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giovedì 2 marzo 2017

hanno portato via il Signore

Per favore, ridateci i tabernacoli








Non so se succede anche a voi. Quando entro in una chiesa, sempre più spesso fatico a capire dov’è il tabernacolo. Mi tocca cercarlo, come in una caccia al tesoro. E qualche volta non lo trovo proprio.

Così come la fantasia degli architetti si sbizzarrisce nel progettare ed edificare chiese che sembrano tutto tranne che chiese cattoliche (possono andare benissimo come palazzetti dello sport o come sale protestanti, ma non come luoghi di culto cattolici), allo stesso modo gli arredatori degli interni, presi da irrefrenabile voglia di novità e cambiamento, spostano il tabernacolo negli angoli più strani e a volte più remoti.

Ora io so di non avere occhi di falco. Sono miope e, quando arrivo dalla luce esterna, impiego un po’ di tempo per adattarmi alla penombra della chiesa. Però molto spesso non è questione di scarsa vista e di luce. In tante chiese, purtroppo, il tabernacolo si trova in posizioni improbabili, quasi che non fosse lui il padrone di casa, quasi che lo si volesse nascondere come si fa con qualcuno di cui ci si deve un po’ vergognare.

Mi è successo anche oggi. Entro e non vedo. Va bene, mi dico, saranno gli occhi. Guardo, riguardo. E non vedo. Perché il tabernacolo non c’è. O, per lo meno, non è lì dove dovrebbe essere. È spostato a lato, molto defilato, senza la luce rossa, nascosto dentro una specie di gabbia d’acciaio. Perché c’è da dire anche questo: più viene messo ai margini, più il tabernacolo, in quanto oggetto, diventa strano e assume fogge inverosimili e assurde.

D’accordo, dopo la riforma conciliare, con l’altare e il celebrante rivolti verso l’assemblea, il tabernacolo non può più stare sulla tavola. Ma vogliamo dirlo chiaramente? Il tabernacolo, nel presbiterio, deve stare comunque al centro, perché il suo contenuto è il centro di tutto. Al centro non deve stare la sedia, che a volte sembra un trono, del celebrante. Io non voglio adorare una sedia. No, al centro deve stare il tabernacolo, la casa di nostro Signore. Perché tabernacolo significa piccola casa, e tutto quanto l’edificio della chiesa, a ben guardare, non è che un luogo costruito per accogliere e custodire quella piccola casa dal contenuto infinitamente grande.

So che a questo punto persone molto esperte troveranno il modo di spiegare che «sì però… va bene… tuttavia…». No. Chiedo che il tabernacolo sia rimesso al centro, che sia immediatamente individuabile, che abbia la sua lucina rossa piccola ma chiara, che gli sia reso l’onore che merita. E che il fedele non debba fare la caccia al tesoro per scoprire dov’è. Perché, quando entri in un’abitazione, il padrone di casa ti viene incontro, e non è che tu devi metterti a cercarlo in giro per le stanze.

Sapete qual è il mio dubbio? Che chi sposta il tabernacolo ai margini non creda fino in fondo che lì c’è la presenza reale di Gesù. Altrimenti non si spiega una simile scelta. Se tu sai che lì c’è Gesù, se credi che quella sia la sua santa casa, ti viene naturale metterlo al centro.

Sento già l’obiezione: ma quante storie, guarda che il Signore è presente ovunque nel mondo e nell’universo, ovunque nel cuore delle persone, non c’è bisogno di costruirgli una casa e di esporla. E invece sì che c’è bisogno. Se crediamo che lì non c’è un simbolo, un ricordino, un souvenir, ma proprio Lui, allora dobbiamo concludere che al tabernacolo va riservata una posizione centrale.

Qualcuno dirà: ma, scusa tanto, quando la cena è terminata la tavola viene sparecchiata, e dunque perché il pane dovrebbe restare lì, al centro? Non è forse vero che, finito il banchetto, tutto quanto viene riposto da un’altra parte?
Certo che sì. Ma per noi cattolici quello non è solo pane. È il pane della vita, è nostro Signore in persona. Quindi non va riposto in un angolo, coma una suppellettile qualsiasi.

Si dimentica anche che in ogni chiesa il fedele fa un percorso, anzi un vero e proprio pellegrinaggio, un cammino spirituale il cui culmine non è la sedia del celebrante e nemmeno l’altare, e nemmeno qualche statua di santi. È nostro Signore.

E come non notare che questa tendenza a emarginare nostro Signore va di pari passo con la tendenza a non inginocchiarsi? Troppo spesso si entra in chiesa come in una semplice sala per assemblee, nella quale chiacchierare e intrattenersi con gli altri fedeli. Ma tutto ciò un cattolico non lo può accettare. L’atto di inginocchiarsi rispecchia la disposizione dello spirito. È atto di adorazione. Non si entra in chiesa per incontrare il signor parroco o gli amici. Vi si entra per adorare nostro Signore. Ecco perché resto male quando in chiesa le persone non si inginocchiano, non fanno bene il segno della croce e non stanno in silenzio, ma chiacchierano fra di loro, formano capannelli, si salutano come se si incontrassero per la strada.
Lo ripeto: noi cattolici non entriamo in chiesa come se fosse un’aula per le assemblee della comunità. Entriamo nella casa del Signore, dove dobbiamo tributargli tutto il nostro rispetto e tutta la nostra adorazione. E se la Chiesa è casa di Dio, tutto deve essere in funzione di Dio che si è fatto uomo ed è morto e risorto per noi. Non deve essere in funzione di noi fedeli che vi entriamo.

