martedì 24 febbraio 2015

Come è nato il digiuno quaresimale?

Come è nato il precetto di astenersi dalle carni nei Venerdì di Quaresima?


Padre Bormolini e Padre Gentili rispondono ad una lettrice: xerofagia, ragioni etiche e di tossicità



Nella Quaresima il digiuno è uno dei temi ricorrenti. Ci scrive una nostra lettrice: «Qualcuno mi sa spiegare il motivo dell'astensione dalla carne? Ma non documentando la risposta con scritti ufficiali ecclesiali (che si trovano facilmente in rete)...ma spiegandomi il perché di tale divieto. Come è nato. Il motivo iniziale». 

«Il digiuno - spiega il teologo Guidalberto Bormolini - è da tempi immemorabili, in tutte le grandi tradizioni, il principale strumento da affiancare alla preghiera. In ogni tempo e in ogni luogo l’essere umano ha adottato il digiuno come arte religiosa, per purificarsi a livello fisico, mentale e spirituale. È la pratica religiosa più universalmente diffusa. In particolare la tradizione cristiana ha da sempre prestato attenzione alla persona nella sua interezza, considerando l’influenza del digiuno sul corpo, sulla mente e sullo spirito, confermati anche dall’esperienza delle grandi religioni. I padri della Chiesa amavano citare gli esempi dei filosofi greci, degli indiani, degli egizi a sostegno delle pratiche ascetiche che avrebbero dovuto eseguire anche i cristiani».

Tra tanti testi sicuramente l’esortazione paolina ha avuto il suo peso: "Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo" (1Tes 5, 23).  «Il rapporto tra cibo e vita spirituale - prosegue il teologo - è molto stretto, quindi nei tempi “forti” le prescrizioni alimentari sono utilissime per predisporre l’animo nel migliore dei modi».

CIBO E COMPORTAMENTO
Man mano che si avanza nella sensibilità del proprio corpo, precisa l'esperto, «ci si accorge di quale delicatissimo congegno esso sia, come sia sensibile a tutti gli ingredienti che quotidianamente gli somministriamo e quali riflessi abbiano i vari ingredienti nel gioco psicofisico. Consapevoli di quanto la mente dipenda dal fisico, non possiamo trascurare l’effetto del cibo sulla nostra pulizia psichica, e di conseguenza sul nostro comportamento morale. In particolare l’astinenza dalla carne è la più necessaria per favorire l’esperienza spirituale». 

MIGLIORA L'ATTIVITA' INTELLETTUALE
Secondo Clemente Alessandrino, aggiunge ancora p. Bormolini, «l’alimentazione può facilitare o rallentare le facoltà intellettuali: i filosofi erano i più saggi anche perché non oscuravano la loro intelligenza con troppi cibi. Tommaso d’Aquino dice infatti che: "Le virtù dell’astinenza e della castità predispongono l’uomo nel migliore dei modi alla perfezione dell’attività intellettuale". Anche Giovanni Climaco attribuisce al digiuno e all’astinenza dalla carne l’effetto di ottenere una pacificazione interiore: «Il digiuno blocca il profluvio delle chiacchiere, allevia l’inquietudine, favorisce l'ubbidienza, rende gradevole il riposo, sana i corpi, placa gli animi».
QUANDO E' NATO IL DIGIUNO QUARESIMALE
La prassi universale del digiuno di 40 giorni «non risale alla prima epoca apostolica, e sembra che si sia attestata in maniera definitiva solo verso il IV secolo. Il Sinodo di Laodicea (c. 50), prescrive la “xerofagia” (mangiar solo cibi secchi) per tutta la Quaresima e  il Concilio Trullano del 692 rinnoverà le prescrizioni dietetiche ricordando anche l’esclusione dei derivati come uova o latticini.Ovviamente il regime quaresimale prevedeva anche l’esclusione del vino». 


ALLONTANARE IL PECCATO
La tradizione cristiana afferma anche che l’astinenza può contribuire «a cancellare in noi le conseguenze del peccato: è ciò che si intende quando le si attribuisce un significato “penitenziale”. Questa posizione era sostenuta dall’autorità di san Tommaso: "Abbiamo detto che il digiuno serve a cancellare e a reprimere il peccato e ad elevare l’anima alle cose spirituali".

UN VALORE DI PURIFICAZIONE
Ma il motivo principale è quello della “spiritualizzazione”. «Già nella Grecia antica - spiega il teologo - si attribuiva al digiuno e alle astinenze valore di purificazione; in particolare la pratica del digiuno poteva favorire l’ingresso in stati contemplativi profondi». Questa stessa concezione si ritrova nei grandi pensatori cristiani, come sintetizza il Dictionnaire de Théologie Catholique: "Per mezzo delle privazioni [alimentari] l’uomo si smaterializza". 

LEGUMI E ACQUA PER LE RIVELAZIONI CELESTI
Quindi la sua caratteristica più preziosa è quella di facilitare lo stato di preghiera e quindi di favorire la disposizione alla Grazia.Filosseno di Mabbug, autore monastico siro, ritiene che non si ha accesso alle gioie soprannaturali se non si unisce la preghiera profonda al digiuno: "Bevi acqua per bere la scienza; nutriti di legumi per essere esperto dei misteri; mangia con moderazione per amare senza misura; digiuna per vedere...Chi mangia legumi e beve acqua, raccoglie visioni e rivelazioni celesti, la scienza dello Spirito, la sapienza divina e la rivelazione delle verità nascoste; l’anima che vive in questo modo percepisce ciò che alla scienza umana non è dato di conoscere".


PERCHE' "NO" ALLA CARNE
Nei primi secoli della cristianità non c’era uniformità nelle prescrizioni quaresimali. «Ad esempio in Siria era bandito anche il pesce - evidenzia padre Bormolini -. In altre chiese perfino tutti i derivati: latte, uova, latticini… Laddove la prescrizione è quella della xerofagia - mangiar solo cibi secchi - era bandito qualsiasi cibo grasso». Non solo la carne, ma persino l'olio. «Tuttora nelle diverse Chiese cristiane ci sono diverse prescrizioni, e questo vale anche per la Chiesa cattolica in base al rito: latino, caldeo, copto… Laddove comunque si ritiene che il pesce sia lecito è perché non lo si ritiene un cibo “grasso”. Secondo molti autori, tra cui san Giovanni Climaco, i cibi da evitare sono infatti quelli che ingrassano e che riscaldano, dovendosi preferire i cibi “saziativi e di facile digestione”, per rimanere liberi dalla “sferza umiliante del troppo calore”».

SALVAVITA CONTRO GRASSO E CALORIE
Grasso e calorie, «i nemici principali della dieta ascetica», influenzano il sistema ghiandolare, possono alterare l’equilibrio psicosomatico e deformare la natura intima. «Variando la qualità della nostra alimentazione - conclude padre Bormolini - viene necessariamente a mutarsi la natura della nostra purezza. Il grasso dei cibi influisce sull’attività delle ghiandole intestinali, sulla fluidità del sangue e sulla muscolatura, aumentando l’agitazione della mente e la produzione incontrollata dei pensieri che impedisce alla mente di “scendere nel cuore” e quindi pregare in purezza e senza distrazioni».

SOLO ALIMENTI VEGETALI 
P. Antonio Gentili, autore del libro "A pane e acqua" e studioso del digiuno religioso, premette: «Non saprei dire quanto alle altre culture, ma sta di fatto che quella ebraica conosce l'iniziale indicazione divina, che offriva quali alimenti quelli vegetali e che aggiunse quelli animali dopo il diluvio, quando cioè si era smarrita l'originaria integrità umana». 

UCCIDERE ANIMALI E' ATTO VIOLENTO
La "ragione", secondo p. Gentili, «sta nel fatto che uccidere gli animali comporta un atto di violenza, che le diverse culture cercano di disciplinare. Ad esempio, quella ebraica prescrive che non si beva il sangue, sede della vita di cui solo Dio è padrone, e che non si cucini la carne (morta!) nel latte (fattore di vita)». 

RAGIONI DI TOSSICITA'
Ragioni di ordine alimentare sempre più documentate «confermano come la carne registri ove più ove meno un grado di "tossicità"». La cultura indiana «la classifica appunto tra gli alimenti "tamasici". Simili riserve oggi appaiono ulteriormente valide e dovute per lo più alla provenienza delle carni, la loro produzione e il loro trattamento…».

sources: ALETEIA

lunedì 23 febbraio 2015

a botte di selfie

Opere di misericordia ... a botte di selfie su facebook.




