venerdì 8 luglio 2016

PREFAZIO DI s. M. MADDALENA

NUOVO PREFAZIO DI S. M. MADDALENA
 
Con decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, del 3 giugno 2016, la celebrazione di santa Maria Maddalena è stata elevata al grado di festa nel Calendario Romano e, data la peculiarità della Santa, è stata arricchita di un prefazio proprio da inserire nel Missale Romanum al 22 di luglio.
Se in questo giorno, dal sec. X, si venerava a Costantinopoli "Santa Maria Maddalena la Mirofora", la tradizione occidentale, seguendo l’interpretazione di san Gregorio Magno, aveva generalmente unito nella medesima persona sia Maria di Madgala, sia la peccatrice perdonata e sia Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. E così si cominciò a commemorarla liturgicamente in Occidente il 22 luglio, a Roma dal sec. XI, attestandosi ovunque nel secolo XII. Si conoscono alcuni prefazi medievali, di area ispanica, ambrosiana e franca, che declinano il ricordo di Santa Maria Maddalena alla luce delle tre donne evangeliche (cf. Corpus praefationum, CCSL 161, nn. 164, 609, 1154, 1281, 1573, 1585). Fu la riforma dei libri liturgici dopo il Vaticano II a riservare al 22 luglio la memoria solo di Maria di Magdala, rivedendo letture, orazioni e antifone della Messa e dell’Ufficio.
Un prefazio in onore della Maddalena - unifica le tre figure - è attestato dalla tradizione ambrosiana (cf. n. 609 del Corpus praefationum), dove fino alla riforma postconciliare figurava nel Missale Ambrosianum al 22 luglio, insieme alla prescrizione della recita del Credo durante la messa, così spiegata dallo Schuster: «I Greci donano a Maria di Magdala il titolo glorioso di isapóstolos, perché essa fu la prima che annunziò al mondo, anzi agli Apostoli stessi, la risurrezione del Signore. Per questo nell’odierna messa si recita il Credo» (Liber sacramentorum, vol. VIII, Torino 1927, p. 94). L’odierno Missale Ambrosianum (Mediolani 1981, n. 349/6, p. 681) ha mutato il testo del prefazio, per armonizzarlo con il ricordo soltanto di Maria di Magdala.
Anche il nuovo prefazio nel Missale Romanum si inquadra nell’attuale fisionomia della festa, rischiarata dal vangelo di Gv 20,1-2.11-18 (il Missale del 1962 indica il brano della peccatrice perdonata di Lc 7,36-50). Si ascolta infatti oggi il racconto dell’apparizione del Risorto e del suo progressivo svelarsi a Maria di Magdala, investita dal preciso mandato di andare ad annunciare agli apostoli il Mistero da lei sperimentato. Ecco il testo: «Vere dignum et iustum est, aequum et salutare, nos te, Pater omnipotens, cuius non minor est misericordia quam potestas, in omnibus praedicare per Christum Dominum nostrum. Qui in horto manifestus apparuit Mariae Magdalenae, quippe quae eum dilexerat viventem, in cruce viderat morientem, quaesierat in sepulcro iacentem, ac prima adoraverat a mortuis resurgentem, et eam apostolatus officio coram apostolis honoravit ut bonum novae vitae nuntium ad mundi fines perveniret. Unde et nos, Domine, cum Angelis et Sanctis universis tibi confitemur, in exsultatione dicentes: Sanctus».
Nel protocollo iniziale è innestata la bella espressione che loda il Padre onnipotente, «cuius non minor est misericordia quam potestas», attinta al Missale Gothicum Vat. Reg. lat. 317 (edito da L.C. Mohlberg, Herder Roma, n. 70, p. 21).
Il corpo del prefazio fissa quindi l’attenzione su due azioni di Cristo: «apparuit Mariae Magdalenae… et honoravit eam apostolatus officio». Si dice, anzitutto, che dopo essere stato preso per chi non è, Cristo si manifesta chiaramente a Maria nel giardino presso il sepolcro vuoto, portandola a far memoria del passato alla luce dell’esperienza presente, riassunta in quattro verbi - «dilexerat, viderat, quaesierat, adoraverat» - aventi per oggetto Colui che aveva amato da vivo, visto morire in croce, cercato ormai deposto nel sepolcro, ed ora adorato risorto dai morti. Non sfugge la scansione rimata dei riferimenti «viventem, morientem, iacentem, resurgentem». La fonte di tale sequenza, con l’aggiunta nuova dell’ultimo termine, è un passaggio del De vita beatae Mariae Magdalenae, attribuita a Rabano Mauro ma databile al sec. XII (unisce in una le tre Marie), che così descrive lo sguardo credente della Maddalena: «crediditque indubitanter, quem videbat Christum Filium Dei, verum esse Deum, quem dilexerat viventem; vere a mortuis resurrexisse, quem viderat morientem; vere Deo Patri esse aequalem, quem quaesierat in sepulcro iacentem» (cap. XXVI, PL 112, 1474).
Il fatto che Maria fu la "prima" a vedere il Risorto, lo testimonia il vangelo stesso di Giovanni. Il dato non è sfuggito alla tradizione liturgica: lo ricordano ad es. i citati prefazi n. 1154: «primum se beatae Mariae Magdalenae vivum exhibuit» e n. 1585: «quem prima resurrexisse nuntiavit a mortuis Iesum Cristum Dominum nostrum», e anche l’inno ad Laudes: «tu prima vivi ab inferis es testis atque nuntia» (Liturgia Horarum, die 22 iulii); lo richiama anche Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem al n. 16.
In secondo luogo, il prefazio dice che il Cristo «eam apostolatus officio coram apostolis honoravit». Pure questa espressione è debitrice di un passaggio della citata Vita attribuita a Rabano Mauro, in cui si legge che Maria: «apostolatus officio quo honorata fuit fungi non distulit…» (cap. XXVII: PL 112, 1475). Se furono gli apostoli a far sì che «bonum novae vitae nuntium ad mundi fines perveniret», fu Maria a recare ad essi il vangelo del Vivente. Lo ricorda san Gregorio Magno: «Tantumque apud eum locum gratiae invenit, ut hunc ipsis quoque apostolis, eius videlicet nuntiis, ipsa nuntiaret» (Homiliae in Evangelia, Hom. XXV: CCSL CXLI p. 215).
Proprio questo «apostolatus officium» ricevuto dal Signore stesso le valse, infatti, di essere chiamata «apostolorum apostola» anche da san Tommaso d’Aquino (In Ioannem Evangelistam expositio, c. XXX, L III, 6), eloquente appellativo che figura come titolo del nuovo prefazio. Lo stesso pseudo Rabano Mauro, osservava che «Salvator… ascensionis suae eam ad apostolos instituit apostolam, digna mercede gratiae et gloriae, primoque et praecipue honoris privilegio, digne pro meritis omnium ministrarum suarum remunerans signiferam, quam ante modicum instituerat resurrectionis evangelistam, et ait illi "Vade ad fratres meos, et dic eis" » (cap. XXVII, PL 112, 1474).
Infine, nel ricordare che il Cristo «in horto manifestus apparuit Mariae Magdalenae», il prefazio evoca, per contrasto, il giardino paradisiaco in cui Eva fu foriera di morte. Tale nesso non sfuggì a Gregorio Magno, che al riguardo ha osservato: «Ecce humani generis culpa ibi absciditur unde processit. Quia in paradiso mulier viro propinavit mortem, a sepulcro mulier viris annuntiat vitam, et dicta sui vivificatoris narrat, quae mortiferi serpentis verba narraverat. Ac si humano generi non verbis Dominus, sed rebus dicat: De qua manu vobis illatus est potus mortis, de ipsa suscipite poculum vitae» (Homiliae in Evangelia, Hom. XXV: CCSL CXLI p. 212).
Il protocollo finale è ripreso dalla praefatio II de Sanctis del Missale Romanum.

