giovedì 19 maggio 2016

opto, finché possibile, per il sogno


L’eutanasia della stampa cattolica


  

pretiFino a non molti anni fa l’anomalia era “Famiglia Cristiana”, le cui oscillazioni su molti temi sapevano di clamorose sbandate, ma oggi è l’intera stampa cattolica, almeno in Italia, ad essere irriconoscibile: l’”Osservatore Romano” da poco ha inaugurato un magazine dedicato alle donne imbarcando firme, da Daria Bignardi a Melania Gaia Mazzucco, che stanno all’ortodossia come Fedez alla lirica, “Avvenire” – testata con redattori e collaboratori che pure, tutt’ora, stimo – ha fatto contro le nozze gay («L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik»: I. Scalfarotto, “Repubblica”, 16.10.2014) una opposizione tutto fuorché pugnace ed ora, dulcis in fundo, “Civiltà Cattolica” si schiera per il sì al referendum di ottobre. Mai avrei immaginato, per restare cattolico, di rivalutare l’anticlericalismo.

Che succede? Cosa porta fior di testate e giornali d’ispirazione cattolica ad una coordinata e sempre più lampante genuflessione culturale nei confronti del potere e del Pensiero Unico? Da lettore, anzi da estimatore di ognuno di questi giornali ho il dovere di chiedermelo anche perché immagino la mia incredulità ampiamente condivisa. Posso sbagliarmi, ma la sensazione – benché ogni redazione sia per molti versi un mondo a sé – è che la stampa cattolica rifletta oggi la crisi di un cattolicesimo mondanizzato fino al punto di essere, oramai, la parodia di se stesso. E’ un problema che non nasce affatto oggi e che già il grandissimo Augusto Del Noce (1910–1989) fotografava alla perfezione allorquando sosteneva che «la prima condizione perché l’eclissi abbia termine e il cattolicesimo esca dalla sua crisi è che la Chiesa riprenda la sua funzione: che non è di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo».

Ecco: sembra proprio che la stampa d’ispirazione cattolica – riflettendo così sulle proprie pagine l’eclissi di un cattolicesimo cronicamente intimidito – anziché contestarlo, proponendo con costanza un punto di vista diverso, abbia preso «ad adeguarsi al mondo», a replicarne le istanze in una sorta di duplicazione culturale, se così si può dire, suicida sotto ogni punto di vista; da quello strettamente editoriale – perché dovrei comprare Avvenire o abbonarmi a Civiltà Cattolica quando posso già leggermi caute interviste a qualche prelato anche sul Corriere, sulle cui colonne scrive lo scrittore cattolico forse più letto al mondo, Messori, e quando su Repubblica posso trovarmi, di tanto in tanto, editoriali firmati dal teologo Vito Mancuso o Joaquín Navarro-Valls, già direttore della Sala Stampa della Santa Sede? – a quello religioso: che ne è di una fede ben mimetizzata o perfino insonorizzata? Cui prodest? Al quieto vivere, forse: sai che gran premio.

Ora, non intendo certo generalizzare né discutere la professionalità di giornalisti alcuni dei quali conosco e stimo, ma ammetto che non solo è difficile farsi passare il timore che sia in corso una sorta di eutanasia della stampa cattolica, ma questo timore assume sempre più il gusto amaro della certezza. Non posso quindi che augurarmi un’inversione di tendenza editoriale volta alla riscoperta di una sana contestazione cattolica del mondo, che nulla – meglio precisarlo – abbia a vedere con qualsivoglia forma di aggressività contro le persone ma che, tuttavia, sappia riproporre verità morali scomode e prendersi gioco del politicamente corretto, se possibile, con ironia. Sogno troppo grande? Qualcuno penserà lo sia. Ma siccome, confesso, una stampa cattolica del tutto omologata a quella laicista, per me che tengo alla lettura mattutina dei quotidiani – la preghiera del mattino del laico, la chiamava Hegel (1770-1831) -, sarebbe un incubo, opto, finché possibile, per il sogno.

Giuliano Guzzo

mercoledì 18 maggio 2016

moda per predicatrici e “diaconesse”

Sfilata di abiti liturgici per «diaconesse». Quando il declino di una Chiesa finisce in farsa
 

 
 
 
Una sfilata di abiti per chierichette, ministre straordinarie dell’Eucaristia, ma anche predicatrici e “diaconesse” de facto. 
E’ quella che è stata organizzata la settimana scorsa nel centro conferenze St. Clemens di Hannover all’insegna del maggior coinvolgimento delle donne nella liturgia e nel servizio all’altare. «E’ naturale che vogliamo abiti in cui ci sentiamo bene e che ci stanno bene» ha commentato tale Ewa Karolchak, referente pastorale del decanato della capitale della Bassa Sassonia (diocesi di Hildesheim). «Spero che da qui parta un impulso che vada oltre Hannover» ha detto invece il responsabile ultimo del decanato, il prevosto Martin Tenge. Già 10 anni fa l’istituto liturgico della diocesi di Treviri aveva organizzato un concorso di design di abiti liturgici femminili.
 

