martedì 28 aprile 2015

castità impossibile

È impossibile per gli uomini aspettare il matrimonio per fare sesso?


La castità è una virtù, e questa viene da Dio. Gliel'hai chiesta?



Questo post fa parte di una serie pubblicata sul blog di Arleen Spenceley (Chastity is for lovers) volta a combattere la falsa convinzione per cui è “impossibile” per gli uomini aspettare fino al matrimonio per fare sesso. Ogni contributo presenta un uomo che ha mantenuto la verginità fino al matrimonio. Arleen usa la sua testimonianza per provare che la convinzione per la quale “gli uomini non possono aspettare” è sbagliata e per esortare sia gli uomini che le donne a praticare la virtù della castità.

Questa intervista presenta Jason Evert, autore e conferenziere, che si è sposato a 27 anni e oggi ne ha 39. Tra le altre cose, aiuta a provare che la castità è adatta agli uomini.

Cosa ti preoccupava della tua decisione, se c'era qualche elemento?

Quando ero al liceo non avevo intenzione di aspettare fino al matrimonio, pur sapendo che era qualcosa di “buono” che dovevo fare. Maturando nella mia fede, ho sviluppato un desiderio di amare la mia sposa “tutti i giorni della mia vita”, includendo quelli prima di conoscerla. Anche se nella mente e nel corpo di un uomo abbondano i desideri, mi sono reso conto che l'unico modo per superare un desiderio forte è averne uno più forte. Molti dicono che i nostri desideri formano le nostre decisioni, ma ho scoperto che sono le nostre decisioni a dare forma ai nostri desideri. Allora ho iniziato a cercare di prendere decisioni quotidiane che mi avrebbero aiutato a desiderare l'amore vero più che la sua falsificazione, la lussuria. Ad esempio, ho gettato nella spazzatura tutto il materiale pornografico che avevo.
 

Non posso dire di non aver mai avuto paura che mia moglie ed io non fossimo sessualmente compatibili o che non saremmo riusciti a fare niente la nostra prima notte di nozze. Il senso di “anticipazione” è stato maggiore di qualsiasi ansia che potessi provare sul fatto di agire in base alle aspettative del mondo. In base a ciò che ho ascoltato, le coppie sposate più soddisfatte a livello sessuale non sono quelle sposate da poco, ma quelle sposate da molti anni.

Imparano ad amarsi man mano che il tempo passa. Mentre ci preparavamo al matrimonio, non ci esortavamo a vicenda per assicurarci che la nostra prima notte di nozze fosse la migliore di tutte. Siamo rimasti soddisfatti sapendo che era la prima volta e abbiamo concentrato le nostre energie nel creare un matrimonio che duri per tutta la vita.

Cosa direbbe ora a un uomo vergine che ha le stesse preoccupazioni?

Non essere ossessionato dall'idea di essere “compatibile” o da quella di dover fare il tuo “dovere”. La tua capacità di fare l'amore sarà riflesso della tua capacità di amare. Se cresci nell'imparare come amare una donna a livello emotivo, spirituale e intellettuale, quindi, crescerai nell'imparare come amarla anche a livello fisico.

Come sei riuscito a custodire il sesso per il matrimonio in una cultura che pensa sia impossibile per gli uomini?

Onestamente non ho fatto attenzione a ciò che diceva il mondo. Per come la vedo io, viviamo in una cultura in cui tutti cercano di ribellarsi, e allora l'unica cosa veramente ribelle è essere virtuosi.
 

Che consiglio daresti a un uomo celibe che vuole riservare (o riservare da questo momento) il sesso per il matrimonio ma crede che non sia possibile?

Come uomini, siamo onesti: noi provochiamo il 90% delle nostre tentazioni per via delle persone con le quali usciamo e per come le guardiamo. Prendi decisioni migliori su ciò che vedi, sulle persone con cui esci e su quelle che scegli come amici, e resterai stupito da quanto diventerà più facile controllare le tentazioni. Non si tratta di essere superforti. Si tratta di renderci conto della nostra debolezza e di chiedere a Dio di darci la sua forza. La castità è una virtù, e questa viene da Dio. Gliel'hai chiesta?

E cosa diresti a una donna nubile che sta aspettando ma alla quale sembra difficile credere che esistano uomini che vogliono aspettare?

So che può essere scoraggiante non vedere molti uomini che valorizzano la virtù della castità nella propria vita, ma non arrenderti. È molto meglio rimanere delusa dagli uomini che rimanere delusa per il fatto di adattarti a un uomo che è la metà di ciò che meriti.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: LA OPCIÓN V

lunedì 27 aprile 2015

di chi è figlio il gender?

Parla in esclusiva Alain de Benoist: 

"Il gender è figlio del capitalismo liberale"

15 aprile 2015, Fabio Torriero
L'intervista del direttore Fabio Torriero


Nel suo libro "I demoni del bene", è detto chiaramente: il grande inganno consiste nel far passare come sensibilizzazione alla democrazia, alla tolleranza, come pedagogia, quella che è in realtà la cancellazione di ogni legame e di ogni identità culturale, storica, religiosa, familiare e sessuale. E' la rottura (democrazia contro natura), e il pensiero gender ne costituisce solo un'ultima declinazione, tra l'uomo-creatura e il Creato, per una nuova antropologia, dove al posto della natura c'è la cultura, la scelta (il desiderio che diventa diritto), e dove al posto dell'uomo, c'è l'uomo in progress, l'uomo indistinto, indifferenziato, l'apolide, il cittadino asessuato del mondo. Perché in questo modo può diventare più schiavo dell'economia, mero ingranaggio, e schiavo del nuovo ordine mondiale. Alain De Benoist, filosofo e fondatore della Nouvelle Droite, in una conversazione sul tema con IntelligoNews, denuncia sì la la fonte ideologica dell'indifferenziazione moderna ma analizza anche l'attualità politica, destra e sinistra, e commenta la scalata di Marine Le Pen...

