sabato 7 maggio 2016

parole dall' eremo

E Gesù rimproverò Pietro: mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio
ma secondo gli uomini
 
 
di p. Basilio Martin
 
[...] nel brano evangelico di Matteo (16,21-27) si narra del rimprovero che l’apostolo Pietro fece a Gesù, a causa della sua decisione di voler “andare a Gerusalemme e lì soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso per poi risorgere il terzo giorno”. “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”. Nello stesso tempo l’Evangelista descrive la reazione di Gesù nei confronti di Pietro e di quanti nel corso dei secoli si comportano in egual maniera, cercando di deviare e mistificare le scelte per gli uomini. “Pietro, va' dietro a me”; cammina dietro di me. Non sei tu che devi indicarmi la strada che devo percorrere per realizzare la volontà del Padre mio. Cerca piuttosto tu di metterti in sintonia con i pensieri di Dio che non sempre corrispondono a quelli degli uomini.
 
A questo punto è lecito chiedersi: i cristiani hanno sempre tenuto in considerazione questo rimprovero di Gesù a Pietro, cioè di seguire i suoi passi e non di ostacolare il percorso previsto da Dio? Di osservare i suoi insegnamenti e non di stravolgerli per accondiscendere alle mode del tempo?
 
1) Gesù ci ha insegnato che esiste il paradiso, quello che ha promesso al buon ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43), luogo dove le anime vivranno beate alla presenza di Dio; ma ci ha insegnato anche che esiste l’inferno, luogo creato “per il diavolo e i suoi seguaci” (Mt 25,41). Come mai oggi nella predicazione non si parla mai della possibilità per gli uomini che rifiutano consapevolmente Dio e le sue direttive, di divenire dannati per l’eternità ed espiare le pene dell’inferno? A cosa serve addolcire gli ammonimenti del Vangelo se non per ingannare e illudere quanti potrebbero invece prendere sul serio gli insegnamenti di Gesù?
 
2) Oggi nella predicazione si parla, con molta enfasi, solo della Misericordia di Dio, ignorando quasi volutamente la Giustizia con cui renderà a ciascuno il premio o il castigo secondo le proprie opere: “Il Figlio dell’uomo, verrà nella gloria del Padre suo con i suoi araldi e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Mt 16,27; Rom. 2,6; 2Tm 4,14; Ap 22,12). Nella parabola del figlio prodigo (Lc. 15,11-24), non risulta che il padre sia uscito di casa a rincorrere il figlio ridotto in miseria per trascinarlo con la forza verso la casa paterna, ma che si mise in paziente attesa affinché il figlio si decidesse di ritornarvi. Non si capisce perché Dio debba obbligare gli uomini ad andare a vivere da Lui, dato che sono stati creati liberi di decidere il loro destino eterno. Tutti siamo chiamati alla vita eterna, ma tocca ad ognuno di noi aderirvi.
 
3) Gesù è venuto al mondo per indicarci, attraverso i suoi insegnamenti e la sua testimonianza, la strada da percorrere per riavere quell’immagine di Dio deturpata dalle scelte errate dei nostri progenitori all’origine dell’umanità. Il suo invito è: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48); “E siccome Colui che vi ha chiamati è santo - esorta san Pietro nella sua prima lettera - voi pure dovete essere santi in tutta la vostra condotta, come sta scritto: Sarete santi, perché io, il Signore, sono santo (1Pt 1,15). Non si capisce perché, oggi, nei confronti di una cultura omosessuale imperante e ossessionante la predicazione non solo tace, ma sembra quasi, che con quel “chi sono io per giudicare un gay…”, la giustifichi, quando invece san Paolo, di fronte a tale problema presente nella sua società non lascia spazio ad ambiguità: “Quelle donne che hanno cambiato il rapporto naturale in quello che è contro natura… e gli uomini pure che hanno abbandonato l’uso naturale della donna, commettendo turpitudini maschi con maschi, ricevendo in se stessi la mercede meritata del loro pervertimento, Dio li ha abbandonati.” (Rom 2,26-27). Il cardinale G. Biffi si domanda a proposito: Questa lettera di san Paolo “è una pagina del libro ispirato, che nessuna autorità terrena può costringere a censurare. E neppure ci è consentita, se vogliamo essere fedeli alla parola di Dio, la pusillanimità di passarla sotto silenzio per la preoccupazione di apparire non “politicamente corretti”. Domando in particolare ai teologi, ai biblisti e ai pastoralisti. Perché mai in questo clima di esaltazione quasi ossessiva della Sacra Scrittura il passo paolino Rom 1,21-32 non è mai citato da nessuno?
 
Come mai non ci si preoccupa un po’ di più di farlo conoscere e ai credenti e ai non credenti, nonostante la sua evidente attualità? (“Memorie e disgressioni di un italiano cardinale”, di Giacomo Biffi Ed. Cantagalli p.610-612). Che sia chiaro. Gesù non ha giudicato la peccatrice adultera, però l’ha ammonita: “Va', e d’ora in poi non peccare più” (Giov 8,11). È vero che nessuno di noi ha il diritto di giudicare un fratello gay, ma ha il dovere di ricordargli che è tenuto anche lui ad adeguarsi alla statura di Cristo, se intende vivere la fede cristiana (Ef 4,13). Se non lo si fa, gli si manca di carità.
 
4) Nel vangelo di Matteo si viene a conoscenza della disputa avvenuta tra Gesù e i farisei. Quest’ultimi sostenevano la validità del divorzio concesso da Mosè su richiesta del popolo, mentre Gesù ribadiva con forza che quella concessione fatta da Mosè fu semplicemente un abuso, concesso senza il volere divino. “Perciò io vi dico - ribadì -: chi rimanda la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi sposa la ripudiata commette adulterio. L’uomo non può dividere ciò che Dio ha unito” (Mt 19,1-9). Va fatto presente che Gesù si rivolgeva a una società che aveva legalizzato da tempo il divorzio, ritenuto quasi una concessione divina. Si rimane perplessi sentire ai nostri giorni un alto prelato dichiarare a un giornale tedesco che “È vero che Gesù ha dichiarato il dovere di non dividere quel che Dio ha unito, però è sempre possibile interpretare” (cfr. “Questo papa piace troppo” di Gnocchi & Palmaro,  Piemme. pag. 27). Cioè, secondo questo prelato, ai nostri giorni è possibile correggere una direttiva divina solo perché la gente manifesta con i fatti l’incapacità di osservarla. Lui, come Pietro ieri, si sente autorizzato a consigliare al Maestro divino quale strada si debba percorrere. Va ricordato a questo prelato che purtroppo, oggi, forse a causa della scarsa testimonianza data dai discepoli di Cristo, molti fedeli hanno preferito adeguarsi alla mentalità del mondo piuttosto che a quella di Dio. Pietro, forse per eccesso di amore, cercò di dissuadere il Signore dal compiere la sua vocazione, ma Gesù non tenne conto di questo sentimento e lo ammonì severamente, ordinandogli di mettersi dietro di Lui, cioè di attenersi alla volontà divina, a pensare secondo la mente di Dio e non secondo quella degli uomini.
 
