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lunedì 30 marzo 2015

nuovi preti per una nuova chiesa

IL NEO-CLERO




Il clero ha una grande responsabilità all'interno della Chiesa: è in grado di stimolare e far lievitare una realtà o, al contrario, di deprimerla e necrotizzarla.

In Occidente, il concilio di Trento aveva certamente in mente questo quando istituì i seminari, luoghi deputati alla formazione intellettuale e spirituale del clero.

Non sono di quelle persone che pensano ai seminari come a luoghi ideali. Come ogni scelta umana, anche questo tipo d'istituzioni risentono di limiti e problematiche di varia natura emerse nel corso del tempo.

Ammetto, però, che la loro istituzione aveva un fine positivo: formare un clero di alta qualità. Che ci sia riuscito o meno, poi, è un altro paio di maniche e dipende da luoghi, tempi e persone. La caricatura con la quale si apre questo post ci indica che, nonostante tutto, nella Francia dell'Ancien Règime, il clero non era visto nel modo migliore e che i buoni esempi continuavano a rimanere una minoranza.

Nel tempo attuale, tuttavia, è successo qualcosa di totalmente nuovo, che solo in parte il mondo tradizionalista cattolico ha notato: la nascita di un neo-clero. Questo neo-clero è in rottura più o meno apertamente palese con il passato religioso ed è composto da uomini che, francamente, potremo definire "né carne né pesce".



Non li si può qualificare laici, poiché appartengono ad no status differente, distinto e appartato da quello laicale. Non li si può definire chierici, poiché hanno profonda idiosincrasia verso tutto quello che definisce il chierico in senso proprio (il dedicarsi alla preghiera, alla riflessione quotidiana sui misteri della fede, al santuario, alla cura delle realtà ecclesiastiche, ad un'istruzione tradizionale...).
Sono sostanzialmente dei chierici desacralizzati che, appena possono, preferiscono il bar all'oratorio, la piazza al presbiterio, la festa e la danza alla compostezza ieratica. Nei casi più tristi, finiscono per avere una doppia vita nella quale manifestano una grande scioltezza e una tranquilla indifferenza, cosa impensabile fino a sessant'anni fa. In questa doppia vita essi si sentono veramente loro stessi!
Non sono "né carne né pesce" ma desiderano la libertà dei laici, pur non essendo tali, e i privilegi dei chierici, pur essendo contro la figura tradizionale del chierico. In questo modo tengono i piedi su due staffe.

Man mano che nell'ambito di una Chiesa vengono meno le vecchie generazioni, emerge sempre più la presenza di questo neo-clero un po' adolescenziale, un po' semplicista, in spessi casi sans soucis e superficiale, molto vitalista, sempre animato da una viscerale avversione alle forme religiose tradizionali.

La gente di una certa età che ha ancora il ricordo di uno stile più impegnato e riservato, denomina questi chierici in modo gentile ma serio come “preti moderni”. In realtà, questa definizione significa semplicemente “non preti”.

Già nei lontani anni '80 ricordo uno studente cattolico di teologia che mi confidava: “In seminario ci danno un'istruzione ma non abbiamo alcun modello da seguire. Chi devo seguire io? A chi mi devo ispirare?”. Costui come tutti i suoi compagni di classe finì per divenire un “prete fai da te”, ossia si ritagliò un'immagine di prete come pensava o credeva fosse meglio. L'istituzione non voleva o non aveva il coraggio di fornirgli alcun modello, men che meno un modello sacrale, cosa aborrita già da allora. Oggi, che pure un papa sta desacralizzando la sua figura, le cose sono ancor più precipitate verso l'improvvisazione e la secolarizzazione.

Non si creda che questo sia un problema precipuo al mondo cattolico. Anche altre realtà ecclesiastiche lo vivono da tempo, seppure in forma e modalità diversa.
Ad esempio in Grecia esiste il fenomeno dei “ preti signorini”. Costoro, che tendono ad aumentare sempre più, sono preti non sposati che non vivono in monastero. Sono iscritti nel numero dei monaci di un monastero in modo puramente formale, per giustificare il fatto d'essere celibi, ma non sono in grado di condurre una vita religiosa sotto l'obbedienza di una regola. Ricordo uno di essi che molto sinceramente mi disse: “Non sono in grado e non voglio vivere in monastero!”.

Questi “signorini” sono simili al clero latino con la differenza che mentre in Occidente il clero si è ritagliato un suo preciso status, in Oriente il “signorino” si fa uno status a suo uso e consumo con il rischio di divenire molto individualista e, in fin dei conti, di obbedire solo a se stesso. Queste persone, sottoposte ad un maggior rischio  d'individualismo, sono gli episcopabili odierni!


Per essere più chiaro ancora: un vescovo scelto da questi “signorini” e con queste caratteristiche invece di pensare al bonum ecclesiae, finirà per attingere ai soldi della Chiesa e rimpinguare il suo conto corrente sottoponendo la Chiesa stessa ai suoi capricci e promuovendo gente incapace e cortigiana, punendo ed isolando le persone più degne. Sta succedendo e succederà sempre più ...

Ricordo un monaco atonita di una certa responsabilità che mi ripeteva: "Stanno saccheggiando la Chiesa, la Chiesa è piena di ladri". Si riferiva a questo. E non si creda che questo sia solo un problema orientale. È un problema universale!

Per aliam viam, ci troviamo sempre dinnanzi alla stessa problematica posta dall'esistenza del neo-clero. Nel caso greco il neo-clero bizantino non può mostrare aperta antipatia per le tradizioni ma le svitalizza rendendole pura formalità, cose da farsi per poi sbarazzarsi di paramenti sacri e simboli religiosi e correre al caffé del paese per parlare di amenità. Un appartenente al neo-clero greco, così, non s'immerge nella liturgia come in un mistero con il quale riempire di grazia se stesso e i fedeli (prospettiva spirituale-monastica, misterica e mistica) ma la tratta come il palcoscenico di un teatro nel quale mostra se stesso e per questo solo fatto cerca lodi e consensi. Invece di succedere il contrario come dovrebbe, Dio, come in Occidente, diviene lo sfondo e l'uomo emerge in primo piano col rischio di oscurare tutto.



Il neo-clero è un flagello per la Chiesa ovunque esso appaia. Purtroppo questo flagello è quanto si merita l'uomo attuale, raramente in grado di poter offrire una qualità migliore a se stesso e agli altri. Ecco, quindi, una delle ragioni dell'implosione del Cristianesimo in se stesso: quando il neo-clero diviene sempre più prevalente, Dio è spinto sempre più sullo sfondo e l'uomo, con il pretesto di Dio, mette in mostra se stesso. Alla fine è la Chiesa stessa che cambia natura e diviene qualcos'altro. Da questa neo-chiesa i cristani fedeli non potranno che appartarsi o fuggire, essendo oramai divenuta una realtà tossica. Ecco in parte spiegata la fuga dalla pratica religiosa, in questi ultimi decenni.

http://traditioliturgica.blogspot.it/2015/03/il-neo-clero.html

venerdì 13 dicembre 2013

La preghiera del Nome di Gesù

Testi rari sull'Esicasmo e la Preghiera di Gesù



La preghiera esicasta: 

l'invocazione del Nome di Gesù


1 - L'invocazione di Gesù può essere fatta in molti modi. Ognuno può trovare la forma che più gli è facile nella preghiera personale, ma, qualsiasi formula venga usata, il cuore e il fulcro dell'invocazione dovrà essere il Sacro Nome stesso, la parola «Gesù», nella quale risiede tutta la forza dell'invocazione.

