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martedì 8 settembre 2015

la confusione si allarga sempre di più


Carissimi amici sacerdoti,




la situazione della Chiesa è quella che è. Non servono molti commenti e certamente ne sapete più di me. Constatiamo che la confusione si allarga sempre di più.  
Possiamo aspettarci di tutto. 

Dobbiamo saper vedere anche i lati positivi per non cadere nel pessimismo.

Che dobbiamo fare? E che possiamo fare? Certamente non possiamo prendere il posto di chi ci governa, ma il più grande aiuto che possiamo dare alla Chiesa è che, lì dove ci troviamo, cerchiamo di fare il nostro dovere di stato nel modo migliore.

Per questo dobbiamo pensare e organizzare il nuovo anno scolastico che fra poco riprenderà. Al di là degli impegni di apostolato che non mancano, dobbiamo pensare prima di tutto alla nostra vita interiore di sacerdoti. Tutto il bene che potremo fare alle anime dipenderà anzi tutto della nostra vita spirituale. Non bisogna illudersi su questo, se non mettiamo al primo posto la vita di preghiera che è il dovere principale del sacerdote (lodare Dio e intercedere  per le anime), e se dimentichiamo il breviario che è la preghiera ufficiale della Chiesa, non viviamo il nostro sacerdozio come si deve e saremo tutt’al più dei funzionari più o meno buoni.

Poi, la Santa Messa deve essere il centro della vita sacerdotale. Tutto deve convergere sulla S. Messa e sorgere dalla S. Messa. Ci ricorda il calvario per il quale Nostro Signore è venuto salvare i uomini e che il sacerdote è un “alter Christus”, che salva le anime se sa abbracciare generosamente la croce, cioè se sa avere una vita di sacrificio.
Una vera vita sacerdotale è possibile, se osserviamo quello che ci prescrive le norme della Chiesa, che siano nel Codice del diritto canonico o nelle encicliche dei Papi, specialmente in Haerent animo di san Pio X (in allegato). Esortazione che non ha perduto nulla del suo valore, come d’altra parte il libro di dom Chautard: “L’anima di ogni apostolato”:  sono testi da leggere e rileggere regolarmente.

Le buon intenzioni e la buona volontà non ci mancano normalmente, ma sappiamo per esperienza che non bastano per riprendere dei buoni propositi, per ritrovare la buona strada o perseverare. Abbiamo bisogno di qualche cosa di più per uscire della mediocrità e per progredire. Da soli non è possibile. E’ per questo che la Chiesa ci chiede di seguire regolarmente un ritiro, se possibile annuale. Ne abbiamo già parlato, ma mi sembra il caso di insistere su questo. E’ vero che non è sempre facile assentarsi della parrocchia o dagli impegni pastorali o dell’insegnamento. Come la Chiesa ce lo chiede, dobbiamo fare il necessario per trovare il tempo che serve. Per esperienza, aggiungo che non ho mai incontrato un sacerdote che si è pentito d’aver fatto un ritiro spirituale, al contrario che si è pentito di non l’aver fatto prima.

Mi permetto di aggiungere una considerazione che riguarda i mezzi moderni di comunicazione e la nostra vita sacerdotale. Voi che confessate non potete ignorare il male terribile che fa internet su molti giovani, uomini e donne sotto tanti punti di vista. I danni che possono andare delle ore perdute (film, giochi…) alla pornografia. Ci vuole una volontà determinata e forte per usare bene internet per non perdere il nostro prezioso tempo per il quale il Signore ci chiederà conto. Dobbiamo essere molto disciplinati, se no sono le ore di preghiere e di sonno che ne soffrono, senza contare i pericoli che sono a portata di mano, basta  cliccare. (c’è chi consiglia di usare un cronometro per avvertire quando il tempo che ci siamo prefissi è scaduto). I sacerdoti non sono esenti da questi pericoli e non sono degli angeli ma fatto di carne e ossa.  Non ci si immagina il santo Curato d’Ars passare ore ed ore al computer.

Poi non si trova più il tempo di studiare e di leggere buoni libri. Internet non potrà mai sostituire la lettura di buoni libri. Per quello che riguarda i telefonini evoluti che si collegano su internet, dobbiamo essere anche qui molto disciplinati. Non serve averlo sempre in tasca, soprattutto quando siamo in casa. Nessuno ci obbliga a rispondere subito alle chiamate o ai messaggi o alle e-mail. Questi apparecchi ci chiamano ad ogni momento, e questo è un grande disturbo per la vita spirituale del sacerdote. Se dobbiamo durante la giornata spesso rivolgerci al Signore per conservare il contatto con Lui e vivere in unione con Dio, è chiaro che questi apparecchi fanno l’effetto contrario, è il mondo che ci chiama o che entra in noi, impedisce l’unione con Dio. Forse qualcuno troverà che sono esagerato, ma purtroppo è cosi. Poi la concentrazione diviene sempre più difficile perché prendiamo l’abitudine dello zapping che porta alla superficialità. Questo non vuole dire che questi strumenti non possono essere utilizzati per la buona causa e anche per l’apostolato, ma spesso gli effetti negativi sono più grandi degli effetti positivi. A questo proposito ho letto poco tempo fa una frase interessante ma non mi ricordo dove: Chi dà del tempo alla preghiera, il Signore non lavora con lui, ma lavora per lui. I mezzi moderni ci fanno immaginare qualche volta che possiamo con questo fare un apostolato straordinario, ma dimentichiamo che niente può prendere il posto della preghiera che resta il mezzo più efficace per la conversione delle anime.