A Dio non interessano le piazze ripiene di gente esaltata che grida unanime: “Osanna al figlio di David!” (cfr Mt 21,9). A Lui interessano dei figli che lo riconoscano come loro Padre divino e si rendano disponibili a compiere la sua volontà: “Non chi mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli; ma solo colui che compirà la volontà del Padre mio, che è nei cieli” (Mt 7,21). Dopo aver rimproverato Pietro, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. La dottrina di Cristo non la si interpreta, caro prelato, ma la si carica sulle proprie spalle e, con essa, ci si incammina dietro a Cristo, nostro Signore.

venerdì 6 maggio 2016

Preghiera per trovare lavoro

Preghiera per ottenere un posto di lavoro


 
O Signore, nostro Dio, che hai posto le fondamenta della terra, e l'hai affidata al dominio dell'uomo affinché – con la saggezza da te ricevuta – dimostri di essere un buon amministratore e santifichi la tua creazione, fino a quando non saranno creati un nuovo cielo e una nuova terra, secondo le parole della Scrittura che dice: "Tutte le cose sono vostre" e ancora: "Ecco, io rinnoverò tutto", o Sovrano del cielo e della terra, che dai all'uomo la sapienza, la conoscenza e la comprensione perché lavori con le sue mani e scopra con la sua mente i doni della terra dai da te, nostro Dio, per il bene degli uomini, noi ti preghiamo, o Creatore delle cose visibili e invisibili, benedici il tuo servo (N) che con fede ti prega, per mezzo di noi umili e indegni, a ottenere un posto di lavoro, poiché tu stesso hai comandato all'uomo di faticare per guadagnarsi il cibo in tutti i giorni della sua vita. Aiuta il tuo servo (N) nella sua ricerca e accogli la sua preghiera, perché dalla sua abbondanza possa dare a chi non ha, e custodiscilo dai nemici visibili e invisibili, dagli ostacoli di uomini malvagi e dai pericoli di ogni genere, con la grazia e le indulgenze e l'amore per gli uomini del tuo Figlio unigenito, con il quale sei benedetto, assieme con il santissimo, buono e vivifico tuo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

http://www.ortodossiatorino.net/Blog.php?id=4195

ORFANI DEL CIELO

 
Un Cielo lontano-lontano ...
 




ORFANI DEL CIELO
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 5 - Maggio 2016

Terrena despicere et amare coelestia.

 Quante volte, nelle orazioni della liturgia tradizionale, la Chiesa fa chiedere questo, “disprezzare le cose della terra e amare quelle del Cielo”! Quante volte nella Sacra Scrittura vi è un continuo richiamo ad alzare lo sguardo alle cose eterne:

 Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1-2).

 E' il frutto cosciente della Pasqua cristiana: siccome Cristo è risorto ed è asceso alla destra del Padre, tu sai che la vita vera è la vita eterna e devi ormai vivere proteso verso ciò che è definitivo. Cristo è risorto, tu devi risorgere con lui, non puoi più vivere come se questo non fosse accaduto, non puoi vivere per qualcosa di meno! Ma il vivere per Cristo, vincitore del peccato e della morte, vuol dire vivere protesi verso i beni eterni, verso il Paradiso, verso il Cielo: cercate le cose di lassù.

 Il cristianesimo ammodernato ha invece avvelenato tutto e ci ha fatti orfani del Cielo. Sì, orfani del Cielo!

 Il cristianesimo che ci è stato passato in questi anni è un cristianesimo terreno, preoccupato di dimostrare di essere utile a questo mondo.

 La Madonna a Fatima non sbagliò di certo quando parlò degli errori che la Russia, se non si fosse convertita, avrebbe sparso nel mondo: il Marxismo-Comunismo è stato il più orrendo ribaltamento della religione cattolica, il sovvertimento dell'unica vera religione. Il Marxismo-Comunismo ha, in modo demoniaco, proiettato gli uomini verso un messianismo terreno: il messia atteso diventa la società nuova, che nasce dalla rivoluzione, dove tutti saranno uguali; la società comunista.

 Solo che nella maggioranza dei casi ci fermiamo, nel considerare il male di questa religione ribaltata e atea che è il Comunismo, al fiume di sangue prodotto dalle sue persecuzioni. Certo, milioni di morti ha sulla coscienza, le sue mani grondano di sangue, ma il suo male non è solo qui e innanzitutto qui. L'azione malefica del Comunismo ateo è quella propria di ogni eresia: l'avvelenamento della Chiesa.

 E la Chiesa, tragicamente, al Concilio Vaticano II, decise di non condannare esplicitamente il Comunismo ateo e così il male non trovò più barriere per penetrare nel Tempio di Dio.

 Abbiamo assistito in questi anni ad una Chiesa sempre più preoccupata di dimostrare, ai comunisti e ai post-comunisti, di essere utile alla società. Una Chiesa dimentica della vita soprannaturale, che cade sempre più nel Naturalismo; una Chiesa più simile ad una associazione di volontariato, una Chiesa tutta interna alla moderna società.

 Certo, il Cielo non è negato, in questa Chiesa, ci mancherebbe altro! Non è negato, ma è abbandonato come orizzonte ultimo, come “uscita di sicurezza” di questa vita terrena che gli uomini, laici o cattolici che siano, programmano tra di loro. Un Cielo lontano-lontano...

 Capita della nuova vita cristiano-moderna, quello che accade in troppi funerali: si accompagna all'estremo saluto chi è stato perfettamente indifferente a Dio, lo si commemora dal punto di vista umano, e poi gli si concede la prospettiva di un utopico cielo da cui lui ci guarderebbe ora, tanto per esorcizzare la morte.

 Esattamente come quei cattolici impegnati nel volontariato del mondo che, finito tutto il loro daffare, sperano che il loro agitarsi non finisca con la morte, perché Dio concede un'altra vita.

 Questa è la vita eterna del catto-comunista,  o se volete del cattolico naturalista: per lui è reale la vita di quaggiù e chiede a Dio di proseguirla dopo l'inevitabile smacco della morte corporale. È l'avvelenamento del Cristianesimo, è il suo ribaltamento, predetto a Fatima.

 Totalmente differente è la prospettiva cattolica: la vita reale è la vita eterna, che è la vita vera. È così reale, dalla Resurrezione di Cristo, che il cristiano è chiamato a volerla e desiderarla con tutta la fibra del proprio essere... cercate le cose del Cielo.
 
 Altro che orizzonte su cui proiettare le nostre speranze ed esigenze umane!, è l'esatto contrario: la vita eterna con Dio è così vera che è essa a proiettare sulla vita di quaggiù una prospettiva totalmente nuova. L'uomo deve vivere, qui ed ora, per il Cielo; e tutto ciò che dice e fa deve essere per il Cielo; e se non è per il Cielo non è degno di questo mondo.

 La Chiesa è stata posta nel mondo perché gli uomini non dimentichino questo.
 La Chiesa e il cristiano sono posti nel mondo perché gli uomini non si impadroniscano di Dio per benedire le loro cose umane, ma perché le umane vivano delle eterne e siano così salvate.
 La Chiesa c'è perché il Cielo salvi gli uomini.

 Ma la chiesa ammodernata ci ha fatto orfani del Cielo, e interessandosi freneticamente delle cose della terra ha lasciato gli uomini nella solitudine.

 Ma questa chiesa ammodernata, senza il Cielo, non sarà mai la Chiesa di Dio.

 La Messa della tradizione, e lo sperimenta chi la vive con fedeltà, è la Messa del Cielo:
 tutta protesa alle cose di Dio possa rimetterci nella giusta posizione.


 Cercate le cose di lassù: questo cercare inizia dalla Messa di sempre.

giovedì 5 maggio 2016

vive di notte quanto di giorno condanna

La perversione della Chiesa ...




Non poche volte in questo blog ho ricordato quello che, per i cristiani, è un dato rivelato: l’origine e l’anima soprannaturale della Chiesa  affermazione, questa, teoricamente sostenuta anche nel Cristianesimo occidentale sia riformato sia cattolico. I tempi attuali hanno conosciuto uno sdoppiamento sempre maggiore tra quanto si afferma teoricamente e quanto si vive

Non sto a citare il caso di chi, per debolezza umana o malattia, vive di notte quanto di giorno condanna, situazioni patologiche emergenti con una certa frequenza pure nel clero, purtroppo. 

