mercoledì 11 febbraio 2015

messaggio a tutta la Chiesa

Un invito concreto che dobbiamo continuare a tradurre ancor più in realtà. Il vescovo Schneider contro il nuovo gnosticismo


11 febbraio 2015. Nell' Anniversario delle apparizioni della Beata Vergine Immacolata a Lourdes, non possiamo passare sotto silenzio questo messaggio, che è diretto a tutta la Chiesa universale, anche se promosso da un sito affine al nostro: OnePeterFive.com [qui]. Esso nasce da una esplicita richiesta rivolta a Mons. Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare della Diocesi di Maria Santissima in Astana, Kazakistan, sull'onda di una intervista da lui rilasciata a Polonia Christiana [da noi tradotta e pubblicata qui].
Si intende quindi render pubblico un invito ai cattolici di tutto il mondo di impegnarsi fin da ora a resistere, come ricordato anche dal Cardinal Burke [qui].
Dunque non esitiamo a farcene portavoce anche noi, chiarendo fin da subito che "resistenza" non equivale a "ribellione". In un prossimo articolo in preparazione lo spiegherò ancor meglio.
Ci sia consentito tuttavia, per ora, un semplice inciso: è evidente che il cardinal Burke, il vescovo Schneider ed altri non si augurano di dover resistere all'insegnamento del papa, ma sono pronti a farlo, se diventa necessario, per il Signore e per il bene delle anime. E, se a noi capita di sentire e di esprimere le stesse cose, evidentemente non siamo né pseudo-teologi né tradizionalisti ingessati, ma semplicemente amanti della Tradizione e del vero progresso perché la Tradizione non esclude affatto il progresso, che è altra cosa dal progressismo, così come la Tradizione è altra cosa sia daltradizionalismo che dall'ibridismo sofista di chi si dichiara né progressista né tradizionalista.
Il sito From Rome, ne ha ricavato un invito ancor più esplicito [qui], che pubblicherò domani in attesa della traduzione in corso. (M.G.)


Il vescovo Athanasius Schneider: per combattere il Nuovo-Gnosticismo

È una triste verità il fatto che stiamo attraversando un momento di grande crisi della Chiesa. Dio è con noi, però. Mi avete chiesto ciò che i fedeli possono fare per combattere gli errori che si stanno diffondendo attraverso la Chiesa. Vorrei rispondere con alcuni suggerimenti:
«« Dobbiamo creare gruppi di veri cattolici, studiosi, famiglie e clero che diffondano con coraggio la verità cattolica tutta intera, in particolare sugli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sulla natura, e i comandamenti di Dio.

Come mezzo per questo obiettivo, dobbiamo fare uso di tutte le risorse che il mondo moderno ci offre. Non ci asteniamo dal diffondere attraverso i media questi messaggi. Non dobbiamo aspettare che ogni singolo parroco li predichi dal pulpito. Dobbiamo abbracciare le nuove forme mediatiche che ci permettono di diffondere il Vangelo e gli insegnamenti della nostra Santa Madre, la Chiesa. Dobbiamo introdurre il nostro messaggio su Internet, pubblicarlo su siti web, blog e reti sociali.

Ma non dobbiamo dimenticare di impegnarci con i nostri fratelli cattolici nelle forme più tradizionali. Dovremmo organizzare conferenze e simposi a livello accademico. Dovremmo usare queste per creare pubblicazioni, documenti e libri che possono essere utilizzati come riferimento e ampliare la nostra discussione.

Dobbiamo anche creare un movimento di famiglie cattoliche, di "chiese domestiche", per testimoniare, difendere e diffondere la fede integrale e l'insegnamento sulla famiglia, il matrimonio, e l'ordine della natura.

In questo momento pericoloso, dobbiamo essere coraggiosi nello svelare il carattere veramente gnostico e rivoluzionario della "agenda Kasper," dimostrando la continuità della dottrina divina sul matrimonio e la sua pratica durante i duemila anni di storia della nostra Chiesa. Dobbiamo ispirare i fedeli, con esempi di santi mariti, famiglie, bambini e adolescenti. Dobbiamo dimostrare, da un lato, la vera bellezza di una vita coniugale, familiare, da single in castità e fedeltà. Dall'altro lato dobbiamo puntare dimostrare la bruttura, l'infelicità, e la schizofrenia di una vita contro l'ordine divinamente stabilito.

Per dare speranza a coloro che stanno lottando, è importante per noi dare esempi di cattolici pentiti del passato e del presente. Coloro che si sono convertiti dalla loro vita peccaminosa di adulterio, divorzio, o sodomia.

Per affrontare gli errori attualmente in fase di diffusione, i veri mariti cattolici, le famiglie e le persone singole devono scrivere al papa, ai loro vescovi, e ai Dicasteri competenti della Curia Romana, denunziando loro le dichiarazioni eretiche, semi-eretici, o gnostiche di persone ecclesiastiche o eventi all'ordine del giorno che vengono promossi anche persone o gruppi ecclesiastici.

Tutti questi sono mezzi di educazione e formazione. Ma la battaglia che stiamo combattendo è più che contro l'ignoranza. È contro i principati e le potenze. Essa non può avere successo se non organizziamo una grande rete nazionale e internazionale di preghiera per l'adorazione eucaristica, i pellegrinaggi, le messe solenni, le processioni rogazionali e penitenziali, con temi come "La santità della famiglia e del matrimonio", "La chiamata alla castità", "La bellezza e la felicità di una vita casta", " L'imitazione di Cristo nella vita familiare" e "Espiazione per i peccati contro la famiglia e il matrimonio".

Forse, come cosa più fondamentale di tutte, dobbiamo pregare con fervore che Dio doni alla sua Chiesa vescovi e papi santi. Tale preghiera deve essere pregata in particolare dai bambini, perché la preghiera degli innocenti penetra il cielo come nessun'altra.
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[Traduzione a cura di Chiesa e post concilio]

martedì 10 febbraio 2015

Lettera al New York Times

Lettera di un sacerdote al New York Times




Questo mese vorrei ricordare una lettera che è stata spedita il 6 aprile 2010 al famoso quotidiano americano New York Times da un missionario salesiano dell’Uruguay, il padre Martín Lasarte, che lavora da più di 20 anni in Angola. Premetto che il giornale non si è degnato di pubblicarla e nemmeno di dare una risposta al mittente.

