giovedì 9 giugno 2016

messa in rito domenicano

La messa in rito domenicano a Trieste, cronaca ed immagini del 24 maggio 2016.
Gli ottocento anni dalla promulgazione – da parte di papa Onorio III – della Bolla Gratiarum omnium largitori, con la quale veniva confermata e ratificata l’approvazione dell’Ordine domenicano, costituiscono un significativo momento per  i religiosi dell’Ordine chiamati a vivere un “giubileo nel giubileo”. Per una fortunata coincidenza di date infatti, il Giubileo dei domenicani si inserisce nel “Giubileo della Misericordia” indetto dal Santo Padre. Il tema proposto come filo conduttore del Giubileo dell’Ordine è “Mandati a predicare il Vangelo”, la predicazione dunque come carisma fondante della spiritualità dei domenicani, una predicazione quale azione fondamentale di una vita basata sull’apostolato e una predicazione che è meditazione e comunicazione, tanto da divenire motto dell’Ordine: “contemplata aliis tradere”.

Tale vita essenzialmente “apostolica” ebbe a riverberare inevitabilmente anche sul modus celebrandi dei religiosi domenicani , sicché le antiche Costituzioni, riferendosi alle forme liturgiche impongono siano breviter et succinte. Il rito domenicano  ebbe a codificarsi attorno al XIII secolo, segnatamente essendo Maestro generale dell’Ordine Umberto da Romans e oggi conosce un revival soprattutto grazie all’istruzione Universae Ecclesiae che chiarisce la vigenza dei riti propri degli ordini che sussistevano nel 1962.

In questo anno “doppiamente giubilare” varie sono state le celebrazioni con questo venerabile rito: limitandomi qui ai soli esempi italiani – senza la pretesa di esaurirli – ricorderò la celebrazione all’ “Arca” di san Domenico nella basilica patriarcale di Bologna, la santa Messa alla parrocchia romana di Trinità dei Pellegrini, la celebrazione – di qualche giorno precedente alla nostra – di Napoli.
A Trieste - nella parrocchia della B.V. del Soccorso (vulgo S. Antonio vecchio) non abbiamo voluto mancare all’appuntamento promuovendo, per martedì 24 maggio, una santa Messa cantata in rito domenicano nella festa della Traslatio di san Domenico. Detta festa, propria e particolare dell’Ordine dei Predicatori, ricorda la traslazione del corpo di san Domenico nella celebre “Arca” della basilica di Bologna, autentico capolavoro dell’arte italiana e frutto dell’opera di vari artisti che intervennero a partire dal XIII secolo: da Nicola Pisano, Arnolfo di Cambio, Michelangelo, Alfonso Lombardi, sino a giungere alla metà del XVIII secolo quando, Boudard realizzò il bassorilievo sito sotto l’altare. Tanto zelo artistico profuso chiarisce con nitore l’immensa devozione che circondava san Domenico canonizzato da papa Gregorio IX nel 1234. Fu proprio in occasione di tale evento che le spoglie del santo furono traslate nell’ “Arca” appositamente costruita. San Domenico fu sepolto inizialmente nella chiesa di S. Nicolò delle Vigne, in un luogo di passaggio e questo in ottemperanza alla sua volontà di essere “sepolto sotto i piedi” dei suoi frati. La chiesa di S. Nicolò fu abbattuta per lasciare il posto alla basilica di S. Domenico che, indubbiamente, risulta essere uno dei monumenti più conosciuti e visitati di Bologna. In occasione della sua Traslazione, il corpo di san Domenico emanò profumo intenso di rose, una fragranza che fu percepita per vari giorni dopo l’evento nei dintorni, testimoniando, anche attraverso questo particolare fenomeno, la santità di Domenico di Guznám.

La celebrazione triestina è stata resa possibile grazie a un’autentica sinergia posta in essere tra la parrocchia, vari amici che frequentano le occasionali celebrazioni in “forma straordinaria” che in essa vengono celebrate, i ministranti, alcuni amici del Collegium Divi Marci, l’organista della parrocchia Riccardo Cossi che dirige il Coro Virile “Alabarda” che spesso anima le nostre celebrazioni  “straordinarie” con grande attenzione liturgica e perizia musicale, tutti sotto l’attenta supervisione del giovane religioso domenicano p. Didier Baccianti del convento di Torino.

L'altare pronto per la celebrazione

Una imponente e maestosa improvvisazione organistica incentrata sul tema dell’Officium (ossia Introito) del giorno da Riccardo Cossi all’organo Mascioni della chiesa ha accompagnato la processione che ha visto recarsi in presbiterio padre Didier, vestito con la preziosa pianeta del parato “storico” della parrocchia e col capo coperto dal cappuccio dell’abito ricoperto dall’amitto secondo il costume dei religiosi, egli era preceduto da numerosi ministranti che indossavano il camice che, secondo il rito domenicano, si usa per servire all’altare. Durante il canto dell’Officium (In medio Ecclesiae) – eseguito secondo i libri di canto gregoriano delle edizioni domenicane – il celebrante ha alternato le brevi preghiere ai piedi dell’altare con i ministranti che lo assistevano e i due ceroferari che reggevano i candelieri accesi ai lati. Salito all’altare non ha incensato l’altare come nel rito romano ma ha letto immediatamente l’Officium, anche questa caratteristica omissione dell’incensazione in questo momento della celebrazione testimonia l’arcaicità della struttura della liturgia domenicana. Mentre il celebrante recitava con i suoi assistenti il Kyrie, il coro lo intonava con le note della messa “Æterna Christi Munera” del Palestrina.
 
Verso l'altare


Preghiere ai piedi dell'altare

Introito e Kyrie

Durante il Gloria
Dominus vobiscum
Dopo il Gloria e l’Orazione di Colletta (faccio notare che nel rito domenicano il celebrante per salutare i fedeli con il Dominus vobiscum si volge, più sobriamente, stando presso il messale e senza baciare prima la mensa come avviene nel romano), un ministrante ha proclamato l’Epistola (2 Tim, 4, 1-18); il celebrante dopo aver letto i brani interlezionali (Responsorium – che corrisponde al Graduale romano - Alleluja e Sequenza) nel frattempo eseguiti dai cantori in gregoriano, ha tolto il velo dal calice preparato all’altare e vi ha infuso il vino e l’acqua che prima ha benedetto dicendo semplicemente: In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Dopo aver ricoperto nuovamente il calice e infuso l’incenso, una volta spostato il messale, il celebrante si è preparato alla proclamazione in canto del santo Vangelo (Matt. 4, 13-19). Caratteristico il gesto all'inizio e alla fine della pericope evangelica di farsi il segno di croce. È in questo momento in cui  ha preso la parola don Paolo Rakic – amministratore della parrocchia – che ha rivolto, a nome della comunità, un caloroso saluto e benvenuto a padre Didier Baccianti il quale ha poi tenuto l’omelia che sotto riporto.
 