2 - Il Nome Gesù può essere invocato da solo, oppure in una frase più sviluppata. Nell'Oriente la frase più comune è: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore». Ma si potrebbe semplicemente dire: «Gesù Cristo», o «Signore Gesù». L'invocazione può essere ridotta anche alla sola parola «Gesù».

3 - Quest'ultima forma, cioè il solo nome Gesù, è il modello più antico dell'invocazione del Nome.
E’ la più breve e la più semplice e, crediamo, la più facile. Quindi, senza deprezzare le altre forme, possiamo suggerire l'uso della sola parola « Gesù ».

4 - Così, quando parleremo della invocazione del Nome, intendiamo la frequente e devota ripetizione del Nome stesso, «Gesù», senza altre aggiunte. Il Sacro Nome è la preghiera.

5 - Il nome di Gesù può essere pronunziato o pensato silenziosamente. In ambedue i casi vi è una vera invocazione del Nome: orale nel primo, puramente mentale nel secondo. Questa preghiera favorisce un facile passaggio dall'orazione orale a quella mentale; la ripetizione orale del nome, se è lenta e pensosa, fa sì che si giunga alla preghiera mentale e predispone l'animo alla contemplazione.

6 - L'invocazione del nome può essere praticata ovunque e in qualsiasi momento; possiamo pronunciare il Nome di Gesù nelle strade, dove lavoriamo, nella nostra stanza, in chiesa, ecc.... Possiamo ripetere il nome mentre camminiamo. Oltre a questo libero uso del nome, non determinato o limitato da nessuna regola, buona cosa è stabilire un tempo e un luogo per una regolare invocazione del Nome.
Chi è avanzato in questa forma di preghiera può fare a meno di tali adattamenti, che sono però una necessaria condizione per i principianti.

7 - Se vogliamo consacrare ogni giorno qualche tempo all'invocazione del Nome, (oltre alla libera invocazione che dovrebbe essere fatta il più frequentemente possibile), dobbiamo seguire la norma di praticarla, circostanze permettendo, in un posto solitario e quieto. - Quando tu preghi, entra nel segreto della tua stanza, e, chiusa la porta, allora prega il tuo Padre che è nel segreto -.La posizione del corpo non ha molta importanza: si può camminare, sedere, stare distesi o in ginocchio. La migliore posizione è quella che conduce a una maggiore quiete fisica e concentrazione interiore. La posizione esprimente umiltà e adorazione dà maggior aiuto.

8 - Prima di iniziare l'invocazione del nome di Gesù mettiti in pace con te stesso, concentrati e domanda l'ispirazione e la guida dello Spirito Santo. «Nessun uomo può dire: Gesù è il Signore, se non mediante lo Spirito Santo». Il Nome di Gesù non può mai penetrate nel cuore che non è ricolmo del purificante soffio della fiamma dello Spirito. Lo Spirito stesso abiterà e accenderà in noi il Nome del Figlio.

9 - A questo. punto, semplicemente comincia; per camminare si deve fare il primo passo; per nuotare ci si deve gettare nell'acqua. Lo stesso accade per l'invocazione del Nome. Principia a rispettarlo con adorazione e amore, afferrati a lui, pronuncialo con frequenza. Non pensare di stare invocando il Nome, pensa soltanto a Gesù. Dì il suo nome piano, dolcemente, quietamente.

10 - Un errore comune a tutti i principianti è il desiderio di associare l'invocazione del Sacro Nome a una profonda e intensa emozione, tentando di pronunciarlo con gran forza. Ma il nome di Gesù non è fatto per essere urlato, o formulato con violenza, ancorché interiore. Quando a Elia fu comandato di stare davanti al Signore, si scatenò un grande e forte vento, ma il Signore non era nel vento; e dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto; e dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco venne una sommessa piccola voce. E fu così che quando Elia la udì nascose la sua faccia nel mantello, e uscì fuori e rimase in adorazione.
Lo strenuo sforzo e la ricerca di uno stato di tensione non giovano. Nel ripetere il Sacro Nome, raccogli quietamente, a poco a poco, i tuoi pensieri, le tue sensazioni, la tua volontà attorno a esso: ricomponi su di lui il tuo intero essere. Lascia che il Nome penetri la tua anima, come una macchia d'olio si diffonde e impregna un pezzo di stoffa. Non permettere che alcuna parte di te sia distratta, rendi il tuo essere recettivo e circondalo col Nome.

11 - Anche durante l'invocazione del Nome, la sua ripetizione orale non deve essere continua; il Nome pronunciato deve essere in­terrotto e differito da secondi o minuti di pau­sa silenziosa e di concentrazione. La ripetizio­ne del Nome può essere paragonata al battito delle ali col quale l'uccello si alza nell'aria.
Così, l'anima, giunta al pensiero di Gesù e ricolma del ricordo di lui, può interrompere la ripetizione del Nome e riposare in Nostro Signore.
La ripetizione sarà ripresa, quando altri pensieri minacciano di espellere il pensie­ro di Gesù; allora l'invocazione comincerà di nuovo al fine di ottenere più fresco vigore.

12 - Protrai ripetere l'invocazione quanto a lungo desideri o puoi. La preghiera viene naturalmente interrotta dalla stanchezza; non cercare di insistere. Ma ricominciala di nuovo quando e dove ti senti disposto. A suo tempo sentirai il nome di Gesù salire alle labbra spontaneamente e rimanere quasi costantemente presente alla mente in modo silente e pacato. Perfino il tuo sonno sarà avvolto dal Nome e dal ricor­do di Gesù. «Io dormo ma il mio cuore veglia» (Cantico dei Cantici).

13 - Quando siamo impegnati nella invocazione del Nome, è naturale che si speri e si insista per ricevere qualche positivo o tangibile risultato e cioè sentire che abbiamo stabilito un reale contatto con la persona di Nostro Signore: «Se io potessi sfiorare appena il tuo manto, sarei guarito» (Matteo, 9-21). Questa felicissima esperienza è l'acme desiderato dell'invocazione del nome. «Io non ti lascerò andare, se non mi benedici». Ma dobbiamo evitare una troppa inquieta attesa per tale esperienza: l'emozione religiosa può facilmente diventare un mascheramento e cau­sa di una pericolosa bramosia e passione. Non pensiamo affatto che l'aver trascorso un certo tempo nell'invocazione del Nome, senza «provare» qualcosa, sia tempo speso male e lo sforzo sia infruttifero; al contrario, questa apparentemente sterile preghiera, può essere più gradita a Dio dei momenti di rapimento, essendo scevra da ogni egoistica ricerca di gaudio spirituale; essa è la preghiera della pura, nuda volontà. Dobbiamo continuare a consacrare ogni giorno un tempo prestabilito e regolare all'invocazione del Nome, anche se ci sembra che questa preghiera lasci freddi e aridi. Questo accurato esercizio della volontà, questa calma veglia nel Nome non può mancare di apportarci benedizione e forza.

14 - Inoltre, l'invocazione deI Nome ra­ramente ci lascia in uno stato d'aridità. Coloro che hanno una qualche esperienza di ciò convengono che viene spesso accompagnata da uno stato d'animo di gioia, tepore e luce. Uno ha l'impressione di muoversi e camminare nel­la luce. In questa preghiera non vi è né pesan­tezza, né stanchezza, né sforzo. «Il tuo Nome è come unguento sparso... Trascinami, correre­mo dietro a te» (Il Cantico dei Cantici).

