lunedì 25 aprile 2016

inizia la settimana santa (cal. giuliano)


Dieci cose da ricordare per la Settimana Santa

 
di padre Theophan Whitfield
 
(Predica alla quinta domenica della Grande Quaresima)

Questa mattina, abbiamo sentito Giacomo e Giovanni che esprimono il desiderio di essere seduti con Cristo nella sua gloria. E il nostro Signore, per metterli alla prova, chiede se sono in grado di bere il calice che egli beve, e di essere battezzati con il battesimo con cui egli è battezzato. Giacomo e Giovanni dicono "Lo siamo!" La risposta da parte di Gesù, in poche parole, è: fate attenzione a ciò che desiderate, perché lo potreste ottenere.

Oggi è l'ultima Domenica della Grande Quaresima, e il venerdì sera, appena cinque giorni da oggi, inizierà la celebrazione della Settimana Santa. Venerdì sera si aprirà una processione lunga dieci giorni verso la croce, la tomba e la risurrezione.

E mentre ci prepariamo, il nostro Signore estende a noi lo stesso invito che ha esteso a Giacomo e Giovanni. Tutti noi desideriamo vedere la sua gloria, desideriamo essere al suo fianco a Pasqua, e Gesù, prima dice a voi e a me, "ma siete in grado e siete disposti a bere il calice che io bevo? Siete in grado di camminare con me nella Settimana Santa? Siete disposti a essere al mio fianco, e a portare la mia croce con me?"

Spero che la vostra risposta sia sì. Spero che la Pasqua non sia solo una Domenica in cui ci mostriamo a tutti, senza aver riservato nessun pensiero a Cristo nei giorni della Settimana Santa.

Per aiutare a prepararci – per aiutarci a bere dallo stesso calice del Signore – ho voluto condividere una lista di 10 cose da fare durante la Settimana Santa. Si tratta di dieci raccomandazioni su come essere battezzati con lo stesso battesimo con cui il nostro Signore è battezzato.

(1) Andate al maggior numero di funzioni possibile. Ne offriamo un gran numero. Generalmente, almeno due ogni giorno. E se non potete andare a ogni funzione, mettere da parte del tempo per leggere in spirito di preghiera al momento delle funzioni a cui non potete assistere. È attraverso il culto che torniamo a unirci a Cristo. Le funzioni della Settimana Santa non sono solo esercizi di memoria. La Settimana Santa è una sola liturgia ininterrotta che per più di dieci giorni ci invita a partecipare all'amore salvifico di Gesù Cristo, non solo a ricordare alcuni eventi avvenuti molto tempo fa. L'amore che Gesù mostra è reale, è presente, e noi siamo invitati attraverso il culto a riceverlo.
Vi sembra irragionevole andare in chiesa così tanto in una sola settimana? Certo che lo è! Ma l'amore di Cristo per noi è estremo e intenso. E così noi restituiamo quell'amore durante la Settimana Santa in un modo che è al di là della ragione!

(2) Intensificate il vostro digiuno. Ogni persona è chiamata a digiunare per quanto è in grado. Alcuni sono in grado di digiunare di più, alcuni di meno. Durante la Settimana Santa, ognuno di noi dovrebbe aumentare l'intensità del digiuno. Pensate a come avete seguito il digiuno fino a questo punto. Durante la Settimana Santa, continuate ciò che fate, e fatene un po' di più. Digiunate solo un paio di giorni a settimana? Aumentate il numero dei vostri giorni di digiuno. Vi astenete solo dalla carne? Considerate di astenervi pure dai latticini. Considerate l'idea di fare piccoli pasti ogni volta. Per alcuni, può essere possibile mangiare solo due piccoli pasti al giorno anziché tre. La Settimana Santa è un momento in cui dobbiamo aumentare la nostra fame di Cristo, e la fame fisica è un modo per farlo. La fame fisica ci ricorda che abbiamo bisogno di ciò che Dio offre, e il digiuno ci aiuta a concentrarci sull'amore di Cristo. Il digiuno è difficile, ma ricordate il buon dono che ci attende alla Liturgia pasquale della Risurrezione – il buon dono di Cristo stesso!

(3) Create silenzio. Disconnettetevi interamente dal telefono cellulare, dalla pasta elettronica, dall'uso di Internet e in particolare dei social media. (Se una di queste cose è necessaria per il lavoro o la scuola, designate una finestra di utilizzo di non più di un paio d'ore). Non guardate la TV e non ascoltate la radio. Annullate lezioni, sport e attività sociali. È solo per una settimana. Il mondo sarà ancora lì dopo Pasqua. Quando creiamo silenzio in questo modo, ci permettiamo lo spazio e la possibilità per essere attratti più profondamente da Cristo nelle sue parole e azioni durante la Settimana Santa. Togliamo alcune delle barriere artificiali che ci separano dal "bere al suo calice" (Marco 10:38). E se non creiamo silenzio, il rumore di questo mondo potrà facilmente sopraffare la "piccola voce quieta" attraverso la quale parla lo Spirito Santo (1 Re 19:12). Per ascoltare la voce di Cristo, dobbiamo mettere a tacere la cascata incessante di distrazioni con cui lasciamo che il mondo introduca tutta la sua forza nei nostri cuori e menti.

(4) Create preghiera. Accendete un po' di musica di chiesa. In particolare, ascoltate gli inni della Settimana Santa. E imparare qualcosa su ogni inno che sentite: In quale giorno cantiamo questo inno? Durante quale funzione? Qual è il luogo e lo scopo di questo inno? Gli inni della Settimana della Passione creano echi sacri che aiutano a collegare il nostro culto con il resto della vita quotidiana. Cantare "Ecco lo sposo viene nel mezzo della notte" alle funzioni con cui inizia la Settimana Santa è buono, ma ascoltare e cantare lo stesso inno quando si guida, si cammina o si pulisce la casa è ancora meglio. In questo modo, permettiamo alla preghiera della Chiesa di diventare la preghiera della vita quotidiana.

(5) Siate quieti. Mettete da parte ogni giorno il tempo per sedervi tranquillamente davanti a un'icona di Cristo, per circa 20-30 minuti. Accendete una candela, dite una breve preghiera, e poi semplicemente aspettate in silenzio che il Signore dica una parola, o vi doni un senso più profondo della sua presenza. Essere in silenzio è un modo di dire a Dio: "Io sono qui. E non aspetto altri che te. Vieni a trovarmi nella mia piccolezza. "La quiete durante la Settimana Santa è una buona pratica per l'esperienza del Venerdì e del Sabato Santo. La parola più eloquente mai detta è il silenzio del nostro Salvatore morto appeso alla croce, e mentre giace nella tomba. Il suo silenzio dice tutto. La quiete della sua morte è la grande azione che redime e santifica tutto il mondo. Il suo silenzio sulla croce azzittisce l'inferno. La sua immobilità nella tomba fa esplodere il regno dei morti e dà la vita a tutti. Quando pratichiamo la quiete e il silenzio durante la Settimana Santa, ci prepariamo a unire il nostro silenzio a quello di Cristo. Ci prepariamo a morire con il nostro Salvatore... in modo che anche noi possiamo essere portati a nuova vita!

(6) Siate sempre con Cristo. Occupate la mente tutte le volte che è possibile con una breve preghiera. Se non avete già l'abitudine di recitare la preghiera di Gesù, la Settimana Santa è un grande momento per iniziare: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me peccatore" Questa preghiera aumenta la nostra consapevolezza della vicinanza del Padre, del Figlio e del santo Spirito. Ci ricorda che nulla può mai separarci dall'amore di Dio. Cristo è sempre con noi, e attraverso la preghiera continua, ci sforziamo di fare lo stesso – di essere sempre con il Signore che ama e ci fortifica.

