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mercoledì 12 aprile 2017

La S. Messa e la cena di Babette

La “cena” di Babette, ossia una celebrazione senza Cristo

 


di Cesare Baronio

Introduzione


Il racconto, scritto nel 1950 da Karen Blixen, è meno noto ai più di quanto non lo sia la trasposizione cinematografica che nel 1987 ne fece il regista Gabriel Axel. Il suo titolo in inglese è Babette’s Feast, poi tradotto in danese Babettes gæstebud, che si potrebbe rendere in italiano con Il festino di Babette, o meglio La cena di Babette. 

Dico cena, e non pranzo, perché – come vedremo – questo termine richiama volutamente la celebrazione con cui la comunità protestante del piccolo villaggio norvegese fa memoria del proprio fondatore, sotto la guida delle figlie Martina e Filippa. Un’agape fraterna che nel 1950 era appannaggio delle sette luterane, ma che nel giro di due decenni avrebbe trovato eco nella riforma liturgica conciliare, alla cui redazione parteciparono attivamente dei pastori luterani, com’è noto.

Scrittura e film


Ricordo di aver visto il film nel corso di un cineforum organizzato da Comunione e Liberazione, e l’impressione che ne avevo ricavato di primo acchito era che si volesse mettere in luce la differenza tra il grigiore austero della piccola comunità protestante e lo splendore solare della cuoca francese, quindi cattolica. Ma la lettura del testo, che sino ad allora non conoscevo, mi ha persuaso del travisamento operato da Gabriel Axel e del grave equivoco in cui sono incorsi molti commentatori cattolici.

La narrazione filmica costituisce un’interpretazione, se non uno stravolgimento, del contenuto originale del racconto. 


I cattolici paiono voler scorgere significati positivi laddove a mio parere non ve ne sono affatto.

La generosa cuoca è in realtà, come si evince dal racconto, una terrorista francese, sfuggita alla polizia e rifugiatasi in Norvegia per evitare l’arresto dopo i fatti della Comune di Parigi del 1871. Non ci troviamo quindi davanti ad una mite cattolica, ma ad una pericolosa rivoluzionaria. La quale, dopo anni di silenzioso servizio come governante presso le figlie di un pastore, avendo vinto un cospicuo premio alla lotteria, decide di sdebitarsi per l’accoglienza offrendo loro un banchetto nel quale ella dà prova delle proprie capacità di famosa chef parigina al Café Anglais: una sorta di trasfigurazione culinaria, dallo stoccafisso bollito nella birra alle cailles en sarcophage.

L’autrice


Occorre qui ricordare che Karen Blixen era convinta che bene e male fossero aspetti di una medesima realtà, le facce di una stessa medaglia. Così ad esempio il pastore anglicano Pennhallow, in I vendicatori angelici (romanzo del 1944), è anche un’anima dannata dedita la tratta delle bianche:

È orribile sapere che ogni anno cento innocenti e radiose giovinette inglesi, coi capelli d’oro e l’animo fanciullesco si mettono su una strada che finisce nell’abisso. E noi ci comportiamo così per servire un ideale di pura e immacolata femminilità. A tale scopo, spingiamo alcune donne nell’abisso e teniamo le altre nell’ignoranza di ciò. E così deve essere, perché senza uno sfondo tenebroso, il giglio non sarebbe così bianco. E noi li dobbiamo avere, i nostri gigli, i più bianchi che questo mondo possa offrire [Karen Blixen, I vendicatori angelici, Adelphi, 1985, pag. 362].

Per la scrittrice danese non vi è né male né bene, anzi male e bene si confondono e si identificano. Siamo anzi noi a giudicare bene o male qualcosa che di per sé è ambivalente, e che diventa bene o male a seconda del nostro giudizio, del discernimento personale. Caso per caso. E ricorderemo anche che la Blixen – allorché scoprì d’aver contratto la sifilide dal primo marito, durante il loro soggiorno in Africa – cedette la propria anima al diavolo, affinché tutta la sua esperienza vissuta potesse essere riversata nei suoi racconti.

