Visualizzazione post con etichetta san tommaso moro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta san tommaso moro. Mostra tutti i post

giovedì 26 marzo 2015

Satana è “un assassino sin dal principio”

Omelia del Card. Burke in Inghilterra



Dall'originale inglese [qui]. Omelia del cardinale Raymond Leo Burke a Ramsgate il 9 marzo scorso, in occasione del Pontificale al trono - Feria II post Dom. Tertiam in Quadragesima, che è anche una stupenda catechesi con riferimenti inequivocabili all'ora presente.

Testo integrale
Messa votiva a Sant’Agostino, Vescovo, Apostolo dell’Inghilterra Santuario di Sant’Agostino
Chiesa cattolica di Ramsgate e Minster Ramsgate, Inghilterra - 9 marzo 2015
1 Tes 2, 2-9
Lc 10, 1-9

OMELIA

Sia lodato Gesù Cristo, ora e sempre. Amen.
È una grande grazia poter offrire il Santo Sacrificio della Messa nel Santuario di Sant’Agostino, Apostolo dell’Inghilterra, così vicino al luogo in cui egli arrivò, nel 597, insieme a una quarantina di monaci, per svolgere una missione affidatagli dal Romano Pontefice, Papa Gregorio Magno: la seconda evangelizzazione delle Isole Britanniche. Qui ci è data la diretta testimonianza dell’infaticabile attività di Cristo glorioso nella Sua Chiesa. Sant’Agostino e i suoi compagni, in modo analogo ai 72 discepoli del Vangelo, sono stati inviati dal Vicario di Cristo in terra per portare il Cristo, che è vivo nella Chiesa, in una terra lontana. Venerando la tomba di Sant’Agostino riceviamo la grazia dello zelo missionario, che si esprime pienamente e in modo perfetto nell’offerta della Santa Messa.

Le fonti storiche riportano che Papa San Gregorio Magno desiderava ardentemente portare la verità e l’amore di Cristo alla nazione inglese. Aveva visto molti giovani inglesi mandati a Roma come schiavi, e il suo cuore era pieno di compassione per loro e per i loro compatrioti. Sentiva nel suo cuore l’intenzione del Signore che esortò i settantadue discepoli ad andare in missione con queste parole:
La messe è molta, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. (1)

Così, egli chiese ai monaci del Monastero Romano di Sant’Andrea – da cui era stato chiamato per salire al Soglio di Pietro e di cui Sant’Agostino era il priore – di intraprendere il lungo e difficile viaggio in Inghilterra e predicare il Vangelo in un luogo a loro completamente sconosciuto. (2)

Possiamo immaginare che le sue istruzioni a Sant’Agostino e agli altri monaci siano state sostanzialmente le stesse che il Signore dette ai discepoli:
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: “Si è avvicinato a voi il regno di Dio”. (3)
Grazie a Dio, Sant’Agostino e i suoi compagni hanno compiuto la loro missione con obbedienza assoluta. L’integrità con cui essi hanno realizzato la loro opera sacerdotale è ben descritta dalle parole di San Paolo nell’Epistola odierna:
E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. (4)
Non hanno mai messo in discussione il fatto che la loro opera fosse quella del Cristo e non la propria. La misura del loro ministero era infatti solamente Cristo, la Sua verità e il Suo amore. Così, la loro predicazione del Vangelo e il loro amministrare i sacramenti ha portato frutto incessantemente, durante i secoli, nelle Isole Britanniche e ben al di là di esse.

Prosper Guéranger, nel suo commento alla festa di Sant’Agostino, riflette sui frutti durevoli della loro opera missionaria con queste parole:
E così, la nuova razza che abitò allora l’isola ricevette la fede come l’avevano ricevuta i Britanni precedentemente: dalle mani di un Papa; i monaci furono i loro maestri nella scienza della salvezza. La parola di Agostino e dei suoi compagni rese frutto in questo suolo privilegiato. Ovviamente, ci volle tempo prima che egli potesse istruire l’intera isola, ma né Roma né i Benedettini abbandonarono l’opera iniziata. I membri superstiti dell’antica cristianità britannica si unirono ai nuovi convertiti e l’Inghilterra meritò il suo appellativo plurisecolare di “Isola dei Santi”. (5)
Si pensi, per esempio, a illustri figure come quelle di Beda il Venerabile e di San Tommaso Becket.

