venerdì 8 maggio 2015

vittima dell' odio alla Fede cristiana

IL TEMPO SECONDO IL p. BORZAGA: OGNI ISTANTE CHE PASSA È UN'OCCASIONE PER AMARE 

CHE SE NE VA




Nel pomeriggio di martedì Papa ha ricevuto il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i relativi Decreti riguardo a 3 nuovi santi e 3 nuovi beati. Tra i beati ci sono due giovani martiri in Laos: il missionario oblato italiano Mario Borzaga e il catechista laico Paolo Thoj Xyooj, laotiano, uccisi in odio alla fede nel 1960.

Mario Borzaga nasce a Trento il 27 agosto 1932. A 11 anni entra nel Seminario minore, a 20 anni è nella congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, a 25 è ordinato sacerdote. Il 2 luglio 1957 viene inviato nella missione degli Oblati in Laos con il primo gruppo di missionari  italiani. Giunti a  Paksane, piccola città in riva al fiume Mekong, non lontana dalla capitale Vientiane, Borzaga trascorre il primo anno dedicandosi allo studio del laotiano, per entrare il più presto possibile in contatto con la gente. Nel suo“Diario di un uomo felice” e nell’abbondante corrispondenza inviata dal Laos, descrive il cammino della sua anima e la vita della difficile missione, resa ancor più ardua dalla guerriglia comunista che percorre la nazione.

Verso la fine del ‘58 raggiunge la comunità cristiana del piccolo villaggio di etnia hmong di Kiucatiàm. Visita le famiglie, accoglie e cura gli ammalati, che si affollano quotidianamente alla sua porta. Il 24 aprile 1960, dopo la Messa, alcuni hmong gli si fanno incontro rinnovandogli la richiesta di recarsi al loro villaggio di Pha Xoua, a tre giorni di marcia, sulle impervie piste montagnose della foresta tropicale: un giro missionario di un paio di settimane, da affrontare prima dell’inizio della stagione delle piogge.

Lunedì, 25 aprile, padre Borzaga s’incammina accompagnato dal giovane catechista Paul Thoj Xyooj. Da quel viaggio non faranno più ritorno. Le ricerche intraprese in seguito alla scomparsa non daranno alcuna risposta. Le testimonianze raccolte fin dall’inizio, con quelle pervenute soprattutto in questi ultimi mesi, confermano ciò che si è sempre saputo: l’uccisione dei due per mano dei guerriglieri comunisti “Pathet Lao”.

A padre Borzaga è dedicato un bellissimo sito, che riporta anche alcuni suoi scritti. Citiamo qui due frasi che riguardano il valore del tempo:

«Ogni volta sento che il tempo che passa, è un bocconcino d'Amore che potevo distribuire e che invece ho lasciato cadere nella polvere» (31 dic. 1957)

«Dio è Amore! Questa verità mi colpisce sempre. Dio ama e ci ama in tutte le maniere, ogni momento della giornata» (2 dic 1957)

«Il primo che arriva a chiedermi qualcosa ha diritto a quel poco povero tempo che il Signore mi ha affidato» 17 aprile 1957)

http://www.iltimone.org/33114,News.html

giovedì 7 maggio 2015

Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei

primavera in Basilicata

perdono 'a tutte le condizioni' (sic)

Giubileo? Aborto: perdono 'a tutte le condizioni' ed 'esteso a tutti i soggetti'....



Che senso ha l'esigenza di manifestare il perdono? Perché la Chiesa, finora, cos'ha fatto? Oppure per manifestare il perdono s'intende che l'errore e il peccato non possono più esser chiamati col loro nome?

Misericordiae ?

Tornano alla ribalta i missionari della misericordia con poteri speciali ... dispensatori di perdono a tutte le condizioni. Che significa? Senza pentimento? E il perdono esteso a tutti i soggetti coinvolti; come se il perdono, attraverso la madre, li potesse raggiungere. Dimenticando che il peccato implica la responsabilità personale di ognuno al proprio livello e nessuno può perdonare chi non lo chiede! Sarebbe superfluo affermare che la facoltà di perdonare riguarda anche gli altri soggetti che lo richiedano, perché questo dovrebbe essere ovvio .... 
I "missionari della misericordia", sacerdoti che il Papa invierà nelle diocesi durante il prossimo Giubileo, potranno assolvere anche il peccato del procurato aborto. Lo ha detto mons. Rino Fisichella, capo del dicastero vaticano della Nuova Evangelizzazione e coordinatore degli aventi dell'Anno Santo straordinario.
"Certo, tra le facoltà di perdono che saranno date ai missionari della misericordia ci sarà anche l'aborto", ha detto all'ANSA l'arcivescovo Fisichella. A quali condizioni? "A tutte le condizioni - ha spiegato -. L'aborto è un peccato riservato come tale, perché il vescovo può già concedere di sua iniziativa la facoltà di perdono nelle diocesi, la concede normalmente al canonico penitenziere, e a volte la allarga anche agli altri sacerdoti. In questo caso il Papa la dà anche ai missionari". Alla domanda se questo sia un fatto nuovo, mons. Fisichella ha sottolineato che "è nuova la fisionomia dei missionari, e quindi diventa nuovo ciò che viene dato loro per esplicitare il loro mandato. Ma rimane l'esigenza di manifestare il perdono". Il capo dicastero vaticano ha anche evidenziato che la facoltà di perdono riguarderà in confessione non solo la madre che ha compiuto l'aborto ma anche i medici, gli operatori sanitari e le altre persone che hanno collaborato a procurarlo.
Ne avevamo già parlato: I "missionari della misericordia" avranno addirittura «autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica» (dev'essere un refuso: non si tratta dei peccati che solo la Sede Apostolica può compiere, ma delle scomuniche ad essi connesse).
Tali peccati hanno tutti la scomunica latae sententiae (cioè "sentenza già data": la scomunica è automatica nel momento in cui si commette l'atto) e il Codice di Diritto Canonico li elenca precisamente nei canoni tra il 1367 e il 1388 e sono: 