Per vivere magicamente occorre fede, affermava. Questo non significava credere in Dio, che per lei si confondeva col diavolo, ma essere tutt’uno con la natura, tenere stretti legami con i morti e con il passato, come le avevano insegnato i popoli primitivi dell’Africa. E dalle vecchie indigene aveva imparato a farsi strega, cosicché dopo il rientro in Danimarca il suo potere magico di convertì in abilità manipolatoria, perseguita anche tramite la letteratura. D’altra parte lei stessa, in visita a New York nel 1959, disse a Fredrik Prokosch: Ho un certo dono, se la cosa può interessarle. Vedo le anime dei morti che camminano intorno a me [Sandra Petrignani, La scrittice abita qui, Neri Pozza Editore, 2002].


La cena di Babette


Babette non è quindi un personaggio positivo, non è l’angelo che lascia entrare un raggio di luce cattolica nelle tenebre in cui si trovano i membri della setta. Ella è bensì un personaggio direi quasi infernale, che dopo aver beneficiato della generosa accoglienza di una piccola comunità ed essersi meritata la sua fiducia, seduce le menti e i cuori persuadendoli che le differenze dottrinali e ideologiche – peraltro sempre taciute – possono essere superate nell’incontro su ciò che crediamo di condividere: la mensa. Si noterà che il periodo di ascondimento di Babette durante gli anni di silenzioso servizio alle figlie del Decano e la celebrazione della sua ultima cena con i dodici alludono alla vita terrena del Signore. Anche l’accenno al fatto che, da quando Martina e Filippa hanno accolto in casa Babette, le loro finanze siano aumentate anziché diminuire ricorda in qualche modo una sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci, o il miracolo di Cana.

Scrive la Blixen:

Erano seduti a mensa come si erano seduti i convitati alle nozze di Cana. E la grazia aveva scelto di manifestarsi qui, nel vino stesso.

Inoltre, l’aver speso tutte le proprie sostanze per imbandire la cena allude ad un sacrificio, ad un’immolazione che ha sempre una valenza sacrale.

Ma proprio quest’agape fraterna, che replica il rituale di una commemorazione luterana di un venerato defunto, pur avendo come scopo immediato questa dimensione ecumenica, ha in realtà come fine quello di metter sullo stesso livello bene e male, tacendo deliberatamente ed anzi prescindendo da verità ed errore. 
Si privilegia il nulla contingente che unisce, eliminando il tutto eterno che divide.

La cena di Babette è il luogo della rivincita edonistica sulle rinunce dolorose del passato – l’affermazione artistica di Filippa, l’amore sacrificato di Martina – che sono riassorbite in un presente dionisiaco, dinanzi alla memoria irrisa del Decano, quasi costretto ad assistere al tradimento della sua comunità. Né si trascuri il biasimo verso la severità formalista del defunto, a cui vanno ascritte le rinunce delle figlie Martina e Filippa, frustrate nelle loro aspirazioni da una visione bigotta e sclerotizzata della fede.

Quel che rimaneva dell’unione al sacrificio di Cristo nella pur distorta visione luterana, si dissolve una volta che Cristo è bandito dal convivium. Così la Cena, che sino ad allora raccoglieva intorno alla povera mensa i fedeli della setta per commemorare il loro fondatore, con Babette diventa una celebrazione della comunità fine a se stessa.

A tal punto la figura del sacerdote è superflua, che Babette può rimanere in cucina. È lei il deus ex machina che prepara tutto, predispone una nuova religione, lasciando che gli eventi parlino in prima persona.

La cena dei Catto-modernisti


Lo stesso avviene nell’escluderne Cristo, nel non nominarLo, nel lasciarlo volutamente da parte.

Si resero conto che nessuno dei loro ospiti aveva detto una parola sul cibo. Anzi, per quanto vi si sforzassero, loro stesse non riuscivano a ricordare una sola delle pietanze che erano state servite (K. Blixen, Il pranzo di Babette, in Capricci del destino, Feltrinelli, 1985, pag. 42).

I convitati finiscono col dimenticare che il sacrum convivium ha senso solo in quanto in esso Cristo si offre come nutrimento – in quo Christus sumitur – non per il piacere effimero dello stare insieme, ma quale pegno di gloria futura – et futurae gloriae nobis pugnus datur.