Un monaco della Chiesa Orientale
Fonte: digilander

mercoledì 16 gennaio 2013

s. antonio abate

Sant'Antonio padre dei Monaci

 

Dagli Apoftegmi dei Padri del Deserto, tra i quali Antonio abate eccelse:

L'abate Antonio predisse all'abate Amun: « Tu farai molti progressi nel timor di Dio ». Poi lo condusse fuori dalla cella e gli mostrò una pietra: « Mettiti a ingiuriare questa pietra », gli disse, « e colpiscila senza smettere ». Quando Amun ebbe terminato, sant'Antonio domandò se la pietra gli avesse risposto qualcosa. « No », disse Amun. « Ebbene! anche tu », aggiunse l'anziano, « devi raggiungere questa perfezione e pensare che non ti si fa nessuna offesa ».

Alcuni fratelli di Scete vollero vedere l'abate Antonio. Salirono su una barca, e li trovarono un anziano che anche lui voleva andare da Antonio, ma i fratelli non ne sapevano niente. Seduti sulla barca conversavano sui detti dei padri, sulle Scritture e sui loro lavori manuali. L'anziano invece stava in silenzio. Giunti al porto, si accorsero che anche l'anziano andava dall'abate. Arrivati da Antonio, questi disse:
«Avete trovato un buon compagno di strada in questo anziano! ». E al vecchio: « E tu ti sei trovato con dei buoni fratelli, Padre! ». L'anziano rispose: « d'accordo, ma la loro casa non ha porte: entra chi vuole nella stalla e slega l'asino! ». Parlava così perché i fratelli dicevano tutto quello che passava loro per la testa.

L'abate Antonio disse all'abate Pastor: « La grande opera dell'uomo è di gettare la colpa su se stesso dinanzi a Dio e attendersi la tentazione sino all'ultimo soffio della sua vita».

L'abate Antonio scrutava la profondità dei giudizi di Dio; e domandò: «Signore perchè alcuni muoiono dopo breve vita, mentre altri giungono all'estrema vecchiezza? Perché alcuni mancano di tutto, e altri abbondano di ogni bene? Perchè i malvagi sono ricchi, e i buoni schiacciati dalla povertà? ». Una voce gli rispose: « Antonio, occupati di te stesso: questi sono i giudizi di Dio e non ti è utile capirli! ».
 
Le tentazioni di Sant'Antonio Abate

17 GENNAIO
SANT’ ANTONIO ABATE
Antifona d'Ingresso  Sal 91,13-14
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano,
piantato nella casa del Signore, fiorirà negli altri del nostro Dio.

Colletta
O Dio, che hai ispirato a sant'Antonio abate di ritirarsi nel deserto, per servirti in un nuovo modello di vita cristiana, concedi anche per noi per sua intercessione di superare i nostri egoismi per amare te sopra ogni cosa. Per il nostro Signore ...
   
Prima Lettura  Mi 6,6-8
Ti è stato insegnato ciò che il Signore richiede da te.
Dal libro del profeta Michèa
Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato? Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio. Parola di Dio.
 
Salmo Responsoriale  Dal Salmo 15
Rit. Sei tu, Signore, l'unico mio bene.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Canto al Vangelo  Cf Mt 19,21
Alleluia, alleluia. Se vuoi essere perfetto, dice il Signore,
dona ai poveri quello che possiedi, poi vieni e séguimi.  Alleluia.


Vangelo  Mt 19,16-21
Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, poi vieni e séguimi.Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, un tale gli si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?».  Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».  Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Parola del Signore.
  
Sulle Offerte
Accetta, Signore, l'offerta del nostro servizio sacerdotale nel ricordo di sant'Antonio abate, e che liberi da ogni compromesso con il male diventiamo ricchi di te, unico bene. Per Cristo nostro Signore.

PREFAZIO   ( Messale Ambrosiano)
E’ veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo,
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
  Ti innalziamo il sacrificio di lode
nella festa dell'abate sant'Antonio
che, acceso dal tuo amore,
seppe accogliere l'invito del vangelo
con impegno totale e con gioia profonda.
   Spinto dalla tua grazia a seguire Cristo
con cuore libero e puro,
fece dono ai poveri di ogni suo bene.
   Superando con la forza dell'animo
la debolezza del corpo,
visse in perfetta comunione con te, o Padre,
nell'aspra solitudine del deserto.
 Uniti a lui e a tutte le creature beate del cielo,
cantiamo l'inno della gloria senza fine: Santo, Santo, Santo, ...

Antifona alla Comunione  Mt 19,21  «Se vuoi essere perfetto,
va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e seguimi», dice il Signore.

Dopo la Comunione  O Signore, che hai reso vittorioso sant'Antonio abate nel duro scontro con il potere delle tenebre, concedi anche a noi, per la forza redentrice del tuo sacramento, di riportare vittoria contro le insidie del maligno. Per Cristo nostro Signore.

S. ANTONII
Abbatis
III classis

Introitus Ps. 36, 30-31
Os justi meditábitur sapiéntiam, et lingua ejus loquétur judícium: lex Dei ejus in corde ipsíus. Ps. ibid., 1 Noli aemulári in malignántibus: neque zeláveris faciéntes iniquitátem. V/. Glória Patri.

Oratio
Intercessio nos, quaésumus, Dómine, beáti Antónii Abbátis comméndet: ut, quod nostris méritis non valémus, ejus patrocínio assequámur. Per Dóminum.

Léctio libri Sapiéntiae. Eccli. 45, 1-6
Dilectus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum ex omni carne. Audívit enim eum, et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram praecépta, et legem vitae et disciplínae.

Graduale Ps. 20, 4-5 Dómine, praevenísti eum in benedictiónibus dulcédinis: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso. V/. Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in saéculum saéculi.  Allelúja, allelúja. V./ Ps. 91, 13 Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. 12, 35-40
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Sint lumbi vestri praecíncti, et lucérnae ardéntes in mánibus vestris, et vos símiles homínibus exspectántibus dóminum suum, quando revertátur a núptiis: ut, cum vénerit, et pulsáverit, conféstim apériant ei. Beáti servi illi, quos, cum vénerit dóminus, invénerit vigilántes: amen dico vobis, quod praecínget se, et fáciet illos discúmbere, et tránsiens ministrábit illis. Et si vénerit in secúnda vigília, et si in tértia vigília vénerit, et ita invénerit, beáti sunt servi illi. Hoc autem scitóte, quóniam si sciret paterfamílias, qua hora fur veníret, vigiláret útique, et non síneret pérfodi domum suam. Et vos estóte paráti: quia qua hora non putátis, Fílius hóminis véniet.

Offertorium Ps. 20, 3 et 4 Desidérium ánimae ejus tribuísti ei, Dómine, et voluntáte labiórum ejus non fraudásti eum: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso.
Secreta
Sacris altáribus, Dómine, hóstias superpósitas sanctus Antónius Abbas, quaésumus, in salútem nobis proveníre depóscat. Per Dóminum.

Communio Luc. 12, 42 Fidélis servus et prudens, quem constítuit dóminus super famíliam suam: ut det illis in témpore trítici mensúram.

Postcommunio  Protegat nos, Dómine, cum tui perceptióne sacraménti beátus Antónius Abbas, pro nobis intercedéndo: ut et conversatiónis ejus experiámur insígnia, et intercessiónis percipiámus suffrágia. Per Dóminum.

BENEDICTIO EQUORUM ALIORUMVE ANIMALIUM

V. Adiutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit caelum et terram.
V. Dóminus vobiscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Orémus Deus, refúgium nostrum, et virtus: adésto piis Ecclesiæ tuæ précibus, Auctor ipse pietátis, et præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

Orémus  Omnípotens sempitérne Deus, qui gloriosum beátum Antónium, váriis tentatiónibus probátum, inter mundi hujus túrbines illæsum abíre fecísti: concéde fámulis tuis; ut et præcláro ipsíus proficiámus exémplo, et a præséntis vitæ perículis ejus méritis et intercessióne liberémur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

Orémus
Bene
+ dictionem tuam, Dómine, hæc animália accípiant: qua córpore salvéntur, et ab omni malo per intercessiónem beáti Antónii liberéntur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

Et aspergantur aqua benedicta.

