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martedì 8 novembre 2016

il dono delle lacrime



Seconda Lettura
Dall'«Omelia» di un autore del secondo secolo
(Capp. 8, 1 - 9, 11; Funk, 1, 152-156)

La conversione sincera
Finché viviamo in questo mondo, facciamo penitenza. In realtà noi non siamo che un poco di fango tra le mani di chi lo plasma. Se un vasaio, che lavora un pezzo di creta per ricavarne un vaso, vede che questo gli esce sformato o che gli si spezza tra le mani, lo impasta di nuovo. Se invece pensa di mettere nella fornace lo lascia com'è. Anche nella nostra esistenza c'è una situazione nella quale è possibile un rifacimento in meglio, e un'altra nella quale non lo è più. Infatti durante la vita terrena noi abbiamo tempo e modo di far penitenza dei nostri peccati e così ottenere la salvezza dal Signore.
 
Usciti che saremo da questo mondo, non potremo più convertirci né espiare il male commesso. Perciò, fratelli, compiamo la volontà del Padre, conserviamo casto il nostro corpo e osserviamo i comandamenti del Signore, e così raggiungeremo la vita eterna. Per questo dice il Signore nel vangelo: Se non sarete stati fedeli nel poco, chi vi affiderà il molto? Perciò vi dico: Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto (cfr. Lc 16, 10-11). Vuol dire questo: conservate casto il corpo e immacolato il carattere del cristiano per essere degni di riprendere la vita. 

E nessuno di voi osi affermare che questo corpo non sarà glorificato e non risorgerà. Riflettete un poco: in quale situazione siete stati redenti e avete ricevuto la vita spirituale, se non mentre vivevate in questo corpo? Ecco perché dobbiamo custodire il corpo come un tempio di Dio. Ma poiché siete stati chiamati nel corpo, così nel corpo verrete anche giudicati. Se Cristo Signore, che ci ha salvati, volle prendere figura umana, mentre prima era solo spirito, e così ci ha chiamati a sé, anche noi riceveremo la nostra mercede in questo corpo. Amiamoci dunque gli uni gli altri, per giungere tutti nel regno di Dio. Finché abbiamo tempo per guarire, affidiamoci a Dio, nostro medico, e consegniamo nelle sue mani i nostri pochi meriti. Quali meriti? Quelli che si acquistano mediante la penitenza fatta con cuore sincero. Egli conosce ogni cosa prima che avvenga e nulla gli sfugge di tutto ciò che si agita nel nostro cuore. Diamogli lode, dunque, non solo con la bocca, ma anche col cuore, perché ci possa ricevere come figli. Per questo il Signore disse: Miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio (cfr. Lc 8, 21, ecc.).

Responsorio    Cfr. Ez 18, 31. 32; 2 Pt 3, 9
R.
Liberatevi da tutte le iniquità, formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo: * Io non godo della morte di chi muore, dice il Signore; convertitevi e vivrete.
V. Il Signore usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.
R. Io non godo della morte di chi muore, dice il Signore; convertitevi e vivrete.


Preghiera per ottenere il dono delle lacrime

O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d'acqua viva per il popolo assetato, fa scaturire dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per Tua misericordia, la loro remissione. Per il nostro Signore Gesú Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Croce Amen.

Ad petendam compunctionem cordis

Omnípotens et mitíssime Deus, qui sitiénti pópulo fontem vivéntis aquae de petra produxísti: educ de cordis nostri durítia lácrimas compunctiónis; ut peccáta nostra plángere valeámus, remissionémque eórum, te miseránte, mereámur accípere. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spíritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Croce Amen.

venerdì 29 aprile 2016

lo sposo ... di notte ...

Lo Sposo giunge nel cuore della notte



26 marzo 2016
Veglia di Pasqua
 

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B. Schedoni, Le Marie al sepolcro

Nei Vangeli sentiamo spesso parlare dello Sposo che sta per venire.
Lo Sposo viene nella notte. Le vergini lo aspettano con ansia.
Giunge nel cuore della notte …
E così è per noi!
Il Crocifisso è lo Sposo della Chiesa, di noi, che siamo il suo corpo!
Con la sua morte Egli ci è stato sottratto.
Non c’è più! Ma ci ha annunciato che sarebbe tornato…
Ed eccolo! Ora è qui!


