fatima: guardare in alto

Fatima ci insegna scrutare il cielo


 

di Roberto de Mattei, in Radici Cristiane, n. 121 – febbraio 2017. 
Le apparizioni di Fatima del 1917 ci trasmettono, cento anni dopo, ancora molti insegnamenti. Uno di questi è l’invito a saper leggere i segni del Cielo. A Fatima ogni apparizione della Madonna ai tre pastorelli fu accompagnata da fenomeni atmosferici.
Il più straordinario fu quello del 13 ottobre 1917. La Madonna stessa annunziò alla piccola Lucia, l’unica dei tre veggenti con cui parlava, che le sue apparizioni si sarebbero concluse con un miracolo, affinché tutti fossero convinti dell’autenticità del messaggio: «L’ultimo mese farò il miracolo perché tutti credano». Decine di migliaia di persone tra pellegrini e scettici, che volevano dimostrare la falsità delle apparizioni, accorsero il 13 ottobre alla Cova da Iria. I quotidiani del tempo parlarono di 40-50 mila presenti, ma il numero fu probabilmente molto maggiore. Alla fine dell’ultimo colloquio di Lucia con la Madonna, nel momento in cui la santissima Vergine si elevava verso il Cielo, si udì il grido della pastorella: «Guardate il sole!».
Le nuvole si aprirono, lasciando vedere il sole che brillava di un’intensità mai vista, ma senza accecare gli occhi. «La cosa più stupefacente era il poter contemplare il disco solare per lungo tempo, brillante di luce e calore, senza ferirsi agli occhi o danneggiare la retina», testimoniò José Maria de Almeida Garrett, professore di scienze naturali presso l’Università di Coimbra.
Il giornalista Avelino de Almedia, redattore-capo di O Sèculo, quotidiano socialista di Lisbona, che aveva fino ad allora ridicolizzato gli eventi, scrisse il 15 ottobre sul suo giornale: «L’immensa moltitudine si volta verso il sole, che si mostra libero dalle nuvole, nello zenit. L’astro sembra un disco di argento scuro ed è possibile fissarlo senza il minimo sforzo. Non brucia, non acceca. Si direbbe realizzarsi un’eclissi. Ma ecco che un grido colossale si alza e dagli spettatori che si trovano più vicini si ode gridare: “Miracolo, Miracolo! Meraviglia, meraviglia”».
Antonio Borelli Machado descrive il fenomeno in questi termini: «Il globo solare cominciò a roteare vertiginosamente, i suoi bordi divennero scarlatti e si allontanò nel cielo, come un turbine, spargendo rosse fiamme di fuoco. Questa luce si rifletteva sul suolo, sulle piante, sugli arbusti, sui volti stessi delle persone e sulle vesti assumendo tonalità scintillanti e colori diversi. Animato per tre volte da un movimento folle, il globo di fuoco parve tremare, scuotersi e precipitarsi zigzagando sulla folla terrorizzata. Il tutto durò circa dieci minuti».
L’avvocato Dominhos Pinto Coelho scrisse sul quotidiano cattolico O Ordem: «Il sole a momenti era circondato da fiamme cremisi, in altri aveva un’aureola di giallo e rosso, in altri ancora sembrò roteare rapidissimo e poi ancora sembrò che si distaccasse dal Cielo per avvicinarsi alla terra». Manuel Nunes Formigao, sacerdote del seminario di Santarem, racconta da parte sua: «Il sole iniziò a girare vertiginosamente sul suo asse, come il più magnifico fuoco d’artificio che si possa immaginare, assumendo tutti i colori dell’arcobaleno e lanciando bagliori di luce multicolore. Questo sublime e incomparabile spettacolo, che si è ripetuto tre volte, è durato per circa dieci minuti. L’immensa moltitudine, sopraffatta all’evidenza di tale tremendo prodigio, si gettò in ginocchio». Finalmente il sole tornò zigzagando al punto da cui era precipitato, restando di nuovo tranquillo e splendente, con lo stesso fulgore di tutti i giorni.
La “danza del sole” del 13 ottobre è un fatto storico, attestato da migliaia di persone, che lo hanno descritto nei minimi dettagli. Nel 1967 il canonico Martins dos Reis ha dedicato un’intera opera allo studio di questo prodigio (O Milagre do Sol e o Segredo de Fátima, Ed. Salesianas, Porto, 1966). Ma la Madonna annunziò ai tre pastorelli anche un altro fenomeno celeste. Il 13 luglio disse loro: «Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre».
Il 25 gennaio 1938 il cielo di tutta Europa fu illuminato da una grandiosa aurora boreale. I giornali parlarono di evento «eccezionale», «rarissimo» e «visibile in tutta Europa». Suor Lucia era convinta che si trattasse del segno premonitore indicato dalla Madonna. Gli storici oggi concordano nel ritenere che la guerra in Europa iniziò di fatto nel 1938, l’anno dell’annessione dell’Austria (marzo) e dell’occupazione dei Sudeti (ottobre) da parte della Germania hitleriana.
Una seconda aurora boreale illuminò il cielo il 23 settembre 1939 (in realtà 23 agosto, in settembre si era già in guerra N.d.R.): «Quella notte – racconta nelle sue Memorie il gerarca nazista Albert Speer – ci intrattenemmo con Hitler sulla terrazza del Berghof ad ammirare un raro fenomeno celeste: per un’ora circa, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il leggendario Untersberg che ci stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’arcobaleno. L’ultimo atto del ‘Crepuscolo degli dei’ non avrebbe potuto essere messo in scena in modo più efficace. Anche i nostri volti e le nostre mani erano tinti di un rosso innaturale. Lo spettacolo produsse nelle nostre menti una profonda inquietudine. Di colpo, rivolto a uno dei suoi consiglieri militari, Hitler disse: “Fa pensare a molto sangue. Questa volta non potremmo fare a meno di usare la forza”».
Proprio quella notte avvenne il patto von Ribbentrop-Molotov, che sancì la sciagurata alleanza tra Hitler e Stalin, punto culminante della guerra che deflagrava. Le terribili sofferenze della seconda guerra mondiale non furono però sufficienti a far ravvedere l’umanità che, negli ultimi settant’anni, è andata precipitando sempre di più in un abisso di peccati pubblici di ogni genere. Lo scenario che il Signore rivelò a suor Lucia il 3 gennaio 1944 appartiene purtroppo al nostro futuro: «Ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito:la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso».
Le guerre e le persecuzioni predette dalla Madonna a Fatima si accompagneranno a terribili sconvolgimenti atmosferici, ma tutto questo sarà verosimilmente preceduto da un grande segno del Cielo, di cui le aurore boreali del 1938-1939 furono solo una prefigurazione. Il 3 gennaio 1944, nel palpitare accelerato del cuore e nel suo spirito, suor Lucia udì una voce leggera che diceva: «Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo! Questa parola ‘Cielo’ riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il Cielo, il Cielo!».
Il nostro sguardo deve essere rivolto sempre verso il Cielo, perché i Cieli narrano la gloria di Dio (Salmo 18, 2) e in Cielo, annunzia l’Apocalisse (12, 1), apparirà un grandioso segno: una Donna rivestita di sole. Scrutando il Cielo, che è un luogo spirituale prima che fisico, riusciremo a prevedere l’ora tragica del castigo e quella splendente del trionfo del Cuore Immacolato di Maria.