+ Arthur Roche
Arcivescovo Segretario
della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
 
Con decreto (Prot. N. 324/16) in data 1 luglio 2016  la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha approvato la traduzione italiana del Prefazio “Apostola degli Apostoli” per la festa di Santa Maria Maddalena.
22 luglio
SANTA MARIA MADDALENA
Festa
PREFAZIO
Apostola degli apostoli
V/.  Il Signore sia con voi.
R/.  E con il tuo spirito.
V/.  In alto i nostri cuori.
R/.  Sono rivolti al Signore.
V/.  Rendiamo grazie al Signore nostro Dio.
R/.  È cosa buona e giusta.
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
proclamare sempre la tua gloria,
o Padre, mirabile nella misericordia
non meno che nella potenza,
per Cristo Signore nostro.
Nel giardino Egli si manifestò apertamente
a Maria di Magdala,
che lo aveva  seguito con amore
nella sua vita terrena,
lo vide morire sulla croce
e, dopo averlo cercato nel sepolcro,
per prima lo adorò risorto dai morti;
a lei diede l’onore di essere apostola per gli stessi apostoli,
perché la buona notizia della vita nuova
giungesse ai confini della terra.
E noi, uniti agli Angeli e a tutti i Santi,
cantiamo con gioia
l’inno della tua lode:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Osanna nell’alto dei cieli.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Osanna nell’alto dei cieli.
 

o Trinità beata, cantiamo la tua gloria in questo vespro



 
Cari Fratelli, dilette sorelle.

In questa solennità nella quale la Chiesa universale celebra e glorifica la Santissima Trinità, mi soffermerò su alcuni passi del nostro Simbolo di fede, il Credo, quello che la Chiesa, per ovvie ragioni di carattere pedagogico-pastorale, ha posto giustamente dopo l’omelia, affinché il Popolo di Dio, com’ebbe a dire il Cardinale Tomas Spidlìk: «possa seguitare a credere malgrado ciò che spesso è costretto a udire» dalle bocche di certi predicatori, ed in specie in festività come quella di oggi, dalle quali si può percepire l’essere come purtroppo il non essere; e dinanzi al non essere, si aprono solo le porte del non divenire futuro.

Oggi la Chiesa celebra la festa della Santissima Trinità, uno dei più grandi misteri della nostra fede. Eppure, se prendiamo i Vangeli, in essi non troviamo questa parola. La Santissima Trinità è velata nella letteratura dell’ Antico Testamento e nei Santi Vangeli non mancano i riferimenti al Padre e allo Spirito Santo, si pensi che nel solo Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, la relazione tra Padre e Figlio, è indicata per ben 26 volte, per esempio attraverso chiare espressioni del tipo: «Io e il Padre siamo una cosa sola» [cf. Gv

10,30]. Solamente però molti anni dopo, verso la fine del II secolo, si cominciò ad usare il termine Trinitas ed a sviluppare quindi una teologia trinitaria.

La storia e la vicenda terrena dell’Uomo Gesù sembrerebbe concludersi con la morte, come se sulla croce si celebrasse un fallimento che pone la paro-la fine all’ esperienza gesuana. Ma non è così, perché dopo tre giorni il Cristo risorge: et resurrexit tertia die secundum scriptura. Questo e questo soltanto era ciò che gli apostoli annunciavano durante i primi anni: Colui che è stato crocifisso, non è morto, ma è vivo. Noi lo abbiamo veduto, incontrato; noi lo sentiamo ...

Col passare degli anni e poi dei decenni la riflessione si approfondisce. Allora i primi cristiani cominciano a domandarsi: "… che cosa vuol dire che Gesù è Figlio di Dio?". E poi: "… in che modo, Gesù è il Figlio di Dio?". E ancora: "E chi è, Dio?".

Per noi questa è una verità di fede definita e consolidata nei secoli, ma forse spesso ignoriamo che all’inizio non fu così e che certe definizioni di fede hanno richiesto non anni, ma secoli di lavoro, perché quanto era accaduto tra la stalla di Betlemme, la croce sul Golgota, il sepolcro vuoto di Cristo che appare agli apostoli più volte prima di ascendere al cielo, erano tutti eventi e fatti storici reali ― e ripeto reali, non simbolici ― che valicavano di molto l’umana comprensione. Per questo i primi secoli furono tormentati dal tentativo di capire anzitutto chi era Dio e chi era il Verbo di Dio fatto uomo. D'altronde è sempre così: gli eventi straordinari prima si vivono, poi si cerca di capire, successivamente, nel corso degli anni o dei secoli, che cosa è veramente accaduto, cosa hanno vissuto i testimoni oculari, quindi cosa siamo chiamati a vivere noi che siamo oggetti e soggetti dell’annuncio e del mistero della redenzione.

Agli inizi, quando si cercava di capire, c'era chi diceva: "Il Padre è divino, il Figlio [Gesù] viene invece dopo". Per cui Gesù era presentato da taluni come un dio minore.


Altri dicevano: "No, il Padre, il Figlio e lo Spirito sono tre modi in cui Dio si è manifestato", per cui, ad esempio, sulla croce c'era il Padre.

