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martedì 17 marzo 2015

anno santo con papa Francesco

ANNO SANTO 

o SAGRA DELLA PORCHETTA?






«Una parola sola, Fratelli; ed anche questa in forma di domanda:perché siete venuti?


Per un’escursione? Un viaggio turistico? Una gita di devozione?
O semplicemente: per aderire all’Anno Santo, al Giubileo, con gli altri, come gli altri, senza tentare di penetrare il significato autentico e profondo di questo momento tanto singolare, che muove le folle, che scuote la Chiesa, e che vorrebbe coinvolgere tutta l’umanità? siete venuti per un’adesione passiva? così, per far numero? per arrendervi ad un’esperienza religiosa originale? Voi, giovani, che cosa ne pensate? Voi, fedeli? 


Voi, Sacerdoti e Religiosi, come definireste il giubileo dell’Anno Santo? [...] Cioè: questo pellegrinaggio è come la salita d’una scala; d’una scala santa. Al primo gradino è scritto: prendi coscienza di Te stesso, del tuo essere, del tuo vivere. Perché vivi? Qual è il fine vero, essenziale della vita? Ripiegati sulla tua coscienza. Risvegliati! Non ti accorgi che tu vivi, forse abitualmente, fuori di te stesso?Che il mondo esteriore ti assorbe, ti distrae, ti domina? Possiedi tu una cella interiore, nella quale tu stai solo con te stesso, e ti rendi conto di ciò ch’è più intelligente e più importante: definire bene la tua identità? 

Chi sei? un uomo senza la consapevolezza del proprio essere? Ti ricordi della definizione biblica dell’uomo: «Iddio creò l’uomo ad immagine sua»? (Gen. 1, 27) Prova a riflettervi: scoprirai la religione impressa nel tuo essere.
Perché il giubileo a questa essenziale realtà ci richiama: noi portiamo impressa in noi stessi una somiglianza, una parentela, una dignità, una bellezza divina. Non è questo il momento, l’occasione di prenderne coscienza?
Questo è il primo risveglio dell’Anno Santo: il risveglio religioso, interiore, nostro!».



(Paolo VI, Discorso ai pellegrini dell'Anno Santo 1975)




sabato 31 gennaio 2015

PER I SEGUACI DI KASPER

LA COMUNIONE SPIRITUALE NON È UN COLPO DI SPUGNA NÉ UN ALIBI. MEMORANDUM PER I SEGUACI DELLA «LINEA KASPER»




Fra i tre paragrafi della relazione finale del Sinodo straordinario sulla famiglia, svoltosi in ottobre, che non hanno ottenuto l'approvazione dei due terzi dei padri c'è quello che riguarda la comunione spirituale per i divorziati risposati, il n. 53, che dice: «Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio».
Dopo aver attribuito alla congregazione per la dottrina della fede e a Papa Benedetto XVI la tesi secondo cui i divorziati risposati non possono fare la comunione sacramentale ma quella spirituale sì, il cardinal Walter Kasper aveva allora obiettato: «Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?». In realtà Papa Joseph Ratzinger, durante l’incontro internazionale delle famiglie a Milano nel 2012 citato dal cardinal Kasper, non aveva affatto parlato della comunione spirituale come di un equivalente della comunione sacramentale. Aveva semplicemente detto che i divorziati risposati «non sono “fuori”, anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia. Devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. […] Anche senza la ricezione “corporale” del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo». Anche nella sezione conclusiva di un suo vecchio articolo da lui completamente riscritta nel 2014 prima del sinodo, Ratzinger si è espresso in modo analogo riguardo alle «persone che vivono in un secondo matrimonio e quindi non sono ammesse alla mensa del Signore», sostenendo che «una comunione spirituale intensa con il Signore, con tutto il suo corpo, con la Chiesa, potrebbe essere per loro un'esperienza spirituale che le rafforza e le aiuta».
L'arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha ripreso l'argomento alla vigilia del sinodo dello scorso ottobre, in un articolo sulla rivista di teologia Communio. Scola ha insomma incluso appunto «la comunione spirituale, cioè la pratica di comunicare con il Cristo eucaristico nella preghiera, di offrire a lui il proprio desiderio del suo corpo e sangue, assieme al dolore per gli impedimenti alla realizzazione di questo desiderio», tra i «gesti che la spiritualità tradizionale ha raccomandato come un sostegno per coloro che si trovano in situazioni che non permettono di accostarsi ai sacramenti».

È dunque, propriamente, la comunione spirituale “di desiderio” quella che è ritenuta adatta a queste persone non solo da Ratzinger e da Scola ma dalla pratica tradizionale della Chiesa cattolica.

La riprova è nel contributo dato alla discussione sinodale da un tipico esponente di questa linea pastorale come padre Carlo Buzzi, del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, in una lettera dalla sua missione in Bangladesh pubblicata lo scorso maggio.