Quanto mi interessa non è il caso personale di pochi o molti, la loro debolezza personale, poiché non c’è uomo che possa dirsi perfetto. Quanto mi interessa è la mentalità diffusa negli ambienti ecclesiali. Tale mentalità sta contraddicendo in modo sempre più palese la tradizione del Cristianesimo antico e tende ad opporsi radicalmente all’identità della Chiesa quale l’ha voluta Cristo creando, di fatto, un’antichiesa. Se in Europa occidentale questo cammino oramai è giunto ad un livello quasi allarmante, nel mondo ortodosso sta iniziando a manifestarsi recentemente dopo un certo periodo di incubazione. 

Farò un esempio sia per il primo, sia per il secondo caso. 

Nel mondo cattolico, dopo il recente faticoso e controverso sinodo sulla famiglia, si è deciso di emanare un documento post sinodale redatto da una persona di fiducia, tale mons. Victor Manuel Fernández

C'è un particolare sul quale voglio polarizzare l’attenzione dei miei lettori: mons. Fernández alcuni anni fa fu autore di un libro che, per un chierico, è alquanto singolare: Saname con tu boca. El arte de besar (Risanami con la tua bocca. L'arte di baciare). 

Traduco l’abstract di tale pubblicazione rinvenibile qui

“Questo libro non è tratto dalla mia esperienza [excusatio non petita accusatio manifesta?] ma dalla vita di chi bacia. In queste pagine voglio sintetizzare il sentimento popolare, quello che prova la gente quando pensa ad un bacio, quello che esprimono i mortali quando baciano. Perciò ho interpellato molte persone con abbondante esperienza su tale tema e molti giovani che imparano a baciare alla loro maniera. Ho pure consultato molti libri nei quali emerge come i poeti parlano riguardo al bacio. Ho, così, cercato di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita in queste pagine a proposito del bacio. Spero che ti aiutino a baciare meglio, motivandoti a liberare il meglio di te stesso nel bacio [sic!!!]”. 

Un tal libro me lo sarei aspettato da uno psicologo specializzato nella vita affettiva, non da un prete la cui missione è tutt’altra e che, trattando questi argomenti, non può che improvvisarsi (a meno che non li conosca segretamente). 

Mi chiedo: perché molti preti s’interessano sempre più a tematiche estranee alla loro missione? Posso dare qualche risposta in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze. 

1) Il clero ritiene sempre più noiosa la vita sacerdotale, priva di stimoli, troppo sacrificata, per nulla gratificante; 
2) Non trova alcun piacere nel Cristianesimo, sia nella sua pratica sia nello studio della sua realtà dogmatico-spirituale-liturgica. 
3) Molti sono divenuti preti per incapacità a fare qualsiasi altra cosa. Mantengono, così, un’apparenza sacerdotale ma la loro vita e il loro cuore sono altrove. 

Ecco perché si sta diffondendo uno pseudo cristianesimo alternativo da un’ampia percentuale del clero, qualcosa che, in realtà, non è per nulla Cristianesimo anche se ne conserva qualche apparenza. 

Se torniamo alle fonti, leggendo gli scritti dei Padri della Chiesa o gli scritti ascetici, noteremo, viceversa, una vera e propria passione, un “eros”, per Cristo, un’identificazione con Cristo tale da far superare qualsiasi tipo di difficoltà. Contrariamente a questo vescovo latino-americano, un asceta antico avrebbe scritto: 

Superati i piaceri del mondo e i legittimi piaceri matrimoniali, chi si unisce a Cristo pregusta per esperienza l’anticipo dei beni futuri per i quali è stata costituita la Chiesa. Nel suo Spirito io sento e vedo oltre ogni puro sentire e vedere umano, il Regno che mi attende, sento lo Sposo in me che mi conduce e m’ illumina nelle scelte che faccio, al punto che non esiste più alcun tormento od opposizione in grado d’impedirmi a raggiungerlo: è tanto il bene che mi sta dinnanzi che ogni ostacolo non ferma la mia corsa verso di Lui”. 

Questo tipo di scritto sintentizza l’esperienza di san Paolo e l’esperienza di tutti gli autentici santi, di coloro, cioè, che hanno avuto esperienze spirituali, non illusioni psichiche, seppur religiose. 

Lo scritto del latino americano mons. Fernández , invece, ci mostra un'esperienza psichica puramente umana che non condanno, in chi la vive con i corretti presupposti, ma che non è affatto l’esperienza che deve proporre la Chiesa, l’esperienza spirituale, appunto. 

Il fatto è, e qui arriviamo al punto essenziale, che questi ambienti ecclesiali sono oramai completamente psichici. L’ho scritto e giova ripeterlo ancora. Si sostituisce, così, lo psicologo al padre spirituale e la Chiesa diviene un’agenzia per vivere umanamente meglio, non per vivere come Cristo ha indicato. 
Ecco confezionata, senza colpo ferire e illudendo drammaticamente i credenti, un’anti chiesa. Chi edifica, coscientemente o meno, quest’anti chiesa, finisce per divenire anticristico. Non potrei usare un linguaggio meno esplicito, poiché tutti i fatti lo dimostranoE, d’altronde, chi è avezzo a leggere le omelie dei Padri della Chiesa, le loro Catechesi, alle quali rimando i miei lettori, non può non sentire un contrasto drammatico tra lo stile e il contenuto spirituale di questi santi autori e lo stile e il contenuto miserevolissimo di moltissimo clero (e alto clero!) odierno...

Nel mondo ortodosso, a volte fieramente anticattolico, a volte stranamente affascinato dal Cattolicesimo pure nei suoi aspetti più criticabili, lo spirito dei tempi attuali, dopo aver a lungo bussato, è penetrato in chi, soprattutto, ne è particolarmente predisposto. 

Un amico greco mi ha segnalato il caso di un sacerdote greco che, nel suo facebook, confidava: “Προσπαθώ να βρω επιχειρήματα εναντίον της καύσης των νεκρών... [Sto cercando di trovare delle scusanti all’incenerimento dei morti]” (vedi qui). In altre parole, per questo prete non dovrebbe esserci alcun problema, per un cristiano, incenerire il corpo di un defunto o, quanto meno, si dovrebbe trovare una scusa a tale pratica. 
 

 
La venerazione delle reliquie comporta un contatto fisico tra i resti di un corpo santificato e il fedele, contatto che trasmette benedizione e grazia. Qui non c'è spazio per alcuna opinione umanisitica con la quale si pensa che il contatto possa trasmettere malattie perché, nella grazia divina, non è possibile alcuna trasmissione di effetti negativi. Il solo pensarlo è blasfemo. Purtroppo è questo che si pensa in grandissima parte del Cristianesimo occidentale e ciò dimostra come quest'ultimo è succube di pregiudizi che nascono da presupposti atei, come la giustificazione, per motivi sanitari, della cosiddetta "comunione sulla mano".

Giustamente l’amico, che ha una buona formazione, mi chiedeva: “Se noi inceneriamo il corpo di un defunto, vissuto santamente, come potremo conservarne le reliquie?”. Il corpo, nella dottrina antica, è il “vaso” dello Spirito santo. È santificato come lo è l'intera persona al punto che il corpo dei santi può non subire il processo di decomposizione. In tal modo, s’inverte la legge naturale con la quale normalmente i corpi tornano alla terra sciogliendosi in essa. La reliquia è baciata dal fedele perché trasmette le energie santificanti con le quali il santo è stato elevato in Cielo; è un modo per entrare in contatto con lui e ricevere la benedizione di Chi lo ha santificato. Il corpo di un santo ha, dunque, un valore essenziale per il cristiano. Perciò, per estensione, ha valore il corpo di ogni cristiano defunto inserito, con il battesimo, nel mistero della morte e risurrezione corporale di Cristo. Questo dovrebbe essere chiaro nell’Ortodossia come una volta lo era nel Cattolicesimo. 

