mercoledì 25 marzo 2015

fallimenti del papa

Il fallimento pastorale di Leone XIII




(di Roberto de Mattei) Leone XIII (1878-1903) è stato certamente uno dei più importanti Papi dell’epoca moderna, non solo per la lunghezza del suo pontificato, secondo solo a quello del Beato Pio IX, ma soprattutto per la vastità e la ricchezza del suo Magistero. Questo insegnamento comprende encicliche fondamentali, come la Aeterni Patris (1879) sulla restaurazione tomista della filosofia, la Arcanum (1880) sull’indissolubilità del matrimonio, l’Humanum genus (1884) contro la massoneria, l’Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli Stati, la Rerum Novarum (1891) sulla questione operaia e sociale.
Il Magistero di Papa Gioacchino Pecci ci appare come un corpus organico, in continuità con gli insegnamenti del suo predecessore Pio IX e del suo successore Pio X. La reale svolta e novità del pontificato leonino riguarda invece la politica ecclesiastica e l’atteggiamento pastorale nei confronti della modernità. Il governo di Leone XIII fu caratterizzato infatti dall’ambizioso progetto di riaffermare il Primato della Sede Apostolica attraverso una redifinizione dei suoi rapporti con gli Stati europei e la riconciliazione della Chiesa con il mondo moderno. La politica di ralliement, ovvero di riavvicinamento con la Terza Repubblica francese, massonica e laicista, ne costituì il cardine.
La Terza Repubblica conduceva una violenta campagna di scristianizzazione, soprattutto in campo scolastico. Per Leone XIII, la responsabilità di questo anticlericalismo stava nei monarchici che combattevano la Repubblica in nome della loro fede cattolica. In tal modo essi provocavano l’odio dei repubblicani contro il cattolicesimo. Per disarmare i repubblicani, bisognava convincerli che la Chiesa non era avversa alla Repubblica, ma solo al laicismo. E per convincerli, egli riteneva che non ci fosse altro mezzo che appoggiare le istituzioni repubblicane.
In realtà la Terza Repubblica non era una repubblica astratta, ma la repubblica centralizzata e giacobina figlia della Rivoluzione francese e il programma di laicizzazione della Francia non era un elemento accessorio, ma la ragione d’essere stessa del regime repubblicano. I repubblicani erano tali perché anticattolici. Essi nella Monarchia odiavano la Chiesa, allo stesso modo in cui i monarchici erano antirepubblicani perché erano cattolici e nella Monarchia amavano la Chiesa.
L’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1891, con cui Leone XIII lanciò il ralliement, non chiedeva ai cattolici di divenire repubblicani, ma le direttive della Santa Sede ai nunzi e ai vescovi, provenienti dello stesso Pontefice, interpretavano la sua enciclica in questo senso. Nei confronti dei fedeli fu esercitata una pressione senza precedenti, fino a far credere loro che chi continuava a sostenere pubblicamente la monarchia commetteva un peccato grave. I cattolici si spaccarono nelle due correnti dei “ralliés” e dei “réfractaires”, come era accaduto nel 1791, all’epoca della Costituzione civile del clero.
ralliés accolsero le indicazioni pastorali del Papa perché attribuivano alle sue parole infallibilità in tutti i campi, compreso quello politico e pastorale. I réfractaires, che erano cattolici di migliore formazione teologica e spirituale, opposero invece una resistenza alla politica di ralliement, ritenendo che in quanto atto pastorale essa non poteva essere considerata infallibile e quindi poteva essere erronea.
Jean Madiran, che ha svolto una lucida critica del ralliement (in Les deux démocraties, NEL, Paris 1977), ha osservato che Leone XIII domandava ai monarchici di abbandonare la monarchia in nome della religione per condurre più efficacemente la battaglia in difesa della fede. Ma lungi dal combattere questa battaglia, egli praticò con il ralliement una rovinosa politica di distensione con i nemici della Chiesa. Malgrado l’impegno di Leone XIII e del suo segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro, questa politica di dialogo fallì clamorosamente, non riuscendo ad ottenere gli obiettivi che si proponeva.