martedì 17 maggio 2016

Liturgia “immagine delle realtà celesti”

L'importanza e il senso del simbolismo
nella Liturgia


 
 
 
Quest’articolo, tradotto da un recente libro, è di fondamentale importanza e mostra che il simbolo, nell’ambito della liturgia cristiana, si è progressivamente oscurato in Occidente creando danni enormi. Tale oscuramento inizia a prodursi pure nell’Oriente cristiano. Tuttavia, senza una precisa conoscenza e coscienza di cosa sia il simbolo nella liturgia è impossibile vivere e comprendere le antiche liturgie cristiane e si finirà per crearne di nuove, in totale rottura con le antiche.

La Liturgia, lo abbiamo mostrato, è un’anamnesi che attualizza l’unico sacrificio di Cristo, compiuto nel tempo attraverso la Sua economia salvifica tra noi e, allo stesso tempo, una realtà e un valore eterno, un significato e un’efficacia per ogni istante e per ogni tempo (cfr. Ebr 10, 12-14), ciò che viene manifestato ogni volta dalla Liturgia stessa.
 
Il sacrificio di Cristo nella Liturgia è, ciononostante, un sacrificio incruento, come dice la prima parte della Liturgia dei fedeli [di san Giovanni Crisostomo] e la preghiera collegata all’inno dei cherubini. San Germano di Costantinopoli parla di un “sacrificio razionale” e “mistico” (1) e san Nicolas Cabasilas d’un sacrificio “spirituale” (2).
 
Ciò significa che non si compie allo stesso modo realistico del sacrificio originale di Cristo, alla fine della sua vita terrena a Gerusalemme. Fosse così, non si sarebbe compiuto “una volta per tutte” ma sarebbe reiterato e non ci sarebbe stato un sacrificio unico, di portata universale, ma una moltitudine di sacrifici, di portata particolare.
 
Ecco perché il sacrificio avvenuto lungo la Liturgia pur essendo reale ed essendo, come abbiamo detto, un’anamnesi, ossia un’attualizzazione dell’unico sacrificio di Cristo, prende una forma simbolica e si compie dietro le apparenze del pane e del vino e attraverso una moltitudine di altri simboli. Certi Padri, come Dionigi l’Areopagita o Massimo il Confessore, hanno parlato di simboli per la stessa eucarestia, non per negare che il pane e il vino divengono realmente il corpo e il sangue di Cristo, ma per notare che il corpo e il sangue di Cristo non assumono la forma di una carne insanguinata, ma conservano l’apparenza esterna del pane e del vino, essendo “misticamente” corpo e sangue di Cristo, ossia in modo nascosto.
 
Teodoro dice che il sacrificio liturgico è “ad immagine delle realtà celesti” che la fede ci permette di vedere spiritualmente attraverso diversi simboli:

I sacerdoti della Nuova Alleanza ripetono continuamente, in ogni luogo e tempo, lo stesso sacrificio. Effettivamente il sacrificio che nostro Signore ci ha offerto accettando la morte è unico. […] Tutti noi, dunque, in ogni luogo, in ogni tempo e continuamente, celebriamo l’anamnesi di questo stesso sacrificio: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice, commemoriamo la morte del Signore affinché egli venga” (1 Cor 11, 26). La celebrazione di questo terribile sacrificio è dunque immagine delle realtà celesti. […] La fede ci permette di vedere nel nostro spirito le realtà celesti e di considerare che Cristo, morto per noi, risuscitato e salito al cielo, è oggi ancora immolato attraverso questi simboli. Poiché noi consideriamo, con i nostri occhi, con fede, questa anamnesi ora celebrata, siamo condotti a vedere ancora che Cristo muore, risuscita e sale al cielo come lo fece un tempo per noi (3).




La Liturgia, dunque, esprime l’unico sacrificio di Cristo contemporaneamente temporale e atemporale, attraverso diversi mezzi simbolici, particolarmente delle parole e diversi segni sensibili che costituiscono il suo rituale.
Dopo aver affermato che la Liturgia è “un’anamnesi della vera immolazione”, Teodoro di Mopsuestia spiega:
Il pontefice, effettivamente, compie realtà celesti attraverso dei segni e delle figure e il sacrificio da lui celebrato è una manifestazione di tali realtà. I suoi atti sono come un’immagine della Liturgia celeste (4).

Una ragione collegata all’utilizzo permanente del simbolismo nella Liturgia è che il celebrante (vescovo o prete) non è propriamente il prete ma un’immagine del Gran Sacerdote, Cristo, al quale un’espressione liturgica dice: “Sei Tu che offri e Tu che sei offerto, Tu che ricevi e Tu che sei distribuito”. Teodoro di Mopsuestia dice a tal proposito:

Poiché nostro Signore si è offerto in sacrificio ed è così divenuto per noi Gran Sacerdote, “colui che sta presso l’altare è immagine lui stesso del Gran Sacerdote”. Non offre il proprio sacrificio ed egli non ne è neppure il vero Gran Sacerdote. La Liturgia di quest’ineffabile sacrificio viene da lui compiuta attraverso dei simboli che rappresentano, attraverso dei segni, le realtà celesti (5).

