Visualizzazione post con etichetta nuova evangelizzazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nuova evangelizzazione. Mostra tutti i post

mercoledì 27 aprile 2016

strane omissioni

C’era già tutto in “Evangelii gaudium”

1. Leggendo l’esortazione apostolica Amoris laetitia mi sono accorto che essa rimanda spesso all’esortazione apostolica Evangelii gaudium: ho contato diciassette riferimenti espliciti. Pur avendo letto a suo tempo questo documento, devo onestamente riconoscere che me l’ero quasi del tutto dimenticato; per cui mi sono sentito in dovere di andare a rileggermelo da capo; e ho scoperto che esso costituisce la principale chiave di lettura di Amoris laetitia.

 
Alcune osservazioni preliminari 

2. Solitamente il primo documento di un Papa è un’enciclica, in cui il neo-eletto Pontefice espone, diciamo cosí, il suo “programma di governo”. Si pensi, per esempio, all’Ecclesiam suam di Paolo VI o alla Redemptor hominis di Giovanni Paolo II. Il primo documento di Papa Francesco è stato, sí, un’enciclica (pubblicata il 29 giugno 2013); ma si trattava di un’enciclica scritta dal suo predecessore, alla quale lui si è limitato ad aggiungere solo «alcuni ulteriori contributi» (Lumen fidei, n. 7). Il vero documento programmatico del pontificato di Papa Francesco è stata, appunto, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 24 novembre 2013.

3. Di per sé, tale documento avrebbe dovuto essere una esortazione apostolica post-sinodale, come si autodefiniscono questo tipo di documenti a partire dall’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia del 1984. Se però andiamo a verificare l’intestazione di Evangelii gaudium, ci accorgeremo che manca l’aggettivo “post-sinodale”: essa è, semplicemente, una “esortazione apostolica”.

4. Diciamo che Evangelii gaudium “avrebbe dovuto essere un’esortazione apostolica post-sinodale, perché i Padri della XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi (7-28 ottobre 2012), seguendo la consuetudine introdotta ai tempi di Paolo VI, al termine dei lavori avevano consegnato al Papa tutta la documentazione disponibile, fra cui un elenco di 58 proposizioni, chiedendo al Santo Padre di «considerare l’opportunità di pubblicare un documento sulla trasmissione della fede cristiana attraverso una nuova evangelizzazione» (prop. 1). Evangelii gaudium cerca di mettere insieme le due cose: da una parte tirare le somme dei lavori sinodali, dall’altra esporre le linee programmatiche del pontificato di Papa Francesco. Se sia stata una scelta felice, non sono questi la sede e il momento per procedere a una valutazione.

5. Abbiamo detto che i Padri avevano steso una serie di 58 proposizioni, che avrebbero dovuto servire da base per la redazione dell’esortazione apostolica. Di fatto, in Evangelii gaudium, di tali proposizioni ne vengono espressamente richiamate solo la metà: ventinove (due nell’introduzione; quattro nel c. 1; quattro nel c. 2; nove nel c. 3; otto nel c. 4 e due nel c. 5). È vero che alcuni argomenti vengono ugualmente ripresi senza un esplicito riferimento alle propositiones; ma è altrettanto vero che diversi temi toccati dai Padri sinodali sono stati totalmente ignorati. Tutte le proposte concrete avanzate dai Padri sono state lasciate cadere: la pubblicazione di un compendio di orientamenti sulla proclamazione iniziale del kerygma (prop. 9); la costituzione di una commissione per la libertà religiosa (prop. 16); l’istituzione di una facoltà della nuova evangelizzazione nelle università cattoliche (prop. 30); l’elaborazione nelle Chiese particolari di un progetto missionario organico (prop. 42). In Evangelii gaudium si accenna a «un’apologetica originale che aiuti a creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da tutti» (n. 132); ma si trascurano completamente le interessantissime considerazioni dei Padri sinodali sui praeambula fidei, sulla legge naturale e la natura umana (prop. 17). Nell’esortazione apostolica si parla di migranti, invitando a «una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali» (n. 210); ma si trascura un altro aspetto, quello dei migranti cristiani che, strappati al loro ambiente di origine, rischiano di allontanarsi dalla fede e quindi avrebbero bisogno di un’attenzione pastorale particolare (prop. 21). Evangelii gaudium ignora completamente l’importante pronunciamento del Sinodo 2012 a favore della “ermeneutica della riforma”, proposta da Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 (prop. 12). Va detto che, nell’attuale disciplina, il Sinodo dei Vescovi ha un carattere esclusivamente consultivo; ed è per questo che al termine del Sinodo, in genere, non viene pubblicato un documento finale, ma solo delle proposizioni, di cui il Papa può servirsi liberamente per trarre le sue personali conclusioni. È anche vero però che, in tal modo, buona parte delle discussioni sinodali è praticamente finita nel nulla.

6. In Evangelii gaudium non si fa mai riferimento alla nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede “su alcuni aspetti dell’evangelizzazione”, pubblicata solo pochi anni prima (3 dicembre 2007) e tuttora di grande attualità. Quella nota aveva lo scopo di «chiarire alcuni aspetti del rapporto tra il mandato missionario del Signore ed il rispetto della coscienza e della libertà religiosa di tutti. Si tratta di aspetti che hanno importanti implicazioni antropologiche, ecclesiologiche ed ecumeniche» (n. 3).