Immaginiamo come dovrebbe essere il cuore di una sposa che vede morire lo sposo.
E poi, però, scopre che non è così, ma lo vede arrivare da lei nella notte!
Quando l’amato sembra ormai perduto … e, poi, invece, lo ritroviamo!
Immaginiamo come dev’essere …
Ecco! Così dev’esser la nostra gioia!
Così dev’essere questa notte …
Un’esplosione di autentica gioia perché lo Sposo è qui!
Era morto ed è tornato in vita!
Era perduto ed è stato ritrovato!

La parabola delle dieci vergini, però, ci racconta di come alcune sono sagge e alcune stolte!
E ci racconta come dovremmo essere noi…
Pronti! Con la lampada della fede accesa per incontrare lo Sposo nella notte
Con l’olio del desiderio di Lui che arde nel cuore e nella mente
Con la prontezza di una vita dedicata a liberarci dai pesi che possono ostacolare la corsa verso di Lui!
Dobbiamo correre nella notte verso lo Sposo che vuole introdurci nella festa!
E non possiamo farlo se non ci prepariamo
Se non alimentiamo la fede, il desiderio di Dio, la leggerezza di una vita senza peccato!

Ma il Vangelo oggi ci parla di altre donne che corrono…
Non sono la Sposa che va incontro allo Sposo
Ma sono le donne che portano l’annuncio del Risorto!
E, però, sono proprio come quelle vergini!
Sono piene di fede
Sono colme di desiderio
Sono libere dal peccato e capaci di andare lontano
Hanno scoperto che per incontrare lo Sposo devono annunciarlo
Devono gridare la bellezza della sua Risurrezione, della sua vita nuova!

Eccoci, dunque, chiamati a essere la Sposa gloriosa del Signore Gesù
Eccoci chiamati a correre verso di Lui nella notte di questo mondo di tenebra con la lampada accesa
Eccoci chiamati a essere annunciatori coraggiosi della sua Risurrezione a tutti
Ed ora ecco… affrettiamoci!
Lo Sposo nel pane e nel vino viene a introdurci nelle feste di nozze
E noi andiamogli incontro con le lampade accese!


http://www.bonifacius.it/lo-sposo-giunge-nel-cuore-della-notte/

giovedì 5 marzo 2015

un frate domenicano racconta

L'OBBEDIENZA? PER I LAICI È ANDARE IN UFFICIO E PRESTARSI A FARE OGNI GIORNO COSE CHE SEMBRANO INUTILI




I voti fanno il religioso: un frate della provincia inglese dell'Ordine dei Predicatori racconta la sua storia. E il senso dei suoi voti, a cominciare da quello di obbedienza.

http://www.iltimone.org/32827,News.html

sabato 4 gennaio 2014

castità

"La verginità degli eretici è più impura dell'adulterio" - il moralismo come fonte di ateismo

conversione-francescoQuesta frase forte di S. Gregorio di Nissa è ovviamente riferita a tempi in cui la Chiesa era avversata da rigidi osservanti della verginità per una purezza cultuale "volontaristica" che disprezzava il matrimonio. 
E' storia dei primi secoli delle eresie del II - IV secolo riprese poi nel medioevo da alcuni movimenti pauperistici. E' quasi inevitabile che l'incontrarsi della cultura evangelico-biblica con il pensiero romano, e poi con quello greco, finisse per partorire una sorta di incontro-scontro tra incarnazione e dualismo, tra messaggio evangelico e manicheismo, tra separazione di corpo e di anima e che dunque muovesse i padri, tra cui il nostro Crisostomo, a difendere strenuamente i contenuti e le motivazioni profonde della verginità per il Regno.
Infatti la verginità per il regno e la castità sono tra i segni più evidenti di testimonianza dell'escaton, dei tempi che verranno, dei tempi ultimi. Che già sono e non ancora.
Ecco la sostanziale differenza da una verginità cultuale, "pagana", e la castità. 


La castità si fonda non tanto su una rinuncia ma su un dono ricevuto e dono condiviso: è "per" il Regno. 
Non è tanto un'indicazione, non è una virtù in senso greco-romano, ma la vita stessa di Gesù Cristo che si fa eunuco per il Regno dei Cieli. 
La castità, dunque, è uno dei "consigli evangelici" o meglio dei "fondamenta" evangelici e appartiene ad ogni cristiano con il battesimo. 
Mentre la verginità per il regno è più specifica in quanto è dono particolare per un segno particolare, quello della vita "religiosa" in senso stretto; la castità invece appartiene al battezzato come dono dello Spirito Santo per amare come il Padre per Cristo nello Spirito Santo ... cioè nell'orizzonte della gratuità! 
Ed è propria anche degli sposi, non riguardando solo l'aspetto stretto della genitalità ma quello più radicale e avvolgente dell'affettività. 
Sia del Me che del Noi. 
Ecco perché la castità prima di essere una rinuncia è un dono: è per amare come Dio ama! 
Ecco perché, si consenta l'espressione forte e paradossale, una coppia di sposi, infeconda nella disponibilità, chiusa alla comunità, chiusa alla "missionarietà" manca di castità anche se applica i metodi naturali per una fecondità responsabile. 
Anzi biblicamente non è possibile il noi e la persona senza castità.