Poi c’era chi sosteneva che la Trinità era espressione dello stesso Dio che si manifesta in maniera diversa. E via dicendo a seguire con altri che dicevano: "Gesù era” … un uomo come tanti altri e quel giorno lui passò, “solo successivamente alla sua nascita Dio si è incarnato in lui, facendolo suo Figlio". Per cui Gesù non era da sempre Figlio di Dio, ma lo era divenuto in seguito.

… e dinanzi a questi vari pensieri ereticali, spero sia inutile ricordarvi le parole della nostra Professione di Fede, che non è una filastrocca mnemonica, ma appunto il cuore della nostra Fede, nella quale tra poco reciteremo: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa so-stanza del Padre». Posto che generare non vuol dire creare, anche perché Cri-sto è da sempre, con il Padre, prima ancora dell’inizio dei tempi. Per questo è usato l’elemento della luce, perché all’epoca in cui queste parole venivano scritte, si credeva che la luce era in sé e di per sé; perché in quei tempi, la luce, non veniva generata artificialmente, come invece viene generata oggi sia elettricamente sia in altro modo [Ndr. vedere lectio di A.S. Levi di Gualdo su La luce nel Vangelo di Giovanni, QUI].

Fu così che nei primi secoli di vita della Chiesa si assistette alla nascita delle prime grandi eresie, la più celebre e pericolosa delle quali fu l’ Arianesimo, che prende nome dal vescovo Ario, il quale sosteneva che la natura divina di Gesù fosse inizialmente inferiore a quella di Dio e che il Verbo – sempre quello da noi proclamato nella professione di fede come «generato non creato della stessa sostanza del Padre» – fosse stato creato in seguito dal Padre.

Nell’anno 325 fu celebrato a Nicea il primo grande concilio della Chiesa che definì dogmaticamente: "Il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza". E per racchiudere questa definizione in un termine si usò la parola greca
ὁμοούσιος [omousios] che vuol dire "della stessa essenza". Fu infatti necessario attingere dal lessico filosofico greco perché sul vocabolario non avevamo neppure delle parole per definire certe verità di fede, per questo si rese necessario attingerle e modularle dalla sapienza dei grandi filosofi, in particola-re da Platone e da Aristotele.

Nel 381, al Concilio di Costantinopoli, si disse che anche lo Spirito è omousios, cioè della stessa sostanza del Padre e del Figlio. Ecco perché la nostra Professione di Fede si chiama Simbolo di fede Niceno-Costantinopolitano, perché frutto dei due primi grandi concili della Chiesa.

In seguito, il Santo vescovo e dottore della Chiesa Agostino d’Ippona, nella sua opera De Trinitate espresse il mistero della Santissima Trinità con questa definizione: il Padre è l'Amore [Amans], il Figlio è l'Amato [Amatus] e lo Spirito è l'Amore [Amor] del Padre e del Figlio.

La festa della Santissima Trinità ci rivela e, soprattutto, ci ricorda che: "In Dio ci sono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo" e tutte e tre sono Dio. Tipico di queste tre persone non è la solitudine ― perché non sono tre dèi ― ma l'essere in relazione con gli altri due, perché la relazione, come c’insegna il Santo dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, è principio di sussistenza delle Persone Divine [Summa Th. Pars I quaestio XXIX]

La prima grande verità della festa di oggi è che tutto è in relazione. La Santissima Trinità ci trasmette quindi un'altra grande verità: la relazione è il Tutto racchiuso in Dio, il quale è relazione, rapporto, comunicazione.

La festa della Santissima Trinità svela il segreto della realtà, di una realtà che è tutta quanta trinitaria. Facciamo un esempio: che cosa conta tra due persone? Se prendiamo ad esempio un uomo e una donna e li mettiamo in-sieme: sono forse una coppia? No. Affinché ci sia una coppia serve un'altra realtà: vale a dire che ci sia un legame forte, profondo e vero, tra di loro. Ed è il legame, l'amore, lo spirito, che rende unita e forte una coppia di sposi, come degli amici od una comunità di persone, sia essa una comunità di religiosi e religiose sia essa una comunità di laici.

Una coppia non "muore" se l'amore vive; non "muore" se la comunicazione avviene; "non muore" se lo spirito rimane vivo; non "muore" se la relazione è viva. Ecco allora che la festa della Santissima Trinità ci trasmette anche un'altra cosa: è l'Amore che sostiene ogni cosa; e la Santissima Trinità è amore e relazione, relazione e amore. O come dice Dante Alighieri in rima poetica: l’amor che move il sole e l’altre stelle [Paradiso, XXXIII, 145].

L'essenza della Trinità è quindi l'Amore che si manifesta attraverso i doni di Dio Padre che rende l’uomo oggetto e soggetto principe del mistero della creazione, che ci dona il Verbo Incarnato, Cristo Dio; e che in divina unione d’amore, il Padre e il Figlio, ci donano lo Spirito Santo, il quale, come recita la nostra professione di fede: «Procede dal Padre e dal figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei Profeti».

Trinità è quindi un modo per dire Amore [Amans, Amatus, Amor], per-ché l'amore è la realtà prima, ultima e più profonda di ogni cosa; l’amore è l’essenza del mistero ineffabili di Dio uno e trino, che attraverso la Trinità manifesta la arcana essenza del suo amore.

A l'alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

[Paradiso,XXXIII, 141-145] 
 
Dall’Isola di Patmos, 22 maggio2016
Solennità della Santissima Trinità



Ariel S. Levi di Gualdo

giovedì 7 luglio 2016

cuore a cuore

 
"Non sono le fiamme del rogo, ma quelle di una fede viva che ci consumano. Il nostro corpo non è bruciato per la causa di Gesù Cristo, ma la nostra anima è trasportata dagli ardori del suo amore…, il nostro cuore brucia d’amore per Gesù." Sant'Agostino

mercoledì 6 luglio 2016

preti santi e peccatori

 
 
Oggi ho partecipato alle ordinazioni diaconali e sacerdotali nel Duomo di Firenze. Per tutta la celebrazione ho ricordato tutte le notizie, gli scandali, i peccati miei e degli altri. Mi domandavo come possiamo ancora pensare in essere in grado di parlare di Gesú al mondo!
 
Vedevo quelli ragazzi stesi sul pavimento della cattedrale e tutti noi che domandavamo l'intercessione dei Santi. Fra questi e tutti ...
quelli che riempivano il presbitero: Santi e peccatori, uomini di Dio e uomini del mondo: ma in tutti i occhi brillano davanti al mistero che si realizzava davanti a noi.
 