(7) Leggete uno dei Vangeli. Mettete da parte del tempo ogni giorno per leggere alcuni capitoli da Matteo, Marco o Luca (teniamo Giovanni per dopo la Pasqua!) E ricordate che nei Vangeli non troviamo parole su Cristo, troviamo le parole di Cristo. Ogni verso della Sacra Scrittura è una parola che vi arriva direttamente dal Signore risorto e glorificato. Ogni parola è una parola per il presente, ogni parola è una parola nuova che non avete mai ricevuto prima. Godetevi il dono! Gesù lo vuole dare a voi!

(8) Cercate perdono e guarigione. È probabile che ognuno di noi abbia almeno una piccolo numero di rapporti che hanno bisogno di guarigione. Durante la Settimana Santa, lavorate per quella guarigione. Ammettere i vostri errori, e perdonate gli errori commessi da altri. Offrite voi stessi con amore almeno a un'altra persona da cui vi siete allontanati. Fate una telefonata, inviate una lettera o un'e-mail – avete la benedizione per utilizzare la posta elettronica in questo caso! – oppure programmate un incontro per un caffè. Ricordate quanto amate quella persona, e ricordate che siamo stati creati per vivere in pace e gioia gli uni con gli altri. L'amore di Cristo per noi è enorme, a paragone con le meschinità a cui così spesso ci aggrappiamo. E se siete stati profondamente danneggiati da un'altra persona, chiedete aiuto! Entrate in contatto con qualcuno – il coniuge, un altro membro della famiglia o un amico, il vostro sacerdote – e chiedete indicazioni. Cercate una via d'uscita attraverso la preghiera, il digiuno e la comunicazione onesta. Come si dice, trattenere la rabbia (o l'odio o il risentimento o la vendetta) è come ingoiare veleno e attendere che qualcun altro muoia. Cercate di liberarvi da ciò che possedete. Godetevi la leggerezza di un rapporto che è stato guarito e restaurato.

(9) Chiamate qualcuno che è malato o solo. Visitatelo se potete. Condividete voi stesso con qualcuno che ha bisogno di voi. Le nostre parrocchie e le nostre zone sono piene di persone che stanno morendo di solitudine e d'isolamento. Estendete voi stessi e date loro il dono della presenza umana. Uno dei grandi temi della Settimana Santa è l'abbandono – come il nostro Signore è stato abbandonato da quasi tutti, persino apparentemente da suo padre. Mentre cerchiamo di unirci a Cristo attraverso la preghiera e il culto durante la Settimana Santa, possiamo allo stesso tempo non abbandonare coloro che hanno bisogno di noi. Essendo uniti a Cristo, dobbiamo allo stesso tempo, rafforzare la nostra solidarietà con tutti coloro che ci circondano. Noi siamo parte del corpo mistico di Cristo e siamo chiamati ad una vita di unità e di comunione con gli altri.

(10) Pensate alla Settimana luminosa e oltre! Con la Pasqua arriva la luce vera che illumina il mondo intero e ogni persona in esso. Mentre noi ci uniamo a Cristo, lo splendore della risurrezione cambia tutto. La settimana dopo la Pasqua è veramente una settimana luminosa – la Risurrezione colora tutto in modo bello e brillante. Nulla dovrebbe mai più essere lo stesso. Che questa Settimana Santa sia un trampolino di lancio nel resto della vita. Essendoci uniti noi stessi a Cristo nella morte e risurrezione – avendo vissuto il nostro battesimo, con la celebrazione della Settimana Santa – dovremmo essere pronti ad annunciare la buona novella in tutto ciò che facciamo. Ricordiamoci che ogni domenica è una "piccola Pasqua" e che ogni volta che si riuniamo per celebrare la Liturgia proclamiamo la morte di Cristo e confessiamo la sua risurrezione. E se ogni domenica è una piccola Pasqua, allora ogni settimana è un po' la Settimana Santa. Ogni giorno dell'anno è un giorno in cui rendiamo grazie per i santi misteri che abbiamo ricevuto, e non vediamo l'ora di ricevere da Cristo ancora una volta il calice che dà la vita. La Settimana Santa e la Pasqua si verificano una volta l'anno, ma sono la regola, non l'eccezione. La Settimana Santa e la Pasqua sono i modelli per ogni settimana dell'anno. Gesù Cristo tocca tutto il tempo attraverso la Croce, e tutto il tempo collassa nell'eterno presente del suo amore divino. Possiamo noi vivere tutta la vita alla luce della Resurrezione!


Padre Theophan Whitfield è il rettore della chiesa ortodossa di san Nicola a Salem, nel Massachusetts. Padre Theophan è stato un insegnante per quindici anni in scuole indipendenti, prima a New York e più tardi nel Connecticut, prima di proseguire gli studi al St. Vladimir's. Lui e sua moglie, matushka Manna, hanno tre figlie: Ayame, Miya, ed Emi.

il Signore non ci abbandona

Nascantur in Admiratione

Per grazia di Dio, la Chiesa ha ancora i suoi tesori.

L’Abbazia di Nostra Signora di Clear Creek è una comunità benedettina appartenente alla Congregazione Solesmense. Fondata nel 1999 dall’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault, che si trova in Francia, ha sede nella diocesi di Tulsa, nell’Oklahoma, USA. Nel 2000 è stata eretta a priorato e nel 2010 è diventata un’abbazia. Attualmente la comunità conta 50 monaci. Il motto dell’abbazia è Ecce, fiat. La comunità segue la forma extraordinaria del rito romano e l’ufficio e la Messa sono cantati in gregoriano.

Particolarmente interessante è la storia della comunità, che ha origine in un corso universitario avviato negli anni 1970 da tre professori dell’Università del Kansas. Fu inaugurato un programma di studi umanistici completamente basato sui grandi classici del pensiero occidentale, a partire da quelli greci, latini e medievali. Numerosi studenti che si erano impegnati in questo corso di studi sulla civilizzazione occidentale (potremmo dire chiamarlo il “canone occidentale” che dà il titolo a questo blog) finirono con l’interessarsi alla vita monastica e si recarono in Francia presso l’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault. Alcuni di loro entrarono in quel monastero come novizi, sperando di potere un giorno far parte di una fondazione monastica negli Stati Uniti. Ci volle del tempo perché i novizi ricevessero una solida formazione, ma nel 1998 i tempi erano maturi e fu individuato un luogo adatto per una fondazione in località Clear Creek. A settembre del 1999 arrivò il primo gruppo di fondatori dalla Francia. Iniziò un periodo di lavori per realizzare i locali del monastero e per avviare le attività di sostentamento per i monaci. Nel frattempo iniziarono a fiorire le vocazioni. Fu iniziata la costruzione di un ambizioso edificio romanico, progettato da Thomas Gordon Smith, della Notre Dame University.
 

Gli italiani poveri non arrivano col barcone

Il vescovo di Fano: “I poveri italiani non fanno notizia, non arrivano con il barcone”


“Gli italiani poveri non fanno notizia, non arrivano col barcone. Bisognerebbe chiedere scusa anche a loro”. Lo dice Monsignor Arando Trasarti, vescovo della diocesi marchigiana di Fano- Fossombrone- Cagli- Pergola.

Eccellenza Trasarti, esiste un grave problema migratorio.
Il Papa  chiede perdono per le nostre durezze di cuore…
” Il Papa  svolge correttamente la  sua funzione di pastore e ci invita al dovere di carità e di solidarietà. Da vescovo di una realtà locale vedo  però che aumenta il numero dei poveri locali, quelli italiani. Ma questi non fanno notizia, non arrivano col barcone. E’ giusto occuparsi dei migranti, ma con la stessa incisività si parli anche di quelli di casa nostra .Lo dice la Scrittura, aiutare i lontani senza dimenticarsi dei vicini anzi  badando prima  a loro. Con questa  logica rischiamo di rendere un cattivo servizio proprio ai migranti”.