L’atteggiamento anticristiano della Terza Repubblica aumentò di violenza, fino a culminare nella Loi concernant la Séparation des Eglises et de l’Etat del 9 dicembre 1905, nota come “legge Combes”, che sopprimeva ogni finanziamento e riconoscimento pubblico alla Chiesa; considerava la religione solo nella sua dimensione privata e non in quella sociale; stabiliva che i beni ecclesiastici erano incamerati dallo Stato, mentre gli edifici del culto venivano affidati gratuitamente a delle “associations cultuelles” elette dai fedeli, senza l’approvazione della Chiesa. Il Concordato del 1801, che per un secolo aveva regolato i rapporti tra la Francia e la Santa Sede, e che Leone XIII aveva voluto preservare ad ogni costo, andava miseramente in frantumi.
La battaglia repubblicana contro la Chiesa trovò però sulla sua strada il nuovo Papa, Pio X, eletto al soglio pontificio il 4 agosto 1903. Con le encicliche Vehementer nos dell’11 febbraio 1906, Gravissimo officii del 10 agosto dello stesso anno, Une fois encore del 6 gennaio 1907, Pio X, coadiuvato dal suo segretario di Stato Raffaele Merry del Val, protestò solennemente contro le leggi laiciste, sollecitando i cattolici ad opporvisi con tutti i mezzi legali, al fine di conservare la tradizione e i valori della Francia cristiana. Di fronte a questa fermezza, la Terza Repubblica non osò attuare fino in fondo la persecuzione, per evitare la creazione di martiri, e rinunziò a chiudere le chiese e imprigionare i preti.
La politica senza concessioni di Pio X si rivelò lungimirante. La legge di separazione non fu mai applicata con rigore e l’appello del Papa contribuì a una grande rinascita del cattolicesimo in Francia, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. La politica ecclesiastica di san Pio X, opposta a quella del suo predecessore, rappresenta, in ultima analisi, una inappellabile condanna storica del ralliement.
Leone XIII non professò mai gli errori liberali, anzi li condannò esplicitamente. Lo storico tuttavia non può non rilevare una contraddizione tra il Magistero di Papa Pecci e il suo atteggiamento politico e pastorale. Nelle encicliche Diuturnum illudImmortale Dei e Libertas, egli ribadisce e sviluppa la dottrina politica di Gregorio XVI e di Pio IX, ma la politica di ralliement, contraddiceva le sue premesse dottrinali. Leone XIII, al di là delle sue intenzioni, incoraggiò, sul piano della prassi, quelle idee e quelle tendenze che condannava sul piano della dottrina. Se alla parola liberale attribuiamo il significato di un atteggiamento dello spirito, di una tendenza politica, alle concessioni e al compromesso, bisognerà concludere che Leone XIII ebbe spirito liberale.
Questo spirito liberale si manifestava soprattutto come il tentativo di risolvere i problemi posti dalla modernità, attraverso le armi della negoziazione diplomatica e dei compromessi, piuttosto che con l’intransigenza dei principi e la battaglia politica e culturale. In questo senso, come ho mostrato nel mio recente volume Il ralliement di Leone XIII. Il fallimento di un progetto pastorale (Le Lettere, Firenze 2014), le principali conseguenze del ralliement, più che di ordine politico, furono di ordine psicologico e culturale. A questa strategia si richiamò il “Terzo Partito” ecclesiastico che nel corso del Novecento cercò di trovare una posizione intermedia tra modernisti e antimodernisti che si contendevano il campo.
Lo spirito di ralliement al mondo moderno rimase per oltre un secolo, e resta ancora, la grande tentazione a cui è esposta la Chiesa. Sotto questo aspetto un Papa di grande dottrina come Leone XIII commise un grave errore di strategia pastorale. La forza profetica di san Pio X sta al contrario nell’intima coerenza del suo pontificato tra la Verità evangelica e la vita vissuta dalla Chiesa nel mondo, tra la teoria e la prassi, tra la dottrina e la pastorale, senza nessun cedimento alle lusinghe della modernità. (Roberto de Mattei)
http://www.corrispondenzaromana.it/il-fallimento-pastorale-del-ralliement-di-leone-xiii/