Vorrei dunque fare una modesta proposta a vescovi, parroci, religiosi: per favore, ridateci il tabernacolo. Sia ben visibile e riconoscibile, al centro dell’abside. Ai lati mettiamoci la sedia del celebrante, che è un ministro, un servitore, non il protagonista di uno spettacolo. Sulle pareti non mettiamo cartelli, cartelloni e tazebao, ma ci sia posto solo per immagini sacre, prima di tutto di Maria e poi dei santi, così che possano sostenerci nell’adorazione e nella preghiera. Il tutto, come si legge nel «Messale romano», sia ispirato a nobile semplicità e dignità. La chiesa non è un luogo in cui procedere per accumulo di oggetti, immagini, scritte, manufatti vari. E il Santissimo Sacramento, all’interno del tabernacolo, sia collocato «in una parte della chiesa assai dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera». Nel caso in cui questo luogo sia una cappella, si faccia in modo che anch’essa sia ben visibile, adatta all’adorazione e alla preghiera e unita strutturalmente al resto della chiesa, così che non sembri un’aggiunta. E presso il tabernacolo resti sempre accesa una lampada (non un faro da set cinematografico o da studio televisivo, come ho visto in alcuni casi).
Sembrano accorgimenti di poco conto, ma non è così. È rispetto, è coerenza, è fede.

Benedetto XVI, nell’esortazione postsinodale «Sacramentum caritatis», lo spiega bene: è necessario che «il luogo in cui sono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa». Il fedele deve essere aiutato e facilitato nel riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. Non deve essere sviato, ostacolato, impedito.

A meno che non lo si voglia proprio sviare e ostacolare.

Aldo Maria Valli

venerdì 6 maggio 2016

ORFANI DEL CIELO

 
Un Cielo lontano-lontano ...
 




ORFANI DEL CIELO
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 5 - Maggio 2016

Terrena despicere et amare coelestia.

 Quante volte, nelle orazioni della liturgia tradizionale, la Chiesa fa chiedere questo, “disprezzare le cose della terra e amare quelle del Cielo”! Quante volte nella Sacra Scrittura vi è un continuo richiamo ad alzare lo sguardo alle cose eterne:

 Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1-2).

 E' il frutto cosciente della Pasqua cristiana: siccome Cristo è risorto ed è asceso alla destra del Padre, tu sai che la vita vera è la vita eterna e devi ormai vivere proteso verso ciò che è definitivo. Cristo è risorto, tu devi risorgere con lui, non puoi più vivere come se questo non fosse accaduto, non puoi vivere per qualcosa di meno! Ma il vivere per Cristo, vincitore del peccato e della morte, vuol dire vivere protesi verso i beni eterni, verso il Paradiso, verso il Cielo: cercate le cose di lassù.

 Il cristianesimo ammodernato ha invece avvelenato tutto e ci ha fatti orfani del Cielo. Sì, orfani del Cielo!

 Il cristianesimo che ci è stato passato in questi anni è un cristianesimo terreno, preoccupato di dimostrare di essere utile a questo mondo.

 La Madonna a Fatima non sbagliò di certo quando parlò degli errori che la Russia, se non si fosse convertita, avrebbe sparso nel mondo: il Marxismo-Comunismo è stato il più orrendo ribaltamento della religione cattolica, il sovvertimento dell'unica vera religione. Il Marxismo-Comunismo ha, in modo demoniaco, proiettato gli uomini verso un messianismo terreno: il messia atteso diventa la società nuova, che nasce dalla rivoluzione, dove tutti saranno uguali; la società comunista.

 Solo che nella maggioranza dei casi ci fermiamo, nel considerare il male di questa religione ribaltata e atea che è il Comunismo, al fiume di sangue prodotto dalle sue persecuzioni. Certo, milioni di morti ha sulla coscienza, le sue mani grondano di sangue, ma il suo male non è solo qui e innanzitutto qui. L'azione malefica del Comunismo ateo è quella propria di ogni eresia: l'avvelenamento della Chiesa.

 E la Chiesa, tragicamente, al Concilio Vaticano II, decise di non condannare esplicitamente il Comunismo ateo e così il male non trovò più barriere per penetrare nel Tempio di Dio.

 Abbiamo assistito in questi anni ad una Chiesa sempre più preoccupata di dimostrare, ai comunisti e ai post-comunisti, di essere utile alla società. Una Chiesa dimentica della vita soprannaturale, che cade sempre più nel Naturalismo; una Chiesa più simile ad una associazione di volontariato, una Chiesa tutta interna alla moderna società.

 Certo, il Cielo non è negato, in questa Chiesa, ci mancherebbe altro! Non è negato, ma è abbandonato come orizzonte ultimo, come “uscita di sicurezza” di questa vita terrena che gli uomini, laici o cattolici che siano, programmano tra di loro. Un Cielo lontano-lontano...

 Capita della nuova vita cristiano-moderna, quello che accade in troppi funerali: si accompagna all'estremo saluto chi è stato perfettamente indifferente a Dio, lo si commemora dal punto di vista umano, e poi gli si concede la prospettiva di un utopico cielo da cui lui ci guarderebbe ora, tanto per esorcizzare la morte.