La castità che è fecondità, procedente innanzitutto da Dio, fonda la persona e la relazione, come leggiamo sin dal libro della Genesi. 
Se scindiamo la castità dall'amare relegandola esclusivamente alla genitalità, ricadiamo nella impura verginità degli eretici ... che porta veramente alla "sclerocardia" ossia alla durezza di cuore
Ciò che faceva dire sarcasticamente a Pascal nei suoi "Pensieri", di certe monache "caste come angeli, superbe come demoni!" 

Fonte della castità battesimale è dunque la tenerezza e la forza con cui Dio ti ama. 
Non è dunque mai un fine di cui essere fariseicamente orgogliosi ma un mezzo, una stimmata, che ti porta a vivere la vita affettiva di Cristo. 
Il segno di una castità assunta come dono porta alla gioia e al dono di sé e non a rafforzare sottilmente l'autostima per una fierezza cultuale. 
Ecco perché la castità del battezzato rimane un segno "forte" in una comunità edonistica, consumistica - che tratta l'uomo e la donna come merce - e ripiegata al culto di sé! 
Ovvio che la castità degli sposi si esprimerà diversamente da quella dei celibi, ma le fonti e i contenuti sono gli stessi: nasce dall'Amore per amare di più Dio e i fratelli.

Seriamente dovremmo chiederci come cristiani, laici e sacerdoti, sposi e consacrati se la castità ci appartiene e se la viviamo con il sorriso e la speranza e la disponibilità di cuore di Cristo. 
La dove c'è durezza di cuore, giudizio, invidia e gelosia non ci può essere castità. 
Forse ci può essere una purezza fisica, un'astensione a vivere certe espressioni della fisicità. 
Ma qui ci viene incontro s. Giovanni Crisostomo nel ricordarci che rischiamo di essere più impuri di un adultero. Perché?

Semplicemente perché la gelosia e l'invidia, l'arrivismo (magari mascherato da una cornice spirituale) e il desiderio di potere (presenti in ogni contesto socialmente inteso, sia un gruppo laicale o clericale o parrocchiale, ecc.) non solo denotano psichicamente una vita affettiva ferita ma sono anche segno di un'adulterio più profondo tra un uomo e l'altro uomo, quello della mancanza del NOI e del segno di Dio sposo dell'uomo. 
Ecco perché i santi, quelli riconosciuti e quelli nascosti, quelli religiosi e quelli sposati, hanno amato di più e meglio. 
Sono stati fondatori di ordini, riformatori liturgici, campioni di annuncio kerygmatico e di riflessione teologica, promotori di opere sociali, opere umane, opere missionarie, opere caritative, nuove sensibilità sociali e politiche; hanno aperto gli orizzonti della misericordia e della "compassione".

La castità dunque non è proprietà di una "casta" o di una frangia della Chiesa ma è per il cristiano; è per amare di più e meglio, anzi è casto colui che ama come ha amato Cristo. 
E' casto un sorriso quotidiano, è casto un abbraccio di conforto, è casto il tempo passato con un bambino o con un anziano; è casto un bene condiviso per la necessità del fratello, è casta la correzione del fratello soprattutto se non compresa, è fortissimamente casto il perdono. 
E' casto lo zelo fecondo per il Regno; è casta la rabbia che muove ad appartenenza e a prendersi cura.Può essere casto un si e talvolta un no! 

E' casto un annuncio della parola opportuna o talvolta inopportuna; è casta la genialità e l'inventiva dell'amore nel quotidiano che nasce dallo Spirito Santo.
E' casto sapere che l'eternità è adesso, qui, fra noi... fra me e te... anche se non ancora in pienezza.. .. anzi, chissà, forse il meglio della castità nel mondo e nella Chiesa deve ancora venire e lo Spirito Santo desidera ciascuno di noi per donare forme nuove di gratuità... nel tempo e nello spazio... nel cuore dell'uomo mendicante di Amore!
L'Amore di Dio e non le sue scimmiottature e surrogati che chiamano amore ciò che Amore non è ma solo vizio e disordine magari cammuffato giuridicamente da ideologie mortifere.
La Castità dunque è, con gli altri principi evangelici, l'obbedienza e la povertà, mezzo rivelatore.