Non stupisce quindi che in casa cattolica abbia voluto far propria la visione della Blixen: essa tradisce la stessa mentalità, la medesima forma mentis, proprio nel momento in cui l’approccio pastorale e l’equivoco magisteriale diventano strumento per ignorare le differenze dottrinali.

Le riforme ispirate allo stesso principio che porta Babette ad imbandire un sontuoso banchetto per gli ignari membri della comunità luterana: una Cena nella quale manca Cristo come sacerdote, come vittima, come altare, come alimento. In cui non c’è alcun bisogno di Cristo, perché la comunità basta a se stessa, essendo messa di fronte al fatto che le divisioni vanno evitate non con la confutazione dell’errore e la condivisione della verità, ma appunto prescindendo da entrambi.


I contenuti dottrinali della Messa sono taciuti proprio per consentire un avvicinamento da parte di chi li nega, e al tempo stesso permettere a chi vi credeva di presupporli ancora validi. Ovviamente non fu possibile – né sul piano teologico lo sarebbe oggi – sopprimere ciò che costituisce l’elemento essenziale della Messa, ossia la Consacrazione; ma già allora la parte narrativa dell’Ultima Cena fu enfatizzata rispetto alla parte propriamente consacratoria, eliminando la netta separazione tra il racconto ed il momento in cui il sacerdote agisce in persona Christi. E l’esclamazione adorante Mysterium fidei fu spostata dopo l’elevazione del calice e modificata in acclamazione escatologica dell’assemblea, quasi si volesse proiettare la venuta di Cristo alla fine del mondo, anziché riconoscere ch’essa si è appena realizzata sull’altare per il ministero del solo sacerdote, e non per la fede dei presenti.


Oggi noi cattolici ci riconosciamo nell’icona del piccolo villaggio norvegese: si celebra un rito comunitario in cui la dimensione trascendente è ignorata ad esclusivo vantaggio di un’immanenza di matrice modernista, di un sentimentalismo irrazionale. In questa comunità, come Babette, si intende imbandire una cena che seduca i cuori e inebri le menti di chi ha comunque già smarrito la fede nel Santo Sacrificio della Messa, e si limita a fare memoria, spezzando la parola e il pane. Ma per estendere l’invito al banchetto anche ai lontani, occorre eliminare da esso tutto ciò che può creare divisione. Una cena in cui ci si limita a procurare diletto agli altri, vederli godere.


Ma Nostro Signore è elemento di scandalo, di divisione tra fedeli al Decano e papisti, ed è dunque necessario non parlare di Lui. Tacere il Suo insegnamento, i Suoi comandamenti, la Sua legge. Finendo insomma per identificare il bene e il male, in nome di un’unità e di una fraternità che – lungi dall’aver come scopo la gloria di Dio e la salvezza delle anime – pare piuttosto basata sull’omissis eretto a sistema teologico, in cui l’Incarnazione e la Passione di Cristo non hanno importanza, non essendovi differenza tra vizio e virtù, tra dannazione e salvezza.

Conclusione


Oggi ci si rifiuta di compiere alcuna scelta tra bene e male, e si ritiene pragmaticamente queste categorie come apparenze, astratte entità fenomeniche.


La gravità della situazione può riassumersi nell’icastico titolo di un articolo apparso su Famiglia Cristiana: Il pranzo di Babette: quando un film diventa magistero.

lunedì 30 marzo 2015

nuovi preti per una nuova chiesa

IL NEO-CLERO




Il clero ha una grande responsabilità all'interno della Chiesa: è in grado di stimolare e far lievitare una realtà o, al contrario, di deprimerla e necrotizzarla.

In Occidente, il concilio di Trento aveva certamente in mente questo quando istituì i seminari, luoghi deputati alla formazione intellettuale e spirituale del clero.

Non sono di quelle persone che pensano ai seminari come a luoghi ideali. Come ogni scelta umana, anche questo tipo d'istituzioni risentono di limiti e problematiche di varia natura emerse nel corso del tempo.