Secondo te, cosa può fare la Chiesa come agenzia di senso, o cosa può fare lo Stato nazionale, per fermare e combattere tale disegno? Ti piace papa Francesco? Con la sua misericordia, è più vicino a questo nuovo ordine mondiale buonista o resta nel solco della tradizione?

"Quello che nel mio libro rimprovero alla teoria del genere, non è di ricorrere alla nozione di “genere”, che corrisponde a una realtà socio-culturale incontestabile, ma di credere che il genere non abbia niente a che vedere con il sesso nell'accezione biologica del termine. La verità è che esistono una pluralità di pratiche, di orientamenti o di preferenze sessuali, ma che ci sono solo due sessi. Nell'immensa maggioranza dei casi, il sesso precede il genere, non certo nel senso di un determinismo stretto, come predisposizione. La pluralità  sessuale non fa sparire i sessi biologici e non ne aumenta il numero. L'orientamento sessuale, quale esso sia, non rimette, quindi, in discussione il corpo sessuato. I sostenitori dell'ideologia del genere sostengono anche l'idea di una “neutralità” iniziale dell'essere umano in materia di sesso. Si potrebbe comodamente “costruire” o fabbricare una ragazza o un ragazzo educando un bambino come una ragazza o come un ragazzo. Il corpo sessuato non sarebbe un dato già presente dal principio dell'esistenza. È in questo senso che gli uomini e le donne sarebbero sprovvisti di “natura”. Ma questa è una contro-verità manifesta. Il sesso si decide in realtà dalla fecondazione, cioè prima ancora dell'apparizione morfologica degli organi genitali nell'embrione, il che significa che la differenza sessuale è acquisita sin dai primi istanti di vita. L'ideologia del genere, infine, si riallaccia a questa forma particolare di femminismo che, anziché privilegiare prima di tutto (e non senza ragione) la difesa, la promozione o la rivalorizzazione del femminile, sostiene che l'eguaglianza tra gli uomini e le donne non sarà veramente acquisita finché ci sarà qualcosa che li distinguerà. Poiché la differenza viene ritenuta indissociabile da una dominazione o da una gerarchia, l'eguale diventa sinonimo del medesimo: per uscire da ogni rapporto di dominazione, bisognerebbe sopprimere la differenza dei sessi. Non si tratta più di liberarsi solamente del “patriarcato”, della dominazione maschile, né degli uomini stessi, ma del sesso in quanto tale. È in questo senso che l'ideologia del genere si disvela come portatrice di un ideale di indifferenziazione. La critica dell'ideologia di genere non ha a che fare in via peculiare con la Chiesa o con lo Stato ma deve essere propria di tutti i cittadini che hanno a cuore la verità. Quanto a Papa Francesco, egli riscuote spesso la mia simpatia, in particolare quando denuncia, con maggior nettezza dei suoi predecessori, il sistema capitalista, l'ingiustizia sociale e il culto del denaro".

Nel tuo libro si fa riferimento al fatto che l'indistinto, l'indifferenziato nascano dai monoteismi. Già nel concetto di Dio c'è la fusione tra maschio e femmina, il loro superamento. Ma Gesù, incarnandosi come vero Dio e vero Uomo, si è incarnato da maschio, confermando la differenza tra maschio e femmina... Cosa pensi?


"Non credo neanche per un istante che Gesù sia Dio, ma anche se lo credessi mi parrebbe comunque ovvio che Dio non avrebbe potuto certo incarnarsi sulla terra come ermafrodito! Ora, incarnarsi sotto forma di donna avrebbe senza dubbio nuociuto alla sua predicazione, tenuto conto della condizione femminile nell'antica Palestina. Egli poteva incarnarsi soltanto sotto forma di un uomo. Ma questo non cambia nulla rispetto al fatto che dal punto di vista cristiano, la differenza tra gli uomini e le donne è di fatto inessenziale agli occhi di Dio. È ciò che dice San Paolo in un passaggio molto conosciuto dell'epistola ai Galati: “Non c'è più né ebreo né greco... Non c'è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.

La cultura libertaria sembra essere oggi l'unica alternativa ai due moralismi contrapposti: quello cattolico e quello gay. Ma non pensi che la cultura libertaria è proprio all'origine di quella società delle pulsioni dell'io (la fine sella società liberale), del concetto di libertà senza autorità, senza limite, di cui il '68 è stato uno dei pilastri? 