La Castità svela gli inganni che quotidianamente mettiamo al centro del nostro cuore... e li chiama per nome.Paul Freeman

domenica 29 dicembre 2013

il canto come preghiera.

 "Pregate sempre, senza stancarvi mai" (Luca 18,1)



Frate Alessandro, francescano di Assisi, definito il "tenore di Dio", ospite di Fabio Bolzetta nello spazio Arancio di Nel cuore dei giorni, ci parla del canto come preghiera.

martedì 22 ottobre 2013

vocazioni

Tendiamo insidie al giusto...

di d. Alfredo Morselli


Dicono [gli empi] fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta
[…] 
È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. (Sap. 2, 1-3 passim)

Mi è capitata tra le mani il testo di un'intervista del Card. Jean Danielou, attualissima, sebbene datata al 1972.
Quella intervista significò l'emarginazione di Danielou nel suo ordine e l'abbandono della sede della rivista Etudes, che in seguito prenderà posizioni contro l'Humane vitae e il cui direttore lascerà la Chiesa Cattolica.
Senza entrare nel merito di alcune prese di posizioni teologiche del Danielou, le quali richiederebbero un approfondimento generale sulla questione della cosiddetta Nouvelle Théologie, questa intervista è ineccepibile, profetica e attuale; e il lettore non farà fatica a vedere molte analogie tra l'emarginazione di Danielou e le ragioni delle accuse che in questi giorni vengono rivolte ai Francescani dell'Immacolata. Basta proporre una forma di vita religiosa autentica…

Intervista del cardinale Jean Daniélou alla Radio Vaticana, 23 ottobre 1972
D. – Eminenza, esiste realmente una crisi della vita religiosa e può darcene le dimensioni? 
R. – Penso che vi sia attualmente una crisi molto grave della vita religiosa e che non si debba parlare di rinnovamento ma piuttosto di decadenza. Penso che questa crisi colpisca soprattutto l'area atlantica. L'Europa dell'Est e i paesi dell'Africa e dell'Asia presentano a questo riguardo una migliore sanità spirituale. Questa crisi si manifesta in tutti gli ambiti. I consigli evangelici non sono più considerati come consacrazioni a Dio, ma visti in una prospettiva sociologica e psicologica. Ci si preoccupa di non presentare una facciata borghese, ma sul piano individuale la povertà non è praticata. Si sostituisce la dinamica di gruppo all'obbedienza religiosa; col pretesto di reagire contro il formalismo, ogni regolarità della vita di preghiera è abbandonata e le conseguenze di questo stato di confusione sono anzitutto la scomparsa delle vocazioni, poiché i giovani chiedono una formazione seria. E, d'altra parte, vi sono i numerosi e scandalosi abbandoni di religiosi che rinnegano il patto che li legava al popolo cristiano. 

D. – Può dirci quali sono a suo parere le cause di questa crisi? 
R. – La fonte essenziale di questa cristi è una falsa interpretazione del Vaticano II. Le direttive del Concilio erano chiarissime: una più grande fedeltà dei religiosi e delle religiose alle esigenze del Vangelo espresse nelle costituzioni di ogni istituto e nello stesso tempo un adattamento delle modalità di queste costituzioni alle condizioni della vita moderna. Gli istituti che sono fedeli a queste direttive conoscono un vero rinnovamento e hanno delle vocazioni. Ma in molti casi si sono sostituite le direttive del Vaticano II con delle ideologie erronee messe in circolo da riviste, da convegni, da teologi. E tra questi errori si possono menzionare:
- La secolarizzazione. Il Vaticano II ha dichiarato che i valori umani devono essere presi sul serio. Non ha mai detto che noi entreremmo in un mondo secolarizzato nel senso che la dimensione religiosa non sarebbe più presente nella civiltà, ed è nel nome di una falsa secolarizzazione che religiosi e religiose rinunciano ai loro abiti, abbandonano le loro opere per inserirsi nelle istituzioni secolari, sostituendo delle attività sociali e politiche all'adorazione di Dio. E questo va controcorrente, tra l'altro, rispetto al bisogno di spiritualità che si manifesta nel mondo di oggi.
- Una falsa concezione della libertà che porta con sé la svalutazione delle costituzioni e delle regole ed esalta la spontaneità e l'improvvisazione. Ciò è tanto più assurdo in quanto la società occidentale soffre attualmente dell'assenza di una disciplina della libertà. Il ripristino di regole ferme è una delle necessità della vita religiosa.
- Una concezione erronea della mutazione dell'uomo e della Chiesa. Anche se i contesti cambiano, gli elementi costitutivi dell'uomo e della Chiesa sono permanenti e la messa in questione degli elementi costitutivi delle costituzioni degli ordini religiosi è un errore fondamentale. 