Leggete questa novità della Curia friulana. Che ne pensate? Si tratta di una bella iniziativa per far sperimentare ai giovani che le buone azioni non sono pericolose (ma anzi, fanno del bene a chi le riceve e a chi le fa) inducendoli così a continuare anche da grandi e a farsi buon esempio, o c'è rischio di uno svilimento e uno strumentalismo sentimentale e superficiale delle opere di carità?
Diteci la vostra.



("Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà", Mt, 6, 3-4)
Roberto


da il Messaggero Veneto del 12.02.2015

UDINE. 

Più che l’abilità a recitare senza un intoppo l’Atto di dolore o il Salve regina, sono i gesti di carità nei confronti del prossimo a far punti, a patto che vengano immortalati da un selfie. Portare la spesa al vicino anziano, andare a trovare la nonnina alla casa di riposo, se non accatastare la legna per chi è immobilizzato, oppure organizzare una raccolta di beneficenza, per poi documentare quell’azione caritatevole pigiando sul tasto della fotocamera del proprio smartphone.

È così che l’Ufficio diocesano di Pastorale giovanile ha inaugurato un percorso di animazione dell’anno catechistico che parla il linguaggio dei ragazzi e che ha già reclutato 360 giovani, studenti dalla quinta elementare alla terza media, appartenenti alle parrocchie dell’Arcidiocesi di Udine, decisi a partecipare alla gara di bontà.

A sdoganare i nuovi mezzi di comunicazione a colpi di tweet ci aveva già pensato Papa Francesco [si dimentica l'autore che il primo tweet fu lanciato da Benedetto XVI, n.d.r.]che in due anni ha raccolto 18 milioni di follower su twitter. E su quella strada si era incamminato anche l’Ufficio diocesano di Pastorale giovanile, attivissimo su facebook come del resto su Twitter. Ma ad asservire gli smartphone a scopi caritatevoli nessuno ci aveva mai pensato, tanto che l’iniziativa diocesana rappresenta un primato a livello nazionale destinato a essere esportato su più vasta scala.

A illustrare l’iniziativa è il vicedirettore dell’ufficio di pastorale giovanile don Daniele Antonello. «Nel solco di Magicavventura, un’esperienza ultradecennale di animazione inserita nell’anno catechistico, stavolta abbiamo deciso di riferirci all’anno diocesano della Carità – sintetizza don Antonello – di modo da coinvolgere i ragazzi e aiutarli a fare esperienza con piccoli gesti di carità quotidiana che possano essere documentati».

Così è nata “Selfie con noi”, una gara a punti che i ragazzi delle varie parrocchie sono chiamati a giocare divisi in squadre, in cui vince “chi ama di più”.

A disposizione dei gruppi ci sono alcuni mesi, fino alla Festa dei ragazzi in aprile. L’obiettivo è trovare momenti al di fuori dell’ora di catechismo per fare del bene. Sta alla fantasia di ciascuno individuare il modo, a favore di anziani e disabili, malati o indigenti. Che sia spalare la neve, portare una ventata di buonumore in casa di riposo, o piuttosto partecipare alle iniziative della Caritas se non della parrocchia, va bene comunque. E, una volta immortalato il gesto con un autoscatto, basta spedire il selfie all’Ufficio di Pastorale giovanile per far aumentare punteggio alla propria squadra.

La data ultima per l’avvio dei selfie della carità è fissata per il 12 aprile, ma ne sono arrivati già a decine via mail con tanto di nome della squadra, parrocchia e descrizione della carità svolta. Ogni scatto vale 10 mila punti.

L’iniziativa, che è stata lanciata con l’anno di catechesi, è passata al varo pochi giorni fa con l’arrivo dei primi selfie. Ed è subito decollata con la definizione di una classifica provvisoria. «Abbiamo deciso di utilizzare i mezzi preferiti dai ragazzi per essere più vicini al loro linguaggio, pur aprendoci con grande attenzione a una forma di comunicazione virtuale che ha le sue insidie – premette il direttore dell’Ufficio di Pastorale giovanile don Maurizio Michelutti – è bene imparare a entrare nel loro mondo anche per riaffermare la bellezza del face to face, che è sempre preferibile al facebook» ironizza don Michelutti.

L’ambizione è che il percorso intrapreso dai ragazzi friulani possa essere seguito da altre diocesi.

E proprio in questi giorni l’équipe dell’Ufficio di pastorale giovanile di Udine è a Brindisi per un convegno in cui le varie diocesi si confrontano con la necessità di individuare nuovi strumenti per per coinvolgere i ragazzi. Una strada che i friulani stanno già battendo a suon di selfie.

Alla fine, la raccolta di questi scatti, papà e mamma permettendo, dovrebbe essere pubblicata e circolare in maniera virale sul web, perché anche il bene può essere contagioso.


 
©RIPRODUZIONE RISERVATA
http://blog.messainlatino.it/2015/02/opere-di-misericordia-botte-di-selfie.html

SCHIZOFRENIA nella chiesa

VERSO IL SINODO. IL CARD. SARAH: SEPARARE MAGISTERO E PASTORALE È UNA FORMA DI ERESIA, È SCHIZOFRENIA





Il cardinale Robert Sarah, 70 anni, della Guinea Conakry, da poco prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, è una delle voci più autorevoli della Chiesa africana. Di quella Chiesa che al Sinodo dello scorso ottobre si è espressa con fermezza contro l’agenda di chi vorrebbe piegare il Magistero della Chiesa ai desiderata del mondo, su adulterio e omosessualità.

Già avevamo segnalato in passato dichiarazioni lucide e nette del cardinale Sarah. Ne segnaliamo un’altra, brevissima, tratta da un libro intervista uscito da poco in francese, con Nicolas Diat, Dieu ou rien : entretien sur la foi, rilanciata dal blog Rorate Coeli. Parole che fanno capire la santa determinazione con cui Sarah e agli altri prelati africani parteciperanno al prossimo Sinodo di novembre. 

«L’idea di mettere il Magistero in una graziosa scatola separandolo dalla pratica pastorale – la quale può evolvere a seconda delle circostanze, delle mode e delle passioni – è una forma di eresia, di patologica schizofrenia. Io affermo solennemente che la Chiesa d’Africa si opporrà a ogni forma di ribellione contro il Magistero di Cristo e della Chiesa».
da «Rorate Coeli» http://rorate-caeli.blogspot.com/2015/02/important-cardinal-sarah-detachment-of.html

domenica 22 febbraio 2015

sedie

La sedia

In un villaggio della Spagna, la figlia di un uomo chiese al sacerdote di recarsi a casa sua per un momento di preghiera con suo padre che era molto malato. Quando il sacerdote arrivò nella povera casa, trovò l’uomo nel suo letto con il capo sollevato da due cuscini.
C’era una sedia a lato del letto, e il sacerdote pensò che fosse stata messa lì per la sua visita.
- Suppongo che mi stesse aspettando - gli disse.
- No, chi è lei? - disse l’uomo malato.
- Sono il sacerdote che sua figlia ha chiamato perché pregasse con lei; quando sono entrato ho notato la sedia vuota a lato del suo letto, e ho pensato che fosse stata messa qui per me. -
- Ah, la Sedia. - disse l’altro. E poi:
- Le dispiace chiudere la porta? -
Il sacerdote, sorpreso, chiuse la porta.
L’uomo malato gli disse:
- Questo non l’ho mai detto a nessuno, però ho trascorso tutta la mia vita senza sapere come pregare.
Quando andavo in chiesa ascoltavo sempre quanto mi veniva detto circa la necessità della preghiera, come si deve pregare ed i benefici che porta...
... però tutte queste cose, non so perché, mi entravano da un orecchio e mi uscivano dall’altro.
Insomma, non avevo idea di come fare. 
Infine, molto tempo fa smisi completamente di pregare.
Ho continuato così fino a circa quattro anni fa, poi un giorno ne parlai con il mio migliore amico e lui mi disse:
- Giuseppe, la preghiera è semplicemente avere una conversazione con Gesù. Ti suggerisco di fare così:
Siedi su una sedia e colloca un’altra sedia vuota davanti a te, quindi con fede guarda Gesù seduto davanti a te. 
Non è una stupidata farlo, perché Lui stesso ci ha detto:
“Io sarò sempre con voi”
Quindi parlagli ed ascoltalo allo stesso modo in cui lo stai facendo con me ora. -
- Ho provato una volta, poi altre volte, e mi è piaciuto talmente che da allora lo faccio almeno un paio d’ore al giorno. 
Presto sempre molta attenzione a non farmi vedere da mia figlia... altrimenti mi internerebbe subito in un manicomio. -
Il sacerdote a questo racconto provò una grande emozione e disse a Giuseppe che ciò che faceva era molto buono, e lo consigliò di non smettere mai.
Quindi pregò con lui, gli impartì la benedizione e tornò alla chiesa.
Due giorni dopo, la figlia di Giuseppe lo chiamò per dirgli che suo padre era morto.
Il sacerdote le chiese:
- È morto in pace? -
- Sì. Quando lei uscì di casa, alle due del pomeriggio, mi chiamò. 
Andai da lui e lo vidi nel suo letto.
Mi disse che mi amava molto e mi dette un bacio. Uscii per delle commissioni, e quando ritornai un’ora dopo lo trovai morto. 
C’è però qualcosa di strano: poco prima di morire deve essersi alzato e avvicinato alla sedia che era accanto al letto, infatti l’ho ritrovato con la testa appoggiata su di essa.
Lei cosa ne pensa?-