Perchè?
” Esiste la possibilità del sorgere del razzismo di ritorno. Mi spiego. Gli indigenti italiani, quelli che non se la passano bene, alla fine detesteranno i migranti quando sentono di tante attenzioni.  Per carità, io non dico di negare solidarietà, ma si dia agli italiani la stessa attenzione di coloro che arrivano da fuori.  I poveri sono tutti uguali. Ci vuole equilibrio”.

In che senso, scusi?
” Che alcune volte noto un certo sbilanciamento nei confronti degli stranieri. Inoltre costoro non sempre sanno ringraziare la generosità di chi si sacrifica e compie sforzi enormi. Da qualche parte sento dire che dobbiamo dare luoghi di culto agli islamici. Il principio della libertà di culto va rispettato, ma a condizione di reciprocità, lo assicurino nelle terre islamiche ai cristiani. La mia senzazione è che spesso dietro tanta apertura verso gli immigrati, assieme alla generosità, si nascondano interessi economici”.

Interessi?
“Giochini strani dei professionisti della immigrazione, di chi ne ha fatto e ne fa un business come si è visto in alcune realtà italiane. Sembra che talvolta gli immigrati siano diventati un buon affare”.

I poveri italiani sono in crescita?
” Per quanto riguarda la mia diocesi dico senza dubbio di sì. Lo vedo nelle strutture caritatevoli dove il numero degli italiani  aumenta. E allora non comprendo da dove sorga l’ entusiasmo e l’ ottimismo di chi ci governa”.

Che cosa intende dire?
” La politica non ci racconta la verità. La mia sensazione è che Renzi ci narra un film diverso dalla realtà e dalla verità, parla di un Paese che non c’è. Non sempre la stampa, quella grande ce ne da conto . L’economia non cammina come dovrebbe e la politica neppure”.
Bruno Volpe

domenica 24 aprile 2016

Cristo si, comandamenti no

FdS ==> Fede di Sempre. “Chi non è con me, è contro di me”: il laicismo non è cristiano!



Per i precedenti cliccare qui.

NEWSLETTER 2016 – 31
Nelle assemblee, grandi o piccole, quando si deve prendere una decisione su una proposta concreta e si passa alla votazione, si contano dapprima i favorevoli, poi i contrari e da ultimo si contano gli astenuti. Questo modo di procedere ci sembra talmente evidente che noi pensiamo non vi sia altro modo di affrontare la vita. E la nostra mentalità si è lentamente adeguata a questo atteggiamento. In realtà però non è sempre così e specialmente in ambiti particolarmente importanti la procedura impone ancora chiare prese di posizione: o a favore o contro. Non sempre ci si può sottrarre alla responsabilità di una decisione astenendosi: né per indecisione, né per calcolo d’interesse, né per insufficiente conoscenza dei dossier. No, su cose importanti o si è favorevoli o si è contrari: si deve decidere. Certo non sempre le decisioni sono facili, ma la responsabilità impone che di fronte ad una proposta forte ci sia una presa di posizione chiara.
 
Un ambito in cui la nostra decisione non solo è importante, ma addirittura fondamentale, è il nostro atteggiamento di fronte a Gesù Cristo. Non possiamo rimanere indifferenti o neutrali nei suoi confronti. La neutralità nei suoi confronti denota già una non adesione alla sua persona, alla sua realtà e quindi ai suoi insegnamenti. “Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”. (Lc 11, 23)
 
Questa verità ha per noi diverse conseguenze. Innanzitutto noi non possiamo rimanere indifferenti riguardo alla persona di Gesù Cristo e solo fino a quando ne ignoriamo l’esistenza possiamo dispensarci dal porci la fatidica domanda: chi è Gesù? In compenso la natura, l’intelligenza e la coscienza umana impongono all’uomo, ad ogni uomo, di indagare e ricercare la verità. E ricercando la verità sicuramente ci si avvicina a colui che è la Verità.
 
Se però noi abbiamo avuto la grazia di conoscere Gesù Cristo, o se abbiamo perlomeno avuto la grazia di nascere in un paese “cristiano”, noi non possiamo rimanere indifferenti nei confronti di questa figura storica, che trascende la storia. O riconosciamo con certezza che Lui è Dio, oppure non lo riconosciamo come tale. Sostenere di non essere sicuri se Lui sia Dio, significa non avere fiducia nelle sue parole, perché Gesù Cristo stesso dichiarò di essere Dio. Non avere fiducia in Lui vuole automaticamente dire di non credere nella sua divinità. Certo uno può decidere di ignorare la persona di Gesù, ma questa è quella che i teologi chiamano ignoranza colpevole. Un uomo che si trova dinnanzi a Dio, un essere che sovrasta infinitamente la natura umana, non può rimanere indifferente ed ignorare tale essere. Sarebbe un suicidio. 
 
Una difficoltà che si potrebbe presentare è quella di riconoscere la storicità di Gesù, ma di non riconoscere la sua divinità. Sì, perché per credere in Cristo il dono della fede è indispensabile. Noi possiamo conoscere l’esistenza di Dio, di un Dio, con un puro esercizio intellettuale. Noi possiamo riconoscere la storicità di Gesù, ma senza l’aiuto della grazia divina non potremo riconoscere la divinità di Gesù Cristo. Certo la fede è un dono, ma purtroppo spesso è l’orgoglio e l’ambizione che ci impediscono di riconoscere il vero volto di Gesù. L’umiltà invece ci predispone molto più efficacemente a riconoscere ed amare Gesù Cristo in tutta la sua divinità. 
 
Ma anche il credere in Gesù Cristo non è ancora sufficiente “per essere con Lui e non contro di Lui”. Credere in Lui, ma non seguire i suoi insegnamenti, vergognarsi di dirsi cristiani, ritenere superflue le opere di carità e pensare che la santità non sia richiesta a tutti i fedeli, è un modo molto concreto di non essere con Lui e di non raccogliere con Lui. Un altro modo molto diffuso per “astenersi” dal prendere una posizione chiara riguardo a Gesù Cristo, è quello di pensare che l’essere cristiani possa essere relegato alla sfera privata. No, anche la nostra società e la nostra cultura non possono essere indifferenti o restare neutrali: Cristo deve sorreggere anche la nostra società. “Chi non è con me, è contro di me”: il laicismo non è cristiano!
FdS (lafededisempre@bluewin.ch)

sabato 23 aprile 2016

lasciarci impressionare dai preti????

«Non lasciamoci impressionare da certi membri del clero ...



 
... che, per ragioni pastorali, pretendono di cambiare l’insegnamento di Gesù e la dottrina plurisecolare dei sacramenti della Chiesa».


Questa significativa esortazione si trova nell’omelia che il Card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha tenuto lo scorso 10 aprile, ad Argenteuil, in Francia, dove si era recato in occasione dell’ostensione della Sacra Tunica. Ne proponiamo il testo integrale in italiano, elaborato in base alla traduzione proposta dal sito Inter Multiciples Una Vox.

