giovedì 16 giugno 2016

non si parla di Gesù tra persone educate

DEUS ABSCONDITUS
 



Di Gesù non si parla tra persone educate.
Con il sesso, il denaro, la morte,
Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile.
Troppi i secoli di sacrocuorismo.
Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore.
Troppe quelle prime comunioni presentate come
«Gesù che viene nel tuo cuoricino»....
Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro.
È irrimediabilmente tabù.

Ci si laurea in storia senza aver neppure sfiorato il problema dell'esistenza dell'oscuro falegname ebreo che ha spezzato la storia in due:
prima di Cristo, dopo di Cristo.
Ci si laurea in lettere antiche sapendo tutto del mito greco-romano,
studiato sui testi originali.
Senza aver però mai accostato le parole greche del Nuovo Testamento.
È singolare: la misura del tempo finisce con Gesù e da lui riparte.
Eppure egli sembra nascosto.
O lo si trascura o lo si dà per già noto.
(VITTORIO MESSORI)

mercoledì 15 giugno 2016

chi prega si salva

LA NECESSITA' DELLA PREGHIERA


 
Il sacro Concilio di Trento (Sess. VI, cap. 11) ha dichiarato che Dio non comanda cose impossibili; ma ci consiglia a fare ciò che possiamo con le forze della grazia, o almeno a chiedere la grazia più abbondante, necessaria per adempiere ciò che non possiamo con le nostre forze; ed allora egli ci dà l'aiuto necessario. Anche molti Teologi insegnano che Dio dona a tutti o la grazia prossima per osservare i precetti o la grazia remota della preghiera con la quale poi ciascuno ottiene la grazia prossima per osservare i precetti divini.

Perciò fu bestemmia quel che dissero Lutero e Calvino: che l'osservanza della divina legge è resa impossibile agli uomini dopo il peccato di Adamo; ma fu errore anche quel che disse Giansenio, condannato dalla Chiesa: che alcuni precetti erano impossibili anche ai giusti.

E' vero che l'osservanza della legge nello stato presente della natura corrotta è molto difficile, anzi è moralmente impossibile senza un aiuto speciale di Dio. Ora questo aiuto speciale Dio non lo concede, ordinariamente parlando, se non a coloro che lo domandano. Insegna Gennadio, autore antico, che, eccettuate le prime grazie eccitanti, le quali vengono a noi senza di noi, come la chiamata alla fede o alla penitenza, tutte le altre, e specialmente la grazia della perseveranza, si donano solo a coloro che pregano.

S. Agostino è dello stesso parere.
Da ciò concludono i Teologi (Suarez, Habert, Layman, il P. Segneri ed altri con S. Clemente Alessandrino, S. Basilio, S. Agostino e S. Giovannni Grisostomo) che la petizione agli adulti è necessaria di necessità di mezzo; viene a dire che, di provvidenza ordinaria, un fedele senza raccomandarsi a Dio e cercargli le grazie necessarie alla sua salvezza, non può salvarsi. Dice S. Giovanni Grisostomo che, conforme è necessaria l'anima al corpo per vivere, cosi è necessaria all'anima l'orazione per conservarsi nella divina grazia. Ciò vuole insegnare la parabola della vedova e del giudice ingiusto, narrata da Gesù per raccomandare di pregare sempre senza stancarsi (cfr. Lc 18, 1-5). Ciò afferma l'apostolo S. Giacomo: Non avete perché non chiedete (Gc 4, 2). Ciò vuol dire Gesù Cristo quando afferma: Chiedete e vi sarà dato (Lc 11, 9). Se, dunque, chi cerca ottiene, chi non cerca non ottiene. Dio vuole tutti salvi, come afferma S. Paolo (1 Tm 2, 4); ma vuole che gli cerchiamo le grazie che ci sono necessarie per salvarci. Neppure questo vogliamo fare? Terminiamo questo primo punto concludendo, da quanto si è detto, che chi prega certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i Santi si sono salvati e fatti santi col pregare. Tutti i dannati si sono dannati per non pregare; se pregavano, certamente non si sarebbero perduti. E questa sarà la maggiore disperazione nell'inferno: il pensiero di esserci potuti salvare con tanta facilità, con chiedere a Dio l'aiuto, ed ora non essere più in tempo di cercarlo.

L'EFFICACIA DELLA PREGHIERA
La Sacra Scrittura è piena di testi in cui il Signore ci fa intendere che lui esaudisce tutte le nostre preghiere. In un passo si legge: Mi invocherà e gli darò risposta (Sal 90, 15). In un altro è scritto: Dio ha ascoltato, si è fatto attento alla voce della mia preghiera. Sia benedetto Dio: non ha respinto la mia preghiera (Sal 65, 19ss). Un versetto dice: Invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria (Sal 49, 15). Un altro conferma: Invocami e io ti risponderò (Ger 33, 3). In una pagina si afferma: Considerate le generazioni passate e riflettete: chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? o chi lo ha invocato ed è stato trascurato? (Sir 2, 10). In un'altra: Tu non dovrai più piangere; a un tuo grido di supplica, il Signore ti farà grazia (Is 30, 19). In un brano si legge: Prima che invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io li avrò ascoltati (Is 65, 24). E altrove: Lo supplicherai ed egli ti esaudirà (Gb 22, 27).

Dobbiamo unire sempre la preghiera al ricordo della misericordia infinita di Dio; così, come ci invita a fare Sant'Agostino, quando noi ci troviamo a raccomandarci a Dio stiamo molto allegri perché, mentre preghiamo, siamo sicuri che Dio ci esaudisce.

Lo stesso nostro Salvatore ci spinge a fargli richieste con la promessa di esaudirci: Chiedete quel che volete e vi sarà dato (Gv 15, 7).

Teodoreto dice che l'orazione è onnipotente: «Essa è una, ma può ottenere tutte le cose». E S. Bonaventura dice che per l'orazione si ottiene l'acquisto d'ogni bene e la liberazione da ogni male. E S. Bernardo soggiunge che qualora il Signore non ci concedesse la grazia che domandiamo, ben possiamo sperare per certo che ci doni una grazia più utile di quella.
Davide, pregando, diceva: Tu sei buono, o Signore, e perdoni; sei pieno di misericordia con chi ti invoca (Sal 85, 5).
Dice l'apostolo S. Giacomo che a coloro che pregano, il Signore non dà con la mano stretta, come fanno gli uomini della terra, perché la ricchezza degli uomini è ricchezza finita. Ma Dio, perché la sua ricchezza è infinita, quanto più dà, ha più che dare, perciò dà con la mano larga più di quello che noi gli sappiamo domandare. Né ci rimprovera i disgusti che gli abbiamo dato quando andiamo a cercargli le grazie (cfr. Gc 1, 5).

