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domenica 10 aprile 2016

difesa del maschilismo

Apologia del maschilismo
     
maschilismo
 
 
di Gabriele Colosimo
 
Voglio dirlo subito: titolo e foto sono volutamente provocatori. Spero che la provocazione possa aiutare a far arrivare questo breve articolo anche a chi ha poco chiari i ruoli all’interno della famiglia, dal momento che assistiamo ad una sempre più martellante propaganda a favore delle stesse battaglie che hanno pian piano costruito la società dei gessetti.
 
La foto qui sopra è un chiarissimo esempio della disonestà intellettuale che caratterizza i detrattori dell’ordine naturale, com’è stato creato da Dio.

Abbiamo un uomo in sovrappeso sul divano, con indosso una maglietta di Star Wars, la nota saga di film di fantascienza, che tiene al guinzaglio una donna che stira in abiti succinti e che non sembra particolarmente contenta del trattamento (e vorrei vedere…).
 
Appare chiarissimo il riferimento alla “società patriarcale”, così come viene definita dall’attivismo LGBT, in cui la donna non sarebbe altro che la schiava del marito, il quale, a sentir loro, avrebbe diritto di vita e di morte sulla povera malcapitata. Probabilmente a forza di far entrare maomettani devono aver fatto un po’ di confusione.
 
Mi rendo conto che l’espressione “le mogli siano sottomesse ai mariti” in tempi di grave decadenza morale possa essere intesa come un’umiliazione quotidiana delle povere spose, o, peggio ancora, come un’oppressione psicologica e fisica, una sorta di continuo assoggettamento quotidiano, per intendersi.
Il matrimonio cristiano non è questo. Iniziamo con la citazione completa: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa.” (Ef 5,22)
 
Qualcuno sano di mente potrebbe mai pensare che la Chiesa debba essere sottomessa a Cristo nel modo in cui Nostro Signore la umilia o la opprime? E’ per questo che giudico particolarmente disoneste le congetture dei “progressisti” della famiglia. Perché nulla di ciò che dicono sta in piedi. Può starci esclusivamente con una citazione parziale e male interpretata, snaturando quella sana sottomissione che è nell’ordine naturale. Quanto affermano non somiglia neanche a quanto richiesto agli sposi nel matrimonio sacramentale. E non è nulla che abbia minimamente a che fare con quel lume che è stata la civiltà cristiana.
 
Voglio citare Chesterton per far comprendere dove si insidia il cortocircuito del femminismo e dell’emancipazione femminile in genere, lo scrittore disse: “Il femminismo è mescolato con l’idea confusa per cui le donne sono libere quando servono il datore di lavoro, ma schiave quando aiutano i mariti.”
Per le femministe sono desiderabili i compromessi lavorativi, la sottomissione (questa sì nel senso deteriore del termine) all’imprenditore o al capetto di turno, è desiderabile che educhino i figli dopo otto ore passate in ufficio. Anzi, non solo va bene, ma la chiamano realizzazione! E’ qui l’errore grave.
 
Mentre scrivo queste parole penso alle donne sposate con figli che ho conosciuto in ambienti lavorativi. Credo che nessuno abbia difficoltà a credermi se dico che il denominatore comune tra loro non era esattamente la realizzazione personale.
 
Il femminismo che magari professavano a 20 anni, immaginandosi in un grattacielo di Manhattan a impartire ordini e a guadagnare uno sproposito, a 40 anni si è trasformato in lamentele e occhiaie. Forse la statistica che espongo è falsata, perché basata quasi solo sulla mia esperienza personale, ma stranamente nelle pause di lavoro la totalità  delle donne di mezza età con figli che ho conosciuto ha più volte lasciato trasparire che si trovava lì più per necessità che altro e che se ne starebbero volentieri a casa a educare i figli.
 
Non pretendo, con la mia esperienza, di entrare nelle intenzioni di tutte le donne con figli che lavorano, ma non posso non tenerne conto. Quantomeno lasciatemi giudicare assurda la logica per cui sollevare la donna, dove possibile, dagli oneri lavorativi per farla dedicare all’educazione dei figli sia da bigottosauri medievali maschilisti.
 
 
Concludo lasciando al Catechismo Maggiore di San Pio X la risposta a qualunque accusa contro la nostra santa religione e contro l’ordine voluto da Dio:
413.  Che doveri hanno gli sposi?
Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente, di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali, e di educare bene i figliuoli, curandone l’anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione (cattolica) e alla virtù con la parola e con l’esempio. 
I. Preparazione al matrimonio. Chi ancora non sa a quale via il Signore lo abbia predestinato, deve cercare di conoscere la divina volontà e pregare assiduamente e umilmente, consigliarsi e studiare la propria vocazione. Nel caso che non si senta chiamato a uno stato più perfetto, sacerdozio, vita religiosa, o istituto secolare, si prepari allo stato coniugale. Chi si prepara al matrimonio deve prima di tutto pregare per giungere casto e ricco di grazia all’altare, e fare di tutto per conservare le sue forze per la futura famiglia. Preghi Dio che gli faccia trovare il compagno o la compagna degna, con cui dovrà convivere santamente e formare una buona famiglia cristiana. Nella scelta del fidanzato o della fidanzata i giovani non devono lasciarsi guidare né dal capriccio né dalla passione passeggera, che li attira verso i piaceri puramente animaleschi o li spinge a cercare soltanto l’interesse materiale e il denaro. Durante il fidanzamento i giovani devono cercare di conoscersi a vicenda, comprendersi, imparare a sopportarsi e aiutarsi, preparandosi nella preghiera, nel mutuo rispetto, nell’unità dello spirito e della carità soprannaturale, a formare una sola carne e una famiglia cristiana. Prima di celebrare il matrimonio ricevano devotamente i sacramenti della Penitenza e della Comunione, e vadano all’altare di Dio animati da viva fede, profonda devozione e retta intenzione. 
II. Doveri degli sposi.  
1) Gli sposi hanno il dovere di convivere santamente. senza imitare quei coniugi che nelle nozze cercano soltanto la soddisfazione di se stessi o l’interesse materiale; che tradiscono l’unità e l’indissolubilità del sacramento; che vogliono solo i piaceri evitando i pesi, specialmente dei figli.  
2) … di aiutarsi con affetto costante nelle necessità spirituali e temporali. Dall’amore nato spontaneo nei cuori e reso sacro ai piedi dell’altare con la benedizione di Dio: deve nascere il rispetto e l’aiuto reciproco tra i coniugi. Il marito deve provvedere alla moglie quanto le è necessario per il vitto, il vestito e l’abitazione; deve trattarla non come una serva, ma come la compagna della sua vita e la madre dei suoi figli, usando con lei delicatezza amorosa, specialmente nei periodi della maternità. A sua volta la moglie deve amare il marito, rispettarlo come capo della famiglia e padre dei suoi figli, obbedirlo, aiutarlo, custodire la casa come un santuario, facendo in modo che lo sposo trovi la maggior felicità e attrattiva tra le mura domestiche, dandosi con generosità e sacrificio. 
3)  … e di educare bene i figliuoli, curandone l’anima non meno del corpo, e formandoli anzitutto alla religione e alla virtù con la parola e con l’esempio. Il Sommo Pontefice Pio XI, nell’Enciclica «Della cristiana educazione della gioventù» (31 dicembre 1931) insegna che spetta prima di tutto ai genitori l’educazione naturale dei figli e alla Chiesa l’educazione soprannaturale. Lo stato non può né deve contrastare i doveri dei genitori e della Chiesa, né tanto meno impartire la cosiddetta educazione «laica», che in realtà è irreligiosa. E’ suo compito aiutare i genitori e la Chiesa nell’educazione della gioventù. I genitori devono non solo insegnare i primi elementi della scienza ai figli e avviarli agli studi, al lavoro e all’esercizio di un’onesta e decorosa professione; ma devono instradarli sulla via della pietà cristiana e della fede, facendone dei buoni cittadini e soprattutto dei buoni cristiani, servendosi per questo dell’aiuto dello stato e della Chiesa. Per l’educazione dei figli ha certamente molta efficacia la parola che esorta, consiglia, comanda, rimprovera, punisce: ma molto più efficaci sono l’esempio di una vita laboriosa e onesta e la pratica integrale della vita cristiana. Senza il buon esempio tutte le fatiche e tutti i discorsi saranno sprecati.