 Esattamente come quei cattolici impegnati nel volontariato del mondo che, finito tutto il loro daffare, sperano che il loro agitarsi non finisca con la morte, perché Dio concede un'altra vita.

 Questa è la vita eterna del catto-comunista,  o se volete del cattolico naturalista: per lui è reale la vita di quaggiù e chiede a Dio di proseguirla dopo l'inevitabile smacco della morte corporale. È l'avvelenamento del Cristianesimo, è il suo ribaltamento, predetto a Fatima.

 Totalmente differente è la prospettiva cattolica: la vita reale è la vita eterna, che è la vita vera. È così reale, dalla Resurrezione di Cristo, che il cristiano è chiamato a volerla e desiderarla con tutta la fibra del proprio essere... cercate le cose del Cielo.
 
 Altro che orizzonte su cui proiettare le nostre speranze ed esigenze umane!, è l'esatto contrario: la vita eterna con Dio è così vera che è essa a proiettare sulla vita di quaggiù una prospettiva totalmente nuova. L'uomo deve vivere, qui ed ora, per il Cielo; e tutto ciò che dice e fa deve essere per il Cielo; e se non è per il Cielo non è degno di questo mondo.

 La Chiesa è stata posta nel mondo perché gli uomini non dimentichino questo.
 La Chiesa e il cristiano sono posti nel mondo perché gli uomini non si impadroniscano di Dio per benedire le loro cose umane, ma perché le umane vivano delle eterne e siano così salvate.
 La Chiesa c'è perché il Cielo salvi gli uomini.

 Ma la chiesa ammodernata ci ha fatto orfani del Cielo, e interessandosi freneticamente delle cose della terra ha lasciato gli uomini nella solitudine.

 Ma questa chiesa ammodernata, senza il Cielo, non sarà mai la Chiesa di Dio.

 La Messa della tradizione, e lo sperimenta chi la vive con fedeltà, è la Messa del Cielo:
 tutta protesa alle cose di Dio possa rimetterci nella giusta posizione.


 Cercate le cose di lassù: questo cercare inizia dalla Messa di sempre.

venerdì 29 aprile 2016

lo sposo ... di notte ...

Lo Sposo giunge nel cuore della notte



26 marzo 2016
Veglia di Pasqua
 

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B. Schedoni, Le Marie al sepolcro

Nei Vangeli sentiamo spesso parlare dello Sposo che sta per venire.
Lo Sposo viene nella notte. Le vergini lo aspettano con ansia.
Giunge nel cuore della notte …
E così è per noi!
Il Crocifisso è lo Sposo della Chiesa, di noi, che siamo il suo corpo!
Con la sua morte Egli ci è stato sottratto.
Non c’è più! Ma ci ha annunciato che sarebbe tornato…
Ed eccolo! Ora è qui!


Immaginiamo come dovrebbe essere il cuore di una sposa che vede morire lo sposo.
E poi, però, scopre che non è così, ma lo vede arrivare da lei nella notte!
Quando l’amato sembra ormai perduto … e, poi, invece, lo ritroviamo!
Immaginiamo come dev’essere …
Ecco! Così dev’esser la nostra gioia!
Così dev’essere questa notte …
Un’esplosione di autentica gioia perché lo Sposo è qui!
Era morto ed è tornato in vita!
Era perduto ed è stato ritrovato!

La parabola delle dieci vergini, però, ci racconta di come alcune sono sagge e alcune stolte!
E ci racconta come dovremmo essere noi…
Pronti! Con la lampada della fede accesa per incontrare lo Sposo nella notte
Con l’olio del desiderio di Lui che arde nel cuore e nella mente
Con la prontezza di una vita dedicata a liberarci dai pesi che possono ostacolare la corsa verso di Lui!
Dobbiamo correre nella notte verso lo Sposo che vuole introdurci nella festa!
E non possiamo farlo se non ci prepariamo
Se non alimentiamo la fede, il desiderio di Dio, la leggerezza di una vita senza peccato!

Ma il Vangelo oggi ci parla di altre donne che corrono…
Non sono la Sposa che va incontro allo Sposo
Ma sono le donne che portano l’annuncio del Risorto!
E, però, sono proprio come quelle vergini!
Sono piene di fede
Sono colme di desiderio
Sono libere dal peccato e capaci di andare lontano
Hanno scoperto che per incontrare lo Sposo devono annunciarlo
Devono gridare la bellezza della sua Risurrezione, della sua vita nuova!

Eccoci, dunque, chiamati a essere la Sposa gloriosa del Signore Gesù
Eccoci chiamati a correre verso di Lui nella notte di questo mondo di tenebra con la lampada accesa
Eccoci chiamati a essere annunciatori coraggiosi della sua Risurrezione a tutti
Ed ora ecco… affrettiamoci!
Lo Sposo nel pane e nel vino viene a introdurci nelle feste di nozze
E noi andiamogli incontro con le lampade accese!


http://www.bonifacius.it/lo-sposo-giunge-nel-cuore-della-notte/

lunedì 15 febbraio 2016

senza spargimento di sangue non c'è remissione dei peccati


"senza spargimento di sangue 
non c`è perdono dei peccati" (Ebrei 19:22)



Dalla lettera agli Ebrei.
Cristo, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna.
   Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca che si sparge su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il Sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente? Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe com­messe sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati rice­vano l'eredità eterna che è stata promessa. Parola di Dio.