Epistola
 

Vangelo


Il celebrante riceve l'incensazione dopo il Vangelo
Il saluto di don Paolo Rakic
Dopo aver intonato il Credo, il celebrante lo ha letto dal messale, anche questa è particolarità del rito (analogamente al Gloria), mentre veniva eseguito in polifonia dai cantori del coro “Alabarda”. Durante la lettura del Credo il celebrante – con i suoi assistenti – si porta in mezzo all’altare per recitare l’ Et incarnatus. Ha avuto seguito l’offertorio recitato a bassa voce mentre l’organista Riccardo Cossi ha svolto un’articolata improvvisazione. L’offertorio domenicano si distingue per la sobria brevità ed essenzialità: l’ostia posta sulla patena viene presentata sovrapposta al calice, l’incensazione delle oblate prevede di tracciare solamente la forma di croce con il turibolo, l’altare viene incensato allo stesso modo del rito romano. Il celebrante – una volta lavatosi le mani e recitato l’Orate fratres (con una formula diversa da quella romana che non prevede risposta), recita la segreta e canta il Prefazio cui il coro acclama con il Sanctus

Lavanda delle mani
Prefazio



Sanctus

Durante il Canon Missae
Proprio all’inizio del Sanctus viene portato un piccolo candeliere con un cero acceso all’altare, presso il corporale, per indicare che su quell’altare si sta svolgendo la parte più importante della celebrazione durante la quale Cristo si fa realmente presente nelle specie eucaristiche. Durante il canone i ministranti reggevano i ceri e l’organo spandeva le sue delicate e raccolte armonie. Padre Didier consacrando – secondo le prescrizioni del suo rito – si è chinato solo leggermente; all’Unde et memores si nota uno dei gesti più caratteristici (che si ritrova anche in altri riti latini come l’ambrosiano e il certosino) ossia il celebrante per qualche istante allarga e stende le braccia imitando la postura di Cristo sulla croce.
 
Consacrazione dell'ostia
 
Elevazione dell'Ostia
Elevazione del Calice

Unde et memores
Un altro gesto altrettanto caratteristico che si compie al Canone della messa è il Supplices te rogamus. In questo momento il sacerdote domenicano si china incrociando le braccia al petto, diversamente dall’uso romano che vuole il celebrante chinato con le mani giunte. Poco dopo l’Agnus Dei il celebrante bacia il labbro del calice e quindi bacia l’instrumentum pacis. Questo è stato portato all’amministratore parrocchiale don Paolo Rakic e ai ministranti ed offerto al loro bacio, infine è stato mostrato ai fedeli presenti nella navata. Un gesto decisamente eloquente che indica la pace che proviene da Cristo e dal sacramento dell’altare, non una semplice pace intesa come immanente categoria umana. Il celebrante si comunica con l’ostia tenuta nella mano sinistra, ossia la mano del cuore. Il resto del rito della messa differisce per pochi dettagli da quello romano.
 
La pace

Ecce Agnus Dei
 
Comunione dei ministranti
Al termine della santa Messa il celebrante ha incensato la reliquia di san Domenico e il coro ha cantato l’inno gregoriano – sempre dal repertorio domenicano – Gaude Mater Ecclesia in onore del Santo eseguito in forma alternatim con l’organo. Dopo aver benedetto i fedeli con la reliquia e averla offerta alla loro venerazione, padre Didier ha benedetto le corone del santo Rosario portate da numerosi fedeli: detta benedizione era tradizionalmente prerogativa dei sacerdoti dell’Ordine che ebbe il merito di diffondere questa importantissima devozione mariana in seno alla Cristianità.




Incensazione della reliquia di san Domenico
 
La reliquia viene portata ai fedeli

Benedizione delle corone del rosario
 
Benedizione dei ministranti in sacrestia al termine della messa
Alla fine nei locali della parrocchia è stato imbandito un rinfresco dove i coristi, i ministranti e i fedeli hanno potuto rivolgere numerose domande a padre Didier Baccianti sul suo Ordine e sul suo rito così caratteristico e formulargli il loro caloroso “arrivederci”.
 
Un brindisi di augurio...
Se è vero l’assunto del Vico che concepiva la storia ciclicamente, un susseguirsi di corsi e ricorsi, è del pari vero ed innegabile che essa non manchi di colpi di scena: per circostante storiche particolari a Trieste non ci furono conventi domenicani (differentemente dalla vicina arcidiocesi di Gorizia), chissà che un domani essi non possano insediarsi e portare la loro densa e profonda spiritualità anche nella mia città. Questo è semplicemente un bel desiderio, ma…Dominum deprecemur!
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Omelia di P. Didier Baccianti O.P.

“La vostra luce risplenda dinnanzi agli uomini, in modo che essi vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”.
Queste parole che Gesù ha rivolto ai discepoli, sono parole che il Santo Padre Domenico, ha fatto proprie e da cui ha preso spunto per fondare l’Ordine dei Predicatori.
Questo grande Santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa, nel cuore di ciascun battezzato, deve sempre bruciare e ardere un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare l’annuncio salvifico del Vangelo, ad essere Luce della Chiesa, la sola che può salvare.
È Cristo nella Santa Chiesa, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare!
Volesse Iddio che anche oggi nella Chiesa ci fossero tanti pastori e fedeli laici, che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo, la Verità di Cristo!
San Domenico fondando l’Ordine dei Predicatori volle che i suoi frati fossero preparati all’annuncio del Cristo, perciò lo fondò su quattro grandi pilastri che sorreggono la predicazione:
1) La liturgia, la preghiera ==> per poter stare e assaporare Dio.
2) Lo studio ==> per poter approfondire la conoscenza di Dio.
3) La vita comune ==> per vivere insieme l’esperienza di Dio.
4) La vita regolare ==> per vivere ogni momento con Dio.
 