  • sacrilegi contro l'Eucarestia 
  • violenza contro la persona del Romano Pontefice 
  • la violazione del segreto confessionale 
  • il tentativo di "ordinare prete" una donna (l'ordinazione è comunque invalida) 
  • l'«assoluzione del complice» (cioè il sacerdote che assolve in confessione la persona sua complice in atti contro il sesto comandamento - prima fornicano e poi lui l'assolve - tale assoluzione è invalida tranne se amministrata in pericolo di morte) 
  • l'ordinazione di vescovi senza il consenso del Romano Pontefice 

  • http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/05/giubileo-o-stagione-dei-saldi-aborto.html

mercoledì 6 maggio 2015

Comunione di massa

TUTTI IN FILA PER LA COMUNIONE... MA QUANTI SI CONFESSANO?



Sparito il senso del peccato, dimenticato il progetto di Dio sul matrimonio, abolite le parole giudizio e inferno: i risultati sono confessionali vuoti e file oceaniche per la comunione



di Rino Cammilleri
Essendo nato alla fine del 1950 dovetti fin da piccolo imparare a memoria il Catechismo detto di san Pio X, quello a domande e risposte. Era un libretto minuscolo e mandarlo a mente era agevole. [...] Ebbene, tra quelle antiche norme d'inizio Novecento c'era anche l'obbligo, per i fedeli, di «confessarsi almeno una volta all'anno» e «comunicarsi almeno a Pasqua». Il che fa capire che, a quei tempi, i fedeli erano riottosi alla confessione e alla comunione, sennò non ci sarebbe stato bisogno di scongiurarli di provvedere «almeno» ogni dodici mesi. Smisi di andare a Messa contagiato dal clima degli anni Sessanta, ma da bambino ci andavo e ricordo bene che, per poter accedere alla Comunione, bisognava essere digiuni dalla mezzanotte. E questo era un motivo in più, per quanti a messa ci andavano solo la domenica (e a quella principale di mezzogiorno, cioè quasi tutti), per astenersi dalla Comunione.

DUBBI GIOVANILI
Per venire incontro alle istanze dei tempi che mutavano, la Chiesa accorciò il digiuno eucaristico a un'ora, consentì la comunione in piedi (prima bisognava inginocchiarsi alla balaustra attorno all'altare, perché il prete celebrava spalle-al-popolo) e poi anche in mano. Ero ormai un giovanotto (ma sempre agnostico) quando mi stupivo nel vedere in tivù certe cerimonie da stadio con preti sparpagliati sulle gradinate gremite e intenti a distribuire ostie a chiunque tendesse le mani. Mi chiedevo: ma tutta quella gente si sarà confessata? Infatti, ai miei tempi la chiesa domenicale era, sì, piena, ma a far la comunione erano in pochi. Oggi vedo la chiesa domenicale piena e tutti i presenti mettersi in fila per la comunione. Tutti.
Giustamente ha fatto notare il vaticanista de L'Espresso, Sandro Magister, che ormai far la comunione è percepito come un segno comunitario al pari della "pace" e sentirsene esclusi è vissuto come un'intollerabile attentato ai propri "diritti": un cristianesimo puramente emotivo e ignorante della dottrina quale quello odierno non può tollerarlo. Ai tempi di scarsa frequenza alla comunione chi non era in regola con la dottrina poteva passare inosservato, non così quando a comunicarsi va l'intera chiesa. Ho una coppia di amici del Centro-Italia che convivono, ma frequentano volentieri la parrocchia, dove lei, anzi, suona l'organo e dirige il coro. Pienamente e fraternamente accolti, nessun parrocchiano, nemmeno il parroco, ha mai fatto pesare loro la situazione personale. Mi manifestavano il loro disagio al momento della comunione, quando saltava all'occhio che erano gli unici a non mettersi in fila. Ho dovuto passare una nottata a spiegare il sacramento del matrimonio. Io, un laico che sta a Milano. Non so se li ho convinti. 