Riporto anche la benedizione-che-evita-di-benedire, tratta dal Nuovo Benedizionale, in cui si cerca quanto possibile di evitare di benedire direttamente le cose e perfino gli animali, (la teologia che ci sta dietro è: bisogna benedire Dio che ci offre i suoi doni, non bisogna benedire i doni.
Evidentemente questa interpretazione della benedizione, tipicamente giudaica e laicale, non è quella intesa dalla Chiesa latina, che invece conosce e usa da sempre anche la benedizione di Dio sulle cose, persone, e azioni, seguendo la prassi biblica sacerdotale-aronitica)

PREGHIERA DI BENEDIZIONE

1073. Il ministro, con le braccia allargate se sacerdote o diacono con le mani giunte se laico, pronuncia la preghiera di benedizione.

O Dio, fonte di ogni bene, che negli animali ci hai dato un segno della tua provvidenza e un aiuto nella fatica quotidiana, per intercessione di sant’ Antonio Abate fa' che sappiamo servirci saggiamente di essi, riconoscendo la dignità e il limite della nostra condizione umana. Per Cristo nostro Signore. R. Amen.

1074. Oppure: O Dio, che tutto hai disposto con meravigliosa sapienza e all'uomo fatto a tua immagine hai conferito il dominio su tutte le creature, stendi la tua mano perché questi animali ci siano di aiuto e sollievo nelle nostre necessità, e fa' che in un armonioso rapporto con la creazione, impariamo a servire e amare te sopra ogni cosa. Per Cristo nostro Signore. R. Amen.

1075. Quindi il ministro, se lo ritiene opportuno, asperge persone e animali con l'acqua benedetta, dicendo queste parole o altre simili:

Ravviva in noi, o Padre, nel segno di quest'acqua benedetta l'adesione a Cristo, primizia della creazione nuova e fonte di ogni benedizione.