"No, non solamente io non faccio l'elogio della cultura libertaria, ma ne faccio al contrario una critica radicale mostrando che essa discende esattamente dalla stessa fonte ideologica della cultura liberale. È la ragione per la quale, come ha detto Jean-Claude Michéa, il liberalismo economico (di destra) e il liberalismo culturale e sociale (di sinistra) sono destinati a ricongiungersi. Bisogna del resto farla finita col il mito del '68”! Non è dal '68 ma dal capitalismo liberale che proviene l'idea di una libertà irresponsabile e senza limiti. Il capitalismo è legato dalle sue origini a un modello antropologico, quello dell'homo œconomicus, che si crede cerchi sempre di massimizzare il suo miglior interesse materiale. Da qui la legittimazione dell'egoismo. Il capitalismo si struttura d'altronde sull'idea dell'illimitato, di affrancamento da ogni frontiera, da ogni limite. La sua sola parola d'ordine è “sempre di più!” (sempre più mercato, scambi, profitti...). Da qui la legittimazione della dismisura, che i greci chiamavano hybris. Già presso Adam Smith, l'economia sembrava essere guidata dal desiderio molto più che dal bisogno. Ora, il desiderio è per natura illimitato (Epicuro faceva già del desiderio illimitato il principale ostacolo alla felicità). La pulsione economica oscura così la questione dei fini. Se oggi l'immaginario simbolico è sempre più colonizzato dai soli valori mercantili non è per colpa dei “gauchistes”, ma del capitalismo liberale che, per estendersi, ha bisogno di distruggere metodicamente tutto ciò che può fungere da ostacolo all'egoismo, alla libertà del commercio e al regno dell'interesse. Karl Marx non aveva torto a dire che la borghesia ha affogato l'ordine antico “nelle acque gelide del calcolo egoistico”. La cultura libertaria si situa di diritto nel prolungamento di questa tendenza. Come ha scritto il filosofo Jean Vioulac, “l'avvento della società dei consumi implicava la dissoluzione di tutto ciò che era suscettibile di frenare l'acquisto sui mercati, e dunque l'abolizione di ogni legge morale che reprimesse la soddisfazione immediata del desiderio. Il liberalismo, nella misura in cui si definisce tramite l'esigenza della deregulation e della de-istituzionalizzazione di ogni attività umana, è il progetto politico di smantellamento completo dell'ordine della legge, e in questo è uno dei più potenti motori del nichilismo”

Destra e sinistra usciranno mai rispettivamente dall'etica e dalla morale? Da noi Salvini e Grillo, i fatti nuovi della politica italiana ricalcano questi due schemi: la piazza populista moralista ed etica. L'alternativa è una politica pragmatica senza cuore? Lo stesso Renzi sembra la fotocopia di Berlusconi ...

"Nel mio libro faccio un'opposizione fra morale ed etica, che non sono concetti equivalenti (l'etica possiede un legame intrinseco con l'estetica, cosa che invece non accade per la morale). Io distinguo anche le morali dell'areté (Aristotele) che sono orientate verso il bene, e le morali deontologiche (Kant), che sono orientate verso il giusto. Questo ovviamente non significa che la politica si debba ridurre a un “pragmatismo senza cuore”. C'è soprattutto nella protesta populista, una dimensione morale molto importante, ereditata dal socialismo delle origini. Una delle grandi qualità del popolo è ciò che George Orwell chiamava la “decenza comune” (common decency), ovvero l'idea che “ci sono cose che non si possono fare”. Ma qui bisognerebbe senza dubbio introdurre ancora un'altra distinzione tra morale pubblica e morale privata. La politica non deve stare alle dipendenze della morale, poiché essa possiede la sua propria morale, la cui chiave di volta è la nozione del bene comune. Il bene comune non può essere diviso: esso è “comune” nel senso che se ne può godere solo in comune". 

L'avanzata della Le Pen, ma il successo di Sarkozy, ha fatto capire anche all'Italia che la destra senza i moderati non va al governo e non vince. Condividi questo schema?

"Non so cosa siano quelli che si chiamano i “moderati”, moderati in cosa? Moderatamente coraggiosi? Moderatamente onesti? Se in Francia il Front national è il primo partito politico è prima di tutto perché si rifiuta di definirsi in rapporto a uno spartiacque destra-sinistra che oggi non ha più alcun senso. Appena ha nettamente preso posizione contro il liberalismo economico e la società di mercato, esso è divenuto il partito per cui vota la maggior parte degli operai. Se oggi vuole proseguire la sua ascesa, non può farlo che impegnandosi prioritariamente a far sparire l'Ump di Sarkozy".

sabato 25 aprile 2015

lex orandi

La Liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità


di Dom Gérard Calvet O.S.B.
Sapete di quali tesori siete depositari? Alla fine del secolo VI, nel momento in cui l’Impero romano in piena decadenza passa il testimone della cultura al mondo cristiano, la Chiesa è in possesso dei più bei gioielli del suo tesoro liturgico, tra i quali bisogna contare le preghiere del Messale e specialmente le ammirevoli collette che precedono la lettura dell’Epistola. Charles Péguy scopriva con stupore che c’è un santo per ogni giorno; dovete inoltre sapere che ogni giorno c’è una preghiera destinata a guidare i vostri passi sulla via stretta. Queste preghiere, cesellate da anni di fede da mani fini e sapienti, dovete saperle a memoria, studiarle e meditarle, perché vi si trova lo spirito incorrotto del cristianesimo contenuto sotto forma di massime scolpite nel bronzo, e non c’è niente di più adatto da mettere in pratica come le alte certezza dell’anima: queste preghiere sono regole di vita. Il nome di colletta è stato dato alla preghiera che introduce le letture della Messa e che ritroviamo a conclusione di tutte le ore canoniche, poiché era recitata davanti ai fedeli, riuniti all’inizio della Messa. La secreta (preghiera sulle offerte) e il postcommunio devono il loro nome al posto che occupano nel dramma del sacrificio eucaristico. La colletta, come il prefazio, era un tempo improvvisata dal celebrante, quando sant’Ambrogio e sant’Agostino — in un’estasi comune — alternavano per la prima volta ut fertur, i versetti del mirabile Te Deum. Poi lo Spirito santo fissò divinamente la giovane preghiera della Chiesa come l’età matura fissa i tratti dell’infanzia. In alcune raccolte di orazioni erano conservati i brani meglio riusciti, e vi si possono riconoscere le preghiere dovute a san Leone Magno grazie alla perfezione del ritmo e al rigore del pensiero: la regola salvò l’ispirazione fissandone l’eccellenza. 