LA COMUNIONE È DIVENTATA UN FENOMENO DI MASSA
Ma a questo punto il vero problema non è quello attualmente in dibattito, cioè i divorziati risposati che vogliono fare la comunione. Questi sono quattro gatti, e non c'è bisogno di scomodare gli statistici per saperlo. No, i pastori dovrebbero chiedersi, semmai, com'è che la comunione è diventata un fenomeno di massa mentre la pratica penitenziale è a picco. Giustamente uno che convive more uxorio protesta: date la comunione oves et boves e a me no? Quello, dunque, dei divorziati risposati è un falso problema. Il problema vero è una pastorale matrimoniale fallimentare o inesistente. Di più: il concetto stesso di "peccato" è sparito e ormai siamo tutti come i biblici abitanti di Ninive che non sapevano «distinguere la propria mano destra dalla sinistra» (Giona 4, 9). Il criterio di concedere alle umane debolezze e ignoranza quel che chiedono non paga, lo dicono l'esperienza e la storia stessa della via dell'"apertura". 

Giona, con sua gran sorpresa, convertì i pagani di Ninive semplicemente annunciando loro: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (3, 4). Certo, forse il metodo di Giona non è adatto al nostro evo. Ma è anche vero che i Novissimi sono spariti dalla predicazione, perché per troppo tempo si è ritenuto di poter rievangelizzare facendo ricorso alla sociologia. Un anonimo parroco francese convertì Eve Lavallière, la più celebre sciantosa francese dell'Ottocento, col solo chiederle se pensasse mai all'Inferno. Ovviamente, almeno in che cosa consistesse quest'ultimo la sciantosa lo sapeva: al catechismo, da bambina, glielo avevano insegnato.


Titolo originale: Tutti in fila per la comunione. Ma quanti si confessano?
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17/11/2014

martedì 5 maggio 2015

convertire i cattolici a PANNELLA


Alla fine sono stati i radicali come 

Pannella e Bonino a convertire i cattolici




(una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina) – 

Il paradosso – ma non troppo, come vedremo – è che se c’è un giornale che per il suo imprinting ha addirittura rischiato di essere diretto da Marco Pannella, quel giornale è Tempi. E non sto scherzando. Fu la prima idea di direttore buttata lì come provocazione da un amico prete. Il cristianesimo è libertà. «Perciò noi siamo disposti ad andare anche tra le gambe del diavolo. Basta una pagina espressiva di quello che siamo noi. Illuminerà tutto il restante». E infatti, in “quello che siamo noi” c’è lo spirito di un giornale che sta all’estremo opposto della concezione esistenziale “radicale”.

Poiché per la natura ideale di questo giornale, libertà (in cultura come nella politica, nell’economia come nella concezione dei rapporti umani e delle opere sociali) è volontà energica di adesione alla verità, all’Essere, «ragione sottomessa all’esperienza». Altre declinazioni della libertà possono essere sorprese come approssimazione (o caricatura) della libertà. Nel caso, l’approssimazione “liberale liberista libertaria transnazionale, antiproibizionista…” e tutta l’aggettivazione con cui Marco Pannella ha via via connotato la propria azione “missionaria” in politica. Ed è significativa questa proliferazione di aggettivi. Così come proverbiale è la prolissità di Pannella.

Sembrano il tentativo di afferrare ed esaurire col pensiero, tipico dell’illuminismo, l’esperienza del reale. Tant’è vero che la più classica argomentazione di questo pensiero sul piano civile sembra di logicità implacabile: ma se tu non vuoi farlo (l’aborto, l’eutanasia eccetera), perché vuoi impedire a me di farlo? Il dialogo e la democrazia come competizione delle libertà diventano così pura forma (teatro delle opinioni), soccombenti alla pura potenza (teatro delle forze, economiche, mediatiche, giuridiche, politiche, internazionali, del Potere).

D’altra parte: che esempio di durata illuminista ha dimostrato il piccolo gruppo di fedeli infiammati dal “ministro del culto” (definizione di Pannella data da Giuliano Ferrara) che dall’anno 1955 predica a nome dei “radicali”. Sorta di Onu in miniatura che va in giro per il mondo pretendendo di risolvere i problemi del pianeta con l’idea giusta, con le giuste cause (risolvere il problema della “fame nel mondo” addirittura). Con gli appelli, le conferenze stampa, i referendum e le mozioni internazionali. Dalle cime del Nepal alla cima del Palazzo di Vetro, da Bruxelles alla Birmania, da Roma alle carceri di tutta Italia, i radicali hanno seminato il globo di attivisti del più puro e militante illuminismo democratico. Se ci pensate, il Partito radicale ha portato nel mondo un modello di agitatore, militante, attivista, che ha fatto del suo essere “minoranza” una potente leva di influenza delle maggioranze. Un vero e proprio lievito del mondo, per parafrasare il detto evangelico.