La cosa più impressionante è che l’opinione del sacerdote è appoggiata da alcuni per i quali, incenerendo il corpo, si determina un ambiente igienicamente più sicuro, come se andando nei cimiteri attuali ci si esponesse a chissà quali contagi! Sono idee umanistiche, come altre ancora che, oramai, stanno soffocando il Cattolicesimo. 

Tutto ciò mi dimostra che la chiarezza dottrinale antica si sta appannando pure in certi settori dell’Ortodossia, ossia che opinioni puramente umanistiche iniziano ad avere il sopravvento sullo stile tradizionale della Chiesa.

Vorrei far notare ai miei lettori che qui non trattiamo fatti marginali, concetti sui quali si può opinare liberamente senza intaccare la base sulla quale si appoggia la Chiesa. Trattiamo di elementi che si connettono in modo abbastanza essenziale con tale base al punto che rovinare quelli significa rovinare questa. 

Nel primo esempio più eclatante, quello del cattolico latino-americano, c’è la creazione di un’atmosfera che di ecclesiale oramai non ha più nulla al punto che vedere un prete che consiglia come baciare meglio è almeno patetico, oltre che avere idee totalmente estranee (se non opposte) alla sua missione ... Ma oramai è questo lo stile totalmente mondano di troppi ambienti cristiani dai quali i cristiani stessi farebbero bene a fuggire.

Questo tipo di chierici non rappresentano che loro stessi anche se, ufficialmente, portano titoli altisonanti e, ai più, sembra rappresentino ufficialmente la Chiesa. Purtroppo il tipo di Chiesa che essi contribuiscono a diffondere, è una chiesa pervertita, ossia strappata dalle radici neotestamentarie volute da Cristo. Cristo insegna ai suoi discepoli a fissare gli occhi al Cielo, non a baciare meglio!!!!!

Mi duole usare queste espressioni così forti ma, se voglio dipingere veramente la realtà, non posso che definirla con il suo nome. 

I miei lettori più attenti lo capiranno.
 
 

mercoledì 4 maggio 2016

Vocazioni sacerdotali in calo in tutto il mondo. Va male anche dove andava meglio
 
 
 
 
di Giorgio Bernardelli
 
La diminuzione delle vocazioni al sacerdozio? Non è più solo un fenomeno dell’Occidente: anche nelle diocesi del Sud del mondo i seminari iniziano a essere un po’ meno pieni rispetto a qualche anno fa. Nella domenica in cui la Chiesa cattolica celebra la Giornata mondiale delle vocazioni, con le ordinazioni sacerdotali presiedute dal Papa in San Pietro, uno sguardo ad alcuni dati recentemente diffusi dalla Santa Sede mostra in maniera chiara un’inversione di tendenza in atto ormai anche a livello globale. 
 
Da anni ormai l’Europa vive un calo sensibile nelle vocazioni al sacerdozio, che in tante diocesi ha portato alla diminuzione del numero delle parrocchie e a un’età media sempre più avanzata del clero. A livello globale, però, questo fenomeno veniva bilanciato da una crescita significativa delle nuove ordinazioni nelle diocesi del Sud del mondo. E questo faceva sì che il dato totale dei sacerdoti nel mondo fosse comunque in crescita. Con la conseguenza indiretta che, oggi, vi sono anche preti nati in Africa o in Asia che prestano il proprio ministero in parrocchie europee, in una sorta di «ricambio» del dono dei missionari fatto un tempo dalle Chiese di antica tradizione cristiana. 
 
Da qualche anno, però, il trend sta cambiando e anche in maniera relativamente rapida. A rivelarlo è l’Annuarium Statisticum, il libro che raccoglie le statistiche ufficiali della Chiesa cattolica nel mondo, la cui ultima edizione aggiornata al 31 dicembre 2014 è stata pubblicata all’inizio di marzo. Dall’analisi dei dati emerge, infatti, che se il numero dei cattolici globalmente rimane in crescita, quello dei preti si è stabilizzato intorno alle 415.000 unità. E se si va a guardare anche i dati sui seminaristi nel mondo ci si accorge che - dopo un massimo storico raggiunto nel 2011 - il numero complessivo dei candidati al sacerdozio sta cominciando a scendere. 
 
Entrando nel dettaglio: gli studenti di filosofia e teologia nei seminari erano 117.978 nel 2009 e sono saliti fino a quota 120.616 nel 2011; poi, però, è cominciato un calo lieve ma costante, che li ha portati a scendere a quota 116.939 nel 2014. E quando dal dato generale si passa a quello per continenti, alcune dinamiche emergono in maniera abbastanza chiara. L’unico continente nel quale i seminaristi continuano ad aumentare è l’Africa: erano 26.172 nel 2009, sono diventati 28.528 nel 2014. Crescita importante, vicina al 10%, ma comunque inferiore al tasso di crescita dei battezzati: infatti anche in Africa il tasso vocazionale - cioè il numero di seminaristi in rapporto alla popolazione cattolica - pur restando altissimo rispetto all’Europa, è sceso tra il 2009 e il 2014 da 43,51 a 38,12 preti ogni 100.000 persone. In pratica la crescita dei seminaristi africani appare oggi più legata alle dinamiche demografiche generali del continente che alla continuazione della primavera vocazionale. 
 
Discorso analogo per l’Asia, con la sola differenza che qui anche il dato assoluto ha cominciato a scendere: dopo il picco di 35.476 unità fatto registrare nel 2012, in due anni i seminaristi asiatici sono scesi a quota 34.469 (anche se va detto che - pur in discesa - il tasso vocazionale dell’Asia resta il più alto al mondo: 42,99 seminaristi ogni 100.000 battezzati).  
 
Se per Africa e Asia si tratta comunque di frenate dopo crescite impetuose, c’è invece una regione dell’America dove il calo dei seminaristi è oggi molto evidente. E - contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare - non sta nell’emisfero Nord. Se infatti in Stati Uniti, Canada e Messico il dato sulle vocazioni sacerdotali oggi è abbastanza stabile, è in Sudamerica che la crisi si fa sentire: in Brasile, Colombia, Argentina e nei Paesi vicini oggi i seminaristi sono quasi il 17 per cento in meno rispetto a soli dieci anni fa. E se si restringe lo sguardo ai soli ultimi cinque anni ci si accorge che la diminuzione percentuale in Sudamerica è stata più forte che in Europa. Al punto che anche il tasso vocazionale oggi è significativamente più basso: 7,73 seminaristi per 100.000 battezzati contro i 9,99 dell’Europa. L’unico posto al mondo dove i seminaristi sono diminuiti ancora di più è il Medio Oriente, dove però il calo delle vocazioni è stato un fenomeno del tutto particolare, legato alle guerre e persecuzioni che negli ultimi anni hanno portato alla chiusura di molti seminari.  
 
In sintesi: se questa tendenza dovesse continuare, per i cattolici in Africa, in Asia e in America Latina si prepara un futuro con più fedeli ma meno preti. Un dato che non potrebbe non andare a incidere profondamente sul volto complessivo della Chiesa del XXI secolo.

martedì 3 maggio 2016

Prendere sul serio la Croce di Cristo


di Marco Mancini 

La domenica di Pasqua Canale5 ha trasmesso in prima serata The Passion of the Christ, il discusso film di Mel Gibson sulla passione e la morte di Gesù: è necessario chiedersi il motivo per cui tale pellicola continua ancora a impressionare gli spettatori, come mi hanno confermato amici e conoscenti che ne hanno descritto la visione come sconvolgente, tale da far loro addirittura riconsiderare il proprio rapporto con la fede.