Dio investe su di noi nonostante conosca la nostra fragilità, agisce con il nostro poco e la storia va avanti ... É lo Spirito Santo che per le mani dei vescovi fino dagli apostoli consacra la debole natura umana e continua a donarci la sua Grazia e il perdono dei peccati!
 
Francisco André Martins
 

CHIARO?

Nero su bianco



Da quando il blog ha ripreso a vivere, non mi sono mai occupato di liturgia, nonostante essa fosse una delle tematiche di cui Senza peli sulla lingua si occupava con maggior frequenza fin dai suoi inizi. Ora mi dà occasione di farlo una notizia fresca fresca. Si è appena aperto a Londra il convegno “Sacra Liturgia UK” con la prolusione del Card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Non abbiamo ancora a disposizione il testo completo dell’intervento né la sua traduzione italiana; ma vari siti di lingua inglese se ne sono occupati: New Liturgical Movement, Catholic Herald, Life Site
 
Ha fatto scalpore fra i partecipanti al convegno la notizia, riferita da Sua Eminenza, secondo la quale Papa Francesco gli avrebbe chiesto di studiare la questione della “riforma della riforma” e il mutuo arricchimento delle due forme — ordinaria e straordinaria — del rito romano. Che il Papa avesse chiesto al Card. Sarah di continuare a operare in campo liturgico sulla linea intrapresa da Benedetto XVI, era noto; che gli avesse chiesto addirittura di studiare la questione della “riforma della riforma”, è sicuramente una piacevole novità.

Sua Eminenza ha inoltre riproposto un’idea che aveva già espresso in precedenti occasioni:
«Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo» (L’Osservatore Romano, 12 giugno 2015).
Ciò che ha colpito in questa circostanza, a parte l’insistenza, è stata l’indicazione di una data, a partire dalla quale tale cambiamento andrebbe attuato: la prima domenica di Avvento (27 novembre 2016).

L’appello del Cardinale è stato accolto naturalmente con grande soddisfazione da quanti amano la liturgia tradizionale. Personalmente, dopo lunga riflessione, sono giunto anch’io alla conclusione che alcuni aspetti dell’antica liturgia vadano recuperati nel Novus Ordo, senza con ciò mettere in discussione la validità della riforma liturgica (nell’articolo su L’Osservatore Romano appena citato il Card. Sarah insiste proprio sul fatto che certi aspetti dell’attuale liturgia non corrispondono alla mente dei Padri conciliari). Permettetemi però di fare un paio osservazioni.
 
1. È stato il Card. Ratzinger a parlare per primo di una “riforma della riforma”. Me ne sono occupato anche su questo blog (9 settembre 2009 e 27 luglio 2010). Sembrava che questa dovesse essere una delle priorità del suo pontificato, ma poi, non so per quali motivi, non se n’è fatto nulla. L’unico provvedimento riguardante il rito della Messa è stato l’aggiunta di alcune formule alternative di congedo nella terza edizione del Messale Romano. Va detto che Benedetto XVI ha introdotto un diverso stile nelle celebrazioni pontificie, ma senza mai imporre ad altri quello stile. C’è stato infine il motu proprio Summorum Pontificum, che ha liberalizzato l’usus antiquior (“forma straordinaria del rito romano”), senza però toccare direttamente la “forma ordinaria” (limitandosi ad auspicare un reciproco influsso tra le due forme). È vero che Papa Benedetto, durante il suo pontificato, non ha avuto la possibilità di realizzare il suo programma, essendo stato costretto ad affrontare un’agenda decisa da altri. Rimane il fatto che uno dei principali punti del suo programma non è stato realizzato. Sembrava che il Card. Antonio Cañizares Llovera (il “piccolo Ratzinger”), al quale il Papa aveva affidato la Congregazione del culto divino, avesse ricevuto il mandato di attuare la “riforma della riforma”; ma quando si diffusero le prime voci su alcuni possibili cambiamenti da apportare ai riti liturgici, ci si affrettò a smentire tutto. Il Card. Cañizares si limitò a dire che la liturgia doveva essere riposizionata al centro della vita della Chiesa. La montagna aveva partorito il topolino! Ebbene, quello che non è riuscito a Ratzinger e Cañizares riuscirà a Bergoglio e Sarah? Ce lo auguriamo di cuore, anche se però non si ha l’impressione che la liturgia rientri fra le priorità di Papa Francesco (il quale, non dimentichiamolo, è un gesuita che nec rubricat, nec cantat).

2. È legittimo, anche per un uomo di governo, pubblicare libri e scrivere articoli, fare conferenze e rilasciare interviste: sono cose che possono servire per preparare il terreno e per creare consenso. Ma non sono strumenti di governo. Si governa legiferando. Un uomo di governo non può limitarsi a fare inviti, a lanciare appelli; deve prendere provvedimenti. La riforma liturgica, oltre che con la pubblicazione dei nuovi libri liturgici, è stata fatta attraverso una serie di istruzioni “per la retta applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II”: cinque per l’esattezza (l’ultima, Liturgiam authenticam, risale al 2001); sei, se si considera anche l’istruzione Redemptionis Sacramentum del 2004. Beh, chi vieta che, dopo quindici anni, si faccia una sesta istruzione “per la retta applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II”, visto che il problema sembra essere proprio questo, la corretta interpretazione della Sacrosanctum Concilium? Non è necessario che in questa nuova istruzione si imponga a tutti di riprendere a celebrare ad Orientem; ci si può limitare semplicemente a proporlo come una possibilità. Ma un conto è che questa “proposta” la si trovi scritta, nero su bianco, in una istruzione della Congregazione del culto divino; un altro conto è che essa venga fatta, a titolo personale, dal Cardinale Prefetto di quella Congregazione, correndo il rischio che essa passi per una sua idea stravagante. Di parole e di belle idee ne abbiamo avute e continuiamo ad averne abbastanza; è giunto il momento, forse, di passare dalle parole ai fatti.
Q

martedì 5 luglio 2016

benedizione della birra

The blessing of the beer

The Benedictio Cerevisiae is included in the 17th-century Roman Ritual

 
 
 
 
 
 
 
Chapter VIII of the Rituale Romanum, a liturgical manual dated 1614, includes special blessings for almost anything you might use on a daily basis, literally — the chapter is titled “Blessings of things designated for ordinary use.” In it, you will findblessings for cheese or butter, for seeds, for salt or oats for animals, fishing boats, tools used by mountain climbers and, naturally, for beer.
Included in the Rituale Romanum by Pope Paul V, the blessing (in Latin) goes:

P. Adjutorium nostrum in nomine Domini.
A. Qui fecit caelum et terram.
P. Dominus vobiscum.
A. Et cum spiritu tuo.

Oremus.