Cari fratelli e sorelle,

il vostro vescovo, Mons. Lalanne, ha voluto che la Sacra Tunica di Cristo fosse esposta in occasione dell’Anno Giubilare della Misericordia, decretato dal Santo Padre Francesco, ed anche per il cinquantesimo anniversario della vostra diocesi, quella di Pontoise, e per il centocinquantesimo anniversario di questa Basilica. Come sapete, nel racconto della Passione del Signore, San Giovanni attira la nostra attenzione sulla Tunica di Gesù (19, 23-24). Egli afferma che le Sacre Scritture, e cioè le parole del Salmo 22 (18) che egli stesso cita: «Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte», si sono compiute il Venerdì Santo sul Calvario. I soldati romani presero le vesti di Gesù; ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato. Presero anche la Tunica; era una Tunica senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». L’episodio della divisione tra i soldati romani delle vesti e della Tunica senza cuciture è stato considerato dai Padri – in particolare, Sant’Agostino e San Giovanni Crisostomo – come un’espressione dell’unità della Chiesa. Per Sant’Agostino, le vesti, di cui i soldati fecero quattro parti, figurano l’universalità della Chiesa che si estende ai quattro angoli del mondo e che si trova ugualmente presente in ciascuna delle sue parti. Così, come dice la costituzione dogmatica del concilio Vaticano II, Lumen Gentium «le Chiese particolari» - e la diocesi di Pontoise è una di esse - «sono formate ad immagine della Chiesa universale, ed è in esse e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica» (n. 23). Ma la Chiesa è cattolica fin dal primo istante della sua esistenza: essa abbraccia tutte le lingue. Come si può vedere, la Chiesa universale precede le Chiese particolari, l’unità precede le parti. La Chiesa universale non è una fusione di secondo grado delle Chiese locali. È la Chiesa universale, cattolica, che genera le Chiese particolari, e queste Chiese possono rimanere tali solo in comunione con la cattolicità. D’altronde, la cattolicità esige la molteplicità delle lingue, la messa in comunione e l’armonia delle ricchezze dell’umanità nell’amore del Crocifisso. La cattolicità, dunque, non è solo qualcosa di esteriore, ma deve diventare una delle caratteristiche della fede personale: noi dobbiamo credere con la Chiesa di tutti i tempi, di tutti i continenti, di tutte le culture, di tutte le lingue. È per questo che la Tunica senza cuciture tirata a sorte, aggiunge Sant’Agostino, raffigura l’unità di tutte le parti della Chiesa, e cioè delle Chiese particolari unite tra loro dal legame della carità.


Facendo coincidere due avvenimenti della vostra Chiesa particolare – i cinquant’anni della vostra diocesi e i centocinquant’anni di questa Basilica – con l’Anno Giubilare, che viene celebrato nella Chiesa intera, voi desiderate affermare la vostra comunione con la Chiesa di Roma che, dice Sant’Ignazio d’Antiochia, presiede alla carità. Concretamente, si tratta della vostra comunione col Santo Padre Francesco, il successore di San Pietro. Si può dunque dire che Roma è il nome concreto della cattolicità.

La Tunica senza cuciture, che noi veneriamo in questa Basilica, è un appello a non lacerare l’unità della Chiesa, ma, al contrario, ricordarci che non vi è «che un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.» (Ef. 4, 5-6).



Ora, noi constatiamo che il Corpo Mistico di Cristo, la Sua Sposa Santissima, è ferito dall’egoismo e dalle debolezze dei suoi membri, pastori e fedeli. Come non pensare ai movimenti di disobbedienza e anche agli scandali che costellano la vita della Chiesa? La sacra Tunica, indivisa, è un avvertimento lanciato alla nostra Chiesa cattolica, cioè universale, e dunque anche alla vostra Chiesa particolare, alla vostra diocesi, perché prenda coscienza della sua unità intorno al suo vescovo, che è lui stesso in comunione «cum et sub Petro», e cioè con e sotto l’autorità di Pietro, del Papa.



Inoltre, l’unità della Chiesa e dunque la sua dignità, non possono essere abbandonate al giudizio sommario dell’opinione pubblica, rilanciato da tanti media. Nella prima lettura di questa Messa, noi abbiamo sentito la proclamazione da parte degli Apostoli di ciò che si chiama il «kerigma» della nostra fede, che corrisponde al «Credo», o professione della fede cattolica, che anche noi diremo a voce alta e con tutto il nostro cuore tra pochi minuti. Gli Apostoli si trovano di fronte alla più alta istanza religiosa, il Consiglio supremo e il gran sacerdote Caifa, gli stessi personaggi importanti che hanno condannato a morte Gesù di Nazareth. Invece di tacere, o di edulcorare il messaggio del Vangelo della Vita e della Salvezza, essi scelgono il martirio, e cioè la testimonianza che stanno per firmare di lì a breve col loro sangue – essi vengono frustati tutti come Gesù durante la Sua Passione, poi daranno la loro vita come Lui ai quattro angoli della terra – e dichiarano che «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». In altri termini, per riprendere il titolo del mio libro-intervista: essi hanno proclamato di fronte al gran Consiglio, e poi fino ai confini del mondo allora conosciuto, usque ad effusionem sanguinis (fino all’effusione del sangue): «Dio o niente!». Sì, fratelli e sorelle, non lasciamoci impressionare da certi membri del clero che, per ragioni pastorali, pretendono di cambiare l’insegnamento di Gesù e la dottrina plurisecolare dei sacramenti della Chiesa, o dal relativismo ambientale che, come affermava il Santo Padre Benedetto XVI, è una vera dittatura, quella della controcultura dominante nei paesi dell’Europa occidentale, e non mettiamo la luce della nostra fede sotto il moggio, ma, poiché in virtù del nostro battesimo siamo rivestiti di Cristo, come di un vestito senza cuciture, che la nostra fede brilli nelle nostre famiglie e nelle nostre parrocchie, sui nostri posti di lavoro e nelle nostre Università, nelle nostre scuole e nei nostri luoghi di svago e di cultura (teatri e sale di concerto, stadi e ginnasi…), perché i nostri contemporanei, che cercano delle ragioni per vivere e per sperare, siano attratti da Colui che è venuto a liberare l’uomo dal peccato e a «riunire nell’unità i figli di Dio dispersi» (Gv. 11, 52), Colui che «Dio ha innalzato con la sua destra facendo di Lui il Capo e il Salvatore» (Atti 5, 31). Perché è vero che è a Lui, all’Agnello immolato per i nostri peccati, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, che sono sottomesse tutte le creature in cielo e sulla terra… Sì, a Lui solo la lode e l’onore, la gloria e la sovranità!

Quale contrasto con la sufficienza, con l’orgoglio dell’uomo contemporaneo, che vuole assidersi sul trono di Dio consegnando alla derisione, cioè alla vendetta pubblica, i cristiani che difendono la vita dalla concezione fino alla morte naturale, che rifiutano l’incubo prometeico della manipolazione del genoma umano, che difendono il povero e il rifugiato senza difesa, che esaltano le radici cristiane della Francia e dell’Europa… Ora, che vuol dire «seguire Cristo» se non «imitare Cristo», che ci dice come a San Pietro: «seguimi», dopo avergli chiesto per tre volte: «mi ami, tu?»…

Sì, «mi ami, tu»… più del tuo benessere? «mi ami, tu» più dei beni materiali, della tua carriera, dei giuochi, della televisione, del computer e di internet e dei piaceri del mondo? In altri termini, è l’amore per Dio che regola la mia vita? Dio è al centro delle nostre famiglie? Vi è un crocifisso, una statua della Madonna in ogni camera? Preghiamo in famiglia, genitori e figli, insieme. nell’«angolo della preghiera» o nell’oratorio famigliare, che è un luogo di silenzio e di raccoglimento? E per voi, giovani qui presenti: sono veramente all’ascolto di Cristo, che mi parla nel mio cuore quando lo prego? Che cosa mi impedisce di rispondere: «sì», se Egli mi chiama per seguirLo nella via del più alto servizio, il sacerdozio o la vita consacrata? Ho paura delle difficoltà?

Troppo spesso gli accessori ingombrano la nostra vita; le riviste che compriamo idolatrano i successi effimeri, e l’informazione televisiva mette in evidenza ciò che domani sarà già dimenticato… Di fronte a questa cultura del provvisorio si erge la nostra fede in Colui a cui appartengono la gloria e la sovranità. La nostra certezza è nella Croce di Cristo Salvatore! La nostra certezza è tutta ricompresa in questa esclamazione di San Giovanni nel Vangelo di oggi: «è il Signore!», e allora... Pietro si gettò in mare… Come lui, siamo chiamati a gettarci nel Cuore di Gesù, a non vivere che di Lui, che per Lui… come Maria, Sua Madre e nostra Madre.