In un’intervista pubblicata dal sito “Enfoques Positivos” (Edizione No. 299 24 di Giugno 2010) il p. Lasarte spiega i motivi che l’hanno spinto a scrivere la lettera:
“E’ vero che non si può che provare indignazione, soprattutto quando si leggono le numerose informazioni pubblicate in Internet e nei mezzi di comunicazioni sulla pedofilia nella Chiesa, anche per quanto riguarda i casi verificatisi e chiusi molti anni fa (…) Ma si dimentica che di fronte ad un elemento negativo, oggettivo e veritiero che bisogna correggere, c’è un’immensità di cose che la Chiesa sta facendo nei quattro angoli della terra attraverso laici, volontari e sacerdoti che sembra non fare notizia.”
Poi termina dicendo. “Il motivo principale è quello di completare una visione, fare vedere l’altra faccia, come diceva un giornalista, il lato occulto della Chiesa, vale a dire, un servizio silenzioso di mille e mille religiosi, religiose e sacerdoti a favore dei più poveri … “.

Ecco quindi la lettera ignorata dalle grandi testate giornalistiche che ha fatto il giro del mondo in Internet (*):

“Cari fratello e sorella giornalista, sono un semplice sacerdote cattolico. Mi sento felice e orgoglioso della mia vocazione. Vivo da vent’anni in Angola come missionario.

Mi provoca un grande dolore, il fatto che persone che dovrebbero essere segni dell’amore di Dio siano stati un pugnale nella vita di persone innocenti. Non ci sono parole che possano giustificare atti di questo tipo. La Chiesa non può che stare dalla parte dei deboli, dei più indifesi. Tutte le misure prese per la protezione della dignità dei bambini, quindi, saranno sempre una priorità assoluta.
Vedo che in molti mezzi di comunicazioni, e soprattutto nel vostro giornale, si amplifica l’argomento in maniera morbosa, andando a scavare nei minimi particolari della vita di qualche sacerdote. Così compare uno di una città degli Stati Uniti, degli anni 70, un altro dell’Australia, degli anni 80, e così via, e altri casi più recenti … Certamente tutto condannabile! Si vedono anche servi-zi giornalistici ponderati ed equilibrati, altri amplificati, pieni di preconcetti e persino di odio. E’ curioso costatare quanto poco facciano notizia e il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si consumano per milioni di bambini, per gli adolescenti e i più sfortunati ai quattro angoli del mondo.

Penso che al vostro mezzo informativo non interessi il fatto che io abbia dovuto trasportare su percorsi minati nel 2002 molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (Angola), perché il Governo non si rendeva disponibile e le ONG non erano autorizzate; che abbia dovuto seppellire decine di piccole vittime tra gli sfollati della guerra e i ritornati; che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone a Moxico con l’unico posto medico in 90.000 chilometri quadrati, o che abbia distribuito alimenti e sementi; o che in questi 10 anni abbiamo dato un’opportunità di istruzione e scuole a più di 110.000 bambini … Non interessa che con altri sacerdoti abbiamo dovuto far fronte alla crisi umanitaria di circa 15.000 persone negli alloggi della guerriglia, dopo la loro resa, perché gli alimenti del Governo e dell’ONU non arrivavano. Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, padre Roberto, di notte percorra le vie di Luanda curando i bambini di strada, portandoli in una casa di accoglienza perché si disintossichino dalla benzina, che alfabetizzi centinaia di detenuti; che altri sacerdoti, come padre Stefano, abbiano case in cui i bambini picchiati, maltrattati e violentati cercano un rifugio, e nemmeno che fr. Maiato, con i suoi 80 anni, vada casa per casa per confortare i malati e i disperati.  Non fa notizia che più di 60.000 dei 400.000 sacerdoti e religiosi abbiano abbandonato la propria terra e la propria famiglia per servire i fratelli in lebbrosari, ospedali, campi di rifugiati, orfanotrofi per bambini accusati di stregoneria o orfani di genitori morti di Aids, in scuole per i più poveri, in centri di formazione professionale, in centri di assistenza ai sieropositivi… e soprattutto in parrocchie e missioni, motivando la gente a vivere e amare.


Non fa notizia che il mio amico padre Marcos Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola, li abbia portati da Kalulo a Dondo e tornando alla sua missione sia stato ucciso a colpi di mitragliatrice; che padre Francisco e cinque catechiste siano morti in un incidente mentre andavano ad aiutare nelle zone rurali più sperdute; che decine di missionari in Angola siano morte per mancanza di assistenza sanitaria, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina, mentre facevano visita alla loro gente. Nel cimitero di Kalulo ci sono le tombe dei primi sacerdoti che giunsero nella regione… Nessuno aveva più di 40 anni.
Non fa notizia accompagnare la vita di un sacerdote ‘normale’ nella sua quotidianità, nelle sue difficoltà e nelle sue gioie, mentre consuma senza rumore la sua vita a favore della comunità che serve.
La verità è che non cerchiamo di fare notizia, ma semplicemente di portare la Buona Novella, quella notizia iniziata senza rumore la notte di Pasqua. Fa più rumore un albero che cade che un bosco che cresce.

Non pretendo fare un’apologia della Chiesa e dei sacerdoti. Il sacerdote non è né un eroe né un nevrotico. E’ un semplice uomo, che con la sua umanità cerca di seguire Gesù e di servire i fratelli. Ci sono miserie, povertà e fragilità come in ogni essere umano; e anche bellezza e bontà come in ogni creatura…
Insistere in modo ossessivo e persecutorio su un tema perdendo la visione d’insieme crea davvero caricature offensive del sacerdozio cattolico in cui mi sento oltraggiato.
Amico giornalista, le chiedo solo di cercare la Verità, il Bene e la Bellezza. Ciò la renderà nobile nella sua professione. 

In Cristo, P. Martín Lasarte sdb


Permalink: zenit.org (*) Questa è la versione integrale della lettera. Ho completato la versione pubblicata dall’agenzia Zenit e tradotta dallo spagnolo da Roberta Sciamplicotti ZI10052505 – 25/05/2010 Ursula Krieger Tratto da: ilfuocodiars.wordpress.com

lunedì 9 febbraio 2015

FRANA LA CHIESA

FRANA LA CHIESA IN AMERICA LATINA. IN BOLIVIA RELIGIOSI A PICCO E SACERDOTI DIMEZZATI NEI PROSSIMI 20 ANNI




In vent’anni i sacerdoti diocesani in Bolivia – Paese di 9 milioni di abitanti, di cui 8 milioni cattolici - passeranno da 900 a 500. Meno di quelli che, per dire, hanno diocesi come Vicenza o Padova. A rendere nota questa previsione è stato l’arcivescovado di Cochabamba.