Contemplando i santi che sono stati il frutto del ministero apostolico di Sant’Agostino e dei suoi compagni, ricordiamo anche quanti hanno sofferto fino a spargere il loro sangue per essere fedeli alla fede apostolica loro tramandata in linea ininterrotta a partire dagli apostoli e, in particolare, a partire da Papa San Gregorio Magno, eroico Successore di San Pietro, e da Sant’Agostino di Canterbury, illustre successore degli apostoli. In modo eminente, ricordiamo le figure di San Tommaso Moro e San Giovanni Fisher, che hanno aderito tenacemente alla tradizione della fede ricevuta dal Vicario di Cristo sulla terra in un’epoca in cui tanti tradivano e abbandonavano la fede apostolica. Nel suo processo del 1 luglio 1535, San Tommaso Moro rimase fermamente fedele alla viva Tradizione della Chiesa, che gli proibiva, in coscienza, di riconoscere Re Enrico VIII come Capo Supremo della Chiesa. Quando il Cancelliere lo riprese citandogli l’accettazione del titolo da parte di tanti vescovi e nobili della nazione, Tommaso Moro replicò: “Milord, per ogni vescovo che condivide la vostra opinione, io ho cento santi che stanno dalla mia parte; e a cambio del vostro parlamento – Dio solo sa di che sorta – io ho tutti i Concili Generali di mille anni di storia...”. (6) I martiri inglesi hanno preferito dare le loro vite in martirio piuttosto che rinunciare al loro tesoro più grande e duraturo, la vita del Cristo vivo per noi nella Sua santa Chiesa. Molti altri – siano essi santi canonizzati o eroi sconosciuti della fede – hanno professato con abnegazione e costanza la fede cattolica che è stata portata nelle Isole Britanniche da Sant’Agostino e dai suoi compagni.

Siamo sicuramente coscienti delle grandi sfide inerenti al vivere la fede apostolica ai nostri giorni. Certamente, Satana – che è “un assassino sin dal principio” e “il padre di ogni menzogna” (7) – non può sopportare che la verità e l’amore di Cristo risplendano nella Sua santa Chiesa. Non riposa mai dalla sua opera d’odio e d’inganno. Cerca sempre di corrompere la verità, la bellezza e la bontà che Cristo non cessa di infondere nelle nostre anime cristiane dal Suo glorioso Cuore trafitto. Le insinuanti confusioni e i gravi errori sulle verità più fondamentali, sulle realtà più belle e sul bene durevole della vita umana e del suo nucleo, la famiglia umana, così come ci viene dato da Dio, sono i tragici segni della presenza di Satana tra di noi. Quando osserviamo fino a che punto sia riuscito a corrompere una cultura un tempo cristiana e a spargere i semi della confusione e dell’errore persino all’interno della stessa Chiesa, possiamo facilmente spaventarci e scoraggiarci.

Ma, come Sant’Agostino e i suoi compagni sapevano ed hanno predicato, c’è un’altra presenza che sconfigge sempre Satana. È la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua santa Chiesa e – nel modo più pieno e perfetto – nel Santissimo Sacramento: la Sua Presenza Reale. Se aderiamo strettamente a Cristo, alla Sua verità e al Suo amore, anche di fronte alla persecuzione, la vittoria sul peccato, la vittoria della vita eterna sarà certamente nostra. Proprio Nostro Signore, quando ha collocato la Sua Chiesa sulle solide fondamenta dell’Ufficio Petrino, ci ha promesso che le forze del male non prevarranno contro di essa. (8) L’ultimo capitolo della storia della Chiesa è già scritto. È la storia della vittoria di Cristo, quando tornerà nella gloria per portare a termine la Sua opera di salvezza, per inaugurare “cieli nuovi e una terra nuova”. (9) Sta a noi scrivere i capitoli intermedi, insieme a Cristo e ai Suoi fedeli e generosi discepoli. Narreranno certamente la storia delle sofferenze per la verità e l’amore di Cristo, ma narreranno anche sempre la storia della grazia divina che opera in ogni anima cristiana, colmandola di gioia e pace anche di fronte a grandi sofferenze e alla stessa morte. Non ci lasciamo prendere dalla paura o dallo scoraggiamento, bensì rallegriamoci, insieme a San Paolo, di completare nella nostra epoca le sofferenze di Cristo per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo. (10)