Ai nostalgici della Chiesa delle origini, in preda al creativismo, messa da parte la loro incredibile pretesa, rispondiamo che si può essere bambini solo una volta nella vita. Per fortuna, oggi, grazie alla pietà delle generazioni passate che ci hanno trasmesso questi gioielli della nostra liturgia, se un giovane barbaro entrasse in una chiesa per ascoltare una Messa, sarebbe messo direttamente in comunicazione con il pensiero di un Padre della Chiesa del secolo IV. Secondo un’usanza molto antica, il celebrante invita la comunità al raccoglimento con l’avvertimento solenne del Dominus vobiscum. «Il Signore sia con voi!», dopo di che i fedeli rispondono: «E con il tuo spirito». Il Signore dev’essere con il sacerdote per renderlo degno di esprimere i voti della comunità. Dev’essere con i fedeli per renderli attenti alla preghiera. Il sacerdote prega allora ad alta voce, o canta, la colletta con un tono recitante nel quale solo due note sposano la forma letteraria propria delle orazioni del Messale che si chiama cursus. Parleremo più avanti di questa forma letteraria destinata a sottolineare lo svilupparsi del pensiero. Molto presto, senza dubbio sin dal secolo IV, si fecero delle raccolte di preghiere che costituiscono la ricchezza del nostro patrimonio liturgico. Alla fine del Messale troverete delle collette che si possono aggiungere, secondo i bisogni, alla preghiera del giorno. Sono le orazioni per casi particolari: per domandare la pioggia, per allontanare la tempesta, per difendersi dal demonio, per domandare la pazienza, la castità, nonché quella meravigliosa orazione per domandare la grazia del dono delle lacrime: pro petitione lacrymarum. «O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per la tua misericordia, la loro remissione». 