Se fino a un paio di decadi fa i seminaristi nel Paese erano circa una ventina all’anno, negli ultimi cinque anni sono stati in media 4. Se 10 anni fa si contavano 150 congregazioni religiose femminili attive nel Paese, da allora 50 hanno chiuso i battenti per mancanza di vocazioni.  Non va meglio per i religiosi maschi: 20 anni fa gli ordini o le congregazioni erano 50, mentre oggi sono 20.

Della crisi profonda che attraversa la Chiesa latinoamericana si occupa in un articolo Riccardo Cascioli, sul numero in uscita del Timone

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Papa vuole prendere "rinnovamento della Chiesa" al punto "irreversibile": le riforme precedenti erano "insufficiente, superficiale", riforma della Chiesa di essere "profondo e totale".

Il 20 gennaio 2015, il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, il Coordinatore del Consiglio di Cardinali Advisors Papa Francesco 'ha tenuto una conferenza presso il Centro Markkula for Applied Ethics della Santa Clara University in Silicon Valley. Le sue osservazioni sono state tratte da un saggio che aveva scritto,  La Chiesa della Misericordia con Papa Francesco .  Il seguente passaggio da questo saggio rivelare molte cose.  (Il suo discorso, come consegnato, può essere trovato qui: The Meaning of Mercy - Riflessioni dal cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga su un tema centrale di Papa Francesco.)

Camminiamo come Chiesa verso un rinnovamento profondo e globale.  Per questo rinnovamento sia sinceramente cattolica, che deve comprendere tutte le dimensioni storiche della Chiesa.
In particolare, non c'è vera rinnovamento ecclesiale, senza una trasformazione delle istituzioni;  della qualità e concentrazione delle attività; del mistico e spirituale.  Di solito, il rinnovamento inizia con le attività pastorali.  Perché è lì dove le incongruenze di un certo "modello" della Chiesa e la realtà sono soprattutto esperienza.  I missionari, gli evangelisti sui "margini" della Chiesa, sono i primi a notare l'insufficienza dei modi "tradizionali" di azione;  la critica pastorale inizia con l'esperienza della missione nelle "periferie". Le modifiche e gli adeguamenti cominciano lì.
Dopo il Concilio Vaticano II, i metodi e contenuti di evangelizzazione e di cambiamento educazione cristiana.  I cambiamenti liturgia: lingue locali sono adottati, alcuni rituali e simboli cambiano, le misurazioni vengono effettuate per una maggiore partecipazione, ecc. Per i missionari la prospettiva cambia: il missionario deve conoscere la cultura, la situazione umana; il missionario deve stabilire un dialogo evangelizzatrice con quelle realtà. "Azione sociale" cambia, non è più solo i servizi di carità e di sviluppo, ma lottano anche per la giustizia, i diritti umani e la liberazione ...
Per coerenza cristiana, alcuni cambiamenti istituzionali e organizzativi sono previste contemporaneamente: nuove funzioni richiedono nuove istituzioni adeguate.
Il Concilio ha spinto ristrutturazioni istituzionali, seguendo la logica dello Spirito.  Queste riforme comprendono tutti i livelli dell'organizzazione ecclesiale: congregazioni religiose o società missionarie - il cui "capitoli di aggiornamento" moltiplicando diocesana e il Vaticano Curia, Conferenze Episcopali, Sinodi, le parrocchie, le zone pastorali, i presbiteri, l'apostolica laici istituzioni, l'insegnamento della teologia, i seminari, le scuole cattoliche ... Nuove istituzioni per il dialogo missionario emergono: ecumenismo, gli ebrei, le altre religioni ... Tutto nella Chiesa modifiche coerenti con un modello pastorale rinnovata.
Forse alcuni pensavano che la ristrutturazione Chiesa era solo quello.  Ma i cambiamenti istituzionali e funzionali- alone in sua vece, si è rivelato insufficiente, superficiale.  A volte hanno creato nuovi problemi e crisi sia inutili e profonde. Qualsiasi cambiamento nella Chiesa alla fine richiede considerare una ristrutturazione delle motivazioni che le nuove opzioni ispirano.  Senza motivazioni profonde radicate, che vivono ed esplicite, nessun gruppo umano, nessuna istituzione e nessuna società può sopravvivere per lungo tempo, tanto meno rinnovarsi. Motivazioni rispondere alla fondamentale "perché" delle opzioni, le imprese, le richieste, e la stessa ragion d'essere dell'istituto.
Il Papa vuole prendere questa Chiesa rinnovamento al punto in cui diventa irreversibile.  Il vento che spinge le vele della Chiesa verso il mare aperto della sua profonda e totale rinnovamento è Misericordia.
Per la Chiesa, le motivazioni sono più che indispensabili; essi sono il suo timbro identità.  Il "perché" della sua organizzazione e la sua azione non può essere decisivo spiegato dalle scienze umane e la razionalità storica pura: si riferiscono a Gesù e il suo Vangelo, come la motivazione globale, indispensabile e predominante.  E' la motivazione dello Spirito.  Pertanto, parlare di motivazioni nel cristianesimo è parlare della mistica, della spiritualità.

venerdì 6 febbraio 2015

amenità del sinodo

Tra un sinodo e l'altro, 


la battaglia continua



I più attivi sono i cardinali, i vescovi, i teologi che vogliono innovare la dottrina e la prassi della Chiesa su matrimonio e omosessualità. Ma nel primo lotto degli eletti al prossimo sinodo i difensori della tradizione sono molto più numerosi 

di Sandro Magister

ROMA, 5 febbraio 2015 – Come preannunciato dal segretario generale del sinodo dei vescovi Lorenzo Baldisseri (nella foto), è stato reso noto il primo lotto dei partecipanti all'assise del prossimo ottobre, eletti dalle rispettive conferenze episcopali.

Della delegazione degli Stati Uniti già si sapeva. I quattro nominati sono tutti contrari all'ammissione alla comunione dei divorziati risposati – punto cruciale dello scontro in atto –, mentre non è stato eletto il pupillo di papa Francesco, il progressista Blase Cupich, fresco di promozione all'importante arcidiocesi di Chicago.

Più bilanciata appare la delegazione della Francia, in cui al progressista Jean-Luc Brunin, presidente della commissione episcopale francese per la famiglia, fa da contrappeso il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi.

Tra i delegati della Spagna il più votato è stato l'arcivescovo di Valladolid e presidente della conferenza episcopale, il neocardinale Ricardo Blázquez Pérez, grande sostenitore da anni del Cammino neocatecumenale che è il movimento cattolico più impegnato nel difendere il modello tradizionale di famiglia. Mentre il prediletto dal papa, il neoarcivescovo di Madrid Carlos Osoro Sierra, è entrato nella rosa solo per un soffio, superando di appena un voto il conservatore Juan Antonio Reig Plá, vescovo di Alcalá de Henares.

