venerdì 26 agosto 2011

SANT' ELENA A FERRANDINA


18 AGOSTO

FESTA DI SANT' ELENA
A FERRANDINA




Dómine Jesu Christe, qui locum, ubi Crux tua latébat, beátæ Hélenæ revelásti, ut, per eam, Ecclésiam tuam hoc pretióso thesáuro ditáres: ejus nobis intercessióne concéde; ut, vitális ligni prétio, ætérnæ vitæ prǽmia consequámur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.











SECONDA LETTURA
Dall’”Omelia sulla Croce apportatrice di salvezza” di san Germano, vescovo
O letto, sul quale si è addormentato il Re della gloria!  
Qualsiasi morte non causata da malattia naturale che quindi non s'impossessa dell'uomo un po' per volta, ma interviene con violenza e prima del tempo, è cosa che tutti abborriscono e rifuggono. Ma una morte in croce è fra tutte la più obbro­briosa e la più ripugnante.
Eppure, quando fu stabilito fin dall'eternità che si compisse il mistero della croce per il bene di tutto il mondo, che nascesse il nuovo Adamo per rinno­vare il vecchio, Dio volle anche che fosse salvato per mezzo del legno colui che a causa del legno era incorso nella pena della morte. E siccome negli uomini era radicata questa comune persuasione riguardo agli uccisi di morte violenta, e ciò impe­diva di accogliere un tale mistero (tanto più che la legge di Mosè dichiarava maledetto chiunque fos­se appeso al legno), fu necessario, per arcano dise­gno di Dio, servirsi proprio di quel legno già prefi­gurato dal biblico serpente - figura a tutti odiosa e abominevole - e proprio ad esso venne accordata la virtù di dare la vita. Questa croce viene innalza­ta davanti ai giudei e, perché in essa venga riposta ogni speranza di vita, per arcana disposizione è conferito il potere di dare la vita a un oggetto ina­nimato e privo di vita.
“Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allo­ra saprete che Io Sono” (Gv 8,28). Quando infatti morì in croce, donò la vita a coloro che erano stati feriti dal pungiglione della morte. Isaia lo previde e se ne rallegra con l'assemblea dei fe­deli; e ciò che aveva udito senza parole per il suo ministero profetico, lo proclama ad alta voce in persona del Salvatore: «Ora mi alzerò, ora mi innalzerò, ora mi esalterò» (Is 33,10). Queste parole profetizzano l'esaltazione sulla croce e la gloria che l'Unigenito del Padre si acquista sulla croce. Si alza dal suo trono, discende sulla terra: «esulta come prode che percorre la via» (Sal 18, 6). Col sangue purissimo tratto dalla Vergine, egli si ricopre delle vesti dell'agnello, affinchè il lupo, adescato e attratto dalla sembianza, seguen­do il suo vizio lo assalga, e cosi lo scellerato si spezzi i denti nell'azzannare colui che era esente da ogni peccato.
Cristo si sentiva spinto alla ricerca della pecorel­la smarrita. Benché si fosse fatto per noi agnello, nello stesso tempo però, in quanto Dio, era pa­store e riconduceva ai pascoli celesti la pecorella che ne era stata rapita. Egli avanza per vendicare col legno la strage che il demonio aveva operata col legno e cavar fuori il chiodo col chiodo, ser­vendosi dello strumento di maledizione per distruggere la maledizione derivata dal legno. Dunque di così grandi beni è causa la croce, ed è scala sicura di salvezza per ritrovare la beatitudine perduta.
Quanto è amabile il tuo altare, o Signore degli eserciti, sul quale sei stato immolato come agnello e togli davvero il peccato del mondo! Lo togli in quanto Dio, ti immoli in quanto uomo. Benché in­fatti tu sia stato crocifisso nella debolezza della car­ne passibile, tuttavia fosti il Signore delle potenze che trascendono il peso del corpo e della materia, e la tua divina potenza si è manifestata pienamen­te nella debolezza umana, una volta che hai fiaccato e prostrato il nostro comune tiranno. E così la croce è motivo di forza e di gloria, non già di vergogna.
O letto sul quale si addormentò il Re della gloria reclinando spontaneamente il capo, e si abban­donò volentieri a quel sonno di vita, lui che asso­pito in quel sonno abbattè il nemico sempre desto, dopo aver spogliato il regno degli inferi! In tal modo contemplò la tua gloria il veggente di Dio, Isaia, che c'insegna anche un altro mistero quando dice: «Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato» (Is 6, 6-7). Ambedue le cose ti si addicono, o croce: tu sei letto e sei altare. Letto perché in te si è addormentato colui che è immor­tale; altare a causa della vittima per noi offerta e per quel singolare sacrificio che egli ha immolato per la salvezza del mondo: noi crediamo che tu sei l'altare dell'Agnello divino.
Ma ora, o croce, mi rivolgo a te e di nuovo stento a staccare le mie labbra dall'amore che mi attira a te. O croce, altare degno di ogni venerazione, accetta questo dono delle mie lodi e benedici il mondo intero!