martedì 24 marzo 2015

NON tutti i PECCATI possono essere perdonati

Esistono peccati così gravi che non possono essere perdonati?


L'amore di Dio non ha limiti tranne uno: senza pentimento non si può accedere alla misericordia e alla salvezza



Sappiamo che disperare del perdono dei propri peccati offende Dio. Nel “Dialogo della Divina Provvidenza”, Dio insiste molte volte su questo con Santa Caterina da Siena: 

“Con questa misericordia possono attaccarsi alla speranza, se lo vogliono. Ché se non vi fosse questo, non vi sarebbe nessuno che non si disperasse, e nella disperazione giungerebbe coi demoni all’eterna dannazione...Quest’ultimo peccato della disperazione è molto più spiacevole a me e dannoso a loro, che tutti gli altri peccati che hanno commessi... Al peccato della disperazione non ve li muove fragilità, poiché non vi trovano alcun piacere, ma niente altro che pena intollerabile.

Nella disperazione l’infelice spregia la mia misericordia, stimando il suo difetto maggiore della misericordia e bontà mia. Caduto che sia in questo peccato, non si pente né ha dolore della mia offesa come dovrebbe; si duole sì del suo danno, ma non si duole dell’offesa che ha fatta a me; e così riceve l’eterna dannazione...

La mia misericordia è maggiore di tutti i peccati che potesse commettere qualunque creatura. Perciò mi dispiace molto che essi stimino maggiori i loro difetti. Questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là”.


Quando parla di questo, che è il “peccato contro lo Spirito Santo”, il Catechismo della Chiesa insegna che

“La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (§ 1864).

La cosa più importante è capire e credere che

“La Chiesa 'ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati'.

Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. 'Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono'. Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato” (§ 981-2).

A chi desidera meditare in modo approfondito la questione della fiducia e della misericordia di Dio, raccomando vivamente di leggere il libro di monsignor Ascânio Brandão “El Breviario de la Confianza” (Ed. Cléofas, 2013).

Non serve arrabbiarsi con se stessi e condannarsi dopo un peccato. Sarebbe un male maggiore, è orgoglio sopraffino. Il rimedio è rialzarsi umilmente, accettare con rassegnazione la propria mancanza e cercare il perdono nella misericordia infinita di Dio, che non ci abbandona mai. Cristo ci ha lasciato la Chiesa e la confessione per questo motivo.

San Francesco di Sales insegnava che “più siamo miserabili, più dobbiamo avere fiducia nella bontà e misericordia di Dio; perché tra la misericordia e la miseria c’è un legame così grande, che l’una non si può esercitare senza l’altra”.

Raccomandava inoltre di soppesare i difetti più con dolore che con indignazione, più con umiltà che con severità, e di conservare il cuore pieno di un amore blando, tranquillo e tenero. Non conformarci alla nostra debolezza e alla nostra miseria, aggiungeva, è una questione di orgoglio. Dio a volte permette le nostre cadute, come è avvenuto con San Pietro, per farci diventare umili. È grazie alle nostre mancanze che conosciamo la nostra miseria e confidiamo solo in Dio.

Giuda e San Pietro hanno peccato gravemente al momento della Passione del Signore, ma Pietro non si è disperato. È stato umile, ha confidato nella misericordia di Gesù e si è salvato. Giuda è caduto nel rimorso e si è suicidato. La differenza è stata la fiducia nella misericordia di Gesù.

È per questo che Santa Faustina ha raccomandato tanto la Coroncina della Misericordia, che possibilmente deve essere recitata davanti al Santissimo Sacramento e in particolare di fronte ai moribondi.

Non possiamo dimenticare che la gioia di Dio e dei suoi angeli è vedere un peccatore pentito. “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Con quale gioia Gesù ha perdonato Maria Maddalena, la donna adultera, la samaritana, Zaccheo e tanti altri!

“Le lacrime dei penitenti sono così preziose da essere raccolte nella terra per essere elevate al cielo, e la loro virtù è così grande che si estende fino agli angeli”, ha detto Bossuet. Gli angeli stimano le lacrime di pentimento dei peccatori più di quelle degli innocenti. L'amarezza del pentimento ha per loro più valore del miele della devozione.

Ogni caduta è una grande occasione che abbiamo per imparare ad essere umili. Sant'Alfonso diceva che anche i peccati commessi possono contribuire alla nostra santificazione, nella misura in cui il loro ricordo ci rende più umili, più grati alle grazie che Dio ci ha donato dopo tante offese.