Venendo in pellegrinaggio a questo tempio, non posso mancare di far notare l’esempio dell’architetto cattolico Augustus Welby Northmore Pugin, che ha progettato questa bella chiesa in cui è anche sepolto. Augustus Pugin venne attratto alla verità della fede cattolica dalle sue riflessioni sulla bellezza delle grandiose architetture delle chiese medievali, e cercò a sua volta di esprimere e ispirare, tramite la sua architettura, la nobiltà e la bellezza della cultura cristiana in un’epoca in cui i fondamenti cristiani della società erano già seriamente minacciati dal secolarismo radicale del pensiero del cosiddetto Illuminismo. Celebrando la Santa Messa in questa chiesa, che a giusto titolo può essere definita sua, rendiamo grazie a Dio per lui e per il grande tesoro della bellezza della fede che ci ha dato.

Cristo fa ora presente sacramentalmente il Suo Sacrificio sul Calvario. Cristo ci offre ora il grande frutto del Suo Sacrificio, che ha offerto in primo luogo agli apostoli nell’ultima cena e che Sant’Agostino ha introdotto in Inghilterra nel 597: il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Cristo, unico Salvatore del mondo. Mentre Cristo glorioso discende sull’altare di questo grande santuario, innalziamo i nostri cuori al Suo glorioso Cuore trafitto. Mentre Egli offre la Sua vita per noi nel Sacrificio Eucaristico, offriamo le nostre vite insieme a Lui come un’oblazione d’amore a Dio Padre per la salvezza di tutti i nostri fratelli e sorelle. Con la Vergine Maria, Maria dell’Annunciazione venerata come Nostra Signora di Walsingham su quest’amata isola, formiamo un solo cuore con il Cuore Eucaristico di Gesù. Nel Cuore di Gesù i nostri cuori troveranno il coraggio e al forza di rimanere fedeli alla fede apostolica, per la gloria di Dio e per la salvezza dell’Inghilterra e di tutto il mondo.

Cuore di Gesù, salvezza di quanti hanno fede in Te, abbi pietà di noi.
Nostra Signora di Walsingham, prega per noi.
San Giuseppe, Sposo di Maria e Padre Putativo di Gesù, prega per noi.
San Gregorio Magno, prega per noi.
Sant’Agostino, Apostolo dell’Inghilterra, prega per noi.

Raymond Leo Cardinal BURKE
______________________________

NOTE
1. Lc 10, 2.
2. Cfr. Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le temps pascal, Tome III, 19ème éd. (Tours, Maison Alfred Mame et Fils, 1925), p. 571. [Qui sotto citato come Guéranger]. Traduzione inglese: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Paschal Time, Book II, tr. Laurence Shepherd (Fitzwilliam, NH, Loreto Publications, 2000), p. 606. [Qui sotto citato come GuérangerEng]. 
3. Lc 10, 8-9.
4. 1 Tes 2, 3-4.
5. “Ainsi la nouvelle race qui peuplait cette île recevait à son tour la foi par les mains d’un pape : des moines étaient ses initiateurs à la doctrine du salut. La parole d’Augustin et de ses compagnons germa sur ce sol privilégié. Il lui fallut, sans doute, du temps pour étendre à l’île tout entière ; mais ni Rome, ni l’ordre monastique n’abandonnèrent l’œuvre commencée ; les débris de l’ancien christianisme breton finirent par s’unir aux nouvelles recrues, et l’Angleterre mérita d’être appelée longtemps l’île des saints.” Guéranger, p. 570. Traduzione inglese: GuérangerEng, p. 605.
6. A cura di Gerard B. Wegemer e Stephen W. Smith, A Thomas More Source Book, Washington, D.C., The Catholic University of America Press, 2004, p. 354.