Il metodo politico per eccellenza
Tant’è che nelle democrazie odierne quello dei radicali è diventato il metodo politico per eccellenza. Sono stati i radicali italiani, grazie alla comprensione che per primi hanno avuto della comunicazione e della potenza persuasiva del gesto che diventa immagine, che hanno anticipato i successi delle attuali minoranze e lobby che impongono l’agenda politica con risultati che nessun partito di massa sa ottenere. Vedi l’agenda Lgbt che nel volgere di un decennio si è affermata come cultura di massa e legislazione internazionale.
Personalmente, ho sempre avvertito il carattere “cattolico” (cioè “universale” nel senso etimologico del termine) della sfida radicale. Intanto i fatti sono lì a documentare che solo il partito di Pannella ha attraversato metà del secolo scorso e mantiene tutt’ora una forza ben superiore al dato numerico dei suoi tesserati e militanti. Ancora oggi, i radicali sono il lievito dei cambiamenti sociali. Prova ne siano i temi all’ordine del giorno: dal divorzio breve alla fecondazione assistita, dall’eutanasia al matrimonio gay, sono tutte battaglie che sorgono e si affermano dentro la storia radicale. I partiti sono tutti morti e le chiese cristiane non si sentono molto bene. Ma Lorenzo Strik Leavers (che è ancora qui a lottare con Pannella mentre dietro di lui giovani leve seguitano a sorgere) aveva 15 anni nel 1955 quando discuteva in classe con don Giussani e stampigliava orgogliosamente il simbolo del Partito Radicale sui muri della cerchia dei Navigli. In questo senso Emma Bonino ha potuto affermare a ragione che «Amicone è un amico».

E proprio da Radio Anch’io, in cui la mattina del 22 aprile Emma Bonino riconobbe “amicizia” nell’opposizione di vedute, ci è venuta una “rivelazione”. Credo che l’idea di dedicare la trasmissione a lei sia nata da uno spunto nobile e umanissimo. Sappiamo che Emma sta lottando con un tumore ai polmoni. Ha voluto annunciarlo lei stessa, da Radio Radicale, esponendosi e non considerando la malattia estranea alla sua battaglia ideale e politica. Non solo. In quella stessa giornata il Parlamento avrebbe approvato in via definitiva il cosiddetto “divorzio breve”. Un modo perfetto per commentare la notizia.

«Grande Emma»
Diciamo un’altra cosa. Emma Bonino ha un profilo scabroso per noi cattolici. È andata in prigione per aver procurato aborti e si è battuta per ottenere legislazioni abortiste. È la famosa storia del meglio l’aborto legale che quello clandestino. Col limite di aggirare un male puntuale (“l’omicidio in pancia”, direbbe Giuliano Ferarra) e un serio caso di libertà (uccidere un bambino in pancia è libertà?) per arrivare infine – via libertà di solitudini – a rivendicare un “bene” sociale (abbattimento degli aborti clandestini e dei rischi per la salute di chi all’aborto ricorre). Mentre il “radicale” Pasolini ne faceva un problema di verità – cioè di “sacralità”, la vita non ci appartiene ed è il Potere che ci induce a pensare il contrario, come il poeta scrisse dichiarando il suo “no all’aborto” – i radicali tutti, da Pannella alla Bonino, ne hanno fatto il tema di libertà e giustizia per eccellenza, nel campo dei diritti civili e dello Stato di diritto. Ma non è questo il punto.

Il punto è il convergere del “cattolico” – e qui mi riferisco al “cattolico” in senso stretto – alla sostanza del pensiero radicale. Già il risultato storico del referendum sull’aborto (17 maggio 1981), con l’affermarsi di una maggioranza prossima al 70 per cento, conteneva in nuce questo convergere. Oggi si potrebbero votare eutanasia, matrimoni tra persone dello stesso sesso e tutto il resto dell’agenda politica radicale, e avremmo risultati analoghi a quelli del divorzio e aborto di anni Settanta e Ottanta. Ed ecco le ultime battute di Radio Anch’io, edizione del 22 aprile scorso.

Roberto: «Grande Emma. Da cattolico condivido le sue battaglie perché mi sto commuovendo nel sentire le parole di una persona che chiede veramente di non dover soffrire fino alla fine, ma di poter scegliere il momento in cui potersene andare in serenità. È veramente una battaglia, come tutte le battaglie che ha fatto Emma: sono battaglie da cattolico… Perciò, se possibile: diamo queste libertà! Queste libertà non sono libertà da dover prendere e usare selvaggiamente, ma ognuno di noi sa cosa farne. Io e mia moglie abbiamo fatto i corsi per i fidanzati per la parrocchia dove abitiamo: io vi posso dire che se non ci fosse stato il divorzio sapeste quante coppie infelici ci sarebbero ancora adesso in giro! Perciò, grande Emma. Se posso: vai avanti per la tua strada. Ti ringrazio, arrivederci».

Emma Bonino: «Volevo chiudere con un ricordo di mia madre. Mia madre e tutta la mia famiglia in generale sono cattolici e praticanti, ed è stata sempre la mia più grande sostenitrice. Semplicemente pensando che magari la pensava diversamente, ma credeva di capire che cos’è la possibilità di vivere diverso, di scegliere e di rispettarsi comunque. Lei, da cattolica, diceva: senza il libero arbitrio, senza la possibilità di scegliere, non è neanche il tipo, come dire, di “religione” a cui io sono così, affezionata…».