7. Il Sinodo del 2012 aveva per tema: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”. L’espressione “nuova evangelizzazione” era divenuta molto comune durante il pontificato di Giovanni Paolo II; con essa il santo Pontefice aveva voluto insistere sulla necessità di ri-evangelizzare terre, come l’Europa, un tempo cristiane, ma ormai completamente secolarizzate. Ci si era chiesti a piú riprese quale fosse il contenuto esatto di tale espressione, che cosa significasse in concreto “nuova evangelizzazione”. Anche per questo, forse, era stato indetto un Sinodo. Devo dire che, leggendo le 58 proposizioni, la nebbia che avvolgeva quel concetto stava cominciando a diradarsi, anche se non si trova in esse una definizione chiara di “nuova evangelizzazione”. Se andiamo ora a leggere l’intestazione di Evangelii gaudium, scopriremo che si tratta di una esortazione apostolica “sull’annuncio del vangelo nel mondo attuale”. È scomparso qualsiasi riferimento alla “nuova evangelizzazione”. Nel testo tale espressione ricorre solo una dozzina di volte: pochine, se si pensa che il Sinodo era stato, appunto, sulla “nuova evangelizzazione”. Si potrebbe dire che Evangelii gaudium, che avrebbe dovuto costituire il lancio definitivo della nuova evangelizzazione, ne sia stata in realtà la tomba. In essa si parla dell’evangelizzazione tout court (sulla quale, per altro, era stato già fatto un Sinodo nel 1974 — “L’evangelizzazione nel mondo moderno” — da cui era scaturita la sempre valida esortazione apostolica Evangelii nuntiandi dell’8 dicembre 1975); non ci si preoccupa minimamente, non dico di definire, ma neppure di descrivere in che cosa consista la nuova evangelizzazione.

8. Un’osservazione puramente esteriore: nonostante il titolo latino, che di per sé dovrebbe riprendere le prime parole del documento, non esiste il testo latino di Evangelii gaudium. Non solo non lo si trova sul sito della Santa Sede, ma neppure negli Acta Apostolicae Sedis, dove è stato pubblicato esclusivamente il testo italiano (vol. 105/2013, pp. 1019-1137). Dell’enciclica Laudato si’, invece, che pure porta un titolo italiano, esiste il testo latino. È lecito supporre che anche Amoris laetitia non verrà mai tradotta in latino.

Carattere programmatico di Evangelii gaudium

9. In Evangelii gaudium ritroviamo tutto il repertorio delle tematiche care a Papa Francesco: la polemica contro l’autoreferenzialità (nn. 8; 94; 95); il rifiuto del proselitismo (n. 14); l’aspirazione a una «Chiesa “in uscita”» (nn. 20-24) e a una «Chiesa povera per i poveri» (n. 198); l’attenzione privilegiata alle periferie (nn. 20; 30; 46; 53; 59; 63; 191; 197; 288); il primato della misericordia (una trentina di ricorrenze; si vedano, in particolare, i nn. 37 e 193); l’auspicio di «avere dappertutto chiese con le porte aperte» (n. 47); la descrizione della società in cui viviamo facendo ricorso a espressioni vivaci quali «cultura dello “scarto”» (n. 53), «globalizzazione dell’indifferenza (n. 54), «feticismo del denaro» (n. 55), «mercato divinizzato» (n. 56); l’obbligo per il cristiano di «costruire ponti» (n. 67); la condanna del consumismo spirituale (n. 89) e della mondanità spirituale (n. 93), che si esprime nello gnosticismo e nel neopelagianesimo (n. 94); il superamento delle divisioni nella «diversità riconciliata» (n. 230); il ricorso all’immagine del poliedro per descrivere una comunità capace di integrare gli individui che mantengono la loro originalità (n. 236).

10. In Evangelii gaudium troviamo anche una serie di espressioni pittoresche, tipiche di Papa Francesco: «ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (n. 6); «un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale» (n. 10); «gli evangelizzatori hanno cosí “odore di pecore”» (n. 24); «il confessionale non dev’essere una sala di tortura» (n. 44); «un cuore missionario … non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (n. 45); «la Chiesa non è una dogana» (n. 47); «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (n. 49); «si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo» (n. 83); «una delle tentazioni piú serie che soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura» (n. 85); «si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere» (n. 96). Strano a dirsi, manca la metafora della Chiesa “ospedale da campo”.

11. Evangelii gaudium di divide in cinque capitoli, preceduti da una breve introduzione, per un totale di 288 paragrafi. Il primo capitolo (“La trasformazione missionaria della Chiesa”) è quello che si presenta come il piú programmatico; il secondo capitolo (“Nella crisi dell’impegno comunitario”) ha una finalità “diagnostica”: si sforza di descrivere «il contesto nel quale ci tocca vivere e operare» (n. 50), individuando le “sfide” del mondo attuale, a cui la Chiesa è chiamata a rispondere; il capitolo terzo (“L’annuncio del Vangelo”) costituisce la parte centrale dell’esortazione: è in esso che viene sviluppato il tema dell’evangelizzazione, facendo riferimento in genere ai risultati del Sinodo; il capitolo quarto (“La dimensione sociale dell’evangelizzazione”) cerca di sottolineare le ripercussioni comunitarie e sociali del kerygma, rileggendo, in maniera originale, la dottrina sociale della Chiesa e concentrandosi su due aspetti particolari: l’inclusione sociale dei poveri e la pace e il dialogo sociale; il capitolo finale (“Evangelizzatori con Spirito”) propone «alcune riflessioni circa lo spirito della nuova evangelizzazione» (n. 260). A noi non interessa ora seguire tutto lo sviluppo della trattazione. Ci soffermeremo esclusivamente sugli aspetti programmatici di Evangelii gaudium, rimandando a un successivo intervento una riflessione sui «quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale» (n. 221), di cui si tratta nel quarto capitolo (nn. 222-237) e che possono essere in qualche modo considerati come i “postulati” del pensiero bergogliano.

12. Mi sembra che il punto principale del “manifesto programmatico” di Papa Francesco possa essere individuato nella “conversione pastorale e missionaria”, di cui si parla nel capitolo primo. Non si tratta solo di un’impressione, ma di una esplicita dichiarazione:

«Non ignoro che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione” [Documento di Aparecida, n. 201]. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno “stato permanente di missione” [ibid., n. 551]» (n. 25). 

Per poter comprendere il pontificato di Papa Francesco, bisogna fare riferimento a tale “conversione pastorale e missionaria”. Non lo si può giudicare da una prospettiva tradizionale, che dà la precedenza agli aspetti dottrinali o canonici; egli si muove su un piano diverso, che è appunto quello pastorale.