D. – Ma vede dei rimedi per superare questa crisi? 
R. – Penso che la soluzione unica e urgente è di fermare i falsi orientamenti presi in un certo numero di istituti. Occorre per questo fermare tutte le sperimentazioni e tutte le decisioni contrarie alle direttive del Concilio; mettere in guardia contro i libri, le riviste, i convegni in cui sono messe in circolo queste concezioni erronee; ripristinare nella loro integrità la pratica delle costituzioni con gli adattamenti chiesti dal Concilio. Là dove questo appare impossibile, mi sembra che non si può rifiutare ai religiosi che vogliono essere fedeli alle costituzioni del loro ordine e alle direttive del Vaticano II di costituire delle comunità distinte. I superiori religiosi sono tenuti a rispettare questo desiderio.
Queste comunità devono essere autorizzate ad avere delle case di formazione. L'esperienza mostrerà se le vocazioni sono più numerose nelle case di stretta osservanza o nelle case di osservanza mitigata. Nel caso in cui i superiori si oppongano a queste richieste legittime, un ricorso al sommo pontefice è certamente autorizzato.
La vita religiosa è chiamata a un grandioso avvenire nella civiltà tecnica; più questa si svilupperà, più si farà sentire il bisogno della manifestazione di Dio. Questo è precisamente lo scopo della vita religiosa, ma per compiere la sua missione occorre che essa ritrovi il suo autentico significato e rompa radicalmente con una secolarizzazione che la distrugge nella sua essenza e le impedisce di attirare vocazioni.

Concludo questo post con la citazione della fine del capitolo 2 del libro della Sapienza, già citato all'inizio:
Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezzae saggiare il suo spirito di sopportazione.
Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».
Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati.
Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile.

giovedì 28 giugno 2012

madre chiara agnese del buon pastore

I 100 anni di madre Chiara Agnese
  



Rinfreschiamoci all’ombra di un albero secolare che ci ospita con i suoi rami, i suoi ricordi, i lunghi anni, lunghi e brevi al tempo stesso. Suor Agnese dice grazie al Signore per aver toccato il traguardo straordinario del secolo, dei cento anni, anche se non li dimostra. Insieme con lei vogliamo dire grazie al Signore per il dono della vita, qualsiasi cosa ci riservi, comporti: è un dono grande, una opportunità che ci viene da Dio stesso. La vita è il dono, orizzonte di ogni altro dono. Ci disponiamo a celebrare i Santi Misteri, ringraziando ma anche chiedendo perdono perché non si cammina impunemente in questa vita, dice l’autore dell’Imitazione di Cristo. Questo vale per Suor Agnese, che ha camminato per 100 anni, ma anche per noi, nel senso che si cammina e si raccoglie polvere, come minimo. Vogliamo chiedere perdono per i nostri piedi stanchi e per la polvere raccolta lungo la strada.