Conduttore: «Gli ascoltatori sono anche un po’ tutti commossi dalla bellezza e dalla nobiltà delle sue parole. C’è un minuto per chiederle, se crede, che cosa significa per lei la parola libertà». Emma Bonino: «Responsabilità. La libertà senza responsabilità si chiama licenza ed è una cosa che francamente interessa poco. E la libertà si basa sullo stato di diritto, sulle regole, sul rispetto delle regole, quello per cui si battono Marco Pannella, Rita Bernardini e i radicali».

Libertà, responsabilità, coraggio, giustizia, dignità, diritto… Tutte le parole più nobili del mondo. Solo la parola “verità” non trova più posto. E con l’applauso commosso del cattolico. Ciascuno potrà valutare, sulla base della propria esperienza, quanto sia generalizzabile e identificabile nel tipo umano del Roberto di Radio Anch’io il “cattolico della strada” o il “cattolico anonimo” come lo chiamano i giornali stile la Repubblica.
E comunque, qualche ora dopo questa trasmissione, il Parlamento italiano votava il divorzio breve e il primo a esultare era il cattolico presidente del Consiglio. «Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la #voltabuona”», scriveva il premier Matteo Renzi in un tweet. «Questo Paese lo cambiamo davvero», gli faceva eco la deputata Alessia Morani, relatrice del testo a Montecitorio assieme al forzista Luca D’Alessandro. Tutti cattolici. Tutti centrati sull’euforia del “cambiamento”. Non c’è alcun residuo di domanda, di perplessità, di scrupolo. Nessun residuo di “verità” disturba i festeggiamenti. Siamo «al passo coi tempi». O, come si dice, «al passo con i paesi più avanzati d’Europa».

Il divorzio breve sembrerebbe l’unica bella notizia nei giorni di tristezza per le centinaia di migranti africani affogati nel Canale di Sicilia. Di nuovo, completamente orfani della verità, nessuno coglie e fa esplodere in pensiero quello che ha colto, pensato e scritto il nostro Emanuele Boffi in una cronaca fattuale, scarna, al netto di tutte le belle parole sentite dai commentatori. Le autopsie hanno rilevato sulle braccia di certi affogati l’incisione nella carne di una preghiera e di una casa. «Possa Dio aiutarci» e i nomi dei loro villaggi. La verità della tragica avventura.

Marco che volle farsi Papa
Sul lato divorzio breve, invece, questa “verità” è apparsa come una reminiscenza lontana lontana. Ad esempio nell’articolo sulla Stampa del bravissimo cattolico Michele Brambilla. Una fantastica bandiera bianca issata sul ponte della storia. Dopo aver passato in rassegna i mali del passato (come se il passato fosse male, come se il passato del matrimonio dei nostri genitori e dei nostri avi fosse ascrivibile in toto, in ossequio allo schema radicale, a passato di violenza, di ipocrisia, di «divorzi alla Pietro Germi», con la lupara), «però – concludeva Brambilla – abbiamo perso qualcosa». Nostalgia. L’ultimo giudizio cattolico in società sembra essere la nostalgia per una verità che non c’è più. Giusto che Radio Radicale registri la resa. E infatti per la voce di Massimo Bordin, il radicale rende onore alla nostalgia.

Qual è il punto? I punti, in realtà, sono (almeno) due. Il primo sembra scontato. Però, non dal giorno in cui passò il divorzio, ma dal giorno in cui l’élite cattolica ha avuto un problema con la verità e se n’è fatta una ragione. Quando Marta Sordi ricordò che «in Cattolica furono ammessi ben due interventi pro divorzio e neppure uno contro. Mentre in Università statale persino Gabrio Lombardi, promotore del referendum antidivorzista, poté parlare», si riferiva a un’epoca in cui rettore dell’Università cattolica era Giuseppe Lazzati. «Un credente emblema del Novecento italiano», secondo l’autorevole e cattolicissimo storico del Mulino di Bologna e del Corriere della Sera di Milano Alberto Melloni. Lazzati stava dalla parte della storia. E i cattolici sono passati dalla parte della storia.

Chi non è dalla parte della storia? I poeti, gli artisti, i giornalisti (o almeno dovrebbero) che custodiscono la verità dei fatti. E poeta, artista e giornalista fu in un certo senso anche don Giussani, il cui movimento è coetaneo del Partito Radicale. Credo che le sue tre premesse al Senso religioso restino un grande programma di educazione alla verità e, quindi, di resistenza allo storicismo relativista. Dicono in estrema sintesi quelle tre premesse: primo, che se la conoscenza non “rispetta” l’oggetto, se non si piega all’oggetto, il primo svarione è che la cosa o l’altro (oggetto) diventano lo sgabello dei miei pensieri. Secondo, se la ragione non è apertura alla totalità, se non ammette la categoria della possibilità, il mio pensiero anticipa ed esaurisce la realtà e così, anche qui, la cosa e l’altro spariscono dall’orizzonte conoscitivo. Terzo, se la moralità non è amore alla verità («più di me stesso»), la morale diventa quella dettata dal Potere in un determinato momento storico.