http://www.radiospada.org/2016/03/apologia-del-maschilismo/ 

martedì 22 settembre 2015

Magistero vero

Magistero dimenticato LA CHIESA HA LA MISSIONE D'INSEGNARE L'OSSERVANZA DEI PRECETTI E DI ESORTARE ALLA PRATICA DEI CONSIGLI EVANGELICI

"E guai a chiunque insegnasse il contrario, portando nella società il disordine e la confusione" precisò san Pio X

La vostra presenza, o figli diletti, Ci ricolma di grande letizia, perché se in ogni parte del mondo cattolico si commemora la ricorrenza sedici volte centenaria del riconoscimento e della tutela della libertà, che Gesù Cristo ha dato alla sua Chiesa, era ben giusto che a dar prova della loro esultanza e della loro devozione alla Cattedra di Pietro fossero fra i primi i non degeneri figli di coloro, che primi gustarono i frutti dell’ Editto salutare. 

Facciamo pertanto con voi i Nostri rallegramenti, perché con questo atto dimostrate lo spirito da cui siete animati e il voto vostro che ritorni quel tempo in cui era concesso alla Chiesa di poter godere quella libertà, che le è necessaria per esercitare fruttuosamente il suo ministero a bene delle anime e della società. Perché è ben doloroso che, mentre ringraziamo la divina Provvidenza per aver chiamato Costantino dalle tenebre del paganesimo onde erigesse templi ed altari a quella Religione, che i suoi predecessori per tre secoli tentarono sterminare; restituisse ai cristiani i beni usurpati, e desse al cristianesimo piena libertà religiosa: noi in tanto vantato progresso di civiltà e in tanta luce di scienza dobbiamo per la Chiesa reclamare indarno anche dai Governi cristiani quella libertà, che essi medesimi riconoscono, o dovrebbero riconoscere, necessaria allo svolgimento della sua azione soprannaturale sulla terra.

La Chiesa, questa grande società religiosa degli uomini, che vivono nella stessa fede e nello stesso amore sotto la guida suprema del Romano Pontefice, ha uno scopo superiore e ben distinto da quello delle società civili, che tendono a raggiungere quaggiù il benessere temporale, mentre essa ha di mira la perfezione delle anime per l’eternità. La Chiesa è un regno, che non conosce altro padrone che Dio ed ha una missione tanto alta. che sorpassa ogni limite, e forma di tutti i popoli d’ogni lingua e d’ogni nazione una sola famiglia; non si può quindi nemmeno supporre che il regno delle anime sia soggetto a quello dei corpi, che l’eternità divenga strumento del tempo, che Dio stesso divenga schiavo dell’uomo.

Gesù Cristo infatti, il Figlio eterno del Padre, cui fu dato ogni potere in cielo ed in terra, ha imposto ai primi ministri della Chiesa, gli Apostoli, questa missione : come mandò me il Padre, anch’io mando voi (IOAN. XX, 21). – Andate dunque; istruite tutte le genti, battezzandole nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnando loro di osservare tutto quello che vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi sino alla consumazione dei secoli (MATTH. XXVIII, 19-20).

Dunque la Chiesa ha da Dio stesso la missione d’insegnare, e la sua parola deve pervenire alla conoscenza di tutti senza ostacoli che la arrestino, e senza imposizioni che la frenino. Poiché non disse Cristo : la vostra parola sia rivolta ai poveri, agli ignoranti, alle turbe ; ma a tutti senza distinzione, perché voi nell’ordine spirituale siete superiori a tutte le sovranità della terra. La Chiesa ha la missione di governare le anime e di amministrare i Sacramenti; e quindi, come nessun altro per nessun motivo può pretendere di penetrare nel Santuario, essa ha il dovere d’insorgere contro chiunque con arbitrarie ingerenze o ingiuste usurpazioni pretenda di invadere il suo campo. La Chiesa ha la missione d’insegnare l’osservanza dei precetti e di esortare alla pratica dei consigli evangelici, e guai a chiunque insegnasse il contrario, portando nella società il disordine e la confusione. La Chiesa ha il diritto di possedere, perché è una società di uomini e non di angeli, ed ha bisogno dei beni materiali ad essa pervenuti dalla pietà dei fedeli, e ne conserva il legittimo possesso per l’adempimento dei suoi ministeri, per l’esercizio esteriore del culto, per la costruzione dei templi, per le opere di carità, che le sono affidate e per vivere e perpetuarsi fino alla consumazione dei secoli.

E questi diritti sono così sacri che la Chiesa ha sentito sempre il dovere di sostenerli e difenderli, ben sapendo che, se cedesse per poco alle pretensioni dei suoi nemici, verrebbe meno al mandato ricevuto dal Cielo e cadrebbe nella apostasia. Perciò la storia ci segnala una serie di proteste e rivendicazioni fatte dalla Chiesa contro quanti volevano renderla schiava. La sua prima parola al Giudaismo, detta da Pietro e dagli altri Apostoli: Bisogna obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini (Act. V, 29), questa sublime parola fu ripetuta sempre dai loro successori e si ripeterà fino alla fine del mondo, fosse pure per confermarla con un battesimo di sangue.

E di questo sono così persuasi i nostri stessi avversari, che ripetono a parole, esservi all’ombra della loro bandiera ogni sorta di libertà; infatti però la libertà, o meglio la licenza, è per tutti, ma non la libertà per la Chiesa. Libertà per ognuno di professare il proprio culto, di manifestare i propri sistemi ; ma non per il cattolico, come tale, che è fatto segno a persecuzioni e dileggi, e non promosso, o privato di quegli offici, a cui ha sacro diritto. Libertà d’insegnamento; ma soggetta al monopolio dei Governi, che permettono nelle scuole la propagazione e la difesa di ogni sistema e di ogni errore ; e proibiscono perfino ai bambini lo studio del Catechismo. Libertà di stampa, e quindi libertà al giornalismo più iroso d’insinuare in onta alle leggi altre forme di governo, di aizzare a sedizione le plebi, di fomentare odi e inimicizie, d’impedire cogli scioperi il benessere degli operai e la vita tranquilla dei cittadini, di vituperare le cose più sacre e le persone più venerande ; ma non al giornalismo cattolico, che difendendo i diritti della Chiesa e propugnando i principi della verità e della giustizia, dev’essere sorvegliato, richiamato al dovere e fatto segno a tutti come avverso alle libere istituzioni, e nemico della patria. A tutte le associazioni anche più sovversive la libertà di pubbliche e clamorose dimostrazioni ; ma le processioni cattoliche non escano dalle Chiese, perché provocano i partiti contrari, sconvolgono l’ordine pubblico e disturbano i pacifici cittadini. Libertà di ministero per tutti, scismatici e dissidenti; ma per cattolici solo allora che i ministri della Chiesa non abbiano nel paese, cui sono mandati, anche un solo prepotente, il quale s’imponga al Governo, che ne impedisce l’ingresso e l’esercizio. Libertà di possesso per tutti; ma non per la Chiesa e per gli Ordini religiosi, i cui beni con arbitraria violenza sono manomessi, convertiti e dati dai Governi alle laiche istituzioni.