San Domenico aveva il grande desiderio che ogni fedele sapesse in che cosa credere, potesse conoscere la propria fede, potesse essere sempre più radicato nella fede autentica trasmessa dagli Apostoli e dalla Santa Chiesa, per poter contrastare con forza e decisione le sfide, le tentazioni e le eresie di ogni tempo.
Come ci diceva l’Epistola: “Poiché verrà tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, distoglieranno l’orecchio dalla Verità per volgerlo alla favole”.
Gesù Cristo chiede questo anche a ciascuno di noi, ci chiede di pregare, approfondire, studiare e vivere la nostra fede in Dio e nella Santa Chiesa senza timore.
Ecco allora l’importanza che l’Ordine di Predicatori ha, di portare avanti la dimensione culturale della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere meglio nutrita, rafforzata e difesa.
Perché questo annuncio della Parola di Dio, perché questa “perla preziosa” non rimanga nascosta ma brilli nel mondo, San Domenico ci indica due mezzi indispensabili:
1) La devozione mariana che lasciò all’Ordine, che successivamente ebbe il grande merito di diffondere la preghiera del Santo Rosario, la quale racchiudendo in sé i misteri di Cristo è per noi scuola di fede e pietà.
2) L’importanza della preghiera d’intercessione per la predicazione, per il lavoro apostolico e per la conversione dei peccatori. Ecco allora il ramo monastico femminile dell’Ordine di Predicatori. La vera base e radice dell’albero dell’Ordine Domenicano senza della quale la nostra predicazione sarebbe vana.
Possiamo riassumere così la vita e il carisma di San Domenico con le belle parole del Prefazio con cui tra poco pregheremo Dio:
“Per l’onore e la difesa della Santa Chiesa,
volesti rinnovare la forma di vita degli Apostoli
per mezzo del Santo Padre Domenico.
Egli sempre sostenuto dal soccorso della Madre del tuo Figlio,
domò con la sua predicazione le eresie,
istituì per la salvezza dei popoli i difensori della fede
e guadagnò a Cristo innumerevoli anime.”.
 
Il Santo Padre Domenico interceda, in modo particolare in quest’anno giubilare, per l’Ordine dei Predicatori. Affinché i membri di questo glorioso Ordine possano essere sempre più ferventi nella preghiera, coraggiosi nel vivere e difendere la fede e non abbiano paura di dare la vita per la Verità. Maria Santissima, Regina del Santo Rosario, interceda per l’Ordine dei Predicatori.
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Qui è possibile scaricare l'opuscolo della messa con testo latino, traduzione gregoriana e notografia gregoriana.

Francesco G. Tolloi
foto di Lorenzo Petronio (g.c.)
francesco.tolloi@gmail.com
 
http://rerumliturgicarum.blogspot.it/2016/06/la-messa-in-rito-domenicano-trieste.html?m=1

Il giusto vivrà di Fede

 
Il giusto vivrà mediante la fede (Rm 1, 17)

mercoledì 8 giugno 2016

Pellegrinaggio a Chartres

Immagini del Pellegrinaggio Parigi Chartres

 

Dopo il grande successo del Pellegrinaggio di Pentecoste, Parigi Chartres, vi rimandiamo al sito (vedi QUI) e alle bellissime immagini dei tre giorni (vedi QUI e QUI).
Sempre più iscritti e sempre più giovani!


 
 
 

martedì 7 giugno 2016

i sacramenti ci salvano

“Con i sacramenti non si scherza”,
il nuovo libro di don Nicola Bux




“Con i sacramenti non si scherza.” E’ il titolo, assai provocatorio, dell’ultima e interessante fatica letteraria del noto teologo e liturgista don Nicola Bux. Il testo, con prefazione di Vittorio Messori, edito da Cantagalli, è stato presentato a Bari presso la sede dell’ ex Provincia con una dotta relazione del cardinale Raymond Burke e l’amichevole presenza dell’ economista, banchiere ed ex presidente Ior , professor Ettore Gotti Tedeschi.

Don Nicola Bux nella sua relazione ha precisato lo spirito che lo ha portato a scrivere il saggio: ” I sacramenti sono paragonabili alle medicine prescritte dai dottori. In sè, i farmaci sembrano banali, normali compresse o sciroppi, però servono alla salute del corpo. I sacramenti sono la medicina dell’ anima. Però tutti sappiamo che i medicinali vanno usati bene, altrimenti non hanno effetto e persino diventano dannosi quando se ne fa un utilizzo inappropriato o scorretto, siamo alle controindicazioni e si trasformano in  nocivi “.

Ha  aggiunto: ” I sacramenti non sono complementi di arredo e senza di essi la Chiesa stessa non avrebbe senso, i preti sarebbero disoccupati. Con i sacramenti noi siamo faccia a faccia col Signore, meglio non dimenticarlo mai questo”. Ha precisato: ” Il grande problema di oggi è la fede. Quando la liturgia e i sacramenti sono mal celebrati o amministrati senza santa devozione cadiamo in errore. Con la riforma liturgica post conciliare si pensava di allargare il numero dei fedeli. Questo non solo non è accaduto, ma è persino successo il contrario”.

Don Bux  ha lanciato una frecciatina ai tanti preti di strada: ” Partono da una frenesia per la Parola, una cosa che  ossessiona tanti confratelli. Indubbiamente la Parola è importante, serve ad esortare. Ma alla Parola si abbinino con altrettanta e maggior  forza i gesti efficaci senza dei quali l’ uomo non si salva. Che pena vedere quei preti che alzano l’ Ostia sciattamente o il calice in modo maldestro o chi davanti al Santissimo non ha la giusta riverenza.  La  dedizione assoluta per la ecologia, la legalità, le marce della pace o le fiaccolate alle quali molti preti partecipano, non salvano l’ anima o l’ uomo dal degrado. Il sacerdote è chiamato a salvare l’ uomo con i sacramenti e non con le marce, le fiaccolate, le manifestazioni”.

Il cardinal Burke nella sua relazione ha precisato: ” Nessuno ha un diritto al sacramento, questo costa sacrificio. Si ha diritto solo se ci si dispone bene e giustamente. In quanto all’ argomento comunione al divorziato risposato civilmente tanto attuale, reitero il mio no, non è possibile darla. Il divorziato risposato vive in adulterio e dunque va contro il Vangelo, è in stato di peccato grave. Negare la comunione non è cattiveria, ma rispetto della Parola del Signore,  nessuno ha la facoltà di derogarvi. Mangiare e bere la comunione indegnamente, cito San Paolo, significa condanna”.