Ciò avviene, perché la bontà di sua natura è diffusiva. Perciò Dio, che per natura è bontà infinita, come dice S. Leone, ha un desiderio sommo di comunicare a noi i suoi beni e la sua felicità. E ciò lo rende sollecito del nostro bene.
Davide diceva: Di me ha cura il Signore (Sal 39, 18). «Signore, quando io ti chiamo, subito conosco che tu sei il mio Dio, cioè una bontà infinita, che desideri d'essere da noi pregato per beneficarci; e appena noi ti chiediamo le grazie, subito tu ce le concedi».
Si presentò un giorno un povero lebbroso al nostro Salvatore, e gli disse: Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi (Mt 8, 2); e Gesù rispose: Lo voglio, sii sanato (Mt 8, 3). Come dicesse: Figlio mio, di questo dubiti, che io voglia guarirti? e tu non sai che io sono il tuo Dio, che ho desiderio di vedere tutti felici? E perché sono sceso dal cielo in terra, se non per fare tutti contenti? Sì, che voglio: sii guarito!

Molti si lamentano di Dio perché non concede loro le grazie che desiderano. Ma S. Bernardo dice che a maggior ragione Dio si lamenta di loro perché non lo pregano, e così gli chiudono la mano, che vorrebbe aprire a beneficarli secondo il suo desiderio. No, non vi lamentate di me, dice il Signore, se da me non avete ricevuto le grazie che vi bisognavano; lamentatevi di voi, che non me le avete richieste, e perciò non le avete ottenute; cercatele da oggi innanzi, e sarete pienamente contenti: Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete perché la vostra gioia sia piena (Gv 16, 24).

Alcuni monaci antichi, facendo una volta un consiglio tra di loro per vedere quale fosse l'esercizio più utile per accertare la salvezza eterna, conclusero essere l'orazione di petizione, con dire: «Dio, vieni in mio aiuto». E il P Paolo Segneri, parlando di se stesso, diceva che prima nella meditazione si tratteneva in fare affetti; ma poi, avendo conosciuto il grand'utile e la necessità della preghiera, cercava maggiormente trattenersi a pregare. Ma come va che alcuni pregano, e poi non ottengono? Pregano, ma non pregano come si deve; perciò non ottengono: Chiedete e non ottenete perché chiedete male (Gc 4, 3).

Molti cercano le grazie, ma senza le dovute condizioni. Vediamo dunque quali sono le condizioni necessarie della preghiera per ottenere le grazie.

di Sant' Alfonso Maria de Liguori

martedì 14 giugno 2016

concilio nefasto!!!!

Il concilio pan-ortodosso e i soloni occidentali


Il super pubblicizzato concilio “pan-ortodosso” che doveva tenersi dalla domenica di Pentecoste 19 giugno, secondo il calendario ortodosso, sta affondando miseramente. Sessant'anni di preparazione non sono stati sufficienti a dargli stabili basi sulle quali potersi appoggiare.
Ho assistito in silenzio alla kermesse preparatoria, alla proposta di documenti che, in troppi ambiti dell'Ortodossia hanno fatto quasi gridare allo scandalo. Con tempra forte e determinata, il patriarca Bartolomeo ha cercato di portare la nave nella direzione intrapresa ma da essa l'equipaggio pian piano è disceso scappando via sulle scialuppe di salvataggio.
 
Si dice che il fallimento di questo “super concilio” sia dovuto a rivalità giurisdizionali, al fatto che tra patriarcati ci si ruba territori e popolazioni (*). In parte sarà vero ma, ad essere sinceri, rivalità di tal genere sono più o meno sempre esistite nell'Ortodossia dove un patriarca è “papa” a casa sua ed è perfettamente uguale, in termini di potere giurisdizionale, ad un altro patriarca. Neppure il primo tra pari, Bartolomeo, può fare molto per ordinare una certa generale caoticità esistente da sempre nell'Ortodossia.
 
Se non è stato tanto questo a far fallire questo “super concilio” cos'altro lo ha fatto fallire?
 
A mio modesto avviso il fallimento è dato dal sospetto degli ambienti ortodossi più tradizionali verso determinati aperturismi proposti nei documenti preparatori a Chambesy. Questi aperturismi, per quanto prudenti, tendono però ad inclinare il piano, ad “addomesticare” l'Ortodossia a livello di ogni altra confessione cristiana suggerendo, forse, che è solo la versione orientale del Cristianesimo.
 
Giusto o sbagliato che sia tutto ciò, la cosa più antipatica è stata il tentativo di far passare questi concetti nonostante le critiche sempre maggiori provenienti dall'interno dell'Ortodossia. Sempre più monaci ripetevano: “Purtroppo questo concilio si farà!” (Ora saranno felici, visto che forse non si farà più!). Altri chierici dicevano: “Non mi parlate di questo concilio!”, come fosse un evento nefasto. Sì, ho capito che a livello diffuso si stava moltiplicando l'antipatia verso il “super-concilio”. Ciò non tanto per la paura di una novità, quanto perché questa novità è stata camuffata e imposta, incuranti delle critiche provenienti ovunque.
 
Nell'Ortodossia, in sede conciliare, non hanno senso le imposizioni ma la partecipazione a tutto il corpo della Chiesa di quanto si discute. Se ciò non avviene, il Concilio è inevitabilmente destinato ad essere sconfessato dal corpo della Chiesa stessa. È quanto infatti si sta profilando.

Sapendo ciò, sono dunque stato irritato dalla lettura ideologica e speciosa che certi soloni in Italia hanno voluto dare dell'evento preparatorio al concilio. Per qualcuno di essi (tal “professor” Riccardi), la colpa è dei russi che hanno fatto fallire tutto poiché – egli dice – essi hanno una visione “imperialistica” di Ortodossia.

A me questo argomentare sembra assai specioso, utile a fuorviare l'attenzione dal vero problema. Infatti in sostanza sembra dire: "Il buon Bartolomeo ha tentato di aggiornare l'Ortodossia mettendola al passo con i tempi com'è successo nel Cattolicesimo ma il cattivo russo gliel'ha impedito". Banale, infantile, e umilia pure l'intelligenza di chi lo legge! Per giunta se si fa un discorso del genere si inocula pure la divisione in una Chiesa...

Mi chiedo: questo professore in nome di chi parla? In nome dell'Ortodossia non credo, dal momento che non è ortodosso e, da quanto mi risulta, nessun gerarca ortodosso gli ha dato il permesso di parlare di casa sua. In nome del Cattolicesimo? In nome di qualche obbedienza massonica di cui cura gli interessi?

Come sarebbe fastidioso sentire mani estranee nelle proprie parti intime, così mi pare particolarmente fastidioso questo commento!
Al contrario di quanto dice tal solone, mi sembra molto più vero quanto ho sopra riferito: i documenti proposti da Bartolomeo (e confezionati a Chambesy) sono parsi un tentativo di incorporare, nell'aleveo del pensiero ortodosso e in salsa ortodossa, principi propri al modernismo occidentale (o alla massoneria?).

Premetto che non ho nulla contro la massoneria ma sono convinto che ognuno deve stare a casa sua, la Chiesa dev'essere libera di essere se stessa e di non farsi comandare da centri di potere che non la riguardano e mai la riguarderanno, anche se certi suoi chierici si fanno attrarre da essi...