Come c'è il battesimo di desiderio per chi è impedito dal riceverlo sacramentalmente – ha scritto padre Buzzi – così ci può essere anche la comunione di desiderio, che «sembra proprio adatta per chi non è in stato di grazia e vorrebbe uscire da questo stato, ma per vari motivi non può».

Ha dunque avuto ragione, il Sinodo straordinario, a sollecitare «un approfondimento della tematica» da qui alla prossima sessione in agenda nell'ottobre del 2015, ovvero il Sinodo ordinario sulla famiglia, anche se manca qualsiasi riferimento ad essa nelle 47 domande del questionario distribuito alle conferenze episcopali.

La comunione spirituale, infatti, può essere intesa in modi diversi e quindi prestarsi ad equivoci anche gravi.

Per questo il teologo domenicano Paul Jerome Keller, docente nell’Athenaeum of Ohio di Cincinnati, haora pubblicato un testo brillante, scritto proprio per fare chiarezza su questo punto. Il contributo compare sull’ultimo numero dell’edizione inglese di Nova et Vetera, la rivista di teologia già distintasi la scorsa estate per un numero speciale dedicato ai temi del Sinodo, con otto saggi di altrettanti dotti domenicani degli Stati Uniti, tutti su posizioni alternative a quelle del cardinale Kasper.

Non inedia, ma fame
di Paul Jerome Keller O.P.

In risposta alle domande del cardinale Kasper sull'accesso alla santa comunione per i divorziati risposati, abbiamo dunque mostrato che esso non è possibile. […]

Dall'insegnamento di San Paolo fino ai nostri giorni, la tradizione della Chiesa ha insegnato costantemente la necessità per chi riceve la santa comunione di essere in stato di grazia. […] Anche se ci può essere qualche confusione circa il significato della comunione spirituale nel recente insegnamento magisteriale, rimane fermo che una vera comunione spirituale è possibile solo per chi è anche in condizione di ricevere la comunione sacramentale. […]
La Chiesa non chiede, come il cardinale Kasper sembra suggerire, che i divorziati risposati trovino la salvezza extra-sacramentalmente. Ad essi è offerta la stessa possibilità per la conversione e per la piena comunione – ecclesiale e sacramentale – che è offerta a chiunque. […] Il cardinale chiede se questa non-ricezione dell'eucaristia sia un prezzo troppo alto da pagare? La risposta a questa domanda dipende dalla volontà dell'individuo di essere conforme a Cristo. Tuttavia, dobbiamo essere chiari. Non è la Chiesa che frappone l'ostacolo alla piena comunione, ma è l'individuo che perpetua la scelta di violare il legame sacramentale del matrimonio. […]

Il cardinale Kasper pone inoltre questo diversivo: la regola della non ricezione dell'eucaristia non è forse una strumentalizzazione della persona che sta soffrendo e chiedendo aiuto, quando ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? Questa domanda sottintende che la Chiesa non abbia il compito di proteggere i fedeli dalla condanna che possono attirare su di loro, come avverte San Paolo. Se infatti la Chiesa rimanesse passiva e permettesse la santa comunione a chi non fosse correttamente disposto, sarebbe essa stessa soggetta a condanna, per un diverso tipo di oppressione: l'incapacità di trattenere i suoi figli da atti illeciti e dal peccato, così come l'incapacità di custodire fedelmente e di dispensare i sacramenti. Questa plurisecolare vigilanza della Chiesa non è strumentalizzazione o manipolazione; è carità pura e semplice. È la preoccupazione della madre che i figli non ingeriscano la medicina sbagliata, affinché non diventi un veleno. […]

Non c'è nessuna strumentalizzazione della persona sofferente, sia essa il divorziato risposato o il catecumeno (che anche lui deve essere reso giusto sacramentalmente prima di ricevere la santa comunione). C'è solo la mano tesa e trafitta del Crocifisso e Risorto, il quale, tramite la Chiesa, offre la salvezza a ogni persona che sceglie di rivolgersi a Cristo, abbracciando lui solo anche nelle decisioni più difficili della vita. Egli offre continuamente il suo corpo e il suo sangue affinché tutti coloro che scelgono di indossare l'abito nuziale bianco (cfr Mt 22, 11-14; Ap 19, 8) possano accedere al suo banchetto eterno.

Esposta davanti ad ogni persona c'è la festa dell’eucaristia, offerta in modo che tutti noi possiamo sperimentare sempre di più la fame per il pane della vita, sia sacramentalmente che spiritualmente. Per ogni cristiano, il pentimento è la trasformazione dell’inedia in fame, una fame che Cristo promette di soddisfare al di là di ogni nostra immaginazione. 
http://www.iltimone.org/32574,News.html