7. Gv 8, 44.
8. Cfr. Mt 16, 18.
9. Ap 21, 1. Cfr. 2 Pt 3, 13.
10. Cfr. Col 1, 24-26.


Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio

mercoledì 3 dicembre 2014

papa Francesco e gli Ortodossi

Ortodossi: bei gesti, nessun vero passo avanti
di Antonio Livi

Gli echi di stampa a commento dell’incontro del Papa con il patriarca Bartolomeo a Istanbul hanno fatto sperare i cristiani sensibili alle esigenze dell’ecumenismo che ci sia stato un altro importante passo avanti in direzione della ricomposizione dell’unità tra tutti i credenti in Cristo. Ma, oltre ai commenti giornalistici, che hanno i loro insuperabili limiti intrinseci (vedi quanto ho scritto recentemente sul blog www.isoladipatmos.com), l’opinione pubblica cattolica ha diritto ad avere anche qualche commento rigorosamente teologico.

Il tema dell’ecumenismo è infatti facilmente strumentalizzabile da chi, più che la fede professata e vissuta dai cristiani, è interessato ai processi socio-politici connessi alle “relazioni esterne” tra la Chiesa Cattolica e le altre comunità cristiane. Mentre quella - la fede professata e vissuta dai cristiani  - richiede che il discorso sia sempre rapportata alla verità della rivelazione divina, queste – le “relazioni esterne” tra la Chiesa Cattolica e le altre comunità cristiane (in questo caso, il variegato mondo dell’Ortodossia) – possono essere presentate sotto il profilo dei buoni rapporti istituzionali tra le diverse autorità religiose della nostra Europa e del Vicino Oriente. E questo profilo, indubbiamente importante per i sociologi e gli analisti delle vicende geopolitiche dell’attualità, è di scarso interesse per un credente. 

Per di più, pochi, tra i lettori di giornali e tra i teleascoltatori hanno avuto modo di essere illuminati su che cosa sia davvero l’ecumenismo e a quali risultati si spera possa condurre. Gli stessi giornalisti confondono l’ecumenismo con il dialogo interreligioso, e la differenza non è da poco se ci si rivolge ai credenti. Infatti, mentre il dialogo interreligioso si può agganciare alla Scrittura soltanto nella sua forma “apostolica” (di evangelizzazione, di apostolato ad fidem), l’ecumenismo ha un rapporto testuale strettissimo con la rivelazione divina e pertanto con la fede professata e vissuta dai credenti di tutte le comunità cristiane. Essi sanno o dovrebbero sapere che Cristo stesso ha voluto che tutti coloro che credono in Lui siano “una sola cosa”, come Egli è una sola cosa con il Padre e con lo Spirito Santo. Per l’unità di tutti i credenti Cristo ha pregato il Padre e continua a operare con efficacia divina, per mezzo del suo Spirito, il quale ispira e dona la forza necessaria ai ministri della sua Chiesa. Tutto ciò è tato solennemente ricordato dal decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, del Vaticano II, e ogni fedele ne può leggere una sintesi chiara e aggiornata nel Catechismo della Chiesa Cattolica. 

In base a questa dottrina, già da secoli è sorto il cosiddetto “movimento ecumenico”, ad opera di cristiani cattolici e di cristiani acattolici, ossia appartenenti (per professione di fede) a quelle comunità cristiane che nei secoli passati si sono separate da Roma: gli ortodossi, i protestanti, gli anglicani. I motivi della separazione sono diversi, ma il principale è  il  rifiuto di accettare il “ministero petrino”, ossia il primato di giurisdizione del vescovo di Roma sugli altri vescovi. La rottura dell’unità dei cristiani si è verificata appunto nella forma dello “scisma”, ossia come disconoscimento della funzione che Cristo stesso ha affidato a Pietro, capo del collegio apostolico, allo scopo di garantire l’indefettibilità della Chiesa mediante il carisma dell’infallibilità nella custodia e nell’interpretazione della verità rivelata e il potere di santificare e di governare tutti i battezzati. 