responsorio
Ecco la croce del Signore: fuggano i suoi ne­mici! Il leone di Giuda,
* il germoglio di Davide ha vinto! Alleluia.
O croce benedetta, sulla quale ha trionfato il Re degli angeli,
il germoglio di Davide ha vinto! Alleluia.

Oppure:  Dalle «Opere» di san Giovanni Battista della Con­cezione, sacerdote
(Obras, Roma 1830; tom 3, esort. 1, pp. 4-5)
Il discepolo di Cristo, oltre a rinnegare se stesso, deve portare la sua croce
A chi vuole seguirlo, Cristo chiede due cose: che rinneghi se stesso e che prenda la sua croce. Le due richieste sembrano una medesima cosa. Infatti, la croce più grande e più pesante che un uomo porta e sperimenta sulla terra è quella del rinnegare se stes­so, non poter fare mai la propria volontà e vivere nella lotta con se stesso, crocifiggendo sempre i pro­pri desideri e la propria volontà così, come sono trafitti i legni della croce.
Ora, se il rinnegare se stesso è già una vera croce nella quale è riposta la perfezione cristiana, perché Cristo, dopo aver chiesto l'abnegazione, aggiunge an­che che prenda la sua croce?
Rispondo, in primo luogo, che agli uomini perfet­ti, dopo la piena abnegazione, Dio suole preparare un'altra croce interiore, segreta e nascosta a tutti, e nessuno sa come e quale sia, tranne Dio, che l'ha fatta così appropriata alla persona che la porta, che croce e persona sembrano una sola cosa. Infatti tale croce non si trova mai senza la persona crocifìssa, né la persona crocifìssa senza tale croce.
In secondo luogo, rispondo che rinnegare se stesso è una croce interiore che l'uomo stesso si va co­struendo ogni giorno della propria vita. Oltre a que­sta croce, ognuno ne ha un'altra che Dio ha fatto proprio per lui; in questa croce mai si potrà trovare bene, se prima non ha rinnegato totalmente se stesso. Infatti, se vuole essere inchiodato mani e piedi sulla croce, il che significa nelle opere e negli affetti, deve agire e voler patire solo per Cristo, sopportando le sofferenze che Dio gli vuole inviare; se invece voles­se agire secondo la propria volontà e i propri deside­ri, senza rinnegare se stesso, allora non potrà mai dirsi crocifisso.
In terzo luogo, rispondo che Cristo parla di due croci, una come rinnegamento di se stesso e l'altra con il nome proprio di croce, perché l'uomo sappia che la sua perfezione non consiste unicamente nella croce che da se stesso prende, ma anche in altra croce che Dio gli offre e gli uomini gli pongono sulle spalle.
In quarto luogo, aggiungo che è una misericordia grande di Dio che l'uomo, interiormente crocifisso con il perfetto rinnegamento di sé, abbia un'altra croce dall'esterno che lo aiuti a portare quella inte­riore, come chiodo che scaccia chiodo.  E  siccome ordinariamente la croce interiore è quella che più si fa sentire e più affligge, è di particolare consola­zione per l'uomo poter trovare un'altra croce este­riore che lo distolga da quella interiore. È vero che ambedue sono croci, ma è un sollievo cambiare cibo anche quando l'uno è insipido come l'altro. Se un uomo alza le mani in croce non può restare in quella posizione più di un quarto d'ora; ma se al di dietro gli viene posta una croce che sorregga la croce delle sue braccia, potrà resistere per molte ore. Allo stes­so modo. Dio alla croce interiore dell'uomo ne avvi­cina un'altra esteriore per aiutarlo a sopportare le pene che interiormente lo affliggono. Per questo Cri­sto a quelli che lo vogliono seguire, non dice soltanto di rinnegare se stessi, portando la loro croce interio­re, ma di prendere anche un'altra croce esteriore che li aiuti e li sollevi nelle pene e sofferenze interiori.