Cosa c’è di tanto speciale nel film di Gibson? La risposta è semplice: c’è una Passione raffigurata in tutta la sua crudeltà e la sua concreta “materialità”, di cui spesso tendiamo a dimenticarci o che, comunque, tendiamo a dare per scontata. Noi tutti, che abbiamo assorbito il cattolicesimo con il latte delle nostre madri, che siamo cattolici “sociologicamente” prima ancora che nella professione di fede, spesso non riusciamo ad avere fino in fondo la consapevolezza della vicenda storica della Passione e della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, tanto siamo abituati a sentirne parlare fin da bambini quasi fosse una “favola” per l’infanzia, o un racconto mitologico.
“The Passion of the Christ” ha ricordato a molti, anche in maniera brutale, che dietro il mistero della nostra Redenzione c’è un Sacrificio che non rimane sulla carta, che non è frutto di elucubrazioni teologiche o oggetto di teorizzazioni filantropiche, ma che è fatto di carne e sangue. È San Giovanni, non a caso testimone della crocifissione, a ricordarci nella sua prima lettera che Cristo è venuto “non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (1Gv 5,6). Senza l’esperienza della Croce, ha scritto Benedetto XVI, “quel che resta del cristianesimo è «acqua» - la parola senza la corporeità di Gesù perde la sua forza. Il cristianesimo diventa puro moralismo e questione di intelletto, ma gli mancano la carne e il sangue” (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, p. 284).

Questo è lo scandaloso “materialismo” cristiano: bisognerebbe spiegarlo, ad esempio, al “filosofo” Galimberti, che dall’alto della sua abissale ignoranza ha accusato di incoerenza i cattolici che difendono la famiglia naturale e la natura procreativa del matrimonio, dal momento che – a suo giudizio – essi dovrebbero avere una visione “spirituale” e non “materialista”. Il Cristianesimo si distingue da tutte le altre fedi perché non è semplicemente una dottrina religiosa, o un insieme di precetti morali: esso è un fatto, che pretende di collocarsi all’interno della storia umana. Per citare il compianto Cardinale Giacomo Biffi, “il Cristianesimo è un fatto. E i fatti non si scelgono, i fatti sono”. L’atto di fede del cristiano, e del cattolico in particolare, si gioca anzitutto sulla credibilità storica di quanto raccontato dai Vangeli, dalla nascita di Gesù alla sua resurrezione.

La storicità del sacrificio salvifico di Cristo, del resto, non impedisce di coglierne la portata metafisica, cosmica e, per così dire, simbolica. René Guénon scriveva, nell’introduzione alla sua opera “Il simbolismo della croce”, che “si è troppo indotti a pensare che l'ammissione di un senso simbolico implichi l'esclusione del senso letterale o storico”: è senz’altro possibile sottoscrivere questa considerazione, facendo però i dovuti distinguo. Se per Guénon il fatto storico non è altro che il corrispondente simbolico, nell’ordine inferiore, di un principio superiore e metafisico, nell’ottica cattolica esso ne rappresenta invece la realizzazione, il pieno compimento. Non colgono dunque nel segno, risultando anzi risibili, tutti gli argomenti che vorrebbero ridurre i dogmi della fede cristiana a pallide imitazioni di altri culti ad essa precedenti o contemporanei, dalla religione egizia al mitraismo. Non c’è da stupirsi che elementi “archetipici” fondamentali della storia delle religioni (il problema dell’espiazione, la nascita verginale della figura messianica, il ciclo cosmico vita-morte-rinascita) ricorrano nell’epoca che precede la nascita di Cristo: ciò che conta è che tutto ciò trovi un compimento reale, concreto e storicamente documentato nella vicenda terrena del Dio incarnato in Gesù, che presenta peraltro notevoli elementi di originalità.

Si può dunque comprendere il fascino che il Cristianesimo nascente esercitò su una parte del mondo romano, da tempo ammaliato dalle suggestioni dei culti misterici orientali, fondati proprio sul ciclo vita-morte-rinascita e sulla “liberazione” offerta agli adepti dal rito iniziatico. A tale riguardo, è bene specificare che, con buona pace di una certa vulgata di stampo pauperistico, il Cristianesimo si diffuse anzitutto nelle classi agiate, tra l’aristocrazia di rango senatorio e anche negli ambienti della corte imperiale (vedi, tra le altre, l’opera di Marta Sordi “I cristiani e l’Impero Romano”). Cristo crocifisso, definito da San Paolo “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, era pur tuttavia il Dio-uomo in cui quel ciclo cosmico aveva trovato la sua realizzazione, non solo simbolica ma concretissima. E ai suoi “adepti” era dato addirittura di cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue, realmente presenti sotto le specie eucaristiche e offerti in sacrificio sulla Croce per la redenzione del genere umano.

Questo è, infatti, il significato principale della Passione di Cristo. L’umanità ha da sempre riconosciuto la necessità di purificarsi dal male, di espiare i propri peccati e reintegrare il mondo nella sua purezza originaria. Nella storia delle religioni è stato tradizionalmente utilizzato lo strumento del “sacrificio vicario”: animale, persino umano. Nell’Ebraismo antico, ad esempio, nel giorno dello Yom Kippur il coperchio dell’Arca dell’Alleanza veniva asperso con il sangue di un giovenco immolato in sacrificio di espiazione. Secondo le parole di Joseph Raztinger, “l’idea di fondo è che il sangue del sacrificio, nel quale sono stati assorbiti tutti i peccati degli uomini, toccando la divinità stessa viene purificato e così, mediante il contatto con Dio, anche gli uomini rappresentati da questo sangue vengono resi mondi”. Si tratta di un pensiero, prosegue Ratzinger, “che nella sua grandezza e, insieme, nella sua insufficienza è commovente, un pensiero che non poteva rimanere l’ultima parola della storia delle religioni”.
 
L’ultima parola, infatti, è Cristo, che pone termine all’età dei sacrifici trasformando se stesso in sacrificio unico e definitivo di espiazione, “per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati” (Rm, 3,25), secondo quanto predetto da Isaia attraverso la figura del “servo sofferente” (Is 53). Egli è l’Agnello di Dio, che prende su di sé (tollit) i peccati del mondo e si immola per la redenzione di tutto il genere umano. “In Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono in contatto. In Lui si realizza ciò che il rito del giorno dell’Espiazione intendeva esprimere: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. Accostarsi alla croce, entrare in comunione con Cristo significa entrare nell’ambito della trasformazione e dell’espiazione”.

Quanti di noi percepiscono fino in fondo questo grande mistero? Quanti intendono realmente che nella Santa Messa l’unico sacrificio di Cristo si rinnova in maniera incruenta? Quanti hanno la consapevolezza di trovarsi sotto il Calvario, ogni volta che assistono alla consacrazione delle specie eucaristiche? Più semplicemente, quanti pensano davvero alla Croce di Cristo come a un evento storico che ci interpella qui ed ora e non può lasciarci indifferenti, e non a uno dei tanti simboli religiosi da ostentare o nascondere a seconda delle circostanze? Ben venga, allora, la Passione di Mel Gibson, se serve a scuotere le nostre coscienze e a darci la consapevolezza che, come recita l’Apocalisse e come il Crocifisso del regista australiano confida alla Madre lungo la sua ascesa al Golgota, Egli ha fatto nuove tutte le cose.
 

Solo Putin l’ha capito

“Senza Cristo crolla la civiltà.

Solo Putin l’ha capito”

 
 
 

MB – Questo sopra è il titolo di un recente articolo di Pat Buchanan: grande giornalista, intellettuale, conservatore di vecchio stampo (quindi ostile ai neo-conservatives),  molti anni fa si  candidò anche alla Casa Bianca, naturalmente senza esito. Traduco qui questa sua limpida diagnosi della malattia   terminale dell’Occidente. Per molti motivi,  che alcuni capiranno,  e renderanno  altri lettori  rabbiosi: non ultimo movente di questo post, lo confesso. 
 