Perdonatemi, ma sono critico: Riccardi dice che Mosca è imperiale. Ma Costantinopoli forse non lo è? Il modo sommario e spicciaticcio d'imporre dei documenti visti e approvati solo dai primati e non da tutta la Chiesa, su direttiva di Bartolomeo, non è imperialismo? E se non è imperialismo questo cos'altro è?
La verità è che ci sono almeno due schieramenti nel mondo ortodosso: uno che cerca di suonare all'unisono, come può, con la sensibilità del mondo attuale (che prevede un antropocentrismo sempre più spinto) e un altro che sembra segnato da una sensibilità "retrograda" (a detta di persone come Riccardi) ma è forse più evangelico e ha dunque timore di certi aperturismi. Allora, visto che Mosca non è favorevole al metticciamento religioso-culturale occidentale, i soloni le sparano contro. 

Non scandalizzatevi ma per me quel "professore" che parla sull'Ortodossia (dimostrando di NON conoscerla!) conta meno del due di picche. Da quando in qua l'Ortodossia ha bisogno di essere illustrata da "soloni" di tal genere?


Purtroppo in Italia, dove centri di potere ben organizzati e stabiliti indicano all'acritico popolo quale sia la verità, ci saranno sempre bisogno di persone estranee a certi ambienti per parlare di tali ambienti. È come se io, che non ho mai visitato l'Antartide e non so cosa sia, mi presentassi “esperto” di pinguini e li descrivessi. Che presunzione!
In Italia, di fatto, succede questo e gran parte del popolo ci cade come una pera matura, plaudente e ingenuo.
In Italia la verità non ha importanza, quello che conta è darne una versione utile ai fini di certi centri di potere che hanno sempre obbiettivi molto concreti e ben poco spirituali ...

__________

Nota

(*) Ad oggi, due patriarcati ortodossi non sono in comunione tra loro per beghe giurisdizionali: Gerusalemme ed Antiochia. Incurante di ciò, il centro organizzatore di questo superconcilio premeva perché i due patriarchi concelebrassero nella liturgia di Pentecoste. Cercare d'imporre una unità fra tutti i patriarcati, facendo concelebrare questi due Patriarchi, da la nefasta impressione che la comunione ecclesiale debba essere confessata formalmente, non realmente! A questo punto, la fede stessa non diviene cosa formale? E tutto ciò non sembra, forse, un agnosticismo pratico applicato proprio dai centri organizzativi di questo superconcilio? Allora, se non alla fede, costoro a cosa o a chi obbediscono? Sono solo semplici domande che possono sorgere nel cuore di ogni cristiano che non ha ancora perso i riferimenti tradizionali (come ovunque oramai è accaduto) ... 

http://traditioliturgica.blogspot.it/2016/06/il-concilio-pan-ortodosso-e-i-soloni.html
 

impossibile ciò che non vogliamo fare

 

"Tergiversiamo, cerchiamo delle scuse quando pretendiamo che sia impossibile ciò che non vogliamo fare ... Fratelli miei, non accusiamo Cristo di averci dato comandamenti troppo difficili, impossibili da attuare. In tutta umiltà, diciamogli piuttosto, insieme con il Salmista: « Tu sei giusto, Signore, e retto nei tuoi giudizi »."
San Cesario d'Arles


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"Nós usamos rodeios e procuramos desculpas, quando classificamos como impossível aquilo que não queremos fazer. [...] Meus irmãos, não acusemos Cristo de nos ter dado mandamentos difíceis, impossíveis de realizar. Mas, com toda a humildade, digamos com o salmista: «Tu és justo, Senhor, e os teus mandamentos são justos»." São Cesário de Arles


festival multiculturale

La strage di Orlando e la nostra fine




di Giuliano Guzzo

Strage di Orlando. In breve, abbiamo Obama che, parlando alla nazione, commenta l’accaduto senza mai nominare l’ISIS (che pure ha rivendicato l’attacco e a cui Omar Mateen, il responsabile dell’orrore, aveva giurato fedeltà, come confermato dal Capo della polizia, John Mina). Abbiamo un killer interpellato già tre volte dall’FBI (ma che girava libero) e suo padre, che nega il figlio fosse animato da fondamentalismo (ma sul web lui, il padre, simpatizza per i talebani). Ed abbiamo pure politici italiani, dulcis in fundo, che invocano leggi contro l’omofobia (ma poi elogiano come «riformatore» il Presidente dell’Iran, Paese dove, secondo l’art. 233 del Codice Penale, ai gay vanno 99 frustate).

Che brutta fine ci stanno facendo fare, signori, politicamente corretto e islamofilia. Siamo pronti – come Occidente – a minimizzare ogni elemento che ricordi i rischi dell’immigrazione (Mateen era di origine afgana), e anche gli orrori del terrorismo (la cui matrice islamista viene minimizzata ai limiti del surreale), pur di non ammettere che qualcosa, nel nostro gioioso festival multiculturale, sta andando storto. Certo: la strage di Orlando non è purtroppo la prima che avviene negli Usa; e non è che per compiere orrori simili occorra essere simpatizzanti dell’ISIS (Breivik dice niente?). Ma proprio per questo non si capisce la fretta di nascondere la realtà che sta dietro questi 50 morti: o meglio: la si capisce fin troppo bene.

Il che ci fa ammettere che, se questa è una guerra, l’abbiamo già persa senza combatterla: perché non possiamo – se non vogliamo passare per gente di cattive letture – riconoscere di avere un nemico; perché ci vendono la frottola che, in questi e altri casi, la colpa è delle «armi facili» (e poco importa che qui il mostro fosse un vigilante, e una rapida analisi basta e avanza a far a pezzi il presunto legame fra diffusione delle armi e numero di omicidi); perché ci viene continuamente ripetuto che il problema son loro, i lerci populisti, i mercanti della paura, e tutto il resto è un mondo che, in fondo, non vede l’ora di abbracciarsi, che l’immigrazione è una manna e il terrorismo islamista solo una scheggia impazzita.

Sarei tentato di dire, alla luce di quanto ricordato, che ciao, siamo una civiltà spacciata, ma non lo farò. Preferisco dare una chance alla Speranza e soprattutto alla possibilità che si arrivi presto a comprendere anzi a riscoprire come Patria, Identità e Cristianesimo non siano parolacce o clave, ma ingredienti essenziali e interdipendenti rimossi i quali a noi occidentali resta ben poco, e come controllare e all’occorrenza limitare l’immigrazione non equivalga ad odiare alcuno, bensì solo ad amare il proprio Paese dato che – come ricorda Régis Debray nel suo Eloge des frontières, esiste anche, per ogni popolo, un «diritto alla frontiera, per far fronte agli scivoloni mortali del va bene tutto, tutto si equivale, dunque nulla ha valore».

Del resto, l’alternativa a questa urgente riscoperta dei valori fondamentali è continuare come si sta facendo, spettatori coi paraocchi una tragica realtà della quale, almeno in parte, siamo ubbidienti complici senza però che questo ci scuota minimamente: dunque, oggi tutti gay, domani tutti immigrati, e dopodomani, chissà, di nuovo tutti Charlie, in un pazzesco cortocircuito buonista. L’alternativa, insomma, è campare da struzzi, non vedere o meglio ostinarsi a non vedere facendo le pulci ai modi poco urbani con cui altri, forse meno ingessati, denunciano l’avanzare del Caos. Ora, sinceramente a me questa alternativa – ancorché strombazzata dai media e benedetta dal gregge degli intellettuali presentabili – proprio non piace. A voi?
https://giulianoguzzo.com/2016/06/14/la-strage-di-orlando-lisis-e-la-nostra-brutta-fine/

lunedì 13 giugno 2016

la MESSA si allontana da DIO

Liturgia, Sarah: «Riorientare il la Messa a Gesù»
di Luisella Scrosati


  Il cardinal Robert Sarah«Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa»: è questa una delle affermazioni più note e radicali di Joseph Ratzinger e forse anche una delle meno comprese. In fondo, quanti di noi sorridono e scuotono la testa, a metà tra l’ironico ed il compassionevole, al pensiero che il cuore del problema della crisi vocazionale nella Chiesa, dell’apostasia di intere nazioni, della distruzione della famiglia e del crollo della vita morale e sociale in tutti i suoi risvolti, si trovi nel modo con cui si celebra la liturgia!