Secondo un’antica tradizione, la Santa Vergine stessa ha tessuto la sacra Tunica del Signore. In effetti, a quell’epoca, in Palestina, erano le donne che confezionavano i vestiti dei membri delle loro famiglie. Per questo motivo la tradizione locale, qui a Argenteuil, ha sempre considerato le vesti portate da Gesù fino alla Croce, non solo come una reliquia della Passione, ma anche come una reliquia mariana. E la facciata della vostra Basilica contiene una statua della Vergine Maria intenta a cucire...

Maria, Madre di Gesù, è anche la Madre del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa. Proprio perché è la Madre della Chiesa, la Vergine Maria è anche la Madre di ciascuno di noi, che siamo i membri del Corpo Mistico di Cristo. Dalla Croce, Gesù ha affidato Sua Madre a ciascuno dei suoi discepoli e insieme ha affidato ciascuno dei suoi discepoli all’amore di Sua Madre. L’evangelista Giovanni conclude il suo racconto della Passione con le seguenti parole: «e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.» (Gv. 19, 27). Nel momento supremo del compimento della Sua missione messianica, Gesù lascia dunque a ciascuno dei Suoi discepoli, come eredità preziosa, la Sua stessa Madre, la Vergine Maria.

Cari fratelli e sorelle, noi siamo invitati a considerare attentamente l’importanza della presenza di Maria nella vita della Chiesa e nella nostra esistenza personale. Recitiamo il Rosario, l’Angelus, ogni giorno, nelle nostre famiglie o individualmente… Affidiamoci a Lei, consacriamoci al suo Cuore Immacolato, e consacriamoGli le nostre famiglie, in particolare tutti questi giovani che si preparano al matrimonio: noi siamo i suoi figli diletti! Che Ella ci aiuti ad essere testimoni coraggiosi di suo Figlio, missionari intrepidi della nuova evangelizzazione, perché la Tunica senza cuciture di Cristo possa rivestire ogni uomo assetato di verità.


Amen.


La versione originale dellomelia si può trovare qui.

La prostituta e il sacrilegio

La prostituta che scelse le lacrime
e non il sacrilegio




Tra il 2004 ed il 2007, nei miei primi anni da seminarista, ho prestato servizio presso la parrocchia di Santa Lucia, a Gascón y Honduras, nel quartiere Palermo di Buenos Aires. Lì, ogni domenica, alla messa delle 11, vedevo una prostituta di origine dominicana. Non importava quale fosse il clima, o se ci fosse qualche altro evento; lei non rinunciava mai al santo sacrificio.

Se ne stava seduta negli ultimi banchi, come il pubblicano del Vangelo (Lc 18, 9-14) e partecipava con sincera pietà alla celebrazione. Aveva sempre, invariabilmente, la testa bassa; e il suo atteggiamento era tale che soltanto riserva e discrezione potevano circondarla.

 
Rimaneva fino alla fine della messa. Ma quando era il momento di salutare, sulla porta d'ingresso della chiesa, evitava qualsiasi conversazione con i sacerdoti e altri ministri.
 

Alzava attorno a sé un muro impenetrabile di silenzio, sicuramente per evitare di essere protagonista, al posto di Dio, dell'incontro. E al contempo affinché la muta dei chiacchieroni non commettesse altri massacri…

I suoi abiti erano in accordo con la sacralità del luogo. Mai è stata vista con abiti leggeri ne in attitudini irrispettose o irriverenti. Possedeva, in quei momenti, un pudore e un ritegno che non si vede in altre donne che pur non praticano, ufficialmente, il "mestiere del vizio"…

Ricordo di aver scambiato con lei appena i saluti e qualche altra parole di circostanza. Venni a sapere, da altre persone, che la chiamavano Vanessa; anche se dubitavo, con fondamento, che questo fosse il suo vero nome.
Su come fosse arrivata a quel punto c'erano, come al solito, le più svariate supposizioni: da chi diceva che l'avevano fatta cadere in inganno, con la promessa di un lavoro più degno, fino a chi diceva che era sposata, ma era stata poi abbandonata dal marito. Così da trovarsi cacciata senza pietà sulla strada e nel peccato.

Ovviamente, non si parlava di lei nelle conversazioni con i sacerdoti della parrocchia. La discrezione e il sigillo sacramentale, il segreto della confessione, rendevano impossibile parlarne.

Nella messa delle 11 aiutavo il celebrante sull'altare se arrivavo per tempo dal seminario. O mi mettevo nell'ultima panca, tra il popolo, se la messa era già iniziata.

Quando arrivava il momento della comunione lei rimaneva in piedi, con la testa bassa, in lacrime. Un giorno ho perfino visto un pozzetto di lacrime sull'inginocchiatoio della panca.

Non poteva ricevere sacramentalmente Gesù nel suo Corpo, Sangue, Spirito e Divinità. E quelle abbondanti e penitenti lacrime erano la cornice del suo cammino di conversione.


Mai ho sentito uscire dalla sue labbra alcuna espressione che sfidasse gli insegnamenti di Cristo e la disciplina della Chiesa sull'eucarestia, come al contrario fanno oggi tanti che non hanno neppure fede o non frequentano la messa, ma rivendicano il loro presunto "diritto ad accedere alla comunione".
Evidentemente, aveva ricevuto una buona formazione religiosa, per cui non era capace di conficcare un coltello nel Cuore di Cristo. Anche lei aveva scelto. E nel suo stato aveva scelto bene: scelse le lacrime e non il sacrilegio.

Oggi si dice, giustamente, che "la Chiesa è un grande ospedale di campo, dove si curano le ferite di guerra". Immagine molto chiara, e molto vera.

Ma bisogna dire anche che in ogni ospedale possono guarire solo quelli che sono consapevoli del loro male e che, di conseguenza, non combattono contro i medici e le medicine. Se invece di avere un atteggiamento umile e ricettivo alla cura, soltanto blandiscono disubbidienza e capricci, la cancrena sarà inevitabile. E le conseguenze, funeste.

Il Signore ci ha detto (Mt 21, 28-32) che le prostitute ci precederanno nel Regno dei Cieli. E che la durezza di cuore ha come unica conseguenza il persistere nel peccato.


La lettera e lo spirito della legge, inseparabilmente uniti, ci rendono liberi. E ci preparano, come scelti da Dio, per essere "santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore" (Ef 1, 4-5).

Pretendere di fare appello soltanto al presunto spirito della legge è uccidere la lettera, cioè quello che Dio comanda. E con questo, la morte del peccatore è inevitabile.


Quella prostituta, che dopo tanto tempo e per via delle distanze non ho più rivisto, mi insegnò che il sale di Cristo brucia… ma guarisce. E che la migliore pastorale sta nell'essere servi, a tempo pieno, dell'unico Pastore e delle sue leggi. Unico, splendido e vivificante cammino di salvezza.


http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/19/amoris-l%c3%a6titia-la-prostituta-che-scelse-le-lacrime-invece-del-sacrilegio/

venerdì 22 aprile 2016

accoglienza migranti

 

"Una Europa che confonde il valore della tolleranza e del rispetto universale con l' indifferentismo etico e il scetticismo circa i valori
irrinunciabili sarebbe l' impresa più rischiosa, e prima o poi
riappariranno sotto nuove forme i più tremendi spettri la sua storia." Giovanni Paolo II

permettiamo di peccare

Dostoevskij e la Leggenda del Grande Inquisitore. «Diremo che permettiamo loro di peccare perché li amiamo»
 
 
 
«Amare il prossimo come se stessi (…) è impossibile. Su questa terra siamo legati dalla legge dell’individualità. Il nostro io ci è di ostacolo»

F.M. Dostoevskij


LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE

Queste poche pagine vogliono essere una riflessione su un capolavoro nel capolavoro. Mi riferisco a La leggenda del Grande Inquisitore che Ivan racconta al fratello Alësa nell’opera di Dostoevskij I fratelli Karamazov.