“In una  delle sue ultime colonne, Dennis Prager [un altro influente columnist] ha un’acuta osservazione: “La stragrande  maggioranza degli intellettuali conservatori ha una visione della vita laica.  Essi non si rendono conto del  disastro a cui l’ateismo ha portato in Occidente”.
Questi  conservatori a-religiosi  credono che “l’America può sopravvivere alla morte di Dio e della religione”, ma – dice Prager – sbagliano. La religione di un popolo, la sua fede, crea la sua cultura, e la sua cultura crea la sua civiltà.  E quando una fede muore, muore la cultura, muore la civiltà  – e anche quel popolo comincia a morire.

Non è questa la storia attuale dell’Occidente?  Oggi nessuna grande nazione dell’Occidente ha una natalità capace di scongiurare  l’estinzione dei suoi nativi. Per la fine del secolo, altri popoli ed altre culture avranno in  gran parte ripopolato il Vecchio Continente.  L’Uomo Europeo pare destinato a finire come le 10 tribù perdute di Israele:  superate  in numero, assimilate e scomparse.  E  mentre i popoli europei, Russi, Tedeschi, Britannici, Baltici, calano in numero,  la popolazione dell’Africa,  stima l’ONU, raddoppierà in 34 anni, giungendo a due miliardi.

Che cosa è avvenuto all’Occidente?

Come ha scritto G.K. Chesterton, quando gli uomini cessano di credere in Dio, non è che da  allora non credono in nulla; è che credono a qualunque cosa. Le elites europee, cessato di credere nel Cristianesimo, cominciarono a convertirsi alle ideologie, quelle che Russel Kirk chiamava “religioni secolari”.  Per un certo tempo, queste religioni laiche – Marx-leninismo fascismo, nazismo – hanno conquistato i cuori e le menti di milioni.  Ma sono oggi tra gli dèi che hanno fallito nel 20 secolo.


Pat Buchanan 918Adesso l’Occidente abbraccia  le fedi più nuove: egualitarismo, democratismo, capitalismo, femminismo, ambientalismo, mondialismo.  Anche queste danno  significato alle vite di milioni; ma anche queste sono sostituti inadeguati della fede che ha creato l’Occidente.  Ciò, perché  manca  a loro la cosa che il cristianesimo ha dato all’uomo:  una causa non solo per la quale vivere, e per la quale morire, ma un codice morale con cui vivere tutti i giorni – con la promessa che,  termine di una vita vissuta secondo quel codice,  viene la vita eterna.
L’Islam fornisce questa promessa.   Il secolarismo, non ha niente da offrire che eguagli una simile speranza.

Se guardiamo ai secoli passati, vediamo quel che ha fatto la fede.   Quando, dopo la caduta dell’impero romano, l’Occidente abbracciò il cristianesimo come fede superiore a tutte le altre – in quanto il suo fondatore era il Figlio di Dio – l’Occidente  è andato avanti a creare la civiltà moderna, e poi è uscito alla conquista del mondo conosciuto.

Le verità che l’America ha insegnato al mondo, l’inerente dignità e  valore dell’uomo, e l’inviolabilità dei diritti umani, risalgono alla cristianità, che insegna che ogni persona è figlia di Dio. Oggi però, con il cristianesimo morto in Europa, e lentamente morente in America, la cultura occidentale  diventa sempre più corrotta e decadente, e la civiltà occidentale è visibilmente in declino.  Rudyard Kipling ha previsto tutto ciò in “Recessional”:
“Le  nostre flotte inviate lontano si son dissolte, su dune e promontori affonda il fuoco: ecco, tutta la grandiosità di ieri  ha avuto lo stesso destino di Ninive e Tiro”.

Tutti gli  imperi dell’Occidente sono svaniti, e i figli dei popoli un tempo soggetti attraversano il Mediterraneo per ripopolare i paesi materni, i cui abitanti nativi invecchiano, calano e muoiono.  Dal 1975, due sole  nazioni europee hanno mantenuto un tasso di natalità sufficiente a tener vivi i loro popoli: l’Albania musulmana e l’Islanda.  Date le popolazioni che rimpiccioliscono e le ondate di immigrati che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente, prima della fine del secolo si può prevedere un’Europa islamica.

Vladimir Putin, che ha visto da vicino la morte del marxismo-leninismo, sembra capire l’importanza cruciale del cristianesimo pe Madre Russia; cerca di far rivivere la Chiesa ortodossa e di  iscrivere il suo codice morale nella legislazione  della Russia.

E che dire dell’America, il “Paese di Dio”?  Il cristianesimo è stato  scomunicato dalle scuole e dalla vita pubblica da due generazioni; l’insegnamento del Vecchio e Nuovo Testamento rigettato per legge; e da allora abbiamo assistito  a un declino sociale sorprendentemente ripido.  Dagli anni ’60 l’America ha toccato nuovi record in fatto di aborti, delitti violenti, carcerazioni, consumo di stupefacenti.  Lo Aids non è comparso che dopo gli anni ’80, ma centinaia di migliaia ne sono già morti, e milioni soffrono di questa e delle patologie connesse.

Il 40 per cento  delle nascite in Usa avvengono fuori dal  matrimonio.  Per gli ispanici, il tasso di nascite illegittime è oltre i 50%; per i neri, oltre il 70.   Nelle scuole superiori americane  i punteggi degli studenti scendono di anno in anno, e si avvicinano ai dati del Terzo Mondo.  Il suicidio sta crescendo come causa di morte fra i bianchi di mezza età; e le visioni laiche non  hanno  risposta alla domanda: ‘perché non farlo?”.

Come ha scritto Samuel Johnson: “E’ piccolissima la parte di sofferenze del cuore umano  che leggi e re  possono curare”.   I conservatori secolaristi forse hanno dei rimedi per alcune delle malattie dell’America. Ma, come ha visto Johnson, nessuna politica laica può curare la malattia dell’anima dell’Occidente: la perdita della fede, perdita che appare irrecuperabile”.

http://russia-insider.com/en/politics/if-god-dead/ri14082
http://buchanan.org/blog/if-god-is-dead-125152

(un mio commento )
Che la civiltà occidentale sia giunta al suo capolinea  epocale – o nel suo vicolo cieco –  , è sensazione comune anche (spero per loro) fra gli atei:  crisi terminale del capitalismo che non sa come uscirne avendo consumato tutta la valigia dei trucchi, degrado morale e dissociazione sociale, consunzione dell’individualismo edonista in nichilismo e voglia di morte. Le nuove “conquiste” e i “diritti”   per cui si battono gli ultimi  progressisti non hanno  la forza di ottimismo delle vecchie “magnifiche sorti e progressive” della grandi loro ideologie:  sono conquiste mortuarie e funebri, l’aborto, l’eutanasia, i “matrimoni” spettrali fra funerei invertiti…

Ci arrivano (forse) anche loro, le masse atomizzate e  ormai disorientate di desideranti, consumatori insaziabili di prodotti-standard e i loro “dirigenti” e  psico-poliziotti del progressismo. Ciò che rigettano con furia, con rabbia pazza ( e perciò sospetta: hanno terrore) è   la diagnosi che Buchanan enuncia con tanta franca semplicità: la nostra civiltà è al capolinea perché ha rifiutato la fede.  Quella cristiana, specificamente.   L’odio irrazionale, sbavante,   che il progressismo radicale vigente  tributa a Vladimir Putin è il presentimento che la salvezza della civiltà richieda una “rettificazione”, l’adesione a un codice morale quotidiano, a dogmi esigenti fondati nella storia del popolo, la rinuncia all’edonismo microscopico e  pullulante; la fine della vacanza dell’edonismo dozzinale e  standard a  cui  le masse atomizzate  europee si credono (son fatte credere) “liberate”, emancipate dai “dogmi e tabù”.