13. È in questo contesto che vanno letti i ricorrenti riferimenti polemici alla “dottrina”:

«Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è piú bello, piú grande, piú attraente e allo stesso tempo piú necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e cosí diventa piú convincente e radiosa» (n. 35); 

«Se tale invito [del Vangelo a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti] non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere piú “il profumo del Vangelo”» (n. 39);

«È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (n. 94);

«La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte piú filosofiche che evangeliche» (n. 165);

«Gli apparati concettuali esistono per favorire il contatto con la realtà che si vuole spiegare e non per allontanarci da essa. Questo vale soprattutto per le esortazioni bibliche che invitano con tanta determinazione all’amore fraterno, al servizio umile e generoso, alla giustizia, alla misericordia verso il povero … Non preoccupiamoci solo di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino luminoso di vita e di sapienza. Perché “ai difensori dell’ortodossia si rivolge a volte il rimprovero di passività, d’indulgenza o di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e verso i regimi politici che le mantengono” [Libertatis nuntius, XI, 18]» (n. 194).

14. Se poi ci chiediamo in che cosa consista concretamente tale “conversione pastorale e missionaria”, scopriremo che essa si realizza esattamente nei due aspetti che ritroveremo in Amoris laetitia: il discernimento evangelico e l’accompagnamento pastorale. Il tema del discernimento ricorre in tutto il documento (nn. 16; 30; 33; 43; 45; 50; 154; 166; 179; 181). Ancor piú frequente è il ricorso alla categoria dell’accompagnamento (nn. 24; 44; 46; 69; 70; 76; 99; 103; 169-173; 199; 214; 285; 286). Fra le tante ricorrenze, basti qui richiamare il n. 44, piú volte ripreso da Amoris laetitia (nelle note 336 e 351, oltre che nei paragrafi 305 e 308):

«Tanto i Pastori come tutti i fedeli che accompagnano i loro fratelli nella fede o in un cammino di apertura a Dio, non possono dimenticare ciò che con tanta chiarezza insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali” [n. 1735].
Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno [Familiaris consortio, n. 34]. Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensí il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile. Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere piú gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute».

Non è da credere che Evangelii gaudium si limiti a fare dichiarazioni di principio, da cui successivamente potranno essere derivate le applicazioni pastorali che si trovano in Amoris laetitia. Già in Evangelii gaudium si trovano anticipate, per lo meno implicitamente, certe soluzioni. Si veda, per esempio, il n. 47 (anche tale testo viene ripreso piú volte da Amoris laetitia, nelle note 336 e 351, oltre che nel paragrafo 310):

«La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. Cosí che, se qualcuno vuole seguire una mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa. Ma ci sono altre porte che neppure si devono chiudere. Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli [in nota vengono citati Ambrogio e Cirillo di Alessandria]. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa».

Si direbbe che l’estensore di tale testo avesse già in mente le problematiche che, di lí a poco, sarebbero state affrontate dal Concistoro e dai due Sinodi dei Vescovi, e che intendesse in qualche modo preparare il terreno per determinate soluzioni pastorali.

15. Nelle linee programmatiche di Evangelii gaudium si può individuare un’altra tematica, che finora non è stata affrontata in modo specifico, ma che si può prevedere sarà messa al piú presto all’ordine del giorno, la “conversione del papato”:

«Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda piú fedele al significato che Gesú Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare “una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova” [Ut unum sint, n. 95]. Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente” [Lumen gentium, n. 23]. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale [Giovanni Paolo II, motu proprio Apostolos suos, 21 maggio 1998]. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria» (n. 32).

Già all’inizio dell’esortazione Papa Francesco aveva anticipato in che senso lui interpreta tale “conversione del papato”:

«Non credo che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (n. 16).

Piú avanti riprende i medesimi concetti, applicandoli all’analisi della situazione sociale:

«Né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei. Posso ripetere qui ciò che lucidamente indicava Paolo VI: “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese” [Octogesima adveniens, n. 4]» (n. 184). 

Alcuni passaggi problematici
16. Per terminare, vorrei evidenziare alcuni punti di Evangelii gaudium che, a mio parere, creano qualche problema. Nei nn. 34-39 si pone una questione che ha a lungo impegnato filosofi e teologi (a partire da Feuerbach): quella dell’individuazione, nel messaggio cristiano, di un “nucleo essenziale” da distinguere dagli aspetti secondari. Il problema esiste e non può essere ignorato:

«Nel mondo di oggi, con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre piú che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari» (n. 34).

Il Concilio Vaticano II aveva già affrontato il problema per le sue ricadute ecumeniche, e lo aveva risolto parlando di «un ordine o piuttosto una “gerarchia” delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana» (Unitatis redintegratio, n. 11). Evangelii gaudium individua il “cuore del Vangelo” nella «bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesú Cristo morto e risorto» (n. 36). Il problema non esiste solo in campo dottrinale, ma anche in campo etico: l’esortazione apostolica prende in prestito da San Tommaso le parole per definire il “nucleo fondamentale” dell’insegnamento morale della Chiesa: «la grazia dello Spirito Santo, che si manifesta nella fede che agisce per mezzo dell’amore» (n. 37; cf Summa theologiae, I-II, 108, 1). Nessuno penso che abbia nulla da ridire in linea di principio. Bisogna però avere la consapevolezza che quello che viene presentato come — ed effettivamente è — un problema pastorale, possa trasformarsi un una disputa puramente accademica, col rischio che a forza di cercare il nucleo essenziale, scartando gli aspetti considerati, spesso arbitrariamente, secondari, non rimanga nulla. Almeno, questa è la lezione che ci viene dalla storia: i filosofi e i teologi che si sono affannati nella ricerca dell’essenza del cristianesimo alla fine si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.