Prefazio
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.
   Tu l'hai mandato in questo mondo,
perché, vittima della nuova Pasqua,
liberasse il genere umano dalla potenza delle tenebre
e, purificato da ogni colpa nel suo Sangue prezioso,
il gregge disperso riconducesse a salvezza.
   Quanti sono stati lavati nel Sangue dell'Agnello
lo seguiranno e saranno partecipi
senza fine della sua gloria.
   Per questo, uniti agli Angeli e agli Arcangeli
e a tutti i Santi del cielo,
cantiamo senza fine l'inno della tua lode.
Santo, Santo, Santo, ...

sabato 19 dicembre 2015

nella nuova chiesa non si deve parlare di Cristo

i sacerdoti non sanno più parlare di Cristo

Caro direttore,
tra tutte le castronerie dette e fatte a proposito di presepi, preghiere e gesti natalizi, forse la più grave è quella avvenuta a Monza, dove un prete responsabile di una scuola dichiaratamente “cattolica” ha detto che nel suo istituto non verrà celebrata la Santa Messa nel periodo prenatalizio, perché essa costituisce «un gesto troppo forte». Pazzesco!
Una cosa è vera: la Messa cattolica è effettivamente un gesto molto forte, anzi moltissimo forte, visto che durante la celebrazione un pezzo di pane diventa addirittura il Corpo di Cristo ed un poco di vino si trasforma nel Sangue di Cristo e noi siamo chiamati ad inginocchiarci di fronte a questo straordinario evento e ad adorare quel Pane e quel Vino. Si tratta, proprio, di un gesto non solo forte, ma assolutamente straordinario. Ed allora? Un prete cattolico si rifiuta di celebrare un gesto solo perché esso è straordinario?
Questa decisione scandalosa mette in luce come il vero problema sia, ancora una volta, quello di sottolineare che ci troviamo, anche in casa cattolica, di fronte ad una sempre più grave emergenza educativa. Il problema di questo prete non è di negare che la Messa sia un gesto molto forte, ma è quello di spiegare ai suoi ragazzi le ragioni di questa straordinarietà. Occorre proporre e spiegare il motivo di questa straordinarietà. È evidente che, in un’epoca in cui si sono perse anche le evidenze più chiare, non si può più dare nulla per scontato e occorre dare le ragioni di tutto, come del resto ci ha invitato a fare S. Pietro fin dall’inizio. Occorre proporre spiegando e dando le ragioni del gesto a cui si invita la gente, soprattutto quando si tratta di giovani.
Anch’io, a 18 anni, non andavo più a Messa e sbeffeggiavo certi riti e deridevo preti e suore. Fortunatamente, ho incontrato un sacerdote, il servo di Dio, che mi ha dato e fatto vedere le ragioni che rendevano più affascinante di qualsiasi altra cosa la sequela di Cristo dentro la Sua Chiesa, che si materializzava nella comunità dei suoi studenti. E sentendo le sue ragioni e le sue spiegazioni, a poco a poco ho ripreso confidenza con l’ipotesi di vita cristiana ed ho ricominciato a voler partecipare ai gesti liturgici cattolici, che ci facevano gustare anche attraverso bellissimi canti (anche della tradizione) e una eccezionale intensità di partecipazione. 

Quel grande padre della mia fede non ha avuto paura della straordinarietà della S. Messa, ma ha avuto il coraggio (e la fede) di proporre anche a me miscredente la bellezza e la ragionevolezza di Cristo. Ed ha vinto. Il grave di quanto accaduto a Monza è che un sacerdote cattolico si è arreso al pensiero unico contemporaneo ed ha rinunciato a compiere l’elementare gesto educativo (anche questo “forte”) di spiegare le ragioni di una proposta. Ha perso una grande occasione. Spero e prego che si rifaccia il prossimo Natale del 2016 (oppure anche la prossima S. Pasqua, dato che la Resurrezione è un gesto molto “forte”).
http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli--se-anche-i-sacerdoti-non-sanno-piu-parlare-di-cristo-14679.htm#.VnBgUtLhCt8

sabato 4 aprile 2015

PASSATO IL SABATO



- Dum transisset sabbatum
Maria Magdalene et Maria Iacobi
et Salome emerunt aromata
ut venientes unguerent eum
Responsorium
- Et valde mane una sabbatorum 
veniunt ad monumentum 
orto jam sole

discese agli inferi



DEDICATED TO SERENALUCE

Vergnügte Ruh! beliebte Seelenlust! 
Dich kann man nicht bei Höllensünden, 
Wohl aber Himmeleintracht finden; 
Du stärkst allein die schwache Brust, 
Vergnügte Ruh! beliebte Seelenlust! 
Drum sollen lauter Tugendgaben 
In meinem Herze Wohnung haben. 


Happy rest! Beloved pleasure of the soul! 
Not with Hell's sins can you be found 
But by the harmony of Heaven; 
You alone strengthen the weak breast, 
Happy rest! Beloved pleasure of the soul! 
Then pure gifts of virtue shall 
Have dwelling in my hear


giovedì 2 aprile 2015

Liturgia della Settimana Santa

Istruzione sull’Ufficiatura della Settimana Santa, dal Manuale di Filotea di Riva


Nell’ufficiatura dei tre ultimi giorni si lascia il Gloria Patri:
per significare che in quei giorni non si proferivano contro di Cristo che maledizioni e bestemmie; per conformarsi ai desideri di Gesù che per la sua elezione volle in questi giorni tener nascosta la sua gloria per diventar l’obbriobrio degli uomini e l’abbiezione della plebe.