Qual è la meta del movimento ecumenico? Contribuire, con gli studi teologici, la preghiera e il dialogo fraterno, a far sì che i cattolici e i fedeli delle altre comunità cristiane superino le divisioni, lo scisma. Ciò significa vivere e operare con l’intenzione di assecondare la volontà di Cristo, espressamente rivelata agli Apostoli e scritta nei Vangeli, il quale chiede ai cristiani di restare uniti o di superare le divisioni, storicamente prodotte, più che da equivoci dottrinali, dalle interferenze dei poteri politici nella vita delle comunità religiose. Il caso dello scisma anglicano, provocato nel Cinquecento dal rifiuto di Enrico VIII di riconoscere la giurisdizione del Papa sulle questioni canoniche che lo riguardavano, è paradigmatico.

San Tommaso Moro, primo ministro del re d’Inghilterra, preferì subire la decapitazione comminata da Enrico VIII piuttosto che riconoscere la legge da lui promulgata, secondo la quale la suprema giurisdizione sui cristiani in Inghilterra non era più del vescovo di Roma ma del re stesso, da allora capo della Chiesa cosiddetta “anglicana”. I documenti del processo che portò alla condanna  di sir Thomas More mostrano come le ragioni dell’umanista martire non fossero di natura politica ma di natura squisitamente teologica. La resistenza alla divisione non ha altro motivo spirituale che la fedeltà a Cristo e alla Chiesa come Lui la vuole. Così, l’impegno per ripristinare l’unità non può che far leva sulla fede e suoi veri fondamenti, mettendo da parte interessi temporali che alla pratica effettiva di tale fede possano opporsi.

Ora, l’incontro di papa Francesco con il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, non interessa tutto l’orizzonte dell’ecumenismo, ma solo quello più importante per la vita della Chiesa e che riguarda lo “scisma d’Oriente”, con la separazione delle “chiese autocefale” che hanno assunto la denominazione di “Ortodossia”, ritenendo che la vera fede cristiana si sia persa in Occidente con i concili ecumenici dell’epoca moderna, dopo quello di Firenze. E l’incontro di papa Francesco con il patriarca di Costantinopoli non riguarda nemmeno tutte il mondo dell’Ortodossia, perché il patriarca di Costantinopoli non rappresenta tutti gli ortodossi e tanto meno quelli che fanno capo al patriarca di Mosca.

Si tratta comunque di un gesto di rispetto e di amicizia tra istituzioni che è stato giustamente esaltato come un “passo avanti” perché ha un grande valore  simbolico – e si sa che nei rapporti tra istituzioni i messaggi pubblici passano anche attraverso gesti simbolici. Del resto, si tratta di un gesto che fa seguito a tanti altri che in precedenza sono stati prodotti dal beato Paolo VI, da san Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Nel frattempo, il lavoro dei teologi, i quali debbono superare le incomprensioni che l’Ortodossia nutre nei riguardi del primato del vescovo di Roma, continua lentamente, senza per ora aver raggiunto risultati sostanziali.

Chi tra i commentatori cattolici è animato da buone intenzioni ma non ha le idee chiare sugli scopi dell’ecumenismo, pensa che sarebbe ora di abbandonare il lavoro dei teologi e risolvere i problemi “pragmaticamente”, cioè con l’esibizione di “buoni sentimenti” e con suggestive scene di amicizia fraterna davanti alle telecamere. Pia illusione: mettere da parte il dogma – il cui rifiuto è stato all’origine dello scisma – non porterebbe mai a ricomporre l’unità dei cristiani con una sola  professione di fede. Perché la fede cristiana è un corpo unico di dottrina rivelata, e i suoi elementi essenziali (che si chiamano “articuli fidei”, per dire appunto le articolazioni, ossia le membra di un unico corpo) non possono essere separati uno dall’altro o uno dall’insieme.

La dottrina sullo Spirito Santo, che la Chiesa di Roma introdusse nel Simbolo Niceno-costantinopolitano mille anni or sono, riguardava il dogma trinitario, e su questo dogma iniziò a formarsi il dissenso teologico – motivato certamente da incomprensioni e fraintendimenti - che portò allo scisma d’Oriente. Il riavvicinamento tra la Chiesa d’Oriente (di lingua greca) quella di Occidente (di lingua latina) fu poi possibile, anche se provvisoriamente, solo sulla base di chiarimenti dottrinali sulla differenza tra dogma e interpretazioni teologiche, come ho avuto occasione di spiegare in un convegno teologico sul “Filioque” svoltosi recentemente preso l’Ateneo Pontifico Regina Apostolorum. I gesti esteriori di amicizia e l’esibizione di buoni sentimenti non risolvono alcun problema se servono soltanto a mettere da parte le questioni dogmatiche.