Il racconto di Ivan

La Leggenda è nota: Gesù Cristo torna sulla terra (per la precisione a Siviglia nel XVI secolo), vi compie miracoli e subito viene acclamato dalle folle come Salvatore, ma prima che la gente lo riconosca come il Cristo, viene arrestato dall’Inquisizione. Nella cella di reclusione, mentre scende a notte, riceve la visita del novantenne capo dell’Inquisizione, che immediatamente Lo riconosce.

Inizia un lungo monologo, in cui il vecchio rimprovera a Gesù di essere tornato sulla terra a rovinare i suoi piani e a mettere in pericolo il suo progetto di pacifica convivenza  tra gli uomini. L’ideale evangelico di libertà – sostiene l’Inquisitore – è troppo duro per la maggior parte degli uomini (non per lui, cui Dio aveva dato le forze necessarie per seguirlo), condannati pertanto da esso alla inevitabile dannazione e dunque all’infelicità. Proprio questa considerazione lo spinse ad abbandonare l’ideale evangelico e a prendere parte al progetto di concedere almeno la felicità terrena ad un’umanità comunque incapace di raggiungere quella eterna. Questo progetto prevede la trasformazione dell’ideale evangelico in una morale più accessibile all’uomo, fatta di gesti esteriori alla portata di tutti. In questo modo, anche i deboli crederanno di poter raggiungere la felicità eterna, sottometteranno la loro libertà ai precetti della Chiesa e ne riceveranno in cambio una felice speranza nell’aldilà. Ecco allora tutta la terra schiava, illusa ma felice. Questo il progetto dell’Inquisizione: portare in terra la felicità a tutti, dato che quella celeste è al di fuori della portata di molti. Di più l’uomo non può pretendere.
 
Ora, Cristo tornando a Siviglia rischia di rovinare il progetto: riaffermando il vero ideale evangelico, tutti si renderebbero conto che solo a pochi eletti sono state date le capacità di realizzarlo. Che ne sarebbe allora del resto dell’umanità? Folle disilluse, che tentano invano di uniformarsi al Vangelo e cadono di continuo nel peccato, disperate nel vedersi destinate all’Inferno e all’infelicità. Cristo porterebbe la felicità solo a pochi eletti, l’Inquisizione la mette alla portata di tutti. Certo, seguendo l’Inquisizione l’uomo non raggiungerà il Paradiso, ma non l’avrebbe raggiunto comunque, a causa della propria naturale debolezza. Per lo meno, sarà felice sulla terra.
Per questo, al termine del lungo monologo, l’Inquisitore invita Cristo ad andarsene dalla terra e a non ritornare più.
Cristo bacia l’inquisitore e se ne va’. In silenzio. Così termina la Leggenda.
Chi è il Grande Inquisitore?
Il Grande Inquisitore è un uomo di chiesa, appartiene anzi ai più alti gradi gerarchici di questa chiesa che dice di essere depositaria e diffonditrice del messaggio della salvezza, ma egli non crede in quel Dio, nel cui nome tuttavia parla ed agisce. E non si può certamente dire che l’Inquisitore abbia perduto la fede per la rilassatezza dei costumi. Anzi ha «mangiato anche lui radici nel deserto», anche lui si è «accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto» .
Ma al messaggio della libertà, gli uomini non sono in grado di corrispondere, perché deboli e fragili. Sì, dice ancora il vecchio, «non c’è nulla di più ammaliante per l’uomo che la libertà della propria coscienza: ma non c’è nulla, del pari, di più tormentoso ». Pertanto, con un tragico ribaltamento di prospettiva, egli riterrà di amare gli uomini, togliendo loro il peso della libertà e rendendoli “felici” nel docile appiattimento dello spirito e nella soddisfazione dei bisogni immediati. Un amore questo, che si tinge dei sinistri bagliori dei roghi… è giusto che uno muoia … per il bene di molti.
Il progetto del Grande Inquisitore
L’ampia e tragica pretesa del Grande Inquisitore è quella di “correggere” l’opera di Cristo: «Ma io ho aperto gli occhi, e non ho voluto servir la follia. Ho virato di bordo, e mi sono aggregato alla schiera di quelli che hanno corretto le Tue gesta». Ritenendo impraticabile ai più la strada della libertà indicata da Cristo, nel nome stesso di Lui, mentendo, alla strada impervia della libertà è stata sostituita la strada facile del servilismo felice, permettendo anche di peccare.

«Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi… Oh, noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Così faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio. E per noi non avranno segreti. Permetteremo o vieteremo loro di vivere con le proprie mogli ed amanti, di avere o di non avere figli, – sempre giudicando in base alla loro ubbidienza, – ed essi s’inchineranno con allegrezza e con gioia. Tutti, tutti i più tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. E tutti saranno felici, milioni di esseri, salvo un centinaio di migliaia di condottieri. Giacché noi soli, noi che custodiremo il segreto, noi soli saremo infelici».

Il tragico ateismo del Grande Inquisitore raggiunge il punto culminante e intensivo nell’identificazione con lui, con il Tentatore.
L’identificazione con lo spirito del Tentatore da parte del Grande Inquisitore, «… noi non siamo con Te, siamo con lui: ecco il nostro segreto!», fa sì che questi, nel confronto con Cristo nel buio della prigione Sivigliana, assuma la configurazione dell’Anticristo. Desunte dalla pagina del vangelo matteano (Mt 4, 1-11), le tre tentazioni si rivestono di un progressivo significato di sfida, di fronte all’insuccesso dell’opera di Gesù. Le tre tentazioni indicano l’unica strada da seguire, per raggiungere gli uomini deboli e dominarli nella illusione di una «quieta e umile felicità». Non saranno le pietre a trasformarsi in pane, ma il pane stesso, frutto del lavoro degli uomini, sarà loro sottratto e ridistribuito da chi ha il potere. E il miracolo sarà nell’aver tramutato in pane quel pane che, senza quel dominio che ha tolto la libertà, si sarebbe trasformato in pietra.

[...]
Le ragioni dell’Inquisitore

Il discorso dell’Inquisitore non può essere semplicemente rigettato come figlio di un patto col diavolo, pertanto falso a priori. L’Inquisitore (come dimostra anche la sua vicenda personale) è un uomo che ha preso estremamente sul serio il messaggio evangelico. Infatti, chi potrebbe negare che il comandamento dell’amore è qualcosa di “sovrumano”? L’amore sfugge al controllo della ragione. Si può stabilire intellettualmente che è giusto amare il prossimo, ma una volta fatto questo si è ancora infinitamente distanti dall’amarlo concretamente, dal provare amore per lui. Ancor più evidente è il caso del perdono. Il genitore di un figlio assassinato può ripetersi mille volte che è giusto perdonare (e già questo implica uno sforzo notevole...), ma non è ben più “naturale” (“umano”) che, nei confronti dell’omicida, provi un odio profondo, anziché vedere in lui un fratello?
Nessun ragionamento è in grado, automaticamente, di far nascere il minimo sentimento. Il comandamento dell’amore è al centro del Vangelo, ma l’uomo raramente riesce a “farsi ubbidire” quando comanda a se stesso di amare. Troppo fragile è la volontà umana, troppo debole la voce della ragione. L’Inquisitore sta lì a ricordarci la sproporzione tra le “pretese” di Cristo e le nostre capacità, di qui il rimprovero al “prigioniero” di aver sopravvalutato l’uomo: non siamo abbastanza forti per amare; solo alcuni, cui è stata concessa una grazia particolare, lo possono fare. La Chiesa si occupa degli altri.

[...]

giovedì 21 aprile 2016

tutti renderemo conto a Dio

Burke ai vescovi del compromesso: il giudizio sarà davanti a Dio, non alla Conferenza episcopale
 
 
«Nel 2004 avevo chiesto ai politici cattolici di porre le loro azioni pubbliche coerentemente con la legge morale insegnata dalla Chiesa, altrimenti non sarebbe stato più possibile per loro ricevere la santa comunione. Poiché è uno scandalo violare pubblicamente la legge morale e dopo accedere alla comunione.
 