Dopo di che, non è affatto strano che Pannella, Bonino, Bernardini, i tre maggiori leader radicali, abbiano per un verso o per l’altro matrice cattolica (la Bernardini è stata addirittura una delle leader dell’Azione cattolica). Così come non è strano che “maestri del sospetto” come Umberto Eco e “cattivi maestri” come Toni Negri siano stati capi di grandi associazioni cattoliche. Per completare il quadro dirò che un giorno Marco Pannella mi invitò nella sede del Partito Radicale a Roma «per fare esercizi spirituali». Così disse. Mi sfuggono i particolari, ma ho il vivido ricordo del racconto di una fanciullezza colma di attenzioni e di devozione cattolica. Aveva avuto uno zio vescovo e si potrebbe cogliere nello stesso leader radicale il piglio di un uomo che, in sintesi della predica, “volle farsi Papa”.

Infine, è il Partito radicale che ha catechizzato e convertito democristiani e comunisti. Non il contrario. Pregevole sintesi (ancorché imperfetta, direbbe Pannella) di questo catechismo è il Partito Democratico. E quanto dal Pd discende in educatori e “società civile”. Ma da destra a sinistra, passando per Grillo, tanti sono i radicali nel pensiero, in tutti i partiti e movimenti. Tutti (compresi i boy scout di Renzi) sono dalla parte della storia. Ma non dalla parte dell’esperienza che «ditta dentro amore», direbbero gli stilnovisti.

L’esperienza che colpisce nel segno
E così, torniamo a ricordare con l’ammirabile Walter Benjamin, poeta e scrittore che come Kafka immaginava di farsi trovare “degno” della verità anche se la verità non fosse arrivata, «si potrebbe parlare di una vita o di un istante indimenticabili anche se tutti gli uomini li avessero dimenticati». La verità è soprattutto «la morte dell’intenzione» (Benjamin) e soprattutto «esperienza che colpisce nel segno» (Arendt). Così è la musica, la poesia, l’arte. Possibilità della verità di trionfare sulla storia anche da seppellita viva (vedi l’umano nel secolo delle idee assassine, custodito non da Martin Heidegger ma da Vasilij Grossman).

Ho capito di più questa natura invincibile della verità agli ultimi esercizi spirituali di Cl. Mirabilmente accompagnati, settimana scorsa, dalla musica di Palestrina e dal fado portoghese, dai canti gaelici dell’VIII secolo e dal gregoriano, da un video di don Giussani e uno illustrativo dell’arte di Millet, pittore testimone di quella cristianità cara a Péguy, fatta di popolo e di lavoro, di umiltà e di onore, di uomini e donne ai margini di ogni mondanità, eppure protagonisti della storia.

Perché il mio amico David Jaeger, ebreo nato in Israele e col sogno di diventare rabbino, un giorno arrivò invece al cristianesimo, addirittura dopo aver letto l’enciclica di Pio XII sul “Mistico corpo di Cristo”? Perché se per una via, diciamo così, lineare, su terra cattolica e ambrosiana, Giussani ha potuto attestare con una umanità e fecondità eccezionali come la vita di Gesù è arrivata per una catena millenaria di amici «a mia madre, e mia madre l’ha detto a me», per la via dell’arte europea, a 16 anni, David trovò la domanda che non si aspettava. Il residuo di verità che non immaginava. E, infine, la risposta nel “Mistico corpo di Cristo”. La Storia dentro la storia.

lunedì 4 maggio 2015

Messa Angelica

Perché cantiamo la Missa de Angelis?


1. Quando l'evangelista Luca racconta la preparazione dell'Ultima Cena, usa una parola fondamentale. Questa parola è: "stanza". La stanza, cioè in greco, katàluma.
Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: "Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua". Gli chiesero: "Dove vuoi che prepariamo?". Ed egli rispose loro: "Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. Direte al padrone di casa: "Il Maestro ti dice: Dov'è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?". 
Per capire l'importanza di questa parola bisogna fare un salto indietro di 33 anni, agli inizi del vangelo, quando Gesù venne posto nella mangiatoia perché per loro non c'era posto nell'alloggio, la stanza, katàluma.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
Pensate quanta strada camminata, quanta polvere calpestata, quanti incontri, parole, miracoli, fatica per trovare finalmente la sua katàluma. Non una qualunque, ma precisamente questa qua, dove mangiare la Pasqua con i suoi discepoli. Finalmente Gesù trova il suo posto ed è quello dove condividere la Pasqua con i suoi compagni.

E' come se Gesù avesse avuto sempre come meta quella katàluma, perché lì si sarebbe svolto il fatto decisivo della sua vita. La missione di Gesù era finalizzata a questo momento, a questa cena, a questa stanza. Infatti dice: 
Ho desiderato con desiderio, cioè ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi.
Insomma, la cena che si svolge in questa stanza è il culmine della vita di Cristo.

2. La Cena di Gesù non è un momento chiuso in se stesso, ma rimanda immediatamente a qualcosa di altro, oltre il momento stesso, nel futuro e nel passato.