L'umiltà è quindi la grande forza di chi aspira alla santità. Lo ha detto Santa Teresa: chi possiede la virtù dell'umiltà e quella della rinuncia a se stessi “può ben uscire a combattere contro tutto l’inferno congiunto e contro tutto il mondo e le sue seduzioni”.

Queste due virtù, diceva la santa, hanno la proprietà di nascondersi da chi le possiede, di modo che non le vede mai, né si persuade di averle, anche se gli viene detto. San Giovanni della Croce ha detto che “tutte le visioni, rivelazioni e sentimenti celesti non valgono il minimo atto di umiltà”.

[
 Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

lunedì 23 marzo 2015

Mira la stanca Madre

la donna è un utero

Abbiamo ridotto la donna a utero, 

i figli a prodotto, 

la nascita a fabbricazione. 

Quello che non vogliamo vedere


Ecco cosa ha portato la fantasia tecnologica. 

Ma questo non è il futuro, è l’Occidente di oggi, 

guidato da una grande illusione: “All you need is love”





«La civiltà è sterilizzazione». Aldous Huxley, Il mondo nuovo, 1932.
Ci sono cose che non vogliamo vedere. Ad esempio che «il mondo nuovo è già qui», come scrive Eugenia Roccella nel libro in uscita la settimana prossima per Cantagalli (Fine della maternità). A descriverci scenari che per Aldous Huxley erano solo figli di fantasie distopiche è la cronaca. Settimana scorsa i giornali inglesi hanno raccontato la vicenda di una famiglia in cui una madre si è fatta impiantare nell’utero un embrione prodotto con lo sperma del figlio. Il bambino, che ora ha già sette mesi, può a ragione affermare di essere figlio di suo fratello e di sua nonna. Non è che l’ultimo caso in ordine di tempo e basta stare un po’ attenti alle notizie che ci arrivano da ogni parte del mondo per accorgersi che ciò che fino a ieri ci pareva certo e inconfutabile perché inscritto nel perimetro della maternità e della filiazione è oggi confuso, labile e interpretabile. Una slavina (o un progresso, a seconda dei punti di vista) che pare inevitabile. Dunque, perché opporsi?

Intanto, però, accadono cose che non vogliamo vedere. Dieci giorni fa, ad esempio, è apparsa un’altra notizia cui si è dato poco peso, facendola scomparire rapidamente dalle pagine dei quotidiani: la Thailandia ha vietato l’utero in affitto. Il paese che per trent’anni ha tollerato la pratica della maternità surrogata ha detto basta: «Vogliamo impedire che la Thailandia diventi l’utero del mondo», ha spiegato un parlamentare. La nuova legge impedisce agli stranieri di usare le donne thai per partorire i figli. Non possono più presentarsi, pagare, ritirare il bambino come fossero in un supermercato. Sono previste pene severe, fino a dieci anni di carcere.


Ci sono cose che non vogliamo vedere, appunto. Ma i thailandesi, invece, hanno smesso di chiudere gli occhi dopo che il paese è stato scosso dalla vicenda di Pattaramon Chanbua, una ragazza di 21 anni, che, dietro il compenso di 12 mila euro, aveva affittato l’utero a una coppia australiana per poi essere abbandonata quando aveva scoperto di attendere un figlio down. O quella di Mitsutoki Shigeta, un giapponese che aveva messo in piedi una sorta di catena di montaggio di pargoli, producendone in serie e rivendendoli all’estero.
Le cose che non vogliamo vedere tornano a galla caparbiamente. Occorre una raffinata strategia per lasciarle nel cono d’ombra o ai margini dell’inquadratura. Ricordate l’immagine dei due uomini omosessuali in sala parto con un bambino in braccio? Lo scatto fece il giro del mondo. I due, avvinghiati e in lacrime, tenevano stretta al petto la testolina ancora bagnata del liquido amniotico materno. Si abbracciavano tra loro e abbracciavano commossi il piccolo. Su un lato di una delle immagini scattate in sala parto appariva un profilo femminile. Era quello della donna che di quel bambino era stata l’incubatrice per nove mesi. Espressione stravolta, occhi stanchi. Tanto che, in un’immagine pubblicata successivamente, fu tagliata, fatta sparire, tolta. Una comparsa. Lei era “solo” la madre. Lei aveva “solo” prestato l’indispensabile utero. Non era una mamma, era un utero. La madre di quel bambino non era più sua madre. Rileggete questa frase senza senso: la madre non è più la madre. È una prestatrice d’opera, e il fatto che lo faccia dietro compenso o gratuitamente è quasi un corollario rispetto al grande inganno antropologico di cui stiamo cercando di autoconvincerci.