Nel 2004, quando fui trasferito dalla diocesi di La Crosse  a quella di St. Luois, i giornali ripresero questa affermazione da me fatta. Poco dopo,  nell’incontro estivo della conferenza episcopale degli Stati Uniti, che si tenne a Denver, ci fu una viva discussione su questa pratica disciplinare della Chiesa.
 
Alcuni dei miei confratelli affermarono che non era necessario punire i politici il cui operato politico fosse disordinato. Per me non si trattava di punizione, ma semplicemente di constatare che alcuni non erano disposti a ricevere la comunione.
 
Un vescovo allora mi disse: «Monsignore, voi non potete dire queste cose, perché la conferenza dei vescovi non si è ancora pronunciata a proposito».
 
Gli risposi che la conferenza dei vescovi non può sostituire la missione del vescovo nella propria diocesi, che è quella di governare il proprio gregge e di annunziare la fede.
 
E aggiunsi: «Monsignore, nel giudizio finale, comparirò davanti al Signore, non davanti alla conferenza episcopale!».
Guillaume d’Alancon, Entretien avec le cardinal Burke. Un cardinal au coeur de l’Eglise, Artege, pp. 71-72
 

sport in seminario

“Seminariadi”. Interessanti scoperte nelle competizioni sportive riservate ai seminaristi   Alessandro Gnocchi

Sventolando una bandiera di Israele, i giovani candidati al sacerdozio della diocesi di Concordia-Pordenone indossano magliette con i nomi di celebri eretici, antipapi e fondatori di altre religioni. E a tutto questo viene anche data una spiegazione. Una galleria fotografica documenta la singolare scelta.
 
Israele + dolcinodi Alessandro Gnocchi
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Forse non tutti sanno che esistono le “Seminariadi”. Chi ignora le nuove frontiere della formazione sacerdotale sbocciata con la primavera della Chiesa sappia allora che si tratta di piccole olimpiadi riservate ai seminaristi, in voga nel Triveneto da qualche anno. Detta così, sembrerebbe persino una bella cosa.
 
Sì, perché, di solito, si mandano i candidati al sacerdozio a ballare in discoteca, a sbevazzare negli happy hour o a crogiolarsi in vacanza a Rimini allo scopo conoscere il mondo e fortificarsi in vista delle tentazioni del gentil sesso, e forse non solo quello. E, invece, ecco che i pastoral-formatori triveneti spediscono gli allievi dei seminari minori a saltare in alto, in lungo e a correre in pista e quelli dei seminari maggiori a giocare e calcio e calcetto. “Bene”, commenta la mente retrograda di un cattolico d’altri tempi, così la sera vanno a letto presto e stanchi e non hanno tempo per brutti pensieri.
 
Ma l’entusiasmo finisce qui. “Bene” mica tanto. Ce lo segnala un lettore che ieri si trovava al Centro Sportivo di Sommacampagna, in provincia di Verona. Arrivato in loco per accompagnare il figlio a tirare quattro calci al pallone, si è trovato in piena “Seminariade” e, incuriosito da un gruppo di ragazzotti con magliette rosso fuoco e tanto di bandierone di Israele che garriva al vento, si è avvicinato agli scalmanati atleti per capire chi fossero. Ha saputo così che si trattava degli allievi del seminario  maggiore di Concordia-Pordenone, pronti a competere con i confratelli di Verona, Vicenza, Udine, Treviso, Trento e Padova.
 
Ma per il povero cattolico fuori moda, che già non riusciva a capacitarsi della bandiera di Israele sventolata da dei prossimi sacerdoti cattolici, le sorprese non erano finite lì. Sulle magliette, i candidati al sacerdozio del seminario di Concordia Pordenone non portavano i loro nomi, ma, come si vede nelle fotografie, quelli di celebri eretici, antipapi e mitici fondatori di altre religioni. Guardare per credere: Valentino, Giansenio, Donato, Marcione, Novaziano, Dolcino, Guglielmo di Occam, Giordano Bruno, Mormon.
 
E questo è ancora niente, perché, alla più ovvia delle domande sul motivo di tale esibizione, la risposta dei futuri sacerdoti della diocesi di Concordia-Pordenone sarebbe stata la seguente: “Queste sono le nostre radici”. Proprio così, e allora vale la pena di fare un piccolo ripasso per capire in che cosa siano radicati questi giovanotti che si candidano al sacerdozio, pare, cattolico.
 
Forse sarebbe stato meglio mandarli in discoteca, per happy hour o in vacanza a Rimini…
 
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Valentino. Eretico gnostico del II secolo, presente a Roma sotto Igino, Pio e Aniceto. Alla base del suo sistema c’è la dottrina degli eoni, che si pongono tra Dio e il mondo, il bene e il male, tentando di conciliarli. L’equilibrio venne infranto dall’ultimo degli eoni, la Sapienza (Sofia), e così nacquero tutti i mali, a coppie. Per ricomporre le cose, dalla coppia eonica mente-verità uscì la coppia Cristo-Spirito Santo. Il Cristo eone discese sotto forma di colomba in Gesù di Nazareth dal quale, dopo che ebbe insegnato agli uomini il modo di liberarsi dalle passioni risalì alla perfezione del pleroma al momento della sua presentazione a Pilato, lasciando che soffrisse e morisse l’elemento materiale rivestito della sua apparenza.
 
Giansenio (1585-1638). Vescovo di Ypres in Olanda, nell’opera Augustinus stravolge la dottrina di Sant’Agostino sulla grazia e sulla predestinazione. L’opera fu condannata dall’Inquisizione del 1641, l’anno dopo da Urbano VIII e nel 1653 da Innocenzo X. Giansenio sosteneva che l’uomo, dopo il peccato originale, non è più in grado di volere o compiere il bene con le sole sue forze. Dio concede la grazia, senza la quale l’uomo non sarebbe in grado di avere neppure il movimento iniziale verso il bene. Al peccatore, Dio non è tenuto a concedere la grazia: questa è data soltanto a coloro che Dio, nella sua volontà imperscrutabile, ha predestinato, indipendentemente e prima di ogni previsione dei meriti. Tale predestinazione non è concessa neppure a tutti i battezzati, ma soltanto a coloro che Dio ha scelto particolarmente.
 
Donato (270 circa – 355 circa). Vescovo di Numidia, si affermò inizialmente con uno scisma nella Chiesa africana. In seguito, il donatismo divenne anche un’eresia. Sorse dall’opposizione di alcuni vescovi nella Numidia alla nomina di Ceciliano ad arcivescovo di Cartagine, accusato di essersi fatto consacrare da Felice di Aptonga, considerato come uno dei “traditores”, di coloro cioè che durante la persecuzione di Diocleziano avevano obbedito agli editti dell’imperatore del 303. L’imperatore Costantino tentò inutilmente di far rientrare i dissidenti nella fila della Chiesa, ma questi divennero ancor più fanatici perseguitando i cattolici e distruggendo le loro chiese. Parminiano, successore di Donato dal 355 al 391, e il vescovo di Cirta Petiliano, il maggior esponente del donatismo, ai tempi di sant’Agostino, furono i più focosi sostenitori della setta con i loro scritti. Secondo la loro dottrina, la Chiesa visibile è composta soltanto di giusti e di santi e i sacramenti sono invalidi se amministrati da un ministro indegno.
 
Marcione, vescovo del II secolo. Secondo la sua dottrina, una variazione dello gnosticismo, l’Antico e il Nuovo Testamento sono opera di due diversi principi: l’Antico procede dal Dio della giustizia, il Nuovo procede dal Dio della misericordia. Sotto il primo principio, l’umanità visse come oppressa dalla Legge e fu punita con severità. Per questo, il Dio della misericordia inviò il Redentore. Cristo si mostrò sotto le sembianze di uomo per inaugurare il regno della misericordia e dell’amore; non nacque dalla Vergine e non soffrì né morì nella carne. La sua morte fu dovuta alla vendetta del Dio cattivo.
 