Questa, come voi ben conoscete, è la libertà di cui gode la Chiesa anche in paesi cattolici ! E quindi abbiamo ben ragione di consolarci con voi, che la reclamate lottando per essa nel campo di azione che vi è finora concesso. Coraggio dunque, o figli diletti ; quanto più la Chiesa è osteggiata da ogni parte, quanto più le false massime dell’errore e del pervertimento morale infettano l’aria dei loro miasmi pestiferi, tanto maggiori meriti vi sarà dato acquistare dinanzi a Dio, se farete ogni sforzo per evitare il contagio e non vi lascerete smuovere da alcune delle vostre convinzioni, rimanendo fedeli alla Chiesa. E con la vostra fermezza darete opera a ben fruttuoso apostolato, persuadendo avversari e dissidenti, che la libertà della Chiesa provvederà mirabilmente alla salute e alla tranquillità dei popoli, perché esercitando il magistero divinamente affidatole, conserverà intatti e in vigore i principi di verità e di giustizia, sui quali poggia ogni ordine e dai quali germogliano la pace, l’onestà ed ogni civile cultura. In questa lotta non potranno certo mancarvi difficoltà, molestie e fatiche : guardatevi però dal perdervi di animo, perché vi sosterrà nella pugna il Signore, apportandovi copioso soccorso di celesti favori. 

E di questi sia caparra la Benedizione Apostolica, che dall’intimo del cuore impartiamo a voi e a tutti i cari vostri. – Benediciamo poi con tutte le indulgenze gli oggetti, che portate con voi, ed accordiamo ai Parroci e ai Superiori degli Istituti e ai Confessori delle Comunità Religiose la facoltà d’impartire per una volta la Benedizione Apostolica, coll’Indulgenza plenaria per tutti i confessati e comunicati.


Benedictio Dei Omnipotentis Patris et Filii et Spiritus Sancti descendat super vos, et maneat semper.. (Città del Vaticano, 23 febbraio 1913, dal sito della Santa Sede).

mercoledì 25 febbraio 2015

liquami di codesta cloaca

"RISPONDO PUNTO PER PUNTO". 




Nel 1911 san Pio X risponde ad una lettera del vescovo di Cremona mons. Bonomelli che gli faceva notare come, a suo modo di vedere, la "repressione" del modernismo fosse esageratamente dura. Il papa nella risposta fa questa distinzione: da una parte mette il “moderno come fonte di studi severi" che è un qualcosa di estremamente positivo e buono e dall'altra parte mette il "modernismo, che è cloaca di tutte le eresie".

Mons. Bonomelli nella sua lettera aveva scritto: "“con le vostre disposizioni così severe, farete o degli apostati o degli ipocriti”.


San Pio X rispose: "“abbiamo, purtroppo, degli apostati [i modernisti volontari e quindi colpevoli, ndr], ma non resi tali dalle leggi contro il modernismo, e li compiangiamo; avremo degli ipocriti, e peggio per loro; ma non avremo almeno nel Clero dei maestri e dei predicatori dell’errore modernista, che condurrebbero in breve tutto il mondo all’apostasia”.
“Di fronte ad un male così grave – riprende San Pio X – non sono mai troppe le precauzioni, che prevenendo mettono in guardia senza far male a nessuno ed applicando poi con indulgenza e benignità le pene dovute”.

A sottovalutare la gravità del tumore modernista furono in tanti. E così noi oggi ci ritroviamo con un cattolicesimo immerso fino al collo, e spesso anche più, nei liquami di codesta cloaca. E ciò che è peggio è che abituati ormai a respirar solo e dovunque le arie mefitiche di tale fogna molti cattolici le credono profumate, soavi e salutari.

lunedì 1 settembre 2014

siamo ancora cattolici?

Dalla “Carta del Coraggio” degli scout cattolici, 
al modo di insegnare il catechismo, 
sono tanti i motivi che rendono lecita questa domanda


di Rita Bettaglio
zzgsbssE’ un po’ che ci penso. Più vado a Messa e osservo le persone intorno a me e sull’altare. Più leggo la cosiddetta stampa cattolica, più si fa largo nella mia mente un enorme interrogativo: questa gente a cosa crede?
Le persone che frequentano la Chiesa, quelle che svolgono varie mansioni nelle parrocchie, coloro che si dichiarano (in assoluta buona fede, ritengo) cattoliche cosa conoscono della propria fede? In cosa credono veramente? Tra queste persone, absit iniuria verbis, mi corre l’obbligo di inserire anche non pochi sacerdoti, perché le omelie che pronunciano non dipingono certo un quadro di chiarezza dottrinale.
La mia, non se ne voglia nessuno, non è una domanda oziosa o scaturita da un malcelato orgoglio spirituale. Non ritengo infatti di essere un campione della fede, ma un po’ di catechismo l’ho pur studiato e non riesco più a ritrovarlo nelle parole di numerosi pastori e di moltissimi laici come me. La tristissima (ma pur utile per scoprire finalmente il segreto di Pulcinella) vicenda della Carta del Coraggio, documento frutto del recente incontro nazionale di 30mila scout dell’Agesci a San Rossore, è emblematica. Che questi ragazzi tra i 14 e i 17 anni, che sono i futuri educatori delle prossime generazioni di scout cattolici (e sottolineo cattolici) considerino famiglia” “qualunque nucleo di rapporti basati sull’amore e sul rispetto” non è un caso, non è un errore, una svista isolata: temo che leggendo quel documento non facciamo altro che avere il polso non di una, ma di molte associazioni d’ispirazione cattolica.
Cosa sanno della propria fede i molti (o pochi, secondo i punti di vista) che la domenica si mettono in fila per ricevere, rigorosamente sulla mano (che poco prima ne ha toccato almeno una decina di altre) la Comunione? Sanno e, se sanno, credono veramente che sia il Corpo di Cristo? Io non ricordo a memoria di aver sentito un sacerdote ricordare nell’omelia, anche per inciso, che la Comunione si può ricevere solo se si è in grazia di Dio e in alternativa, in attesa di una buona confessione, si può fare la Comunione spirituale.
Ma voi ne avete amici e conoscenti impegnati in parrocchia? Parlate mai con loro delle verità di fede? O li sentite mai parlarne? Qualcuno, parroco in testa, parla mai di vita eterna, di salvezza che viene solo da Dio Padre e dai meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore?
Se è vero, e noi cattolici lo crediamo fermamente, che solo in Cristo e nella Chiesa c’è salvezza, come possiamo lasciare beatamente i nostri fratelli nell’errore? Ci crediamo veramente? O meglio, i cattolici di oggi sanno cosa dicono di credere proclamandosi cattolici? Sanno che qualunque cosa capiti nella vita è destinata a passare, che la giustizia sociale non è ciò che Nostro Signore è venuto a portare sulla terra? Che la pace di Cristo non è quella del mondo e quest’ultima è auspicabile, sì, ma non è il valore assoluto? Che la felicità cui aspiriamo non è di questa terra, non è psicologica né materiale, ma è la beatitudine nel Regno dei Cieli, quella beatitudine verso cui saranno rapiti coloro che in questo mondo hanno saputo completare nel loro corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo? Che ci passeranno davanti i bambini down che per Dawkins è immorale far nascere?
Mio figlio, come tutti gli altri, ha frequentato il catechismo per 7 anni, dalla seconda elementare alla seconda media. Ha colorato decine di fotocopie, raccolto offerte per numerose iniziative benefiche, ma non gli sono state insegnate le verità di fede: niente preghiere, virtù teologali e cardinali, atti di fede, speranza e carità, opere di misericordia corporale e spirituale. Niente di tutto questo o molto poco e lasciato alla buona volontà di qualche catechista giurassica che ancora ritiene degni di fede gli articoli del Catechismo di San Pio X. Ad una riunione di catechiste, cui qualche anno fa ho partecipato per caso, ho appreso che alcune di loro erano convinte che tale catechismo fosse stato abolito e  vietatissimo utilizzarlo in quanto contenente errori.
Non parliamo, poi, dei novissimi. Alzi la mano chi è nato dopo il ’60 e a catechismo ha imparato cosa siano i novissimi. Alzi la mano chi ne ha sentito parlare in parrocchia. Alzi anche i piedi chi ha sentito il proprio parroco ricordare che a vivere in certi modi si finisce all’inferno.
E allora come la mettiamo? Qui ognuno ha la propria, grande o piccola, fetta di responsabilità. Ognuno ha l’obbligo di trafficare i talenti avuto in uso. E trafficarli per salvare anime, non per creare il paradiso in terra. Di questi tentativi il mondo ne ha avuto già abbastanza.
Dobbiamo conoscere la nostra fede e trasmetterla, perché non è nostra: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7). Ma il tesoro l’abbiamo. Piaccia o no.
“Non facciamo il nostro apostolato. Se fosse nostro, che cosa potremmo dire? Facciamo l’apostolato di Cristo; come Dio lo vuole e come ce l’ha comandato: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo” (Mc 16, 15). “Gli errori sono nostri; i frutti del Signore” (San Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 267).