17. Un secondo problema, strettamente connesso col precedente, riguarda il linguaggio. Esso viene affrontato al n. 41, facendo ricorso alle parole usate da Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II: «una cosa è la sostanza [della dottrina cristiana] … e un’altra la maniera di formulare la sua espressione» (n. 6). Evangelii gaudium cosí descrive il problema:

«A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesú Cristo. Con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano. In tal modo, siamo fedeli a una formulazione ma non trasmettiamo la sostanza. Questo è il rischio piú grave».

Anche qui il problema è reale: è ovvio che nella comunicazione di un messaggio non ci si può non porre il problema di che cosa arriverà ai destinatari; e quindi è necessario adottare un linguaggio che sia loro comprensibile. Ma anche in questo caso la distinzione fra una “sostanza” e la sua “espressione” rischia di rivelarsi totalmente astratta: il linguaggio non è solo un rivestimento esteriore che si possa cambiare a piacere come un vestito; esso è strettamente connesso con la verità che esprime. Questo vale, innanzi tutto, per i dogmi. Ce lo ricordava il Beato Paolo VI nell’enciclica Mysterium fidei:

«Salva l’integrità della fede, è necessario anche serbare un esatto modo di parlare, affinché usando parole incontrollate non ci vengano in mente, che Dio non permetta, false opinioni riguardo alla fede dei piú alti misteri … 
La norma di parlare dunque, che la Chiesa con lungo secolare lavoro, non senza l’aiuto dello Spirito Santo, ha stabilito, confermandola con l’autorità dei Concili, norma che spesso è diventata la tessera e il vessillo della ortodossia della fede, dev’essere religiosamente osservata; né alcuno, secondo il suo arbitrio o col pretesto di nuova scienza, presuma di cambiarla. Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai Concili Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell’Incarnazione siano giudicate non piú adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la Chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all’una o all’altra scuola teologica, ma presentano ciò che l’umana mente percepisce della realtà nell’universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Invero quelle formule possono fruttuosamente spiegarsi piú chiaramente e piú largamente, mai però in senso diverso da quello in cui furono usate, sicché, progredendo l’intelligenza della fede, rimanga intatta la verità di fede. Difatti il Concilio Vaticano I insegna che nei sacri dogmi “si deve sempre ritenere quel senso, che una volta per sempre ha dichiarato la santa madre Chiesa e mai è lecito allontanarsi da quel senso sotto lo specioso pretesto di piú profonda intelligenza” [Cost. dogm. Dei Filius, c. 4]» (nn. 23-25).

Ovviamente la predicazione, la catechesi e la teologia, per poter svolgere ciascuna il proprio ruolo, devono godere di una piú ampia “libertà di espressione” rispetto ai dogmi; ma neppure esse possono servirsi di un linguaggio che non esprima fedelmente le verità della fede. Giustamente qualcuno faceva notare che nella citazione del discorso di apertura del Concilio Vaticano II, riportata nella nota 45 («Est enim aliud ipsum depositum Fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur»), manca una frase, che però risulta fondamentale per la retta comprensione del testo: «eodem tamen sensu eademque sententia». Si tratta di un’espressione paolina (1 Cor 1:10) usata da San Vincenzo di Lerino (a sua volta ripreso dal Concilio Vaticano I), il quale se ne serve per spiegare quello che noi chiamiamo oggi lo “sviluppo del dogma” (profectus religionis). Tale sviluppo è non solo possibile, ma addirittura inevitabile; a una condizione però:

«Sed ita tamen, ut vere profectus sit ille fidei, non permutatio. Siquidem ad profectum pertinet ut in semetipsum unaquaeque res amplificetur, ad permutationem vero ut aliquid ex alio in aliud transvertatur. Crescat igitur oportet et multum vehementerque proficiat tam singulorum quam omnium, tam unius hominis quam totius ecclesiae, aetatum ac saeculorum gradibus, intellegentia scientia sapientia, sed in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia» (Commonitorium primum, c. 23 [n. 28]; cf Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 4).

«Ma a condizione che si tratti veramente di uno sviluppo, non di un cambiamento della fede. Lo sviluppo consiste nella crescita di una cosa in sé stessa; il cambiamento invece, nella trasformazione di una cosa in un’altra. Bisogna dunque che cresca e si sviluppi molto e intensamente, col passare dei secoli e delle generazioni, la comprensione, la conoscenza, la sapienza dei singoli e di tutti, di un solo individuo e di tutta la Chiesa, ma sempre [rimanendo] nel proprio genere, vale a dire conservando la stessa dottrina, lo stesso senso e lo stesso significato» (traduzione mia; non so se non sia piú corretto tradurre “eadem sententia” in maniera piú forte: “mantenendo la medesima formulazione”).

18. Un ultimo aspetto problematico lo troviamo nel successivo n. 42:

«Occorre ricordare che ogni insegnamento della dottrina deve situarsi nell’atteggiamento evangelizzatore che risvegli l’adesione del cuore con la vicinanza, l’amore e la testimonianza».

Anche in questo caso si tratta di un’osservazione valida, che sottolinea l’importanza dello strumento utilizzato nella trasmissione del Vangelo: non basta un annuncio asettico del messaggio; occorre che tale messaggio sia veicolato attraverso l’“atteggiamento” pastorale dell’evangelizzatore, che si esprime nella vicinanza, nell’amore e nella testimonianza. Magari un tempo si insisteva di piú sulla santità del ministro:

«La stessa santità dei presbiteri, a sua volta, contribuisce non poco al compimento efficace del loro ministero: infatti, se è vero che la grazia di Dio può realizzare l’opera della salvezza anche attraverso ministri indegni, ciò nondimeno Dio, ordinariamente preferisce manifestare le sue grandezze attraverso coloro i quali, fattisi piú docili agli impulsi e alla direzione dello Spirito Santo, possono dire con l’Apostolo, grazie alla propria intima unione con Cristo e santità di vita: “Ormai non sono piú io che vivo, bensí è Cristo che vive in me” (Gal 2:20)» (Presbyterorum Ordinis, n. 12).