Decisamente orientato in senso conservatore è l'unico rappresentante dell'Olanda, nella persona del cardinale Willem Jacobus Eijk.

E la stessa cosa risulta per la gran parte dei delegati africani.

Sorprendente è il caso della Nuova Zelanda, dove al neocardinale John Atcherley Dew, acceso sostenitore delle tesi progressiste nel sinodo dello scorso ottobre, sono mancati i voti necessari per far ritorno a Roma come delegato del suo paese.

Così come non è stato eletto, in Uruguay, nemmeno l'altro neocardinale Daniel Fernando Sturla Berthouet, arcivescovo di Montevideo, anche lui progressista. Al sinodo andrà il vescovo di Minas Jaime Fuentes Martín, membro dell'Opus Dei nonché testimone diretto, tre lustri fa quand'era cappellano delle suore addette alla nunziatura, dello scandaloso "ménage" tra l'allora consigliere diplomatico Battista Ricca – oggi nelle grazie di papa Francesco che l'ha promosso prelato dello IOR – e il suo amante portato fin laggiù dalla Svizzera. Anche il predecessore di Fuentes nella diocesi di Minas, il vescovo a riposo Francisco Domingo Barbosa Da Silveira, è passato alle cronache per atti analoghi, che l'hanno costretto alle dimissioni nel 2009.

Da questo primo lotto di delegati si ricava quindi la previsione che al sinodo di ottobre i fautori di arditi cambiamenti della dottrina e della prassi della Chiesa in materia di matrimonio e di omosessualità non troveranno la strada spianata.

Ciò non toglie che alcuni di essi stiano dando prova di particolare attivismo, a sostegno della loro causa.

*

Negli Stati Uniti, ad esempio, il neoarcivescovo di Chicago Blase Cupich non fa mistero di avere come suo faro il cardinale Walter Kasper, il capofila degli innovatori, e di agire di conseguenza.

Come già aveva fatto nella sua precedente diocesi di Spokane, Cupich ha annunciato in un'intervista a "Commonweal" che regalerà a tutti i suoi preti una copia della relazione di Kasper al concistoro del febbraio 2014, di sostegno all'ammissione alla comunione dei divorziati risposati, e organizzerà dei seminari perché gli stessi preti ne assimilino ben bene i contenuti:

> A Listening Church. An Interview with Archbishop Blase Cupich


*

In Germania l'arcivescovo di Monaco Reinhard Marx, che è anche uno dei nove cardinali della consulta del papa, è corso ancora più avanti.

In un'intervista a tutto campo al settimanale "America" dei gesuiti di New York ha detto che la comunione ai divorziati risposati è solo un primo passo, perché è sulla dottrina del matrimonio che bisogna intervenire, aggiornandola, e altrettanto va fatto sulle relazioni omosessuali:

> Cardinal Marx on Francis, the Synod, Women in the Church and Gay Relationships

In italiano:

> Il cardinale Marx su Francesco, sinodo, donne nella Chiesa e relazioni omosessuali

E intanto, la conferenza episcopale tedesca ha provveduto a rendere pubblico il proprio contributo al sinodo dello scorso ottobre: un documento a sostegno della comunione ai divorziati risposati sottoscritto dalla grande maggioranza dei vescovi tedeschi e di fatto già messo in pratica su larga scala:

> Theologisch verantwortbare und pastoral angemessene Wege zur Begleitung wiederverheirateter Geschiedener

*

In Belgio, il vescovo di Anversa Johan Bonny, già collaboratore del cardinale Walter Kasper al pontificio consiglio per l'unità dei cristiani e aspirante numero uno alla successione dell’attuale arcivescovo di Bruxelles, il conservatore André-Joseph Léonard, ha arricchito il carico, già molto pesante, delle sue proposte innovatrici reclamando dalla Chiesa la piena approvazione della "relazionalità" tra omosessuali, in un'intervista al quotidiano "De Morgen":

> Bonny wil kerkelijke erkenning holebi's

*

Passando dai vescovi ai teologi, uno di questi, l'italiano Giovanni Cereti – citato dal cardinale Kasper come suo primo autore di riferimento nella ricostruzione della prassi della Chiesa antica nei confronti dei divorziati risposati – è tornato non solo a ribadire le proprie tesi respingendo in blocco ogni critica, ma le ha rincarate, ammonendo chi nega l'eucaristia ai divorziati risposati di mettersi con ciò stesso "fuori dalla comunione della grande Chiesa".

È infatti questo che egli scrive nella prefazione alla recentissima ristampa di un suo libro sull'argomento, "Divorziati risposati. Un nuovo inizio è possibile?", edito dalla Cittadella di Assisi:

"Chi non riconosce la possibilità che a queste persone possa essere concessa la riconciliazione sacramentale, negando alla chiesa il potere di esercitare la misericordia nel nome di Cristo e di rimettere tutti i peccati, ricade nell’errore dei novaziani. Essi escludevano dalla riconciliazione e dalla comunione fino al letto di morte i responsabili dei peccati di apostasia, di omicidio e di adulterio, intendendo con quest’ultimo termine le persone indicate in questo modo nell’evangelo (e mai i vedovi risposati). La grande Chiesa ha preso ben presto coscienza di avere ricevuto dal Signore il potere di assolvere qualsiasi peccato e pertanto li ammetteva alla penitenza e concluso il tempo della penitenza li riammetteva alla comunione ecclesiale ed eucaristica. Che il Signore non permetta che coloro che in nome della difesa della fede si oppongono oggi alla riconciliazione dei fedeli che si trovano in tale situazione abbiano a cadere nell’errore novaziano, rischiando così di mettersi fuori dalla comunione della grande Chiesa!".

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Dal Giappone un gesuita spagnolo, Juan Masiá, si spinge ancora più lontano, in una fluviale intervista al portale cattolico progressista "Religión Digital", che lo presenta come "uno dei maggiori esperti di bioetica del mondo":

> Juan Masiá, S.J.: "Hace años que tendría que ser posible que se ordenen tanto hombres como mujeres, tanto célibes como casados"

Non solo egli vuole il sacerdozio per tutti, donne comprese, come mette in evidenza il titolo della sua intervista. Sul punto specifico del matrimonio e del divorzio reclama che non ci si fermi a innovazioni solo pratiche, come quelle suggerite dal troppo prudente Kasper, ma finalmente si faccia quello che nemmeno il Concilio Vaticano II mai osò: cambiare la dottrina, compreso il dogma dell'indissolubilità del matrimonio. Quanto alla "Humanae vitae", così apprezzata da papa Francesco, Masiá taglia corto. Dice che è inutile prenderla in considerazione. Semplicemente è "da dimenticare".