Il porporato ha ricordato che giustizia e misericordia viaggiano assieme: ” La carità è nella giustizia e viceversa, queste due categorie non sono alternative, bensì inseparabili”. Sulla celebrazione della messa ha detto: ” Non è giusto o corretto chiedere o volere che sia attraente o creativa come uno spettacolo, nella Messa il vero e solo protagonista è Cristo e non il celebrante. Nessuno, dunque ,aggiunga, tolga o metta di sua iniziativa”. E allora buona lettura con la bella opera di Don Nicola Bux:  Con i sacramenti non si  scherza, edizioni Cantagalli. Scritto in modo gradevole, semplice  e persino discorsivo su un tema minato. Degno di nota il richiamo continuo, ma garbato al diritto canonico.
 
Bruno Volpe

lunedì 6 giugno 2016

a luglio tutti a Norcia!!!!

Tutti a Norcia con il Populus Summorum Pontificum




L'8, 9 e 10 luglio a Norcia si svolgerà il pellegrinaggio nazionale del Populus Summorum Pontificum, un'occasione per vivere un'esperienza di tradizione autentica, in un luogo bellissimo, sulle orme di San Benedetto. 

Dopo il pellegrinaggio del Coetus pugliese, che ha avuto una partecipazione vastissima (alla chiesa di San Nicola di Bari non si trovava posto) anche Norcia si preannuncia un momento molto importante per il popolo della Messa Tridentina, soprattutto in questo periodo storico. 

Mentre la "fede sulla terra", per dirla evangelicamente, è piuttosto in crisi, coloro che si rifanno alla tradizione millenaria continuano ad aggregare, senza pagliacciate, ma mantenendo vivo il rito che ha accompagnato da sempre la Chiesa romana nel corso dei secoli. San Pio V ha infatti raccolto in un messale una liturgia che era tramandata già da secoli, risalente a Gregorio I, che tutt'ora viene tramandata.
 
Non c'è però molto da cantare vittoria ma, anzi, sulla scorta di momenti importanti come quello pugliese, coloro che amano la cosiddetta Messa in Latino, si devono rimboccare le maniche per cercare di diffonderla sempre di più. Anche a Bari infatti, ignari turisti si sono soffermati ad ammirare la liturgia con l'altare ad Dominum e, per nulla spaventati, se mai molto incuriositi e affascinati da qualcosa che non avevano mai visto, hanno chiesto di essere informati riguardo la celebrazione. Abituati ai racconti apocalittici riguardo l'Antico Rito, sono rimasti largamente stupiti da quanto sia bello e artistico.
 
La Bellezza è infatti il tratto principale della Messa secondo il Messale di San Pio V e forse per questo è invisa a molti che la Bellezza la odiano.

Dunque, ai primi di luglio, al posto di darsi alle peccaminose spiagge rivierasche, sapete cosa fare.

Per informazioni: summorumpontificum.org

domenica 5 giugno 2016

Bergoglio ed Hegel

Bergoglio e Guardini


Sandro Magister, riprendendo sul sito www.chiesa il mio post su “I postulati di Papa Francesco, ha fornito alcune preziose informazioni, che permettono di completare la ricostruzione delle origini, storiche e filosofiche, di quei quattro principi; ricostruzione che nel mio post era stata solo abbozzata. Se ricordate, in base alla testimonianza del gesuita argentino Juan Carlos Scannone, avevamo appurato che, nel 1974, l’allora Provinciale Bergoglio già si serviva di quei criteri.

Ora, dalla dichiarazione dello stesso Papa Francesco, rilasciata ai giornalisti di Córdoba Javier Cámara e Sebastián Pfaffen, veniamo a sapere qualcosa di piú: 

«A Córdoba ripresi a studiare per vedere se potevo procedere un poco nella stesura della tesi di dottorato su Romano Guardini. Non riuscii ad ultimarla, ma quello studio mi ha aiutato molto per ciò che mi è accaduto dopo, compresa la scrittura della esortazione apostolica Evangelii gaudium, la cui sezione sui criteri sociali è tutta ripresa dalla mia tesi su Guardini» (Aquel Francisco, Raíz de Dos, Córdoba, 2014; tr. it. Gli anni oscuri di Bergoglio. Una storia sorprendente, Ancora, Milano, 2016; cit. in Settimo Cielo, 17 dicembre 2014). 

Magister, dal canto suo, afferma:

«L’intero blocco della Evangelii gaudium che illustra i quattro criteri è la trascrizione di un capitolo dell’incompiuta tesi di dottorato scritta da Bergoglio nei pochi mesi da lui trascorsi in Germania, a Francoforte, nel 1986. La tesi verteva sul teologo italo-tedesco Romano Guardini, che infatti è citato nell’esortazione».

L’affermazione di Magister non è accurata: essa non si accorda con quanto dichiarato da Papa Francesco. Bergoglio a Córdoba visse dal 1990 al 1992 (quindi dopo il soggiorno tedesco). Prima di andare in Germania (1986) era Rettore del Colegio Máximo de San Miguel (1979-1986). Dopo il soggiorno tedesco fu destinato al Colegio del Salvador (1986-1990). Molto probabilmente, nei pochi mesi trascorsi in Germania, Bergoglio non scrisse nulla, ma semplicemente prese contatto con i docenti per definire un progetto di tesi. Su questo abbiamo la testimonianza della Facoltà di Sankt Georgen a Francoforte:

«A metà degli anni Ottanta [Bergoglio] ha passato alcuni mesi presso la nostra facoltà, per consigliarsi con alcuni professori su un progetto di dottorato (Dissertationprojekt) che non è arrivato a conclusione» (14 marzo 2013; trad. it. in Settimo Cielo, 2 aprile 2013).

Quindi Bergoglio se ne tornò in Argentina solo con un “progetto di dissertazione” su Romano Guardini. Si dedicò alla stesura della tesi negli anni trascorsi a Córdoba (1990-1992), che furono liberi da altri impegni, ma non furono in ogni caso sufficienti per completarla, dal momento che il 20 maggio 1992 fu nominato Vescovo ausiliare di Buenos Aires. A che punto fosse, nel 1992, la stesura della tesi, non sappiamo; come non sappiamo quale ne fosse il titolo esatto e la struttura. Sappiamo però che un capitolo (o, per lo meno, una parte) di essa trattava dei quattro “criteri sociali”, che ora ritroviamo in Evangelii gaudium.