Novaziano, antipapa III secolo. La sua dottrina prese i contorni dell’eresia, quando si pronunciò sui lapsi (caduti), coloro i quali avevano negato la fede cristiana durante la persecuzione deciana, orientandosi alla massima inflessibilità. Molti vescovi, tra cui Cipriano di Cartagine, scelsero una procedura con penitenza per la riammissione dei lapsi nella Chiesa. Ma secondo Novaziano, la Chiesa doveva negare il perdono, una facoltà concessa solo a Dio, sia ai lapsi, che a coloro che avevano commesso peccato mortale (idolatria, omicidio e adulterio), anche se facevano penitenza.
I suoi seguaci furono i primi a chiamarsi “puri”. Sopravvissero fino al VII secolo nominando i propri vescovi e i successori di Novaziano a Roma. Non impartivano la cresima e proibivano ai vedovi di risposarsi.
 
Fra Dolcino (1250 – 1307). Riteneva che i suoi seguaci, come i Fratelli del Libero Spirito, fossero così perfetti da poter commettere qualsiasi atto senza correre il rischio di peccare. Si ispirava alle dottrine millenariste di Gioacchino da Fiore e riteneva che la storia fosse divisa in quattro periodi: quello del Vecchio Testamento, caratterizzato dalla moltiplicazione del genere umano; quello di Cristo e degli Apostoli, caratterizzato dalla castità e povertà; quello dell’Imperatore Costantino e di Papa Silvestro I, caratterizzato da una decadenza della Chiesa; quello annunciato da lui stesso, caratterizzato dal modo di vivere apostolico, dalla povertà, dalla castità e dall’assenza di forme di governo; esso sarebbe durato fino alla fine dei tempi.
 
Giordano Bruno (1548 – 1600). Il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, nel 1599 enucleò le seguenti otto proposizioni del filosofo di Nola ritenute eretiche dalla Chiesa: l’anima mundi e la materia prima sono i due principi eterni delle cose; da una causa infinita deve derivare un infinito effetto; non esiste l’anima individuale; nulla si crea e nulla si distrugge, la Terra si muove; gli astri sono angeli ed esseri animati; la Terra è dotata di un’anima sensitiva e razionale; l’anima non è la forma del corpo dell’uomo.
 
Guglielmo di Occam (1280 – 1349). Frate francescano, reso celebre da Umberto Eco che lo ha ritratto in  Guglielmo di Baskerville nel romanzo Il nome della rosa, Occam è all’origine della deriva anticristiana e antimetafisica del pensiero moderno. Le sue dottrine, separando fede e ragione, lo hanno portato a rivedere profondamente i rapporti tra filosofia e teologia negando a quest’ultima ogni valore speculativo. Ne segue che la filosofia, nel suo ambito, è autonoma. Nell’ambito politico vanno separati assolutamente anche Chiesa e Stato, poiché la prima, secondo Occam, è solo una società spirituale.
 
Mormon. Il mormonismo è una credenza religiosa fondata da Joseph Smith (1805 – 1844), considerato dai mormoni il loro profeta in quanto destinatario del Libro di Mormon. Secondo quest’opera, Gesù visitò i nativi americani dopo la sua resurrezione. I mormoni rifiutano il dogma trinitario: il Padre e il Figlio sono persone del tutto distinte, dotate di forma umana e in carne e ossa, unite da una volontà comune. Questa volontà comune sarebbe lo Spirito Santo, che non ha invece forma umana. Il Padre Celeste è un ex uomo  che ha ottenuto la perfezione divina e ha stabilito la propria residenza nei pressi del pianeta Kolob. Rifiutano anche il dogma del peccato originale. Secondo questa setta, Smith ha solo iniziato un processo che si chiuderà col ristabilimento del regno di Dio sulla Terra.
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GALLERIA FOTOGRAFICA
(clicca sulle immagini per ingrandirle)
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zzzzseminariadi
 
valentino + donato + mormon
 
israele + marcione + giansenio + novaziano
 
Israele + dolcino
 
israele + giordano bruno + novaziano
 
guglielmo di occam + giansenio + israele (1)

10 Responses to “Seminariadi”. Interessanti scoperte nelle competizioni sportive riservate ai seminaristi  –  di Alessandro Gnocchi
  1.    Tonietta scrive:
    Siamo al delirio!
  2.    Catholicus scrive:
    Madrre Santa ! se questi qui saranno i preti do domani, meglio iscriversi alla casa del popolo, se c’è ancora quella fondata da Peppone, almeno lui sì che era un sincero filocattolico, candidato al paradiso; questi qui chissà dove finiranno, poveretti., una volta diventati preti cattocomunisti, protestanti, ecumenisti, fans dei poteri massonici. Consoliamoci, amici, perché la Emmerick ci dice che “il Signore aveva altri progetti”, per cui spero proprio che questi ragazzotti non arrivino mai a dannare altre anime, oltre la loro. Pace e bene.
  3.    Alberto S. scrive:
    La serietà di Alessandro Gnocchi mi costringe purtroppo a ritenere già superato il primo, immediato e inevitabile dubbio che si sia trattato di un grosso equivoco, o di una goliardata di discutibile gusto. Tutto vero, dunque. In realtà il gusto sarebbe stato discutibile anche se sulle rosse schiene ci fossero stati, poniamo, e con rispetto parlando, i nomi, che so? degli Apostoli: ma in tal caso almeno il riferimento alle “radici” sarebbe stato confortante (dalle radici verranno, bene o male, pianta e frutti). Se, come pare, le vocazioni sacerdotali sono in crisi, le diocesi dovrebbero aver cari come non mai i propri seminaristi e formarli adeguatamente: ma del resto, se ci si prepara a celebrare Lutero, chi mai saranno questi ragazzi “per giudicare” personaggi come quelli suddetti? Anzi: “dialogheranno”, con chi eventualmente incarna oggi quelle pseudo idee; poi li “accoglieranno”, poi li “includeranno”. Escludendo Gesù. Peccato che probabilmente saranno preti, teoricamente cattolici.
  4. Poldo scrive:
    Che pena!
  5. Pietro Montevecchio scrive:
    Francamente non capisco Israele. Per il resto, propendo per l’opinione che siano stati imbeccati da qualche professore. Marcione, Donato, Occam … chi mai li sente piu’ nominare in seminario?
  6. Cesaremaria Glori scrive:
    Involontaria confessione quella dei seminaristi veneti. Oggi la Chiesa sta vivendo una crisi ove tutte le eresie sono tornate a galla, proprio come aveva previsto Pio X dichiarando il Modernismo la summa di tutte le eresie.
  7. luigi scrive:
    poi ci si lamenta che i seminari sono vuoti…per fare i pagliacci tanto vale lavorare in un circo 🙁
  8. carlo scrive:
    io non mi preoccuperei piu’di tanto…la loro”vocazione sacerdotale” e’ soltanto una fase della loro “nobile vita”: presto i piaceri della vita li porteranno a scelte ben piu’interessanti che non essere degli umili servitori di Cristo; li potremo ritrovare “impegnati” in politica magari tra i radicali, o m5s,nei famosi cattolici maturi, nel pd renziano e per i piu’temerari nei famosi centri di accoglienza per insegnarci quanto siamo cattivi noi cristiani a voler ostinatamente difendere le nostre radici basate sulla fedeltà all’UNICO SALVATORE GESU’ CRISTO, dal mussulmano invasore!! Sicuramente salvo una profonda conversione magari legata alle nostre preghiere rivolte a Maria Santissima, non li vedremo mai in chiesa, in ginocchio per adorare il Santissimo Sacramento. Che Dio abbia pieta’ di questa nostra generazione perversa!
  9. D.A. scrive:
    Ma quello trasgressivo trasgressivo con la maglia di Lucifero non c’era?