*

Meno fiammeggiante nei toni, ma non meno radicale nella sostanza è anche la linea adottata dal monastero di Bose, il cui fondatore e priore Enzo Bianchi ha ascendente su larghi settori del cattolicesimo non solo italiano, ancor più da quando papa Francesco l'ha promosso consultore del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani.

Il vicepriore di Bose, Luciano Manicardi, in una dotta intervista all'Osservatorio delle libertà ed istituzioni religiose, invoca che anche la Chiesa cattolica, come già fanno le Chiese ortodosse, ammetta lo scioglimento di un matrimonio e quindi la possibilità delle seconde nozze non solo per la morte di uno dei coniugi ma anche semplicemente per la "morte dell'amore":

> Chiesa e famiglia dopo il sinodo straordinario: un cantiere in divenire

Ecco cosa dice sul punto il vice di Enzo Bianchi:

"Nella 'Relatio synodi' si fa riferimento alla 'diversità della disciplina matrimoniale delle Chiese ortodosse' che prevede la possibilità di nuove nozze non solo in caso di vedovanza ma anche di divorzio, accompagnate da un percorso penitenziale e, in ogni caso, non oltre la terza volta (cf. anche la 'Relatio ante-disceptationem' 3f). Se al momento pare difficile l'importazione nella Chiesa cattolica del modello ortodosso che prevede anche il riconoscimento di giuste cause di divorzio (nel mondo ortodosso, infatti, fin dal canone 9 di Basilio di Cesarea ripreso dal Concilio in Trullo del 691-692, si prende come eccezione vera l'eccezione matteana all'indissolubilità matrimoniale che troviamo in Mt 5, 32 e 19, 9), tuttavia, dal momento che la Chiesa cattolica già prevede la possibilità di nuove nozze sacramentali in caso di morte di un coniuge, riconoscendo così un fallimento irreversibile del primo matrimonio che non infrange il principio della indissolubilità, si può pensare che essa possa giungere ad accogliere la possibilità di nuove nozze di fronte all'evidenza di fallimenti irreversibili dovuti alla morte dell'amore, alla morte della relazione, alla trasformazione della vita insieme in un inferno quotidiano. Certo, unitamente a una disposizione penitenziale e alla volontà di un re-inizio serio in una nuova unione. E questo come misura pastorale ed 'oikonomica' che narra la misericordia di Dio, il suo amore più forte della morte, e va incontro con compassione all'umana fragilità. Di certo questa soluzione, prospettata da un teologo come Basilio Petrà , che stupisce di non aver visto annoverato tra gli esperti del sinodo del 2014, avrebbe conseguenze sul piano ecumenico in quanto rappresenterebbe un indubbio avvicinamento di posizioni con la prassi di altre Chiese".

*

A fronte di questo massiccio spiegamento di forze, i difensori del matrimonio indissolubile risultano poco vocianti e poco appariscenti.

A loro attivo si può citare l'articolo su "Die Tagespost" del 22 gennaio del vicario generale della diocesi di Coira Martin Grichting, una delle rare voci dissonanti rispetto al coro pro-Kasper dominante in Germania e Svizzera:

> Eine pastorale Wende

Grichting esorta ad affrontare il problema dei divorziati risposati con lo stesso stile dell'apostolo Paolo, ricco di comprensione ma inequivocabile fino al martirio nel testimoniare la verità. Oltre che in tedesco il suo articolo può essere letto in traduzione italiana, in quest'altra pagina di www.chiesa:

> Una svolta pastorale

Contro la "sottile eresia" di separare la dottrina dalla pratica pastorale, modificando quest'ultima fino a sgretolare la prima pur facendo mostra di difenderla a parole, si è espresso più volte il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede.

Infine, va segnalata la "supplica filiale" rivolta a papa Francesco da 100 personalità cattoliche e da oltre 30 associazioni pro vita e famiglia, perché pronunci "una parola chiarificatrice" contro il "generalizzato disorientamento causato dall’eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l’adulterio – in seguito all’accesso all’eucaristia di coppie divorziate e risposate civilmente – e perfino una virtuale accettazione delle unioni omosessuali. Tutte pratiche, queste, condannate categoricamente dalla Chiesa come opposte alla legge divina e naturale":

> Supplica filiale a Sua Santità sul futuro della famiglia

Tra i sottoscrittori della supplica figurano i cardinali Raymond Leo Burke, Walter Brandmüller e Jorge Arturo Medina Estévez, i vescovi Wolfgang Haas di Vaduz, Athanasius Schneider di Astana e Charles Palmer-Buckle di Accra (eletto dai vescovi del Ghana come loro delegato al prossimo sinodo), i professori Josef Seifert, Wolfgang Waldstein e Luke Gormally della Pontificia accademia per la vita, Robert Royal presidente del Faith and Reason Institute, gli italiani Roberto de Mattei e Pietro De Marco, l'esule cubano Armando Valladares, già ambasciatore degli Stati Uniti presso la commissione dell'ONU per i diritti umani.

Il cardinale Camillo Ruini, in un'intervista al "Corriere della Sera" dello scorso 22 ottobre, disse che la potenza mediatica dei critici cattolici di Francesco è molto più debole di quella dell'editoria laica che tira il papa dalla sua parte e se ne appropria: "Gli uni hanno i fucili ad avancarica, gli altri hanno l'aviazione".

Nell'intersessione tra i due sinodi sulla famiglia sembra che accada qualcosa di simile. L'aviazione l'hanno i novatori e i fucili ad avancarica i difensori della dottrina e della prassi tradizionale.