A parte questo aspetto storico, pure importante, ciò che piú ci interessa è stabilire le origini filosofiche dei quattro principi. Essendo essi trattati all’interno di una tesi su Guardini — ancorché preesistenti alla tesi stessa (non dimentichiamo la testimonianza del Padre Scannone, che sostiene di averli già sentiti nel 1974!) — è ragionevole presumere che essi possano essere in qualche modo ricondotti al pensatore italo-tedesco. Ed effettivamente troviamo fra le sue opere L’opposizione polare. Saggio per una filosofia del concreto vivente, Morcelliana, 1997, ora ripubblicata (anche in formato elettronico) ne “La biblioteca di Papa Francesco”, a cura di Antonio Spadaro, La Civiltà Cattolica – Corriere della Sera, Milano, 2014 (tit. orig. Der Gegensatz. Versuche zu einer Philosophie des Lebendigkonkreten, 1ª ed. 1925, 2ª ed. 1955; 3ª ed. 1985; trad. spagnola: El Contraste. Ensayo de una filosofia de lo viviente-concreto, BAC [n. 566], Madrid, 1996). Si noti, fra parentesi, che entrambe le traduzioni, tanto quella spagnola quanto quella italiana, risalgono alla seconda metà degli anni Novanta; sono quindi successive alla stesura della tesi di Bergoglio.

Si tratta di un’opera forse non molto nota, ma fondamentale per comprendere il pensiero di Guardini. Essa verte su quello che il filosofo magontino considera il “mistero” della vita: l’opposizione polare. A questa idea Guardini aveva cominciato a pensare molto presto, nel 1905, quando aveva venti anni; nel 1912 tentò di dare una prima forma concettuale alle proprie intuizioni; nel 1914 pubblicò il saggio Opposizione e opposti. Schizzo di un sistema di dottrina dei tipi; nell’anno accademico 1923-24 tenne, all’Università di Berlino, alcune lezioni su questo tema, che poi confluirono nella pubblicazione del 1925. Nella Premessa parlava di “scheletrica impalcatura”, di “saggio”, di “prima struttura”, di “abbozzo”, rinviando a ulteriori elaborazioni e approfondimenti, che però non ci sarebbero mai stati. Nel presentare, dopo trent’anni (1955), la seconda edizione, confessò di non aver avuto il tempo per procedere a una completa rielaborazione dell’opera e quindi di essersi risolto a pubblicare una “ristampa del tutto immutata”, con qualche minima correzione nei passi che potevano essere fraintesi. Verso la fine della sua vita, Guardini rivelerà quanto fosse importante per lui L’opposizione polare:

«Io so che cosa significa questo mio libro — la presentazione di un orientamento nuovo di pensiero, che sorpassa quelli finora esistenti. Io mi proponevo di fondarvi sopra una nuova teologia, ma è troppo tardi — non ne sono piú in grado» (cit. da Hanna-Barbara Gerl nella Postfazione dell’opera).

L’idea dell’opposizione non è una novità nella storia del pensiero: la troviamo già all’origine della filosofia con gli Eleati; costituirà uno degli elementi caratteristici delle correnti platoniche e neoplatoniche; ma sarà soprattutto nell’idealismo che essa troverà uno sviluppo di tipo “scientifico”. A quali di questi filoni di pensiero può essere ricondotto Guardini? Personalmente ritengo che egli si inserisca a pieno titolo nel solco della tradizione platonica (a cui fa esplicito riferimento nel libro, c. 1, § 2). Anzi, se devo proprio essere sincero, io rilevo una notevole affinità col pensiero di Nicola Cusano, sebbene egli dichiari espressamente di non condividere la concezione di Dio come coincidentia oppositorum e di optare, piú correttamente, per la tomistica “analogia” (c. 2, nota 31). Certamente Guardini non può essere in alcun modo assimilato all’idealismo; anzi, si ha l’impressione che il suo sforzo sia finalizzato a cercare un’alternativa all’interpretazione della realtà fornita da quella corrente di pensiero, che a quell’epoca dominava incontrastata nel mondo accademico (al punto che Schopenhauer l’aveva definita la “filosofia delle università”). Certo, Guardini ed Hegel hanno un elemento importante che li accomuna: l’idea dell’opposizione. Ma qui finiscono le loro somiglianze, perché, mentre per Hegel i due poli dell’opposizione (“tesi” e “antitesi”) devono necessariamente risolversi in una “sintesi” superiore, per Guardini (che non usa mai il termine “dialettica”) i due poli rimangono e devono rimanere opposti fra loro, escludendosi vicendevolmente, ma allo stesso tempo rimanendo indissolubilmente legati fra loro. Il nostro Autore, nel corso della sua opera, insiste ripetutamente sull’impossibilità di una sintesi degli opposti. Altra differenza radicale tra Guardini ed Hegel: mentre quest’ultimo risolve tutto in ambito logico, Guardini trasferisce l’idea dell’opposizione nel campo della “vita” (il “concreto vivente”). Beh, mi sembra di poter concludere che Hegel sta a Guardini come l’ideologia sta alla verità: mentre il filosofo di Stoccarda è tutto preoccupato di costruire un sistema logico di pensiero con cui poi interpretare la realtà, il pensatore di Magonza si preoccupa esclusivamente di comprendere la realtà cosí come essa effettivamente si presenta.

Nella sua opera Guardini individua otto coppie di opposti. Innanzi tutto, distingue fra “opposti categoriali” e “opposti trascendentali”; a loro volta, gli “opposti categoriali” si suddividono in “opposti intraempirici” e “opposti transempirici”. Sono tre le coppie che costituiscono gli “opposti intraempirici”:
1. “atto” (Akt) e “struttura” (Bau);
2. “pienezza” (Fülle) e “forma” (Form);
3. “singolarità” (Einzelheit) e “totalità” (Ganzheit).
 
Tre sono pure le coppie di “opposti transempirici”:
4. “produzione” (Produktion) e “disposizione” (Disposition);
5. “originalità” (Ursprünglichkeit) e “regola” (Regel);
6. “immanenza” (Immanenz) e “trascendenza” (Transzendenz).
 
Solo due invece sono le coppie che costituiscono gli “opposti trascendentali”:
7. “affinità” (Verwandtschaft) e “particolarizzazione” (Besonderung);
8. “unità” (Einheit) e “pluralità” (Mannigfaltigkeit).
 