Verrà un giorno nel quale alla Sorbona saranno difese tesi di laurea sulla bellezza letteraria delle preghiere della Chiesa? Il Breviario, il Messale, il Processionale contengono una quantità di orazioni straordinarie per eleganza di stile, penetranti e profonde per pensiero. Le nostre collette sono tra le testimonianze più antiche della pietà della Chiesa primitiva; esse sono sopravvissute a lente trasformazioni della liturgia e risultano di considerevole interesse. Due caratteristiche meritano di essere sottolineate: la ricchezza dottrinale e il valore pedagogico. Ricchezza dottrinale Il campo della liturgia costituisce in sé un «luogo teologico» di una ricchezza inesauribile, una specie di rete di verità dottrinali sparse, non ordinate sistematicamente. Péguy diceva bene quando affermava che la liturgia è una «teologia distesa». Quando il canto dell’Exsultet, sgorgante di poesia, si eleva nella notte pasquale, il dogma della Redenzione illumina le menti di un bagliore proprio che non è altro se non lo splendore del vero: l’Exsultet, il Lauda Sion, il Dies Irae sono dogmi cantati che infondono direttamente nell’anima luce e amore. Dom Guéranger diceva che «la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità»; un’affermazione che all’epoca suscitò qualche stupore. I materiali che servono agli artigiani della teologia speculativa sono contenuti nella Preghiera della Chiesa, come quelli nelle cave di pietra che servono per la costruzione del Tempio: è in questo tesoro che attingono i teologi di tutti i tempi per illustrare e affermare il dogma. Padre Emmanuel André, abate di Notre-Dame de la Sainte-Espérance, trovava la dottrina della grazia nelle orazioni del Messale. Queste preghiere risentono delle lotte dottrinali del secolo IV, minacciato dall’eresia pelagiana; Pelagio minimizzava le conseguenze del peccato originale e ignorava la necessità della gratia sanans, ossia la grazia che guarisce. L’eresia pelagiana è una delle forme correnti di naturalismo che si ripresenta in ogni epoca. Padre Emmanuel non voleva contrapporre tesi a tesi; costruiva la sua teologia della grazia nel solco della preghiera della Chiesa. Le orazioni lo aiutavano a mettere in luce l’assoluta necessità della grazia divina nell’ordine della salvezza. È una perfetta spiegazione della lex orandi che stabilisce e fissa la lex credendi. Ricorderete che recentemente abbiamo ricevuto un esponente dei pentecostali: non abbiamo avuto difficoltà a provargli la novità inquietante di una preghiera che s’indirizza esclusivamente alla terza Persona, sottolineando il carattere trinitario delle nostre collette, che si elevano al Padre, mediante il Figlio, nello Spirito. La stessa orazione della festa di Pentecoste espone questo modo di preghiera: la sequenza della Messa — una specie di effusione libera che s’indirizza al solo Spirito santo — dev’essere considerata come una glossa del versetto alleluiatico; la colletta resta trinitaria. «Nihil inovetur nisi quod traditum est». Ecco ciò che insegnano le preghiere liturgiche. Ci istruiscono sulla Maestà di Dio, sull’abisso della nostra miseria, sul modo di comportarci davanti a Dio e di come indirizzare a Lui le nostre richieste per essere esauditi. Valore pedagogico La liturgia è anche — e soprattutto, come ideale — una norma di preghiera. Possiamo affermare che essa ci offre il più antico e il più onorato dei metodi di preghiera. A partire dal secolo XVI si è molto parlato di orazione e di metodi di orazione. Santa Teresa d’Avila dichiarava che avrebbe voluto stare sulla cima di una montagna per convincere, se fosse stato possibile, tutto l’universo dell’importanza dell’orazione. Ma la preghiera, a partire dal secolo XVI, è stata fortemente segnata dall’umanesimo del Rinascimento e l’orazione si è trovata sottomessa a investigazioni e vaneggiamenti umani. Era fatale che lo sviluppo della psicologia inclinasse gli spiriti a forgiare metodi d’orazione nei quali dominava l’aspetto analitico e discorsivo. Durante i primi secoli della Chiesa la preghiera non aveva cessato d’irrigare i terreni dove si coltivava la vita spirituale. Dunque, come pregavano gli antichi? Usavano dei metodi? Sembra evidente di no. L’orazione scaturiva spontaneamente dall’intimo grazie all’ufficio divino. Il fiume dei misteri liturgici alimentava le prime generazioni di cristiani, come i quattro fiumi del Paradiso, senza che dovessero inventare altri metodi di accesso al santuario della vita interiore. La liturgia è stata, nelle età della fede, la grande educatrice dei figli di Dio. Gli inni, i salmi, il canto gregoriano, l’ordine sacramentale versavano nelle anime la luce delle verità della fede e spingevano l’uomo a guardare verso Dio piuttosto che a sé stesso; a cantare le «mirabilia Dei», in dissolvenza, come gli scultori dei capitelli di Chartres si eclissavano davanti al loro soggetto. Grazie alla liturgia, il primato era dato alla vita teologale e contemplativa. Le collette acquisiscono a tale proposito un considerevole valore pedagogico. Considerate l’importanza delle parole dell’orazione. Talvolta un’invocazione maestosa ci mette di fronte all’onnipotenza divina — «Omnipotens sempiterne Deus…» —, altrove la Chiesa è nominata per prima: «Ecclesiam tuam, Deus…», oppure «Familiam tuam». L’orazione si colora allora di affettuosa tenerezza. In altre occasioni l’uso di un verbo forte mette in rilievo l’azione divina: «Fac, Domine…», «Presta, quaesumus Domine…». In seguito il corpo dell’orazione esprime l’oggetto della richiesta, la quale è indicata con poche parole che indicano gioia, cosicché l’oggetto principale di una festa si trova perfettamente riassunto nella sua colletta. Ecco per esempio l’orazione della Messa di mezzanotte: «O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo». Con arte, la liturgia ci fa passare da una realtà creata alla sua analoga di livello superiore: dalla luce del Natale alla luce celeste, dal visibile all’invisibile. L’orazione della Messa dell’aurora invita a passare dal piano dell’essere al piano dell’agire; in poche parole ecco stabilito il fondamento della morale: «La luce che, per la fede, brilla nelle nostre anime, rifulga nelle nostre azioni» («In nostro resplendeat opere quod per fidem fulget in mente»). Così ogni festa ci fa domandare una grazia speciale con una dolcezza e una precisione che conduce l’anima direttamente al centro del mistero celebrato. Siamo illuminati su cosa domandare, sul come dobbiamo chiedere, sul perché è necessario interpellare. L’orazione dell’Immacolata Concezione sviluppa armoniosamente l’ordine delle quattro cause; quella della quarta domenica dopo Pasqua attira verso l’alto i nostri cuori con una soavità che solo il latino può rendere: «ut inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia», «affinché nei cambiamenti di questo mondo i nostri cuori restino fissi là dove si trovano le vere gioie». Il latino delle orazioni ci fa pregare con tanto gusto ed esattezza, che la traduzione talvolta è impossibile. Come tradurre parole come: «ostia», «pietas» o «devotio»? A venti secoli di distanza, la parola calcata sul latino appare vuota della sua sostanza o ha cambiato significato. In latino hostia significava vittima di un sacrificio con spargimento di sangue e devotio consacrazione irrevocabile. La parola pietas, così sbiadita dall’uso continuo, avrebbe bisogno — onde non tradirne il vero significato — di una lunga perifrasi che le possa ridare la sua linfa antica e sacra. La pietas romana, virtù nazionale, carica di un senso carnale e religioso, significava sia l’attaccamento alla terra, la fedeltà, la gratitudine, sia il culto reso agli dèi, ai parenti, alla patria, e ancora alla famiglia, alla casa, ai penati. Si percepisce cosa la parola pietà, bagnata dall’acqua del battesimo, potesse significare per i primi cristiani. Alla tenerezza paterna di Dio l’anima illuminata dal Verbo rispondeva sicut naturaliter rifluendo verso il focolare beatificante della vita trinitaria. Alcuni tra voi si domanderanno come pregare con le orazioni del Messale. La prima condizione è di sapere leggere; scienza poco comune, contrariamente a quello che si crede, e che comporta due operazioni: scrutare e soppesare. Consiglio a chi tra voi vuole ispirarsi alla santa liturgia per alimentare la propria vita di preghiera, d’imitare il metodo dei cercatori d’oro. Il ciclo dell’anno liturgico è simile a un grande fiume carico di riti, canti e poemi. Vi si trovano anche brevi formule brillanti di un vivo splendore che si possono paragonare a pagliette d’oro. Leggere lentamente il proprio del Messale è un eccellente metodo di preghiera, setacciare per così dire giorno dopo giorno l’acqua di questo fiume e cogliere con cura ciò che risponde alle attese e al desiderio dell’anima. La colletta della domenica diventerà, sotto la guida della Chiesa, una gustosa meditazione e un’esortazione pratica per tutta la settimana. Potremo così portare, incise nella nostra mente, le formule delle preghiere preferite, arricchite da brillanti massime che illuminano la nostra strada. Ecco qualche esempio preso a caso: «Sic transeamus per bona temporalia, ut non amittamus aeterna» [1]. «Sacramentum vivendo teneant quod fide perceperunt» [2]. «Sine te nihil potest mortalis infirmitas» [3]. «Ad promissiones tuas, sine offensione curramus» [4]. «Da nobis fidei, spei et caritatis augmentum» [5]. «Discamus terrena despicere et amare caelestia» [6]. «Auctor ipse pietatis!…» [7]. In queste ultime parole — «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» —, che arte di commuovere il cuore di Dio! C’è una grande dolcezza nel pregare con le stesse parole e accenti dei primi cristiani rinati dall’acqua battesimale, ascoltando le medesime letture, intonando uguali canti, attenti come loro alla misteriosa voce dello Spirito e della Sposa che dice: «Vieni, Signore Gesù!». Note: [1] «Affinché passiamo tra i beni temporali senza perdere quelli eterni» (colletta della terza domenica dopo Pentecoste). [2] «Concedi di conservare nella vita quel sacramento che ricevettero per la fede» (colletta del martedì di Pasqua). [3] «Senza di voi la debolezza della nostra natura mortale non può nulla» (colletta della I domenica dopo Pentecoste). [4] «Fai che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi» (colletta della XII domenica dopo Pentecoste). [5] «Accresci in noi la fede, la speranza e la carità» (colletta della XIII domenica dopo Pentecoste). [6] «Impariamo a disprezzare le cose terrene e ad amare quelle del cielo» (postcommunio della Messa del Sacro Cuore). [7] «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» (colletta della XXII domenica dopo Pentecoste). [Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 59-70]