Eppure, scriveva ormai vent’anni fa il futuro Benedetto XVI, è proprio «nella liturgia [che] si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi», perché la liturgia esprime e modella il mondo dell’uomo che vi partecipa, attraverso un insieme di codici, prevalentemente non verbali (sacerdoti un po’ troppo “loquaci” permettendo). La liturgia, nel suo aspetto di azione rituale, influisce giorno dopo giorno sull’uomo, pone un ordine nella sua vita, suscita e modula in lui reazioni emotive, fornisce cornici di significato e riferimenti simbolici: in una parola, plasma la sua vita. Come affermava l’antropologo Victor Witter Turner, grande studioso dei rituali religiosi, «se vogliamo indebolire o togliere vigore a una religione dobbiamo innanzitutto eliminare i suoi riti, i suoi processi generativi e rigenerativi. Perché la religione non è solo un sistema cognitivo, un insieme di dogmi: è esperienza significativa e significato ricavato dall’esperienza». 

Detto in altro modo: se vuoi cambiare una società, cambia la sua religione e se vuoi cambiare la religione modifica i suoi riti. 

E’ solo collocandoci a questo livello di profondità che possiamo comprendere l’importanza della recente intervista del Cardinal Robert Sarah al settimanale Famille Chrétienne.

«La liturgia è la porta della nostra unione con Dio. Se le celebrazioni eucaristiche si trasformano in autocelebrazioni umane, il pericolo è enorme, perché Dio sparisce. Bisogna cominciare a porre nuovamente Dio al centro della liturgia». La Chiesa infatti esiste per Dio, e quando nel culto questo aspetto viene oscurato o persino negato, allora l’esito è inevitabile: «la Chiesa diventa una società puramente umana, una semplice Ong, come ha detto papa Francesco. Se invece Dio è al cuore della liturgia, allora la Chiesa ritroverà il suo vigore e la sua linfa».

Il Prefetto della Congregazione per il Culto divino suggerisce la necessità di «una conversione interiore», di ritrovare «la sacralità e la bellezza della liturgia» ed anche «il silenzio: questa capacità di tacere per ascoltare Dio e la sua parola». E poi aggiunge con grande chiarezza un’indicazione molto concreta: «Convertirsi significa rivolgersi verso Dio. Sono profondamente convinto che il nostro corpo debba partecipare a questa conversione. Il modo migliore è certamente quello di celebrare – sacerdoti e fedeli – volti insieme verso la stessa direzione: verso il Signore che viene. Non si tratta, come talvolta si pensa, spalle ai fedeli o di fronte a loro. Il problema non è lì. Si tratta di volgersi insieme verso l’abside, che simboleggia l’Oriente dove troneggia la croce del Signore risorto. Grazie a questo modo di celebrare, sperimenteremo il primato di Dio e dell’adorazione, fin nel nostro corpo. Comprendiamo che la liturgia è primariamente la nostra partecipazione al sacrificio perfetto della croce. Ne ho fatto personalmente l’esperienza: celebrando così, al momento dell’elevazione, l’assemblea, con il sacerdote al suo vertice, viene come aspirata dal mistero della croce».

Molti sacerdoti e fedeli pensano erroneamente che tale orientazione sia stata “abolita” dalla riforma liturgica o addirittura dal Concilio Vaticano II stesso e che occorra una specie di “indulto” per celebrare versus orientem. Non si può nascondere che tale persuasione sia molto radicata; perciò il Cardinal Sarah, con grande autorevolezza, avverte il bisogno di fare chiarezza: «In quanto prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ci tengo a ricordare che la celebrazione versus orientem è autorizzata dalle rubriche del Messale, che precisano il momento in cui il celebrante deve voltarsi verso il popolo. Non c’è dunque bisogno di alcuna particolare autorizzazione per celebrare rivolti al Signore». E per indicare un graduale percorso di realizzazione, il cardinale guineano richiama una proposta da lui fatta lo scorso anno su L’Osservatore Romano, e cioè che «i sacerdoti e i fedeli si voltino verso l’Oriente almeno durante il rito penitenziale, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica». 

Ed aggiunge: «L’orientazione dell’assemblea verso il Signore è un mezzo semplice e concreto di favorire una vera partecipazione di tutti alla liturgia», la quale «non dev’essere intesa come la necessità di fare “qualcosa”. Su questo punto abbiamo deformato l’insegnamento del Concilio. Al contrario si tratta di lasciare che Cristo ci raggiunga e di unirci al suo sacrificio».
 
Dare spazio a Cristo: è forse questo il vero modo per dare una svolta a questo processo di secolarizzazione che ha travolto il mondo e incancrenito la Chiesa. E perché ciò non sia solo un pio desiderio che si arresta scoraggiato di fronte a problematiche che appaiono sempre più insormontabili, il Cardinale Sarah ci dà questa semplice ma preziosa indicazione: iniziamo dalle nostre celebrazione a dare spazio a Cristo e ad orientare tutto verso di Lui.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-liturgia-sarahriorientare-illa-messa-a-gesu-16459.htm

s. Antonio di Padova


domenica 12 giugno 2016

tutto il resto viene dal Diavolo

Dialogo fra Dio e l' anacoreta

di Alfonso Indelicato

anacoretaEra scesa la notte sul monte della Meta.

La giornata era stata ventosa e fredda, per essere estate. Scrosci di pioggia si erano alternati a frettolose schiarite. Ora, sdraiato sulla terra coperta dalle foglie secche del faggio, tutto ravvoltolato in vecchie coperte, Isidoro dormiva.

Più che definirsi una vera e propria grotta, quella che gli dava rifugio era una modesta spaccatura aperta nel pendio del monte, alta appena da consentirgli di entrare senza piegarsi, e profonda non più di tre metri. Però era protetta da un folto leccio che era cresciuto presso l’imboccatura, e l’intrico della ramaglia la difendeva dai raggi del sole e regalava così un senso d’intimità al vecchio anacoreta, il quale vi si sentiva dentro come Giona nel ventre della balena.

Di là del leccio, un breve pianoro cosparso di arbusti spinosi si affacciava sui Prati di Mezzo.