mercoledì 20 agosto 2014

centenario della morte di Pio X

Rivoluzione, la Curia di Treviso apre le porte a divorziati e coppie di fatto

In occasione del centenario della morte di San Pio X, la diocesi invita oggi le coppie di fatto a messa in 5 chiese della Marca




Una notte intera in chiesa, di veglia e adorazione, a pregare comunque sempre in due il Papa trevigiano santo. Chi unito da un matrimonio religioso e chi con la fede nuziale al dito, ma senza alcun vincolo sacro. E ancora chi vive insieme senza alcun sì pronunciato davanti a sacerdote o sindaco. O chi pur con un divorzio alle spalle ha voluto dire in modo diverso un altro sì. Mai prima d’ora si erano ritrovati insieme a pregare. Nel giorno del centenario della morte di San Pio X – morto nella notte del 20 agosto 1914 - la Chiesa trevigiana apre per la prima volta le braccia a tutte le coppie, sposate o di fatto. E le invita alla preghiera insieme, senza distinzioni: famiglie cristiane, coppie di sposi, fidanzati, coppie sposate solo con rito civile, conviventi, sposi separati o divorziati. Nessuno escluso. Apriranno le porte alla quiete e al silenzio dello speciale momento di preghiera cinque chiese della diocesi, tra le province di Treviso e Venezia. Dalla chiesa di Riese Pio X, paese natale di Papa Giuseppe Sarto, alla chiesa parrocchiale di Salzano, la chiesa del Monastero della Visitazione a Treviso, il Piccolo Rifugio a San Donà di Piave e la cappella dell’Adorazione a Ciano del Montello.
Una notte di adorazione, a disposizione di tutte le coppie che vorranno varcare la soglia della chiesa e sedere fianco a fianco davanti all’altare, anche solo il tempo di una preghiera. La veglia inizierà alle otto di questa sera e terminerà alle otto di domani mattina.
Per intercessione di San Pio X si invocherà il dono della buona riuscita del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, voluto da Papa Francesco. Certo è che la ricorrenza dei cento anni della morte di San Pio X, nato nel 1835 a Riese, incontra non a caso proprio in terra trevigiana la messa in atto della buona volontà di Papa Francesco di affrontare dal 5 al 19 ottobre prossimo un sinodo straordinario sulla famiglia con tutti i temi legati alla pastorale familiare. Inclusi quelli più spinosi come la situazione dei divorziati risposati. Così la chiesa trevigiana, che ha dato i natali anche a un pontefice santo, cento anni dopo non è rimasta sorda all’appello di Papa Bergoglio: «Il Papa l’ha chiesto in maniera esplicita più volte», spiega monsignor Giuliano Brugnotto, cancelliere vescovile della diocesi e segretario del Comitato diocesano per il centenario di San Pio X, «ha chiesto di pregare perché un evento ecclesiale come il prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia possa dare risposte anche a situazioni di difficoltà o ferite matrimoniali. A Treviso questo accade in una occasione particolare: quando si ricorda il centenario della morte di Papa Pio X». Per portare l’invito, indistintamente, a tutte le coppie la chiesa trevigiana ha messo in campo i talenti di una decina di sposi. Sono loro gli “ambasciatori” di un passaparola “formato famiglia” che ha sparso la voce senza eccezioni tra familiari, amici e conoscenti. Per la prima volta in una celebrazione comunitaria, a cavallo tra la città e quattro paesi, la preghiera darà ascolto a tutte le coppie, nella diversità della loro scelta di vita insieme: «Abbiamo invitato a vivere questo momento di preghiera ciascuno con l’esperienza e nel segno del proprio amore», spiega Brugnotto – E in unione con il Papa». Il tema scelto per il momento dell’adorazione parla chiaro: «Dio è amore».
http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2014/08/19/news/la-curia-apre-le-porte-ai-divorziati-1.9781880

venerdì 25 luglio 2014

o LA Tradizione o il Caos


PUBBLICHIAMO LA RELAZIONE MAGISTRALE CHE IL PROF. ROBERTO E MATTEI HA TENUTO IL 1° MAGGIO U. S. NELLA CORNICE DELLA GIORNATA DELLA BUONA STAMPA CATTOLICA A LINAROLO (PV) NEL RICORDO DEL GRANDE AMICO, BIOETICISTA E APOLOGETA MARIO PALMARO.



 

Corona dell'Impero Austroungarico

L’importanza 


della Tradizione


nell’ora presente



di Roberto de Mattei

 

L’epoca della sicurezza

Cento anni fa, nel maggio del 1914, governava la Chiesa san Pio X e regnava sul vasto Impero austroungarico l’imperatore Francesco Giuseppe.

Nelle cerimonie del venerdì santo si pregava per la Chiesa e per l’Impero: “Oremus et pro christianissimo Imperatore nostro ut Deus et Dominus noster subditas illi faciat omnes barbaras nationes, ad nostram perpetuam pacem” e si aggiungeva: “Onnipotens sempiterne Deus, in cuius manu sunt omnium potestates et omnium iura regnorum: respice ad Romanorum benignus Imperium; ut gentes, quae in sua feritate confidunt, potentiae tuae dextera comprimantur”.

In quel mese di maggio del 1914 san Pio X e l’Imperatore Francesco Giuseppe erano prossimi alla morte, ma soprattutto l’Europa era alla vigiia di un’immensa tragedia: la Prima Guerra Mondiale

Il 28 giugno 1914, l’erede al trono imperiale Francesco Ferdinando fu assassinato a Sarajevo. I colpi di rivoltella che lo uccisero furono la scintilla che fece detonare la Prima Guerra mondiale. 