Oggi si preferisce insistere invece sull’atteggiamento del ministro, quasi si trattasse solo di adottare una particolare metodologia per ottenere il risultato desiderato. Ma, a prescindere da questa diversa sensibilità, ciò che andrebbe ribadito maggiormente è quanto nel testo conciliare appena citato viene affermato incidentalmente («la grazia di Dio può realizzare l’opera della salvezza anche attraverso ministri indegni»): l’evangelizzazione non dipende tanto dalle disposizioni morali o dalle capacità professionali degli evangelizzatori o dalle tecniche pastorali da loro adottate, quanto piuttosto dall’efficacia intrinseca della parola di Dio che viene annunciata. Si può applicare all’evangelizzazione ciò che la Chiesa ha sempre creduto a proposito dei sacramenti:

«I sacramenti agiscono ex opere operato ... cioè in virtú dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. Ne consegue che “il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio” [Summa theologiae, III, 68, 8]. Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1128).

Quindi ben venga un atteggiamento pastorale che dimostri la vicinanza della Chiesa alle anime; ben venga la coerenza della vita degli evangelizzatori, ai quali è chiesto di essere testimoni prima che maestri; ma sempre ricordando che, in ultima analisi, l’adesione al Vangelo dipende dalla grazia e dalle disposizioni di coloro che ascoltano l’annuncio. L’evangelizzatore è solo uno strumento — vivente, certo, ma limitato — di cui si serve la grazia: egli deve sempre rimanere consapevole di tale realtà e, mentre si sforza di uniformarsi il piú possibile al messaggio che trasmette, deve ricordare che la parola che annuncia non è sua, ma di Dio e, in quanto tale, «viva, efficace e piú tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4:12). Quanto a lui, non è altro che un “inutile servo” (Lc 17:10).
 
Padre Giovanni Scalese
 

mercoledì 3 dicembre 2014

FRANCESCO e l' ISLAM

Il dialogo interreligioso: San Francesco e il Sultano



Tratto dalla “Leggenda Maggiore” di san Bonaventura da Bagnoregio, questo racconto dell’incontro tra il Santo di Assisi e il Sultano ci insegna cos’è il “dialogo”, quello vero: l’invito alla conversione a Nostro Signore Gesù Cristo. 
“A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, affrontando coraggiosamente molti pericoli, alfine di potersi presentare al cospetto del Soldano di Babilonia.
Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte. Il Soldano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma, anzi, desideroso di affrontarla.
Confortandosi nel Signore (1Sam 30,6), pregava fiducioso e ripeteva cantando quella parola del profeta: infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me (Sal 22,4).
Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato e virtuoso.
Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo si rallegrò e disse al compagno: «Abbi fiducia nel Signore (Sir 11,22), fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”».
Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene, che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono d’ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza, li portarono dal Sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là.
Convertiti e credi al Vangelo!
Convertiti e credi al Vangelo!
Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15).
Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida).
E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42).
Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango.
Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.
Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.”
FONTE: riscossacristiana.it (1° dicembre 2014)

martedì 28 ottobre 2014

predicare apertamente il Vangelo

«NON ABBIATE PAURA DI ANDARE NEI LUOGHI PUBBLICI, COME I PRIMI APOSTOLI. NON È TEMPO DI VERGOGNARSI DEL VANGELO»





Questa la traduzione delle parole pronunciate nel bellissimo video qui sopra (quello che proponiamo è solo il trailer dell’originale) sponsorizzato anni fa dall'arcidiocesi di New York:
He leads the way, he is on the way, and he turns around and says: Follow me! Come, follow me.Lui guida e cammina sulla via e si volta verso di me dicendomi: «Seguimi. Seguimi» (Marco 10,21)
Any time you bring Jesus to the street, any time you bring Jesus to the people, things happen, lifes change, vocations are born, and this is what we need.Ogni volta che portate Gesù nelle strade, ogni volta che portate Gesù alla gente, accadono cose, le vite cambiano, nascono vocazioni e questo è ciò di cui abbiamo bisogno.

They stopped, and they looked for one second and they met Jesus with their eyes and their life could have been changed forever.

Si sono fermati e hanno guardato per un secondo e hanno incontrato Gesù con i loro occhi. E le loro vite forse sono cambiate per sempre.

It’s just a celebration, a faith celebration of the resurrection, walking to the street with our Lord, praying for vocations.
E’ una celebrazione, una celebrazione di fede nella risurrezione, camminando per le strade con nostro Signore, pregando per le vocazioni.
Here you’ll be taking to the streets of New York City, in some ways the countercultural capital of the world, you will be taking the King of Kings and the Lord of Lords.
Voi porterete per le strade di New York, per molti aspetti la capitale della contro-cultura del mondo, porterete il Re dei Re e il Signore dei Signori.
Do not be afraid! Go out in the streets and into public places like the first apostles, to preach Christ and the good news of salvation in the squares of cities!


Non abbiate paura! Uscite per le strade e nei luoghi pubblici come i primi apostoli, per predicare Cristo e la buona novella della salvezza nelle piazze delle città...


L’ultima frase è di Giovanni Paolo II. Fu pronunciata a Denver il 15 agosto 1993, in un memorabile discorso

Questo il passo completo:
«Non abbiate paura di andare per le strade e nei luoghi pubblici, come i primi Apostoli che hanno predicato Cristo e la Buona Novella della salvezza nelle piazze delle città e dei villaggi. Non è tempo di vergognarsi del Vangelo (cf. Rm 1,16). È tempo di predicarlo dai tetti (cf. Mt 10,7). Non abbiate paura di rompere con i comodi e abituali modi di vivere, al fine di raccogliere la sfida di far conoscere Cristo nella moderna "metropoli". Dovete essere voi ad andare "ai crocicchi delle strade" (cf. Mt 22) invitando tutti quelli che incontrate al banchetto che Dio ha apparecchiato per il suo popolo. Il Vangelo non deve essere tenuto nascosto per paura o indifferenza. Non è stato concepito per essere custodito in privato. Deve essere messo sopra un podio cosicché il popolo possa vedere la sua luce e rendere lode al nostro Padre celeste». 

http://www.iltimone.org/32313,News.html

mercoledì 23 luglio 2014

matrimonio indissolubile: “meta impossibile”

DIO O IL MONDO? 