ttp://www.cantualeantonianum.com

venerdì 11 gennaio 2013

praeparatio ad missam

Preparazione e ringraziamento alla S. Messa
da parte del Sacerdote celebrante
 
            Nella vita del sacerdote la S. Messa quotidiana segna l’apice della sua giornata e del suo essere consacrato in Cristo per la Chiesa. L’intera esistenza sacerdotale dovrebbe essere scandita da due momenti solenni: la preparazione e il ringraziamento alla S. Messa. Quel prezioso suggerimento che S. Pier Giuliano Eymard dava a tutti i cristiani, di dividere la giornata in due parti: la prima parte per prepararsi all’Eucaristia e la seconda per ringraziare il Signore del suo grande dono, potrebbe diventare anche una regola spirituale del presbitero. Si tratta di vivere in vista della celebrazione eucaristica e nel rendimento di grazie al Padre per aver celebrato i misteri della nostra salvezza. Così la S. Messa segna quotidianamente il ritmo della vita sacerdotale, degli impegni pastorali, offrendo una misura altissima al ministero sacro: la ricerca, sopra ogni cosa, della santità della vita.
            Anzitutto prepararsi con la preghiera alla celebrazione della S. Messa. Le stesse preghiere recitate durante la liturgia offrono notevoli e preziosi spunti di meditazione per entrare nel mistero che si sta per compiere sull’altare. Al momento della presentazione delle offerte, che saranno trasformate, dalla potenza di Dio, nel Corpo e Sangue del Figlio, prima di recitare la preghiera sul calice, il sacerdote aggiunge poche gocce d’acqua al vino e prega rivolto a Dio, creatore e redentore dell’umana natura: «Per huius acquae et vini mysterium, eius divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostrae fieri dignatus est particeps». Il sacerdote prega perché, per il mistero dell’acqua, aggiunta simbolicamente al vino, possano essere partecipi della natura divina di colui che si è degnato di assumere la nostra natura umana. L’acqua significa la nostra umanità, assunta da Cristo nell’incarnazione, dal seno purissimo della Vergine Maria, mentre il vino è segno della natura divina del Figlio, consustanziale al Padre e allo Spirito Santo. Nella S. Messa, al momento offertoriale, il sacerdote, e per mezzo di lui tutto il popolo di Dio presente all’actio liturgica, prega di poter divenire consorte della natura divina di Cristo e così essere introdotto dal Figlio nel seno di Dio. Richiamando l’insegnamento della 2Pt 1,4: «divinae consortes naturae», il ministro supplica il Signore di poter partecipare al mistero dell’Incarnazione del Verbo, che ora nel suo sacrificio, ripresentato nel pane, che diventa Corpo, e nel vino, che diventa Sangue, si comunica agli uomini, rinnovando profondamente l’intera creazione e la loro stessa vita. Possiamo essere partecipi, nella nostra povera umanità, della sua divinità. Nella S. Messa si accede a questo divino consorzio: ciò che è fragile e umano viene assunto dal Verbo e trasformato in ciò che è perenne; in una parola, diventiamo partecipi dell’eternità, comunicando al mistero del Figlio di Dio. La vita del sacerdote diventa come quell’acqua infusa nel vino: è riofferta a Cristo, perché la assume nell’atto in cui si offre al Padre, per la santificazione del mondo.
            Prepararsi alla celebrazione del divino sacrificio, allora, significa meditare attentamente su quello che si sta per compiere: la mia vita sta per essere assunta da Cristo Sacerdote e con Lui divento strumento di trasformazione per il mondo; col Signore partecipo della vita divina che redime l’umanità. Questo richiede, nel ministro di Cristo, consapevolezza e cooperazione, offerta di sé. Con le oblate il sacerdote offre soprattutto se stesso, il suo corpo, la sua intera esistenza. È in ragione di questo mistica unione tra Cristo, il sacro ministro e tutti gli altri fedeli, che il sacerdote si prepara a divenire offerta viva, santa e gradita a Dio (cfr. Rm 12,1). Il sacerdote diventa, con Gesù, e rende possibile ciò anche ai fedeli, oblazione vivente, propriamente un «rationabile obsequium», che è il vero culto spirituale, che sale al Padre per mezzo del Figlio.
            Questo può risuonare nella giornata sacerdotale: mi offrirò in sacrificio col Signore. «Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue» indicherà la disposizione interiore del ministro ad essere uno con Cristo, unendo all’offerta del sacrificio il proprio corpo, se stesso, per la salvezza dei fratelli. Qui è il preludio di quello che l’Apocalisse definisce “le nozze mistiche dell’Agnello” (cf. Ap 19,9): ci si prepara a celebrare l’unione col Signore entrando già nella stanza interiore del suo mistero, del suo cuore. La mediazione sacerdotale, dal livello ministeriale deve passare a quello esistenziale, sì che questa dimensione completi quella, mostrando, nella propria carne, l’unione del Figlio con la sua Chiesa. Con questi sentimenti il sacerdote si prepara a salire all’altare di Dio. Il suo raccoglimento, infine, nell’indossare le sacre vesti, recitando le preghiere corrispondenti che ne spiegano l’intimo significato, fa sì che il ministro si rivesta completamente di Cristo, indossi la sua dolce Croce e si avvii all’altare.
            Mentre la preparazione alla S. Messa vuole accompagnare il ministro di Cristo ad entrare progressivamente nella stanza più interna del Gran Re (per usare un’espressione di S. Teresa d’Avila) il suo costato aperto sulla Croce, il ringraziamento, che segue all’azione liturgica, vuole essere l’omaggio della lode e dell’amore, che salgono al Padre per aver ripresentato il sacrificio memoriale del Figlio. Siamo al secondo grande aspetto della giornata sacerdotale, dell’esistenza sacerdotale. Ringraziamo Dio per l’offerta compiuta in persona del Figlio, a favore della Chiesa e dell’umanità da salvare. Abbiamo offerto il Signore. Il suo santo sacrificio, che fa nuove tutte le cose, è stato rinnovato per mezzo della nostra azione sacramentale. Un nuovo Fiat d’amore e d’obbedienza è salito a Dio per mezzo di Cristo, per mezzo del sacerdote, che nel Figlio dice al Padre: si compia la tua volontà di salvezza. Il sacerdote ha offerto Gesù e, come aveva preannunciato nella commistione dell’acqua e del vino, ha offerto anche se stesso, fino a divenire, nella comunione col sacrificio di Cristo una sola cosa con il Signore. La liturgia è viva nella misura in cui ci trasforma nel Signore. Ora, partecipi di Lui, siamo totalmente suoi. Le nozze dell’Agnello di Dio si sono compiute. Solo il silenzio e la preghiera possono permettere di entrare in questo mistero. Nuovamente con la preghiera della liturgia il sacerdote può ringraziare il Padre, per il dono del Figlio e per l’azione memoriale che ha celebrato. Dopo essersi comunicato e aver comunicato i fedeli, mentre è intento alla purificazione dei sacri vasi, la forma straordinaria del Rito romano fa pregare il sacerdote con queste parole: «Corpus tuum Domine, quod sumpsi, et Sanguis, quem potavi, adhaereat visceribus meis et praesta; ut in me non remaneat scelerum macula, quem pura et sancta refecerunt sacramenta». Si esprime, con accenti di elevata mistica, il desiderio che il Corpo del Signore e il suo Sangue aderiscano alle viscere del ministro, perché non rimanga in lui alcuna macchia, dopo essere stato reso puro e santo da quei divini misteri. Il sacerdote è diventato una sola cosa col Signore. Può veramente essere con Lui un solo spirito (cf. 1Cor 6,17), essendo diventato con Lui un solo corpo: il Corpo di Cristo lo trasforma in Lui, lo fa vivere di Lui.
            L’agere sacerdotale in persona Christi s’innesta nel vivere in Christo: è un consequenziale sbocco della vita consacrata del ministro. Ancora una volta la mediazione sacerdotale-sacramentale deve trasfondersi nella persona del ministro e nella sua intera esistenza, così da “vivere” in modo prolungato in persona Christi. Vivere di Lui perché si è mangiato di Lui (cf. Gv 6,57). «Questo è il mio corpo…» dovrà risuonare di un accento nuovo, dopo l’offerta sacramentale: questo mio corpo deve essere il Corpo di Cristo. Qui il sacro celibato ha tutto il suo nutrimento. Non si tratta solo di una sorta di “agevolazione pastorale”, di una libertà da una famiglia umana per dedicarsi ad una famiglia spirituale. Il sacerdote, dall’Eucaristia, attinge la vera misura del proprio essere celibe: agisce nella persona del suo Signore e perciò vive come il suo Signore; ne ripresenta il munus salvifico nella vita, così che chi vede il sacerdote possa vedere veramente Cristo Servo, il quale dona la sua vita in riscatto di molti.
            Inoltre, ringraziare Iddio dopo la S. Messa, con la preghiera personale, ritagliandosi un sufficiente spazio di dialogo e d’amore con il Signore glorificato, è davvero indispensabile: è il rendimento di grazie del sacerdote al Signore, come il Figlio rende grazie al Padre, nella S. Messa. Il ringraziamento prolunga il mistero dell’Eucaristia nella vita del sacerdote. La S. Messa infatti è propriamente un’azione memoriale sacrificale, in forma di ringraziamento al Padre. Il sacerdote, con la sua personale preghiera, ringrazia il Padre per quanto ha potuto compiere a favore di tutta la Chiesa. Questa preghiera diventa un sacrificio di lode, di adorazione, che nell’amore sale a Dio quale risposta sacerdotale all’offerta del Figlio. Così i frutti della S. Messa, soprattutto la carità e lo zelo pastorali, possono maturare nel sacerdote e trasformare tutta la sua vita in un ringraziamento al Padre per il Figlio nello Spirito Santo.
            Un grande letterato toscano, Domenico Giuliotti, che ha lasciato uno splendido commento spirituale alla S. Messa, così introduceva quest’augusto mistero, in cui diventiamo una sola cosa con Cristo: «Se offrissimo solo noi non offriremmo nulla; ma offriamo noi con Lui; innestiamo la nostra morte alla Sua Vita e diventiamo viventi. “Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo”. E noi mangiamo quel pane che uccide la morte. L’infinito penetra, così, nel finito; il finito si dilata, splendendo, nell’Infinito. Il Creatore, riabbassandosi, eucaristicamente, fino alla creatura, si dà a lei, celebra con essa le nozze» (Il ponte sul mondo, p. 10).
            In conclusione, nella preparazione alla S. Messa e poi nel successivo ringraziamento bisogna rivolgere un pensiero speciale alla Vergine Maria. Lei è la Vergine offerente al Tempio (cf. Lc 2,22,36) e poi in modo sommo e culminante, al Calvario, dove stava accanto al Figlio (cf. Gv 19,25-27), una con Lui. La Vergine Maria insegna al sacerdote a offrire all’altare la Vittima divina con sentimenti materni, a offrire il suo divino Figlio e se stessi con Gesù, proprio come fece lei. Per le mani immacolate di Maria – il sacerdote offre nel modo più degno Cristo, «ostia immacolata», e si offre in ringraziamento a Dio per la salvezza di tutti gli uomini.

P. Serafino M. Lanzetta, FI

giovedì 3 gennaio 2013

NOME DI GESU'

NOME DI GESU'



Per l' Ufficio di 12 Letture:

1 Dai Discorsi sul Cantico dei cantici di san Bernardo.
Sermones in cantica XV, 4-7 .  PL 183, 845-847
     So qual è il nome di cui leggiamo nel profeta Isaia: I miei servi saranno chiamati con un altro nome [Is 65,15-16]. Infatti chi vorrà essere benedetto nel paese, vorrà esserlo per il Dio fedele.
     O nome benedetto, sei olio sparso dovunque. Dove? Dal cielo sulla Giudea e da lì su tutta la terra; e in tutto il mondo la Chiesa esclama: Olio sparso è il tuo nome [Ct 1,3 Volgata]. Veramente sparso, perché non solo dilagò in cielo e sulla terra, ma irrorò anche gli inferi, a tal punto che nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami [Fil 2,10]: Olio sparso è il tuo nome [Ct 1,3 Volgata]. Ecco Cristo, ecco Gesù: infuso negli angeli e sparso sugli uomini, per salvare quelli che erano andati totalmente in putrefazione come bestie nel loro letame; egli, che salva uomini e bestie, in quanti modi ha moltiplicato la sua misericordia su di noi!

2      Quanto prezioso e quanto umile è questo nome! Umile, ma strumento di salvezza. Se non fosse stato umile, non si sarebbe lasciato spargere per me; se non fosse stato strumento di salvezza, non avrebbe potuto riscattarmi.
     Io sono partecipe del suo nome e lo sono anche della sua eredità. Sono cristiano, quindi fratello di Cristo. Se sono veramente quale son chiamato, sono erede di Dio, coerede di Cristo. Quale meraviglia, se è sparso il nome dello Sposo, dal momento che egli stesso è stato sparso? Egli infatti spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo [Fil 2,7]. E infine dice: Come acqua sono versato [Sal 21,15].
     La pienezza della Divinità abitando in forma umana sulla terra è stata sparsa, perché quanti siamo rivestiti di un corpo di morte fossimo ricolmi della sua pienezza e, fragranti del suo profumo di vita, esclamassimo: Olio sparso è il tuo nome [Ct 1,3 Volgata].