Il sacerdote, profondamente commosso, si asciugò le lacrime dell’emozione e rispose:
- Magari tutti noi potessimo andarcene in questo modo!

giovedì 19 febbraio 2015

Riforma della Chiesa con papa Francesco

Riforma della Chiesa? Riconfermando l'autorità del Papa
di Ettore Gotti Tedeschi


Già da fine ‘800 si chiedeva, con insistenza, alla Chiesa cattolica di riformarsi, adattandosi alle esigenze della modernità. Ciò al fine di non perdere parte del mondo cattolico, conquistare il mondo laico e sostenere le vocazioni con proposte più moderne. Questo avvicinarsi alla modernità, pena la credibilità della Chiesa stessa,  significava, già da allora, riformare la liturgia, ridimensionare i dogmi, relativizzare il peccato, accettare le nuove sfide scientifiche, e così via. San Pio X, invece di riconoscere la validità di queste istanze, le condannò. Se le richieste dei modernisti fossero state accolte il Cattolicesimo sarebbe stato trasformato in una specie di socialismo (oggi diremmo in una onlus). Il modernismo sembrò vinto, ma questo “rinnovamento” rimase una tentazione viva, vivissima. 

Resta pertanto vera l’ipotesi che il cattolicesimo possa esser riformato, come  oggi si insiste a proporre? Forse si, ma come è spiegato nell’Enciclica Lumen Fidei, non come auspica qualche teologo. I nostri ultimi tempi, in modo sempre più accelerato, hanno creato nuove tentazioni, nuove forme di peccato e sempre minor sensibilità nel riconoscerli. Che deve fare la Chiesa, continuare a considerarli peccato o cominciare a scusarli perché sempre più difficili da vincere? In teoria la Chiesa stessa avrebbe dovuto “attrezzarsi” per contrastare l’evoluzione  delle tentazioni e del peccato, invece il rischio corso  è stato quello di configurare il peccato secondo la forza stessa di contrastarlo. Si direbbe che taluni vogliano tutelare la Chiesa dal male anziché rafforzarla per contrastarlo.

Ma la  domanda chiave è: la comprensione e la scusa del peccato, implicitamente realizzata, ha migliorato l’uomo e la società? Si deve pensare, come lasciano immaginare alcuni illustri teologi contemporanei, che l’uomo sia più libero e migliore se può peccare, essendo però compreso e scusato (magari solo nella prassi) dalla Chiesa? E pertanto, quale conseguenza di questa comprensione questo uomo si ri-avvicina alla fede?

Vorrei esporre alcune riserve  sui rischi di questo atteggiamento. Anzitutto ho l’impressione che invece di trovare le chiese piene di peccatori pentiti e neo convertiti, queste vengono meno frequentate dai fedeli alla tradizione, confusi e disorientati. Ma vengono anche derise da chi vede, compiacendosene, rinnegare i principi  dottrinali. Così come vengono invece apprezzate da chi vorrebbe la Chiesa che finalmente si limita a fare apostolato sociale anziché dottrinale. Le riserve crescono osservando che nei seminari si insegna teologia del relativismo e si insiste, senza adeguata preparazione, a sostenere ecumenismo e dialogo. Intanto, con una certa superficialità, si esalta l’ambientalismo, che prescinde dalla Creazione e, sfuggendo di mano, potrebbe diventare la moderna dottrina universale.

Capisco bene che oggi una rigida chiusura (tipo Controriforma) che imponga regole rigide esterne di religiosità, non dia certezza di crescere la fede e vincere il male, perché potrebbe   impoverire la pietà, lo spirito e crescere la diffidenza verso un mondo ostile alla Chiesa. Ma il rischio opposto è spegnere la ricerca di unità di vita. Molti ritengono che il vero problema stia ormai (lo ha anche spiegato Papa Francesco illustrando le 15 malattie del clero che evidenziano i difetti di un sacerdozio burocratico) nella scarsa formazione dottrinale e morale del clero, nel “prete per professione” anziché per vocazione, con minor animo sacerdotale e vita interiore. E quello che è grave è che questo, a sua volta, ha provocato sempre minor capacità di influenzare la società. Certo non sono mai mancati i veri santi (e i miracoli), ma l’indifferenza crescente ha causato la diffidenza verso di loro e ridotto la loro capacità di influenza. Si sente sempre più parlare di ecumenismo, non osservando che la prima rottura da sanare è all’interno del mondo cattolico, prima di quella con altre fedi cristiane. 

Una vera riforma dovrebbe riguardare tre punti: cosa credere, come credere, chi deve avere l’autorità di deciderlo.

Le riforme cosiddette moderniste si son sempre occupate di tutti e tre i punti. Ma soprattutto del terzo, avendo sempre avuto l’ansia di cambiare l’Autorità della Chiesa, senza la quale nessuna riforma (cosa e come) sarebbe possibile. Per poter obbedire a coscienze spesso malformate  si vorrebbe non dover obbedire al Papa. Così si denuncia la Chiesa quale impositrice di dogmi, anche coercitivamente. Contemporaneamente si reclama il diritto alla coscienza di esser cattolici per convinzione anziché per ordine del Papa, si rinuncia all’apostolato, si scusa il peccato, ma soprattutto si fa l’errore che io considero persino più grave: si promuove, come priorità, la soluzione della miseria materiale e sociale, anziché  la soluzione della miseria spirituale.

Questa  è la vera origine di tutte le altre miserie ed è il vero “mestiere” della Chiesa. Conseguentemente si rinuncia alla educazione della dottrina cattolica (se non è popolare o politicamente corretta), si rinuncia alla apologetica. Così si lascia crollare la trascendenza a favore della immanenza. La verità non viene più prima della libertà, ma si accetta solo se nasce dal dialogo. I dogmi devono evolvere, ed il primo che deve evolvere è quello della infallibilità del Papa. Tutto ciò  in nome di un progresso di cui neppure si intende il significato. Progresso nella dottrina significa mutarla? No, progresso significa accrescere il valore di una cosa che rimane sé stessa. Mutarla significa trasformarla in un'altra cosa.

Se ciò è chiaro penso sia comprensibile che non si tratta tanto di pensare a riforme  per una Chiesa, sacra per il deposito di fede e per i mezzi che deve usare per diffonderla. Forse basta riconfermare l’Autorità del Papa (e la gerarchia) che riconfermi cosa credere e come credere. Il Papa Emerito Benedetto XVI conclude Caritas in Veritate spiegando che per risolvere i nostri problemi (dovuti alla cultura nichilista dominante) non sono gli strumenti che vanno cambiati, bensì gli uomini che li usano. Ciò vuol dire far tornare il cattolico ad esser presente in ogni rapporto sociale, ad esser indispensabile alla società, a tornar ad esser una casta utile ed esser riconosciuto tale, non esser  apprezzato dal mondo solo se fa della assistenza sociale, un socialismo umanitario.

Il cattolico deve riconoscere il suo spirito di fede e tornare ad imitare Cristo, per cambiare il mondo. Per riuscirci non può fare a meno dell’Autorità spirituale e morale del Papa, che si impone con la sua credibilità e fede. La Chiesa deve esser si consolatrice ma, prima, deve esser maestra. Si dice che si vorrebbe un Papa liberale, ma in realtà si vorrebbe un Papa più “onorario” che effettivo. Un Papa non ispirato dallo Spirito Santo, un Papa che non fa Magistero, ma si limita a consolare e parlare di  povertà (materiale non spirituale) e occupazione, si vorrebbe un Papa che trasformasse il cattolicesimo “romano” in cattolicesimo umano. Si rilegga e si mediti l’Enciclica di Papa Francesco “Lumen Fidei”, li è scritto cosa significa “riformare “ la Chiesa.

Opera Familia Christi: storia e spiritualità

per vivere la migliore peggior Quaresima

Cosa bisogna sacrificare 

per vivere bene la Quaresima?