Abbiamo pure visto ugualmente che la Liturgia è un anticipo del Regno dei cieli di cui essa ci dona la caparra, di cui essa ci permette di gustare le primizie ma non ancora pienamente e che ci sarà data nell’al-di là, dopo la resurrezione e l’ultimo giudizio. È quanto spiega san Massimo nel suo commento alla Liturgia:

Attraverso la grazia della fede, crediamo di partecipare proprio qui, nella presente vita, a questi doni dello Spirito santo; nel tempo futuro [crediamo di avervi parte], nella verità, in modo sostanziale, nella realtà stessa, secondo la speranza indefettibile della nostra fede e la promessa sicura e infallibile di Colui che l’ha fatta. Se abbiamo osservato i comandamenti meglio possibile, crediamo che vi parteciperemo quando passeremo dalla grazia nella fede alla grazia nella visione, ossia quando nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo ci trasformerà in Lui stesso levandoci le stimmate della corruzione che ci segnano e ci farà dono dei misteri che ci sono stati prefigurati attraverso i simboli percepibili da quaggiù (6).

Questi concetti raggiungono le spiegazioni di Teodoro di Mopsuestia:

Per il momento, benché, secondo la parola dell’apostolo Paolo, saremo chiamati da Cristo ad entrare nella Nuova Alleanza, non abbiamo ancora ricevuto la salvezza e la vita se non nella speranza di esse. Infatti non possediamo ancora le vere realtà, poiché attendiamo pazientemente “di lasciare questo corpo per dimorare presso il Signore, è nella fede e non nella chiara visione che camminiamo” (2 Cor 5, 8). Non avendo ancora ricevuto i beni celesti, viviamo per la fede fino al giorno in cui raggiungeremo nostro Signore in cielo per vederLo non più come attraverso uno specchio, in modo confuso, ma faccia a faccia. Oggi noi avanziamo nella fede verso Cristo, nostro Gran Sacerdote, primizia dei beni che ci sono destinati. Attendendo di ricevere, nel tempo fissato, attraverso la resurrezione, tutti questi beni, abbiamo ordine di celebrarli quaggiù per mezzo di simboli e di figure (7).

Nella Liturgia, come in tutti i misteri o sacramenti nella Chiesa ortodossa, i simboli sono onnipresenti, nei gesti negli oggetti e nelle parole del rituale (8).
Una prima questione che si pone su questi simboli è quella del loro ruolo e del loro senso.
 
Nel suo libro L’Eucarestia, sacramento del Regno, nel quale si sostiene un’importante dimensione critica verso la comprensione e la pratica tradizionale e dove si intende rivoluzionare l’approccio verso l’Eucarestia, p. Alessandro Schmemann si schiera contro l’approccio “esplicativo” dei simboli liturgici. Secondo lui, il simbolo non dev’essere spiegato come se rinviasse a qualcos’altro che c’inserisce immediatamente nel mistero (9).
Siamo d’accordo se si tratta di rifiutare una comprensione intellettualista del simbolismo, poiché precisamente i simboli (in generale) son sempre utilizzati relativamente a delle realtà astratte, o a delle realtà inaccessibili alla ragione, difficili da comprendere e inconcettualizzabili e che, dunque, devono essere avvicinate e afferrate con un altro mezzo. Più spesso il simbolo si fa percepire dai sensi e vuole esprimere in modo sensibile una realtà sovrasensibile, metafisica e spirituale.
È pure vero che i simboli hanno una capacità di integrarci alla Liturgia attraverso un mezzo che non è solo quello, limitato, del pensiero ma anche del nostro corpo (attraverso i sensi che percepiscono i simboli nella loro dimensione sensibile) e delle disposizioni che i simboli producono nell’anima manifestando così il loro valore operativo e non solamente speculativo. Perciò san Nicolas Cabasilas spiega:

Ciascuno [dei gesti che si compiono nel corso della Divina Liturgia] si fa per l’utilità presente ma, allo stesso tempo, simbolizza qualcosa delle opere di Cristo, delle sue azioni e delle sue sofferenze. Ne abbiamo un esempio nel trasferimento del santo Vangelo all’altare e in seguito nel trasferimento delle oblate. L’uno e l’altro hanno la loro opportunità: il primo per leggere il Vangelo; il secondo perché si compia il sacrificio. Entrambi significano l’apparizione e la manifestazione del Salvatore: dapprima la manifestazione ancora oscura e imperfetta, all’inizio della sua vita; in seguito la suprema e perfetta manifestazione. Vi sono certi riti che non hanno alcuna utilità pratica; non sono compiuti se non per un simbolismo, ad esempio il fatto di forare il pane e di tracciarvi il segno d’una croce […]. Per quanto riguarda i riti compiuti nella liturgia delle oblate, hanno tutti rapporto con l’economia dell’opera del Salvatore. Il loro fine è quello di porre sotto i nostri occhi lo spettacolo di questa divina economia per santificare le nostre anime e, attraverso ciò, abilitarci a ricevere questi sacri doni. […] Le disposizioni con le quali bisogna avvicinarsi ai santi misteri e senza le quali sarebbe assolutamente empio gettare su di essi anche un semplice sguardo, [sono] il rispetto, la fede e l’amore pieno di fervore per Dio.
Bisognava pure che una contemplazione capace di inculcarci questi affetti fosse significata nell’ordinamento della sacra Liturgia. Bisognava che non considerassimo solo con il pensiero, ma pure che vedessimo in qualche maniera con i nostri occhi l’estrema povertà del Ricco per eccellenza, la venuta quaggiù di Colui che abita in tutti i luoghi, gli obbrobri del Benedetto, le sofferenze dell’Impassibile; di quale odio è stato oggetto e quanto ha amato, fin dove si è umiliato l’infinitamente Grande, quali sofferenze ha sopportato, quali azioni ha compiuto per prepararci questa tavola dinnanzi a noi. Ammirando così la novità dell’opera salvifica, meravigliati dall’abbondanza della misericordia, siamo portati a venerare Colui che si è preso pietà di noi fino a questo punto, Colui che ci ha salvati a questo prezzo, a confidargli le nostre anime, a rimettergli la nostra vita, a infiammare i nostri cuori nel fuoco del suo amore.
Disposti in tal modo, possiamo in maniera sicura e semplice avvicinarci al braciere degli augusti misteri.
Di fatto, per porsi ora in tali disposizioni, non è sufficiente avere appreso una volta le cose di Cristo e conservarne la conoscenza; bisogna pure attualmente avere lo sguardo del pensiero fisso su tali verità e contemplarle, sforzandoci di allontanare ogni idea estranea ad esse se veramente vogliamo, in vista di questa santificazione, far divenire l’anima adatta a quanto ho detto. Effettivamente, se teniamo conto delle esigenze della pietà, […] e se nel momento della celebrazione dei misteri non consideriamo con cura tutte le cose attaccando, al contrario, il nostro spirito ad altri oggetti, non traiamo alcun profitto da tale conoscenza: non può inculcarci nulla degli affetti precedentemente evocati. Poiché le nostre disposizioni corrispondono ai pensieri che ci occupano e i sentimenti da noi provati sono quelli che tali pensieri producono in noi.
Ecco perché è stato immaginato il simbolismo di cui ho parlato che non si limita solo a significare tutto ciò con delle parole ma le pone interamente sotto i nostri occhi e tutto ciò visibilmente attraverso l’intero corso della Liturgia: da una parte ciò avviene per agire più facilmente sulle nostre anime, non per offrirci una semplice visione, ma ancora per disporre in noi un sentimento, poiché una rappresentazione visuale può produrre in noi un’impressione più profonda (10). D’altra parte è pure per non favorire l’oblio e per non lasciare il pensiero volgersi verso un altro oggetto fino al momento in cui siamo condotti alla sacra tavola. Ripieni, dunque, di tali pensieri e con la memoria nel suo pieno vigore, partecipiamo ai divini misteri, aggiungendo in questo modo una santificazione ad un’altra, quella del rito a quella delle contemplazioni (11).

È per tanto falso credere, come fa p. Alessandro Shmemann, che il simbolo abbia un valore per se stesso e non rinvii a un’altra cosa o non abbia rapporto con la cosa alla quale egli rinvia. Ogni simbolo è fondato su un rapporto analogico con quanto simbolizza, questo rapporto è a volte convenzionale ma più sovente naturale. Così i veli utilizzati lungo la liturgia per coprire il diskos e il calice possono simbolizzare la collocazione nella tomba attraverso la loro analogia con il lenzuolo funebre e la loro caratteristica avvolgente. Il grande velo (o aìr) può pure simbolizzare gli angeli per la sua ampiezza, la sua flessibilità e la sua capacità di muovere l’aria quando lo si agita nel momento del Credo, analogamente con le ali degli angeli.
 