Ammetto, però, che la loro istituzione aveva un fine positivo: formare un clero di alta qualità. Che ci sia riuscito o meno, poi, è un altro paio di maniche e dipende da luoghi, tempi e persone. La caricatura con la quale si apre questo post ci indica che, nonostante tutto, nella Francia dell'Ancien Règime, il clero non era visto nel modo migliore e che i buoni esempi continuavano a rimanere una minoranza.

Nel tempo attuale, tuttavia, è successo qualcosa di totalmente nuovo, che solo in parte il mondo tradizionalista cattolico ha notato: la nascita di un neo-clero. Questo neo-clero è in rottura più o meno apertamente palese con il passato religioso ed è composto da uomini che, francamente, potremo definire "né carne né pesce".



Non li si può qualificare laici, poiché appartengono ad no status differente, distinto e appartato da quello laicale. Non li si può definire chierici, poiché hanno profonda idiosincrasia verso tutto quello che definisce il chierico in senso proprio (il dedicarsi alla preghiera, alla riflessione quotidiana sui misteri della fede, al santuario, alla cura delle realtà ecclesiastiche, ad un'istruzione tradizionale...).
Sono sostanzialmente dei chierici desacralizzati che, appena possono, preferiscono il bar all'oratorio, la piazza al presbiterio, la festa e la danza alla compostezza ieratica. Nei casi più tristi, finiscono per avere una doppia vita nella quale manifestano una grande scioltezza e una tranquilla indifferenza, cosa impensabile fino a sessant'anni fa. In questa doppia vita essi si sentono veramente loro stessi!
Non sono "né carne né pesce" ma desiderano la libertà dei laici, pur non essendo tali, e i privilegi dei chierici, pur essendo contro la figura tradizionale del chierico. In questo modo tengono i piedi su due staffe.

Man mano che nell'ambito di una Chiesa vengono meno le vecchie generazioni, emerge sempre più la presenza di questo neo-clero un po' adolescenziale, un po' semplicista, in spessi casi sans soucis e superficiale, molto vitalista, sempre animato da una viscerale avversione alle forme religiose tradizionali.

La gente di una certa età che ha ancora il ricordo di uno stile più impegnato e riservato, denomina questi chierici in modo gentile ma serio come “preti moderni”. In realtà, questa definizione significa semplicemente “non preti”.

Già nei lontani anni '80 ricordo uno studente cattolico di teologia che mi confidava: “In seminario ci danno un'istruzione ma non abbiamo alcun modello da seguire. Chi devo seguire io? A chi mi devo ispirare?”. Costui come tutti i suoi compagni di classe finì per divenire un “prete fai da te”, ossia si ritagliò un'immagine di prete come pensava o credeva fosse meglio. L'istituzione non voleva o non aveva il coraggio di fornirgli alcun modello, men che meno un modello sacrale, cosa aborrita già da allora. Oggi, che pure un papa sta desacralizzando la sua figura, le cose sono ancor più precipitate verso l'improvvisazione e la secolarizzazione.

Non si creda che questo sia un problema precipuo al mondo cattolico. Anche altre realtà ecclesiastiche lo vivono da tempo, seppure in forma e modalità diversa.
Ad esempio in Grecia esiste il fenomeno dei “ preti signorini”. Costoro, che tendono ad aumentare sempre più, sono preti non sposati che non vivono in monastero. Sono iscritti nel numero dei monaci di un monastero in modo puramente formale, per giustificare il fatto d'essere celibi, ma non sono in grado di condurre una vita religiosa sotto l'obbedienza di una regola. Ricordo uno di essi che molto sinceramente mi disse: “Non sono in grado e non voglio vivere in monastero!”.

Questi “signorini” sono simili al clero latino con la differenza che mentre in Occidente il clero si è ritagliato un suo preciso status, in Oriente il “signorino” si fa uno status a suo uso e consumo con il rischio di divenire molto individualista e, in fin dei conti, di obbedire solo a se stesso. Queste persone, sottoposte ad un maggior rischio  d'individualismo, sono gli episcopabili odierni!


Per essere più chiaro ancora: un vescovo scelto da questi “signorini” e con queste caratteristiche invece di pensare al bonum ecclesiae, finirà per attingere ai soldi della Chiesa e rimpinguare il suo conto corrente sottoponendo la Chiesa stessa ai suoi capricci e promuovendo gente incapace e cortigiana, punendo ed isolando le persone più degne. Sta succedendo e succederà sempre più ...