Capisco che un elenco arido come questo può non dir nulla, anche perché i termini usati (che però possono essere facilmente sostituiti) non sempre riescono a esprimere efficacemente il loro contenuto (p. es., nella seconda coppia di opposti, il termine “pienezza” può essere per noi fuorviante, ma praticamente corrisponde alla “materia” aristotelica). Guardini va letto direttamente, per poter essere compreso e apprezzato: non è una lettura facile; ma, per chi è allenato alla riflessione filosofica, costituisce un’autentica rivelazione. Uno di quegli autori che, già al primo approccio, ti aprono la mente. La sua biografa Hanna-Barbara Gerl (l’autrice della Postfazione a L’opposizione polare) lo ha definito, penso a ragione, “Padre della Chiesa del XX secolo”.

Dopo questa lunga introduzione (per altro necessaria, per poter avere un’idea, per quanto sommaria, di Guardini), veniamo a noi. La domanda che dobbiamo porci è: i “postulati di Papa Francesco” possono considerarsi in qualche modo derivanti dalle opposizioni di Romano Guardini? La risposta non potrà che essere articolata. Rammentiamo, innanzi tutto, i quattro “postulati”:
a) “Il tempo è superiore allo spazio”;
b) “L’unità prevale sul conflitto”;
c) “La realtà è piú importante dell’idea”;
d) “Il tutto è superiore alla parte”. 

Il primo di questi principi (“Il tempo è superiore allo spazio”) può essere facilmente ricondotto alla prima coppia di opposti (“atto” e “struttura”). È lo stesso Guardini che, illustrando l’opposizione, la descrive in termini di dinamismo (atto) e staticità (struttura), facendo ricorso alle categorie di tempo (il fluire della vita) e di spazio (ciò che permane attraverso il fluire).

È un po’ piú difficile individuare nel sistema degli opposti il secondo principio (“L’unità prevale sul conflitto”). È vero che nell’ottava coppia di opposti il primo polo coincide appunto con l’“unità”; ma il secondo polo è costituito, abbastanza comprensibilmente, dalla “pluralità”: all’uno si contrappongono i molti. È evidente che, nel caso del secondo postulato bergogliano, “unità” non è intesa in senso filosofico (l’essere uno), ma in senso sociologico (l’essere uniti, non divisi). Forse l’opposto piú naturale del conflitto, anziché l’unità, dovrebbe essere la “pace” (e infatti Papa Francesco ne parla nei nn. 229-230 di Evangelii gaudium). Il conflitto non si rinviene nel sistema di Guardini (il termine “conflitto” non ricorre mai nell’opera).

Il terzo principio (“La realtà è piú importante dell’idea”) non lo si ritrova in nessuna delle otto coppie di opposti. Ciò non significa che il suo contenuto sia del tutto assente nella riflessione di Guardini. Anzi, si potrebbe affermare che L’opposizione polare abbia fondamentalmente un carattere “gnoseologico”, nel senso che costituisce una riflessione sulla conoscenza umana, che non può ridursi né alla conoscenza puramente concettuale né a quella puramente intuitiva: si tratta di cogliere la realtà piú profonda del “concreto vivente”, cosa possibile solo attraverso l’opposizione polare. Guardini sembra avere l’ambizione di voler elaborare con la sua opera una vera e propria “critica della ragione concreta”, che vada oltre la critica kantiana. Non sembra però che questa problematica sia presente nel terzo postulato bergogliano.

Il quarto principio (“Il tutto è superiore alla parte”) invece può essere agevolmente rapportato alla terza coppia di opposti (“singolarità” e “totalità”).

Possiamo quindi trarre una prima conclusione: la derivazione dei quatto postulati bergogliani da Guardini non è cosí immediata come ci si sarebbe aspettati. Ma c’è un altro paio di osservazioni da fare. Innanzi tutto, appare del tutto assente in Guardini l’idea di superiorità di uno dei due poli dell’opposizione rispetto all’altro. In secondo luogo, sembrerebbe che Bergoglio nei suoi principi faccia propria la visione dialettica hegeliana. Si vedano, per esempio, i seguenti passaggi di Evangelii gaudium:

«Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (n. 228)

«L’annuncio di pace non è quello di una pace negoziata, ma la convinzione che l’unità dello Spirito armonizza tutte le diversità. Supera qualsiasi conflitto in una nuova, promettente sintesi» (n. 230).

Ebbene, come avevamo precedentemente anticipato, Guardini esclude ciò in modo categorico. Basti qui riportare alcuni passi tra i molti che si potrebbero citare: 

«Non dunque “sintesi” di due momenti in un terzo. E neppure un intero di cui i due rappresentino le “parti”. Meno ancora mescolanza in vista di qualche compromesso. Si tratta al contrario d’un rapporto originario, in tutto e per tutto particolare; d’un fenomeno originario (Urphänomen)» (c. 2, sez. I, § 1)

«La vita non è la sintesi di queste differenze; non la loro mescolanza; non la loro identità. Ma è quell’unum, che consiste proprio di tale duplicità legata» (ibid.)

«Noi viventi ci esperiamo come “pienezza”, plastica e dinamica; e come forma, sia di struttura sia di atto. L’uno e l’altro. Ma non l’uno insieme all’altro in modo da confondere i propri contenuti; in modo da passare in un terzo superiore in forza d’una qualche “sintesi” ottenuta per commistione. “Pienezza” resta “pienezza” e forma, forma; ma la vita sta in entrambi insieme. Sta precisamente nella loro opposizione, e cioè nel fatto che la forma è appunto forma, non falsata, pura e la “pienezza” “pienezza” in senso schiettamente essenziale. Ma i due elementi insieme, e sempre l’uno nell’altro» (c. 3, § 2)

Non sono un esperto di Romano Guardini, per cui le mie conclusioni potrebbero rivelarsi errate. Ma l’impressione che ho al termine di questa analisi è che i “postulati di Papa Francesco”, pur derivando da una tesi su Guardini, possano vantare solo una vaga affinità col filosofo italo-tedesco. Sembrerebbero piuttosto un travisamento del suo pensiero. Si ha l’impressione che non si sia colta l’originalità di Guardini rispetto a Hegel, e si sia preferito interpretare il primo alla luce del secondo, cosa che finisce per costituire il tradimento di un pensatore che aveva la pretesa di aver elaborato una visione della realtà alternativa a quella del filosofo idealista.

sabato 4 giugno 2016


LA NUOVA LITURGIA, 
CULLA DEL NATURALISMO DEVOTO.


Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 6 - Giugno 2016


 Grazie a Dio non abbiamo obbedito.
 Vi scandalizzeremo subito, ma ci sono provocazioni che sono salutari, che servono.
 Grazie a Dio non abbiamo obbedito a quelli che, per mantenerci dentro la “pastorale ordinaria”, ci chiedevano, mentre ci concedevano obtorto collo qualche messa tradizionale, di non chiudere con la nuova liturgia. Grazie a Dio non abbiamo obbedito: non abbiamo ceduto a una preoccupazione “politica”, quella di non cambiare quello che ormai fanno tutti, per un'obbedienza più grande, quella della custodia della fede.
 Abbiamo appena celebrato la festa del Corpus Domini: che significato avrebbe adorare solennemente la presenza eucaristica del Signore e non difendere nel contempo il rito puro della messa?

 Lo diciamo per tanti devoti, sacerdoti e laici, sinceramente preoccupati del rispetto del Corpo del Signore, ma non preoccupati dell'avvelenamento che attraverso il nuovo rito si è prodotto nel corpo della Chiesa.

 La nuova liturgia ha come addormentato il popolo cristiano dentro un Naturalismo devoto.
 Il Naturalismo è nella Chiesa quel dimenticare costantemente la vita soprannaturale. Il Naturalismo è quel considerare del Cristianesimo prevalentemente gli aspetti umani, letti e giudicati secondo le categorie del nostro tempo, secondo le mode culturali del momento. Quelli che nella Chiesa tendono al naturalismo non negano Gesù Cristo, ma non ne considerano il potere diretto su tutta la realtà: è come se tutto non dipendesse da Lui.

 Da che cosa lo si capisce? Dal fatto che, quando pensano all'andamento del mondo, non ricorrono a Dio per la soluzione dei suoi mali. Non ricorrono a Dio, per accodarsi al vano parlare del mondo che si riempie di parole vuote e retoriche.
 Facciamo un esempio: a Fatima la Madonna chiese ai tre pastorelli di pregare e fare sacrifici perché la guerra finisse, indicando così che l'andamento del mondo e delle nazioni dipende dalla nostra obbedienza a Dio.
 Ve lo immaginate oggi un documento vescovile o papale che parli esplicitamente così? Che indichi nel ritorno a Dio, nel ritorno a Gesù Cristo, la soluzione di tutti i gravi problemi del mondo, economici, politici, morali, spirituali? Anche i pastori che privatamente pensassero che il peccato degli uomini è davvero la radice di tutti i mali del mondo, se ne guarderebbero bene dal dirlo pubblicamente, tanto è terribilmente naturalista il clima che regna nella Chiesa oggi: eppure il messaggio di Fatima  è perfettamente l'eco fedele di tutta la Sacra Scrittura.

 Tante sono le cause di questa disastrosa situazione, ma tra queste la principale è stata la riforma del rito della messa.

 La nuova liturgia, voluta moderna rispetto alla tradizione, per essere moderna si è inchinata al naturalismo, inaugurando un naturalismo devoto. E per favorire questa piega, ha dato della messa cattolica l'immagine dell'ultima cena: Gesù in mezzo, rappresentato dal prete, e una assemblea, la comunità dei discepoli, che lo ascolta e si nutre di lui. Anche la messa più seriamente celebrata, nel N.O.M., dà questa immagine. È la messa che, nel migliore dei casi, si ferma a “Gesù che viene in mezzo a noi”. Per questo la Chiesa ha messo, dal Concilio in poi, al centro l'uomo, e non più Dio. All'uomo si sacrifica tutto, anche la verità della rivelazione. All'uomo e ai suoi diritti si sacrifica tutto, anche Dio.

 La nuova messa si ferma a Gesù, è questa la questione; si ferma a Gesù presente tra noi,  ma non arriva mai a parlare dell'azione di Dio in noi, al secondo movimento, a quello che conta di più, che è la nostra elevazione a Dio. Manca alla messa moderna il movimento ascensionale.

È la vera e spaventosa vittoria del Protestantesimo? Quella vittoria che fu impedita al Concilio di Trento e che ora si sarebbe praticamente compiuta?

 Il Sacramento non è negato, ma è stravolto: non è più inteso come azione trasformante di Cristo in noi, ma come presenza consolante. Si è dimenticato lo scopo dell'azione di Cristo in noi, cioè il trasformarci in Lui. E questa trasformazione nostra in Lui è assolutamente necessaria, perché Dio Padre è glorificato dal suo Verbo fatto uomo, Gesù Cristo, e non si compiace di noi se non vi vede il suo Verbo formato.  “Noi siamo diventati non soltanto cristiani, ma Cristo” dice Sant'Agostino: quanti oggi si avvicinano a questa verità, quanti almeno intuiscono la grandezza dell'opera della grazia su di noi? Quanti colgono che questa è l'opera?

 Oggi il sacramento è ridotto a consolazione per noi, la messa è ridotta a Gesù che condivide tutto di noi ... e la tentazione demoniaca è trasformare Lui in noi. Per questo è incomprensibile, anche a tanti pastori della Chiesa, che vi siano delle condizioni per ricevere i sacramenti, e tutte le condizioni si riuniscono nel volere davvero morire a noi stessi perché Cristo sia affermato in noi. Oggi no, grazie anche alla nuova liturgia, tutti credono di aver diritto ai sacramenti per essere serviti da Cristo, senza volerLo servire.

 La nuova liturgia ha favorito il Naturalismo, anche se devoto: Cristo è affermato a parole, ma nell'azione è come se non esistesse. E questo è esattamente il Protestantesimo eretico, che non crede all'azione trasformante della grazia sulla nostra natura.

 E non basta celebrare con devozione la messa, se questa è la nuova messa, perché è stata immaginata come la Santa Cena e non come il Calvario.

 Il Calvario ti dice che Dio ha sacrificato il suo unico Figlio perché tu possa essere strappato dal mondo di peccato e, trasformato in Lui dalla grazia che discende dalla Croce, piacere a Dio, e quindi essere salvato.

 La Santa Cena senza il Calvario, ti dice che Dio viene in mezzo a noi; che quindi tu sei importante, che la tua vita e la vita del mondo è essenziale, che la natura è tutto, visto che Dio è venuto a servirla con la sua presenza; ecco il Naturalismo servito, anche se con un côté devoto.

 È davvero la vittoria del Sacramento svuotato di vita, iniziata da Lutero e dai suoi compagni. 

E tra noi i più pericolosi sono i Conservatori devoti, che pensano che con qualche “ritocchino” in senso tradizionale si possa rimediare a questo avvelenamento.
 Solo la Messa della tradizione, e non qualche surrogato di essa, salva l'interezza dell'azione di Dio, e ce ne rende coscienti.