venerdì 24 aprile 2015

Un Corso a Verona per conoscere i misteri e lo splendore della Santa Messa

Corso sulla S. Messa 2015
Organizzato da don Andrea Brugnoli (*)
per conoscere i misteri e lo splendore della Santa Messa 

"I mercoledì al Centro"

parrocchia di S. Zeno in Zai, Verona

 ll primo corso di campus a Verona in aprile-maggio 2015,
presso il Centro per la Formazione alla Nuova Evangelizzazione di via Righi 2. 

Serate: 15-29 aprile 
13-27 maggio. 

ore 21, in chiesa.

Corso Messa 2015 from Sentinelle del mattino on Vimeo.

I giorno 
 Don Andrea Brugnoli parla della riforma liturgica del Vaticano II,
del ruolo del prete e dei laici nella Messa e dell'altare. 

QUI il video 
 A causa di problemi tecnici, l''audio di questo primo incontro è quello ambientale e ci scusiamo con gli ascoltatori per la scarsa qualità dello stesso.





giovedì 23 aprile 2015

ma la chiesa è coerente?

anche nella chiesa i principi sono negoziabili
di Stefano Fontana

Principi non negoziabili: Giuseppe Angelini, preside della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, nel numero di Teologia appena pubblicato, ha detto che si tratta di una «goffa espressione». Del resto, nel numero precedente della stessa rivista, Antonio Lattuada aveva mosso alla nozione dei principi non negoziabili una serie di osservazioni critiche da cui si salvava ben poco. In precedenza Giorgio Campanini, Luigi Alici, Antonio Maria Baggio, Giuseppe Savagnone si erano dimostrati molto insofferenti a questa dottrina enunciata da Benedetto XVI. Qualcuno di loro aveva negato che esistesse una dottrina dei principi non negoziabili, dimenticando che essa altro non è che la tradizionale nozione di legge naturale. Altri avevano affermato che siccome la politica è il regno del relativo, in essa non c’è niente di non negoziabile, dimenticando che la Nota Ratzinger del 2002 dice: «Non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto».

Nonostante ciò, sabato scorso 18 aprile si è tenuto a Biella un importante convegno dal titolo “I principi non negoziabili oggi”. Relatori: Stefano Fontana, Tommaso Scandroglio, Marisa Orecchia, il vescovo di Ferrara Luigi Negri. Ma allora questi principi non negoziabili ci sono o non ci sono? Hanno ragione i teologi della Facoltà milanese che li vedono come fumo negli occhi, o gli organizzatori di Biella che li reputano un baluardo da difendere ad ogni costo? Il fatto è che i principi non negoziabili sono diventati pietra di scandalo, fonte di divisione, segno di contraddizione dentro la Chiesa. E questo dipende dal fatto che essi sono al crocevia di importanti scelte, su cui oggi nella Chiesa si parlano due lingue diverse. La posta in gioco è molto alta. Ne va della stessa identità della Chiesa. I principi non negoziabili rimandano all’ordine della Creazione che è in rapporto organico con l’ordine della redenzione e ad essa già orientato. Il cattolico che in un consiglio comunale vota a favore di una legge che prevede l’aborto o l’eutanasia o il matrimonio omosessuale rompe la continuità tra ordine della Creazione e ordine della salvezza. Nega che ci sia un ordine della Creazione – salvo magari a riaffermarlo in tema di raccolta differenziata o di risparmio energetico – in cui si innesta l’ordine della salvezza per purificarlo ed elevarlo, senza però contraddirlo. 

Rompendo questo nesso, però, viene meno l’essenza della cattolicità: il rapporto ragione e fede, il rapporto tra natura e sovra natura, tra natura e grazia. Se si toglie l’ordine della creazione, la resurrezione di Cristo non può più venire intesa come una ri-creazione e la salvezza percorrerà strade altre rispetto alla costruzione dell’umano nella comunità degli uomini. Si spiegano così le varie eresie riconducibili o allo gnosticismo o al pelagianesimo che rompono la relazione tra ordine della creazione e ordine della salvezza. La fede cattolica ha bisogno dell’ordine naturale, senza del quale non c’è natura decaduta a causa del peccato originale né esigenza del Salvatore. Ha bisogno dell’ordine naturale per poter parlare il linguaggio universale di tutti gli uomini. Ha bisogno dell’ordine naturale per dirsi religio vera e religione “dal volto umano”. Senza questo rapporto la fede cattolica diventa sentimento, esperienza e non conoscenza, opinione e non verità. Questo è quanto salvaguardano i principi non negoziabili.