11 dritte (da non seguire) per vivere la migliore peggior Quaresima di sempre



Sono stata allevata nella fede cattolica, ma la mia storia quaresimale è particolare. Per decenni, per quanto ci provassi, non sono mai riuscita a vivere bene la Quaresima. Alcuni anni facevo troppo, altri troppo poco, a volte semplicemente uscivo di senno, come l'anno in cui ho smesso di esprimere opinioni in Quaresima. Sì, l'ho fatto. Beh, in un certo senso. Ci ho provato, ma non è andata tanto bene.

C'è stata una Quaresima in cui ho compiuto un digiuno progressivo. Nella prima settimana ho abbandonato i dolci, nella seconda dolci e carne, in quella successiva dolci, carne e latticini. Quando è arrivato il Venerdì Santo mangiavo fondamentalmente come un celiaco mormone vegano e astemio a dieta.

La buona notizia è che tutte quelle Quaresime non sono state del tutto sprecate. Il mio tipo personale di follia quaresimale ha dato ai miei amici molte opportunità di sacrificarsi. Penso che qualche compagna di stanza abbia considerato il fatto di vivere con me durante la Quaresima come la propria penitenza. E alla fine ho imparato dai miei errori e ho smesso di cercare di “vincere” la Quaresima provando quanto fossi santa attraverso la mia capacità di sacrificare tutte le cose.
Nell'ultimo decennio o giù di lì, ho seguito una semplice regola al momento di discernere le mie penitenze quaresimali: non assumere alcun impegno che mi portasse a commettere peccati mortali. Funziona. Bevo il mio caffè la mattina, le mie bevande “medicinali” la sera e oggi la Quaresima in casa mia è ben più pacifica, sana e spiritualmente fruttuosa di dieci anni fa.

Se tuttavia non siete in una condizione totale di pace, grazia e gioia, guardate un po' la mia esperienza precedente. Non è difficile "vincere" la Quaresima alla maniera dei perdenti. Dovete solo...

1. Saltare il pranzo ogni giorno malgrado la vostra pressione bassa, e poi farlo scontare alla vostra famiglia la sera.

2. Se avete promesso di andare a Messa ogni giorno in Quaresima, non mancate a una singola Messa. Nemmeno a una. Per nessuna ragione. Non preoccupatevi per il coniuge malato lasciato da solo con i bambini che vomitano. Sopravvivranno. Voi avete un appuntamento con Dio.

3. Paragonate i vostri sacrifici a quelli degli altri. Se qualcuno dice che il venerdì fa la doccia con l'acqua fredda, usate il vostro tono più condiscendente per dirgli che voi fate la doccia fredda tutti i giorni. E se scoprite che un amico si è sacrificato più di voi, aggiungete qualche penitenza alla vostra lista quaresimale. Non dimenticate: chi fa più penitenza ottiene più stelline dorate in cielo.

4. Viaggiate per mezzo Paese per far visita ai vostri genitori. Quando arrivate e vostra madre vi offre una fetta della vostra torta al cioccolato preferita – la torta che ha fatto apposta per voi –, ditele che non potete mangiarla perché avete rinunciato ai dolci per la Quaresima. Se volete vincere la Quaresima, il sacrificio deve vincere ogni volta sulla carità.

5. Gemete. Sempre e ovunque. A lavoro, a casa, su Facebook. È fondamentale che tutti sappiamo quanto è difficile per voi rinunciare alla cioccolata. Dopo tutto, a che serve fare un sacrificio se nessuno lo sa?

6. Rinunciate alla carne, o alla pasta, o ai latticini. Poi aspettate che chiunque cucinerà per voi per i prossimi 40 giorni soddisfi le vostre preferenze penitenziali. Non mangiate mai ciò che vi viene servito. Che tipo di penitenza è?

7. Fate con gioia le penitenze che scegliete, ma ignorate quelle che Dio mette sulla vostra strada. Non accettate correzioni in ufficio. Non porgete l'altra guancia. Ricordate, la Quaresima riguarda ciò di cui pensate di aver bisogno per crescere nella santità. E voi lo sapete meglio di tutti.

8. Non cambiate direzione a metà Quaresima. Non importante quanto vi possano rendere disfunzionali, meschini o malati le vostre penitenze, aggrappatevi testardamente ad esse. Quando è in gioco la salvezza, non c'è spazio per rivalutazioni.

9. Rinunciate al caffè o a qualsiasi cibo/bevanda che vi mantiene sani ed energici mentre affrontate le occupazioni giornaliere. Che importa se vi trasformate in un lavoratore inefficiente o agite come un/una pazzo/a stressato/a in casa. È la Quaresima! Se non è stressante non funziona.

10. Scegliete qualche penitenza del tutto irrealistica, come smettere di esprimere opinioni in Quaresima. Fallite miseramente nello scopo prima della fine della prima settimana. Disperatevi e passate i 40 giorni successivi lamentandovi con i vostri amici sulla tremenda Quaresima che state vivendo.

11. Lasciate Dio fuori dal processo decisionale. Non pregate per ciò che dovreste abbandonare. Non pensate seriamente al modo in cui dovete crescere e a quali pratiche spirituali potrebbero aiutarvi. Non pensate a come poter diventare più generosi a livello spirituale e materiale attraverso la preghiera e l'elemosina. E non gestite il vostro progetto quaresimale con l'aiuto di un assistente spirituale o un amico saggio. Sacrificate tutto!

Oppure no.


Emily Stimpson è una scrittrice freelance e autrice cattolica.
Questo articolo è apparso in origine con il titolo Sacrifice All the Things: The Loser's Guide to Winning Lent su The Catholic Table.

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]
http://www.aleteia.org/it/religione/articolo/sacrificio-quaresima-consigli-non-seguire-5839223584194560

COME COMPORTARSI IN CHIESA

I DIECI COMANDAMENTI 
PER LA CASA DEL SIGNORE.
Per un corretto rapporto col Tempio di Dio 
e con i fratelli.

1. Molti vanno in Chiesa, ma non tutti sanno di entrare nella casa di Dio. Preparati nell’andare: spiritualmente, mentalmente e con il cuore.
2. Recati alla Santa Messa almeno cinque o dieci minuti prima del suo inizio, per prepararti nella preghiera e nel raccoglimento ad una migliore partecipazione al mistero della salvezza.
3. Entrando in Chiesa, davanti al Signore, inginocchiati, così lo adorerai pubblicamente. Chinare la testa, come oggi fanno molti, è solo un segno di venerazione e non di adorazione come si conviene a Dio. Nella lettera ai Filippesi si trova scritto: “nel nome di Gesù, ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra”. Non volerti dunque macchiare di grave irriverenza verso il tuo Signore.
4. Osserva, nella casa di Dio, un rigoroso silenzio. Nel luogo sacro non possono essere giustificate le vane chiacchiere. Si può parlare solo per una vera, grave e urgente necessità, per il tempo strettamente indispensabile e sempre e solo sottovoce. Controlla sempre che il tuo telefonino sia spento.
5. Non entrare mai in Chiesa vestito in maniera indecorosa o, peggio, indecente. Mantieni sempre un atteggiamento edificante, non andando in giro qua e là con lo sguardo, non voltandoti a vedere chi entra e chi esce, ma occupandoti solo di parlare con Dio, pensando alle cose di Dio, occupandoti degli affari divini riguardanti il bene dell’anima tua e di quelli che porti nel cuore.
6. Nella Messa, almeno durante la consacrazione, procura di stare in ginocchio ed in assoluto silenzio adorante. Se anche sei fuori dei banchi, sappi che il Signore gradisce molto il sacrificio di stare in ginocchio sulla nuda terra. Sappi che se, senza grave necessità, rimani in piedi, pecchi gravemente di irriverenza verso Colui che si sta umiliando scendendo sull’altare e rinnovando l’offerta del Suo Sacrificio per le mani del sacerdote. Se sei un’anima generosa, prolunga il tempo della tua adorazione in ginocchio per tutta la preghiera eucaristica.
7. Se vuoi ricevere Gesù nella santa comunione eucaristica, ricorda che devi essere in stato di grazia ed a digiuno da almeno un’ora da cibi e bevande non alcoliche (tre ore dalle bevande alcoliche). Se sei consapevole di aver peccato mortalmente, non accostarti alla santa comunione senza aver prima ricevuto l’assoluzione nel sacramento della Penitenza: commetteresti sacrilegio. Se hai violato le norme sul digiuno, per comunicarti devi chiedere la dispensa al Parroco prima che cominci la santa Messa. Sappi che il digiuno è rotto anche da un cioccolatino, una caramella, un caffè o una gomma da masticare.
8. Prima di ricevere la santa Comunione, chiedi umilmente perdono per le tue debolezze e mancanze recitando l’atto di dolore. Accostati a Lui con molto rispetto e riverenza, consapevole che stai andando a ricevere il Signore del cielo e della terra. Ricorda che anche per ricevere la santa comunione, l’atteggiamento più indicato è quello di ricevere il tuo Signore stando umilmente in ginocchio.
9. Dopo aver ricevuto Gesù, adoralo, benedicilo e ringrazialo. Tornato al banco, non metterti seduto: hai Dio dentro di te! Non uscire di fretta dalla Chiesa, ma soffermati in silenziosa preghiera, perché Gesù rimane, nelle Sacre Specie, vivo dentro di te, per almeno un quarto d’ora da quando l’hai ricevuto. L’ideale, quindi, sarebbe che ti trattenessi in preghiera ed in ringraziamento almeno per questo tempo.
10. Quando Gesù è solennemente esposto nell’Adorazione eucaristica, non privarlo della tua presenza. Egli ti sta aspettando per amarti, benedirti, concederti grazie, donarti la sua pace, in cambio di un po’ del tuo amore e del tempo. Sii fiero di rimanere per un po’in ginocchio davanti alla sua divina presenza.


mercoledì 18 febbraio 2015

Il perdono ha effetti talmente salutari sul benessere psicofisico ....