* * *

Isidoro stava dormendo sodo. Del resto egli diceva sovente a se stesso (a se stesso, poiché aveva rare occasioni di parlare coi suoi simili) di aver ricevuto due doni da Dio, oltre a quello della Santa Fede: il sonno profondo e l’animo sereno.
Poi, il greve torpore cominciò a scemare nel frattempo che nella sua mente si insinuava e cresceva un rumore di fondo, come un crepitio continuo. Quando il barlume della coscienza si fu acceso ed ebbe riconosciuto quel rumore, l’eremita si riscosse e si sollevò in piedi rapidamente, per quanto glielo consentirono le povere ossa consumate dall’ artrite. Vacillò un poco, poi si fece affannosamente spazio tra la ramaglia all’ingresso della grotta e uscì infine all’aperto.
La notte era illune, ma nel cielo color dell’antrace occhieggiavano stelle lontane.
Di fronte a lui il solito piccolo rovo era acceso da cento fiammelle. Scintille salivano ondeggiando dalla sua cima e subito svanivano nel cielo nero.
  • Isidoro, Isidoro. –
L’anziano si inginocchiò sul terreno soffice e ancora umido di pioggia.
  • Eccomi, mio Dio, eccomi. –
Il cespuglio ondeggiò lievemente.
  • Ho solo avuto desiderio di parlare con un uomo buono. E ho pensato a te. –
  • Non confondermi, mio Dio. –
  • È così. Provo per te quello che provavo tanto tempo fa per il mio Noè quando gli dissi: “Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione”. Egli era giusto in mezzo agli ingiusti. Ed ecco, così sei tu ora per me: giusto fra gli ingiusti. –
  • Signore! – esclamò allora Isidoro allarmato – non vorrai dire che … –
Il rovo prese ad agitarsi e  le scintille che salivano in cielo si moltiplicarono.
Il crepitio divenne simile a un riso sommesso.
  • Stai tranquillo. Niente più diluvi. –
Isidoro chinò il capo e sorrise: Dio era di buon umore.

* * *

Dio veniva a trovare Isidoro circa una volta al mese. L’eremita ricordava benissimo la prima volta che era successo, tanti anni addietro: il crepitio improvviso fuori della grotta (il leccio, allora, era alto poco più di un metro),
il roveto in fondo al breve pianoro che ardeva (non aveva mutato dimensioni, questo, negli anni) la voce chiara e dolcissima che lo chiamava per nome.
Isidoro piangeva di quieta gioia.

Poi il pianto sommesso ebbe fine, e l’anacoreta guardò mitemente nel fuoco, senza che questo gli ferisse la vista.
  • Parla, Isidoro. Cosa devi chiedermi? –
  • Tu lo sai già, mio Signore. –
  • Ma desidero ugualmente che sia tu a parlare. –
L’anacoreta  tacque a lungo, come raccogliendo le forze.
  • Lascia, o Signore, che la mia ignoranza sia la mia giustificazione. Io so che tutto quanto avviene, avviene per tua volontà. E io sempre la amo, questa volontà. La amavo – ricordi? – anche l’anno scorso, quando la mia pelle si macerava per una sorta di scabbia che mi ero presa.
  • L’ho amata in principio di quest’anno, quando la serpe mi morse il polpaccio, e la gamba destra mi diventò nera e gonfia, e mi doleva forte,
  • e credevo morire … sempre l’ho amata e la amo … –
 
Il cespuglio arse all’improvviso con più vigore.
  • Isidoro, sant’uomo … Tu parli bene. Ma non divagare. Cosa vi ha detto il mio caro Figlio? Sì sì, no no. tutto il resto viene dal maligno.
Il vecchio chinò il capo e si strinse nelle spalle. Restò qualche tempo così, chino e rattrappito in se stesso, con gli occhi chiusi e le mani ossute strette l’una nell’altra. Poi disserrò le mani e le aperse dinnanzi a sé, sollevò il viso verso il cespuglio, e la sua voce risuonò improvvisamente vibrante e accorata.
  • Dimmi Signore, questa è ancora la tua santa Chiesa, o non lo è più?
  • E se non lo è, cos’è mai diventata? Dimmelo, Signore! –
Il cespuglio, nel silenzio della notte, si muoveva ora in modo tanto  impercettibile da parere immoto.
Esprimeva, si sarebbe detto, un senso di attenzione e di attesa.
La voce dell’anacoreta si alzò di nuovo, lamentosa.
  • Che mai stanno facendo, Dio mio, a Roma? Cos’è questo vento di novità che scuote la tua santa Chiesa, come la tramontana scuote il leccio fuori della mia grotta, e annuncia mal tempo? – 
  • Ma tu Isidoro, che te ne stai quassù tutto solo di giorno e di notte, e discorri tutt’al più con camosci e caprioli … come sai queste cose? –
Così  rispose Dio dal cespuglio, e la sua voce pareva ora di nuovo divertita.
  • Tu sai tutto, Signore, e sai già anche la mia risposta. Ma poiché lo desideri, te lo dirò. Simone e Nicola, che vivono a Picinisco, e Prisco, che vive a Isernia, ogni tanto vengono qui a trovarmi … mi portano un po’ da mangiare e da coprirmi, e mi raccontano quello che succede nel mondo: il tanto male, il poco bene. –
 
  • Continua, Isidoro. Spiegami ciò che ti agita il cuore. –
 
  • Ecco, Signore. Io mi chiedo … Quando ci insegnavano questa cosa e quest’altra, e quest’altra ancora … credevano veramente, a ciò che dicevano? Io ci avevo creduto, da bambino, come ci credo ora, eppure … Cose che sembravano ferme come la roccia, e perenni come queste stelle nel cielo, da un momento all’altro non lo sono più. Perché hanno cambiato idea tutto a un tratto, su tante cose? –
 
  • Di chi parli, Isidoro? Chi sarebbe il colpevole? –
 
  • Tu lo sai, mio Dio: parlo dei tuoi preti. E, con rispetto parlando, di … – ma gli mancò l’animo di concludere la frase.
Poi la voce di Isidoro, ripresosi dall’ esitazione, si alzava nel buio della notte, non più querula ma composta, con una nota di dolorosa preoccupazione.
E diceva le cose senza un ordine preciso,
così come gliele presentava alla mente l’ anima turbata.
  • … Forse che non ci credevano essi, quando ci insegnavano il Catechismo in parrocchia o quando, da bambini, sedevamo ai banchi di scuola? E se non ci credevano, siamo sicuri che ci credano ora, a queste altre cose tanto diverse che ci raccontano? O forse un giorno diranno che erano sbagliate anche queste, e ce ne racconteranno ancora delle altre, e diranno che a quelle dovremo credere?
 