PER SPAEMANN SARÀ QUESTO IL VERO TEMA DEL PROSSIMO SINODO



di Mattia Ferraresi 
“Il matrimonio non è più visto come una realtà indipendente, nuova, che trascende l’individualità degli sposi, una realtà che, come minimo, non può essere sciolta dalla volontà di un solo partner. Ma può essere dissolta dal consenso di entrambe le parti, o dalla volontà di un sinodo o di un Papa? La risposta deve essere no”. Il filosofo tedesco Robert Spaemann, autorità nel mondo cattolico tenuta in altissima considerazione, fra gli altri, dal conterraneo Benedetto XVI, sul mensile americano First Things ha scritto una potente requisitoria delle aperture alla concezione mondana del matrimonio che si stanno facendo largo – e non da oggi – anche all’interno della chiesa, specialmente in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia indetto da Francesco. Seconde nozze, nullità, accesso ai sacramenti per i risposati sono le appendici legali, le incarnazioni storiche del problema matrimoniale in un mondo dove i cattolici divorziano poco meno dei non cattolici, dicono le statistiche.

Il dilemma è se la chiesa debba curvarsi sul paradigma della contemporaneità in fatto di unioni affettive, fino al punto di vidimare religiosamente gli umori prevalenti, magari nel nome della misericordia. Spaemann legge in questo conflitto il riproporsi dell’eterna tensione fra la chiesa e il mondo, iniziata quando gli apostoli rimangono scioccati dalle parole del Maestro: “Non sarebbe meglio, allora, non sposarsi affatto? Il loro stupore sottolinea il contrasto fra il modo di vita cristiano e il modo di vita dominante nel mondo. Che lo voglia o no, la chiesa in occidente sta diventando una controcultura, e il suo futuro dipende eminentemente dalla sua capacità di mantenere il suo ‘sapore’ o di essere sottomessa dagli uomini”.

Si tratta della scelta fra rimanere il sale della terra o trasformarsi in uno zuccheroso stipulatore di compromessi con la logica mondana. Se la chiesa si trova di fronte a questo dilemma e tentata da più parti dall’opzione dell’annacquamento del suo insegnamento è anche colpa della chiesa stessa, dice Spaemann: “Invece di rinforzare la naturale, intuitiva attrattiva della stabilità matrimoniale, molti uomini di chiesa, inclusi vescovi e cardinali, preferiscono raccomandare, o almeno considerare, un’altra opzione, alternativa agli insegnamenti di Gesù, in pratica una capitolazione al mainstream secolarizzato. Il rimedio all’adulterio implicito nel ri-matrimonio, ci dicono, non è più la contrizione, la rinuncia, e il perdono, ma il passare del tempo e l’abitudine, come se l’accettazione sociale e il nostro personale senso di appagatezza con le nostre decisioni avesse un potere soprannaturale. Questa alchimia dovrebbe trasformare un concubinaggio adultero, il secondo matrimonio, in un’unione accettabile da benedire nel nome di Dio. Secondo questa logica, chiaramente, è come minimo giusto da parte della chiesa benedire le unioni omosessuali”.

Questa concezione discende da un errore nella concezione del tempo, scrive Spaemann, che “non è creativo”. Il tempo non aggiusta le cose, “il suo passaggio non restaura uno stato d’innocenza. La tendenza è sempre quella opposta, di accrescere l’entropia. Non dobbiamo confondere la graduale perdita del senso del peccato con la sua scomparsa e dunque sollevarci dalle nostre responsabilità”. Per Spaemann il secondo matrimonio è un tradimento dell’insegnamento cattolico, senza appello, accettato o considerato come ipoteticamente legittimo in nome del cambiamento delle abitudini che ha permeato il mondo e ora bussa con decisione alla porta della chiesa. Il matrimonio indissolubile è ormai percepito come “meta impossibile”, si legge nell’“Instrumentum Laboris” del Sinodo. Secondo Spaemann la chiesa ora è chiamata a decidere se vuole accarezzare o combattere questa percezione.

http://www.iltimone.org/31988,News.html

domenica 8 giugno 2014

nuova pentecoste

AIRPORT EUROPE.

continue, disinvolte e raggelanti dichiarazioni pro ecumenismo dei cattolici adulti, forse la stessa Aula Nervi o Assisi sono divenuti "spazi religiosi", "non luoghi" affollati da monadi oranti che pregano tutte insieme, ma ognuna per conto suo. Basta che sorridano. Luoghi per persone indifferenti - anzi, tolleranti - le une verso le altre, attenuino fino a far sparire la propria storia cristiana, fino a divenire, esse stesse, moneta circolante, bestiame indifeso pasciuto dagli interessati burocrati e dai loro epigoni e mentori. Gli "spazi religiosi" sono il modo migliore per arrivare a questo. 

di Massimo Micaletti

Dal Corriere della Sera leggiamo: "A Berlino il primo centro multireligioso del mondo".

PERSPEKTIVE_ZENTRALRAUMÈ stato scritto che un aeroporto è il "non luogo" per definizione: persone dalle provenienze e dalle culture più disparate che transitano in un'area per recarsi altrove. Le loro identità, le loro fedi non toccano quel luogo: esso è a loro indifferente, ed esse sono indifferenti al luogo, non lo cambiano. Ed ecco infatti che negli aeroporti nascono gli "spazi religiosi" o le "aree spirituali": stanze arredate con banchi, luce accennata, per il raccoglimento ma senza simboli religiosi. Perché uno spazio religioso non può essere di tutti, allora che sia di nessuno.
La stessa cosa accade ora a Berlino, città ombelico del Ventesimo Secolo e che si troverà ad avere il suo "spazio religioso", alla stregua di un "non luogo" qualunque.