IL PERDONO, UN ATTO DIFFICILE, 

MA NECESSARIO
Giovanni Cucci S.I.
La Civiltà Cattolica 2015 I 142-156 | 3950 (17 gennaio 2015)

«Il perdono ha effetti talmente salutari sul benessere psicofisico di chi lo elargisce da essere generalmente ritenuto auspicabile anche a fronte di offese estremamente gravi, tra cui l’abuso sessuale e la violenza fisica» 

Perché perdonare? Dopo aver affrontato la problematica della colpa e del peccato 1, intendiamo ora occuparci, secondo le medesime modalità di un approccio soprattutto filosofico e psicologico, del tema a essi speculare — e altrettanto importante — del perdono. E, questo, non perché altri aspetti siano superflui — pensiamo all’importanza che esso riveste in ambito spirituale e religioso —, ma perché la presa di consapevolezza dei sentimenti in gioco, la rivisitazione della propria storia personale e la capacità di immedesimazione con l’altro rimangono passi fondamentali anche per accogliere la dimensione trascendente e religiosa del perdono. Pensare diversamente, sarebbe ridurlo a una pratica ipocrita o superficiale, che non tocca il cuore. San Tommaso d’Aquino ricorda che la grazia di Dio lavora sulla natura, non è magia, un materiale sopraggiunto o un corpo estraneo 2 . La conoscenza di sé rimane sempre un passo previo fondamentale anche per la vita spirituale. La necessità di questo approccio diversificato è data proprio dalla delicatezza della problematica che, come le precedenti, rischia di essere fraintesa o inflazionata, così da essere ridotta alla fine a qualcosa di superfluo. La nostra società sovrabbonda di discussioni e dibattiti sul pentimento e sul perdono, ma, come spesso accade in questi contesti, quanto più si parla di un termine, tanto meno ne risulta chiaro il possibile significato; anzi, in questa molteplicità si annidano incomprensioni e pregiudizi che ne rendono difficile, prima ancora dell’attuazione, la stessa comprensione. Perché, ad esempio, si dovrebbe perdonare? Perché non limitarsi a evitare la vendetta? Perdonare significa rinunciare alla giustizia? Non è una forma di debolezza malata, come direbbe Nietzsche 3 , o di giustificazione del male, azzerando tutto? In questo modo non si penalizza chi si sforza di essere coerente e giusto? Ma, soprattutto, il perdono cambia davvero qualcosa? Queste sono solo alcune delle possibili domande che spesso stanno alla base di controversie interminabili, che puntualmente si riaccendono in occasione di eventi efferati di cronaca nera. Il perdono di solito viene considerato negativamente, ma ciò che si rifiuta è per lo più una sua pallida caricatura. Chi lo ha praticato — nelle modalità che si cercherà di mostrare — ne ha invece sperimentato la potenza a livello individuale, relazionale, sociale e politico. Esso resta un atto libero, non dovuto, e difficile, perché non è una sorta di bacchetta magica capace di annullare il male e di riportare tutto come prima. Il perdono è anche molto più complesso della parola con cui lo si accorda: si tratta di un processo lento, che richiede tempo, fatica, e soprattutto la capacità di accogliere i propri sentimenti e di accedere a un mondo differente dal proprio, riconoscendo che non tutto è così chiaro ed evidente come si supponeva, e che gli avvenimenti e le persone non possono essere rappresentati in termini antitetici, di bianco/nero. Ma questo gesto riguarda tutti. Anche se non ci si trova coinvolti in fatti terribili, il ritmo stesso della vita ordinaria, le relazioni, le diversità e i fallimenti che la caratterizzano ripropongono in continuazione questo tema. Agire è esporsi alla possibilità di compiere o subire il male.

La forza del perdono

Il perdono, se inteso rettamente, costituisce una delle protezioni più potenti di cui l’uomo dispone per fronteggiare il male e le sue conseguenze. Quando esso non viene messo in conto, ci si tormenta in maniera molto più crudele, fino a distruggersi, come appare dalle analisi compiute in precedenza a proposito della colpa e del peccato e mostrate anche dalla letteratura di ogni tempo e dall’esperienza di ciascuno: quanti sono dilaniati dai sensi di colpa per ciò che hanno compiuto? Quanti invece si tormentano da sé per il male ricevuto da altri, lo rievocano in continuazione, avvelenandosi sempre più? Il perdono non è affatto qualcosa di semplice e di immediato: conosce livelli differenti, esige una integrazione cognitiva, affettiva e relazionale. Per questo è così difficile, e spesso richiede il supporto di un aiuto specifico, se non altro per dissipare eventuali malintesi. Ma quando si decide di percorrere questi passi, diventa possibile spezzare catene che tenevano avvinti da anni, catene che, per lo più, sono state fabbricate da noi stessi. Per questo è così faticoso liberarsene. Il perdono è espressione di libertà, forse la più alta, proprio perché imprevedibile e inscrutabile. È difficile capire perché qualcuno decida di perdonare, mentre possono apparire comprensibili le motivazioni di chi rifiuta di accordare questo gesto, anche per piccoli sgarri. Questo atto rinvia al mistero della persona e smentisce l’interpretazione dell’agire umano all’insegna del principio stimolorisposta di tipo deterministico: «Diversamente dalla vendetta, che è la naturale, automatica reazione alla trasgressione […], l’atto del perdonare non può mai essere previsto; è la sola reazione che non si limita a re-agire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata» 4 . Un tema recente È strano che una questione così importante della vita umana sia stata per lo più disattesa dalla ricerca psicologica e psicanalitica, al punto che il termine stesso non compare quasi mai nel corpus degli scritti freudiani. Parlare di perdono significa infatti superare un’impostazione antropologica materialistica, come quella di Freud, e avventurarsi su campi inesplorati, analogamente a quanto è accaduto per altre tematiche pur fondamentali per la vita, di cui solo di recente si è riconosciuta l’importanza per la stessa pratica terapeutica, come la speranza, la gratitudine, l’altruismo, che non a caso sono estremamente connesse con il perdono. Le cose sembrano essere cambiate a partire dagli anni Ottanta, in seguito alla pubblicazione negli Stati Uniti di un saggio di teologia — Forgive and forget, di L. Smedes — che analizza gli effetti benefici di un tale atto anche dal punto di vista psicologico, fisico e mentale. Da allora la letteratura in proposito ha conosciuto un notevole incremento. Questo libro ha saputo catalizzare un crescente e fecondo dibattito sul tema del perdono da parte della ricerca psicologica, fino all’elaborazione di concrete proposte terapeutiche per un percorso di perdono e di riconciliazione, da compiersi attraverso passi e tappe verificabili concretamente, riconoscendone l’importanza anche in prospettiva più generalmente antropologica 5 . Il perdono ha difatti una valenza importante in ordine all’identità di sé, consentendo di vedere in maniera differente la propria storia, le relazioni, gli avvenimenti dolorosi dell’esistenza. Si può perdonare, perché si è fatta l’esperienza di essere stati perdonati: «Lasciare che l’altro mi perdoni [...] non è meno difficile del perdonare. Lasciarsi avvolgere dal perdono dell’altro spesso è un’esperienza che lascia turbati. Fa scoprire e toccare da vicino il proprio limite, il proprio egoismo e per questo con difficoltà viene vissuto in tutto il suo potere sanante. Eppure l’esperienza dell’esser perdonato, del sentirsi perdonato fa parte della vita fin dall’infanzia e niente è più incoraggiante che avere la certezza di poter ritornare nel cuore dell’altro» 6 .
Da qui il suo incredibile potere risanatore, anche per chi ha sofferto le situazioni più tremende: «Il perdono ha effetti talmente salutari sul benessere psicofisico di chi lo elargisce da essere generalmente ritenuto auspicabile anche a fronte di offese estremamente gravi, tra cui l’abuso sessuale e la violenza fisica» 7 .