C’è un abuso di questi mezzi, oggi è difficile non vedere dei confratelli che hanno in mano il loro telefonino quasi tutto il giorno, dalla sacristia al confessionale e  anche durante le conversazioni o conferenze,  verificano i loro messaggi o le ultime notizie. Attenzione a non essere schiavi di questi apparecchi . Purtroppo ci sono dei sacerdoti che ne sono schiavi, e diventano sacerdoti appunto schiavi non della modernità, ma alla fine del maligno. Sono casi drammatici.

Esistono alcuni sacerdoti che hanno rigettato completamente l’uso di internet, non l’hanno in casa, non hanno il telefonino con la connessione. Stanno benissimo.
Vorrei per terminare proporvi un libro che ci può aiutare molto per la vita sacerdotale: Passione per Cristo, diario di Mons. Giuseppe Canovai, edizioni Cantagalli, 2015.E’ un santo sacerdote morto all’età di 38 anni nel 1942. Ecco quello che scrive Mons. Florian Kolfhaus nell’introduzione: “Mons. Giuseppe Canovai, fu come il cardinale Merry del Val, a cui può essere comparato, un diplomatico pienamente nel mondo, e allo stesso tempo, completamente staccato della mondanità. Il suo tratto dominante fu la bonomia: la battuta scherzosa, il tono scanzonato, l’allegria contagiosa. Non si tratta solo del suo temperamento naturale, ma della gioia soprannaturale di chi si sente chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa. Ma questo tratto affabile, con cui conquista le anime, coesiste con una vena di tristezza interiore. Da quasi ogni pagina de suo Diario spirituale affiora la mestizia di chi ha la grazia di conoscere la propria natura inclinata al peccato, la propria incapacità di fare il bene senza l’aiuto misericordioso di Dio, lo scrupolo santo di fare sempre troppo poco e di rimanere un servo inutile. Sempre, però, brilla in queste pagine il mistero della croce, che non è depressione e frustrazione di fronte alle proprie debolezze, ma la vittoria la più sublime: “Ti ho domandato la Croce, hai segnato fin dal primo giorno il mio sacerdozio del segno della Croce. Te l’ho chiesto e me l’hai data, ne ha scelta una ben dura” (Diario, 29 ottobre 1933).

Abbiamo bisogno di conoscere dei modelli sacerdotali che hanno attraversato spesso delle difficoltà che noi incontriamo nella nostra propria vita. Penso che la lettura di Mons. Canovai vi aiuterà molto a tendere ad una vita più santa.

Prima di lasciarvi, cito due passi del Diario di Mons. Canovai che tratta di quello che fu detto prima.

Il giornale è il fazzoletto del naso del diavolo: è per quello che è bene non toccarlo”.
Non è necessario di avere delle notizie tutti giorni….  Il numero un po’ limitato aiuta al contrario a non soffocare le cose più importante sotto una moltitudine di cose secondarie”.

Vi saluti tutti fraternamente e vi assicuro delle mie preghiere, sperando di avere l’occasione di rivedervi presto. d. E.