 Dovere dei preti e dei fedeli è custodire il dono più prezioso di Dio, senza attendere oltre, perché il tempo si è fatto breve.

venerdì 3 giugno 2016

guardare a Dio

Card. Sarah: Dopo l'offertorio la Messa deve essere celebrata "ad orientem". E' questo ciò che veramente volevano i Padri Conciliari"

 
In un'intervista pubblicata dal settimanale Famille Chrétienne il 23 maggio 2016 il cardinale Robert Sarah, ribadendo esplicitamente la sua posizione quale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, fornisce indicazioni sulla nuova traduzione del Messale Romano in lingua francese ma soprattutto denuncia la deriva liturgica presa dalle celebrazioni liturgiche che sono diventate autocelebrazioni degli uomini, incontri amichevoli, e accusa la celebrazione "rivolta al popolo" che ha finito per eliminare Dio dalla Messa e la dimensione sacrificale propria dell'Eucarestia. 

Per correggere questi errori egli spiega che, dalla lettura dei testi e dei lavori preparatori del Concilio Vaticano II, non emerge affatto la volontà dei padri conciliari di "girare" il prete verso i fedeli, ma tutto è chiara la loro decisione di voler conservare l'orientamento coram Deo almeno dall'offertorio in poi, quando cioè il sacerdote inizia a rivolgersi a Dio. Se durante la prima parte della Messa e letture era stato permesso di rivolgersi al popolo (per favorirne la partecipazione e la comprensione), l'atto penitenziale, il Gloria e tutta la parte dall'offertorio in poi, si sarebbero dovuti dire conservando la posizione del sacerdote rivolto alla croce. "Questo era veramente nelle intenzioni del Concilio".

Con parole esplicite e inequivocabili come non mai, quindi il Cardinal Sarah incoraggia con forza la celebrazione della Messa con il sacerdote "spalle al popolo", o meglio, rivolto "ad Deum". 

Ringraziamo il Cardinal Prefetto per questa decisiva e granitica presa di posizione che è destinata di sicuro a essere una pietra miliare nel pur lentissima - ma ormai intrapresa - sterzata della Chiesa in materia di "riforma benedettiana".
Roberto
 
Il Card. Sarah incoraggia la "messa ad orientem"
di Marie Malzac avec Famille Chrétienne, da
La Croix del 27.05.2016

In occasione di un'intervista con Famiglia Cristiana, il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, è tornato sulla questione della nuova traduzione del Messale Romano, ma ha anche molto insistito sulla necessità, secondo lui, di riscoprire la Messa "tutti rivolti nella stessa direzione: verso il Signore che viene", con il sacerdote "con le spalle al popolo".
"'Con-vertirsi' è di 'rivolgersi a Dio'. Sono profondamente convinto che i nostri corpi devono essere coinvolti in questa con-versione", ha detto il Cardinale. "Non si tratta, come a volte si dice, di celebrare con le spalle ai fedeli o meno: Il problema non è lì. Si tratta di essere tutti rivolti verso l'abside, che simboleggia l'Oriente, dove troneggia la Croce del Signore risorto"

Questo modo di celebrare, ha detto il cardinale Sarah, "è legittimo e conforme alla lettera e allo spirito del Concilio". "Come capo della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, voglio ricordare che la celebrazione versus orientem è autorizzato dalle rubriche, che specificano i tempi in cui il celebrante deve voltarsi verso i fedeli"

Il cardinale Sarah cita anche un articolo pubblicato da L'Osservatore Romano, nel mese di giugno 2015, in cui ha proposto "che i sacerdoti e i fedeli si voltino ad Orientem almeno
durante il rito della penitenza, durante il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica".
"A più di cinquant'anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, è urgente leggere veramente i suoi testi! Il Concilio non ha mai chiesto di celebrare rivolti al popolo!" ribadisce nuovamente il cardinale. Secondo il capo del dicastero responsabile per la liturgia, si tratta semplicemente di un 'mezzo' che si trova dalla Chiesa per realizzare la partecipazione necessaria dei fedeli alla liturgia voluta dai Padri conciliari. Ma durante l'offertorio, è "essenziale" guardare "ad orientem" .
Tuttavia, "celebrare di fronte alle persone è diventata una possibilità, ma non un obbligo." "La liturgia della Parola può giustificare il faccia-a-faccia tra lettori e gli ascoltatori, il dialogo e la pastorale del sacerdote verso il suo gregge. Ma non appena si raggiunge il momento in cui ci si rivolge a Dio - dal dell'offertorio in poi - è essenziale che il sacerdote e fedeli guardino insieme verso Oriente ". "Questo si adatta perfettamente a ciò che volevano i Padri conciliari".
In questa intervista, il cardinale Sarah chiede il ritorno al sacro e si rammarica del fatto che molte liturgie siano diventate "intrattenimento".
"Spesso il sacerdote non celebra più l'amore di Cristo mediante il Suo sacrificio, ma un incontro tra amici, un pasto conviviale, un momento di fraternità. Nel cercare di inventare liturgie creative e di festa si corre il rischio di un culto troppo umano, per soddisfare i nostri desideri e le mode del momento", denuncia il cardinale "Se le stesse celebrazioni eucaristiche si trasformano in autocelebrazioni umane, il pericolo è immens: perché Dio sparisce."
 

giovedì 2 giugno 2016

COSA ACCADE IN VATICANO?

COSA STA ACCADENDO IN VATICANO




A quasi dieci giorni dall'esplosivo discorso letto da Mons. Gaenswein tutto tace.
Nessuno, nemmeno i loquaci guardiani della rivoluzione, pronti a bacchettare chiunque,
dissenta hanno fiatato.

Significa che il segnale è arrivato forte e chiaro.
Non fatevi ingannare dall'apparente calma piatta.
Nella Chiesa, sotto il pelo dell'acqua, sta divampando l'epico scontro fra i cattolici fedeli alla fede di sempre e gli estranei ...
La Madonna sta radunando i suoi e - nonostante questo periodo di tenebre e di grandi prove - il finale è già scritto: il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.
Ma è necessario l' apporto di tutti. Ognuno deve dare testimonianza alla verità.
State dalla parte giusta, anche se oggi costa sofferenze e persecuzioni.


La ricompensa di Dio è infinita.

A. Socci

mercoledì 1 giugno 2016

il tribunale degli uomini

 
 
"Preferisco essere condannato dal tribunale degli uomini
piuttosto che essere condannato dal tribunale di Dio.
Gli uomini possono sbagliare, Dio no"

Giovannino Guareschi
 (L'anno di don Camillo)