Si cantano le Lamentazioni perché ciò che Geremia diceva del popolo ebreo rimproverandolo di ingratitudine, minacciandolo di desolazione, la Chiesa con più ragione lo ripete sopra i Cristiani, i quali spesso rinnegano coi fatti il loro Redentore e si tirano sul proprio capo i flagelli più spaventosi della sua collera.

Si spengono i lumi nel corso e nel fine dell’Uffizio delle Tenebre per significare che in tal Tempo: Cristo, vera luce del mondo, fu oscurato con mille obbrobrii, e poi estinto colla morte; gli Apostoli destinati ad essere la luce del mondo si tennero per timore nascosti, quasi che in loro fosse estinto il lume della Fede.

Spegnendosi le candele del triangolo si conserva sempre accesa la più alta, la quale poi si nasconde: per conservar sempre nella Chiesa il lume sacro, che è il simbolo di quella Fede che nella Chiesa non fu mai estinta; per mostrare che la divinità di Cristo, mistico fuoco, inseparabile dalla sua umanità, non fu mai estinta, né oscurata, ma solamente nascosta; per significare che la parte superiore dell’anima di Gesù Cristo godeva la gloria dei comprensori, mentre la inferiore era esposta a tutti i travagli dei viatori.

Si fa gran rumore dopo l’Ufficio delle tenebre per significare: la sollevazione che i capi della Sinagoga eccitarono nel popolo contro Gesù; lo schiamazzo della turbe che gridava a Pilato: Crucifige, crucifige benché Gesù, dal giudice stesso, fu dichiarato innocente; lo sconvolgimento di tutta la natura alla morte di Gesù Cristo.




http://www.familiachristi.org/ufficiatura-settimana-santa-filotea-riva/

sabato 28 marzo 2015

GLI LEGARONO LE MANI

GLI LEGARONO LE MANI PERCHÉ FACEVANO IL BENE




Perché il Signore fu ammanettato dai suoi carnefici? Perché impedirono il movimento delle sue mani, legandole con dure corde? Soltanto l'odio o il timore potrebbero spiegare perché si riduce così qualcuno all'immobilità e all'impotenza. Perché odiare queste mani? Perché averne timore?
La mano è una delle parti più espressive e più nobili del corpo umano. Quando i Pontefici e i genitori benedicono, lo fanno con un gesto delle mani. Per pregare, l'uomo congiunge le mani o le alza verso il cielo. Quando vuole simboleggiare il potere impugna lo scettro. Quando vuole esprimere forza, impugna il gladio. Quando parla alle moltitudini, l’oratore sottolinea con le mani la forza del ragionamento con cui convince o l’espressione delle parole con cui commuove. È con le mani che il medico somministra i medicinali e l'uomo caritatevole soccorre i poveri, gli anziani, i fanciulli; e perciò gli uomini baciano le mani che fanno il bene, e ammanettano le mani che praticano il male.


Le Tue mani, Signore, che cosa fecero? Perché furono legate?
Chi potrà esprimere, o Signore, la gloria che queste mani diedero a Dio quando su di esse si  posarono i primi baci della Madonna e di San Giuseppe? Chi potrà esprimere con quanta tenerezza fecero a Maria Santissima le prime carezze? Con quanta devozione si giunsero per la prima volta in atteggiamento di preghiera?
E con quanta forza, quanta nobiltà, quanta umiltà lavorarono nell’officina di San Giuseppe? Mani di Figlio perfetto, che cosa altro fecero nel focolare, se non il bene ?
Quando la Tua vita pubblica ebbe inizio, fosti principalmente il Maestro che insegnava agli uomini il cammino del Cielo. E così, quando nel piccolo gregge dei tuoi eletti, insegnasti la perfezione evangelica, quando la Tua voce si alzò e sovrastò le folle estasiate e riverenti, le Tue mani si mossero segnalando la dimora celeste o condannando il crimine, aggiungendo alla parola tutti quei significati di cui l’arricchisce il gesto. E gli Apostoli e le moltitudini credettero in Te, e Ti adorarono, o Signore.
Mani di Maestro, ma anche mani di Pastore. Non soltanto insegnasti, ma guidasti. La funzione di guidare si esercita più propriamente sulla volontà, come quella d’insegnare più esattamente sull’intelligenza. E siccome è soprattutto mediante l’amore che si guidano le volontà, le Tue mani divine ebbero virtù misteriose e soprannaturali per vezzeggiare i più piccoli, accogliere i penitenti, guarire gli ammalati.