Questo fenomeno non è solo un attacco frontale alla Fede di Cristo, che viene annullata: equiparare infatti il Vangelo alle credenze di altre culture significa cancellarne la reale natura di Parola di Dio. Non è solo questo, dicevo. Non è neanche "solo" il trionfo del sentimento religioso sulla religione, sulla Vera Religione: l'idea che per rivolgersi a Dio bastino un luogo conciliante, una forma più o meno avanzata di raccoglimento ed un nome da dare all'entità che si prega. Non è neanche soltanto questo il punto.
Il punto è che i "centri multireligiosi" sono le cariche al plastico contro i pilastri della storia europea. Nell'annientare l'identità cristiana del nostro Continente, il fine è esattamente quello di trasformarlo in un "non luogo", un'area ove persone indifferenti - anzi, tolleranti - le une verso le altre, attenuino fino a far sparire la propria storia cristiana, fino a divenire, esse stesse, moneta circolante, bestiame indifeso pasciuto dagli interessati burocrati e dai loro epigoni e mentori. Gli "spazi religiosi" sono il modo migliore per arrivare a questo. 

Quando quella stessa brodaglia culturale percolata dall'Illuminismo ottenne la cancellazione delle "radici cristiane" dalla fondazione dell'Unione Europea, alcuni dissero che era un affronto al vero ed alla storia: era invece piuttosto un programma, una dichiarazione di intenti. Se l'Europa aveva radici cristiane, ebbene l'Unione Europea - la Terza Europa - quelle radici non le avrebbe avute. Coerentemente con questo progetto, ecco dunque gli strumenti di distruzione di quella potenza così pericolosa, il Cristianesimo, che incessantemente ricorda a ciascuno il proprio immenso valore di figlio di Dio, ed i propri limiti di creatura mortale. Per questa potenza, ogni posto è un luogo, ovunque è possibile tracciare un segno di Croce: è difficile da debellare, così va attaccata non solo conculcandone i fedeli, ma anche e soprattutto distorcendone e diluendone la vista, perdendola negli "spazi religiosi", dove tutti possono essere tutto e non sono dunque nulla. A riprova, i "centri multireligiosi" sono "case dell'umanità": una Chiesa, invece, è la Casa di Dio".

Il sogno di un'Europa come un immenso "non luogo" popolato da monadi consumanti trova dunque in questi fenomeni un potente mezzo di realizzazione, alimentato anche dalle continue, disinvolte e raggelanti dichiarazioni pro ecumenismo di esponenti di maggiore o minore rilievo della Chiesa cattolica, tanto che talvolta viene da pensare che la stessa Aula Nervi o Assisi siano divenuti "spazi religiosi", "non luoghi" affollati da monadi oranti che pregano tutte insieme, ma ognuna per conto suo. Basta che sorridano.