giovedì 11 giugno 2015

uccidere i preti

Come uccidere un prete




don Aldo Buonaiuto
aldo_buonaiutoSono passati diversi giorni da quando nella diocesi di Livorno un sacerdote si è suicidato. E non è il primo prete a uccidersi. Drammi che non verranno mai compresi se non si entra nel loro vissuto.
Di fatto c’è una grande scollatura tra la vita di un ecclesiastico e la società civile. I preti, per la maggior parte, vivono completamente soli senza avere nessuno accanto e molto spesso abbandonati a se stessi. La gente, il popolo difficilmente comprende il proprio pastore, il suo stato d’animo; anzi usualmente lo vedi celere a criticare, senza risparmiargli nulla. Nei confronti dei religiosi si è diventati iper intransigenti, a volte spietati.
La crisi di valori della società poi, ha capovolto anche il modello sacerdotale, riducendolo da punto di riferimento che era, a un odierno facchino della fede, utile a sbrigare i compiti necessari per definirsi un cristiano.
Le legittime aspettative che si devono avere verso un consacrato si sono trasformate in intolleranti e assurde pretese sul suo modo di essere, quasi come se dovesse forzatamente risultare un supereroe. Di fatto la categoria del prete è sconosciuta ai molti, a iniziare dai cattolici. La gente ignora l’enorme difficoltà che può avere un sacerdote nel condurre una vita affettivamente serena mantenendosi in “grazia di Dio”, cercando sempre di mediare con grande zelo e amorevolezza pur dovendo rispettare quelle giuste distanze affinché esso sia per tutti e non di qualcuno.
E quando dovesse cadere, sbagliare ecco tutti pronti a metterlo alla gogna; senza pietà, a partire dai propri fedeli e magari anche dai colleghi. Esempi tristi e disdicevoli per cui mentre si dice di credere nel Vangelo, poi la realtà continua a essere un’altra cosa.
Per i sacerdoti non si prega più e non c’è più stima, tanto meno rispetto. Molte realtà ecclesiali utilizzano il prete solo per le liturgie, stile “usa e getta”, e quando ha terminato di svolgere quelle funzioni che può solo lui amministrare, ecco che non serve più.
Ci sono anche Vescovi che hanno dimenticato le difficoltà del vivere da sacerdoti diventando intransigenti, e non sono pochi coloro che “non sentono l’odore delle proprie pecore”, espressione più volte ripetuta da Papa Francesco. Ma il presbitero è una persona come le altre, che ha bisogno di sentirsi amata e apprezzata specialmente dai propri punti di riferimento. Quando ciò non avviene ecco che potrà diventare facile preda del maligno e dei suoi seguaci. La più grande vittoria di satana infatti è distruggere un’anima consacrata e sacerdotale, perché un singolo discepolo di Gesù può recuperare tante pecorelle smarrite e collaborare per la salvezza di tanta umanità.
I fedeli, almeno coloro che si dichiarano cattolici, dovrebbero pregare e sostenere i propri pastori al di là dei loro umani difetti. È necessario ricordare la presenza sacramentale che c’è nel sacerdote alter Christus. In un mondo desacralizzato la presenza del prete è patrimonio prezioso in quanto custode di Dio, della storia sacra e indicatore dell’infinito. Ormai sembra un discorso da sognatori… Dicono che le grandi lobby di potere vogliano annullare tutte le religioni a partire da quelle monoteiste. Il primo passo è allontanare il popolo dai suoi ministri.
http://www.interris.it/2015/06/11/62309/editoriale/come-uccidere-un-prete.html

domenica 7 giugno 2015

Sacris solemniis

CORPUS DOMINI 2015







Sacris solemniis juncta sint gaudia,
et ex præcordiis sonent præconia;
recedant vetera, nova sint omnia,
corda, voces, et opera. 

Noctis recolitur cœna novissima,
qua Christus creditur agnum et azyma
dedisse fratribus, iuxta legitima
priscis indulta patribus. 

Post agnum typicum, expletis epulis,
corpus Dominicum datum discipulis,
sic totum omnibus, quod totum singulis,
eius fatemur manibus. 

Dedit fragilibus corporis ferculum,
dedit et tristibus sanguinis poculum,
dicens: accipite quod trado vasculum;
omnes ex eo bibite. 

Sic sacrificium istud instituit,
cuius officium committi voluit
solis presbyteris, quibus sic congruit,
ut sumant, et dent ceteris. 

Panis angelicus fit panis hominum;
dat panis cœlicus figuris terminum;
o res mirabilis: manducat Dominum
pauper, servus et humilis. 

Te, trina Deitas unaque, poscimus:
sic nos tu visita, sicut te colimus;
per tuas semitas duc nos quo tendimus,
ad lucem, quam inhabitas.




mercoledì 25 febbraio 2015

pregare nella malattia

Preces recitando ab infirmis, praesertim in sacris Ordinibus constitutis.


I. Conscius ego, Dòmine, tantae caritàtis tuae, in pace in idipsum dormiam et requiéscam, nec amóre vitae, nec timóre mortis ànxius. In mànibus tuis sortes meae. Jacto super te, Dòmine, omnem curam meam, quónìam tu sollicitus es mei; et omnes capilli càpitis mei numerati, sunt coram te. Constituisti mihi terminos, qui praeteriti non pòterunt.

II. Dominus es, quod bonum fuerit in óculis tuìs fac, et quis sum ego, ut dicam tibi, cur ita fàcias? Numquid lutum dicit figulo, quid facis? aut figmentum contradicit factori suo? numquid enim nos non sumus in manu tua sicut lutum in manu figuli? Itaque voluntas tua, mea erit. Si vis me vivere, para­tum cor meum, Deus; sed auge gratiam, ut fidélius tibi serviam. Si jubes me mori, paràtum est cor meum: fac tàntum in pace récipi spìritum meum.

III. Si vis ut ego moriar, mors mihi in lucro erit; cónsequar enim, et comprehndem te, quem hacténus quaerit et dìligit anima mea. In manus tuas, Dòmine, commen­do spiritum meum: redemìsti me, Dómine Deus veritàtis. Tuus sum, Dòmine, seu vìvens, seu moriens. Fiat in me voluntas tua: sed, ne permittas in aetérnum me separàri, a te, Deus meus!

IV. Amore mei, Dòmine Jesu, subìisti innócens mortem crucis, cru­cifigar et ego reus, si haec tua voluntas erit. Terram hanc ergo tuam tibi offerens restituo, ac debita vitae meae annihilatione, aeternitàtis tuae magnitudini aetérnum praestare cupio et obséquium et honòrem.