Cosa non è il perdono 
Come si accennava, il contesto del «perdonismo» con cui, in occasione di eventi di cronaca, con troppa facilità si entra in merito a questa tematica non contribuisce a rendere giustizia alla complessità di tale gesto, che rischia di essere ridotto a una sorta di parola magica. Per questo è anzitutto importante dissipare alcuni possibili equivoci. - Il perdono è contrario alla giustizia. In realtà, perdono e giustizia sono modalità differenti: il primo è essenzialmente interiore, la seconda è esteriore e interpersonale. Il perdono riguarda i sentimenti, le emozioni e le valutazioni interiori, la giustizia l’aspetto giuridico e istituzionale. Per questo è possibile ottenere giustizia senza perdono, e perdono senza giustizia. - Non mi sento di incontrare quella persona. Dietro questa valutazione vi è la tendenza, abbastanza diffusa, a confondere perdono con riconciliazione. Anche in questo caso si tratta di processi diversi, perché la riconciliazione, come la giustizia, concerne l’ambito esterno e interpersonale, a differenza del perdono. Riallacciare i rapporti con l’offensore costituisce un gesto successivo, che certamente può completare il processo del perdono, ma non coincide con esso. Anzi, senza un lavoro previo sui propri sentimenti, in particolare sulla rabbia, c’è il rischio di una riconciliazione forzata, superficiale, che porta a inasprire ulteriormente il rapporto, allontanando, piuttosto che avvicinare, le persone. In secondo luogo, non è detto che il perdono venga accolto: spesso un tale atto viene rifiutato, sia perché l’altra parte non si riconosce nel ruolo di «offensore», sia perché può scorgervi una sottile forma di vendetta nei propri confronti. Parimenti, la parte lesa può respingere la riconciliazione, perché teme che un tale gesto possa essere interpretato come una sorta di approvazione del comportamento del colpevole, il quale potrebbe sentirsi autorizzato a ripeterlo nuovamente. In altri casi, la riconciliazione non è materialmente possibile, perché la persona non è più presente (lontana fisicamente o deceduta), o per il concreto timore che la ricostituita vicinanza possa riattivare vissuti troppo forti per l’offeso, specie se si sono verificati episodi di violenza, di minacce, di forte contrasto, ragion per cui l’incontro potrebbe riaprire ferite profonde, esasperandole e aggrovigliando ancora di più la situazione. Ciò non significa che il perdono non possa anche tradursi in un tentativo di riconciliazione. In ogni caso, questo avverrà in un momento successivo, che esige una esplicita richiesta di perdono da parte dell’offensore come passo previo: richiesta che può risultare ulteriormente credibile, qualora siano stati messi in atto gesti concreti per riparare al male compiuto. - Se mi vendico, starò meglio. Si tratta di un pregiudizio frequente in coloro che decidono di rifiutare il processo del perdono, ritenendolo — come notava Nietzsche — una rinuncia alla propria dignità, ai propri diritti, che invece verrebbero riaffermati da quella sorta di giustizia fai-da-te che è la vendetta. In realtà, la predisposizione d’animo ispirata alla vendetta conduce a coltivare atteggiamenti — come il risentimento e la ruminazione interiore — che avvelenano l’animo della persona, esasperandola, fino al punto di non riuscire più a trovare soddisfazione nella vita: «Il “regolamento di conti” che la vendetta promette è spesso più apparente che reale, poiché la perpetrazione di un torto crea una situazione di ingiustizia e disequilibrio che le vittime percepiscono non essere completamente compensata da atti di rivalsa» 8 . Difatti il senso di pacificazione interiore, proprio del perdono, non è paragonabile ai sentimenti provati da chi ha vendicato un torto subìto. Il primo è pacificante, il secondo distruttivo. Si tratta di una differenza confermata, anche sperimentalmente, a proposito del rancore e del risentimento. Rancore, odio sono atteggiamenti distruttivi anche sul piano della salute: tendono a far aumentare la pressione sanguigna, causano stress e pericoli di tipo cardiaco, sono alla base di disturbi psicosomatici legati alla tensione e alla ruminazione interiore (gastriti, ulcere). La decisione di perdonare, invece, si fa sentire anche sotto l’aspetto somatico/biologico. Nel momento in cui ci si pone in questo diverso atteggiamento, si percepisce un cambiamento interiore, avvertito anche a livello corporeo. La letteratura ha spesso mostrato come la vendetta, anche se realizzata con successo, porti a scoprire aspetti inediti del presunto colpevole, soprattutto la sua fragilità e umanità. In ogni caso, essa non reca mai la soddisfazione sperata, ma ulteriore sofferenza e dolore. In questo modo, infatti, non si raggiunge né sollievo né giustizia, ma il rimorso e la sensazione di non essere stati molto diversi da chi si è voluto punire. L’odio accumulato e coltivato nel tempo può diventare una vera ragione di vita. Ne ha offerto una brillante descrizione A. Dumas nel romanzo Il conte di Montecristo, il cui protagonista, ingiustamente condannato a una terribile reclusione, riesce a realizzare alla perfezione il suo progetto di vendetta, salvo poi alla fine riconoscere che le cose non stavano come egli aveva immaginato, soprattutto circa una possibile soddisfazione: punire i colpevoli non soltanto non lo ha reso felice, ma ha coinvolto anche altri innocenti, in particolare i parenti e gli amici delle vittime. La vendetta non allevia la sofferenza, né è in grado di assicurare la giustizia pareggiando i conti, ma avvelena ulteriormente, distruggendo se stessi e altri, anche perché tende a far smarrire il senso della misura, aggiungendo ingiustizia a ingiustizia. La percezione dell’accaduto da parte dei protagonisti — «colpevole» e «vittima» — è difatti molto differente, ed è alla base delle resistenze a perdonare. La vendetta non è in grado neppure di ristabilire il senso dell’onore, come suppongono le culture che tendono a sacralizzarla, ma rimane sempre un abuso di potere, una perdita di credibilità9 . - Non posso perdonare, provo ancora rancore. Il perdono suppone come condizione previa la chiarezza circa il proprio sentire, insieme alla capacità di esprimerlo, di metterlo in parole, prendendosi un lasso di tempo sufficientemente ampio per la sua realizzazione. Dare voce alla rabbia e alla protesta per la sofferenza subita è il primo passo, indispensabile per poterne compiere altri, un passo obbligatorio per il processo del perdono. Questi sentimenti possono coesistere nella persona, perché non si tratta di giungere all’indifferenza o all’oblio. È altrettanto importante guardarsi da una concezione magica del perdono, quasi che sia sufficiente pronunciarne la parola perché esso venga accordato: in realtà non si tratta di un atto concluso una volta per tutte. Se questa attesa illusoria non viene esplicitata e chiarita, può dare adito a ulteriori equivoci, che complicano piuttosto che risolvere il conflitto. - Non riesco a dimenticare. Perdono e dimenticanza sono atteggiamenti completamente diversi: il primo è un atto volontario, il secondo involontario. Prescrivere la dimenticanza è come dire: «ricordati di dimenticare». Un simile atto risulta, oltre che contraddittorio, anche dannoso, perché porta all’effetto contrario, rafforzando la memoria dell’avvenimento. È ciò che in psicologia viene chiamato «intenzione paradossale», in cui la proibizione di un evento favorisce il suo insorgere. Se, ad esempio, si chiede a un gruppo di persone di non pensare a un elefante rosa, è facile supporre che, proprio in forza di tale ingiunzione, quell’immagine si presenterà alla maggior parte di esse. Si può invece invitare a non coltivare gli atteggiamenti che rendono più difficile il perdono: il rancore, la rimuginazione, l’odio, per sostituirli con altri atteggiamenti più positivi. La dimenticanza, a differenza della memoria, non è frutto di una decisione; per questo non ha rilievo dal punto di vista del perdono: se l’episodio fosse stato realmente dimenticato, non ci sarebbe più nulla da perdonare. Il perdono nasce invece dalla constatazione di qualcosa che fa soffrire perché ritenuto ingiusto, e dalla ricerca di una modalità differente di affrontare la situazione. - Il perdono è una forma di debolezza. In realtà, esso è esattamente il contrario. Può perdonare solo chi è interiormente forte, chi ha saputo dare spazio a sentimenti e atteggiamenti che consentono di affrontare e apprezzare la vita, come l’empatia, la ristrutturazione cognitiva, il desiderio, la benevolenza. Essi sono indice di una libertà interiore che sfugge al meccanismo di stimolo-risposta, proprio del bambino e delle reazioni emotivamente primitive, ma sa considerare quanto accaduto da un punto di vista più ampio e complesso, notando cose nuove. - Deve soffrire per ciò che ha fatto. Dietro questa affermazione c’è la credenza, erronea, che rifiutare il perdono sia una maniera di punire l’altro. In realtà accade esattamente il contrario: in tal modo si punisce solo se stessi, torturandosi e impedendo a se stessi di vivere. Non perdonando, ci si illude di esercitare un potere sull’altro, ma di fatto ci si amareggia senza pietà. Cedere questo potere è consentire a se stessi di ricominciare a vivere, di percorrere nuove strade; forse si comincerà anche a capire che l’altro è molto differente da come la fantasia lo raffigurava. Perdonare è in definitiva un esercizio di realtà, che può far bene all’altro, ma soprattutto a se stessi. Una ricerca compiuta da J. Maselko, dell’Università di Harvard, su un campione di 1.500 persone di età compresa tra i 18 e gli 89 anni ha rilevato una stretta associazione tra contentezza, benessere e perdono: «Chi riesce a perdonare è meno esposto al rischio di sviluppare sintomi depressivi, si confronta con ridotti livelli di stress, ha in media una pressione arteriosa più bassa» 10. Ma che cosa significa perdonare?