Benedic, + Domine, creaturam istam cerevisiae, quam ex adipe frumenti producere dignatus es: ut sit remedium salutare humano generi, et praesta per invocationem Nominis tui sancti; ut, quicumque ex ea biberint, sanitatem corpus et animae tutelam percipiant. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

 
Preghiamo.
Benedici, + Signore, questa birra, tua creatura, che ti sei degnato di produrre con fior di frumento: affinché sia rimedio salutare al genere umano, e concedi che, per l' invocazione del tuo santo Nome, chiunque ne berrà riceva la salute del corpo e la tutela dell' anima. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 
Chapter VIII of the Rituale Romanum, a 1614-dated liturgical manual, includes special blessings for almost anything you might use on a daily basis.
Chapter VIII of the Rituale Romanum, a 1614-dated liturgical manual, includes special blessings for almost anything you might use on a daily basis.
Properly translated into English, it would go something like this:

P. Our help is in the name of the Lord.
A. Who made heaven and earth.
P. The Lord be with you.
A. May He also be with you.

Let us pray.
Lord, bless + this creature, beer, which by your kindness and power has been produced from kernels of grain, and let it be a healthful drink for mankind. Grant that whoever drinks it with thanksgiving to your holy name may find it a help in body and in soul; through Christ our Lord. Amen.
 
http://aleteia.org/2016/07/03/the-blessing-of-the-beer/?utm_campaign=english_page&utm_medium=aleteia_en&utm_source=Facebook#link_time=1467532230

Dio nel silenzio

Esperienza vocazionale in certosa
 
 
cartoon certosinoVi propongo una lettera, scritta da un giovane al termine di una sua esperienza vocazionale vissuta nella certosa portoghese di Scala Coeli, in Portogallo. Il testo che segue ha lo scopo di estendere una testimonianza delle emozioni che si provano nell’intraprendere questo cammino contemplativo in certosa.

La mia esperienza in Certosa
Caro amico, V. H. vorrei dirti che la mia esperienza alla Certosa di Scala Coeli a Évora è stata unica; momenti di immensa spiritualità, come mai prima avevo sperimentato nella mia vita.
 
Il primo giorno sono arrivato a piedi, sulla strada di Arraiolos; ho suonato il campanello ed è apparso uno dei monaci, addetto alla portineria, che mi ha portato dal Padre Priore  Dom Antao, poi quest’ultimo mi ha portato alla cella “V” (“V” come l’iniziale del tuo nome mio caro amico, non ho potuto che vedere in esso un piccolo segno di umorismo del mio buon Padre, mio Dio, per me!).
Ero un po ‘ansioso, e lì, da solo, perso nello spazio e nel tempo, lo confesso, ero in attesa che il telefono interno (interfono) suonasse.
 
Ho parlato, inizialmente, con il Padre Maestro Isidoro, che mi ha dichiarato di essere d’ora in poi il mio angelo custode (ciò mi ha reso più tranquillo).
Ho notato la presenza di enormi gatti per il Chiostro, che sembravano essere molto ben nutriti.

Padre Antao mi ha anche spiegato che quel Chiostro è il più grande del paese. Alcuni giorni dopo, hanno suonato alla campana della cella ed è apparso un monaco converso di nome: Fratello José Maria.
Lo guardai e sentii una luce unica provenire dai suoi occhi. Ci salutammo e subito dopo, mi ha consegnò una chiave per aprire la cella.
Mi hanno insegnato ad accendere la stufa, perché in inverno fa molto freddo. Con grande meraviglia, per la seconda volta, sono già riuscito ad accenderla da solo.

 
Al terzo giorno dal mio arrivo, il monaco Jose Maria mi ha insegnato a raccogliere le arance che sono nel chiostro grande, sono salito in cima ad una scala per raccoglierle; e poi, più tardi, con un erbicida ho dovuto distruggere le erbacce del giardino di una cella vuota.
 
Dopo c’è stato un giorno per la passeggiata. Poi ho conosciuto i due ragazzi (della “famiglia” postulanti alla Certosa!); una passeggiata unica …. che nostalgia!
 
E per finire la mia esperienza più forte: Il “Mattutino” quella lunga preghiera nella Cappella nella notte…mi ha riempito come non è mai accaduto.
Dio benedica noi… ed anche la Certosa.
 
Il mio grazie per accompagnarmi con tanti suggerimenti di letture che mi hai fornito nel corso del tempo! Grazie anche alla tua famiglia per avermi accolto in casa tua, per mostrarmi la tua vasta colezione di libri sulla Certosa e per avermi mostrato la visualizzazione del bellissimo documentario “Il Grande Silenzio“. Con il tuo aiuto, mi sono reso conto della strada che il Signore, nostro Padre, vuole rivelare alla mia vita.
 
Questa mia esperienza a Scala Coeli è servita a farmi vedere il mio posto nella Chiesa: è nella Certosa che voglio rimanere e servire il Signore.
 
Un forte abbraccio a te, caro fratello V. H., ed a tutti i membri degli “Amici dell’Ordine Certosino”!

Con l’augurio che il percorso di questo giovane possa trovare il suo approdo definitivo nella vita contemplativa della comunità certosina, vi invito a pregare affinchè questo avvenga. San Bruno intercederà per consentire che sia compiuta la volontà di Dio.

https://cartusialover.wordpress.com/2016/04/29/esperienza-vocazionale-in-certosa/

lunedì 4 luglio 2016

L’Islam ha un problema con il mondo

Da Erbil. Monsignor Bashar Warda:
“L’Islam ha un problema con il mondo”
Asciutto e sintetico, Monsignor Bashar Warda, arcivescovo caldeo di Erbil [qui] richiama l'Europa e tutto l'occidente alla situazione reale e alle proprie responsabilità. Una sveglia salutare, della quale siamo da tempo consapevoli ma che non ha presa sulla cultura e suoi poteri dominanti, persino in ambito ecclesiale. Ma è una sveglia che si impone se non si vuole soccombere.
 
Invece la Neo-Chiesa non ha alcun problema con il mondo ...
 