E’  comicamente sintomatica,  per contro, l’adorazione che i gestori intellettuali del progressismo terminale – da  Pannella a  Bertinotti, da Eugenio Scalfari all’intero corpo dei giornalisti ‘de sinistra’  – tributano a “Francesco”,  come lo chiamano affettuosi: proprio mentre – con l’alta  gerarchia clericale  –   questo  è impegnato freneticamente a  diroccare l’edificio che ha creato la  civiltà, la moralità  civile, la cultura, i  nobili costumi (la Cavalleria)  oggi stracciati e calpestati,  a smontare la Chiesa de-sacramentalizzandola, per farla diventare un’ausiliaria della religione generica adatta al governo unico mondiale – questi miscredenti smarriti, adoranti, aspettano da  ‘Francesco’ una via  d’uscita al capolinea in cui si sono  cacciati.  Son diventati clericali, ad ogni occasione citano le frasi di “Francesco”:  ovviamente le più anticristiane, tipo “chi sono io per giudicare?”.   Bevono da lui il loro nuovo catechismo, che li conferma nella “fede” laica.  Che buffo  e triste spettacolo.  Mortuario anche questo.
Ma ciò non esime noi – i quattro gatti cattolici rimasti – da chinarci sull’ultima parola di Buchanan.  “Irrecuperabile”. Anche noi, che “crediamo” di aver fede, siamo feriti dalla temperie, dal Satana collettivo che infuria sull’Occidente come leone ruggente.  Non basta riconoscere che ci vuole la fede cristiana per mantenere e ricostruire la civiltà; la fede, bisogna averla,  viverla. Lo facciamo davvero, noi che andiamo a Messa?   Le protezioni soprannaturali diroccate dalla Gerarchia traditrice, c’erano nella liturgia, ci lascia esposti al leone ruggente.  

 La nostra fede è davvero più che una briciola?

Molto recentemente un personaggio cattolico militante, di cui non vale  la pena di dire il nome, un co-fondatore di Alleanza Cattolica, un “tradizionalista”, ha annunciato all’organizzazione di rinunciare a tutte le cariche perché – lasciata moglie e quattro figli –  a 61 anni  va’ vivere in USA con la sua amante.  A New York, la capitale del Tramonto, molto simbolico trasloco.

Dopo l’inevitabile ghigno maligno (era un mio avversario, ultra filo israeliano, frequentatore dell’universtà di Herzlya, ossia del Mossad…) mi sono chiesto: può capitare anche a me?  Quello si è svestito della sua “fede cattolica” come fosse un abito…che dico, un abito? Come fosse una maschera di carnevale, un naso finto di cartapesta applicato sul volto con l’elastico,  di cui s’è liberato   senza difficoltà alcuna  per andare a inseguire un po’ di sesso, un piacere di cui doveva pur sapere – pieno com’è di dottrina – che  inganna e non dura, di cui si pentirà presto.  Il suo vero volto era dunque questo, l’edonismo dozzinale e standard; e la fede in Cristo, solo  il suo costume carnevalesco,   il suo naso di cartapesta.

Anche la mia – la mia personale – è forse un naso di cartapesta. E’ posticcia e superficiale  come un costume di carnevale. Lo so. Sono anch’io della generazione infettata. Mi guardi la Vergine santa, perché posso fare lo stesso, e anche peggio. Io credo – anzi- so – che questa generazione  che s’è emancipata farà  la fine di tutte le civiltà che si “liberarono”: sarà spazzata via dal mondo, perché ne è diventata un peso inutile. So  –  più che credere so – che l’uomo è fatto per servire Dio, e quando cessa,  viene sostituito. La Chiesa è diroccata e senza rifugio, siamo rimasti quattro gatti e la nostra fede non è minimamente sufficiente per affrontare i tempi, la crisi epocale e il Leone ruggente.

Però, posso testimoniare una cosa. Verissima. In questi tempi, con “questa”  Chiesa  in dissoluzione, con un cattolicesimo che ha rinunciato alla missione e preti che insegnano la “pastorale ecumenica”  – ci son giovani che vengono chiamati. Vengono scelti ad uno ad uno, ricevono chiamate attraverso incontri e messaggi   che è impossibile raccontare – perché sono inequivocabilmente soprannaturali.  Ne ho conosciuto, nell’ultimo anno, almeno tre. Erano giovani perduti,  immischiati nei piaceri standard; giovani a cui nessuno ha mai parlato della fede (salvo un vecchia nonna) specificamente cattolica. Eppure,  dopo aver risposto alla chiamata, all’incontro con ua persona mai più  incontrata, essi riscoprono tutto: intendo tutto il cattolicesimo. Tradizionale, tomistico, liturgico e gregoriano,  quello abbandonato dalla Chiesa gerarchica.  Sono cattolici integrali. Uno di questi chiamati  m’è venuto a trovare  qualche settimana fa, adesso, sposato e con figli,   insegna (insegna!)  Tommaso d’Aquino, la  philosphia perennis, in una università spagnola: con santa faccia tosta e vera dottrina. La dottrina che chi l’ha chiamato,  gli deve aver insegnato.  Io ho un briciolino di fede, che non resisterà alla persecuzione. Ma vedo che Cristo sta chiamando uno per uno quelli che la ricostruiranno, in un futuro molto prossimo che io non vedrò;  sta  arruolando i commandos,  i martiri gloriosi, gli eroi virili – e qualche amazzone ferocissima –  dell’ultima battaglia.

Quindi, sono sereno. Ci sarà una civiltà, anche nel domani che non vedrò, dopo la catastrofe. I cristiani saranno forti allora.   Ci sarà un impero cristiano, come dicono alcune profezie – non una repubblica.  Un impero santo.  Non  una democrazia.

lunedì 2 maggio 2016

Concilio panortodosso

Tutti i nodi vengono al pettine ...


Il modo di concepire la Chiesa nella Patristica antica è molto ben definito: la Chiesa di Cristo è una (vedi il Credo Niceno - Costantinopolitano), nonostante siano da sempre esistite comunità cristiane in non comunione tra loro. I Padri hanno un pensiero netto e tranciante: al di fuori dell’unica Chiesa di Dio non c’è la Chiesa e neppure la salvezza voluta da Dio attraverso Cristo.
 
Nei secoli questo pensiero si è pian piano addolcito, considerando che le persone che nascono in una comunità ecclesiale non unita con “l’unica Chiesa di Cristo” non possono essere definite estranee ad una certa opera di Cristo stesso. In questo modo si ha cercato di mantenere lo spirito antico, spirito di precisione alla lettera dei Padri, con le condizioni dei tempi o le situazioni che non suggerivano un’impostazione troppo rigida.

Alla vigilia del concilio Vaticano II, nel mondo cattolico, si ereditava questo concetto tradizionale, in ultima analisi patristico, di Chiesa: la Chiesa è una e chi vuole partecipare a quest’unità deve unirsi ad essa e abbandonare quanto ostacola tale unione.
 
Poi tutti sanno come, attraverso vari documenti e nuovi orientamenti, si è pervenuti ad un altro concetto, concetto che ultimamente è cambiato ancora per divenire di fatto il seguente: ogni Chiesa partecipa a qualcosa della verità di Cristo, l’unione delle varie verità, quindi delle diverse Chiese tra loro, ricostituisce l’unica verità perduta. Mi sembra che alcuni sostenitori di tale idea tendano a pervenire ad un certo agnosticismo pratico, dal momento che, alla fine, la pienezza della verità non è mai da nessuna parte.

Il mondo ortodosso ha conservato fino ad oggi il concetto tradizionale e patristico di Chiesa per cui un conto è la Cristianità, che può essere divisa da chi ha credenze eterodosse, un conto è la Chiesa che, partecipando da sempre e intimamente al mistero di Cristo, non ha mai cessato di essere Una.