Rimanda al passato, a tutta la tradizione di Israele. Infatti Luca menziona esplicitamente i due calici, prescritti dalla tradizione di Israele, essa stessa memoriale di quella fatidica notte in cui il Popolo di Dio uscì dall'Egitto. 
Rimanda a un futuro imminente, quello della croce. Infatti dice che la sua Passione è prossima e che questo pane che stanno per mangiare è il suo stesso corpo dato per noi e che questo calice che stanno per bere è il calice della nuova alleanza, il sangue versato per noi. 
Rimanda a un futuro escatologico, perché questa Pasqua è davvero compiuta nel Regno che viene, nel Regno di Dio.

Il passato e il futuro, della terra e del cielo, sono compresenti nella cena del Signore. Il passato e il futuro, il cielo e la terra sono attualmente presenti nella cena del Signore. Attraverso il memoriale della Pasqua, Dio fa uscire dall'Egitto anche chi è nato dopo. Ecco, proprio come recita l'Exsultet, cantato in ogni vigilia paquale, è in questa notte - sì proprio in questa - la colonna di fuoco guida i redenti. E il pane e il vino che Cristo mangia con i suoi discepoli è l'offerta del corpo già immolato sulla croce.
Il suo corpo è nutrimento vitale,il suo sangue è inebriante bevanda;l'unico sangue che non contamina,ma dona salvezza immortale a chi lo riceve.
E questa Pasqua si compie nel Regno, cioè assume la sua pienezza e il suo valore a partire dalla venuta del regno.
Esultino i cori degli angeli,
esulti l'assemblea celeste.
Per la vittoria del più grande dei re,
le trombe squillino
e annuncino la salvezza.
Si ridesti di gioia la terra
inondata da nuovo fulgore;
le tenebre sono scomparse,
messe in fuga dall'eterno Signore della luce.
Tutta la storia della salvezza è compendiata in un istante. Ci pensate mai? Il tutto in un istante: veramente quando celebriamo l'Eucaristia entriamo in un altra dimensione, veniamo resi presenti all'eternità di Dio!

Gli angeli cantano con Domenico

3. La nostra povera liturgia cerca di esprimere come può questa traboccante ricchezza, questa assoluta densità di significato. La disposizione dell'altare, le due candele, il pane azzimo ci ricordano la pasqua di Israele. L'altare è una tavola, perché si tratta di una cena, la cena del Signore. È una pietra, perché quella tavola è il sepolcro del Signore. Su di essa c'è una croce: perché quel pane e quel vino sono il crocifisso. 

Vestiamo delle cotte bianche, come quelle degli angeli nelle liturgie celesti. Perché, poi, cantiamo la Missa de Angelis? Perchè è l'unica che sappiamo!

Mannò! Guardate là, in alto, la gloria di Domenico: non vedete che gli angeli ci accompagnano con le loro voci e i loro strumenti? Con le loro cetre accompagnano perfino me, che sono così stonato! il mio canto, che  almeno alle orecchie di Dio suona melodioso e intonato.

La nostra liturgia deve richiamare questa straordinaria conflagrazione spazio-temporale attraverso dei segni che diventano intelleggibili, assumono un significato solo se illuminati dalla Scrittura. Solo leggendo la Scrittura capiamo quello che facciamo nella sacra liturgia. Le due cose non vanno mai scisse: La Parola di Dio (TUTTA) illumina l'azione eucaristica. E la celebrazione del sacramento realizza quello che la Parola annuncia e insegna.

Il cero pasquale 
4. Se la nostra cena eucaristica è quella cena e non una imitazione, una recita, allora dobbiamo dire che chi si assume l'ingrato compito di preparare la liturgia si assume l'ufficio di Pietro e Giovanni. Voglio allora ringraziare qua coloro che all'Arco o alla Minerva o qui a Bologna – soprattutto qui a Bologna – hanno preparato la liturgia pasquale. Grazie... e che onore!

Come Pietro e Giovanni avete fatto in modo che tutto sia pronto: i candelieri una cosa sola è quella importante: che ci sia nostro Signore tra di noi. 
sull'altare, il razzo missile per il cero pasquale, la riserva eucaristica, i paramenti... ma 

E c'è, perchè ce lo ha promesso, e c'è perché non dipende da noi. Noi, almeno quella notte, abbiamo cercato di non tradirlo, almeno quella notte abbiamo cercato di non litigare tra di noi a sentirci migliori gli uni degli altri (o perché noi siamo così bravi o perché i nostri confratelli sono così maledettamente scarsi), abbiamo cercato di non fuggire e di rimanere svegli nella preghiera.

Ecco, voi, Pietro e Giovanni, dopo aver preparato la Chiesa correte al sepolcro, rinsaldateci nella fede, mostrateci la Carità, aiutateci a contemplare la Carità.

Questo è il mio augurio per il tempo pasquale: che possiamo contemplare l'Amore di Dio.

http://vitaefratrum.blogspot.it/2015/05/perche-cantiamo-la-missa-de-angelis.html

domenica 3 maggio 2015

confessione implicita?

assolti senza elencare i propri peccati?