Ciononostante, analogia non vuol dire identità e dunque il simbolo crea una prossimità con quanto simbolizza, ma testimonia allo stesso tempo una distanza, il che gli permette di non essere confuso con la realtà stessa e di manifestare attraverso i suoi limiti il carattere trascendente di tale realtà.
Per quanto utilizzati per indicare delle cose difficilmente comprensibili o inesplicabili, e date alla contemplazione piuttosto che alla speculazione intellettuale, i simboli devono essere interpretati e spiegati nella misura del possibile, altrimenti danno l’impressione d’essere degli atti o degli oggetti privi di senso, favorendo un approccio sia oscurantista che formalista, finendo così per essere rifiutati o abbandonati. È ciò che è successo nel quadro del cattolicesimo romano in Occidente che, in occasione della riforma liturgica ispirata dal concilio Vaticano II, ha seguito il protestantesimo nella via dello spogliamento, svuotando la messa e i rituali sacramentali da una grande parte dei loro simboli con il pretesto che i fedeli (e spesso i preti) non li comprendevano più. Come abbiamo mostrato altrove (12), la Chiesa ortodossa è minacciata dallo stesso fenomeno attraverso alcuni vescovi e preti, ispirati per lo più dai riformisti della Scuola di Parigi (Nicolas Afanassieff, Paul Evdokimov, Alexandre Schmemann), per cui tralasciano nelle loro diocesi o parrocchie un certo numero di simboli liturgici, sia perché questi si oppongono alle loro concezioni (ad esempio le porte sante restano aperte o l’iconostasi è smantellata – o non edificata – per la ragione che tutto ciò si oppone a una concezione dell’assemblea come insieme indifferenziato), sia perché tali simboli non sono più correttamente compresi.
 
Padre Alessandro Shmemann si oppose molto chiaramente, in più sue opere (e in particolare nel suo Journal) a tutta la tradizione mistagogica bizantina (rappresentata particolarmente da Dionigi l’Areopagita, san Massimo il Confessore, san Germano di Costantinopoli, san Nicola Cabasilas o san Simeone di Tessalonica) che si è, al contrario, sforzata di rivelare la ricchezza di significato dei simboli liturgici. L’ermeneutica (ossia l’interpretazione dei simboli) è inerente all’esegesi che tutti i Padri hanno praticato nelle loro omelie o nei loro scritti e che è uno degli impegni della predicazione nella Chiesa.
Noi riteniamo che tale tradizione ermeneutica costituisca il buon approccio ma che essa non debba essere razionalizzata ma vista in modo contemplativo, ossia sia in modo intelligente che orante, in un termine: in modo spirituale.

(Jean-Claude Larchet, La vie liturgique, Paris 2016, pp. 178-184)
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Note
1) Sulla Divina Liturgia, 37.
2) Spiegazione della Divina Liturgia, LI, 1.
3) Omelie catechetiche, XV, 19-20.
4) Ibid., 15.
5) Ibid., 21.
6) Mistagogia, XXIV, PG 91, 704D-705A.
7) Omelie catechetiche, XV, 17.
8) Precisiamo “nella Chiesa ortodossa” poiché nel Cattolicesimo romano, in seguito al concilio Vaticano II, un gran numero di simboli sono stati soppressi; nelle cerimonie protestanti, dove il cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente.
9) L’Eucarestia, sacramento del Regno, Parigi 2005, pp. 21-26.
10) Sottolineato da noi.
11) Spiegazione della Divina Liturgia, I, 9-14.
12) “Alle fonti dei tentativi di riforme liturgiche di questi ultimi decenni in certe parrocchie ortodosse: le opere di padre Alessandro Shmemann e di padre Nicolas Afanasieff”, Црквене Cmyouie / Church Studies, 9, 2012, p. 397-408.
 
 

lunedì 16 maggio 2016

L'ora di Satana

Il «discernimento» di Satana in confessionale, secondo la testimonianza di Padre Pio
 
 
Testimonianza resa da p. Pio a p. Tarcisio da Cervinara,
esorcista a San Giovanni Rotondo
 
«Una mattina mentre stavo confessando gli uomini mi si presenta un signore alto, snello, vestito con una certa raffinatezza e dai modi garbati, gentili. Inginocchiatosi questo sconosciuto incomincia a palesare i suoi peccati che erano di ogni genere contro Dio, contro il prossimo, contro la morale: tutti aberranti. Mi colpì una cosa.

Per tutte le accuse, anche dopo la mia riprensione, fatta adducendo come prova la parola di Dio, il magistero della Chiesa, la morale dei santi, questo enigmatico penitente controbatteva le mie parole giustificando, con estrema abilità e con ricercatissimo garbo, ogni genere di peccato, svuotandolo di qualsiasi malizia e cercando allo stesso tempo di rendere normali, naturali, umanamente indifferenti tutti gli atti peccaminosi. E questo non solo per i peccati che erano raccapriccianti contro Dio, Gesù, la Madonna, i Santi, che indicava con perifrasi irriverenti senza mai nominarli, ma anche per i peccati che erano moralmente tanto sporchi e rozzi da toccare il fondo della più stomachevole cloaca.
Le risposte, che questo enigmatico penitente dava di volta in volta alle mie argomentazioni, con abile sottigliezza e con ovattata malizia, mi impressionavano. Tra me e me, domandandomi, dicevo: "Chi è costui?" Da che mondo viene? Chi sarà mai?". E cercavo di fissarlo bene in volto per leggere eventualmente qualcosa tra le pieghe del suo viso; e allo stesso tempo aguzzavo le orecchie a ogni sua parola in modo che nessuna di esse mi sfuggisse per soppesarle in tutta la loro portata.
A un certo momento, per una luce interiore vivida e fulgida percepii chiaramente chi era colui che mi stava dinanzi. E con tono deciso e imperioso gli dissi: "Di' viva Gesù, viva Maria". Appena pronunziati questi soavissimi e potentissimi nomi, satana sparisce all'istante in un guizzo di fuoco, lasciando dietro a sé un insopportabile irrespirabile fetore».
 

domenica 15 maggio 2016

ADDOMESTICARE gli ORTODOSSI

Dopo la "rivoluzione religiosa" nel mondo cattolico si sta ora preparando quella per il mondo ortodosso?