Possibili definizioni di perdono

M. McCullogh ed E. Worthington, curatori delle più importanti pubblicazioni al riguardo, definiscono il perdono, dal punto di vista psicologico, come «un insieme di cambiamenti motivazionali per mezzo dei quali un individuo diventa 1) sempre meno motivato a vendicarsi contro la persona conosciuta che l’ha ferito; 2) sempre meno motivato a estraniarsi da lei; e 3) sempre più motivato a essere benevolo e conciliatorio nei suoi confronti, nonostante le sue azioni offensive». Una definizione simile parla di mutamento nei confronti del proprio vissuto interiore, modificando sentimenti negativi di ostilità e propensione alla vendetta in atteggiamenti di comprensione, compassione e amore. Altre definizioni fanno leva su un cambiamento interiore che si traduce in un mutato atteggiamento verso l’offensore: dall’ostilità alla predisposizione alla compassione e a un più generale sguardo positivo 11. In queste definizioni si possono notare almeno due direzioni uguali e contrarie: una direzione verso di sé, e una verso l’offensore, esplorando i sentimenti e le valutazioni suscitati da quanto accaduto. L’atto di perdonare richiede a monte di assumere e fare propri, senza evitarli, i sentimenti spiacevoli che hanno accompagnato l’offesa. Si tratta anzitutto di riconoscere la rabbia e la sofferenza provate, senza censurarle, dandone espressione verbale, gestuale e corporea, anche con l’aiuto di qualcuno capace di ascolto e di accoglienza. Ciò consente di rivisitare questi sentimenti, attenuandone la distruttività, impedendo che essi degenerino in risentimento e odio; così la rabbia, da nemica che avvelena l’animo, può diventare un alleato prezioso, capace di aiutare il soggetto nelle future situazioni di contrasto. Non si tratta dunque di dimenticare, come si notava, ma di agire sulla memoria, cercando soprattutto di non identificare la persona con le sue azioni e di imparare a leggerle dal punto di vista dell’altro. Quando ci si appresta a questo lavoro, l’evento stesso inizia a suscitare sentimenti differenti: non solamente negativi (risentimento, rancore, odio), ma costruttivi, più aperti alla vita (comprensione, empatia, compassione). Riprendendo i risultati delle ricerche più recenti, si possono individuare tre distinte componenti nel processo psicologico del perdono: 
1) l’evento stesso, il male subìto da altri a vari livelli, ciò che lo ha generato nelle sue concrete modalità e conseguenze; 
2) il riconoscimento di una sofferenza causata da questo e la necessità di  elaborarla adeguatamente, dando spazio ai sentimenti che essa suscita; l’entità di questa sofferenza è legata, oltre alla gravità materiale dell’atto, anche al tipo di relazione esistente tra offensore e vittima; 
3) la personalità di chi ha subìto l’offesa. Quest’ultimo aspetto risulta il più importante nell’elaborazione del perdono. Esso è anzitutto un processo intrapsichico che richiede la disponibilità a un lavoro interiore sui propri sentimenti e vissuti. Con il termine «personalità», anche limitandosi al mero ambito psicologico, si intende qualcosa di estremamente complesso. Si possono riconoscere soprattutto tre livelli che sembrano essere particolarmente significativi per la predisposizione al perdono. A un primo livello, è possibile evidenziare i tratti, gli elementi strutturali di una personalità, che possono essere ricondotti soprattutto a cinque, a ciò che gli studiosi chiamano Big Five, cinque «grappoli», che racchiudono in sé una vasta gamma di possibili variabili: 
1) apertura: la tendenza a intraprendere attività, coltivare interessi, arricchire il proprio mondo interiore, evitando di chiudersi in se stessi; 
2) estroversione: la capacità di guardare fuori da se stessi, con una fiducia di fondo a quanto viene richiesto, affrontandolo con passione e interesse; 
3) coscienziosità: il desiderio di svolgere bene i compiti affidati — sia che si tratti del lavoro, sia di un incarico di responsabilità —, vivendoli con generosità e dedizione; 
4) gradevolezza: la predisposizione a prestare il proprio contributo per aiutare altri, mostrando interesse, ed essendo disposti anche a sacrificarsi per loro; 
5) stabilità affettiva: riguarda l’equilibrio interiore, l’umore e le sue eventuali variazioni di fronte alle molteplici situazioni possibili e agli imprevisti, la gestione dell’aggressività, la resilienza (cioè la capacità di affrontare le difficoltà in genere) 12. A un secondo livello, si trovano il mondo ideale del soggetto, i suoi progetti e desideri (per esempio, se il perdono è riconosciuto come un valore, o se, per il credente, è un elemento della sua relazione con Dio), la varietà di interessi, gli scopi della sua vita, i criteri con cui egli interpreta e affronta i problemi.  Il terzo livello è dato dalla rilettura della storia concreta della persona, riconoscendo ciò che l’ha caratterizzata, plasmata e modificata (o deformata) nel tempo: è quello che Paul Ricœur chiama «identità narrativa». Schematizzando, si può dire che il livello 1 è dato da ciò che uno ha ricevuto, il livello 2 da ciò che uno fa, e il livello 3 da ciò che uno va sviluppando di se stesso.

La dimensione cognitiva e gratuita del perdono

Questi aspetti, solitamente poco considerati, sono invece decisivi per avviare il processo del perdono, perché presuppongono la capacità di comprendere il mondo dell’offensore, la dinamica dell’avvenimento considerata dal punto di vista dell’altro. Non si tratta di giustificare o ritenere lecito quanto accaduto, e nemmeno di sminuirlo, ma di conoscere la prospettiva dell’altro, la sua storia personale, i sentimenti e vissuti interiori, giungendo a identificare le motivazioni che stanno alla base di quell’azione, specie se si tratta di qualcuno con cui si vive una relazione affettivamente intima. In questo, come ha osservato A. Cabral, l’atto di capire è già una modalità di perdono. Una corretta lettura dell’accaduto («corretta» nel senso di attenta alla complessità e alla diversità) diventa di indubbio aiuto a ricostruire un rapporto lacerato, riconoscendo il significato di quel gesto, come si può notare dalla testimonianza di questa donna nei confronti dell’adulterio compiuto dal marito: «Gli dissi che capivo perché egli sentiva di dover provare a se stesso di essere ancora attraente per un’altra donna e che sapevo che potevamo superare l’accaduto se avessimo capito perché era successo» 13. Il perdono coinvolge volontà, valutazione e affetto. Per questo rimane un atto libero, non può essere ridotto a una forma di convenienza o a un calcolo interessato. Esso non appartiene neppure alla sfera dell’obbligo, della norma, ma piuttosto, come direbbe Pascal, all’orizzonte dell’amore. Per cogliere la dimensione profonda di questo gesto è importante mettere in conto la categoria della gratuità, di qualcosa offerto liberamente. È una situazione simile alla dinamica propria della stima e del piacere, che si raggiungono quando non li si cerca direttamente: essi piuttosto si aggiungono in sovrappiù, quando si compie qualcosa perché ritenuta importante in se stessa 14. Risultati molto simili si sono notati anche a proposito dei benefìci ottenuti con il perdono. Quando il perdono viene offerto gratuitamente, considerandolo un gesto bello e importante in se stesso, si ottengono risultati più efficaci e duraturi nel tempo rispetto a chi lo mette in atto solo per raggiungere possibili vantaggi personali. Una ricerca compiuta su questo tema metteva a confronto due gruppi di persone che avevano intrapreso un cammino di perdono, suddivisi in base alla motivazione dichiarata. Coloro che cercavano nel perdono un modo di sentirsi meglio, notavano all’inizio un beneficio, ma superficiale e di breve durata, penalizzando la capacità stessa di perdonare, che risultava sempre più difficile. Coloro che invece avevano in vista anzitutto il bene dell’altro, si trovavano nella situazione contraria, di sperimentare all’inizio scarsi risultati, ma che tendevano a crescere nel tempo 15. «Gratuità» significa anche la consapevolezza che non necessariamente l’atteggiamento dell’offensore cambierà. Anche se il perdono è una forza potente per modificare una situazione, esso rimane a fondo perduto, sia per chi lo offre sia per chi è chiamato a riceverlo.