Don Enrico Finotti: se sono mortali vanno sempre spiegati



«Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi», affermava Papa Francesco in piazza San Pietro il 29 aprile 2013. «Guardate ai vostri peccati, ai nostri peccati: tutti siamo peccatori, tutti - spiegava il Pontefice - Questo è il punto di partenza. Ma se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele, è giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. E ci presenta – vero? – quel Signore tanto buono, tanto fedele, tanto giusto che ci perdona» (Tempi.it).

PURIFICAZIONE DAI PECCATI
Attraverso il sacramento della Confessione il penitente elenca solitamente i peccati al sacerdote per poi essere liberato da essi. Ma se questo non accade, cioè se un sacerdote non si fa elencare i peccati ma dà comunque l'assoluzione, compie un sacramento valido? E sopratutto è corretto non farsi elencare i peccati dal penitente? 

LE QUATTRO FASI DELLA CONFESSIONE
Don Enrico Finotti, parroco di Rovereto e curatore della rivista formativa Liturgia «culmen et fons», ha spiegato ad Aleteia che il sacramento della Penitenza (o Riconciliazione, o Confessione) «ha dogmaticamente quattro parti essenziali: il pentimento, l'accusa dei peccati, la penitenza e l'assoluzione da parte del sacerdote. Come si evince l'accusa dei peccati mortali è necessaria per ottenere una valida assoluzione sacramentale». 

ADEGUATA PENITENZA
Il sacerdote, infatti, è giudice e a nome della Chiesa «deve poter conoscere il genere di peccati accusati dal penitente per poi stabilire se sciogliere o legare, secondo l'espressione del Signore, ed anche imporre l'adeguata penitenza per l'emendamento del penitente». 

PECCATI VENIALI E MORTALI
Diversa è la necessità dell'accusa di peccati veniali, «per i quali non vi è assoluta necessità, ma la saggia raccomandazione della Chiesa in un cammino di perfezione e di graduale crescita nella santità del proprio stato di vita». Se il penitente, dunque, è cosciente di avere un peccato mortale è tenuto ad accusarlo nella successiva confessione, essendo stato impossibilitato ad accusarlo nella confessione precedente.
sources: ALETEIA

venerdì 1 maggio 2015

menù della felicità

Un «Terzo paradiso» per EXPO: la mela reintegrata


Milano - Nutrire il Pianeta, energia per la vita. Ecco, la tavola planetaria è apparecchiata. Dopo 109 anni, quando in eredità lasciò il parco Sempione e il meraviglioso Acquario civico, oggi l'Expo ritorna a Milano. Orgogliosa che l'evento sia toccato all'Italia, vorrei che ne scaturissero molti messaggi, frutto dell'italico genio. E, se oggi sembrano sommersi, speriamo che qualcuno riesca ad emergere. Nel frattempo, registro un po' di cronaca.
A proposito dell'accento sul cibo, annessi e connessi, avevamo già commentato un evento ecclesialeExpo: le religioni si interrogano sul menù della felicità”; il che costituisce l'ennesima riprova dell'ormai smascherata insistenza nel costringere le confessioni religiose negli angusti e innaturali spazi di un “minimo comun denominatore”, che non è altro che quello invocato dalla Massoneria a garanzia di un ordine politico nel quale la religione non deve avere alcuna influenza pratica. Ed è con questo che si vorrebbero vincere le schiavitù e la povertà. Ma chi ricorda più al mondo che la vera schiavitù è quella del peccato e che solo Cristo Signore è colui che salva ed è solo da questo e non dalle volontà umane che tutte le schiavitù possono essere eliminate? E che solo a partire da questa salvezza possono essere rimosse le cause di ogni ingiustizia e di ogni povertà non soltanto materiale? E la felicità cos'è: un diritto o un anelito?
Dunque l'EXPO è decollata. In piazza un'enorme mela verde alta otto metri, interamente ricoperto da zolle di vera erba e il segno di un gigantesco morso ricucito con grossi punti di acciaio. È «Il Terzo Paradiso. La mela reintegrata», dono per Expo del maestro dell'Arte povera Michelangelo Pistoletto.

Leggo su Fb: «L'apoteosi dell' apostasia a livello ormai cosmico / ambientale. L'ideologia del “ci salviamo da soli” e le campane del Duomo suonano a festa. Ecco ... signori ... a Gerusalemme entra il Re/Uomo» (Manuela).

La cifra investita dalla Chiesa nell'esposizione (3 milioni di euro) supera quella stanziata per iniziative di solidarietà, da Ebola all'alluvione di Genova, ai cristiani perseguitati in Iraq ed è stata equamente divisa tra il Pontificio Consiglio della Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, la Conferenza episcopale italiana e l’arcidiocesi di Milano. L'Osservatore romano rimarca che l'edificio sarà “solo” di 360 metri quadri. I media sottolineano che “fonti vicine a Bergoglio raccontano la sua irritazione”. Strano che questa venga fuori a posteriori mentre è difficile ipotizzare che si muova foglia che  non voglia. E il card Ravasi dichiara: “Abbiamo sempre partecipato”... Del resto avremo presto una enciclica sull'ecologia che, visti gli autori, prevedibilmente non supererà una risoluzione ONU.

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/05/un-terzo-paradiso-per-expo-la-mela.html