Sono convinto che qualsiasi discorso di tipo religioso, se vuole avere senso, non può e non deve prescindere da un certo discorso culturale-antropologico. Mi spiego. Nella parabola del seminatore, Gesù Cristo parla di un seme gettato su vari tipi di terreno, dal terreno buono a quello assolutamente inadatto per la germinazione del seme stesso. Iniziando dai Padri della Chiesa, abbiamo diverse interpretazioni su questo passo evangelico. Tutte, grosso modo, si riassumono nella considerazione che il seme è la Parola di Dio, o la sua Grazia, mentre il terreno è l’interiorità dell’uomo. Abbiamo anche qui, quindi, i due poli del discorso religioso: Dio e l’uomo.

È logico pensare, per chi si muove con i presupposti della fede cristiana, che il seme, o la Grazia di Dio, contenga in sé da sempre tutte le potenzialità di vita e di germinazione di bene. Le contiene e le conterrà sempre poiché nulla può alterare il dono di Dio, essendo espressione della realtà eterna di Dio stesso.
 
Ma l’uomo, mutando il proprio cuore, può rendersi totalmente incapace di accogliere tale dono.
 
Questo discorso deve farci volgere l’attenzione al contesto attuale. L’umanità, oggi, non ha più la forza, la dedizione e il sacrificio di quella di qualche generazione fa. I punti di riferimento di un tempo sono totalmente sfocati, quand’anche incompresi e totalmente rigettati. Un esempio: la differenza tra personale e condiviso, intimo e pubblico, si è sempre più assottigliata e non solo nella moda ma nel comportamento generale.
 
Ciò che un tempo era considerato intimo e personale, oggi è sempre più condiviso e pubblico. Il comportamento umano subisce, così, progressive “svolte” (alterazioni o evoluzioni, a seconda del modo in cui è giudicato). Non è, dunque, strano che le stesse esigenze morali di un tempo siano considerate sorpassate, i riferimenti stabili e perpetui, che la religione tradizionalmente insegna, siano niente più che semplici “etichette” intercambiabili con altre…

Il cambiamento culturale coinvolge tutti. Alla metà degli anni ’60 aveva coinvolto il Cattolicesimo stesso al punto che, iniziando dai livelli più bassi, è penetrato sempre più fino ai vertici della gerarchia ecclesiastica stessa. Oggi, con il papato attuale, si può pacificamente dire che il processo di penetrazione si è totalmente compiuto, tolta ancora qualche “sacca di resistenza” che o prima o poi verrà addomesticata. Così, per il mondo cattolico attuale, i riferimenti dogmatici sono per lo più una storia passata che non dice nulla al mondo odierno
Non a caso, in un recente torneo di calcio tra seminaristi del Triveneto, i chierici avevano sulle magliette i nomi di personaggi storici che, un tempo, il Cattolicesimo avrebbe severamente condannato al punto che sarebbe stato almeno vergognoso fregiarsene: Marcione, Giansenio, Novaziano… Anche questi nomi come, evidentemente, le dottrine sostenute da tali personaggi, sono divenuti “etichette”, un semplice flatus vocis dietro al quale non c’è nulla che possa sostanzialmente interessare
 
Evidentemente, perdendosi il senso dogmatico, si è perso il tradizionale legame con Cristo, quel legame che, un tempo, faceva dire ad un monaco del deserto: “Ditemi tutti gli insulti che volete, ma non ditemi ‘eretico’ poiché questo significherebbe che io mi sono opposto a Cristo”.Mi chiedo, allora, che tipo di eventuale legame ci sia oggi; sentimentale, idealistico, strumentale? Alla prima prova, questo legame apparente si spezzerà travolto, tra l'altro, dal vitalismo imperante.