Da Erbil. Monsignor Bashar Warda è un uomo sulla quarantina, dalla stretta di mano vigorosa e dallo sguardo diretto. Si capisce subito che è abituato a prendere decisioni. Quando ci accoglie nel suo ufficio nella erigenda università, l’arcivescovo caldeo di Erbil allarga le braccia e indica la struttura ancora in costruzione: “Forse a voi sembrerà strano edificare un’università in un Paese in guerra, ma io voglio combattere contro Isis con le armi della cultura”.
Una posizione coraggiosa, in una città che è stata investita dall’ondata di sfollati in fuga dall’invasione dell’Isis. Eppure monsignor Warda è determinato a far vivere il “respiro cattolico nella società.”

Monsignore, qual è la situazione dei profughi cristiani ad Erbil?
“Non semplice. Nell’agosto 2014 centoventicinquemila persone sono fuggite da Mosul e dalla Piana di Ninive. Cinquantacinquemila sono ancora ad Erbil. Diecimila famiglie non sono poche.”

Come si può aiutarli?
“La Chiesa è l’unico sostegno di queste persone. Alloggiamo duemila famiglie nei container e paghiamo l’affitto in case per altre duemila. Inoltre, grazie anche ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, ogni mese assicuriamo la distribuzione di cibo e medicinali”

Davvero gli Stati occidentali vi lasciano soli?
“Hanno deciso di impegnarsi seriamente sul terreno militare dopo gli attentati di Parigi, quando hanno capito che Isis era un pericolo anche per loro. Ma intanto i buoi erano scappati dalla stalla…”

In che senso?

“Molti terroristi sono arrivati in Europa nascondendosi tra i migranti, grazie alla mancanza di controlli. Ma la politica delle porte aperte danneggia anche e soprattutto gli iracheni.” 

Perché?
“La missione della Chiesa è convincere le famiglie a restare a vivere in Iraq nel modo più dignitoso possibile. Se una famiglia mi chiede un buon motivo per rimanere, devo poter dare loro una risposta.”

L’Occidente come può aiutarvi? 
“Se l’Occidente vuole aiutarci, deve inviarci aiuti finanziari con cui mantenere gli iracheni nelle loro terre. Inoltre dovrebbe accettare solo alcuni migranti, quelli che hanno perso tutto.”

E per gli altri?
“Gli altri dovrebbero essere aiutati a trovare una ragione valida per rimanere in Iraq: se, con l’aiuto di Dio, Mosul e la piana di Ninive dovessero essere liberate dall’Isis, chi è rimasto qui potrà rientrare alle proprie case. Se invece emigrano tutti in Europa, sarà molto più difficile”.

Quali sono i vostri rapporti con i musulmani, in terre in cui la persecuzione religiosa è una realtà?
“Non abbiamo alcun problema con l’islam, è l’islam ad averlo con noi. E con il mondo intero. Parlando a Ratisbona, nel 2006 Papa Benedetto XVI formulò una domanda profetica, chiedendo ai musulmani di pronunciarsi chiaramente contro la violenza.”

Lo hanno fatto?
“L’islam non riesce a integrarsi nella società occidentale perché vuole imporre la sharia. Tuttavia l’ascesa dell’Isis almeno ha avuto il merito di alimentare un dibattito interno: vi sono alcuni giovani che abbandonano l’islam, dicono di averne abbastanza della religione.”

È possibile una riforma dell’islam dall’interno?
“Sì, ma sarà un processo lungo. E costerà il sacrificio di molte vite, anche fra i musulmani”

L’Occidente è in grado di prendere posizione rispetto a chi vuole imporre la sharia?

“I musulmani dicono che l’Europa è cristiana, ma dimenticano che gli Europei non potrebbero dire altrettanto. Voi stessi avete rinnegato le vostre radici cristiane.”

Cosa sarebbe cambiato se non lo avesse fatto?
“La proposta islamica sarebbe meno attraente perché ci sarebbe un’altra identità, alternativa a quella musulmana.”
Cosa intende?
“Gli islamici ripetono che l’Occidente è in crisi di identità perché non ha un modello di vita. Attribuiscono i suicidi, la crisi dei valori, la corruzione, alla mancanza di una fede. E propongono la loro sharia.”

Come si risponde a questa sfida?
“Loro possono parlare di ricchezza, della felicità, del potere. Ma nessuno di loro potrà parlare dell’Amore. Noi invece possiamo e abbiamo una storia che lo prova. Una storia di martiri e di santi, di duemila anni di sangue versato per questo amore.”
 

domenica 3 luglio 2016

san Tommaso



Come Tommaso, anche noi dobbiamo toccare il costato di Gesù per consolidare la nostra poca fede. Questi piaghe le tocchiamo ora con il nostro spirito nel silenzio del nostro cuore grazie ai Sacramenti ancorati nella Scrittura e nella Tradizione.

sabato 2 luglio 2016

pregare col corpo

Perché inginocchiarsi alla consacrazione eucaristica non è un optional. Anche senza inginocchiatoio
 
Perché è importante inginocchiarsi durante la celebrazione eucaristica?
Ho notato, andando alla Messa, una tendenza. Può darsi che mi sbagli, ma mi sembra che l’abitudine di inginocchiarsi in alcuni momenti della Messa sia sempre meno usata. È una cosa che mi è capitato di vedere in diverse chiese: al momento della consacrazione molti rimangono in piedi, qualcuno a sedere, pochi si inginocchiano. Lo stesso dopo la Comunione. È solo una mia impressione? Ed è una cosa accettabile? Oppure il gesto di inginocchiarsi ha un valore liturgico e andrebbe rispettato (a meno che ovviamente una persona non abbia impedimenti reali)?

Marco Filippi

Risponde don Roberto Gulino, docente di liturgia

Purtroppo non è solo un impressione del nostro amico lettore: non di rado si assiste, durante le nostre liturgie eucaristiche, ad una varietà di comportamenti che indicano la scarsa consapevolezza di ciò che facciamo piuttosto che la celebrazione di una azione sacramentale comunitaria; c’è chi durante il canto rimane in silenzio (pur conoscendo il testo e la melodia), chi preferisce recitare il Gloria, il Credo o il Padre nostro sottovoce - «Per pregare meglio, interiormente…», così mi è stato detto - o chi decide personalmente quali atteggiamenti seguire e quali evitare («Sa, padre, io dopo la comunione non mi alzo mai, resto sempre seduta, mi sembra più bello rimanere in intimità con Gesù finché poi non esco di chiesa…»).

Così facendo però ci dimentichiamo - o tante volte neppure sappiamo - che la natura profonda e più intima della liturgia è proprio di essere preghiera della Chiesa, ossia del corpo mistico di Cristo che nello Spirito Santo è costantemente rivolto al Padre.