mercoledì 29 gennaio 2014

Io, sacerdote, scandalizato



IO, PRETE, SCANDALIZZATO



I NUOVI INQUISITORI CONTRO RATZINGER. RICOMINCIA L’AUTODEMOLIZIONE DELLA CHIESA

26 GENNAIO 2014 / IN NEWS
Ci sono stati grandi papi il cui pontificato è stato praticamente affossato dagli errori degli ecclesiastici del loro entourage. Anche per papa Francesco si presenta questo rischio.
Sconcertano infatti episodi, decisioni e “sparate” di alcuni prelati, penso al cardinale Maradiaga e al cardinale Braz de Aviz, che si sentono così potenti in Vaticano da usare il bastone sia contro il Prefetto dell’ex S. Uffizio Müller, sia contro i “Francescani dell’Immacolata”.
CONTRO BENEDETTO
I bersagli delle loro “randellate” (assestate ovviamente in nome della misericordia) sono coloro che, a diverso titolo, vengono individuati come paladini dell’ortodossia cattolica e che hanno avuto a che fare con papa Benedetto XVI.
Il vero bersaglio infatti sembra proprio lui, “reo” di tante cose, dalla storica condanna della teologia della liberazione, alla difesa della retta dottrina, al Motu proprio sulla liturgia.
Il cardinale Oscar Maradiaga è arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, diocesi in decadenza. Ma il prelato, che gira per i palcoscenici mediatici del mondo, nei giorni scorsi ha fatto clamore per una sua intervista a un giornale tedesco dove – fra corbellerie new age e banalità terzomondiste – ha attaccato pubblicamente il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Müller, a cui il papa ha appena dato la porpora cardinalizia. Un fatto clamoroso, anche perché Maradiaga è il capo della commissione che dovrebbe riformare la Curia.
Cosa era accaduto? Müller, chiamato a quell’incarico da Benedetto XVI e confermato da Francesco, nei mesi scorsi aveva ribadito che – pur cercando nuove vie pastorali (già indicate anche da Benedetto XVI) – il prossimo sinodo sulla famiglia non può sovvertire, con “un falso richiamo alla misericordia”, la legge di Dio sulla famiglia uomo-donna, affermata da Gesù nel Vangelo e sempre insegnata dalla Chiesa.
 MARADIAGA SHOW
Müller, che era già stato attaccato personalmente da Hans Küng, è stato liquidato da Maradiaga con queste parole: “è un tedesco e per giunta un professore di teologia tedesco. Nella sua mentalità c’è solo il vero e il falso. Basta. Io però rispondo: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile”.
Parole che hanno scandalizzato molti fedeli. Anzitutto perché l’accenno polemico al “professore di teologia tedesco” fa pensare inevitabilmente che il bersaglio fosse Benedetto XVI, che chiamò Müller a quell’incarico.
Poi perché è del tutto irrituale un attacco pubblico fra cardinali, come se Müller fosse lì a sostenere una sua teologia personale e non l’insegnamento costante della Chiesa e di tutti i papi.
Infine Maradiaga – secondo cui sarebbe sbagliato vagliare la realtà in termini di vero e di falso – dimentica che Gesù Cristo nel Vangelo dette questo preciso comandamento: “il vostro parlare sia sì (se è) sì e no (se è) no. Il di più viene dal Maligno” (Mt 5,37).
Maradiaga preferisce quel “di più” all’annuncio della Verità? Sui temi della famiglia, su cui c’è un’offensiva ideologica simile a quella marxista degli anni Settanta, diversi ecclesiastici sono pronti – proprio come allora – a calare le braghe.
E lo fanno anche con i sofismi di Maradiaga, il quale dice che le parole di Gesù sul matrimonio sono vincolanti, sì, “però si possono interpretare” e siccome oggi ci sono tante nuove situazioni di convivenza occorrono “risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”.
Questa frase da sola liquida tutto il Magistero della Chiesa: evidentemente per Maradiaga era autoritario e moralista anche Gesù, che si espresse con tanta nettezza.
Ma che significa chiedere “più cura pastorale che dottrina”? Ogni grande pastore, da S. Ambrogio a S. Carlo, da don Bosco a padre Pio, è stato un paladino della dottrina.
Maradiaga dice che occorrono sulla famiglia “risposte adatte al mondo di oggi”. Sono frasi vuote e allusive che alimentano confusione e dubbi.
E’ il tipico modo, che oggi dilaga nella Chiesa, di sollevare domande senza fornire risposte.
A tal proposito san Tommaso d’Aquino si espresse così: “Ebbene costoro sono falsi profeti , o falsi dottori, in quanto sollevare un dubbio e non risolverlo è lo stesso che concederlo” (Sermone “Attendite a falsis  prophetis”).
Oggi c’è chi, nella Chiesa, alle parole di Gesù riportate nel Vangelo preferisce il famoso questionario relativo al Sinodo, che è stato mandato a tutte le diocesi del mondo e viene presentato da taluno come un sondaggio, come se la Verità rivelata dovesse essere sostituita dalle più diverse opinioni.
AUTODEMOLIZIONE
Anche questo ci riporta agli anni Settanta, quando Paolo VI denunciava allarmato:
Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero (…) v’è chi cerca una fede facile vuotandola, la fede integra e vera, di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna, e scegliendo a proprio talento una qualche verità ritenuta ammissibile; altri cerca una fede nuova, specialmente circa la Chiesa, tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana”.
E’ come spazzar via di colpo i pontificati di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per tornare ai cupi anni Settanta, all’autodemolizione della Chiesa (come la definì Paolo VI).
Non è un rinnovamento, ma il ritorno del vecchio più rovinoso.
LA VERGOGNA
Un altro episodio di autodemolizione della Chiesa è la persecuzione dei “Francescani dell’Immacolata”, una delle famiglie religiose più ortodosse, più vive (piene di vocazioni), più ascetiche e missionarie.
Ma alla quale – come ho già scritto su queste colonne – non è stata perdonata la zelante fedeltà a Benedetto XVI, a cominciare dal suo Motu proprio sulla liturgia.
Il rovesciamento delle parti è clamoroso. Infatti sul banco degli accusati ci sono dei cattolici ubbidienti e nella parte dell’inquisitore c’è il cardinale brasiliano João Braz de Aviz che, in una lunga intervista, ha avuto nostalgiche parole di elogio per la disastrosa stagione della Teologia della liberazione, fregandosene della condanna di Ratzinger e Giovanni Paolo II.
Braz de Aviz confessò tranquillamente che – in quegli anni – era pronto anche a lasciare il seminario per quelle idee sociali. Però ha fatto carriera. Oggi è a capo della Congregazione per i religiosi, lui che non è nemmeno un religioso.
Il prelato, che si proclama molto amico della Comunità di S. Egidio, ha una strana idea del dialogo che – per lui – vale verso tutti, meno che verso i cattolici più fedeli al Magistero.
Quando era arcivescovo di Brasilia partecipò tranquillamente fra i relatori a un convegno del “Forum Espiritual Mondial” con l’ex frate Leonardo Boff, leader della Tdl, Nestor Masotti, presidente della Federazione Spiritista Brasiliana, Ricardo Lindemann, presidente della Società Teosofica in Brasile e Hélio Pereira Leite, Gran Maestro del Grande Oriente.
Appena arrivato a capo della Congregazione per i religiosi ha subito iniziato il dialogo con le “vivaci” Congregazioni religiose femminili degli Stati Uniti che tanto filo da torcere dettero a Benedetto XVI.
Braz ha fatto una specie di critica alla Santa Sede: “abbiamo ricominciato ad ascoltare… Senza condanne preventive”.
Invece i “Francescani dell’Immacolata”, che non hanno mai dato alcun problema, non sono mai stati da lui chiamati e ascoltati. La condanna preventiva contro di loro c’è stata e pesante.
Curioso, no? Giorni fa “Vatican Insider” titolava: “In Italia ci sono sempre meno frati e suore”. Credete che Braz de Aviz si preoccupi di questo? Nient’affatto. Pensa a punire uno dei pochi ordini le cui vocazioni aumentano.
Sul primo numero di “Jesus” del 2014 si fa un monumento a Vito Mancuso, noto per negare “circa una dozzina di dogmi” (come scrisse “La Civiltà cattolica”). Ma state certi che nessuno farà obiezione ai paolini.
Invece vengono repressi i “Francescani dell’Immacolata” per averli difesi i dogmi della Chiesa. L’autodemolizione è ripresa con forza.
Antonio Socci
Da “Libero”, 26 gennaio 2014

mercoledì 6 novembre 2013

UN NUOVO CATTOLICESIMO



Cristo non è venuto sulla Terra per spaventarci, ma per aiutarci ... Lui era un entusiasta!! 

  Nel lontano '99 era solo un fantasioso, provocatorio azzardo.

   Oggi, dopo la nuova ferula a croce-non-croce "svuotata di senso",
   potrebbe arrivare un nuovo simbolo 
per un nuovo cristianesimo 
   più young, più free, 
   più Martini, più party.



da: Dogma, film di Kevin Smith, 1999

Non è da sballo?!?!
  Stay tuned! Feel the change!