3  C'è senza dubbio una certa analogia tra l'olio e il nome dello Sposo, e non senza motivo lo Spirito Santo li ha accostati. C'è - dico - e consiste nella triplice funzione dell'olio: illumina, nutre, unge. Alimenta la fiamma, nutre il corpo, lenisce il dolore: è luce, cibo, medicina. Lo stesso possiamo dire del nome di Cristo Sposo: annunziato illumina, meditato nutre, invocato lenisce e unge.
     Donde pensi che si sia diffusa in tutto il mondo una sì grande e repentina luce di fede, se non dalla predicazione del nome di Gesù? Non è forse con la luce di questo nome che Dio ci chiamò all'ammirabile sua luce? Da lui illuminati, alla sua luce vediamo la luce [Cf Sal 35,10], al punto che Paolo giustamente dice: Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore [Ef 5,8].

4      All'apostolo Paolo fu ordinato di portare questo nome dinanzi ai re e alle genti, e agli stessi figli di Israele; ed egli lo portava come fiaccola che illuminava la patria, e andava gridando: La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno [Rm 13,12-13]. E a tutti mostrava la fiamma sul candelabro, annunziando in ogni luogo Gesù Crocifisso.
     Come brillò questa luce e come abbagliò gli occhi di tutti i presenti, quando, uscita come folgore dalla bocca di Pietro, consolidò le piante e le caviglie dello storpio e illuminò molti ciechi nello spirito! Davvero sparse fiamme quando disse: Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! [At 3,6].

    Non è solo luce il nome di Gesù, ma anche cibo. Non ti senti confortato ogni volta che affiora alla tua mente? Quale cosa nutre meglio lo spirito di colui che lo medita? Chi è che calma così il tumulto dei sensi, rinvigorisce le virtù, sviluppa le abitudini buone e oneste, e nutre i casti affetti? Arido è all'anima ogni cibo, se non è cosparso di quest’olio; insipido se non è condito con questo sale.
     Se scrivi, non mi sa di niente se non vi leggo Gesù. Se parli o predichi, non provo alcun gusto se non odo il nome di Gesù. Gesù è miele alla bocca, melodia all’orecchio, giubilo al cuore.
     Infine, questo nome è un farmaco. Qualcuno fra di noi è triste? Il nome di Gesù gli venga in cuore e da lì gli salga sul labbro. Appena esso splende si dissipano le nuvole, torna il sereno.

6      Qualcuno ha commesso una colpa grave e in preda alla disperazione corre verso la morte? Basterà che invochi il nome di vita e ritroverà il gusto di vivere.
     Di fronte a questo nome salvifico nessuno potrà mantenere la durezza di cuore abituale, la svogliatezza torpida, i rancori amari o il tedio che avvilisce mortalmente. Qualora la fonte delle lacrime si fosse inaridita, basterà invocare Gesù, perché subito essa riprenda a zampillare più dolce e abbondante. Chi nel pericolo è preso dal panico, se invoca questo nome potente, scaccia la paura, ritrova la fiducia. Chi, sballottato dal dubbio, non vedrà brillare fulminea la certezza invocando quel nome di luce? Non c'è nessuno che nell'ora della disgrazia, quando ormai sta per venir meno, non ritrovi il coraggio all'udire il nome che è aiuto.
     Queste sono le malattie dell'anima e questa è la medicina.
7     La Scrittura offre la prova di quanto fin qui si è affermato: Invocami nel giorno della sventura: - canta il salmo - ti salverò e tu mi darai gloria [Sal 49,15]. Nulla come l'invocazione del nome di Gesù smonta l'ira, sgonfia la superbia, cicatrizza le piaghe dell'invidia; arresta il flusso dell'impurità e spegne l’incendio delle passioni, estingue la sete dell'avarizia, placa ogni voglia malsana.
     Quando dico "Gesù", mi vedo davanti un uomo mite e umile di cuore, pieno di bontà, sobrio, casto, misericordioso, eccelso per giustizia e santità. Al tempo stesso, mi trovo alla presenza del Dio onnipotente, il quale con l'esempio mi guarisce e con l'aiuto mi fortifica.
     Tutto questo mi canta dentro appena risuona al mio orecchio il nome di Gesù. Come uomo egli mi offre uno stile di vita, come Dio mi sostenta. Gli esempi sono essenze preziose, il soccorso divino ne aumenta il valore. Confeziono così un farmaco che nessun medico non potrà mai offrirmi.

8     Anima mia, possiedi nel flacone di un solo vocabolo la medicina efficacissima per ogni tuo male: Gesù! Consérvatelo sempre in seno, a portata di mano, in modo che pensieri e atti siano senza sosta rivolti al Signore. Lui stesso ti invita: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, egli dice, come sigillo sul tuo braccio [Ct 8,6].
     Non mi dilungherò oltre: ormai hai il rimedio per sanare il tuo braccio e il tuo cuore. Sì, il nome di Gesù ti è dato per correggere le tue perversioni e perfezionare le tue incompletezze. In questo nome santissimo conserverai integri i sensi e gli affetti o li sanerai, se corrotti.

9 Dal vangelo secondo Matteo.
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù».

Dalle Prediche di san Tommaso da Villanova.
De Circumcisione Domini Concio, 7-9. Op. Omn., Mediolani, 1760, t.II, 110-112.
     Questo nome non fu stabilito dalla Madre, nemmeno dall'angelo, ma il Padre lo inventò e lo impose al proprio Figlio. E non lo chiamò giudice, vindice o custode, ma gli diede il nome di Salvatore. La Vergine ha generato Gesù, ma il nome glielo ha dato il Padre dei cieli. Il vangelo odierno sottolinea che ciò fu per volontà dello Spirito Santo: Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo, prima di essere concepito nel grembo della madre [Lc 2,21]. Il testo sacro non dice: Come era stato fissato dall'angelo, ma come era stato chiamato dall’angelo.
     L'aveva già profetizzato Isaia, dicendo: Ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà [Is 62,2]. Quasi a dire: il Signore fu il primo a trovare e imporre quel nome. Infatti Dio Padre sapeva molto bene con quale nome si dovesse chiamare il suo unico Figlio, quale nome fosse il più adeguato: appunto Gesù.
     Fa’ attenzione alla spiegazione dell’angelo, il quale specifica: Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.

10      Signore Gesù, questo tuo nome mi dà una fiducia sconfinata. Signore, sì, tu sei proprio Gesù. Riconosci il tuo nome, quello che il Padre ti ha imposto: sii Gesù per me. Io riconosco d’essere prigioniero, irretito nei lacci dei miei peccati, incatenato dalla mia cattiveria, stretto nei ferri della mia malvagità. Riconosco ciò che sono; anche tu, Gesù, riconosci ciò che sei.
     Di chi sei costituito il salvatore se non degli uomini perduti, dei prigionieri? Se non vi sono dei miseri, dei condannati da liberare, di chi sarai il Salvatore?  Se io ti ho rinnegato, tu però, Signore, sei fedele e non puoi rinnegare te stesso.
     Fratelli miei, correte, affrettatevi a gettarvi ai piedi del Salvatore! Non abbiate nessuna paura, avvicinatevi con piena fiducia. Tenete bene in mente che egli è stato chiamato Gesù. È il Salvatore e non può respingere chi ha bisogno di salvezza. Se uno si perde, non è perché ha peccato, ma perché osò rifiutare una salvezza tanto potente, abbondante, certissima.
     Abbiamo dunque fiducia, invochiamo il suo nome, perché chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato [At 2,21]. Ad una condizione, tuttavia: che lo invochiamo dal fondo di un cuore sincero.