La Prima Guerra mondiale, con i Trattati di Pace che ad essa seguirono, fu uno sconvolgimento geopolitico, perché l’Europa con la scomparsa dell’Impero asburgico perse il suo baricentro, ma fu soprattutto una Rivoluzione nella cultura e nella mentalità dell’uomo europeo. Fu la fine di un’epoca.

Bisognerebbe rileggere le pagine con cui si aprono le memorie dello scrittore austriaco di Stefen Zweig (1881-1942), Die Welt von GesternIl mondo di ieri (1941).

Scrive Zweig in questo libro: “Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo che fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità.(…).La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quellp che era permesso e quello che era proibito; tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. (…) Ogni famiglia aeva un bilancio preciso, sapeva quanto potesse spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze e gli obblighi sociali, e vi era sempre una piccolo riserva per gli imprevisti, per le malattie e per il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie ed aziende passvano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccolo riserva per il suo cammino. Tutto nel saldo Impeo appariva saldo e inemovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo; ma in caso di sua morte si sapeva (o si credeva di sapere) che un altro gli sarebbe succeduto senza che nulla si mutasse nell’ordine prestabiilto.  Nessuno credeva a guerre, a rivoluzioni e sconvolgimenti. Ogni atto radicale, ogni violenza apparivano ormai impossibili nell’età della ragione. (…) era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta. (,,,) Anche nella mia più remota infanzia, quando mio padre non aveva ancora quarant’anni, non posso ramentarmi di averlo mai visto correre frettoloso su e giù per una scala o comunque fare qualcosa con visibile fretta[1].

Questa atmosfera di sicurezza e di stabilità in cui era immerso non solo l’uomo austriaco, ma l’uomo europeo, presupponeva una visione del mondo; dietro le istituzioni stabili e apparentemente incrollabili su cui si fondava la società, dalla famiglia alla monarchia, c’era una concezione dell’uomo e della società fondata sull’idea di permanenza, e di stabilita; sul primato di ciò che è, di ciò che stà, su ciò che si trasforma e muta; sul primato dell’Essere sul divenire; sul primato, in una parola dei valori assoluti che bisogna conoscere per poterli vivere; il primato della contemplazione sull’azione.

L’epoca dell’incertezza

Cento anni dopo, se dovessimo caratterizzare la nostra epoca, la dovremmo definire come l’età dell’insicurezza e  dell’instabilità.

La perdita della stabilità politica ed ideologica, il disordine economico, sociale, intellettuale,  è stato il filo conduttore del XX secolo, il secolo delle rivoluzioni, delle guerre mondiali, dei totalitarismi delle guerre civili e dei genocidi. Il secolo più cruento della storia occidentale.. Un secolo che si è chiuso con il crollo parallelo del Muro di Berlino e delle Twin Towers simboli della apparente solidità dei due Imperi contrapposti: il russo e l’americano.

I sociologi, per definire la nostra epoca hanno parlato di “società dell’incertezza”. Oggi, scrive Zygmunt Bauman,   in un libro che ha questo titolo, “pochi individui sono così potenti da essere sicuri che la loro casa, per quanto salda e resistente, non sia frequentata dallo spettro di un crollo imminente: nessuna occupazione è garantita, non c’è posizione che non possa indebolirsi, non c’è capacità o abilità la cui utilità sia in grado di durare a lungo[2]. Bauman parla anche di “società liquida”, in cui si dissolve  ogni forma, anche elementare, di aggregazione sociale.

 La “vita liquida” di cui scrive Baumann è la vita precaria ed effimera dell’uomo contemporaneo: una vita, priva di radici e di fondamenti, inevitabilmente consumistica, perché si vive solo nel presente, immersi nella liquefazione di ogni valore e di ogni istituzione. Tutto ciò che viene liquidato viene consumato o, potremmo dire, tutto ciò che viene consumato, viene liquidato: dai prodotti alimentari alle vite degli individui[3]. La società liquida è quella in cui nulla è solido, nulla stà. Tutto è fluido, perché tutto scorre, tutto diviene.

Un futuro Stefan Zweig che volesse scrivere le memorie del nostro tempo, lo definirebbe come l’età dell’insicurezza e dell’instabilità. Nell’epoca in sono vissuto – scriverebbe il futuro storico – nulla era stabile. Le istituzioni politiche erano screditate e vacillanti; la famiglia era frantumata; per i giovani il possesso di una casa, la prospettiva di un lavoro, la possibilità del risparmio, apparivano miraggi. Sposarsi, mettere al modo dei figli creare una famiglia, costituiva un’impresa talvolta eroica. Ma soprattutto i giovani erano privi, o meglio privati, di certezze e di ideali. Tutto veniva messo in discussione; ogni valore era dissacrato. Nubi di incertezza e di preoccupazione avvolgevano il futuro dell’umanità. Ovunque era confusione e squilibrio. Questo era lo stato del mondo all’inizio del XXI secolo.

Ebbene, questo orizzonte di rovine, che è il nostro orizzonte,  non è un dato irreversibile, come ci vogliono far credere i sociologi. Non è un processo: è un progetto. E’ il sogno deforme di un mondo all’insegna del caos, elaborato dalle società di pensiero che vorrebbero ricreare il mondo. Dietro l’instabilità sociale e prima di tutto psicologica che caratterizza il nostro tempo c’è una concezione del mondo opposta all’antica: la realtà è fluida, la società è liquida, perché esiste un progetto politico e culturale di liquefazione della società, di dissoluzione della Civiltà cristiana, di attacco alla Chiesa, che è il vero e ultimo nemico perché rappresenta il luogo per eccellenza delle verità immutabili e delle certezze assolute,

Le radici di questo progetto ideologico sono remote, ma quelle prossime, nel ventesimo secolo, rimontano alla Prima Guerra mondiale e alla Rivoluzione russa che si scatena al suo interno,  ad opera dei discepoli di Marx e di Engels.

Ciò che caratterizza la filosofia tradizionale della storia, il pensiero classico e poi quello cristiano che lo perfeziona, è la ricerca della verità come fondamento del reale. Secondo la filosofia tradizionale esiste un ordine oggettivo di verità e di valori morali anteriore alla nostra ragione ed è compito della ragione conoscerlo, per poi conformare a quest’ordine il comportamento. Per Marx e per i suoi discepoli non esiste invece una verità assoluta che possa essere oggetto di conoscenza, neppure la materia, a cui i marxisti riducono tutta la realtà. Il cuore del marxismo, più ancora del materialismo, è la filosofia hegeliana del divenire, capovolta di segno in materialismo dialettico. L’universo è materia in evoluzione e il compito degli intellettuali è quello di partecipare a questa trasformazione del mondo, accelerandola. Comprendere non solo il divenire del mondo, ma il mondo come divenire.

Nella seconda tesi su Feuerbach (1845), Karl Marx afferma che l’uomo deve trovare la verità del suo pensiero nella prassi e nell’undicesima tesi sostiene che il compito dei filosofi non è quello di interpretare il mondo, ma di trasformarlo[4]. La verità è nella prassi. Il filosofo è sostituito dal rivoluzionario e il rivoluzionario deve dimostrare nell’azione, la potenza e l’efficacia del suo pensiero. Sotto questo aspetto Lenin fu il rivoluzionario-filosofo che nel 1917 attuò nella prassi la teoria comunista. Con Lenin la filosofia si fece mondo. La filosofia della prassi non è pragmatismo, attivismo, vitalismo, irrazionalismo. E’ il tentativo di portare alla sua radicale coerenza il processo di secolarizzazione iniziato dall’umanesimo e dal protestantesimo; un processo che ha il suo evento fondatore nella Rivoluzione francese: madre di tutte le tragedie che si sviluppano nei secoli successivi, a cominciare dal comunismo e dal nazionalsocialismo.