Ma come già è avvenuto nell'assise dello scorso ottobre, anche nel prossimo sinodo le sorti potrebbero rovesciarsi.

giovedì 5 febbraio 2015

GESÙ NON DIRAMO' QUESTIONARI

MONS. LIVIO MELINA: «GESÙ NON FECE SONDAGGI QUANDO PROPOSE L’INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO»




[...] grava un forte pregiudizio puritano sul cristianesimo: si identifica infatti il cristianesimo con la morale, la morale con un sistema di proibizioni, e si pensa che queste proibizioni si diano soprattutto nell’ambito sessuale, così che alla fine di questa serie di false equazioni il cristianesimo è equiparato alla repressione sessuale. Come acutamente rilevò papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: grava sul cristianesimo l’accusa nietzschiana di aver avvelenato l’esperienza più bella e attraente della vita. Entra qui poi una specie di complesso di colpa dei chierici, ulteriormente accentuato dai deplorevoli scandali di pedofilia. Così alla fine non solo alla Chiesa è intimato il silenzio su questo tema, ma anche nella Chiesa si finisce col pensare che sia meglio tacerne per non ostacolare l’evangelizzazione. E così il tema culturalmente più imponente, educativamente più decisivo, viene abbandonato alla mentalità mondana che pervade anche i fedeli, che quando ragionano di queste cose esprimono ormai non più un sensus fidelium teologicamente significativo, ma la mentalità mondana da cui dovremmo tutti convertirci per aderire alla novità di Cristo, che sola ci libera. Gesù non fece sondaggi quando propose il perdono dei nemici, l’indissolubilità del matrimonio, l’eucaristia o la parola della croce: sapeva benissimo come la pensavano persino i discepoli. Disse piuttosto: «Volete andarvene anche voi?» [...]

Dall'intervista di Benedetta Frigerio a mons. Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia

http://www.iltimone.org/32709,News.html


tradire Giovanni Paolo II o Cristo?

La Chiesa ha tradito GPII
Lo ha detto l'arcivescovo ad personam di Varsavia-Praga, Henryk Hoser, in riferimento al magistero del Papa polacco sulla Famiglia. Hoser ha fatto riferimento al prossimo Sinodo di ottobre sulla Famiglia. 
MARCO TOSATTI



“Lo dirò brutalmente: La Chiesa ha tradito Giovanni Paolo II. Non la Chiesa come Sposa di Cristo, non la Chiesa del nostro credo, perché Giovanni Paolo II era l’espressione, la voce autentica della Chiesa, ma è la pratica pastorale quella che ha tradito Giovanni Paolo II”. 

 L’arcivescovo ad personam di Varsavia-Praga, mons. Henryk Hoser, in un’intervista all’agenzia polacca KAI, ha parlato soprattutto della famiglia, e del prossimo Sinodo, in cui si confronteranno delegati provenienti da Paesi dove i problemi sono presenti. Si parlerà, ha detto il presule, di disgregazione della famiglia, della famiglia patchwork, dei matrimoni indivisibili, e ci sarà chi chiederà che sia data la Comunione ai divorziati risposati.  

 Hoser ha parlato di “presupposto erroneo”, perché “è un postulato della misericordia di Dio senza la giustizia, mentre è necessario premettere che nella vita matrimoniale e familiare deve essere garantita la giustizia”. Hoser ha ricordato le parole di Giovanni Battista a Erode, “Non hai il diritto di prendere la moglie di tuo fratello”. Ha aggiunto che “si tratta di un’esigenza di giustizia”, Citando Giovanni Paolo II ha detto che l’amore è “per essere onesti, e dobbiamo essere giusti davanti a Dio”, e ha aggiunto che bisogna rileggere la Familiaris Consortio, l’enciclica di Giovanni Paolo II sulla famiglia
http://www.lastampa.it/2015/02/04/blogs/san-pietro-e-dintorni/la-chiesa-ha-tradito-gpii-FywUMruJsU4rM2HENIoXcO/pagina.html

mercoledì 4 febbraio 2015

piangano i Sacerdoti

Tra il Vestibolo e l'Altare piangano i Sacerdoti, ministri del Signore GIOELE 2:17 


«La gente che torna dalla Messa parla, ride. Crede di non aver visto nulla di straordinario. Non s'è accorta di nulla, perché non s'è presa l'incomodo di vedere. Si direbbe che abbia assistito a qualche cosa di molto semplice e naturale. Ma ciò ch'è avvenuto, avvenisse pure una volta, basterebbe a rapire in estasi un mondo innamorato. La gente torna dal Golgota e parla della pioggia e del bel tempo. Questa indifferenza le impedisce di diventar folle.
Sono stati venticinque minuti in una chiesa (alla Messa) senza capire ciò che avveniva. Hanno visto entrare. un prete con indosso la pianeta e non hanno sospettato neppure per un attimo che quel prete fosse il Cristo della Scrittura. Qualcuno è rimasto seduto. C'è chi resta in piedi durante l'Elevazione. Ed io non riesco a capire quale delle due cose sia più prodigiosa: o l'Elevazione o il contegno di coloro che vi assistono.
Fosse almeno l'Elevazione solo un simbolo della Verità! Ma è la Verità stessa, presentata sotto un aspetto proporzionato alla umana debolezza. Gli Ebrei non potevano sostenere lo splendore della faccia di Mosè; e Mosè non era che un uomo!
Mosè temeva di morire per aver visto la faccia del suo Creatore; ma non aveva visto che un Angelo. Che c'è di nascosto sotto le specie del Pane e del Vino? Più d'un Angelo e più di Mosè. Uno dei caratteri, dunque, più stupefacenti della Messa è che non uccide le persone che vi assistono».
Julien Green



Gesù amaci, dalla tua Eucarestia
effondi sopra di me la fiamma del tuo Amore.
   Fa' che non ci abituiamo
alle meraviglie della tua Eucaristia.
   Fa' che ogni giorno
restiamo abbacinati
davanti al mistero della tua Passione e Morte.
   Fa' che non discendiamo dall'altare
se non con il cuore in subbuglio,
con il cuore amareggiato
alla vista dell'Amore Crocifisso.
   Fa' che non discendiamo dall'Altare
se non barcollando
per aver preso parte
al più tremendo e al più santo
avvenimento della Storia.
   Non abbandonarci
alla nostra Umanità, o Gesù,
in quel momento
non siamo che peccatori.

p. Mario Borzaga
6 novembre 1958


martedì 3 febbraio 2015

MATTARELLA: IL DISASTRO DI UN CATTO-DEMOCRATICO

MATTARELLA AL COLLE: IL DISASTRO DI UN ALTRO CATTO-DEMOCRATICO SUBALTERNO AL LAICISMO POST-ILLUMINISTA



di Robi Ronza Ciò che da sempre - nei fatti, non nelle opinioni – caratterizza il cosiddetto “cattolicesimo democratico” è una lodevole preoccupazione morale accompagnata tuttavia da una sconfortante incapacità di vivere il cristianesimo per ciò che è innanzitutto: ovvero una visione del mondo e quindi una cultura da cui deriva anche una morale. Adesso che, con l’elezione a presidente della Repubblica di Sergio Mattarella, il vertice delle istituzioni politiche del nostro Paese è tutto quanto “cattolico democratico”, non si vede dunque che cosa debba festeggiare chi abbia a cuore una presenza non subalterna dei cristiani nella vita pubblica del  nostro Paese. 