***
Omelia
Saluto Padre Agostino, Padre Provinciale, gli altri sacerdoti, il sindaco e tutti voi, raccolti intorno all’altare per questa celebrazione provocata da Suor Agnese che scocca oggi il suo centesimo compleanno. Come ho detto all’inizio della celebrazione, stiamo a dire grazie al Signore per il dono della vita, dono mai sufficientemente raccolto, compreso, celebrato. A volte ci lamentiamo per tante difficoltà (penso al caldo in queste ore), ma dimentichiamo che queste restrizioni, come altre più gravi, altri problemi più seri, si inseriscono in un dono. Non avremmo caldo se fossimo morti, e quindi basta questo pensiero per sentirsi meglio; quelli che hanno la pressione bassa immediatamente la vedono risalire, a dire: Però sono vivo! Non è una battuta, guardiamo con troppa facilità le limitazioni e non valutiamo abbastanza il dono, i doni, il dono per eccellenza che è il dono della vita. Il dono stesso della fede, che viene in seconda battuta, e quindi del Battesimo, non sarebbe possibile se non nell’orizzonte dell’esistere. Non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba, ma noi, i viventi, ti rendiamo grazie, dice il salmista. Quindi il dono del Battesimo per Suor Agnese e poi, nella forma radicale della consacrazione, il dono della Professione Religiosa, si innesta e si innerva nel dono della vita. Diciamo grazie, dovremmo dirlo in ogni momento, ma almeno al mattino e alla sera, quando comincia una giornata e a conclusione: Ti ringrazio, Signore, per questo tempo che mi hai dato.
L’arco di una giornata è paradigma dell’arco della vita: i nostri, molto più a sesto acuto, quello di suor Agnese è nella massima ampiezza, ma nell’uno e nell’altro caso una vita non si calcola nella sua estensione, ma nella sua profondità; non si calcola dal numero degli anni, ci insegna la Bibbia, ma dalla sapienza. E Suor Agnese ha saputo mettere insieme la lunghezza della vita – 100 anni sono tanti – un secolo, con il dono della sapienza ricevuto e accolto. C’è bisogno di sapienza per vivere cristianamente e c’è bisogno di un supplemento di sapienza per rispondere ad una chiamata di speciale consacrazione, tanto più all’interno di un orizzonte apparentemente ristretto qual è la clausura.
La benedizione di Gesù nel Vangelo, benedizione rivolta al Padre – Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai grandi del mondo e le hai rilevate ai piccoli - vale anche per Suor Agnese che, nella sua piccolezza, nella sua semplicità, nella ferialità più nascosta della sua lunga esistenza, rientra nel novero dei piccoli. Non sono i titoli, non sono i blasoni, non sono neanche le lauree che possiamo conseguire a dare importanza alla nostra vita, ma paradossalmente nel discorso di Gesù, la grandezza è direttamente proporzionale alla piccolezza, al sentirsi impari, al sentirsi poveri, al sentirsi dunque dipendenti.
Una vita è breve. Una vita è lunga.
Sembrano due frasi che giocano a elidersi, in realtà dicono la stessa cosa della vita. Una vita breve: viviamo quanto una giornata, dall’alba al tramonto. E una giornata apparirà a Suor Agnese, questo secolo che ha vissuto, breve: non c’è tempo da perdere, bisogna porre le scelte importanti all’alba, al mattino, bisogna darsi da fare. Dicevano gli artigiani di una volta: ’a jurnata è nu muozz (per dire: è un attimo). E quindi si davano da fare per cominciare a lavorare alle prime ore dell’alba. Ho visto che Maddalena mi ha guardato per dire: Ma cosa ha detto il Vescovo? E allora traduco: la giornata è un piccolo morso, cioè è breve (certe cose, dette in napoletano, suonano meglio, hanno un loro fascino). Quindi una vita è breve. È breve la vita di Suor Agnese, è breve anche la nostra. Hai fatto le cose importanti? Hai messo i tasselli per cui sei chiamato a vivere? Hai dato gloria a Dio? Hai operato il bene? Ma al tempo stesso – e questo Suor Agnese forse lo avverte – la vita è anche lunga, a volte troppo, e non mi riferisco alla sua, quanto alla nostra, troppo lunga come certe giornate che sembrano non finire mai, dove temiamo di perdere al meriggio quello che abbiamo acquistato all’alba, temiamo che ci venga derubato ciò che abbiamo conquistato a fatica. In questo senso c’è anche una lunghezza della vita. Ovviamente, sia per la brevità, sia per la lunghezza, si tratta non tanto di un tempo cronologico, quanto di un tempo interiore, perché poi alla fine, la percezione del tempo non è quello degli orologi, non è quella dei calendari, delle agende, di quelle elettroniche o computerizzate sul telefonino, ma è il tempo del cuore, che batte più o meno lentamente, a