Questa essenza «ecclesiale» della liturgia ci chiede di partecipare alla celebrazione con un’attenzione comunitaria, pregando insieme con le stesse parole e con gli stessi gesti, inserendoci completamente nella preghiera di tutta la comunità che, con un cuore solo e un’anima sola, celebra il suo Signore. Ecco perché in una celebrazione liturgica come la Messa, o nelle altre azioni sacramentali - battesimo, cresima, matrimonio, esequie… - «l’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra liturgia: manifesta infatti e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo di coloro che partecipano» (Ordinamento Generale del Messale Romano, n° 42).

È necessario quindi pregare insieme e compiere comunitariamente gli stessi gesti come segno di comunione e per vivere la dimensione ecclesiale della preghiera liturgica (diversa dalla preghiera personale).

Quanto detto finora vale anche, e soprattutto, per la posizione in ginocchio: la Chiesa ci chiede, attraverso le indicazioni contenute nell’Ogmr al n° 43, di inginocchiarci al momento della consacrazione. Siamo nel cuore della preghiera eucaristica: pane e vino diventano - attraverso l’invocazione dello Spirito Santo e le parole dell’istituzione - il Corpo ed il Sangue del Signore Gesù; in questo momento anche il nostro corpo è invitato ad esprimere nella preghiera tutta l’adorazione, il rispetto e la riverenza per la grandezza dell’amore di Dio che si rinnova nel dono totale di Cristo sulla croce e nel suo farsi cibo per noi nel suo Corpo e nel Sangue. E di fronte a tanta grandezza, in ginocchio, vogliamo esprimere anche la nostra piccolezza, la nostra umiltà, il nostro bisogno di accogliere il Suo Dono per la nostra salvezza.

Chiaramente non sempre è possibile che tutti si mettano in ginocchio: basti pensare a motivi legati all’età, a problemi di salute o a circostanze legate al luogo della celebrazione (troppo piccolo o troppo affollato). In tal caso, si dice sempre nell’Ogmr al n° 43, coloro che non possono inginocchiarsi «facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione».

È importante comprendere bene che i gesti e gli atteggiamenti del nostro corpo nella preghiera liturgica «devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti» (Ogmr n° 42).
[...]

E se queste cose ce le diciamo - o anche «ri-diciamo» - un po’ tutti (a cominciare da noi sacerdoti, ma anche tutti coloro che hanno avuto il coraggio di leggere fin qui!), con quella carità fraterna che dovrebbe contraddistinguere la natura dei cristiani, nessuno dovrebbe mai sentirsi offeso, ma anzi aiutato a vivere meglio l’aspetto comunitario della liturgia.

venerdì 1 luglio 2016

liturgia per la libertà





La liturgia è il luogo, il spazio e il tempo in cui l'uomo si lascia salvare per non essere più chiuso nei limiti di questo mondo.

la Casa Bianca contro l' ONNIPOTENTE

La nuova guerra dell’esercito americano. Contro Dio



«Anche solo immaginare che sarei stato rimosso mentre la bandiera americana era srotolata e aperta, la bandiera che rappresenta la libertà di espressione, la libertà religiosa, la libertà di stampa ... è terribile». Sono le parole del sergente veterano dell'Air Force americana Oscar Rodriguez, a servizio delle Forze armate statunitensi per 33 anni. Contro di lui il Pentagono ha aperto un'inchiesta dopo un discorso che ha tenuto in aprile presso il California Travis Aire Force. 

E cosa ha detto Rodriguez di così pericoloso? Semplicemente quello che per oltre trent'anni ha ripetuto come tanti suoi colleghi: ha citato Dio. È bastato questo perché fosse assalito e mandato fuori dalla sala della cerimonia. Ma questo è solo l'ultimo di una serie di casi che mostrano quanto hanno subìto le Forze armate (su cui l'America ha sempre speso la maggior parte delle sue energie, avendo cara la cura per la coesione e l'unità fra i suoi uomini) fin dal 2008, l'anno in cui Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti. L'attacco palese cominciò però nel giugno del 2011, quando il dipartimento dei veterani vietò di pronunciare il nome di “Dio” e di “Gesù” durante una cerimonia funebre presso il cimitero nazionale di Huston. 

Subito dopo l'aviazione avrebbe cancellato per sempre un corso sui missili nucleari che si teneva da vent'anni presso una base in California, perché le lezioni includevano teorie cristiane come quella della legittima difesa o della “guerra giusta” di sant'Agostino. Intanto, il capo dell'aviazione proibiva a tutti i comandanti di dare notizia ai piloti e alle loro famiglie della possibilità di esercitare la propria libertà religiosa attraverso l'osservanza di un programma di formazione cristiana. E ancora: «Non si può distribuire né usare alcun materiale religioso durante le visite» è il divieto imposto dal Walter Reed National Military Medical Center, uno dei più importanti ospedali militari del paese, revocato solo dopo la denuncia di parte di alcuni membri del Congresso. A novembre dello stesso anno, mentre annunciava la fine della collaborazione con un'organizzazione cristiana, scusandosi di averla scelta come tramite per inviare i regali natalizi con biglietti religiosi, l'aviazione decideva di spendere 80 mila dollari per la costruzione nella base di Colorado Springs di un tempio di pietre per il culto pagano. 

Nel 2012, uno dei più illustri generali delle Forze armate, William G. Boykin, notoriamente cristiano, aveva dovuto declinare l'invito a parlare presso l'accademia militare americana in seguito alle pressioni sull'istituzione da parte della commissione delle Pari opportunità. Nello stesso mese, insieme alla decisione di rimuovere dal simbolo dell'istituto di ricerca militare Rapid Capabilities la frase Opus Dei (“Lavoro di Dio”), il ministro della Difesa vietava al cappellano di diffondere un lettera sull'obiezione di coscienza che l'arcivescovo aveva scritto affinché fosse letta durante la Messa. Ma i dubbi sull'antipatia della neoeletta amministrazione verso i cristiani erano già emersi all'inizio del 2009, quando nonostante una legge passata al Congresso e nonostante il pronunciamento della Corte Suprema, il governo si rifiutò di concedere all'associazione dei veterani un terreno nel deserto del Mojave, reclamato da tempo, per la ricostruzione di una croce innalzata lì nel 1934 in memoria dei caduti in guerra. 