Responsorio                                          Lc 9, 23;  14, 27
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso,
* prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

Orèmus.  Preces familiae tuae, quaésumus, Dòmine, cleménter exàudi: ut sicut de fèrvido beàtae Hélenae stùdio ubique gaudet, quae laeta desideràtum sanctae Crucis lignum invénit; ita eius méritis et précibus in caelésti glòria semper gaudére mereàtur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

Ad laudes

Ad Ben ant. Elena, madre di Costantino, venne a Gerusalemme per ritrovare la Croce del Signore.

orazione     Ti supplichiamo, o Signore, di esaudire, nella tua clemenza, le pre­ghiere della tua famiglia. E com'è motivo di gioia lo zelo di sant’ Elena, che ritrovò il desiderato legno della santa Croce, così i suoi meriti e la sua intercessione ci ot­tengano di raggiungere l'eterna glo­ria celeste. Per il nostro Signo­re …..


giovedì 25 agosto 2011

26 AGOSTO
S. TERESA DI GESU’
nella trasverberazione del cuore


INNO
Felix dies, qua càndidae
instar colùmbae, càelitum
ad sacra tempia spiritus
se transtulit Terésiae.

Sponsique voces àudiit:
«Veni, soror, de vèrtice
Carméli ad Agni nùptias,
veni ad corónam glóriae».

Te, sponse Iesu virginum,
beati adórent órdines,
et nuptiàli càntico
làudent per omne sàeculum. Amen.

SECONDA LETTURA
Dal libro «Fiamma viva d'amore» di san Giovanni della Croce, sacerdote (Red. A, str. 2, nn. 2-4. 8. 11.7)
Hai piagato il mio cuore
Nel libro del Deuteronomio Mosè afferma che nostro Signore Dio è un fuoco consumante, cioè è fuoco di amore, il quale possedendo una forza infinita può infinitamente consumare e, divampando con grande veemenza, trasformare in sé quanto tocca, ma brucia ciascuno a seconda della sua disposizione, e quanto e come e quando vuole. Allorché questo fuoco di amore, che è infinito, vuole bruciare l'anima con una certa insistenza, l'ardore di questa giunge ad un grado così elevato da sembrarle di ardere più di ogni altro fuoco. E poiché in qualche modo questo fuoco divino ha trasformato in sé la sostanza dell'anima, questa non solo sente il cauterio, ma è diventata tutta una piaga di fuoco ardente.
È meraviglioso e degno di essere notato il fatto che questo fuoco divino, pure essendo tanto veemente e consumatore da ardere mille modi con maggiore facilità di quella con cui il fuoco brucia un filo di paglia, non consumi e distrugga gli spiriti in cui arde. Anzi, a misura della sua forza e del suo ardere, li diletta e li divinizza, ardendo in essi soavemente a causa della loro purezza. La finalità di Dio in queste comunicazioni è quella di esaltare l'anima; perciò non la opprime, ma la diletta; non l'affatica, ma la ricrea, la rende luminosa e l'arricchisce.
L'anima fortunata, che per sua grande ventura giunge ad essere posseduta da questo fuoco, sa tutto, fa tutto ciò che vuole, gode prosperità senza che nessuno possa prevalere contro di lei e neppure toccarla, poiché è una di coloro di cui dice l'Apostolo: «L'uomo spirituale giudica tutto e da nessuno è giudicato», ed ancora: «Lo Spirito scruta tutto, perfino le profondità di Dio».
Quando l'anima sarà infiammata da questo amore, può accadere che si senta investire da un Serafino, il quale con un dardo impregnato di amore ardentissimo trafigge quel carbone acceso che ella è o per dir meglio quella fiamma, cauterizzandola infondere nella successione dei loro figli, poiché Dio concede al capo ricchezze e doni, a seconda di quanti saranno coloro che dovranno ereditare le primizie del loro spirito.
O piaga deliziosa fatta da colui che non sa altro che sanare! O piaga fortunatissima, poiché non fosti prodotta che per il piacere e il diletto dell'anima! Grande è la piaga, essendo grande colui che l'ha fatta; grande è il piacere generato da essa, perché infinito è il fuoco d'amore, secondo la cui capacità viene misurato. O piaga veramente deliziosa e tanto più profondamente deliziosa quanto più nell'intimo della sostanza è penetrato il cauterio di amore, bruciando tutto ciò che si poteva bruciare, per dilettare quanto si poteva dilettare.