  • Parla piano – disse allora Dio con voce improvvisamente piena di tenerezza – ti sento bene, Isidoro, lo sai? –
 
  • Da bambino, quando recitavo il Padre, mi insegnavano a pregare con le mani giunte; ora in chiesa le spalancano come se afferrassero delle canestre di pesche duracine … –
 
 
  • L’ostia santa la prendevo in bocca standomene in ginocchio, ora il sacerdote neanche fa cenno di avvicinarla alle labbra, ma la poggia in mano al comunicando così, come fosse una moneta data a resto. –
 
  • Cos’altro vuoi dirmi? –
 
  • Ero ragazzo, anni prima di dedicare a Te tutta la mia vita ritirandomi dal mondo, e a Messa dovevo dire: “ascoltaci, o Signore”. Mentre adesso si deve dire: “ascoltaci, Padre buono”. Perché? Forse eri meno buono quando ero ragazzo, e buono lo sei diventato nel frattempo, magari ascoltando le prediche loro? Ed è scoperta, questa, di qualche sinodo? Ma a me quel “Padre buono” sembra solo, (perdonami, il mio amore per Te sia la mia giustificazione …) un arruffianamento … Tu sei il Signore, ma questo non ti ha mai impedito di essere buono. –
 
  • Ma infine, Isidoro, sono piccole cose … –
 
* * *
Così disse Dio, e aveva un tono tale che non si capiva se parlasse sul serio o volesse provocare il vecchio anacoreta il quale, inginocchiato nella notte illune, si sbracciava davanti a lui riempiendo il buio di strepiti. Questi infine tacque e parve rilassarsi, pur così inginocchiato com’era. Rimase a lungo con gli occhi rivolti alla terra, come chi medita le parole adatte a dire qualcosa gli preme.
  • E allora, mio Dio, senti se anche questo che ti dico ora è una piccola cosa … Cos’è questa pazzia di somministrare la santa Eucarestia, il corpo del tuo Figliolo crocifisso, a chi ha abbandonato la sua famiglia e vive insieme ad altri? –
 
  • Sei arrivato al punto finalmente, vero Isidoro? Era questo che volevi dirmi. –
 
  • … Dicono: un conto è la regola in sé, un altro conto la sua applicazione: caso per caso bisogna decidere. Ora, Dio mio, io non sono certo uno di quei grandi teologi che oggi ne parlano tutti neanche fossero attori del cinema, però qui nella grotta ne ho del tempo per pensare e riflettere … e, pover’uomo che sono, non mi pare che si tratti semplicemente di una regola con le sue eccezioni, come quando ero contadino e le mie galline ovaiole facevano ogni tanto un uovo dal guscio più scuro degli altri. Qui si tratta della volontà Tua e del Tuo figlio: “Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. è questa una regola con delle eccezioni? Talvolta risposarsi è peccato, talvolta non è? E senza fare peccato, quindi, si può vivere insieme a un’altra persona? Oppure si può somministrare l’Eucarestia a chi è in condizione di peccato, epperò in qualche modo non fanno peccato né il prete che la somministra né il peccatore che la prende? Peccato? Sacrilegio si diceva una volta …. dimmelo, per carità. E infine, Signore, dimmi quello che più mi preme: posso continuare a credere in una verità che non cambia? O devo accontentarmi di una verità che muta come le quattro stagioni che vedo succedersi qui sul pianoro e nella valle, che ora fa freddo ora fa caldo, ora piove ora è asciutto, ora gli alberi sono coperti di foglie, ora alzano al cielo i rami spogli?  –
 
* * *

Le fiammelle sopra il roveto improvvisamente si estinsero. Si approssimava l’alba, e un tenue chiarore esalava in lontananza dalle sagome scure dei monti. La voce di Dio risuonò, non alta ma solenne, chiara, scandita, e non proveniva più dal cespuglio, ma da ogni dove intorno al vecchio anacoreta:
  • Che cos’è la verità, Isidoro? –
Allora l’anziano capì, e seppe, che il Signore non gli chiedeva una risposta qualunque. Si raccolse in se stesso per un lungo minuto, invocando lo Spirito.
  • La verità, o Signore, è il tuo figlio diletto Gesù Cristo. Cristo solo è la verità: essa non abita in nessun altro, se Egli non gliela dona. Tutti gli altri sono falsi dei: ombre, follie di menti perdute che hanno trovato credito presso gli stolti e i maliziosi. E chi non riconosce questo, non avrà salvezza. –
Queste furono le sue parole, perché era semplice e buono e  perché lo Spirito Santo era con lui.
  • Ora ti lascio, Isidoro – gli disse allora Dio.
  • Ma … –
  • Non sono venuto per risponderti, questa notte. –
  • E allora perché sei venuto, mio Dio? –
  • Sono venuto per compiacermi. –
  • Per compiacerti? Di che cosa mai, o Signore? –
  • Della tua innocenza scandalizzata e ferita. Della tua bontà che si ribella, e che grida la sua indignazione. La santa indignazione degli onesti mi commuove e mi consola. –
  • O Signore, in verità Tu ora mi hai risposto, anche se non a tutto.-
  • Addio Isidoro. Ora torna nella tua grotta, riposati. E non dubitare: non prevarrà il maligno dentro la mia Chiesa, io non lo permetterò. – E aggiunse, dopo una breve pausa: – Copriti bene, perché la mattina è fredda. –
Per tutto nella grande vallata si fece silenzio. Il chiarore intorno ai monti, all’orizzonte, era più vasto e intenso, e il cielo sopra Isidoro si era fatto di color grigio cinerino, qua e là con una timida sfumatura di azzurro. L’aria era umida e fredda. Il vecchio, che era rimasto ginocchioni per tutto il tempo, si alzò in piedi a fatica, e si avviò arrancando verso la grotta. Entratovi, gli venne in mente che era circa l’ora di recitare il Mattutino. Ma si sentiva spossato: ogni volta, l’incontro con Dio gli dava una tale emozione che lo svuotava di ogni energia. E poi Dio stesso non gli aveva appena detto: riposati? Entrato nella grotta attraverso la ramaglia, si sdraiò sul povero giaciglio di foglie e si ravvoltolò tutto nelle vecchie coperte sdrucite di lana grossa, quelle che gli avevano regalato Simone e Nicola. Faceva freddo, nella grotta: tanto più era piacevole avvolgersi nel grosso bozzolo delle coperte, con il capo coperto dalla cuffia, avvertendo appena un po’ di umidità sulle palpebre chiuse e sul naso. Tra i rami del leccio filtrava una timida luce lattiginosa insieme al verso fine del primo fringuello del giorno.

Isidoro si voltò su di un fianco, mormorò un’Avemaria e subito si addormentò, felice.

sabato 11 giugno 2016

il Concilio panortodosso rischia di fallire

O tutti o nessuno. La sinodalità che fa naufragare il Concilio


A pochi giorni dalla sua apertura, il Concilio panortodosso rischia di fallire. I patriarcati di Bulgaria, di Georgia e di Antiochia annunciano il ritiro, e Mosca dà loro man forte. A seminare discordia l'abbraccio tra Kirill e papa Francesco
di Sandro Magister
          
ROMA, 9 giugno 2016 – Non se ne tiene uno da più di mille anni. È da sessant'anni che lo si prepara. Ed è stato finalmente convocato per i giorni della prossima Pentecoste, che per le Chiese d'Oriente cade quest'anno il 19 giugno.

Ma proprio in prossimità del via, il tanto invocato Concilio panortodosso rischia di saltare all'aria.

Eppure tutto sembrava muoversi nel verso giusto. A fine gennaio i capi delle quattordici Chiese ortodosse di tradizione bizantina, riunitisi in Svizzera, a Chambésy, avevano preso gli ultimi accordi circa la sede del Concilio, l'isola di Creta, la sua data d'inizio, il 19 giugno, la sua durata, fino al 26 giugno, le regole procedurali e i documenti da portare in discussione, cinque, sui seguenti argomenti:

- l'autonomia delle Chiese e la maniera di proclamarla;
- l'importanza del digiuno e la sua osservanza oggi;
- il sacramento del matrimonio e i suoi impedimenti;
- le relazioni della Chiesa ortodossa con il resto del mondo cristiano;
- la missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo in ordine alla pace, alla libertà e alla fratellanza tra i popoli.