“Filosofia della prassi”è il nome che Antonio Gramsci dà a questo processo storico.“La filosofia della prassi - scrive nei suoi Quaderni dal carcere - presuppone la rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la Rivoluzione francese, il calvinismo e l’economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. La filosofia della praxis è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale; (...) essa corrisponde al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese[5]Noi diamo il nome di Rivoluzione a questo processo e non conosco autore che lo abbia meglio descritto di Plinio Correa de Oliveira[6].

 L’essenza di questo processo rivoluzionario non è in ciò che crea, ma in ciò che distrugge e nega. Engels riassume queste negazioni nel suo volumetto su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato [7]La famiglia, la proprietà privata e lo Stato sono negate in radice perché non esistono istituzioni sociali radicate nella natura: tutto è prodotto della storia. L’uomo stesso è privo di una sua natura: è materia amorfa, malleabile a piacere. La teoria del gender è in nuce nel marxleninismo e si inserisce in quella visione evolutiva, per la quale l’uomo non ha un’essenza propria: proviene dalle bestie e si divinizza nella materia eterna, da cui tutto viene e a cui tutto ritorna.

La natura dice san Tommaso, è “l’essenza della cosa in quanto ordinata al proprio fine” (essentiam rei secundum quod habet ordinem ad propriam operationem)[8]. La natura è ciò che costituisce un essere e che gli permette di agire secondo il suo fine. La natura contiene in sé un limite: è impossibile ad un essere diventare altri da ciò che esso è. Nella misura in cui l’uomo intende superare o negare i limiti del proprio essere e della propria natura, egli abbandona la capacità di realizzare il fine che gli è proprio. Quando l’uomo perde di vista il proprio fine, tende a diventare ciò che non è: tende verso il vuoto, è risucchiato dal nulla. Il nichilismo è l’esito inevitabile della negazione della legge naturale.

Il nichilismo non è una mèta dichiarata è un esito, un risultato. E’ la conseguenza teorica e pratica non della negazione dell’essere, ma della negazione del fine, che è anche la negazione della causa, perché il fine è il principio, la causa da cui tutto proviene e a cui tutto è ordinato. Il nucleo teoretico ed esistenziale del nichilismo secondo il padre Cornelio Fabro[9] è la mancanza di uno scopo, di un fine: manca la risposta alla domanda del “perché”.  

Nella mente del bambino in cui si dischiude la ragione, affiorano le prime domande, espresse dalla parola perchéC’è una profonda umiltà in questo domandarsi il perché di ogni cosa: questa domanda esprime in maniera spontanea e irriflessa la constatazione che il mondo non è una costruzione del nostro io, ma una realtà oggettiva a cui l’intelligenza deve sottomettersi. Nel bambino una innocenza quasi angelica convive con una logica implacabile. Il suo perché proclama chetutto ciò che esiste ha un fine, ha una causa, ha un significato. Tutto ciò che esiste ha un significatoin questa formula si racchiude il segreto dell’universo. Tutto ciò che esiste ha un senso, ha una ragione d’essere, ha un significato,  in una parola, è ordinato: l’universo è armonia, ordine non incrinato neppure dalla presenza del male, dall’azione del demonio.

Il bene dell’uomo, della società e della storia consiste nel sottomettersi e ordinarsi alla propria causa e al proprio fine, cioè nel riconoscere Dio come Creatore e come legislatore supremo, nel tendere verso di lui, nel lottare per affermare la sua sovranità nella storia e nella società. Il primo nome di Dio è l’Essere perché solo Lui è l’Essere per essenza, l’Atto di Essere allo stato puro, colui che non ha  limiti nel tempo né confini nello spazio: l’infinito, l’eterno, l’immenso. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha un grado di essere. Ogni perfezione della realtà si riduce ad un grado di essere, che rimanda ad un Essere assoluto, senza limiti e senza condizioni.

L’unica alternativa alla Rivoluzione nichilista che ci aggredisce è il ritrovamento della pienezza dell’Essere, in tutte le sue forme, che è anche il ritrovamento della stabilità e dell’equilibrio interiore e dell’ordine politico e sociale. Alla concezione liquida del mondo, fondata sul primato del divenire, dobbiamo contrapporre una visione assiologica dell’universo, fondata sul primato dell’Essere.

L’assiologia è la scienza dei valori. Il valore è propriamente “ciò per cui una cosa vale”. Il valore è dunque ciò che dà significato alla cosa è, in certo senso, il suo significato. In questo senso il valore scaturisce dall’essere stesso della cosa, è il significato più profondo della realtà, il fine che le è proprio, la perfezione della realtà. I valori sono principi che radicano la propria perfezione nel principio supremo di tutto il reale. Al di sopra di tutti i princìpi c’è un principio universale, centro e sorgente di tutte le leggi, senza alcuna eccezione. E’ Dio, il principio primo, la legge eterna, senza principio, senza mutamento, senza fine, su cui si fondano i princìpi ultimi, i valori assoluti, le verità universali.

La vita e la morte dei valori non è legata alla loro accettazione o al loro rifiuto da parte dell’uomo. Essi non sono mai in crisi; vivono anche nella coscienza di chi li rifiuta. I valori autentici sono metastorici, perché non sono un prodotto della coscienza e della storia, si situano al di fuori della storia, la giudicano e non sono giudicati da essa; sono trascendenti e non immanenti il mondo; sono permanenti, perché non mutano; sono universali, perchè sono validi per ogni uomo, in ogni epoca dell’umanità.

 O esistono dei valori, dei princìpi, delle verità che trascendono la storia e la giudicano, oppure questi valori non sono assoluti, ma relativi, prodotti dal divenire storico che è parte della più ampia evoluzione del cosmo. Alla visione assiologica si contrappone ua visione evolutiva che oggi è penetrata all’interno del mondo ecclesiastico. Il cardinale Martini l’ha espresso quando ha affermato che la Chiesa è duecento anni indietro alla storia[10]. La Chiesa dunque non giudicherebbe la storia e il mondo, ma riceverebbe da esso e non da Gesù Cristo la sua verità, il suo criterio di giudizio.       

La Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo per annunciare la sua verità al mondo e convertirlo. Essa ha una dottrina e una legge, assoluta e immutabile, riflesso della legge eterna, che è Dio. Questa dottrina e questa legge sono contenute nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e il Magistero ha la missione di custodirla e di trasmetterla. Neppure uno iota di questi princìpi può essere mutato. Nel corso della storia è capitato che i cristiani nella loro vita personale si allontanassero dalle verità e dai precetti della Chiesa. Sono le epoche di decadenza, che esigono una profonda riforma, overo un ritorno all’osservanza dei princìpi abbandonati. Se così non accade, c’è la tentazione di trasformare i comportamenti  immorali in principi opposti alle verità cristiane- Questa tentazione è penetrata nella Chiesa e ci viene proposta attraverso la formula della prassi pastorale. La dottrina della Chiesa – ci viene detto – non cambia: cambia il modo con cui questa dottrina ci vene comunicata; cambia la prassi pastorale.  La dottrina della Chiesa -  l Questa tentazione è penetrata oggi nella Questa tesi è implicita nella Gaudium et spes ed è in nuce nel discorso Gaudet mater Ecclesiae, con cui l’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII inaugurò il Concilio Vaticano II. In quel solenne discorso Giovanni XXIII attribuì al Concilio che si apriva una nota specifica: la sua pastoralità. Nel Vaticano II la pastoralità non fu solo la naturale esplicazione del contenuto dogmatico del Concilio e la applicazione dei suoi decreti, come era sempre stato. La “pastoralità” fu invece elevata a principio alternativo alla “dogmaticità. La specificità del concilio Vaticano II è stato il primato della pastorale, sulla dottrina, l’assorbimento della dottrina nella pastorale, la trasformazione della pastorale in ideologia. Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno descritto questo processo in La Bella addormentata[11] ed Enrico Maria Radaelli in Il domani del dogma[12].