Ciò vale anche per la questione del primato, anch’essa di natura dogmatica. Non si può progredire sulla strada della ricomposizione dell’unità con gli ortodossi se non si rende accettabile – non con il cedimento sul dogma ma con l’intesa sulla sua possibile interpretazione teologica e sui possibili adattamenti alle necessità della multiforme prassi ecclesiale – il dogma del ministero del vescovo di Roma, che comprende le prerogative volute da Cristo proprio per l’unità della Chiesa, come è stato definito dal magistero ecclesiastico, dal Concilio Vaticano I (vedi la costituzione dogmatica Pastor Aeternus) fino al Concilio Vaticano II incluso (vedi la costituzione dogmatica Lumen gentium).

Ecco allora come “vedere”, da cattolici, l’evento recente di Istanbul. Ci dobbiamo compiacere del fatto che il patriarca Bartolomeo abbia  ricevuto con gesti di cordialità e di rispetto il capo della Chiesa Cattolica. Ma, a parte i gesti, le sue parole non segnano alcun progresso reale nell’intesa sul dogma. Egli infatti ha detto che la visita del vescovo di Roma fa ben sperare «che l’avvicinamento delle nostre due grandi antiche Chiese continuerà a edificarsi sulle solide fondamenta della nostra comune tradizione, la quale da sempre rispettava e riconosceva nel corpo della Chiesa un primato di amore, di onore e di servizio, nel quadro della sinodalità, affinché con una sola bocca ed un sol cuore si confessi il Dio Trino e si effonda il suo amore nel mondo».

Come si vede, il primato, secondo Bartolomeo, non va attribuito dai cristiani al vescovo di Roma ma al corpo della Chiesa, ossia all’insieme di tutti i vescovi (“sinodalità”). Poi Bartolomeo, riferendosi al campo ortodosso, ha aggiunto che “la divina provvidenza attraverso l’ordine costituito dai santi concili ecumenici, ha assegnato la responsabilità del coordinamento e della espressione della omofonia delle santissime Chiese ortodosse locali” proprio al patriarca ecumenico di Costantinopoli, cioè a lui stesso. Già questo “coordinamento” non assomiglia per nulla a una funzione primaziale, e poi non riguarda tutta la Chiesa ma solo gli ortodossi.

Da parte sua, nemmeno papa Francesco ha potuto affrontare la questione cruciale ma si è accontentato di ricordare che «la Chiesa cattolica riconosce che le Chiese ortodosse hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli». Poi ha auspicato la futura realizzazione di accordi istituzionali che portino al ristabilimento della piena comunione, la quale – ha detto per rassicurare gli ortodossi - «non significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno. […]. Per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze». Ben sapendo che la fede comune non si dà senza la comune accettazione dei medesimi dogmi.

A torto quindi molti commentatori, come quelli di Vatican Insider, hanno scritto che “per l’attuale successore di Pietro il ripristino della piena comunione tra cristiani cattolici e ortodossi sarebbe possibile già ora, senza porre ai fratelli ortodossi pre-condizioni di carattere teologico o giurisdizionale”. Dico “a torto” perché la giurisdizione del vescovo di Roma deriva direttamente, nei suoi elementi essenziali, dal dogma; questi commentatori, ripetendo gli slogan di Enzo Bianchi,  fingono di ignorare che l’accantonamento del dogma sarebbe per i cattolici un peccato contro la fede, e agli occhi degli ortodossi, così attaccati alla tradizione dogmatica dei primi Concili ecumenici, apparirebbe come un miserabile espediente politico dei “latini” per dissimulare le loro vere intenzioni.    

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ortodossi-bei-gesti-nessun-vero-passo-avanti-11101.htm#.VH2QrcA4yGI.facebook

martedì 4 marzo 2014

martimonio indissolubile

Il sangue versato 

per l’indissolubilità del matrimonio




San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro

di Cristiana de Magistris

“ilconciliovaticanosecondo.it”




Anche l’indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: “Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule”. 