RESPONSORIO Dt 6, 4-5; 4, 24
Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.
* Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.
Il Signore tuo Dio è fuoco divoratore.
Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.

ORAZIONE O Dio onnipotente ed eterno, che nel cuore di santa Teresa di Gesù hai impresso i segni misteriosi del tuo amore e l'hai animata a forti imprese per la gloria del tuo Nome, accendi in noi il fuoco dello Spirito Santo perché collaboriamo generosamente all'edificazione del tuo Regno. Per il nostro Signore.

Lodi mattutine
Ant. al Ben. Nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

Vespri
Ant. al Magn. Fiorisca il mio cuore nella salvezza del Signore e canti a Colui che mi ha beneficato.

IN BASILICATA:

26 AGOSTO
B. GIOVANNI DA CARAMOLA


 
Nato a Tolosa verso il 1280, venne in Italia, probabilmente in occasione del primo Anno Santo, celebrato nel 1300, stabilendosi nel territorio di Chiaromonte (PZ). Le prime notizie certe della sua vita, desunte da un messale cistercense del 1300 , da una biografia scritta da un anonimo contemporaneo e dall'Opera di Gregorio De Lauro, Abate dell'Abbazia Cistercense di Santa Maria del Sagittario, sempre nel territorio di Chiaromonte (scritta nel 1600) ce lo descrivono come un uomo di profonda religiosità, capace di ogni forma di austerità e di una carità senza limiti. Dopo aver vissuto l'esperienza eremitica in vari luoghi del territorio di Chiaromonte (eremo di San Saba, Romitorio del Beato Giovanni e Caramola), entra definitivamente nell'Abbazia del Sagittario, dove continuò, da monaco converso, a condurre una vita di grande austerità, osservando un silenzio assoluto al punto che si diceva di Lui che fosse muto. In odore di santità già da vivo, per i molteplici miracoli operati e descritti nella sua biografia, morì il 26 agosto del 1338 (39). La sua popolarità non cessò dopo la morte, anzi crebbe in modo indicibile anche per i tanti miracoli che si susseguirono per sua intercessione. Venne proclamato beato e ogni anno il 26 agosto si celebrava nell'Abbazia la sua festa con una messa propria e quotidianamente se ne faceva memoria alla Lodi e ai Vespri. Il suo corpo, conservato intatto, era deposto nella Chiesa dell'Abbazia in una cappella a Lui dedicata. Successivamente, nel 1500, venne sistemato in un'urna di legno, finemente lavorata e dorata. Numerose quarigioni miracolose si operarono sulla sua tomba. Dal 1808, a seguito della soppressione degli Ordini religiosi, la stessa urna, adeguatamente restaurata, contenente il Corpo del Beato, sempre intatto, così come è risultato dalla Ricognizione Canonica fatta nel 2002 si conserva nella Chiesa parrocchiale di Chiaromonte. Dal 2002 è stata ripresa la tradizione di celebrare la festa in onore del Beato il 26 agosto. Notizie più dettagliate circa la vita e i miracoli del Beato sono contenuti nel libro "La vita del Beato Giovanni da Caramola", traduzione in italiano dei testi latini delle sue biografie, conservati, insieme al prezioso messale cistercense del 1300, nella Chiesa Madre s. Giovanni Battista di Chiaromonte.