C’è una verità indiscutibile: le idee hanno conseguenze. Le idee non vivono in un olimpo celeste, ma hanno un rapporto stretto e diretto con la realtà. Le idee generano fatti. I grandi eventi storici sono conseguenze di idee. Non si può spiegare la Rivoluzione francese senza l’Illuminismo o la Rivoluzione russa senza le opere teoriche di Marx e di Lenin. Tuttavia, se è vero che le idee hanno conseguenze sul piano dei fatti, è vero anche il contrario. I fatti producono conseguenze sul piano delle idee. La Rivoluzione francese è un fatto storico che discende dall’illuminismo, ma è a sua volta causa di nuove idee e di nuovi fatti. Il mondo si cambia con le idee e con i fatti e, come ha intuito Plinio Correa de Oliveira, dietro le idee e i fatti ci sono le tendenze profonde dell’animo umano, i sentimenti e le passioni.

        La filosofia tradizionale, a partire da Aristotele, ha sempre affermato il primato delle idee sui fatti, della contemplazione sull’azione, della teoria sulla prassi. Ma la filosofia tradizionale, mentre affermava il principio secondo cui agere sequitur esse, non ha ignorato l’influenza dell’agire sull’essere, della prassi sulla teoria.

        La frase con cui  Paul Bourget  conclude il suo romanzo Le démon du midi lo esprime bene: “Bisogna vivere come si pensa se non si vuole finire di pensare come si vive[13]. Bourget afferma il primato della conoscenza, perché bisogna conformare la vita alle idee; ma nello stesso tempo sottolinea la capacità che ha la vita di influenzare e perfino di capovolgere le idee. Se la vita contraddice il pensiero, lo trasformerà profondamente.

Ciò vale nella vita degli uomini, ma anche nella vita dei popoli e nella stessa vita della Chiesa. Possiamo citare un esempio illuminante.

Nei primi cinque secoli, la Chiesa di Occidente e quella di Oriente professarono l’indissolubilità del matrimonio, senza eccezioni. Ma nel VI secolo, mentre la Chiesa di Roma contrappone la sua dottrina matrimoniale alle pratiche dei popoli barbarici che invadevano l’Occidente, il Patriarchi di Costantinopoli assumono un atteggiamento remissivo nei confronti di Giustiniano e dei suoi successori, che introducono il divorzio nelle leggi civili dell’Impero. In una prima fase storica la Chiesa d’Oriente continuò a professare l’indissolubilità, ma cessò di applicare i canoni disciplinari contro chi la trasgrediva. La Chiesa di Costantinopoli tollera nei fatti ciò che condanna sul piano dei princìpi. La  prassi pastorale iniziò a divenire una regola, finché, dopo lo scisma d’Oriente del 1054, il patriarca Alessio e i suoi successori elevarono questa prassi a principio, legittimando ufficialmente il divorzio.

In quegli anni il divorzio è prassi anche in Occidente, in seguito alla grave crisi morale in cui è immersa la Chiesa. Ma mentre in Oriente la Chiesa asseconda la decadenza morale, in Occidente parte da Cluny una profonda riforma morale che avrà il suo campione in san Gregorio VII. San Gregorio VII, san Pier Damiani e i monaci di Cluny reagiscono con vigore contro il divorzio, la simonia, il concubinati dei preti, avviando una profonda rinascita morale della società.

La Chiesa d’Oriente, nel corso dei secoli, ha adeguato i suoi principi alla prassi, la Chiesa romana ha conformato la prassi ai princìpi.

Che cosa accade quando si propone di mutare la prassi pastorale senza toccare i princìpi? Accade che la prassi contraddice di fatto la dottrina e questa contraddizione tra la vita e la verità porta inesorabilmente alla alterazione della verità, alla trasformazione della dottrina non per via dogmatica, dall’alto, ma per via fattuale, dal basso. E’ quanto ha proposto il card. Kasper a tutta la Chiesa, nel suo rapporto introduttivo al Concistoro straordinario sulla famiglia del 20 febbraio[14].

Con il suo testo Kasper ha proposto al Sinodo dei vescovi e al Papa di legittimare sul piano canonico e dottrinale la prassi diffusa dell’amministrazione della comunione ai divorziati risposati, con la logica conseguenza del riconoscimento delle loro seconde o terze nozze. Tutto il suo discorso è costruito sull'assunto secondo cui “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”.

Da una parte la dottrina della chiesa che proclama l’indissolubilità del matrimonio, dall’altra non il comportamento, si badi, ma le convinzioni vissute; convinzioni, cioè idee, che però nascono da una pratica che contraddice la dottrina della Chiesa: La vita vissuta, la prassi, diviene il metro di valore e poiché la vita di molti cristiani è immersa nel peccato, al punto che oggi non lo si ritiene più tale, la Chiesa dovrà adeguare la sua dottrina a queste convinzioni vissute, a questa prassi morale.

Il card. Kasper, nella sua relazione, non si è chiesto come è nata e come si è sviluppata, negli ultimi decenni, questa prassi antitetica alla dottrina della Chiesa;  non si è domandato quali sono le idee che l’hanno provocata e gli uomini che l’hanno promossa. Egli riduce la storia a un flusso impersonale di eventi e sembra credere che nel rapporto antagonistico tra la Chiesa e la società, la Chiesa debba inseguire le trasformazioni della società secolarizzata, piuttosto che cercare di convertirla.

 L’ideale di una società integralmente cristiana è abbandonata, perché la fede, privata dei suoi preamboli razionali è ridotta a lievito sentimentale di  un mondo che si auto-costruisce indipendentemente dalla filosofia del Vangelo. Il ruolo della Chiesa è dunque di benedire tutto ciò che emerge dalla realtà sociologica, a cominciare dalle convivenze extramatrimoniali. Il pastore-sociologo riduce le concezioni del mondo a espressioni della situazione storico-sociale. E’ la vision di chi afferma il primate della prassi sulla dottrina, del divenire sull’essere, dell’azione sulla contemplazione.

Trasponendo sul piano religioso la II tesi di Marx su Feuerbach dovremmo affermare che è nella prassi pastorale che i vescovi e i teologi devono verificare la verità della loro dottrina, perché il compito dei pastori e dei teologi non è di insegnare la dottrina, ma di adeguarla al mondo, non è di insegnare la verità, ma di apprenderla dalla storia.


La Tradizione nella Chiesa

A questa visione del mondo prassista e sociologista dobbiamo contrapporre una visione del mondo assiologica. Questa visione del mondo è racchiusa nella parola Tradizione.

La tradizione è lo sviluppo ordinato, nel tempo, di un principio o di un nucleo di princìpi che in quanto tali sono immutabili, non possono mutare. 

La Tradizione nella Chiesa è, come la Sacra Scrittura, una fonte della Rivelazione, divinamente assistita dallo Spirito Santo[15]. La Tradizione è la Parola di Gesù Cristo che insegnò ai suoi Apostoli prima e dopo la sua  Passione, morte e Risurrezione. Nei 40 giorni tra la Risurrezione e la Ascensione egli apparve spesso a sua Madre e agli apostoli e chiarì bene, fin nei dettagli, il senso della missione della Chiesa da lui fondata, il significato profondo dell’ultima Cena, il significato del Divin Sacrificio che essi avrebbero dovuto perpetuare. La prima Messa, celebrata da san Pietro, seguì meticolosamente le indicazioni di Cristo e fu ritrasmessa da quel rito che chiamiamo tradizionale.