11      Sei la verità, Signore, e non puoi contraddire il tuo nome. Come ti potresti chiamare Salvatore se non ti curassi di salvarci? Come ti potremmo dire misericordioso, se a chi ti chiede pietà tu infliggessi una condanna? In Dio non c'è finzione, non è possibile l'inganno. Il tuo nome, Signore, è la tua identità. Ti chiami Gesù perché sei Gesù.
     Peccatore, avvicinati a lui: come attesta il suo nome, egli ha la missione di salvare il suo popolo dai suoi peccati. Noi siamo corrotti, egli è colui che purifica i peccatori e santifica le anime. Perché tremare? Non c'è nessun accento aspro, nessuna nota amara, nessun tono terribile nel nome di Gesù. Egli è tutto tenerezza e mansuetudine. La Sposa del Cantico celebra il suo nome dicendolo profumo cosparso [Ct 1,3]. Balsamo quindi, non aceto; versato, non tenuto in serbo. Dolgono le piaghe dei peccati? La coscienza rimorde? Ti tormenta il ricordo delle colpe? Fatti vicino; prendi il profumo, cospargilo su di te e l'angoscia che ti sconvolge cesserà.

12       L'eccellenza e la dignità di questo nome si manifestano nella sua efficacia. Uno storpio giaceva presso la porta Bella. Ecco l'apostolo Pietro entrare di lì; egli disse allo sciancato: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava [At 3,6-8]. Che cosa è più potente o efficace di questo nome? All'udirlo i morti ritornano in vita, gli storpi camminano, i ciechi vedono e i malati sono guariti.
     Soppesa l'energia di questo nome. Considera i miracoli:  quelli più certi e strepitosi sono sempre stati compiuti nel nome di Gesù. Chi mai oserà pronunziare senza sacro timore un nome così santo e potente? Solo a udirlo gli angeli si inchinano, gli uomini si inginocchiano, tremano i demoni. Questo nome mette in fuga Satana, dissipa le tentazioni più violente, penetra i cieli e tutto ottiene. Ne è garante il Signore stesso che ha dichiarato: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà [Gv 16,23]. E anche: Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò [Gv 14,14].

 1 Dal "Discorso sulla sobrietà e la virtù" di Esichio Sinaita.
De temperantia et virtute,I,5;II,167;I,32;II,150; 1,42.62.96; 11,173.180.185.194; 1,29. PG 93,1481.1533.1491.1528.1493.1300 1509.1536.1537.1540.1541.1489.
L'attenzione (ossia la vigilanza) è l'esichia costante del cuore, libera da ogni pensiero; sempre e perennemente essa respira e invoca Cristo Gesù, Figlio di Dio e Dio: lui solo. Con lui si schiera coraggiosamente contro i nemici, affermando con fede che solo lui ha il potere di perdonare i peccati.
Mediante l'invocazione che sta abbracciata continuamente a Cristo, il solo che conosca i cuori nel segreto, l'anima cerca di nascondere con ogni mezzo agli uomini il proprio diletto e l'intimo travaglio: lo fa perché il maligno non trovi possibilità d'introdurre in lei di soppiatto la sua malizia e cancelli l'opera più bella fra tutte.
Farà naufragio facilmente un pilota stolto in tempo di procella se, dopo aver cacciato via i marinai e buttato remi e vele in mare, lui stesso dorme; ma più facilmente sarà travolta dai demoni un'anima che ha trascurato la vigilanza e l'invocazione del nome di Gesù Cristo, quando incominciano gli assalti.
 
2 Bisognerebbe fuggire l'eccessiva familiarità come veleno d'aspide ed evitare le molte conversazioni come serpenti e razza di vipere, poiché queste cose hanno la forza di stabilire l'anima nella completa dimenticanza del combattimento interiore. Purtroppo la fanno discendere dalla gioia eccelsa della purezza del cuore.
L'esecrabile dimenticanza si oppone all'attenzione come l'acqua al fuoco e di ora in ora le diviene nemica sempre più forte.
Infatti dalla dimenticanza perveniamo alla negligenza, dalla negligenza al disprezzo, all'indolenza e alla sconveniente concupiscenza. E così ci volgiamo di nuovo indietro come il cane al proprio vomito.
Fuggiamo dunque l'eccessiva confidenza come veleno di morte; mentre il cattivo possesso della dimenticanza e di ciò che ne consegue, si cura con la scrupolosa custodia dell'intelletto e la continua invocazione del Signore nostro Gesù Cristo. Senza di lui non possiamo far nulla (Cf Gv 15,5).
 
3 Quando avremo cominciato a governare l'attenzione dell'intelletto, cercheremo di armonizzare l'umiltà con la vigilanza e uniremo la preghiera alla confutazione del maligno. Allora cammineremo bene sulla via della conversione, mettendo ogni studio a spazzare, adornare e pulire la casa del nostro cuore dalla malignità con l'adorabile e santo nome di Gesù, come luce di lampada.
Ma se avremo fiducia solo nella nostra vigilanza o attenzione, ben presto spinti dai nemici ci volteremo indietro, cadremo ed essi, fraudolenti e astutissimi, ci atterreranno.
Verremo così ancora più impigliati dalle loro reti, cioè dai pensieri cattivi; o anche saremo sgozzati facilmente da loro, perché non abbiamo la forte spada del nome di Gesù Cristo.
Solo questa sacra spada, roteata molto saldamente, in un cuore solitario, sa radunarli e farli a pezzi, arderli e renderli oscuri, come fa il fuoco con la paglia.
Ma c'è di più: proprio in questa vittoria, il nome di Gesù diventa perfettamente sensibile e insegna al cuore sperimentato del lottatore che Dio in persona è il nostro aiuto: lui purifica il cuore da ogni immagine diabolica perché davanti a lui tutto cede e gli è sottomesso.
 
4 Gli inesperti sappiano anche questo: non possiamo in alcun modo vincere i nemici incorporei e invisibili, che vogliono il male e sono saggi nel danneggiare, veloci, leggeri ed esperti in guerra, dai tempi di Adamo fino ad oggi, poiché siamo esseri corporei, pesanti e piegati a terra col corpo e col pensiero; questo è possibile solo per mezzo della perpetua vigilanza dell'intelletto e dell'invocazione di Gesù Cristo, Dio e creatore nostro.
E per gli inesperti bastano la preghiera di Gesù e l'impulso a provare e conoscere il bene; per gli esperti, la pratica, la prova e il sollievo del bene sono il migliore costume e maestro.
In realtà, dall'esperienza noi apprendiamo il grande bene della continua invocazione del Signore Gesù contro i nemici spirituali qualora si voglia purificare il proprio cuore. E vedi come concorda l'esperienza con la testimonianza della Scrittura: Preparati all'incontro con il tuo Dio, o Israele (Am 4,12), dice Amos profeta. E anche l'Apostolo afferma: Pregate incessantemente (1 Ts 5, 17).
 