volte con affanno, a volte con dolore, poche volte con gioia. Dice il salmista nel Salmo 89: Gli anni della nostra vita sono 70 – ma Suor Agnese li ha superati abbondantemente – 80 per i più robusti, la maggior parte sono fatica e dolore, passano presto e noi ci dileguiamo. Vorrei consegnarvi questa percezione di brevità e di lunghezza, di brevità che incita a fare, adesso, e a non rimandare le cose importanti, di lunghezza che ci mette in guardia dagli spauracchi della sera, della notte, come dice un testo del Qoèlet che si riferisce proprio all’età anziana: quando si ha paura degli spauracchi della strada. Quindi compiamo il bene subito, ma anche facciamo attenzione a non perdere quello che abbiamo conquistato.
Oggi – e non è una battuta, ma una constatazione amara – al posto dei 100 anni di Suor Agnese vissuti nella linearità, nella fedeltà al Signore, alla sua vocazione, in questo stesso spazio si inseriscono, quando va bene, 4 o 5 vite diverse. Purtroppo mi riferisco a quelli che cambiano vita continuamente, cambiano moglie, cambiano marito, cambiano orizzonte, cambiano… Qui abbiamo un monumento di fedeltà, da ammirare e da cui prendere incitamento di bene per la continuità, perché di vite frammentate, oggi ne abbiamo a iosa, di persone che dicono: è finito il Matrimonio, è finita questa esperienza, è stato bello però adesso la mia prima moglie, la terza, quando ero… Invece Suor Agnese, in questi 100 anni, ininterrottamente, ha detto la stessa parola, ha compiuto lo stesso gesto, forse anche per questo motivo le è stato donato tanto tempo, perché questa linearità l’ha condotta in una dimensione di difesa rispetto a cancri dell’anima, rispetto a malattie interiori e anche psicologiche che attanagliano oggi le persone, che oggi sono bianche, domani rosse e dopodomani sventolano una bandiera ancora diversa.
Venendo qui ho pensato a questi 100 anni che sono fondamentalmente il Novecento. Non voglio fare sintesi storiche, non è il luogo. Come sapete il Novecento, che è stato il secolo di Suor Agnese e anche il nostro, è stato definito il secolo breve; breve perché si è corso in una maniera forsennata; breve non perché abbia avuto qualche anno in meno rispetto ai secoli precedenti, ma perché si è andati avanti ad una velocità supersonica rispetto alla lentezza con cui si camminava e si progrediva nei secoli precedenti: mentre il Novecento cominciava, era già finito. Ma questo secolo breve è stato anche segnato da tante tragedie; non sto qui a raccontarvele tutte, dovrebbe raccontarcele Suor Agnese. Facciamo riferimento innanzi tutto alla prima e alla seconda guerra mondiale, che sono come due grandi crateri nel teschio del Novecento, se l’immagine non vi appare lugubre. Dov’era Suor Agnese alla prima guerra mondiale? Non era al fronte, era ancora bambina, ma credo già consapevole che l’uomo possa impazzire e operare il male alla grande. E questa è un’amara constatazione.
L’uomo è grande, carissimi fratelli e sorelle, è grande qualsiasi cosa faccia: è grande nel bene, è grande nel male; è grande nella santità, è grande nella depravazione. A noi non è dato di compiere mezze misure, ma la grandezza appartiene alla nostra dimensione umana. Dice il salmista nel Salmo 8: Lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato. E questa gloria dov’era nel ’15-’18? Non sto qui a fare rimembranze: è una guerra che abbiamo raccolto attraverso i versi di Ungaretti, poi diventati poetici ma che sono stati drammatici per un’intera generazione di giovani decimata al fronte, come un grande baratro. E poi i 20’anni del fascismo e di nuovo… Ogniqualvolta finisce una guerra si dice che è l’ultima, che non si tornerà a compiere questi errori. Ci si dà da fare nella ricostruzione, ma eccoci di nuovo alla seconda guerra mondiale. Dov’era Suor Agnese? Era già in monastero, anche lei a lanciare bombe: Nagasaki, Hiroshima, di questi nomi Suor Agnese avrà un’eco lontanissima nella sua vita claustrale, ma qualche immagine di città distrutte in un attimo con un fungo di morte l’avrà raggiunta forse su qualche rivista. Chissà che non sia sorto in lei il desiderio di lanciare una bomba atomica di bene. Quelle non si vedono, non ci sono deflagrazioni per le bombe del bene: sono bombe che fanno crescere le foreste, che danno ossigeno, fanno nascere bambini, che guariscono, che fanno ricongiungere coppie separate. A questo servono le monache. Avete qui, sul colle San Pasquale a Pignataro, e non lo sapevate, una sorta di cittadella militare, e il sindaco scopre solo questa sera che ci sono delle bombe depositate nel sottoscala, nei meandri di questo monastero: sono bombe di bene, che vengono lanciate su Pignataro, sull’intera Diocesi, su Napoli, sul golfo e fanno fiorire, come questo albero che è sul piazzale del monastero, che io vedo sempre fiorire per primo a primavera. Non so se lo notate anche voi di Pignataro: com’è che l’albero sul colle San Pasquale fiorisce prima degli altri? Sono le preghiere delle monache, sono queste bombe di bene.