Ma queste mani, così soprannaturalmente forti che al loro imperio si piegarono tutte le leggi della natura, e ad un loro cenno il dolore, la morte, il dubbio fuggirono, queste mani avevano ancora un'altra funzione da esercitare. Non parlasti anche del lupo famelico? Saresti stato Pastore se Tu non lo avessi respinto?
Il lupo, sì... è innanzi tutto il demonio. Tu cacciasti il demonio, Signore, con terribile imperio, e di fronte alla Tua parola grave e dominatrice come il tuono, più nobile e più solenne di un canto di angeli, gli spiriti impuri fuggirono impauriti e vinti.
Come Pastore, le Tue mani divine non si  limitarono a brandire il bordone contro le potenze spirituali e invisibili che, a detta di San Paolo, infestano l’aria per perdere gli uomini. Esse  fustigarono anche il demonio e il male nei suoi agenti tangibili e visibili. Condannarono il male, considerato innanzitutto in senso astratto. Non ci fu vizio contro cui Tu non parlasti.
Ma ugualmente il male nella sua pratica, nella misura in cui si concretizza negli uomini, e non solo negli uomini in generale,  ma in certe classi - i farisei per esempio - e non solo in certe classi ma in certi uomini visti molto in concreto: i venditori del tempio, immortalati nel Vangelo grazie al loro castigo esemplare.
In effetti si trattava non dei diritti meramente umani, ma della Causa di Dio. Poiché nel servizio di Dio ci sono momenti in cui il non recriminare, non fustigare equivale a tradire.
Queste mani che furono così soavi per uomini retti come l'innocente Giovanni e la penitente Maddalena, queste mani che furono così terribili per il mondo, il demonio, la carne, perché sono legate e ridotte in carne viva? Sarà forse per opera degli innocenti, dei penitenti? O piuttosto per opera di coloro che ricevettero il castigo meritato e contro questo castigo si ribellarono diabolicamente?
Sì, perché tanto odio, perché tanto timore da dover sembrare necessario legare le Tue mani, ridurre al silenzio la Tua voce, sopprimere la Tua vita?


Signore, per capire questa mostruosità, bisogna credere all'esistenza del male. Bisogna riconoscere che così sono gli uomini, che la loro natura facilmente si ribella contro il sacrificio, che quando prende il cammino della rivolta, non c'è infamia né disordine di cui non sia capace. Dobbiamo riconoscere che la tua Legge impone sacrifici, che è duro essere casto, essere umile, essere onesto, e di conseguenza è duro seguire la tua Legge.
Il Tuo giogo è soave, sì, il tuo peso e leggero. Però, non perché non sia amaro rinunciare a ciò che c’è di animalesco e di disordinato in noi, ma perché Tu stesso ci aiuti a farlo. E quando qualcuno Ti dice no, comincia ad odiarti, a odiare ogni bene, tutta la verità, tutta la perfezione di cui Tu sei la personificazione stessa.

E se non Ti ha a portata di mano, in forma visibile, per scaricare il suo odio satanico, allora colpisce la Chiesa, profana l'Eucaristia, bestemmia, propaga l'immoralità, predica la Rivoluzione.
Sei ammanettato, o Gesù mio, dove sono gli zoppi e i paralitici, i ciechi, i muti che  guaristi, i morti che risuscitasti, i posseduti che liberasti, i peccatori che  risollevasti, i giusti a cui  rivelasti la vita eterna? Perché loro non vengono a spezzare i lacci che legano le Tue mani?

Paradosso curioso. I tuoi nemici continuarono a temere le tue mani, benché legate, e per questo Ti uccisero. I tuoi amici sembrarono meno consapevoli del tuo potere. Perché non ebbero fiducia in Te, fuggirono spaventati davanti a coloro che Ti perseguitarono. Perché? Anche qui la forza del male è palese.

I Tuoi nemici amarono talmente il male che, anche sotto le umiliazioni delle corde che Ti legarono, percepirono tutta la forza del Tuo potere... e tremarono! Per essere sicuri, vollero trasformare in piaga la Tua ultima fibra di carne ancora sana, vollero versare l’ultima goccia del Tuo sangue, vollero vederTi esalare l’ultimo sospiro.

E nemmeno allora furono tranquilli. Morto, infondevi ancora timore. Bisognava sigillare il Tuo sepolcro e circondare di guardie armate il Tuo cadavere. Tanto che l’odio al bene li rese perspicaci al punto di fargli percepire ciò che è indistruttibile in Te. Al contrario, i buoni non se ne resero conto con la stessa chiarezza. Ti reputarono sconfitto, perso; fuggirono per salvare la propria pelle. Ebbero solo occhi e udito per presagire il proprio rischio. In effetti, l’uomo diventa perspicace soltanto in quanto a ciò che ama. E se vede più il suo rischio che il Tuo potere, è perché ama più la sua vita che la Tua gloria.


O Signore, quante volte i Tuoi avversari tremarono davanti alla Chiesa, mentre io, miserabile, vedendola ammanettata credetti che tutto fosse perduto! Ma quanta ragione ebbero i Tuoi nemici! Tu  risorgesti. Non soltanto le corde e i chiodi non servirono a niente, ma né la lastra del sepolcro, né il carcere e tanto meno la morte poterono trattenerTi. Sì, sei risorto! Alleluia!

Signore mio, che lezione! Vedendo la Chiesa perseguitata, umiliata, abbandonata dai suoi figli, negata dai costumi pagani e dalla scienza panteista di oggi, minacciata all'esterno dalle orde del comunismo e all’interno dall’insensatezza di quelli che vorrebbero venire a patti con il demonio, io esito, tremo, penso che tutto sia perduto. Signore, mille volte no! Tu risorgesti per la Tua forza, e spezzasti i vincoli con cui i Tuoi avversari avevano preteso di trattenerTi nelle ombre della morte.