V. Sacrificium Deo mors mea, sacrifìcium expiatiónis, ut innumeris maculàtum criminibus corpus, hoc satisfaciat justitiae tuae. Quidquid ergo, meos conterit sensus, quìdquid terret naturam, excipio in làudem et honòrem Nominis tui.

VI. Jesu, Jesu, Jesu, sis mihi Jesu! O Jesu dulcis, remissio ómnium peccatorum; qui non mea tantum, sed peccata tollis totius mun­di, Jesu bone, Jesu pie, Jesu miséricors, salva me, et intra vulnera tua abscónde me.

VII. Jesu dulcissime, prò salute omnium nostrum in Cruce mortuus, in Cruce exàltatus, ut omnia tràheres ad te, trahe me ad te, ac intra vulnera tua, quae quìdem mea sunt, abscónde me. Passer invenit sibi domum, et turtur nidum suum, cur non et ego? tu domus mea es, Rex meus, Deus meus, et Salvator meus.

VIII. In te, bone Jesu, deficiat anima mea, et in tuis vulnéribus liquefiat. Moriar ìtàque. Dòmine Jesu, sed in te moriar et prò te, qui prò me mori, dignàtus es, non ut pérderes me sed ut habeam vitam. Amen.

Ora prò nobis, Virgo dolorosissima.
Ut digni efficiàmur promissiónibus Christi.

Orèmus. Intervéniat prò nobis, quaesumus, Dòmine Jesu Chrìste; nunc, et in hora mortis nos-trae, apud tuam clemèntiam beata Virgo Maria Mater tua; cujus sacratissimam ànimam in hora tuae passionis dolóris gladius pertransìvit: Qui vivis et regnas in saecula saeculórum. Amen.

Atto di accettazione della morte composto e recitato da san G. Cafasso

Grande Iddio, io accetto e adoro la sentenza di morte pronunziata sopra di me, e portandomi col pensiero sul mio letto di morte, voglio fare adesso per allora una ultima e solenne protesta di quei sentimenti ed affetti con cui in­tendo terminare la mia mortale carriera. Siccome questo miserabile corpo fu la cagione per cui offesi tanto il caro mio Dio, così per sua punizione e castigo ne fo ben di cuore un totale sacrificio all'offeso mio Signore. Per quello che riguarda il tempo o le circostanze tutte della mia morte, io mi rassegno pienamente, ad esempio del mio Divin Redentore, a tutto ciò che il Padre Celeste avrà disposto di me. Io accetto quella morte qualunque che Iddio nei suoi decreti crederà mi­gliore per me. Per compiere la volontà sua, intendo accettare da Lui o per Lui tutti quegli spasimi e dolori, che sarà in voler suo che io soffra in quel punto. Questa è la mia ferma e precisa volontà, con cui intendo vivere e morire in qua­lunque momento Iddio voglia disporre di me. Io mi metto tra le mani della mia cara madre Maria, del mio buon Angelo Custode, di san Giuseppe, dei Santi miei protettori, quali tutti attendo sul punto di mia morte e pel viaggio alla mia eternità. Amen.

sabato 14 dicembre 2013

prima della preghiera prepara la tua anima


UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE
  

Il sacerdote nella Præparatio 

e nella Gratiarum Actio della 

S. Messa



1. La preghiera intima e personale di Gesù
Per il sacerdote portare frutto nella vita e nel ministero dipende dall’unione con Dio, unione che è alla base anche del fatto che i fedeli si rivolgono a lui perché preghi per loro. Gesù Cristo ha affidato a coloro che lo seguivano più da vicino una parola che chiarisce il senso di tutto il bene che avrebbero fatto: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi dimora in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5). Lo stesso Signore Gesù, nel contesto dei molti miracoli da lui operati, ha stabilito un tempo per stare solo, da dedicare alla preghiera al suo Padre celeste. Per Gesù, la preghiera ufficiale della liturgia era supportata da una vita interiore, nella quale la riservatezza supportava quell’intimità che nutre la preghiera personale. Le dimensioni ecclesiale e comunitaria sono rafforzate da simile relazione personale con Dio, che ogni fedele spera di poter approfondire.
La ricerca di Dio, che dà significato alla vita di quelli che lo amano, serve da ricordo quotidiano del fatto che ogni benedizione proviene da e al tempo stesso rivolge verso il Dio onnipotente. La Sacra Scrittura descrive in maniera vivida il nutrimento che Gesù trasse dalla sua vita di preghiera nascosta: «Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare» (Lc 5,16). Allo stesso modo, notiamo l’importanza dei diversi momenti del giorno, dal fatto che Gesù si mostra particolarmente attento al silenzio della preghiera, in cui egli cerca il volere del Padre. Momenti simili incoraggiano uno speciale raccoglimento e una vicinanza ininterrotta: «Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava» (Mc 1,35); «Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù» (Mt 14,23).