A causa della sua strutturale subalternità alla cultura laica post-illuminista, il “cattolicesimo democratico” ha finito per essere il cireneo del  vecchio PCI e di tutto ciò che vi ha fatto seguito fino ad oggi quando, svanita la classe operaia e uscito di scena il marxismo, si è trasformato in un partito liberal-radicale di massa. Non si discute che nelle fila del “cattolicesimo democratico” ci siano tante persone di ferma fede e di retti costumi (fermo restando che ce ne sono anche altrove). Questo però non toglie che, quando sono in gioco obiettivi e valori che non rientrano nell’orizzonte ordinario del progressismo laico (e parecchi dei valori civili che l’esperienza cristiana ispira non vi rientrano), allora il “cattolico democratico” tende per natura sua a barattare qualsiasi primogenitura con qualsiasi piatto di lenticchie. 

Essendo il giornale in cui devono potersi riconoscere tutti i cattolici, Avvenire  avrebbe oggi ottimi motivi per mantenere una costante distanza critica dalle cronache della vita politica italiana. Perciò legano un po’ i denti i toni della sua prima pagina di ieri: «Una scelta giusta, un uomo giusto»; «Il buon giorno si vede dal mattino. E il giorno che è iniziato con l’elezione a presidente della Repubblica di Sergio Mattarella si annuncia davvero buono». Con parole come queste, espressione quasi di un tifo da stadio, apriva infatti ieri il suo editoriale il direttore del giornale.

In fondo ancor più sorprendente però è l’entusiasmo di Mario Adinolfi, direttore del nuovo quotidiano La Croce, un’iniziativa peraltro molto originale e meritevole della più grande attenzione. Dando perentoriamente del cretino a chi nel “mondo cattolico” non fa salti di gioia per l’elezione di Mattarella, Adinolfi scrive: «A qualcuno Mattarella non piace perché oltre ad essere cristiano è democristiano o perché ha militato nell’ala sinistra di quel partito o perché è “dossettiano”. Cretinate ideologiche, appunto. Mattarella è un presidente cristiano e per noi combattenti, consci che il 2015 sarà l’anno decisivo della battaglia per la difesa della cultura della vita e della famiglia dalle iniziative parlamentari già in corso che puntano a varare le norme sulle unioni gay e sulla legittimazione dell’utero in affitto tramite la "stepchild adoption", è decisivo avere un cristiano non all’acqua di rose al Quirinale». Temiamo che il direttore de La Croce avrà molte delusioni da Mattarella, un uomo della pasta dei tre illustri cattolici che devotamente siglarono l’entrata in vigore della legge che legalizzava l’aborto per “senso delle istituzioni”; senza neanche, come fu il caso di Baldovino del Belgio, fare il gesto per non firmarla di dimettersi almeno per un giorno.

Ciò detto, si sarebbe potuto sperare di meglio? Molto probabilmente no, tenuto conto dell’attuale irrilevanza della presenza cristiana nella vita politica del nostro Paese. Ci si può domandare come mai siamo caduti tanto in basso e che cosa possiamo fare per risollevarci per il bene comune dell’Italia. Nel frattempo però non è il caso di scaldarsi per il trionfo del “cattolicesimo democratico” che, come la storia dimostra, è un disastroso equivoco. Se «Mattarella è la migliore soluzione nelle condizioni date» ciò conferma in quale difficile situazione siamo.   

D’istinto personaggi come il prete indegno de Il potere e la gloria di Graham Greene, che nel Messico insanguinato dalla persecuzione contro i cristiani continua però a celebrare la messa e a confessare finché viene scoperto e passato per le armi, ci emozionano di più dei sacrosanti  “cattolici democratici” (le virgolette sono di rigore altrimenti sarebbe come dare a tutti gli altri, noi compresi, la patente di cattolici non democratici) sempre pronti a tutto pur di passare per moderni e illuminati. È poi pur vero, diciamolo ancora una volta, che occorre giocare con le carte che  ci sono, ma quelle che abbiamo adesso non sono migliori bensì peggiori delle precedenti. «Bisogna vincere un combattimento difficile contro forze che ci sovrastano per numero e furbizia. Sarà bene affilare le armi dell’intelligenza, perché continuando a bearsi di cretinerie ideologiche prive di concretezza, ci si espone a certa e devastante sconfitta», dice ancora Adinolfi sempre più convinto che chi non la pensa come lui sia un imbecille. Auguri.

Molto più comprensibile è invece l’entusiasmo del fondatore de la Repubblica, Eugenio Scalfari, che sul giornale da lui fondato salutava ieri Mattarella come il possibile catalizzatore della trasformazione del Pd in un “Partito d’Azione di massa”. Il Partito d’Azione, diciamo a chi non se ne ricordasse, era la formazione politica neo-giacobina, sorta in Italia negli anni della Resistenza e poi rapidamente svanita nel dopoguerra, secondo la quale il progresso passava per l’annichilimento o comunque per la totale espulsione della presenza cristiana dalla vita pubblica del nostro Paese.


Dopo aver perentoriamente affermato che «la vera cultura (…) è quella del socialismo liberale che stato il lascito culturale e politico del’ Partito d’Azione» Scalfari aggiunge: «Se avessi la bacchetta magica farei sì che il Pd fosse un Partito d’Azione di massa», il che a suo dire «negli ultimi anni della sua vita breve fu anche l’idea di Enrico Berlinguer». Oggi «è stato eletto al Colle un antico democristiano di sinistra», osserva ancora Scalfari fregandosi idealmente le mani, e aggiunge: «Ebbene, è con Aldo Moro che si accordò Berlinguer. Pensateci bene e pensateci tutti». Pensiamoci anche noi.