Sappiamo che la Divina Rivelazione si concluse con morte dell’ultimo apostolo San Giovanni. Ma questa Rivelazione non è contenuta solo nei quattro Vangeli e nella Sacra Scrittura, ma anche negli insegnamenti che gli Apostoli ricevettero dalla bocca stessa di Gesù. Si può immaginare fino a che punto la Madonna conservò, memorizzò nel suo Cuore purissimo tutte queste veritàe questi riti  e con quanta fedeltà li trasmise poi agli Apostoli. E san Giovanni non fu solo l’ultimo a ritrasmettere di persona le parole che aveva udito, ma per la sua intimità con la Madonna, fu forse quello che ebbe in maggior misura la luce della Tradizione. Morì alla fine del I secolo e già pochi anni dopo la sua morte, la lex orandi e la lex credendi della Chiesa erano immutabilmente definite.

La Chiesa nel corso dei secoli avebbe esplicitato, chiarito e definito queste verità, ma non le avrebbe mai innovate o trasformate. La missione della Chiesa è custodire, trasmettere e difendere la Tradizione:

Il sensus fidei che abbiamo ricevuto col sacramento del battesimo ci impone la fedeltà a quella Tradizione che solo i Pastori hanno il diritto di chiarire e di insegnare, ma che tutti i battezzati hanno il diritto di custodire e di trasmettere come l'hanno ricevuta.

La Tradizione non è solo la regula fidei della Chiesa, è anche il fondamento della società. La Chiesa infatti è maestra non solo di fede, ma anche di morale. La morale di una società si esprime in usi, costumi, abitudini, in una parola in una tradizione storica e concreta, che riflette quella divina e naturale. Una Tradizione che è giudizio sulla storia in nome non della storia stessa ma di verità che la trascendono. La tradizione storica è rappresentata dai costumi di un popolo che non sono altro che le disposizioni morali di una società. Questa tradizione è custodita dalle famiglie, dalle élites sociali, da chiunque ne senta riecheggiare la voce nel cuore. Abbimo bisogno di uomini della Tradizione, di cattolici inegri e integrali nella vita e nella dottrina e, con l’aiuto di dio, abbiamo bisogno di santi. Abbiamo bisogno di protettori in Cielo.

Abbiamo bisogno di protettori della Tradizione e tra i possibili patroni, vorrei ricordare santa Teresa la Grande. Quella santa Teresa che diceva che avrebbe dato la vita per la più piccola cerimonia della Chiesa. Quante vite avrebbe dato, quanto sangue avrebbe versato santa Teresa, di fronte alla devastazione degli altari, alla eversione dei riti, al seppellimento delle cerimonie nel clima di furore iconoclasta e di odio alla tradizione che ci circonda?

Santa Teresa scriveva anche delle parole che ci devono confortare nei giorni difficili della nostra vita e della nostra storia.

"Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Chi ha Dio di nulla manca. Tutto passa, solo Dio non muta” . Queste parole sono un manifesto della Tradizione.

Ebbene, la frase di Santa Teresa, solo Dio non muta, significa che solo ciò che riflette la legge naturale e divina vive e merita di vivere nella storia; ciò che è innaturale, ciò che si allontana dall’ordine divino è destinato a cadere e a corrompersi.

In questo mondo, che si tratti della vita morale o della vita fisica, ci sono le cose che passano e le cose che restano. La Tradizione è l’elemento incorruttibile  immutabile della società. La Tradizione è ciò che non passa. E solo nella Tradizione è possibile il progresso, perché noi non possiamo progredire e perfezionarci nelle cose che passano, ma possiamo farlo solo in quelle che restano. La Tradizione è ciò che del passato vive nel presente ciò che deve vivere perché il nostro presente abbia un futuro.

Robespierre nel suo odio distruttore di ogni Tradizione diceva “Cosa c’è di comune tra ciò che è e ciò che fu?”. Noi rispondiamo che se nulla ci fosse di comune tra ciò che è e ciò che fu, tra il presente e il passato, non sarebbe possibile né presente né futuro, ma il presente sarebbe destinato ad essere inghiottito nel nulla, perché tutto ciò che è trae la sua origine da un principio, ogni frutto ha un albero e ogni albero ha una radice. E la radice ultima di tutto ciò che è e di ciò che sarà, è Dio stesso, in cui passato, presente e futuro, si fondano in unico infinito atto di essere.

Il cuore della tradizione è in Dio stesso, essere per essenza, immutabile eterno. E' in Dio, e solo in Lui, e in Colei che di Lui è l’eco perfetta, la Santissima Vergine Maria, che i difensori della fede e della Tradizione possono trovare la forza soprannaturale necessaria ad affrontare il nostro tempo di crisi. La Tradizione è ciò che è stabile nel perenne divenire delle cose, è ciò che è immutabile nel mondo che muta, e lo è perché ha in sé un riflesso di eternità

E' per questo che le parole di Santa Teresa risuonano nei nostri cuori come un manifesto, un motto della Tradizione:"Tutto passa, solo Dio non muta".

Sì, solo Dio non muta, solo ciò che in Dio si fonda e si riposa merita di essere conservato, trasmesso, custodito. E nell’epoca di Rivoluzione attuale, dove potrebbero gli uomini e i popoli cercare la stabilità e la pace se non in Colui che ha detto. “Il Cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc, 13, 31).

[1] Stefan ZweigDie Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europaers, tr. It. Il mondo di ieri, Arnoldo Mondadori, Milano 1994, pp. 9, 27-28.
[2] Zygmunt BaumanLa società dell’incertezza, tr. it. Il Mulino, Bologna 1999, p. 64.
[3] Zygmunt Bauman La vita liquida, tr. It. Laterza, Roma 2006, p. IX
[4] Karl Marx, Tesi su Feuerbach, tr. it. in Feuerbach-Marx-Engels, Materialismo dialettico e materialismo storico, a cura di Cornelio Fabro, La Scuola, Brescia 1962, pp. 81-86.
[5] A. GramsciQuaderni dal Carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, vol. III, p. 1860.
[6] Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, tr. it., Sugarco, Milano 2009.
[7] Friedrich EngelsL’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma
[8] S. Tommaso d’Aquino, De Ente et Essentia, I, 3.
[9]  Cornelio FabroL’odissea del nichilismo. Guida, Napoli 1990, pp. 10-11.
[10] Chiesa indietro di 200 anni, Intervista al cardinale Martini di Georg Sporschill SJ e Federica Radice Fossati Confalonieri, in “Corriere della sera”, 1 settembre 2012.
[11] Alessandro Gnocchi – Mario PalmaroLa bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi, Firenze 2011-
[12] Enrico Maria RadaelliIl domani – terribile o radioso? – del dogma, Edizioni Pro Manuscripto, Aurea Domus 2012.
[13] Paul Bourget, Le dèmon du midi, Plon, Paris 1914, vol. II, p. 375
[14] Dopo essere stato anticipato dal "Il Foglio"  del 1 marzo, il testo del Card. Walter Kasper è ora pubblicato in, Il Vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014.
[15] Cfr. Roberto de Mattei, Apologia della Tradizione, Lindau, Torino 2012.

http://unafides33.blogspot.it/2014/05/la-tradizione-contro-il-caos.html