2. La preghiera intima e personale del sacerdote
Il sacerdote, consapevole di partecipare all’opera di Cristo, si sforza di seguire il suo esempio, di guidare il santo popolo di Dio al Padre, attraverso Cristo nello Spirito Santo. Egli sa molto bene che, poiché i suoi difetti danneggiano la credibilità della sua testimonianza, deve chiedere con non minore urgenza a Dio di infondere in lui le virtù proprie del suo stato. Parte dell’omelia proposta nel rito di ordinazione del presbitero istruisce colui che sta per essere ordinato in questo modo: «Così continuerai l’opera di santificazione di Cristo. Attraverso il tuo ministero, il sacrificio spirituale dei fedeli è reso perfetto, perché unito al sacrificio di Cristo, è offerto attraverso le tue mani nel nome della Chiesa in modo incruento sull’altare, nella celebrazione dei sacri misteri. Riconosci ciò che fai, imita colui che tocchi, sicché celebrando il mistero della morte e risurrezione del Signore, tu possa mortificare in te stesso tutti i vizi e prepararti a camminare in novità di vita»[1].

Si vede, perciò, che il motivo di una particolare preparazione del sacerdote prima della Messa e il ringraziamento dopo di essa risiede nel beneficio per l’intera Chiesa, perché il sacerdote che santifica il popolo cristiano ha bisogno lui per primo di essere riempito dallo spirito di santità. È sempre di aiuto al sacerdote l’aver preso un momento per considerare i testi che pregherà durante la Messa, sia nel giorno in cui vi partecipa l’assemblea, sia quando essa manca. Opportune riflessioni previe sui testi possono stimolare un desiderio più profondo di Dio. La preparazione testuale costituisce una preparazione liturgica coerente per la S. Messa, non da ultimo perché basata sulla Sacra Scrittura. Un sacerdote che coltiva il silenzio personale nel tempo che precede e che segue la S. Messa, con la sua stessa disposizione incoraggerà lo spirito di meditazione.

Un sacerdote in cura pastorale potrebbe dover lottare per stabilire il silenzio desiderabile in ogni sagrestia, specialmente se si presenta la necessità di dovervi incontrare dei fedeli. Ma proprio per lui in particolare, i testi di preparazione prima della Messa e di ringraziamento dopo di essa offrono pensieri utili ad elevare la mente e il cuore e, in tutto o in parte, possono essere pregati in qualunque momento. Essi riconoscono anche le limitazioni di tempo e perciò si presentano come un sostegno spirituale più che un’imposizione di obbligazione sul sacerdote che cerca di celebrare la Messa nel modo più riverente possibile. Va notato che la blanda rubrica che si trova sotto i titoli della Praeparatio ad Missam e della Gratiarum Actio nel Messale del 1962 riconosce tali esigenze concrete del sacerdote[2]. Nessun atto di amore è, per definizione, affrettato. Avendo offerto il supremo sacrificio dell’amore di Cristo, è da aspettarsi che un sacerdote sarà mosso a fare quanto possibile per trovare un tempo, per quanto breve, per un atto di rigraziamento dopo la Messa. E si sentirà rafforzato per averlo fatto.
La preparazione di un sacerdote per la Messa sarà ulteriormente sostenuta dal ciclo della Liturgia delle Ore, che arricchisce la vita di ogni sacerdote. L’antica sapienza del Ritus Servandus in Celebratione Missae, che si trova ancora nella prima parte del Messale del 1962, presume l’importanza intrinseca dell’Ufficio Divino per la vita interiore del presbitero. Essa stabiliva che il Mattutino e le Lodi dovevano essere stati completati prima della celebrazione. Nondimeno, va notato che il contesto di quella prescrizione secolare non poteva tenere presente la Messa serale[3].
Poiché la Messa è ormai celebrata a qualunque ora del giorno liturgico, non si applica più in modo restrittivo tale norma, tuttavia i Principi e Norme per la Liturgia delle Ore spiegano attentamente la connessione tra la celebrazione dell’Eucaristia e la Liturgia delle Ore: «Cristo ha comandato: “Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1). Perciò la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo comando, non cessa mai di innalzare preghiere e ci esorta con queste parole: “Per mezzo di lui (Gesù) offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio” (Eb 13,15). A questo precetto la Chiesa ottempera non soltanto celebrando l’Eucaristia, ma anche in altri modi, e specialmente con la Liturgia delle Ore, la quale, tra le altre azioni liturgiche, ha come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte»[4].



3. La Praeparatio ad Missam
3.1. La comparazione dei testi offerti per la Praeparatio evidenzia che le stesse preghiere sono incluse nelle due forme del Rito Romano, sebbene esse siano state ridotte a quattro nel Missale Romanum del 1970. In questo, troviamo la preghiera Ad Mensam di sant’Ambrogio; l’Omnipotens sempiterne Deus, ecce accedo di san Tommaso d’Aquino; una preghiera alla Beata Vergine Maria, O Mater pietatis et misericordiae; e la Formula di Intenzione Ego volo celebrare Missam[5]. A seguito di una prima riforma delle indulgenze fatta dopo il Concilio Vaticano II e pubblicata nell’Enchiridion delle Indulgenze del 1968, non si menzionano le indulgenze che sono state accordate alla recita di queste preghiere da Pio IX, i cui dettagli erano stati pubblicati nel Messale del 1962.