In questi mesi si sta preparando il Concilio panortodosso che riunirà patriarchi e vescovi ortodossi. È stato reso noto già qualche testo (vedi qui in traduzione francese) da discutere e approvare e tale testo è stato redatto da studiosi e vescovi del Patriarcato Ecumenico. Come d’altronde immaginavo tale testo ha generato forti critiche. Alcuni centri teologici e personalità del Patriarcato ecumenico sono noti per le loro posizioni molto avanzate all’interno dell’Ortodossia. In parole povere, essi tendono a  seguire e cercano di proporre, a distanza di alcuni decenni, l’evoluzione avvenuta nel mondo cattolico almeno in qualche suo aspetto. Il loro problema (per fortuna!) è che non essendoci un’autorità centrale in grado d’imporre la sua volontà, l’introduzione d’idee che si oppongono nettamente alla tradizione antica, non sarà affatto facile (*).

Sono così già avvenute diverse proteste da parte di teologi e da parte di membri della Chiesa ortodossa bulgara. La miccia, diciamo così, è stata accesa da un teologo greco, Dimitrios Tselengidis, professore di dogmatica alla Facoltà di teologia dell’università Aristotele di Salonicco.
 
Questo teologo osserva giustamente che non si può giustapporre la teologia patristica sulla Chiesa con alcune concezioni sincretistiche attualmente di moda, a meno di non rovinare la Chiesa stessa “la legittimazione del sincretismo ecumenistico cristiano attraverso la decisione di un concilio panortodosso sarebbe catastrofica per la Chiesa”, egli dice.
Poi aggiunge:

[Nel documento preparatorio al concilio panortodosso] è scritto che, la Chiesa ortodossa con la sua partecipazione al movimento ecumenico, “ha per obbiettivo di spianare la via che conduce all’unità”. Qui si pone una domanda: sapendo che l’unità della Chiesa è un fatto riconosciuto, che tipo di unità delle Chiese è ricercata nel contesto del movimento ecumenico? Questo forse non significa il ritorno dei cristiani occidentali alla Chiesa una e unica? Un tal significato, comunque, non traspare né nella lettera, né nello spirito dell’intero testo. Al contrario, in realtà, è data l’impressione che esiste una divisione stabilita nella Chiesa e che le prospettive dei dialoghi hanno per scopo l’unità di una Chiesa lacerata.

Bene inteso: non è fine di questo blog dichiarare a voce alta che l’Unica Chiesa è nel Cattolicesimo o nell’Ortodossia. Qui mi fermo prima e constato che nella letteratura dei santi Padri c’è un concetto ben preciso, in gran parte abbandonato in Occidente: la Chiesa è sempre stata una e non si è mai divisa!
Questo concetto oramai viene messo in dubbio perfino in certe parti del mondo ortodosso e il documento in preparazione al concilio panortodosso sembra lo specchio di questo dato di fatto che io stesso ho lungamente verificato in alcuni esponenti ortodossi in Italia che parlano abitualmente di “Chiesa indivisa del primo millennio...” come se nel secondo millennio tale caratteristica fosse venuta meno.
 
L’Ortodossia seguirà, dunque, i passi del mondo cattolico, oramai quasi indifferente dinnanzi agli stessi temi teologici, reputati “anticaglie” di un mondo passato? 

 ____________


 (*) La mancanza di un "papa" che impone autoritativamente la sua volontà su tutta la Chiesa, sembra voler essere sostituita dalla volontà di un Concilio al quale tutta l'Ortodossia dovrebbe sottomettersi. Con questo grimaldello si cerca d'introdurre novità inaudite.
Tuttavia, sia il teologo greco sia molti esponenti della Chiesa bulgara ricordano che non è il Sinodo in se stesso o l'autorità in se stessa a fare la verità se quest'ultima non riflette la tradizione ininterrotta della Chiesa. Nella Chiesa ortodossa il criterio finale è sempre la coscienza dogmatica vigilante del pleroma della Chiesa che nel passato ha convalidato o considerato come "brigantaggi" addirittura dei concili ecumenici. Il sistema conciliare in se stesso non assicura la giustezza della fede ortodossa. Se questo criterio fosse stato conservato anche nel mondo cattolico, invece di essere sostituito dal clericalismo impositivo, si sarebbero evitati molti problemi... 
 
fonte: http://traditioliturgica.blogspot.it/

immigrazione per islamizzare

Il vescovo ungherese parla chiaro: "L'immigrazione porta all'islamizzazione dell'Europa"

 
Gyula Márfi, arcivescovo di Veszprém, una delle principali autorità ecclesiastiche dell'Ungheria, ha rilasciato una intervista su cui riferisce Il Giornale del 28 aprile, che mostra un altissimo grado di cultura, precisione, buona volontà: "In Europa momentaneamente tutti credono a ciò che vogliono, ma generalmente nessuno crede in niente. Questo è un terreno ideale da conquistare per l'Islam".

 È evidente per tutti noi che la soluzione è culturale e identitaria, ma anche e soprattutto spirituale e dunque ecclesiale: altro che "non fare proselitismo" ... Ciò che serve è la rievangelizzazione autentica della nostra società ormai più che secolarizzata, nichilista! I precedenti pontificati ne parlavano. Ora si enfatizza la Nuova Religione Mondialista [
qui - qui]


In occasione di una conferenza ha spiegato che l'Islam ha come chiaro obiettivo quello di esportare i propri valori. E che in questo momento i flussi stanno fungendo da vettore per questo loro fine
L'immigrazione è un veicolo che rischia di portare all'islamizzazione dell'Europa. A dirlo è Gyula Márfi, arcivescovo di Veszprém, una delle principali autorità ecclesiastiche dell'Ungheria.

In occasione di una conferenza dal titolo 'Problemi demografici nel Mediterraneo nel 19° e 20° secolo' non ha usato mezzi termini.

“Penso che la migrazione prevalentemente non abbia cause, ma scopi specifici" ha detto. "Chi parla solo di cause mente o si sbaglia. La sovrappopolazione, la povertà o la guerra hanno solo un ruolo di secondo o di terzo grado nella migrazione.”
“Presso le famiglie musulmane nascono 8-10 bambini prevalentemente non per amore ma perché loro si ritengono esseri superiori e il Jihad impone loro di conquistare in qualche modo tutto il mondo” ha poi continuato. “Nella Shari’ah possiamo leggere che il mondo è costituito dal Dar al-Islam e dal Dar al-Harb, cioè territorio di guerra che in qualche modo va occupato. Questo è scritto, i musulmani devono solo impararlo a memoria. Discuterne è vietato, loro eseguono solo ciò che devono fare".
Secondo l'arcivescovo l'attuale obiettivo degli islamici sarebbe quello di conquistare l'Europa, che non è pronta a rispondere all'attacco.
“Momentaneamente lo scopo è quello di occupare l’Europa, dove momentaneamente tutti credono ciò che vogliono, ma generalmente nessuno crede niente. Questo è un terreno ideale da conquistare per l’islam”.
l'arcivescovo ha poi aggiunto che nessun continente può sopravvivere a lungo senza un’ideologia forte e che bisognerebbe accorgersene e prendere seriamente in considerazione il fatto che la migrazione ha come scopo finale l’islamizzazione dell’Europa.
“Bianka Speidl, un’esperta di islam, recentemente ha riferito che ad una conferenza tenuta sull’islam a Londra un professore musulmano americano ha chiesto scusa per gli atti terroristici con cui mettono in cattiva luce l’islam. Gli universitari musulmani presenti in grande numero gli hanno fischiato come risposta. Bisogna meditarci e considerarlo”.
“Se l’Europa diventa Dar al-Islam, allora essa cesserà di esistere. Questo lo dobbiamo considerare, come accettare l'idea che ciò porterebbe alla fine della libertà e dell’uguaglianza”.
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2016/04/il-vescovo-ungherese-parla-chiaro.html