Ambizioni superomistiche
Ci sono cose che non vogliamo più vedere perché, come scrive Roccella, «una volta accettato che l’embrione possa essere non il frutto di un rapporto d’amore tra un uomo e una donna, ma il prodotto di una manipolazione in laboratorio, una tecnica vale l’altra». Ammantando tutto di un amore rimpicciolito a contraccolpo emotivo, abbiamo permesso di declassare a questioni burocratico-giuridiche tutti i limiti che la natura ha posto alle nostre ambizioni superomistiche. Se io voglio avere un figlio perché non posso averlo? Che siano gli ingegneri a renderlo possibile tecnicamente e i giuristi a giustificarlo legalmente. È ciò che sta accadendo in tutto il Mondo Nuovo occidentale che ha trasformato i figli in prodotti da scaffale, la famiglia in un’azienda, la nascita in una fabbricazione. Come ha detto Fabrice Hadjadj aTempi, «non è più questione di teoria, ma di pratica, di mezzi efficaci per produrre al di fuori dei rapporti sessuali degli individui più adatti, più performanti». Poi succedono i pasticci, gli errori, i casini. Roccella si sofferma sul famoso episodio accaduto all’ospedale Pertini di Roma dove ci fu uno scambio di embrioni e una donna portò in grembo e partorì il figlio di un’altra coppia. Una vicenda che, sebbene accaduta prima, fu raccontata solo dopo che la Corte Costituzionale aveva cancellato il divieto all’eterologa contenuto nella Legge 40. Eccola lì la “cosa” che non volevamo vedere: «Chissà cosa sarebbe successo – scrive Roccella – se la notizia fosse stata resa nota quando effettivamente avrebbe dovuto esserlo, cioè alla fine di marzo, quando il Centro di procreazione del Pertini avrebbe dovuto comunicare al Centro nazionale trapianti e al ministero della Salute il grave evento avverso». Già, chissà.

Però, intanto, proprio quel caso di «eterologa involontaria» spiega assai bene cosa accada nel mondo dove «la fantasia tecnologica è al potere». Accade che nel mondo fatato da cui è stata espunta la maternità, in mancanza di un contratto, «non c’è più un criterio per capire chi sia la vera madre del bambino». Chi sono i genitori? Quelli che hanno messo a disposizione il patrimonio genetico o colei che ha nelle viscere il “prodotto”? È un rebus irrisolvibile, un labirinto senza uscite. Per determinare chi è la madre non possiamo più affidarci alla vecchia idea che è colei che partorisce, ma dobbiamo andare a vedere cosa è stabilito nel contratto. In ciò che è stato pattuito tra i due omosessuali e la gestante, tra la coppia e la madre surrogata, tra il single e la donatrice di ovulo, tra il donatore di sperma e… eccetera eccetera. In un proliferare di figure genitoriali, in cui ognuno mette il suo pezzetto, si finisce col dover mettere sotto contratto tutte le possibili ipotesi per evitare danni, recriminazioni, cause, risarcimenti. Altro che amore. Come scrive giustamente Roccella, «la natura della nuova genitorialità è la contrattualità, casistiche dettagliate, obblighi legali e, infine, sanzioni penali in caso di violazione del contratto». Poi succede come al Pertini e tutto quel che abbiamo nascosto sotto cavilli e procedure esplode fragorosamente: chi è la madre di questo bambino? Per paradosso, nota Roccella, nel rompicapo romano si è reso manifesto che «il padre è l’unico genitore naturale individuabile univocamente. Adesso dobbiamo dire pater semper certus est, la madre… qualche volta».