Se salta il riferimento ai principi non negoziabili verrà accelerato il processo di protestantizzazione della Chiesa cattolica. Lutero o Karl Barth annullano la natura. Ma, di fatto, anche il cattolico che nega i principi non negoziabili annulla la natura. Per la Riforma la natura è irrimediabilmente corrotta e il potere politico è essenzialmente male, costretto, come scriveva Barth, a «fare la guerra al male per mezzo del male». La politica è, così, essenzialmente “sudicia”. Il credente non gli appartiene per nulla, ma deve sottomettersi ad essa: «Sottomettetevi! Lasciate cioè che lo Stato vada per la sua strada e voi, come cristiani, andate per la vostra!». Sono sempre parole di Karl Barth. I cristiani devono sottomettersi «non per ossequio, ma per radicale disprezzo dell’esistente». L’esito, però, è l’ossequio e infatti le sétte protestanti vanno via via negando i principi non negoziabili, sottomettendosi alla volontà politica dominante.

Infine, i principi non negoziabili sono segno di contraddizione tra una visione metafisica della realtà euna ermeneutica. È in ballo la possibilità della ragione di conoscere qualcosa di metastorico oppure di rimanere legata dentro una interpretazione di interpretazioni comunque sempre storicamente limitate. Da questo punto di vista il loro abbandono vuol dire la messa in naftalina della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, e non solo. Ho indicato tre punti del crinale su cui si collocano i principi non negoziabili. Difficile stare i mezzo, o di qua o di là. La Chiesa oggi vive questo travaglio. 

mercoledì 22 aprile 2015

tragedia in mare

“FUORI MODA”



Carissimo Alessandro Gnocchi,
vorrei porle una domanda molto semplice che, temo, richieda di una risposta complessa. La domanda è questa: perché oggi i cattolici non hanno più nulla di cattolico da dire su quanto accade nel mondo? Prendo spunto dall’ultimo naufragio del barcone carico di quelli che si continua a chiamare “migranti” ma in realtà non si sa bene che cosa siano, avvenuto nei giorni scorsi nel canale di Sicilia. Ecco, prendo spunto da questa tragedia e penso alle banalità uscite dalla bocca di tanti, troppi cattolici che non fanno che ripetere quanto dicono gli altri. Ma potrei prendere spunto da infiniti altri esempi. Mi dica lei dove sta la ragione di tutto questo, di questa rinuncia a dire qualcosa di vero su quanto accade nel mondo.
Grazie per l’attenzione.
Marcello Lorenzetti
zrbrpsCaro Lorenzetti,
la domanda che pone è semplice nella formulazione, ma niente affatto nella sostanza. E la risposta, più che complessa, è remota, affonda le radici nella crisi che la Chiesa sta patendo manifestamente dai tempi del Concilio Vaticano II e nascostamente da molto prima. Per darci un limite possiamo fermarci alla diffusione cancrenosa del modernismo, ma senza esaurire certo l’argomento. La radicale novità della primavera conciliare sta nell’aver formato una gerarchia che, in tutto o in parte, ha assecondato la crisi invece che combatterla, a differenza di quanto avveniva prima, quando la gerarchia, in tutto o in parte, combatteva la crisi invece che assecondarla.
A proposito del fatto che lei porta ad esempio, salto a piedi pari le dichiarazioni, gli articoli, le interviste, i commenti che i cattolici hanno copiato dal mondo per imbrattare i loro giornali, per saturare le onde a modulazione di frequenza, per addobbare antenne e parabole e ingolfare il web. Cito solo lo straniante concetto di “ricerca della felicità” applicato da papa Francesco ai poveretti morti nel naufragio. Concetto straniante, caro Lorenzetti, perché tremendamente, terribilmente, impietosamente umano. Concetto estraneo a una visione cristiana della vita e della morte, ma così caro al mondo.
Se ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe forse sbagliato. Ma, se si dice “quasi tutto”, non si è lontani dal vero. Sarebbe fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, ormai è stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.
zzzimgrtmrtÈ questa, caro Lorenzetti, la causa remota del fenomeno che tanto giustamente la inquieta. Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo.
Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui è stata appiccicata l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”. Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, gli abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile.
Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare la sua verità in faccia al mondo. Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie. Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede.
Invece, caro Lorenzetti, è evidente che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso. Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: “Lutero (…) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”.
Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione. Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento: “Odio della Tradizione nelle formule del culto”, “Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”, “Introduzione di formule erronee”, “Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”, “Uso del volgare nel servizio divino”, “Odio verso Roma e le sue leggi”, “Distruzione del sacerdozio, “Il principe capo della religione”.
E ora, caro Lorenzetti, siamo qui davanti alle macerie di una Chiesa che piange con le lacrime del mondo le vittime di una tragedia causata dalle logiche del mondo. Una Chiesa che non ha il coraggio di dichiarare che una tragedia ben più grande che quella di perdere la vita, è quella di perdere la fede.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

martedì 21 aprile 2015

morirò nel mio letto

Profezia del card. Francis George (1937-2015): Riposi in pace!