La Tua Chiesa partecipa di questa forza interiore e può in qualsiasi momento distruggere tutti gli ostacoli da cui si vede circondata. La nostra speranza non è nelle concessioni, né nell’adattamento agli errori del secolo. La nostra speranza è in Te, Signore. Esaudisci le suppliche dei giusti, che ti pregano per mezzo di Maria Santissima. Invia, o Gesù, il Tuo Spirito, e sarà rinnovata la faccia della terra.
(Plinio Corrêa de Oliveira - Catolicismo, Aprile 1952)



http://www.pliniocorreadeoliveira.it/pensieri_e_massime_040.htm

martedì 24 marzo 2015

NON tutti i PECCATI possono essere perdonati

Esistono peccati così gravi che non possono essere perdonati?


L'amore di Dio non ha limiti tranne uno: senza pentimento non si può accedere alla misericordia e alla salvezza



Sappiamo che disperare del perdono dei propri peccati offende Dio. Nel “Dialogo della Divina Provvidenza”, Dio insiste molte volte su questo con Santa Caterina da Siena: 

“Con questa misericordia possono attaccarsi alla speranza, se lo vogliono. Ché se non vi fosse questo, non vi sarebbe nessuno che non si disperasse, e nella disperazione giungerebbe coi demoni all’eterna dannazione...Quest’ultimo peccato della disperazione è molto più spiacevole a me e dannoso a loro, che tutti gli altri peccati che hanno commessi... Al peccato della disperazione non ve li muove fragilità, poiché non vi trovano alcun piacere, ma niente altro che pena intollerabile.

Nella disperazione l’infelice spregia la mia misericordia, stimando il suo difetto maggiore della misericordia e bontà mia. Caduto che sia in questo peccato, non si pente né ha dolore della mia offesa come dovrebbe; si duole sì del suo danno, ma non si duole dell’offesa che ha fatta a me; e così riceve l’eterna dannazione...

La mia misericordia è maggiore di tutti i peccati che potesse commettere qualunque creatura. Perciò mi dispiace molto che essi stimino maggiori i loro difetti. Questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là”.


Quando parla di questo, che è il “peccato contro lo Spirito Santo”, il Catechismo della Chiesa insegna che

“La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (§ 1864).

La cosa più importante è capire e credere che

“La Chiesa 'ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l'anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati'.

Non c'è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. 'Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono'. Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontani dal peccato” (§ 981-2).

A chi desidera meditare in modo approfondito la questione della fiducia e della misericordia di Dio, raccomando vivamente di leggere il libro di monsignor Ascânio Brandão “El Breviario de la Confianza” (Ed. Cléofas, 2013).

Non serve arrabbiarsi con se stessi e condannarsi dopo un peccato. Sarebbe un male maggiore, è orgoglio sopraffino. Il rimedio è rialzarsi umilmente, accettare con rassegnazione la propria mancanza e cercare il perdono nella misericordia infinita di Dio, che non ci abbandona mai. Cristo ci ha lasciato la Chiesa e la confessione per questo motivo.

San Francesco di Sales insegnava che “più siamo miserabili, più dobbiamo avere fiducia nella bontà e misericordia di Dio; perché tra la misericordia e la miseria c’è un legame così grande, che l’una non si può esercitare senza l’altra”.

Raccomandava inoltre di soppesare i difetti più con dolore che con indignazione, più con umiltà che con severità, e di conservare il cuore pieno di un amore blando, tranquillo e tenero. Non conformarci alla nostra debolezza e alla nostra miseria, aggiungeva, è una questione di orgoglio. Dio a volte permette le nostre cadute, come è avvenuto con San Pietro, per farci diventare umili. È grazie alle nostre mancanze che conosciamo la nostra miseria e confidiamo solo in Dio.

Giuda e San Pietro hanno peccato gravemente al momento della Passione del Signore, ma Pietro non si è disperato. È stato umile, ha confidato nella misericordia di Gesù e si è salvato. Giuda è caduto nel rimorso e si è suicidato. La differenza è stata la fiducia nella misericordia di Gesù.

È per questo che Santa Faustina ha raccomandato tanto la Coroncina della Misericordia, che possibilmente deve essere recitata davanti al Santissimo Sacramento e in particolare di fronte ai moribondi.

Non possiamo dimenticare che la gioia di Dio e dei suoi angeli è vedere un peccatore pentito. “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Con quale gioia Gesù ha perdonato Maria Maddalena, la donna adultera, la samaritana, Zaccheo e tanti altri!

“Le lacrime dei penitenti sono così preziose da essere raccolte nella terra per essere elevate al cielo, e la loro virtù è così grande che si estende fino agli angeli”, ha detto Bossuet. Gli angeli stimano le lacrime di pentimento dei peccatori più di quelle degli innocenti. L'amarezza del pentimento ha per loro più valore del miele della devozione.

Ogni caduta è una grande occasione che abbiamo per imparare ad essere umili. Sant'Alfonso diceva che anche i peccati commessi possono contribuire alla nostra santificazione, nella misura in cui il loro ricordo ci rende più umili, più grati alle grazie che Dio ci ha donato dopo tante offese.

L'umiltà è quindi la grande forza di chi aspira alla santità. Lo ha detto Santa Teresa: chi possiede la virtù dell'umiltà e quella della rinuncia a se stessi “può ben uscire a combattere contro tutto l’inferno congiunto e contro tutto il mondo e le sue seduzioni”.