San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”.

In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l’indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d’Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino.

La questione dell’indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d’Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d’Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521,  il titolo di “defensor fidei” per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l’eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.

Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina  e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”, incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.

Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d’Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l’atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: “Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita”.

Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: “Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C’erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c’era crimine più adatto dell’adulterio che potesse causare lo spargimento di sangue dell’amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia”. A quel tempo, il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato. Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e crudele deliberazione.

Giovanni Fisher scrisse diversi libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l’ira del re – indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la verità.

La situazione, intanto, lungi dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali, non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza all’autorità del re che finì col proclamarsi “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”, atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei vescovi con quella che è passata alla storia come la “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran cancelliere d’Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534, attraverso il cosiddetto “Atto di Supremazia”, si proclamò “capo supremo sulla terra della Chiesa d’Inghilterra”.

Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religioso tranne uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra, dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro.

Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile 1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l’organizzazione d’una chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i presuli ad essere uniti “nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo” piuttosto che nel promuoverla. Fu quella l’occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli nell’episcopato: “La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla!”.

Il 7 maggio il re inviò uno dei suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso. Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che “secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. Enrico non aveva bisogno d’ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa, Enrico VIII, alludendo all’imminente decapitazione del Santo, disse che il Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe trovato più la testa su cui posarsi. 

La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra: la sua testa rimase esposta all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Tommaso Moro, che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l’annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina.

Prima di morire, mentre nella torre di Londra Fisher meditava sull’incredibile cambiamento di scena avvenuto in Inghilterra negli ultimi 10 anni. “Guai a noi – scrisse nel suo libro sulla necessità della preghiera – che siamo nati in questi tempi maledetti, tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo zelo per la gloria di Dio [... ] sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce spendente della vita è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare come lucerne in tutto il mondo […]. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si perdono”. Queste parole erano indirizzate anzitutto ai vescovi che, mancando gravemente al loro dovere di pascere il gregge di Cristo, invece di opporsi, con l’esempio e la predicazione, alla tirannia di Enrico, avevano tristemente cooperato all’apostasia con il loro silenzio colpevole.

San Tommaso Moro, nella stessa prigione e nel medesimo tempo, scriveva il suo “De tristitia Christi”, la sua opera sull’infinito amore e l’inesausta misericordia di Dio. Anche lui, riflettendo sull’apostasia dei vescovi inglesi, scriveva: “Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e abbandona l’imbarcazione alle onde – se un vescovo agisce in questo modo, io non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi, la considero assai peggiore poiché tale tristezza in questioni religiose sembra derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio”.

Giovanni Fisher e Tommaso More furono giustiziati e, cogliendo la palma d’un glorioso martirio, volarono dalla prigione terrena ai gaudi dell’eterna beatitudine. Con san Giovanni Battista, essi sono i martiri dell’indissolubilità del matrimonio come non mancò di affermare Pio XI in occasione della loro canonizzazione: essi morirono perché non desistettero di “illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio”.

Ma quale fu la sorte di Enrico VIII dopo il suo divorzio da Caterina d’Aragona?  Il re “sposò” Anna Bolena che, tre anni dopo, egli stesso fece giustiziare con l’accusa di alto tradimento, incesto e adulterio. Il giorno dopo l’esecuzione, il re “sposò” Jane Seymour, che morì nel 1537, un anno dopo, per complicazioni sopravvenute nel dare alla luce l’unico erede maschio alla corona, Edoardo VI. Enrico sposò allora, nel 1540, Anna di Cleves da cui divorziò pochi mesi dopo per sposare Caterina Howard, anch’essa fatta giustiziare dal re, nel 1542. L’ultima moglie fu Caterina Parr, che scampò alla morte perché questa colse prima Enrico, nel 1547.

Durante il suo ultimo connubio, il corpo di Enrico VIII, obeso, iniziò ad essere coperto di ulcere purulente. Morì all’età di 55 anni, nel 1547. Le sue ultime parole furono: “Monaci, monaci, monaci”, che probabilmente manifestavano il suo rimorso per aver espulso tanti monaci dai loro monasteri ed usato i loro beni per le sue guerre.