Poi c’è stata la ricostruzione, e chissà che non dovremmo rivisitare quel tempo, in questo tempo dove c’è una ricostruzione da fare, e non solo di case per i terremoti “in viaggio” per il mondo, ma di una società che deve ritrovare la sua identità.
Suor Agnese avrà avvertito qualcosa nel ’68: ma che fanno questi giovani? Perché si ribellano? Perché fanno le barricate? Non è finita la guerra? Era la rivoluzione studentesca, forse segno di una difficoltà che poi sarebbe esplosa in un’altra maniera, drammatica, nel terrorismo, negli anni di piombo. Anche Suor Agnese ha lanciato bombe negli anni di piombo, anche lei faceva la terrorista, ma di bene, qui, a preparare una rivoluzione.
Poi ci sono i nostri giorni e poi c’è il grande giubileo e la nostra gioia nel salutare il nuovo secolo e il nuovo millennio, ma ecco che l’11 settembre ricompare la violenza nella forma macroscopica, il male che esplode a dire, come Quasimodo: Sei ancora quello della pietra… Ti ho visto nella carlinga di fuoco… (Uomo del mio tempo).
Ho fatto una piccola carrellata e non per vivacizzare il caldo e i pensieri pesanti che il caldo comporta in questi pomeriggi assolati, ma per dire che in tutto questo tempo Suor Agnese è stata sempre lei: non si è camuffata, non si è travestita, non è uscita di monastero; è stata fedele alle piccole cose di cui è fatta una vita monastica, orari, campane che suonano, punti comuni, come dicono le monache e le religiose, gesti comuni, preghiera personale, preghiera comunitaria, e il mondo intanto compiva questo cammino.
Che cosa è importante rispetto alla storia che procede? Oggi, casomai Suor Agnese mi stesse sentendo ma immagino che non ci senta più tanto (ma si capirà!, dopo 100 anni è il minimo che possa succedere!), oggi le donne, ma anche gli uomini, pensano di dover essere presenti: una delle malattie del nostro tempo è il presenzialismo, cioè bisogna essere presenti. I giovani perché non dormono? Non perché la notte sia giovane: non dormono perché pensano che dormire sia una perdita di tempo. Allora bisogna stare attenti, svegli, possibilmente con qualche sostanza che ci tenga svegli e non solo, perché può succedere qualcosa di importante e io non me ne accorgo; può succedere qualcosa in un posto e io non ci sono; si può organizzare una festa ed io non esserci. Questo è un grande dramma, soprattutto dei nostri figli (magari non lo tematizzano così come l’ho fatto io, ma lo sentono); c’è nell’aria che bisogna andare di qua e di là continuamente per essere presenti. In questi 100 anni Suor Agnese è stata assente ed è una santa assenza perché la sua assenza schiaffeggia il nostro presenzialismo, forse anche il mio, pensando che noi possiamo dire la parola decisiva, porre il gesto, evitare un errore. Suor Agnese, dall’alto dei suoi 100 anni, ci guarda con un sorriso di compatimento, a dire: poveri voi che vi giocate la vita nella continua presenza, perché il segreto della vita è l’assenza. Uno solo è l’Onnipresente: è Colui che fa e che agisce e che è all’origine della vita ed è Dio. Noi siamo comparse. Ogni sera Suor Agnese ha chiuso le sue giornate semplicissime: In pace mi corico e subito mi addormento; Tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare. Suor Agnese ha avuto bisogno di Lexotan, di Tavor? No, ha dormito profondamente come una regina, proprio a partire dalla percezione che le cose grandi le fa Dio. Noi possiamo fare cose piccole e, dopo averle fatte, possiamo ritirarci in buon ordine dicendo: Tutto è compiuto. Sono le parole conclusive di Gesù in uno dei racconti della Passione, cioè tutto è stato fatto, è stato fatto quello che era possibile fare, l’impossibile non appartiene a noi.
Grazie, Suor Agnese, di questa lezione di silenzio, di umiltà, di fedeltà nascosta. Grazie soprattutto perché la stragrande maggioranza di questi 100 anni sono stati vissuti nell’ombra di un monastero di clarisse. Grazie della tua assenza. E grazie delle bombe di bene che segretamente hai lanciato, prima da Napoli e poi da Pignataro. Sono partiti missili aria-aria, terra-aria che si incrociavano e che hanno prodotto miracoli di cui ci renderemo conto solo nell’eternità. Grazie.