La grande offerta delle biobanche
«Non basta che le formule siano buone; dovrebbe essere buono anche ciò che se ne ricava», scriveva Huxley. Ciò che oggi non si vuol vedere è che il mantra del «love is love» ha conseguenze nefaste innanzitutto per i soggetti che dovrebbero essere i destinatari di quell’amore: i bambini. I figli sono proprio i grandi dimenticati di tutta questa storia. Sebbene sia nel loro nome che tutto viene fatto, sebbene si giuri che ciò che conta è che siano amati, poi è proprio la loro figura a essere tagliata fuori dalla fotografia. Oppure a essere modellata in modo che non rovini la scena. Perché non basta più che il bimbo sia sano. Le biobanche dei gameti offrono veri e propri cataloghi con le caratteristiche dei donatori. E le richieste sono per quelli alti, biondi, con gli occhi azzurri e due master a Princeton, non certo per diplomati tarchiati e con calvizie precoci.

Il volume di Roccella è ricco di esempi e storie che non vogliamo vedere. Dalla vicenda del donatore di sperma belga 7042, che ha trasmesso ai suoi indefiniti figli una patologia rara e devastante, a quella del trio di lesbiche (throuple) in cui ognuna vuole il “suo” bambino. Dai siti di co-genitorialità che spiegano come regolare i rapporti tra persone che non vogliono formare una coppia ma sono disposti a unirsi per “fare” un figlio, alle storie dei figli dell’eterologa che rivelano la grande «opera di mistificazione» con cui sono stati “prodotti”. Come racconta nel suo blog Lindsay, giovane americana nata nel 1985 da una madre single e da un donatore di sperma: «Paul McCartney disse una volta “All you need is love”, “tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore”; però non è vero, malgrado ci siano tanti, tra coloro che hanno concepito grazie a un donatore, che vorrebbero crederlo. Sembra che ci sia una soverchiante maggioranza di madri gestazionali sinceramente convinte che finché amano il proprio figlio, a lui non mancherà il padre biologico. Vorrei alzare la mano e dire che è un’insensatezza».


Perché l’amore, a partire dal sesso, ha sempre delle conseguenze che chiedono di essere affrontate, non eluse. Nasconderle si può, ma solo momentaneamente. Poi, cresciute e diventate grandi, quelle “conseguenze” inizieranno a rivolgere ai genitori domande ancestrali sulla loro origine per avere qualche suggerimento sul cammino che sono chiamati a intraprendere in questa valle di lacrime. E sono questioni di sangue cui non si può rispondere indicando il numero di un barattolo o di una siringa.


Foto bimbo in scatola da Shutterstock

domenica 22 marzo 2015

cattolici ridotti ad un misero resto

Quando il gioco si fa duro, 

i duri cominciano a pregare



Oggi come ieri, infatti, nel regno del principe di questo mondo impera la menzogna degli idoli antichi e moderni, e siccome la Verità annunciata incrina la coriacea coltre di tenebra che soffoca l’animo dell’uomo, essa va perciò distrutta con ogni mezzo. Da ogni parte l’assedio alla Verità, ed all’istituzione divina che ne è stata fatta baluardo, è stringente, e sempre di più l’azione del divisore imperversa contro il Corpo Mistico di Cristo, dall’esterno e dall’interno. E chi cerca di mantenersi unito alla Verità si sente sopraffatto nel combattimento e pare che le forze gli vengano meno, che ormai la capitolazione sia inevitabile. La tentazione di oggi e di sempre è che la Verità non esista e chi afferma il contrario è tacciato d’incaparbirsi su posizioni inaccettabili..

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Andrea Torquato Giovanoli


di Andrea Torquato Giovanoli

Stamattina, pregando il Benedictus, meditavo come alcuni versetti di quest’inno (Luca 1,71 in particolare: «salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano») riflettano bene la situazione contemporanea della Chiesa.
Come Israele, che dopo l’entrata nella terra promessa iniziò ad essere avversa alle nazioni contigue, le quali a turno cominciarono a muovergli contro costringendolo a lunghi periodi di snervante ostilità armata; così la Chiesa, che lungo tutto il corso della sua storia, ma specialmente dall’avvento dell’illuminismo in poi, ha vissuto un accanimento crescente nei propri confronti, il quale oggi giorno sembra aver quasi raggiunto l’acme.

Oggi come ieri, la Verità assediata

Elton John con il bambino comprato insieme al compagno. Nell'assedio della Verità, questa situazione viene presentata come normale e priva di conseguenze etiche. Ma non è così.