Un frate francescano gli aveva predetto che, come accadde al re Acab che fu maledetto da Dio, anche il suo sangue, dopo la morte, sarebbe stato leccato da cani. E così avvenne. Dalla bara di Enrico VIII fuoriuscì del liquido che subito divenne la bevanda di un cane.

A questa macabra fine si aggiunge un fatto storico degno di nota. Enrico VIII aveva giustificato il suo divorzio da Caterina col pretesto di voler dare un discendente maschio alla corona inglese. Ma, nonostante i suoi 5 successivi “matrimoni”, il re – morto l’unico erede maschio a meno di 18 anni – non riuscì a perpetuare la dinastia dei Tudor che, infatti, terminò con Elisabetta I, la quale, rimasta nubile, fece sì che la corona passasse agli Stuart. A chiudere la dinastia dei Tudor fu dunque l’unica figlia di Anna Bolena, colei che Enrico – divorziando da Caterina – aveva sposato per assicurare la discendenza alla corona.

Lo scisma anglicano è fondato su un divorzio. Se l’indissolubilità del matrimonio venisse negata, occorrerebbe per logica revocare la scomunica di Enrico VIII e a tutta la chiesa anglicana da lui fondata. Ma rimarrebbe il sangue dei martiri di quell’indissolubilità a testimoniare che il matrimonio è di diritto divino e  nessuno, neppure “la Chiesa ha su di esso alcun potere”  ..

I Vescovi inglesi del XVI secolo mancarono gravemente al loro dovere per quella pusillanimità di cui spesso si macchiano gli uomini di Chiesa. Lo scisma della Chiesa inglese fu dovuto non tanto alla forza malvagia di Enrico VIII quanto alla loro desistenza, solennemente manifestata con l’inglorioso Atto di “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532.

L’indissolubilità del matrimonio è nell’ora attuale al centro di un acceso dibattito. Memori di ciò che avvenne nel XVI secolo in Inghilterra, non ci stupiremo di trovare nella Chiesa vescovi pavidi e pronti alla resa. Confidiamo che la divina Provvidenza susciti miracolosamente anime generose, pronte a difendere i diritti di Dio, vescovi e laici emuli di san Giovanni Fisher e Tommaso Moro. Ma soprattutto speriamo che, nello scenario decadente che è sotto i nostri occhi, non ci tocchi la cattiva sorta di trovare nelle gerarchie ecclesiastiche qualche novello Erode o Enrico VIII: quod Deus avertat!

 Fonte: ilconciliovaticanosecondo.it

domenica 25 marzo 2012

san tommaso moro


LE BEATITUDINI

(s. Tommaso Moro)




Beati quelli che sanno ridere di se stessi,
perché non finiranno mai di divertirsi.
Beati quelli che sanno distinguere una montagna da un ciottolo,
perché eviteranno molti fastidi.
Beati quelli che sanno riposare e dormire senza trovare scuse:
diventeranno saggi.
Beati quelli che sanno ascoltare e tacere:
impareranno cose nuove.
Beati quelli che sono abbastanza intelligenti per non prendersi sul serio:
saranno apprezzati dai loro vicini.
Beati quelli che sono attenti alle esigenze degli altri, senza sentirsi indispensabili:
saranno dispensatori di gioia.
Beati sarete voi se saprete guardare seriamente le cose piccole e tranquillamente le cose importanti:
andrete lontano nella vita.
Beati voi se saprete apprezzare un sorriso e dimenticare uno sgarbo:
il vostro cammino sarà pieno di sole.
Beati voi se saprete interpretare sempre con benevolenza gli atteggiamenti degli altri,
anche contro le apparenze:
sarete presi per ingenui, ma questo è il prezzo della Carità.
Beati quelli che pensano prima di agire e che pregano prima di pensare:
eviteranno tante stupidaggini.
Beati soprattutto voi che saprete riconoscere il Signore in tutti coloro che vi incontrano:
avrete trovato la vera luce e la vera sapienza.
San Tommaso Moro

Ecco il modo nel quale questo grande santo riuscì a spiegare ai ragazzi il significato delle Beatitudini, attingendo alla loro vita quotidiana. I doni di Dio non solo li abbiamo per restituirglieli, ma anche con i frutti. :)