Su ciascun punto il voto era stato unanime da parte di tutte le quattordici delegazioni, eccetto che sulle regole e sul documento riguardo il matrimonio, non approvati dal solo patriarcato di Antiochia. Tutto faceva quindi ben sperare, pur sapendo che in un Concilio panortodosso vale solo ciò che è approvato all'unanimità, e anche qualsiasi modifica a una regola o a un documento deve avere il consenso di tutti:
> Notizie dal fronte orientale. A Creta il Concilio panortodosso (30.1.2016)

Poi però, man mano che la data d'inizio del Concilio si avvicinava, dall'una o dall'altra Chiesa sono tornate a ingigantirsi le divergenze.

Un problema "a latere", ma non troppo, è il contrasto tra il patriarcato di Antiochia e il patriarcato di Gerusalemme, per la recente nomina fatta da questo di un metropolita in Qatar, nomina giudicata illegittima da Antiochia, che rivendica il Qatar come proprio territorio canonico.

Il contrasto è ancor oggi insanato. E rischia di ripercuotersi pesantemente in Concilio. Il patriarcato di Antiochia ha infatti minacciato più volte il ritiro dall'assise se prima non sarà risolta la questione. E in ogni caso, avendo rotto la comunione col patriarcato di Gerusalemme e non facendone più il nome nella liturgia eucaristica, rischia di ferire la divina liturgia di Pentecoste con cui si aprirà il Concilio.

Le divergenze più serie riguardano però soprattutto uno dei cinque documenti che saranno discussi in Concilio, quello sui rapporti tra la Chiesa ortodossa e il resto del mondo cristiano, in primis la Chiesa cattolica, documento disponibile anche in italiano, in inglese e in francese:
> Documenti preparatori del Sinodo panortodosso

> Relations of the Orthodox Church with the Rest of the Christian World


> Les relations de l'Église orthodoxe avec l'ensemble du monde chrétien

Il 22 aprile il patriarcato di Bulgaria ha dichiarato inaccettabili alcuni passaggi dei punti 4, 5, 6, 12 e 16 del documento che pure aveva approvato tre mesi prima.

Il documento, a giudizio del patriarcato bulgaro, erra teologicamente, dogmaticamente e canonicamente là dove non riconosce che al di fuori della Chiesa ortodossa non esiste alcuna altra "Chiesa" ma vi sono solo eresie e scismi; che l'unità cristiana non è mai andata perduta, perché la Chiesa ortodossa è sempre stata unita e sempre lo sarà; che coloro che sono caduti in eresia e scisma devono ritornare alla fede ortodossa e professarle obbedienza, prima di essere accettati in quella che è l'unica vera Chiesa.

Di conseguenza, il patriarcato di Bulgaria ha avvertito che approverà il documento solo se in Concilio sarà riscritto come richiesto. In caso contrario non lo firmerà e quindi farà mancare l'unanimità necessaria per la sua approvazione.

In realtà, con questa presa di posizione, il patriarcato di Bulgaria ha dato voce a orientamenti molto diffusi nel mondo ortodosso, che nel suo insieme non è affatto ecumenicamente ben disposto verso la Chiesa cattolica allo stesso modo di questa verso di esso.

E l'incontro del 12 febbraio tra papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill all'Avana non ha acquietato ma ha rinfocolato questa avversione, in larghi strati dell'ortodossia:
> Le poche grandi cose che Francesco e Kirill non si sono dette all'Avana (16.3.2016)

Oltre al patriarcato di Bulgaria, infatti, hanno man mano espresso analoghe obiezioni al documento citato anche altre realtà del mondo ortodosso.

Il 25 maggio il patriarcato di Georgia ha denunciato che esso contiene "errori ecclesiolgici e terminologici" che esigono una profonda riscrittura, in assenza della quale rifiuterà di firmarlo:
> Minute of the Session of the Holy Synod…

E lo stesso giorno anche la Chiesa ortodossa di Grecia ha respinto come inaccettabile il nome di "Chiesa" applicato a confessioni cristiane diverse dalle ortodosse.

Mentre a sua volta il patriarcato di Serbia metteva in dubbio la sua partecipazione al Concilio e chiedeva di posticiparlo:
> Message of the Holy Assembly...

A fine maggio una folta delegazione del patriarcato di Mosca ha visitato il Monte Athos. E puntualmente, subito dopo la visita, anche l'insieme dei monasteri della Santa Montagna si è pronunciato contro la definizione di "Chiese" data a quelle che sono solo "denominazioni e confessioni cristiane".

I monasteri dell'Athos hanno formulato il loro punto di vista in una lettera aperta al patriarca ecumenico di Costantinopoli. Non prenderanno parte al Concilio panortodosso, ma sono influenti. Di fatto, hanno dato man forte al potere di veto dei membri del Concilio che minacciano di non firmare il documento sui rapporti tra l'ortodossia e il resto del mondo cristiano:

> Open Letter of the Holy Mount Athos…


Non solo. In quegli stessi giorni il patriarcato di Bulgaria ha annunciato che non prenderà parte al Concilio se prima non saranno accolte le sue richieste di correzione. Il volo verso Creta dei suoi delegati è stato annullato e così le prenotazioni in albergo. In loro assenza, il Concilio perderebbe quindi la sua qualifica di panortodosso, invalidando gli immensi sforzi fin qui compiuti per convocarlo.

In realtà, l'annuncio del patriarcato bulgaro è sembrato essere un estremo atto di pressione sull'insieme della Chiesa ortodossa, i cui primati hanno in programma una riunione il giorno prima dell'apertura del Concilio, per un'ultima messa a punto dei documenti da discutere e da votare.

E infatti, il patriarcato di Mosca, che rappresenta i due terzi degli ortodossi nel mondo, il 3 giugno è parso rilanciare proprio questa sfida. In un comunicato diffuso al termine di una sessione del suo santo sinodo, ha proposto una conferenza straordinaria da tenersi urgentemente prima del Concilio e prima della prevista riunione tra i primati, per emendare soprattutto il documento sui rapporti tra l'ortodossia e il resto del mondo cristiano, in conformità alle obiezioni mosse dalle Chiese ortodosse di Bulgaria, Georgia, Grecia e Serbia, nonché della stessa Russia, e dal Monte Athos:
> Session of the Holy Synod of the Russian Orthodox Church

Di questo passo del patriarcato di Mosca ha dato notizia anche "L'Osservatore Romano" del 5 giugno:
> Una conferenza straordinaria prima del Concilio panortodosso

Il 6 giugno, però, un comunicato del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha il primato d'onore in campo ortodosso, ha respinto la proposta del patriarcato di Mosca, rimandando direttamente al Concilio ogni eventuale modifica e correzione dei testi contestati:
> Communiqué

Con scarso effetto, a giudicare dal pronunciamento, il giorno successivo, del patriarcato di Antiochia, che ha chiesto di posporre la convocazione del Concilio e ha annunciato che comunque non vi andrà, qualora la mancata soluzione del suo contrasto col patriarcato di Gerusalemme continuerà a impedirgli di celebrare con esso la divina liturgia nel giorno di Pentecoste:
> Statement of the Antiochian Holy Synod

Mentre da parte sua il potente patriarcato di Mosca è tornato a riproporre la convocazione urgentissima, entro il 10 giugno, di una conferenza preconciliare per risolvere le questioni pendenti.