Elton John con uno dei due bambini comprati (perché di questo si tratta) insieme al “marito”. Nell’assedio della Verità, questa situazione viene presentata come normale e priva di conseguenze etiche. Ma non è così.
In entrambi i casi si evince come il popolo di Dio, sia quello vetero (in prefigurazione) che quello neotestamentario (nell’imitazione), venga chiamato a vivere la medesima persecuzione riservata al Cristo durante la sua venuta terrena.
Anche oggi come allora, ci sono i nuovi Giosué, i novelli Gedeone e persino qualche Sansone, che si battono per il popolo ecclesiale con la spada della parola in sua difesa, ma tant’è che, per quanto sia documentata ed incontestabile l’apologetica, la Chiesa venga reputata dal mondo indifendibile.
Oggi come ieri, infatti, nel regno del principe di questo mondo impera la menzogna degli idoli antichi e moderni, e siccome la Verità annunciata incrina la coriacea coltre di tenebra che soffoca l’animo dell’uomo, essa va perciò distrutta con ogni mezzo. Da ogni parte l’assedio alla Verità, ed all’istituzione divina che ne è stata fatta baluardo, è stringente, e sempre di più l’azione del divisore imperversa contro il Corpo Mistico di Cristo, dall’esterno e dall’interno. E chi cerca di mantenersi unito alla Verità si sente sopraffatto nel combattimento e pare che le forze gli vengano meno, che ormai la capitolazione sia inevitabile. La tentazione di oggi e di sempre è che la Verità non esista e chi afferma il contrario è tacciato d’incaparbirsi su posizioni inaccettabili.

Impugnare la mistica?

"Rendete ragione della speranza che è in voi": lo dice S. Pietro.
Rendete ragione della speranza che è in voi”: lo dice S. Pietro.
Ora, viene da chiedersi: che sia davvero così? Che davvero la Chiesa non possa essere difesa, ma che si debba lasciare che sia chi l’ha fondata e la anima col suo Spirito a difenderla?
Che si debba, come Lui durante il processo terreno che lo ha visto innocente imputato, arroccarsi in un dignitoso silenzio (che non è resa, ma abbandono al “martirio” inteso nella sua radice etimologica) davanti a chi proprio non riesce, o più spesso non vuole riconoscere la Verità?
Eppure Pietro invita a dare ragione della propria fede, ma forse è la modalità che va mutata. Poiché magari è anche in questa dicotomia che si consuma la buona battaglia del credente contemporaneo, eppure sempre più spesso pare quasi più opportuno deporre la spada della parola per impugnare invece quelle armi mistiche che in tanti e tanti momenti critici della storia del cristianesimo si sono rivelate davvero risolutorie e che la Madonna ha più e più volte indicato nei suoi richiami ai suoi figli.

Come l’Emerito

Una suggestiva immagine della nuova vita di Joseph Ratzinger: dedita interamente alla preghiera.

Una suggestiva immagine della nuova vita di Joseph Ratzinger: dedita interamente alla preghiera.
Può darsi che più che mai in questo tempo in cui il mondo cerca d’imbavagliare la Verità, al combattente fedele non rimanga che la testimonianza, con la sua stessa vita, incarnando le parole nell’orazione perseverante, cosicché egli si trasformi in esempio e risplenda «come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2,35).
E forse, rivalutando in retrospettiva quell’inedito gesto di due anni addietro, il ritiro nella clausura della preghiera del Papa Emerito ha voluto anche essere un segnale, l’ultimo del suo pontificato, a tutti i credenti: è l’annuncio che il tempo delle diatribe, ormai divenute sterili, è concluso, poiché il cuore pilatesco dei contemporanei si è fatto refrattario alla Verità, ed allora non rimane che l’impetrazione, perché l’agire del credente si faccia simile a quello del Re appeso, il quale non rispose alle provocazioni dei suoi detrattori latranti sotto la croce, ma nel silenzio ripose tutta nel Padre la sua difesa.

Come a Lepanto?

La battaglia di Lepanto, dipinto di Paolo Veronese, 1572-1573, Accademia di Venezia.