3.2. Ampli testi adornano quel Messale. L’antifona Ne reminiscaris chiede a Dio di essere misericordioso nonostante i peccati nostri e di coloro che ci hanno preceduto. Essa è seguita dai salmi 83, 84, 85, 115 e 129. IlKyrie eleison, Christe eleison, Kyrie eleison e il Pater noster, i cui due ultimi righi formano l’inizio di una serie di versetti, sono seguiti da un numero di brevi collette. In alcuni manuali devozionali queste sette collette sono state attribuite a sant’Ambrogio e assegnate ai diversi giorni della settimana. Comunque sia, per come sono sistemate nel Messale, si ritiene che esse vadano dette in successione sotto un’unica conclusione. Tutte, eccetto la settima, si concentrano sull’opera di santificazione dello Spirito Santo. La settima colletta è seguita da una dossologia più lunga che conclude la serie. La prima colletta prega affinché lo Spirito Santo risplenda nei nostri cuori, così che possiamo celebrare degnamente i santi misteri. La seconda chiede che possiamo amare Dio perfettamente e lodarlo degnamente. La terza che possiamo servire Dio nella castità e purezza di spirito, mentre la quarta implora il Paraclito di illuminare le nostre menti. La quinta domanda la forza dello Spirito Santo per scacciare le forze del nemico. La sesta colletta chiede la sapienza e la consolazione e l’ultima supplica Dio di purificarci e di fare di noi il luogo della sua dimora.

3.3. L’estesa Oratio Sacerdotis ante Missam è divisa nel Messale in sette parti, una per ogni giorno della settimana, e forma una meditazione orante sull’imitazione delle virtù di Cristo, Sommo Sacerdote. Il suo significato è altrettanto confortante quanto esigente. La rilevanza dei suoi vari temi è adeguata al suo stile letterario, che è insistente ed intimo. La domenica il sacerdote chiede allo Spirito Santo di insegnargli a trattare i santi misteri con reverenza, onore, devozione ed intimo timore. Il lunedì, si concentra sul suo bisogno di perfetta castità, mentre il martedì il sacerdote riconosce la propria indegnità a celebrare la Messa e, mentre proclama la sua fede nel fatto che Dio può supplire a quanto gli manca, chiede di percepire la sua presenza mentre celebra ed anche di essere circondato dagli angeli. Il mercoledì viene alla luce l’elenco delle necessità sociali delle persone per le quali Cristo ha versato il suo Sangue. Di giovedì il sacerdote, mentre mendica la misericordia divina, si ricorda di come la provvidenza soccorra all’umana fragilità: «Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato»[6]. Il venerdì il sacerdote prega specialmente per i defunti e il sabato egli riflette sul grande dono del Santissimo Sacramento e supplica che esso lo possa condurre a vedere Dio faccia a faccia.

3.4. L’Ad Mensam di sant’Ambrogio chiede che il Corpo e il Sangue di Cristo possano perdonare il sacerdote dei suoi peccati e proteggerlo dai suoi nemici. La Preghiera di san Tommaso d’Aquino, invece, domanda che il potere risanante del Santissimo Sacramento possa preparare il sacerdote alla visione eterna di Dio. Nella Preghiera alla Beata Vergine Maria, il sacerdote prega non solo per se stesso, ma per tutti i suoi confratelli che celebrano Messa in quel giorno in tutto il mondo. Seguono preghiere a san Giuseppe, a tutti gli angeli e i santi e infine una preghiera al santo in onore del quale verrà celebrata la Messa. La Formula di Intenzione ricorda al sacerdote l’intenzione della Chiesa a riguardo della celebrazione della Messa, nonché il suo ruolo all’interno di essa. Il sacerdote non è all’opera da solo. Ciò che egli compie è stato consegnato da Cristo alla sua Chiesa, confermato dal Magistero e supportato dalla Tradizione. Il sacerdote rende presente il Corpo e Sangue di Cristo. Egli segue il rito della santa Chiesa Cattolica. Suo scopo è di lodare Dio e la Chiesa celeste, mentre prega per quella terrena, e in particolare per tutti coloro che si sono raccomandati alle sue preghiere, come pure per il benessere di tutta la Chiesa Cattolica. Poi, pregando per tutti i fedeli, il sacerdote chiede che il Signore conceda a lui e a tutti gioia con pace, l’emendamento della vita, uno spazio di vera penitenza, la grazia e il conforto dello Spirito Santo e la perseveranza nelle buone opere.