Queste due virtù, diceva la santa, hanno la proprietà di nascondersi da chi le possiede, di modo che non le vede mai, né si persuade di averle, anche se gli viene detto. San Giovanni della Croce ha detto che “tutte le visioni, rivelazioni e sentimenti celesti non valgono il minimo atto di umiltà”.

[
 Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

mercoledì 18 marzo 2015

Via Crucis: Terra e Sangue

Terra e Sangue

Vorrei chiedere alla Veronica quel fazzoletto di lino.
Sangue e terra sulla stoffa hanno dipinto il volto del Figlio dell’Uomo. Non perde il vizio – Lui, il Figlio dell’Uomo – di lasciare tracce e segni eloquenti di sé lungo la via che percorre, nemmeno ora che si fa dolorosa.
Da Nazaret fino al Calvario: sporte di pane miracoloso, otri di vino nuovo, reti piene di inaspettata pesca, gambe risanate, occhi che tornano ad accendersi, vite restituite. Ora, questo lino impregnato di polvere e sangue ha il sapore di un testamento. Questo è il Figlio di Dio, sembra esclamare: un volto sofferente di terra e di sangue.
Il fazzoletto della Veronica sporcato dal viso di Gesù ha la dignità di un intero Vangelo: il Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell’Uomo, è sangue e terra modellati dalla sofferenza. Buona notizia.
Perché quel sangue e quella terra – insieme alla fatica – sono la materia prima dell’umanità, i figli di Adamo, polvere e soffio, terra e sangue. Il lino non mente: davvero questo Cristo è polvere e sangue. Adamo anche Lui, come me, come te.

La terra e la sua durezza Gli hanno impastato i piedi nel suo instancabile peregrinare; la terra e i suoi colori Gli hanno riempito gli occhi nel suo perenne contemplare. La sua anima si è impregnata dei sapori della terra e le Sue parole ne hanno preso il profumo: seminatori, sementi, contadini, gigli, erba, viti, uva, grano, aratri, farina, pane… La Sua voce odora di terra.
La terra è Sua maestra! Quasi Sua madre. Su di lei ha riposato nei Suoi sonni: per guanciale una pietra, per giaciglio il nudo suolo. Non mi stupisco se le viscere della terra per Lui saranno solo un grembo da cui rinascere. Uomo di terra che parla della terra e che parla del Cielo. Perché uomo di terra sì, ma di una terra che per Lui è solo il confine del cielo.
Un confine che ama oltrepassare per portare il Cielo in terra e la terra in Cielo. Gesù Figlio dell’Uomo, Figlio di Dio, uomo di terra e di sangue.

Veronica e Volto Santo

Sangue di uomo scorre nelle Sue vene, ma sangue di re: Figlio di Davide, della tribù di Giuda, viene chiamato; buon sangue non mente: Egli infatti viene a costruire un regno, anche se la Sua regalità e la Sua dignità sono roba dell’altro mondo.
Nel sangue le Sue origini: quello degli innocenti uccisi al Suo posto. Nel sangue – il Suo stavolta, versato e offerto – è la Sua fine. Sembra un tipo cui il sangue ribolle nelle vene. Un’inquietudine Lo caratterizza, uno slancio impetuoso Lo spinge verso gli uomini, fino all’ultimo sangue.
Non è un tipo dal sangue freddo: niente calcoli niente mezze misure. Per Lui ogni cosa è un impegno all’ultimo sangue: se parla dei Suoi discepoli lo fa considerandoli fratelli di sangue; se descrive la Sua missione racconta di carne da mangiare e sangue da bere; il Suo regno viene stabilito con un patto di sangue: «Questo è il mio sangue dell’alleanza»; le Sue lotte interiori gli fanno sudare sangue.
Uomo di sangue ma che parla di Spirito. Perché uomo di sangue sì, ma di un sangue che per Lui sarà il tempio dello Spirito. Egli distrugge quel tempio – di carne e sangue – e in tre giorni lo ricostruisce, nello Spirito.

Gesù Figlio di Davide, uomo di terra e di sangue, Figlio di Dio, Figlio dell’Uomo. Terra e sangue non hanno apparenza di bellezza ma il modo in cui quel volto le ha mescolate non smette di attrarmi e commuovermi.
Per questo vorrei chiedere alla Veronica quel fazzoletto di lino e tenere lo sguardo fisso su quest’uomo sofferente di sangue e di terra che mi parla di Spirito e mi apre il Cielo.
Contemplerei quei lineamenti e non sentirei mai più lontano un Dio che tanto mi somiglia e che fa capolino in ogni volto segnato dalla fatica della vita.
Guarderei all’immagine del Figlio e non mi vergognerei più di essere solo terra e sangue, non mi preoccuperei più della pochezza della mia umanità, non vorrei giudi- care più chi nella sua vita riesce a essere né più né meno che un uomo.
Studierei su quel lino i canoni della bellezza di una vita donata e non smetterei più di insegnare che ogni faccia d’uomo splende di bellezza – oltre la polvere e il sangue – se diventa il volto del dono.
Adorando quel telo saprei che, dopo la Sua croce e il Suo riposo nel grembo della terra, posso anch’io, tra terra e sangue, condividere lo stesso destino del Figlio. E come Lui vorrò il Cielo e amerò lo Spirito.
Anch’io come Lui, uomo di terra e di sangue.
http://www.labottegadelvasaio.net/2015/03/16/terra-e-sangue/