Una boccata di aria pura da Il Timone by Una fides. 
Il Card. Francis George, arcivescovo di Chicago, è morto (Riposi in pace). Malato da tempo, visto il peggiorare delle sua condizione, ha chiesto al Vaticano di iniziare il processo per individuare il suo successore. il testo è un estratto di un articolo pubblicato sul suo spazio internet nel novembre del 2012.
«L’eternità entra nella storia umana spesso in modi incomprensibili. Dio fa promesse ma non dà scadenze temporali. I pellegrini che visitano il Santuario di Fatima entrano in una enorme piazza, con il punto delle apparizioni segnato da una piccola cappella su un lato, una grande chiesa a un’estremità, una cappella per l’adorazione altrettanto grande all’altra estremità, un centro per visitatori e per le confessioni. Appena fuori lo spazio principale è stata ricostruita una sezione del muro di Berlino, una testimonianza tangibile di ciò di cui Maria aveva parlato quasi un secolo fa. Il comunismo in Russia e nelle nazioni satellite è crollato, benché molti dei suoi effetti di peccato siano ancora tra di noi. Il comunismo impose un modello di vota totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste. Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile. Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale. Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento? La presente campagna elettorale ha portato in superficie un sentimento anti-religioso, in buona parte esplicitamente anti-cattolico, cresciuto in questo Paese per decenni. La secolarizzazione della nostra cultura è una questione che supera di gran lunga quelle politiche o l’esito di queste elezioni, per quanto siano importanti. Parlando alcuni anni fa a un gruppo di sacerdoti, totalmente al di fuori dell’attuale dibattito politico, stavo cercando di esprimere in modo plateale ciò che una completa secolarizzazione della nostra società potrebbe comportare un giorno. Stavo rispondendo a una domanda, non ho mai messo nulla per iscritto, ma le parole furono catturate dallo smart-phone di qualcuno e sono diventate virali, da wikipedia e altrove. Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblica. E’ stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”. […] Dio sostiene il mondo, nei buoni e cattivi tempi. I cattolici, assieme a molti altri, credono che solo una persona ha superato e riscattato la storia: Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore del mondo e capo del suo corpo, la Chiesa. Coloro che si raccolgono ai piedi della sua croce e della sua tomba vuota, non importa la loro nazionalità, sono sul lato giusto della storia. Quelli che mentono su di lui e minacciano e perseguitano i suoi seguaci, in qualsiasi epoca, possono illudersi di portare qualcosa di nuovo, ma finiscono solo per portare variazioni su una vecchia storia, quella del peccato e dell’oppressione umana. Non c’è nulla di “progresso” nel peccato, anche quando viene promosso come qualcosa di “illuminato”». [...]

Il vescovo non piace ai cattolici adulti

Quel vescovo Cordileone che non piace ai progressisti
di Lorenzo Bertocchi


Un centinaio di zelanti cattolici californiani ha preso una pagina del quotidiano The Chronicle per chiedere al Papa di “rimuovere” il loro vescovo. Si tratta di monsignor Salvatore Cordileone, arcivescovo di San Francisco, entrato in diocesi nel 2012.

Si dà il caso che il prelato sia il presidente del Comitato di Difesa del matrimonio della Conferenza episcopale americana, e in California è noto per il suo coraggio nel difendere l’istituto matrimoniale da ogni ideologia che tenti di indebolirlo o mistificarlo. Ma, non solo. Recentemente l’arcivescovo Cordileone è salito agli onori della cronaca perché ha rivisto il contratto degli insegnanti delle scuole cattoliche, inserendo il rispetto di alcuni punti di dottrina, cioè quelli riferiti alla morale sessuale, alla contraccezione e all'uso delle cellule staminali (clicca qui per l'articolo della Bussola che racconta la vicenda). Per questo ha già subito violenti attacchi, perfino sul New York Times.

Ora arriva questa richiesta di “rimozione” indirizzata direttamente al Papa e che accusa il vescovo, tra l'altro, di aver favorito sacerdoti che “ostacolano la partecipazione delle donne nella Chiesa escludendo le ragazze dal servizio all'altare”; di avere un' agenda “monotematica” contro le unioni tra persone dello stesso sesso; e di non ascoltare i sacerdoti anziani della propria diocesi. “Sembra”, ha dichiarato Frank Pitre, un avvocato firmatario, “che stia andando in una direzione che è completamente opposta a quella di Papa Francesco e sta creando un clima di intolleranza totale”.

Nibby Brothers, un'altra firmataria, dice che monsignor Cordileone “sta solo causando un sacco di discordia, specialmente tra i giovani della diocesi”. A titolo di cronaca possiamo ricordare che la diocesi in questione, quella di San Francisco, era conosciuta come una delle più liberal degli States prima della nomina di Cordileone. 

Il problema, secondo la Brothers, sarebbe proprio nel messaggio promosso dal vescovo, una pastorale che allontanerebbe i fedeli in quanto in disaccordo rispetto a come le pecorelle di San Francisco “conducono la loro vita”. Quindi, secondo queste opinioni, sembra debba essere il mondo a dettare l’agenda della Chiesa, e favorire così non lo sviluppo, ma una vera e propria evoluzione del dogma.

Dalla diocesi è scaturito un comunicato molto chiaro che rileva come questo annuncio a mezzo stampa sia inficiato da “un travisamento dell'insegnamento cattolico, un travisamento della natura del contratto degli insegnanti, e un travisamento dello spirito dell'arcivescovo”. E, conclude il comunicato, “il più grande travisamento di tutti è che i firmatari presumono di parlare per la Comunità cattolica di San Francisco”.

Fedele alla linea, monsignor Cordileone, che tra l’altro è uno dei quattro membri americani per il prossimo sinodo di ottobre, è uno dei principali promotori della prossima “March for marriage” (Marcia per il Matrimonio) che si terrà il 25 aprile a Washington. La marcia viene promossa dalla Conferenza episcopale a stelle e strisce, con l’intento di far sentire la voce dei cattolici in merito ad un'importante decisione che la Suprema Corte di Giustizia sta per prendere proprio in merito all’istituto del matrimonio. Nel messaggio ai vescovi, firmato da Cordileone e da monsignor Malone, si fa presente che questa decisione della Corte ha la stessa portata di quella che fu presa nel caso Roe vs. Wade che dichiarò l’aborto un diritto. Ora la posta in palio riguarda la necessità di preservare la definizione legale di matrimonio come unione tra un uomo e una donna.

I centro firmatari incolpano monsignor Cordileone di avere uno stile pastorale ed un linguaggio troppo duri su certi temi, e, per questo, sarebbe troppo distante dallo stile inclusivo del Papa. A questo punto sarebbe interessante capire se hanno letto l’ultimo intervento del Pontefice a proposito dell’ideologia gender. Perché potrebbero avere qualche sorpresa.