5 Dal ricordo e dalla invocazione continua del Signore nostro Gesù Cristo risulta uno stato divino nel nostro intelletto, se non trascuriamo la continua supplica interiore a lui e la stretta vigilanza con un impegno stabile.
Ma davvero, facciamo di avere sempre da compiere l'opera dell'invocazione di Gesù Cristo, nostro Signore, opera da ricominciare sempre senza posa. Gridiamo con cuore di fuoco così da ricevere in parte il santo nome di Gesù.
La continuità infatti è madre dell'abitudine, sia per la virtù sia per il vizio, e l'abitudine poi ha forza di natura.
E l'intelletto, giunto a tale stato, cerca i nemici, come un cane che va a caccia della lepre nella boscaglia. Ma il cane cerca la selvaggina per divorarla, e l'intelletto invece per annientare i nemici.
 
6 Con la preghiera continua il cielo della mente si conserva puro dalle nubi tenebrose, dai venti degli spiriti del male. E quando il cielo del cuore si conserva puro, non è possibile che non si accenda in esso la divina luce di Gesù.
Se invece siamo gonfi di vanagloria, di alterigia, di ostentazione, tentiamo di sollevarci verso ciò che è irraggiungibile e ci troviamo senza soccorso da parte di Gesù. Perché Cristo, esempio di umiltà, odia tali cose.
Dunque, se vuoi veramente coprire di vergogna le immaginazioni e vivere l'esichia, avendo un cuore vigilante con facilità, la preghiera di Gesù si unisca al tuo respiro; in pochi giorni vedrai questo verificarsi.
 
7 Con il cuore istruito nella sapienza, cerchiamo di vivere sempre, secondo il salmista, respirando di continuo Cristo Gesù, potenza e sapienza di Dio (1 Cor 1,24).
Se svigoriti da una qualche circostanza avversa, trascureremo l'attività spirituale, il mattino seguente di nuovo cingiamo bene i fianchi dell'intelletto, e ricominciamo ancora con forza l'opera, sapendo che non c’è possibilità di una difesa per noi che abbiamo conosciuto il bene se non lo facciamo.
Veramente beato colui che si è così congiunto nella mente alla preghiera di Gesù e lo invoca senza interruzione nel cuore, come l'aria è unita ai nostri corpi o come la fiamma alla cera. E il sole passando sopra la terra farà giorno, ma il santo e adorabile nome del Signore Gesù, risplendendo di continuo nella mente, genererà innumerevoli pensieri fulgidi come il sole.
 
8 Sii sempre occupato nel tuo cuore col pensiero umile e il ricordo della morte, il biasimo a te stesso, la confutazione del maligno e l'invocazione di Gesù Cristo. Se camminerai ogni giorno sobriamente con queste armi, per la via stretta ma lieta e gioiosa della mente, perverrai alla santa contemplazione degli eletti. Riceverai la luce dei profondi misteri da Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3), in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9).
Accanto a Gesù sentirai che lo Spirito santo ha invaso la tua anima; da lui riceve la luce l'intel-letto dell'uomo, per vedere a volto scoperto. Nessuno può dire "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo (1 Cor 12,3). Questo garantisce misticamente ciò che l'invocazione ricerca.
  
9 Dal vangelo secondo Matteo. 1,20b-23
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù".
 
Dalle Catechesi battesimali di san Cirillo di Gerusalemme.
Catecheses mystagogicae X,3-4.12-13.16.20. PG 33,661.665.677. 681.689.
Tu credi nell'unico Signore nostro Gesù, Figlio unigenito di Dio. Diciamo che Gesù Cristo è "unico", perché unica è la filiazione. Diciamo "unico", perché tu non abbia a distinguere in molti figli una realtà che ha molte denominazioni.
Egli è detto Porta (Gv 10,7), però il nome non ti deve far pensare a un oggetto di legno; si tratta invece di una porta spirituale, viva, che opera una cernita tra quelli che vi entrano.
E' detto Via (Gv 14,6): non però una via che con i piedi si calpesta, ma quella che conduce al Padre dei cieli.
E' detto Agnello (At 8,32; Is 53,7), ma non è irragionevole, perché con il suo prezioso sangue purifica dai peccati la terra; agnello che è condotto dal tosatore e sa far silenzio se occorre.
Agnello che è pure detto Pastore (Gv 10,11), poiché colui che affermò: Io sono il buon Pastore (Gv 10,11) è agnello a motivo della sua natura e pastore a causa della sua misericordiosa divinità.
Potremmo continuare elencando molti altri nomi; tuttavia, se essi sono numerosi, unico è il loro contenuto.
 
10 Unico è il Signore Gesù Cristo, e il suo nome ammirabile fu preannunziato indirettamente dai profeti. Dice Isaia: Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco-, ha con se la sua mercede (Is 62,11). Ora, Gesù in ebraico significa Salvatore; la grazia prof etica, prevedendo l'uccisione di lui da parte dei Giudei, nascose il suo nome, perché non fossero più pronti a insidiarlo qualora lo avessero conosciuto. Gesù invece ricevette il nome non da uomini ma - è evidente - da un angelo; e questi non venne di suo arbitrio, ma, inviato da Dio a Giuseppe, gli disse : Tu lo chiamerai Gesù. Dandone poi subitola motivazione, soggiunse: Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati (Mt 1,21).
 
11 Rifletti attentamente: se ancor prima di nascere aveva un popolo, vuol dire che egli esisteva già prima della nascita. Il Signore dal seno materno mi ha chiamato (Is 49,1), dice il profeta, sostituendosi a Cristo, appunto perché l'angelo doveva annunziare da parte di Dio che egli avrebbe avuto nome Gesù.
In ebraico Gesù significa Salvatore, mentre in greco vuol dire colui che risana. Davvero Cristo è il medico delle anime e dei corpi, colui che cura gli spiriti. Risana le pupille dei ciechi e dona luce agli intelletti; è medico degli zoppi visibili e conduce a penitenza i piedi dei peccatori, dicendo al paralitico: Non peccare più. E: Prendi il tuo lettuccio e cammina (Gv 5,14.8). Siccome il corpo era diventato paralitico per il peccato dell'anima, Cristo curò prima lo spirito, per ridare poi la salute anche alle membra.
Quindi, se uno giace ammalato spiritualmente per le sue colpe, ha il medico; e se uno ha ancora poca fede gli dica: Aiutami nella mia incredulità (Mc 9,24). E se uno è affetto da infermità fisiche, non si scoraggi, perché Cristo cura anche queste ferite; si accosti, riconoscendo che Gesù è il Signore.
Gli Ebrei ammettono infatti ch'egli è Gesù, ma poi negano che sia Cristo. Perciò l'Apostolo afferma: Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo ? (1 Gv 2,22).
 
12 Questo Gesù Cristo è colui che si presenta come il sommo sacerdote dei beni futuri che, per la magnificenza della sua divinità, rende anche noi partecipi del suo nome. I re della terra comunicano agli uomini il titolo della loro regalità. Gesù Cristo, invece, che è il Figlio di Dio, ci ha resi degni di essere chiamati cristiani.
Se uno prima non credeva, ora creda; se uno era già fedele, d'ora in poi progredisca nella fede e riconosca colui del quale porta il nome.
Sei detto cristiano: rispetta il tuo nome. Non avvenga mai che per colpa tua sia bestemmiato il Signore nostro Gesù, il Figlio di Dio. Piuttosto splendano le tue opere davanti agli uomini, perché vedendole, essi glorifichino il Padre che è nei cieli (Cf Mt 5,16).
A lui sia gloria ora e per i secoli eterni. Amen.

orazione    O Dio, nell'incarnazione del tuo Verbo hai posto fondamento all'opera della salvezza del genere umano: concedi la tua misericordia al popolo che la implora, perché tutti riconoscano che non c'è altro nome da invocare per essere salvati, se non quello del tuo unico Figlio. Egli è Dio,