http://www.iltimone.org/32702,News.html

domenica 1 febbraio 2015

chiese senza Cristo

«Hanno portato via il Signore». Le chiese senza Cristo
di Luisella Scrosati

L’Arcidiocesi di Cebu, nelle Filippine, lo scorso 17 dicembre ha emanato una circolare con alcune direttive sulla disposizione dell’arredo liturgico nelle chiese (clicca qui). La circolare richiama continuamente a una non ben precisata Conferenza liturgica della Commissione sulla Liturgia della Conferenza Episcopale delle Filippine. Le indicazioni relative ad altare, ambone, candele, etc. si situano chiaramente in una linea che, potremmo chiamare, minimalista. Basti pensare a quella che riguarda la presenza del crocefisso sull’altare: in barba alla raccomandazione di Benedetto XVI ed al suo esempio, «il crocefisso», dice la circolare, «può essere messo vicino all’altare… Non si esorta a porre un piccolo crocefisso sull’altare, se c’è già un crocefisso visibile nella chiesa o cappella. Se invece non c’è un crocefisso nella chiesa o cappella, allora si può mettere un piccolo crocefisso sull’altare, con il corpo rivolto verso i fedeli e non verso il sacerdote». 
Questa direttiva sembra ignorare, se non addirittura rigettare, l’insegnamento e la prassi ripresa da Benedetto XVI. L’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, spiegò in illo tempore le ragioni della scelta del Pontefice di porre il crocefisso al centro dell’altare (clicca qui). Non si trattava di avere da qualche parte del santuario un’immagine di Gesù crocefisso, quanto piuttosto di ridare un centro alla liturgia, ri-orientarla, a motivo della grande diffusione degli altari “verso il popolo”. Il Maestro delle Celebrazioni Pontificie, mons. Guido Marini, si premurava di spiegare che «la posizione del sacerdote “verso il popolo”, pur non essendo obbligatoria, è divenuta il modo più comune di celebrare Messa. Stando così le cose, Joseph Ratzinger propose, anche in questi casi, di non perdere il significato antico di preghiera “orientata” e suggerì di ovviare alle difficoltà ponendo al centro dell’altare il segno di Cristo crocefisso (cf. Teologia della Liturgia, p. 88). Sposando questa proposta, aggiunsi a mia volta il suggerimento che le dimensioni del segno devono essere tali da renderlo ben visibile, pena la sua scarsa efficacia». 
Come non detto. Fa certamente impressione come, da un po’ di tempo a questa parte, la fine di un pontificato per certe persone significhi l’archiviazione dell’insegnamento di quel Pontefice. Si veda come si sta liquidando senza troppi scrupoli, il magistero di Giovanni Paolo II sulla famiglia. Quello però che più colpisce è l’indicazione relativa alla posizione del tabernacolo per la custodia delle Sacre Specie: «nella costruzione delle nuove chiese, il posto del tabernacolo non dovrebbe trovarsi all’interno del santuario, ma a fianco, vicino al santuario o in una cappella separata». La storia della custodia eucaristica è certamente complessa e non uniforme, ma essa mostra che c’è una direzione chiara e progressiva che guida i vari cambiamenti relativi al posto dove custodire il Santissimo Sacramento (clicca qui). Per i primi secoli c’è qualche indicazione sulla custodia nelle case dei fedeli; già le Costituzioni apostoliche, però, databili verso la fine del IV secolo, indicano il passaggio della custodia delle Sacre Specie nelle chiese, in appositi luoghi, chiamati Pastophoria. Gradualmente scomparve l’uso di conservare il Santissimo nelle case private e si affermò quello di custodirlo nelle chiese. 
Nel periodo carolingio, la custodia nelle chiese divenne l’unica prassi e si stabilizzò in diverse forme: la colomba eucaristica (soprattutto in Francia e Gran Bretagna), il propitiatorium, i tabernacoli a muro, la riserva nelle sacristie o anche le “casette del sacramento” (Sakramentshäuschen), che erano in realtà delle torri interne alle chiese. A determinare questo passaggio dalle case alle chiese e poi, nelle chiese, verso modalità sempre più curate, non semplicemente funzionali alla custodia dell’Eucaristia per la Comunione degli ammalati, fu il progressivo approfondimento del grande mistero dell’Eucaristia, spinto anche dalle controversie medievali (si pensi a quella tra Pascasio Radberto e Ratramno di Corbie); non ultimo, la grande massa di popolazioni barbariche che si stavano convertendo al cristianesimo consigliò maggiore cura nella custodia dell’Eucaristia, per evitare profanazioni. L’altro grande punto di svolta si situa alla metà del XVI secolo quando, recependo probabilmente un’indicazione dell’allora vescovo di Verona, la diocesi di Milano ordinò di posizionare il tabernacolo sopra l’altare maggiore. La prassi si diffuse gradualmente, sotto la spinta del grande San Carlo Borromeo. 
Anche in questo caso è importante capire le cause che favorirono questo cambiamento: la crisi protestante comportò una diffusa messa in discussione della dottrina sulla presenza sostanziale di Cristo nell’Eucaristia. La Chiesa si trovò quindi in dovere di promuovere una più profonda pietà eucaristica; e più di ogni catechesi – occorre ricordarlo anche per la pastorale contemporanea – furono i gesti a plasmare la fede e la pietà: portare il tabernacolo sull’altare maggiore comunicava ai fedeli, più di tante parole, la realtà della presenza di Cristo anche al di fuori dell’azione liturgica. Dopo il Concilio Vaticano II si sono susseguiti molti documenti e interventi, non sempre felici. 
E, in effetti, il risultato è sotto gli occhi di tutti: la pietà eucaristica è sempre più in diminuzione, come già si faceva notare nell’Instrumentum Laboris del Sinodo del 2005: «Sarebbe da verificare se la rimozione del tabernacolo dal centro dell'area presbiterale ad un angolo non evidente e degno o in una cappella appartata […] non possa in qualche modo contribuire alla diminuzione della fede nella presenza reale» (n. 41). È quanto di più logico ci possa essere. Come si può pensare che le persone mettano l’Eucaristia al centro della propria vita, se poi non la trovano al centro delle proprie chiese? Anzi, non la trovano nemmeno nella chiesa? E che le cose stiano proprio così, lo dimostra l’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis (2007), che al n. 69 afferma: «La sua corretta posizione [del tabernacolo, n.d.r.], infatti, aiuta a riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. È necessario pertanto che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tale fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell'edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l'altare maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione ed adorazione dell'Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante. Nelle nuove chiese è bene predisporre la cappella del Santissimo in prossimità del presbiterio; ove ciò non sia possibile, è preferibile situare il tabernacolo nel presbiterio, in luogo sufficientemente elevato, al centro della zona absidale, oppure in altro punto ove sia ugualmente ben visibile». Le parole sono chiare; e la disobbedienza della Commissione Liturgica filippina pure.
Nel 1846, il beato cardinale Newman, ancora anglicano, in visita a Milano (si noti che a Milano tutte le chiese avevano il portone centrale spalancato) ebbe a dire: «È davvero stupendo vedere questa divina Presenza che dalle varie chiese quasi guarda fuori nelle strade aperte, così che a S. Lorenzo abbiamo veduto che la gente si levava il cappello dall'altra parte della strada quando passava». Se tornasse oggi, e non solo a Cebu, piangerebbe come la Maddalena: «Hanno portato via il mio Signore»!