Esiste una predisposizione psicologica al perdono? 



Il perdono ha un aspetto temperamentale? La tendenza ad accordarlo dipende certamente, oltre che dai valori proclamati (il livello 2 visto sopra), anche dalla propria storia di vita e dalla personalità (livelli 1 e 3), in altre parole da come l’offesa viene percepita. Per questo, dal punto di vista psicologico, non ogni personalità è ugualmente aperta alla possibilità del perdono: chi, ad esempio, tende a essere possessivo e geloso, trova molto più difficile accordare questo gesto. In secondo luogo, ha una grande rilevanza la qualità delle relazioni vissute, specialmente nel corso dell’infanzia: «Se una madre ha la tendenza a perdonare, anche i figli mostrano la stessa inclinazione» 16. Se invece nell’ambiente familiare vige l’abitudine di coprire eventuali colpe e mancanze, o di giustificarle a oltranza per paura del castigo o per mancanza di fiducia e di affetto, risulta estremamente doloroso riconoscere di aver sbagliato, e quindi si ha l’impressione di non avere nulla da farsi perdonare. Non a caso gli stili di personalità tendenzialmente chiusi alla fiducia incontrano grosse difficoltà ad accogliere anche l’idea stessa di perdono, passando dalla negazione alla distruzione delle possibili situazioni di offesa. Nei paranoidi e narcisisti, ad esempio, la percezione della colpa viene negata, sostituita dal senso di vergogna, cioè da una valutazione negativa di sé: riconoscere di aver fatto qualcosa di negativo viene interpretato come una catastrofe globale in ordine alla propria stima. In tal modo l’accadimento cessa di essere un atto puntuale e assume il significato simbolico di conferma o smentita del valore dell’intera persona. Da qui la forte ansia, il rancore e il desiderio di vendetta suscitati a motivo di quanto subìto. Chiedere scusa o accordare il perdono in questa dinamica risulta molto difficile, perché richiederebbe di prendere contatto con il proprio vissuto affettivo, con la propria profonda sofferenza, con quella che Freud chiama «la ferita narcisista». Per questo, in sede educativa, è fondamentale soffermasi sull’accadimento specifico con i bambini, facendo notare che non loro, ma quella cosa è sbagliata, spiegandone le ragioni, invitandoli soprattutto a immaginare come dovrebbe sentirsi l’altro di fronte a quanto accaduto. E ciò allo scopo di comprendere che il male può essere riconosciuto, perché non toglie la fiducia e l’affetto delle persone care, favorendo gli atteggiamenti legati all’empatia e al senso di responsabilità. Anche nel contesto terapeutico si nota una grande differenza quando, anziché concentrarsi sull’offesa e sul danno ricevuti (che tendono ad accrescere la rabbia e il risentimento), si sceglie di trattare il tema del perdono, allentando la morsa del rancore. Il semplice fatto di parlarne consente di ridimensionare la sofferenza, aprendo al desiderio di coltivare relazioni, interessi e attività. Se è vero che perdonare non significa smettere di provare sentimenti negativi verso l’offensore, è anche vero che questo gesto facilita l’attivazione di atteggiamenti di benevolenza e di pacificazione nei suoi confronti. Un tale gesto inoltre stimola l’intelligenza emotiva, la quale a sua volta rafforza la capacità di perdonare 17. Sembra comunque che la decisione di perdonare conduca il soggetto a vivere con più forza e intensità la propria vita, sperimentando un senso di liberazione, al contrario del perdono negato, in cui la persona rimane prigioniera del risentimento, delle recriminazioni che assorbono tempo ed energia, occupando la mente senza trovare sollievo: «Sono proprio la serenità psicologica ed emozionale e il proprio stato di salute fisica che possono fare maggiormente le spese della nostra incapacità di perdonare. Vivere stabilmente dentro di sé sentimenti intensi d’ira, di rivendicazione e di ostilità non potrà non avere un impatto negativo sulla propria salute»18.

1. Cfr G. Cucci, «Il senso di colpa: zavorra inutile?», in Civ. Catt. 2014 IV 123-136; Id., «Il senso del peccato: analisi fenomenologica», ivi, 243-256. Per un approfondimento della tematica, cfr Id., P come perdono, Assisi (Pg), Cittadella, 2011.
2. Cfr Summa Theol., I, q. 1, a. 8, ad 2um.
3. «Quanto di inoffensivo c’è nel debole, la viltà stessa di cui è ricco, il suo starsene alla porta, il suo inevitabile dover attendere, qui si fa un buon nome, è “pazienza”, anzi è la virtù stessa; il non-potersi-vendicare diventa non-volersi-vendicare, forse addirittura perdono» (F. Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico, Milano, Adelphi, 1984, I, n. 14, 36).
4. H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 2001, 177 s.
5. Segnaliamo le ultime pubblicazioni comparse in lingua italiana: M. Hubaut, Il perdono. Dimensioni umane e spirituali, Bologna, Edb, 2013; B. Barcaccia - F. Mancini, Teoria clinica del perdono, Milano, Cortina, 2013; C. Mucci, Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale, ivi, 2014; M. Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, ivi, 2014.
6. D. Bonifazi - G. Tortorella (eds), Matrimonio e famiglia: quale futuro? Aspetti antropologici, Milano, Massimo, 2001, 231.
7. C. Regalia - G. Paleari, Perdonare, Bologna, il Mulino, 2008, 48.
8. Ivi, 28.
9. Cfr ivi.
10. D. Diodoro, «La rivincita del perdono», in Corriere Salute, 27 febbraio 2005.
11. Cfr M. McCullogh - E. Worthington - K. Rachal, «Interpersonal forgiving in close relationships», in Journal of Personality and Social Psychology 73 (1997) 321 s; R. Enright, «The moral development of forgiveness», in W. Kurtines - J. Gewirtz (eds), Handbook of moral behavior and development, vol. 1, Hillsdale, Erlbaum, 1991, 123; A. Gentilini - A. Arvalli - P. Terrin (eds), Memoria perdono ricostruzione. Analisi teoriche e applicazioni psicoterapeutiche, Bologna, Edb, 2010, 19.
12. Per una precisazione di questo punto fondamentale, cfr G. Cucci, «L’integrazione dell’aggressività», in Civ. Catt. 2012 IV 325-328.
13. G. Paleari - C. Regalia, «Il perdono nelle relazioni intime», in R. Rizzi (ed.), Itinerari del perdono. Dall’individuo al gruppo, dalla terapia alla patologia, dall’offerta alla domanda, Milano, Unicopli, 2010, 208.
14. Cfr G. Cucci, La forza dalla debolezza. Aspetti psicologici della vita spirituale, Roma, Adp, 20112 , 140-155. 15. Cfr E. Giusti - B. Corte, La terapia del per-dono: dal risentimento alla riconciliazione, Roma, Sovera, 2009, 19.
16. R. Rizzi, «Introduzione», in Id. (ed.), Itinerari del perdono, cit., 12.

17. Cfr N. Wade - D. Bailey - P. Shaffer, «Helping clients heal: Does forgiveness make a difference?», in Professional Psychology: Research and Practice 36 (2005) 634-641; E. Giusti - B. Corte, La terapia del perdono…, cit., 203; R. Rizzi «Il perdono come terapia», in Id. (ed.), Itinerari del perdono…, cit., 291. 18. A. Arvalli, «Sul perdonare, un cammino sempre difficile», in A. Gentilini - A. Arvalli - P. Terrin (eds), Memoria perdono ricostruzione…, cit., 21.