A novembre la Casa Bianca si era poi rifiutata di porre sul monumento di Washington in memoria della Seconda Guerra mondiale la seguente scritta: «Con la Tua benedizione prevarremo sulle forze empie del nostro nemico». Si trattava di una semplice preghiera del presidente Franklin Delano Roosevelt per chiedere a Dio di infondere coraggio alle truppe alleate durante la lotta contro i nazisti. Sulla stessa lunghezza d'onda la nota del 2011 sul riconoscimento internazionale dei diritti umani, in cui la segreteria di Stato parlò delle persone «con convinzioni religiose molto profonde» come di «ostacoli che si frappongono alla tutela dei diritti umani», facendo riferimento alle «persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, ndr)».

Il veterano Rodriguez ha spiegato che «essere attaccato dall'Air Force ed essere allontanato da una cerimonia solo perché il mio discorso citava Dio è qualcosa che non mi sarei mai aspettato». Eppure, in soli otto anni il progressismo di Obama è riuscito a sovvertire l'ordine che ha spianato la strada alla diffusione dell'intolleranza religiosa in tutto l'Occidente, perché «noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che ciascuno di noi è dotato (anziché che essi sono dotati dal loro Creatore”) di alcuni diritti inalienabili». Fu così che nel 2010, per la prima volta nella storia, citando la Dichiarazione di indipendenza, un presidente americano ne omise una parte. 

La Casa Bianca comunicò che si trattava di una svista, che però fu ripetuta in almeno altri 7 discorsi pubblici. In linea con l'omissione, la citazione contraria alla legge federale, di E pluribus unum, che significa “Da molti, uno soltanto”, come motto nazionale eliminando in un colpo solo il tradizionale In God We trust.

di Benedetta Frigerio

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pedifilia: obiettivo raggiunto!!!

Obiettivo raggiunto


È dei giorni scorsi la notizia che nella diocesi di Montreal in Canada, da settembre, i sacerdoti non potranno piú avvicinarsi da soli ai bambini: potranno farlo solo alla presenza di un testimone (qui). Si tratta di una decisione ecclesiastica, non civile: la diocesi, evidentemente stremata per i risarcimenti milionari pagati per le cause di abusi, cerca ora di coprirsi le spalle. Si può quindi anche comprendere il provvedimento; ma ciò non toglie che esso provochi ugualmente una grande tristezza. Praticamente, la grande campagna mediatica contro i preti pedofili — che ebbe il suo culmine nel 2010, proprio durante l’Anno sacerdotale, e che sembrava essersi attenuata con l’avvento del nuovo pontificato — ha conseguito il risultato che si proponeva, quello di screditare in maniera generalizzata e definitiva il clero cattolico.
 
Ormai, diciamocelo chiaramente, tutti — e sottolineo tutti, anche i cattolici piú tradizionalisti — sono convinti che i preti — tutti, senza eccezione — sono dei pedofili. Per carità, si può anche nutrire stima e rispetto per alcuni preti, specialmente per quelli che si conoscono personalmente; ma nel fondo rimane la convinzione, o perlomeno il sospetto, che anche quei preti, che tu conosci e stimi, sotto sotto siano dei pedofili come gli altri. Ora, finché si tratta del giudizio, per quanto ingiusto, che la gente nutre sul nostro conto, può dispiacere; ma possiamo anche accettarlo, in spirito di penitenza, come la croce che ci tocca portare in questo tempo in cui viviamo. Il vero problema è un altro.
 
Il problema è che in questo modo nessun prete oserà piú avvicinarsi ai bambini e ai giovani in generale; si limiterà a fare un lavoro d’ufficio, molto meno rischioso. Lo accuseranno forse di essersi ridotto a fare il burocrate; ma almeno non potranno piú accusarlo di essere un pedofilo. Voi capite però che questa sarà (o meglio, in molti luoghi, è già stata) la fine di tutte le attività giovanili della Chiesa. Il problema non è tanto il sacramento delle Penitenza: per questo, basta tornare all’uso dei vecchi confessionali, con tanto di grata (se li avevano inventati, ci sarà pure stato un motivo...) in chiesa, sotto gli occhi di tutti; e il problema è risolto. Il problema sono tutte le attività pastorali che vedevano il prete in mezzo ai giovani. Magari potevano essere anche considerate attività poco qualificate, una perdita di tempo; ma avevano comunque un profondo valore educativo e costituivano pur sempre una presenza capillare della Chiesa nella società. E chi si sognerà piú di avere il gruppo dei chierichetti o degli scout, o di fare l’oratorio, o di organizzare una gita, una vacanza o un campo-scuola?
 
D’ora in poi, il prete si limiterà a celebrare la Messa; il catechismo per la prima Comunione lo farà fare alle mamme; i giovani, una volta terminato il catechismo, non metteranno piú piede in parrocchia e non avranno piú alcuna occasione di incontrare un prete nella loro vita. E poi ci si lamenterà (sta già avvenendo) che i giovani sono abbandonati, che non hanno piú punti di riferimento, che crescono senza valori, ecc. ecc. È esattamente quel che volevano quanti hanno promosso la martellante campagna contro gli abusi del clero.
 
Credete che avessero a cuore le vittime? Se cosí fosse stato, si sarebbero interessati anche alla pedofilia diffusa in altre confessioni religiose, nella famiglia, nella scuola, nello sport e, soprattutto, alla pedofilia d’alto bordo (rock star, registi, musicisti, parlamentari, ministri, capi di stato e di governo…); e invece no, di quella pedofilia non interessava niente a nessuno. In quei casi non c’erano vittime da difendere; in quei casi si poteva tranquillamente coprire, occultare, insabbiare (basti pensare alla BBC...). Al massimo, quando la notizia veniva a galla e non poteva piú essere ignorata, si trattava del caso singolo (come è giusto che sia); nessuno si sognava di criminalizzare la categoria. Quel che fa riflettere poi è che, contemporaneamente alla campagna contro gli abusi del clero, è stata portata avanti un’altra campagna, quella per i “diritti civili”, tra i quali prima o poi si arriverà a comprendere anche la pedofilia. Ha già iniziato a farsi sentire qualche voce sommessa per rivendicare il diritto dei minori ad avere una propria sessualità… In alcuni paesi sono stati addirittura fondati dei partiti politici che si propongono la legalizzazione della pedofilia.
 
C’è qualcosa che non torna: si va verso lo sdoganamento della pedofilia e, allo stesso tempo, essa costituisce un motivo di criminalizzazione per il clero. C’è una sola spiegazione: evidentemente la pedofilia era solo una scusa: l’obiettivo vero era colpire la Chiesa, impedirle di svolgere liberamente la sua missione e cosí scristianizzare la società. Obiettivo raggiunto. 
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