Effettivamente stiamo constatando il trionfo dell’umanismo sulla religione e sul Cristianesimo stesso. L'umanismo altro non è che un atteggiamento (che fa cultura) per cui tutto inizia e termina nell'uomo e la vita stessa è osservata in modo strettamente razionalistico.
Il suo trionfo, che in Occidente ha oramai raggiunto il culmine, sta facendo grandi progressi nelle Chiese ortodosse. Lo abbiamo segnalato a più riprese. Esso si concretizza nei seguenti punti:

a) Tendenza ad isolare il monachesimo e a creare una prassi parallela e sempre più antitetica a quella tradizionale della Chiesa;
b) tendenza ad imporre il clericalismo, ossia l'autoritarismo di pochi sui molti, il che esige la semplice obbedienza passiva, com'è accaduto in Occidente in modo progressivo dalla riforma gregoriana in poi:
c) tendenza al formalismo liturgico, da una parte, e al pietismo, dall'altra, ossia a sottolineare il soggettivismo nella fede, in luogo dell'ossequio all'equilibrio della tradizione, dove il soggetto si sottomette alla tradizione e non si erge su  essa per relativizzarla, marginalizzarla e, alla fine, rifiutarla.

Questi e altri presupposti in atto, sono in grado di alterare il mondo ortodosso e di strapparlo dolcemente dalla tradizione che fino ad oggi ha conservato, almeno in diversi suoi ambienti.
Tutto ciò lo abbiamo detto in alcuni post e a più riprese su questo blog per cui oggi non dovrebbe affatto stupire se, in preparazione al sinodo panortodosso con il quale si vorrebbero “aggiornare” alcune prassi pastorali, si sta, in realtà, tentando di preparare una piccola rivoluzione sul tipo di quella realizzata con il Concilio Vaticano II nel Cattolicesimo.

Traduco di seguito un documento significativo che farà riflettere i miei lettori in tal senso e lascio loro ogni ulteriore giudizio di merito. Personalmente vi intravvedo una stupefacente somiglianza con la svolta avvenuta nel Cattolicesimo negli anni '60 fatte, ovviamente, le dovute distinzioni. Dietro a questi fenomeni tra le diverse idee possibili in tale assise, s'intravvede quell'identica cultura e mentalità ovunque diffusa, quella mentalità non cristiana e per certi versi anticristiana che è l'umanismo.

Diversi monasteri del Monte Athos hanno risposto ai documenti preparatori per il prossimo Consiglio panortodosso in lettere indirizzate alla Santa Comunità del Monte Athos e messe a disposizione del pubblico.
 
I documenti preparatori per il prossimo Consiglio panortodosso sono stati inviati ai monasteri del Monte Athos dal Patriarcato di Costantinopoli e, dopo la revisione dei documenti stessi, è stata decisa una riunione straordinaria dei rappresentanti e igumeni dei venti monasteri per esporre una reazione comune della Santa Comunità. Quest'incontro si terrà dopo la Settimana del Rinnovamento (settimana dopo Pasqua).
 
Come un certo numero di vescovi, sacerdoti e teologi - in particolare le Chiese di Grecia, Bulgaria, Georgia e la Chiesa ortodossa russa all'estero - i padri atoniti hanno  risposto gravemente, per richiamare l'attenzione sui diversi problemi dei documenti preparatori e in particolare:
 
- la sottovalutazione del principio di conciliarità e una teologia che promuove fortemente il primato (a causa della limitata partecipazione dei vescovi e dell'eccessiva autorità data ai Primati delle Chiese locali).
 
- delle ambiguità inaccettabili nei testi pre-conciliari, che si prestano a interpretazioni tali da discostarsi dal dogma ortodosso.
 
- L'istituzione, come base per il dialogo, "della fede e della tradizione della Chiesa antica e dei sette concili ecumenici" in modo che la successiva storia della Chiesa ortodossa sembra in qualche modo manchevole o suscettibile di compromessi.
 
- Un tentativo da parte di alcuni di ottenere una conferma panortodossa di testi inaccettabili stabiliti dal Consiglio Ecumenico delle Chiese.
 
- L'applicazione inaccettabile del termine "Chiesa" per comunità scismatiche o eretiche.
 
Diverse lettere indirizzate alla Santa Comunità possono essere lette in greco qui.
 

DIACONATO ALLE DONNE

IL DIACONATO ALLE DONNE? C’È CHI PARLA DI «RIPRISTINO», MA COME SI PUÒ RIPRISTINARE CIÒ CHE NON È MAI ESISTITO?

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tra tripudi di giornaliste cattoliche “impegnate” e teologhe femministe che gridano già “vittoria!”, le televisioni stanno parlando ed i giornali titolando che «Papa Francesco ha aperto al diaconato alle donne». Molto avrei da dire sulle giornaliste cattoliche “impegnate” e sulle teologhe femministe che stimo assai peggiori delle sette piaghe d’Egitto e che già stanno parlano e scrivendo del «ripristino» del diaconato femminile», che a loro dire «esisteva nei primi secoli di vita della Chiesa», mentre in verità nulla di ciò è mai esistito.
 
Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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donne prete
rasserenatevi, cari fedeli cattolici, nella nostra Santa Chiesa non saremo messi bene, ma nessuno ha intenzione di mutarla in una succursale del Carnevale di Rio de Janeiro
 Il Sommo Pontefice, in una delle sue espressioni a braccio, è tornato a sollevare l’ennesimo vespaio, dinanzi al quale viene da chiedersi: nel lanciare certe battute che in pochi minuti fanno poi in giro del mondo riempendo le pagine dei giornali, il nostro Augusto Pontefice, può non rendersi pienamente conto di ciò che dice, o forse se ne rende invece conto? La risposta a siffatto quesito è racchiusa nella sua coscienza, che solo Dio può leggere.
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Il Sommo Pontefice ha l’abitudine – a mio parere fuorviante – di lasciarsi intervistare dai giornalisti e di consentire che le persone pongano a lui delle domande a bruciapelo in contesti pubblici; e spesso sono domande incentrate su temi di straordinaria delicatezza ai quali non si può rispondere con una battuta più o meno telegrafica. Né si può rispondere in modo improvvisato e vago, perché nessuno di noi è onnisciente; e le discipline filosofiche, teologiche, storiche, giuridiche, sono talmente complesse e articolate che neppure il Vicario di Cristo in terra può conoscere di ogni singola scienza tutto quanto il sapere.
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2. vescova
Preghiera: «Signore, i tuoi Sacerdoti ti ringraziano per il dono incommensurabile della castità» (Ave, Pater et Gloria …)

Ma vediamo anzitutto cos’è realmente accaduto: durante l’incontro col Sommo Pontefice dell’Unione delle Superiore Maggiori «le consacrate hanno presentato la questione dell’apertura alle donne del diaconato permanente, con riferimento alla Chiesa primitiva. Francesco ha ricordato che l’antico ruolo delle diaconesse non risulta tuttora molto chiaro e si è detto disponibile a interessare della questione una Commissione di studio» [vedere testo su Radio Vaticana, QUI].
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Il Santo Padre non ha dato una risposta, ha replicato dicendosi «disponibile a interessare della questione una Commissione di studio». Ma nel giro di poche ore, tra tripudi di giornaliste cattoliche “impegnate” e teologhe femministe che gridano già “vittoria!”, le televisioni stanno parlando ed i giornali titolando che «Papa Francesco ha aperto al diaconato alle donne». Molto avrei da dire sulle giornaliste cattoliche “impegnate” e sulle teologhe femministe che stimo assai peggiori delle sette piaghe d’Egitto e che già stanno parlando e scrivendo del «ripristino» del diaconato femminile», che a loro dire «esisteva nei primi secoli di vita della Chiesa», mentre in verità nulla di ciò è mai esistito.

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1. vescova
Preghiera:
«Signore, i tuoi Sacerdoti ti ringraziano per il dono incommensurabile della castità» (Ave, Pater et Gloria …)

Sono molto lieto che il Sommo Pontefice, rispondendo, si sia in un certo senso messo al riparo affermando: «l’antico ruolo delle diaconesse non risulta tuttora molto chiaro». Altrettanto lieto sono del fatto che abbia pensato di far sì che anche a ciò sia data risposta, come già in passato fu data alle istanze sul sacerdozio alle donne; e la risposta ricordiamo che fu la seguente: 
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«Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» [2] 
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3. vescova
Preghiera: «Signore, i tuoi Sacerdoti ti ringraziano per il dono incommensurabile della castità» (Ave, Pater et Gloria …)

La risposta fu «no» con carattere definitivo. Colgo l’occasione per spiegare cosa s’intende in teologia dogmatica con definitorio e definitivo. Il modo definitorio si esprime attraverso il dogma e implica l’infallibilità. Il modo definitivo si esprime quando il Sommo Pontefice procede a «confermare i fratelli nella fede» [cf. Lc 22,32]. In ambo i casi, sia esprimendosi attraverso il magistero definitivo sia attraverso il magistero definitorio, egli si esprime infallibilmente [3]. 
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Non avendo io né fili diretti col Sommo Pontefice né coi suoi stretti collaboratori, visto che egli intende incaricare una commissione di studio, desidero mettere ad essa a disposizione fin da adesso uno studio già fatto su questo tema, che è appunto lo studio mio. Questo studio lo pubblicai nel febbraio 2010 per confutare una affermazione peregrina del Cardinale Carlo Maria Martini, il quale si auspicava, proprio come oggi si auspicano le giornaliste cattoliche “impegnate” e le teologhe femministe che stimo assai peggiori delle sette piaghe d’Egitto, il «ripristino» di ciò che nella Chiesa sia di Oriente sia di Occidente non è mai esistito: il diaconato femminile. Cosa che spiego in questo studio già riproposto nel dicembre del 2014 sulle colonne di Theologica dell’Isola di Patmos. 
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come sempre invitiamo ad andare alle fonti e a non basarsi mai sul “sentito dire” e sulle male interpretazioni dei giornali, quindi a leggere il testo ufficiale nel quale è riportato per intero il colloquio del Santo Padre con le religiose
 
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NOTE
[1] Costituzione dogmatica Lumen gentium n. 25 e Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della professione di fede del 18 maggio 1998, n. 8.
[2] Ordinatio sacerdotalis del 22 maggio 1994
[3] Ad tuendam fidem, 18 maggio 1998.