Recapiti: Parrocchia S. Giovanni Battista Piazza Garibaldi 85032 CHIAROMONTE (PZ) 0973 571221 - 349 5591914

Uno spritz all'Altare


COMUNICATO DALLA PARROCCHIA DI S. STEFANO DI CAORLE
 Su alcuni blog di ispirazione cattolica (nella fattispecie il blog Sacris Solemniis e Muniat intrantes) si sta spargendo la notizia di un matrimonio celebrato al Santuario della Madonna dell'Angelo, durante il quale si sarebbe verificato un episodio a dir poco spiacevole, forse blasfemo. La notizia, corredata da due fotografie abbastanza chiare e da una testimonianza, a quanto sembra diretta, di un invitato, riporta che i due sposi (di cui uno famoso barman del Litorale) hanno inscenato sull'altare la preparazione di una bevanda alcolica (uno spritz); le foto mostrano tutto l'occorrente disposto accanto al calice scoperto e alla pisside con dentro le ostie, per cui sembra plausibile che la deprecabile sceneggiata si sia svolta proprio sopra il corporale. Non ci è dato sapere in quale momento della Santa Messa tutto questo sia stato compiuto, ma certo rimane l'oggettiva ed incredibile gravità del fatto, aumentata, se possibile, dalla presenza del sacerdote, che sembrerebbe non fare nulla per evitare un simile gesto di profanazione dei Sacri Misteri.
La Parrocchia Santo Stefano Protomartire ed il parroco, mons. Giuseppe Manzato, rettore del Santuario, intendono chiarire di essere stati completamente all'oscuro di tale episodio, fino alla pubblicazione dello stesso avvenuta in data odierna. Il Santuario della Madonna dell'Angelo è da sempre meta di numerosi pellegrini e turisti, e fra questi molte coppie di fidanzati chiedono di potersi sposare in questo luogo santo. Non bisogna negare che molto spesso la richiesta viene mossa più per motivi "scenografici" che non devozionali; anche per questo motivo mons. Manzato ha deciso di istituire un cammino di preparazione, per le coppie di non residenti (come documentato in
questo articolo e in altri articoli usciti sul settimanale diocesano Gente Veneta), che non va a sostituire, bensì ad affiancare il corso pre-matrimoniale che i nubendi avranno tenuto nella propria parrocchia d'origine, al fine di conoscere meglio la coppia e dare alla scelta del Santuario una motivazione meno profana. E' da aggiungere che molte di queste coppie spesso procurano da sè il sacerdote per il rito, cosa quanto mai gradita alla nostra parrocchia, data l'ingente mole di lavoro che i pochi sacerdoti devono sopportare, specialmente nella stagione estiva. Per questo si confida specialmente nel senso del sacro e nel rispetto delle norme liturgiche da parte di questi sacerdoti, quale aiuto prezioso.
Il verificarsi di un fatto così grave era quindi del tutto inaspettato, ed ha colto di sorpresa il parroco ed anche chi vi scrive; stiamo compiendo alcune verifiche per poterci documentare meglio sull'accaduto, e nel contempo vigileremo in maniera più accurata in futuro, affinché episodi come questo non abbiano a ripetersi. Ringraziamo anche lo staff del blog
Sacris Solemniis per la segnalazione.

da SACRIS SOLEMNIS: 

L'ennesimo abominio ad una Liturgia sponsale.


Ci inviano truculenti scatti da un matrimonio caorlotto: il Celebrante invita gli sposi ad "offrire uno spritz", il noto aperitivo padovano, all'Altare. Lo sposo è un noto barman del Litorale. Tutto si svolge con perversa premeditazione. Agli ingredienti, diligentemente disposti sul corporale, si aggiunge pure la tradizionale fetta d'arancia, gestita dalla sposa. I fedeli e lo stesso Sacerdote, forse "disturbati" dai vasi sacri, cercano di seguire divertiti la spassosa scena. A cavatina conclusa, lo spritz resta sull'Altare, pure durante la Consacrazione e la Comunione del Celebrante e dei novelli sposi. L'ennesimo abominio ad una Liturgia sponsale.
25 AGOSTO
B. MARIA DI GESÙ CROCIFISSO


B. MARIA DI GESÙ CROCIFISSO
Mariam Baouardy 
 Beata Maria di Gesù Crocifisso (Mariam) (Baouardy)
nascita: 5.1.1846 luogo: Abellin, Galilea
morte: 26.8.1878 luogo: Betlemme