4. La Gratiarum Actio post Missam
4.1. Il corpo di testi che forma il ringraziamento dopo la Messa dimostra amore, umiltà e fede che si esaltano nel dono sublime della Santissima Eucaristia. Il Missale Romanum del 2002 contiene la Preghiera Universale attribuita a papa Clemente XI e l’Ave Maria. Inoltre, in comune con il Messale del 1962, contiente la Preghiera di san Tommaso d’Aquino; le Aspirazioni al Santissimo Redentore o Anima Christi; l’Offerta di sé o Suscipe; la Preghiera davanti a N.S. Gesù Cristo Crocifisso o En Ego; e la Preghiera alla Beata Vergine Maria. A questi testi nel Messale del 1962 venivano annesse indulgenze dai papi Pio X, XI e XII, mentre alcuni testi del Missale Romanum del 2002 sono stati inclusi anche nell’Enchiridion delle Indulgenze.

4.2. Nel Messale del 1962, un’antifona precede il Benedicite (cf. Dn 3,56-58) e il Salmo 150. Osservando la stessa struttura della Preparazione alla Messa, il Kyrie eleison e alcuni versetti aprono la strada ad alcune collette. La prima di esse prega che, come i tre giovani furono tratti illesi dalle fiamme, così possano i servi del Signore evitare le ferite del peccato. La seconda colletta domanda che le opere buone che Dio ha iniziato nei suoi servi possano essere portate a compimento, mentre la terza, che ha tema simile alla prima, è una preghiera a san Lorenzo, diacono e martire, che fu trovato vincitore nella sofferenza. Le devozioni che il sacerdote può recitare pro opportunitate posseggono espressioni pari alle richieste di protezione nel nostro viaggio verso il cielo. Dopo la Preghiera di san Tommaso ce n’è un’altra (alia oratio) e l’inno metrico Adoro Te è seguito dall’amata orazione dell’Anima Christi. Il Suscipe e l’En Ego precedono un’altra preghiera che chiede che la Passione di Cristo sia la forza del sacerdote, la sua difesa e gloria eterna. Prima delle preghiere a san Giuseppe ed al santo in onore del quale è stata celebrata la Messa, la Preghiera alla Beata Vergine Maria offre Gesù, che è stato ricevuto nella Santissima Eucaristia, alla Vergine Madre, perché Ella possa rioffrirlo nel supremo atto di adorazione (latreia), o culto perfetto, alla Santissima Trinità.

5. Conclusione
L’Ordinamento Generale del Messale Romano stabilisce: «È perciò di somma importanza che la celebrazione della Messa, o Cena del Signore, sia ordinata in modo tale che i sacri ministri e i fedeli, partecipandovi ciascuno secondo il proprio ordine e grado, traggano abbondanza di quei frutti, per il conseguimento dei quali Cristo Signore ha istituito il Sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue e lo ha affidato, come memoriale della sua Passione e risurrezione, alla Chiesa, sua dilettissima Sposa»[7]. La preparazione del sacerdote alla Messa e l’atto di ringraziamento successivo si completano a vicenda. Essi nutrono la riverenza nei cuori e nelle menti dei fedeli che sono aiutati a partecipare con maggiore intensità alla liturgia celebrata da un sacerdote che ha beneficiato dell’opportunità di raccogliersi. Ciò che incoraggia la preparazione previa promuove anche il ringraziamento successivo alla Messa. Entrambi guidano continuamente la Chiesa verso e dal Sacrificio eucaristico che celebra e rende presente i frutti del mistero pasquale finché Cristo ritorni alla fine dei tempi.

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Note
1) Pontificale Romanum, «De Ordinatione Episcopi, Presbyterorum et Diaconorum», cap. 2, n. 151: «Munere item sanctificandi in Christo fungéris. Ministério enim tuo sacrifícium spirituále fidélium perficiétur, Christi sacrifício coniúnctum, quod una cum iis per manus tuas super altáre incruénter in celebratióne mysteriórum offerétur. Agnósce ergo quod agis, imitáre quod tracta, quátenus mortis et resurrectiónis Dómini mystérium célebrans, membra tua a vítiis ómnibus mortificáre et in novitáte vitæ ambuláre stúdeas».
2) La dicitura Praeparatio ad Missam stampata in nero è seguita dall’altra: pro opportunitate sacerdotis facienda scritta in rosso, il che qualifica i testi come risorse facoltative che il sacerdote può usare a seconda delle circostanze.
3) «Sacerdos celebraturus Missam […] saltem Matutino cum Laudibus absoluto».
4) Institutio Generalis de Liturgia Horarum, cap. 1, n. 10.
5) Missale Romanum, editio typica tertia 2002, nn. 1289-1291.
6) Sap 11,24 forma l’introito del Mercoledì delle Ceneri, sia nella forma ordinaria che straordinaria del Rito Romano.
7) Institutio Generalis Missalis Romani, 2002, n. 17.


domenica 9 dicembre 2012

talare


 
CHIESA: L'abito fa il prete

Chiesa
Una circolare interna a firma del cardinale Bertone invita tutti gli ecclesiastici che lavorano nella Santa Sede a usare la talare nera o il clergyman

L’abito deve fare il monaco, almeno in Vaticano. Lo scorso 15 ottobre il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha firmato una circolare inviata a tutti gli uffici della curia romana per ribadire che sacerdoti e religiosi devono presentarsi al lavoro con l’abito proprio, e cioè il clergyman o la talare nera. E nelle occasioni ufficiali, specie se in presenza del Papa, i monsignori non potranno più lasciare ad ammuffire nell’armadio la veste con i bottoni rossi e la fascia paonazza.

Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto.

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.

La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».

La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.

L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio. Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato.

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

mercoledì 25 aprile 2012

LA VESTE TALARE

L' abito ecclesiastico 

 

Ritengo di attirare la attenzione su un problema, che sta diventando della massima importanza: quello dell'abito ecclesiastico. […] Di fatto si sta assistendo alla più grande decadenza dell'abito ecclesiastico. […] L'abito condiziona fortemente e talvolta forgia addirittura la psicologia di chi lo porta . L'abbigliamento, infatti, impegna per la vestizione, per la sua conservazione, per la sostituzione. È la prima cosa che si vede, l'ultima che si depone. Esso ricorda impegni, appartenenze, decoro, colleganze, spirito di corpo, dignità! Questo fa in modo continuo. Crea pertanto dei limiti alla azione, richiama incessantemente tali limiti, fa scattare la barriera del pudore, del buon nome, del proprio dovere, della risonanza pubblica, delle conseguenze, delle malevoli interpretazioni. […] L'abito non fa il monaco al 100%, ma lo fa certamente in parte notevole; in parte maggiore, secondo che cresce la sua debolezza di temperamento. […] Per tale motivo la questione della divisa ingigantisce nel campo ecclesiastico e si impone alla attenzione di quanti vogliono salvare vocazioni, perseveranza negli accettati doveri, disciplina, pietà, santità! […] succede che in talune città d'Italia (non citiamo ovviamente i nomi, ma siamo ben sicuri di quello che diciamo) per l'assenza di ritegno imposto dalla sacra divisa si arriva ai divertimenti tuttavia proibiti dal Codice di Diritto Canonico, ai night clubs, alle case malfamate e peggio. Sappiamo di retate di seminaristi fatte in cinema malfamati ed in altri non più consigliabili locali. Tutto per colpa dell'abito tradito! […] Il bilancio che ne consegue . Eccolo:
- disistima;
- sfiducia;
- insinuazioni facili e talvolta gravi;
- preti che, cominciando dall'abito e dallo smantellamento della prima umile difesa, finiscono dove finiscono...
- crisi sacerdotali, del tutto colpevoli, perché cominciate col rifiuto delle necessarie cautele, richieste dal Diritto Canonico e dal consiglio dei Vescovi..., con risultati disgraziati e spostati...
- seminari che si svuotano e non resistono; mentre nel mondo, tanto in Europa che in America, rigurgitano i seminari, ordinati secondo la loro genuina origine, col rigoroso abito ecclesiastico, nella vera obbedienza al Decreto conciliare Optatam totius;
- anime che si trascinano innanzi senza più alcuna capacità decisionale, dopo la loro contaminazione col mondo.

[…] Credo difficile possa esistere nel nostro tempo, proprio per le sue caratteristiche, lo spirito ecclesiastico senza il desiderio e il rispetto dell'abito ecclesiastico. […] Qui non parliamo solo di «abito ecclesiastico», ma di talare. E guardiamo bene le cose in faccia, senza alcun timore di quel che si può dire. […] Alcuni, per boicottare l'uso della talare o per giustificarsi nell'aver ceduto alla moda corrente contraria all'abito talare, affermano: «Tanto la talare è un abito liturgico», volendo così esaurire l'eventuale uso della talare alla sola liturgia. Questo è apertamente falso e capziosamente ipocrita! […] Francamente è chiaro che il clergyman […] non è la soluzione più desiderata. Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio? Il prossimo non sostituisce Dio! Non è soldato chi non ama la sua divisa. […] L'indirizzo da darsi è:
- che anche se la legge ammette il clergyman, esso non rappresenta in mezzo al nostro popolo la soluzione ideale;
- che chi intende avere l'integro spirito ecclesiastico deve amare la sua talare;
[…]
- che la difesa della talare è la difesa della vocazione e delle vocazioni.

Il mio dovere di Pastore mi obbliga a guardare assai lontano. Ho dovuto constatare che la introduzione del clergyman oltre la legge e le depravazioni dell'abito ecclesiastico sono una causa, probabilmente la prima, del grave decadimento della disciplina ecclesiastica in Italia. Chi vuol bene al sacerdozio, non scherzi con la sua divisa!

[Testo tratto da: Card. Giuseppe Siri, A Te sacerdote, vol. II, Frigento: Casa Mariana, 1987, pp. 67-73].

lunedì 20 febbraio 2012

Ferrandina ricorda Mons. Angelo Grieco

21 febbraio
anniversario della morte
di Mons. Angelo Grieco




Signore misericordioso, che al tuo servo e sacerdote don Angelo, nel tempo della sua dimora tra noi, hai affidato la tua parola e i tuoi sacramenti, donagli di esultare per sempre nella liturgia del cielo. Per il nostro Signore