La battaglia di Lepanto, dipinto di Paolo Veronese, 1572-1573, Accademia di Venezia.
E se questo è il contesto storico in cui s’incarna quella parola profetica che allarma di «guerre e rumori di guerre», allora ecco che si delinea chiara un’immagine all’orizzonte, che addita un esempio per la cristianità tutta a ricalcare il solco di Maria, la quale nel tempo della prova stette eretta, come una sentinella in piedi, contro l’accanimento del demonio apparentemente trionfante in quell’Ora, ribattendo all’avversario colpo su colpo con una muta orazione ed un rinnovato, perseverante, fiducioso abbandono alla volontà del suo Signore, incarnando in tal modo quello che fu il suo canto di battaglia: il Magnificat.
E come resistere ad un tale richiamo? Anche se ridotti ad un piccolo resto (come i trecento di Gedeone) si lascino gli strali e le polemiche al mondo, e si impugni ancora una volta, con rinnovato zelo e vigore, l’arma di quel Rosario che ha già dimostrato la sua invincibilità a Lepanto, a Vienna e a Czestochowa e si torni infine a combattere il nemico con quegli strumenti che sono più efficaci alla sua disfatta, auspicando ad un tempo che giunga presto quel giorno in cui «verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Cfr. Luca 1,79).
http://www.papalepapale.com/develop/quando-il-gioco-si-fa-duro-i-duri-cominciano-a-pregare/

sabato 21 marzo 2015

questionario sul sinodo 2015

“Un errore ascoltare la gente piuttosto che la Fede”









GIACOMO GALEAZZI

«Ho partecipato a vari Sinodi e il meccanismo non funziona bene. Stavolta poi c’era troppa carne al fuoco, si è partiti senza certezze, ma non si può mettere in discussione tutto, la Chiesa è custode di una verità di cui non può disporre». È critico verso l’utilità della «istituzione sinodale» il cardinale Velasio De Paolis, presidente emerito della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede e tra i firmatari del testo «Permanere nella verità di Cristo» contrario alle aperture della Chiesa sulla comunione ai divorziati risposati. «C’è stato un errore originario di impostazione».
 
Cosa non la convince nel Sinodo?
«Si sono registrate un’influenza eccessiva del timore che la gente non ci segua e un eccesso di enfasi sulla retorica della novità. Sui temi della famiglia servono il tempo e la riflessione. Non la fretta. Al Sinodo tutti vogliono intervenire, ma il tempo e l’ascolto sono limitati così come è insufficiente lo spazio concesso alla discussione nei circoli minori. Paolo VI fondò mezzo secolo fa il Sinodo come strumento agile di collaborazione al governo della Chiesa. Però il confronto deve riguardare temi studiati e approfonditi sui quali ciascun padre sinodale abbia un parere preciso».

Ci sono state resistenze al cambiamento?
«Questo Sinodo ha risentito di un’evidente originalità nell’impostazione. Si è rivelata errata la scelta di discutere un po’ di tutto, come se si dovesse rifondare tutto. La Chiesa ascolta la gente ma ha certezze che perseverano nel tempo. Il Sinodo ha ripetuto il dramma del Concilio: coniugare novità nella continuità».


 
Un’occasione mancata?«È stato chiamato in causa un numero eccessivo di questioni che quindi hanno alimentato aspettative infondate. E alla fine ciò ha pesato negativamente sul Sinodo. Non può essere tutto nuovo. La vita della Chiesa necessita di continuità per progredire davvero. E’ una questione di fondo, filosofica. Francesco chiede di tornare a un Vangelo che però si è calato nel tempo in tante culture. Il punto fermo è la parola di Dio. Un tesoro che nessuno può cambiare, neppure il Papa».

La pastorale contrasta con la dottrina?«Sperimentiamo una confusione difficile da tenere a bada. Si ascolta più la gente delle verità di fede. Ma la Chiesa deve comunicare una verità ricevuta dall’alto, non assecondare gli orientamenti dell’opinione pubblica. Al Sinodo si sono fatti troppi riferimenti alla pastorale. La prassi deve rispettare i principi: è inconcepibile che sia separata dalla dottrina. Fossi intervenuto in aula avrei ribadito le verità di fede». 
Quali in particolare?
«Per esempio, chi convive non può fare la  comunione. Negli anni è diminuito il ruolo della religione e la società non accetta più influenze da parte della fede. Viviamo in un mondo che teme la religione come fonte di conflitti. La contrapposizione tra fede e ragione ci rende schizofrenici. Così oggi è lo Stato ad occuparsi di questioni etiche. Non si può attendersi che la Chiesa parli in contraddizione con la dottrina»

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