Carmelitana

Biografia
Mariam Baouardy nacque ad Abellin, (Cheffa - Amar, Galilea), tra Nazareth e Haifa, il 5 gennaio 1846, da genitori molto poveri ma altrettanto onesti e pii cristiani greco - cattolici. Rimasta orfana di entrambi i genitori a soli tre anni di età insieme al fratello Paolo, venne affidata ad uno zio paterno, che alcuni anni dopo si trasferì ad Alessandria d'Egitto. Qui Mariam fece la prima comunione. Non ricevette alcuna istruzione scolastica: era analfabeta. A tredici anni, per il desiderio di appartenere solo a Dio, rifiutò con fortezza il matrimonio che, secondo le consuetudini orientali, le aveva preparato lo zio. Nonostante persecuzioni e maltrattamenti, si separò dal giovane cui dodicenne era stata fidanzata. Il musulmano, in un momento di furore religioso, poiché ella si rifiutava di farsi maomettana, con una scimitarra la ferì gravemente alla gola: credutala morta, l'avvolse in un gran velo e la portò fuori città. Guarita miracolosamente dalla Madonna, apparsale in sogno, lavorò come domestica ad Alessandria, Gerusalemme, Beirut e Marsiglia. Qui, all'inizio della Quaresima del 1865, entrò dalle Suore della Compassione, ma ammalatasi dovette lasciare dopo due mesi. Fu poi accolta nell'Istituto delle Suore di San Giuseppe dell'Apparizione, ma dopo due anni di postulandato ne fu dimessa, a causa dei fatti straordinari della sua vita spirituale, più adatti alla vita contemplativa che a quella attiva. Già infatti erano iniziati quei fatti straordinari di cui la sua vita sarà piena: il 29 marzo 1867 per la prima volta aveva ricevuto le stigmate.

Il 14 giugno 1867 entrò come conversa nel Carmelo di Pau, in Francia. Il 21 agosto 1870, ancora novizia, partì per l'India, scelta come una delle sei fondatrici del Carmelo di Mangalore. Ma nel 1872 fu rimandata in patria perché le sue straordinarie manifestazioni mistiche vennero giudicate di origine sospetta.

Il 21 novembre 1871 fece la sua professione religiosa. Un anno dopo fu rimandata a Pau, da dove partì con altre religiose nell'agosto 1875 per Betlemme, per la fondazione del primo Carmelo in terra di Palestina, inaugurato poi il 21 novembre 1876.

Il 26 agosto 1878, a causa di una cancrena contratta in seguito ad una frattura prodotta da una caduta, morì a Betlemme, dopo aver posto le basi per la nascita del Carmelo di Nazaret. La sua idea si sarebbe concretizzata soltanto nel 1910, diversi anni dopo la sua morte.

La vita spirituale di Maria, ricca di fatti straordinari, rifulse di particolare semplicità. Umile e illetterata, sapeva dar consigli e spiegazioni teologiche d'una chiarezza cristallina, frutto della sua fede e soprattutto del suo amore. Insigne per i doni soprannaturali, ma soprattutto per l'umiltà, per il grande amore per la Chiesa e il Papa, per la devozione straordinaria allo Spirito Santo, alla Vergine Santa e allo stesso S. Giuseppe al quale era stata affidata dal padre prima di morire, quando Mariam era piccolissima, fu beatificata da Giovanni Paolo II il 13 novembre 1983.


SECONDA LETTURA
Dalle «Catechesi» di s. Cirillo di Gerusalemme, vescovo Catech. 16, sullo Spirito Santo 1, 12. 16; PG 33, 932. 940
Lo spirito opera molteplici effetti
Lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l'acqua, torna a germogliare, così l'anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito, pur essendo uno solo, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici.
Infatti si serve della lingua di uno per comunicate la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C'è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi riceve da lui persino la forza del martirio. Nell'uno lo Spirito produce un effetto, nell'altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso.
Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri. E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all'apparire improvviso del sole riceve la luce nell'occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell'anima e, elevato al di sopra dell'uomo, vede le cose che prima non conosceva. Benché col corpo rimanga sulla terra, con lo spirito contempla i cieli come in uno specchio.

RESPONSORIO
Contempliamo la tua bellezza, vergine di Cristo * hai ricevuto dal Signore una splendida corona.
Non ti sarà tolto l'onore della verginità, non sarai più separata dall'amore del Figlio di Dio.
Hai ricevuto dal Signore una splendida corona.