"Se tali questioni saranno risolte, il Concilio avrà luogo. In caso contrario sarà preferibile posticiparlo", ha detto il 7 giugno in un'intervista il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca:
> If problems on way to Pan-Orthodox Council are not resolved, it is better postponed

La Pentecoste si avvicina ogni giorno di più. Ma il thriller del Concilio panortodosso è sempre in sospeso. Fino all'ultimo.

venerdì 10 giugno 2016

scandalo troppo piccolo per il papa

Tertium non datur
 

Un paio di settimane fa sono stato intervistato da La nuova Bussola Quotidiana sulle dichiarazioni fatte da Mons. Georg Gänswein il 21 maggio 2016 alla presentazione del volume di Roberto Regoli Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI. Il testo del discorso di Mons. Gänswein è stato pubblicato da ACI Stampa. Come c’era da aspettarsi, Antonio Socci si è buttato a capofitto sul discorso con una serie di commenti su Libero e sul suo sito (qui, qui e qui). La mia intervista è stata pubblicata sulla Nuova BQ il 25 maggio. Pensavo che ormai la disputa si fosse placata, ma invece l’altro ieri Maurizio Blondet c’è tornato sopra, fra l’altro facendo un fuggevole riferimento anche alla mia intervista (mi chiedo: ma non ci sono stati nel frattempo interventi piú autorevoli del mio sulla questione?).

Nell’intervista avevo risposto alle domande nell’unico modo in cui si poteva rispondere: «Il Papa è uno solo»; avevo definito certe affermazioni di Mons. Gänswein “eccessive” e avevo liquidato la pretesa che la rinuncia al pontificato da parte di Benedetto XVI fosse «un rinnovamento e un potenziamento del ministero petrino» semplicemente come una “sciocchezza”. 

Mi ero già occupato della questione del Papa emerito su questo blog il 10 marzo 2013. Sono passati piú di tre anni, ma oggi riscriverei le stesse cose. Semmai, aggiungerei una precisazione (che a me sembra importante e che avevo fatto alla Nuova BQ, ma che poi non è stata pubblicata): personalmente non considererei il “Papa emerito” una “nuova istituzione” (espressione usata prima da Papa Francesco e poi ripresa da Mons. Gänswein nel suo discorso). Non sono un canonista, ma non mi pare che il concetto di “istituzione” si possa applicare al Papa emerito (cosí come non si può applicare ai Vescovi emeriti): il papato è un’istituzione; “Papa emerito” è solo un titolo onorifico, senza alcuna valenza giuridica. Recita il can. 185: «A colui che perde l’ufficio per raggiunti limiti d’età o per rinuncia accettata, può essere conferito il titolo di emerito» (si noti che si perde l’ufficio e rimane il titolo).

Ho detto che ho risposto alle domande nell’unico modo in cui si poteva rispondere, seguendo i sani principi della logica, della teologia e del diritto. Ma ciò non significa che le parole del Prefetto della Casa pontificia non siano state, e tuttora rimangano, anche per me per nulla rassicuranti. Che cosa intendeva dire Mons. Gänswein? Le sue affermazioni sulla “dimensione collegiale e sinodale” del munus petrinum, sul “ministero in comune” o “allargato” con un membro attivo e uno contemplativo, da un punto di vista teologico e canonico, non stanno né in cielo né in terra. Ma qualcuno ha voluto vedere in esse una specie di linguaggio cifrato, usato per comunicarci che Benedetto XVI è ancora Papa, Papa effettivo.

Personalmente, non sono avvezzo ai messaggi in codice e preferisco che si dica pane al pane e vino al vino («Sia il vostro parlare: “Sí, sí”, “No, no”; il di piú viene dal Maligno», Mt 5:37). Ma capisco che, se ci fosse qualche gravissimo motivo che abbia in qualche modo costretto Benedetto XVI a rassegnare le dimissioni, è ovvio che non lo si può dire apertamente. Ma allora, penso io, sarebbe meglio tacere, e non lasciarsi andare a divagazioni pseudoteologiche, che servono solo a creare confusione (come se non ce ne fosse già abbastanza…). 

Se devo essere sincero, c’è un passaggio del discorso di Mons. Gänswein che mi sembra particolarmente inquietante:
«Non è necessario qui che mi soffermi su come egli [= Benedetto XVI], che era stato tanto colpito dall’improvvisa morte di Manuela Camagni, piú tardi soffrí anche per il tradimento di Paolo Gabriele, membro anche lui della stessa “Famiglia pontificia”.  E tuttavia è bene che io dica una buona volta con tutta chiarezza che Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel cosí detto “affare Vatileaks” circolarono a Roma come moneta falsa ma furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro. Nessun traditore o “corvo” o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto piú grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto».
Siamo tutti convinti che Papa Benedetto non si è dimesso per Vatileaks. Scrivere però che «quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere», lo dico francamente, non ci rasserena per niente. Papa Benedetto aveva cosí giustificato le sue dimissioni:
«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono piú adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato» (Dichiarazione dell’11 febbraio 2013).
Sinceramente, in tale giustificazione io non vedo nulla di “grande”; anzi mi sembra anch’essa molto “piccola”, nel senso di molto umana, pratica, concreta. Non vorrei essere frainteso: si tratta di una giustificazione comprensibilissima e rispettabilissima, ma pur sempre umana, priva delle dimensioni metafisiche («ben ponderato passo di millenaria portata storica») che Mons. Gänswein vorrebbe attribuirgli.

Se invece, nel definire lo scandalo Vatileaks “troppo piccolo”, si voleva insinuare che ci furono motivi piú gravi che indussero Papa Benedetto alla rinuncia, è un’altra questione, che preferisco non prendere in considerazione. In ogni caso, si tenga presente che:
a) se (e sottolineo “se”) le dimissioni di Benedetto XVI non sono state libere, esse non sono valide (can. 332 § 2: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti»);
b) se le dimissioni di Benedetto XVI non sono valide, tutti gli atti che sono seguiti sarebbero a loro volta nulli;
c) anche in tal caso, però, il Papa continuerebbe a essere uno solo.
Tertium (il pontificato collegiale, sinodale, in comune o allargato, che dir si voglia) non datur. 
Q

L'ABC della fede

L'ABC della fede: Proposta sintetica per l'Anno della fede
 
                                
"Talvolta noi siamo scandalizzati dal silenzio di Dio. Davanti a questa storia di angosce e di pazzie che è la storia umana, perché Dio non parla e non interviene? Dio non parla perché ha già parlato, e non ha più niente da aggiungere avendoci mandato in Cristo la sua Parola sostanziale. Non interviene, perché è già intervenuto in modo decisivo, con la missione del suo Figlio, che ha costituito Signore della storia, Giudice e Salvatore di tutti."
 
― da "L'ABC della fede: Proposta sintetica per l'Anno della fede"