ORAZIONE Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, che hai condotto la beata Maria di Gesù Crocifisso, umile figlia della Terra Santa, alla contemplazione dei misteri del Figlio tuo, e l'hai resa testimone della carità e della gioia dello Spirito Santo, concedi a noi, per sua intercessione, di partecipare alle sofferenze di Cristo, per rallegrarci ed esultare nella rivelazione della sua gloria. Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

mercoledì 24 agosto 2011

Video da Madrid

 
 
 
 
 
 

 

Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B. (1809-1854)

Jean-Baptiste Muard nasce il 24 aprile 1809 a Vireaux (Yonne), da genitori contadini: egli conoscerà ben presto cos’è la povertà. Ancora molto giovane dirà: “Vorrei essere missionario e morire martire”. Si sentiva già scosso dalla preoccupazione per la salvezza delle anime. Ma cosa si attendeva Dio da lui? I disegni del Signore si sveleranno solo progressivamente.
 
Sacerdote diocesano, fondatore dei Missionari di Pontigny, egli ha un giorno, durante la preghiera, la visione netta di una comunità che conduce “un genere di vita umile, povera e mortificata”, ed è con la scoperta della Regola di san Benedetto che trova la sua autentica vocazione.
 
A Roma gli viene suggerito d’iniziarsi alla vita monastica secondo la Regola di san Benedetto presso i trappisti di Aiguebelle. Dopo un fervente noviziato, fonda alla Pierre-qui-Vire l’opera richiesta dal Cielo. Nascono così i Benedettini del Sacro Cuore. La loro vita monastica è caratterizzata dalla stretta osservanza della Regola: silenzio perpetuo, astinenza totale dalle carni, sveglia notturna alle 3 per l’ufficio di Mattutino, lavoro manuale.
 
Alla morte di Dom Muard, all’età di 45 anni, estenuato dalle veglie e dalle penitenze, la sua opera è ancora molto fragile: ma Dio gli darà una piena crescita.

Atto d’amore

«Desiderando amarvi per quanto è possibile a una creatura debole, o mio Dio !, io voglio che tutti i miei pensieri, tutti i miei desideri, tutti i miei sentimenti, tutte le mie aspirazioni, tutti i battiti del mio cuore, ogni mio movimento, siano altrettanti atti d’amore. Voglio che tutti i caratteri che traccerò scrivendo, tutte le parole che vedrò leggendo, siano per me come altrettanti atti d’amore. Vorrei potervi offrire ogni giorno tanti atti ferventi d’amore quanti sono i grani di sabbia sulla spiaggia del mare, quante sono le foglie d’albero nelle foreste, quanti sono gli atomi nell’aria, quanti sono gli esseri creati; e moltiplicarli all’infinito. Per sopperire alla mia impotenza, vi offro, o mio Dio !, tutti gli atti d’amore che compiono tutti gli angeli e tutti i santi che sono in cielo e sulla terra, tutti gli atti d’amore della beata Vergine, e – soprattutto – gli atti d’amore per voi di Nostro Signore Gesù Cristo. O mio Dio!, che io possa amarvi quanto lo meritate! Datemi quindi un cuore di serafino, o piuttosto, mettete nel mio cuore l’amore di tutti i serafini, l’amore di tutti i santi, l’amore di tutti i cuori, e aumentatelo senza fine, affinché io vi ami, o mio Dio!, quanto io desidero amarvi».

Felicità della vita religiosa

«Vi dirò una parola di felicità che proviamo dal fortunato giorno della nostra professione. È adesso che assaporiamo tutta la dolcezza del giogo del Signore; è adesso che sentiamo la verità di questa parola: che ciascuno il quale abbandona tutto per Dio, riceve, sin da quaggiù, il centuplo di pace e di felicità, che non saprebbero comprendere quanti non l’hanno provato. Che bello darsi al Signore senza riserve! Senza dubbio la vita religiosa ha le sue prove e le sue croci, ma quanto sono dolci in confronto a quelle del mondo. Felice quindi colui al quale il Signore dona questa sublime vocazione; più felice ancora coloro che ne compiono perfettamente gli obblighi! […] Felici, mille volte felici le persone che Dio chiama allo stato di vita religiosa, e che rispondono con generosità a questa grande grazia. Occorre che costoro si sforzino di elevarsi alla perfezione di questa bella vita, e ciò non è così difficile come si pensa, perché essa non fa che discendere, e discendere più in basso che si può. Quando si abbraccia questa santa vita, è il momento di umiliarsi, di farsi piccoli, di annientarsi, di vedersi infinitamente al di sotto di tutte le persone con le quali si vive, di vedersi sotto i loro piedi, come le sporcizie di casa».

da: Romualdica