Ricordo un monaco atonita di una certa responsabilità che mi ripeteva: "Stanno saccheggiando la Chiesa, la Chiesa è piena di ladri". Si riferiva a questo. E non si creda che questo sia solo un problema orientale. È un problema universale!

Per aliam viam, ci troviamo sempre dinnanzi alla stessa problematica posta dall'esistenza del neo-clero. Nel caso greco il neo-clero bizantino non può mostrare aperta antipatia per le tradizioni ma le svitalizza rendendole pura formalità, cose da farsi per poi sbarazzarsi di paramenti sacri e simboli religiosi e correre al caffé del paese per parlare di amenità. Un appartenente al neo-clero greco, così, non s'immerge nella liturgia come in un mistero con il quale riempire di grazia se stesso e i fedeli (prospettiva spirituale-monastica, misterica e mistica) ma la tratta come il palcoscenico di un teatro nel quale mostra se stesso e per questo solo fatto cerca lodi e consensi. Invece di succedere il contrario come dovrebbe, Dio, come in Occidente, diviene lo sfondo e l'uomo emerge in primo piano col rischio di oscurare tutto.



Il neo-clero è un flagello per la Chiesa ovunque esso appaia. Purtroppo questo flagello è quanto si merita l'uomo attuale, raramente in grado di poter offrire una qualità migliore a se stesso e agli altri. Ecco, quindi, una delle ragioni dell'implosione del Cristianesimo in se stesso: quando il neo-clero diviene sempre più prevalente, Dio è spinto sempre più sullo sfondo e l'uomo, con il pretesto di Dio, mette in mostra se stesso. Alla fine è la Chiesa stessa che cambia natura e diviene qualcos'altro. Da questa neo-chiesa i cristani fedeli non potranno che appartarsi o fuggire, essendo oramai divenuta una realtà tossica. Ecco in parte spiegata la fuga dalla pratica religiosa, in questi ultimi decenni.

http://traditioliturgica.blogspot.it/2015/03/il-neo-clero.html

sabato 7 aprile 2012

pasqua di morte e risurrezione

TRIDUO PASQUALE


Omelia

“Lo Spirito del Signore è su di me. Egli mi ha mandato ad annunziare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori afflitti e a promulgare l’anno di misericordia del Signore”.
Questa espressione, che viene da molto lontano, ci raggiunge questa sera e, come nella sinagoga, dove Gesù è presente, noi possiamo dire oggi: questa Parola si realizza qui.
Di chi parlava il profeta? Di un uomo di pace. I governatori, i re, erano soliti governare con forza, con pugno di ferro; invece quest’uomo, che si sente investito dal vento dello Spirito, viene a portare una lieta notizia: è colui che cura i cuori piagati, che promulga l’anno giubilare, che è un anno di sospensione di ogni debito (ne avremo bisogno particolarmente in questi tempi), viene - dirà Gesù di se stesso - non a spezzare la canna incrinata, non a spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, non ad alzare in piazza la sua voce: non ha gli attributi del potere che si afferma con la forza, ma è un oceano di dolcezza. Questa parola, che di bocca in bocca, fratelli e sorelle, è passata come un sogno - Verrà mai questo sovrano che governerà come un pastore il suo gregge, che non approfitterà, che non sarà uomo di potere? - dopo secoli, quell’uomo viene, è venuto, è Gesù di Nazareth. Questa sera lo diciamo con tutta la forza della nostra voce e della nostra fede. Quest’uomo, che viene investito dallo Spirito, che può dire in una maniera unica e irripetibile: “Lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre è su di me”, è Gesù di Nazareth. E Lui è venuto per noi, è venuto a consolarci. Persone che ci portano cattive notizie ne troviamo a iosa, ce ne sono tante nelle nostre giornate e nelle nostre settimane, non parliamo dei quotidiani e dei messaggi che ci raggiungono attraverso tanti mezzi di comunicazione, e invece abbiamo bisogno di una buona notizia, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che siamo salvi, e questa sera, fratelli e sorelle, confratelli nel Presbiterato, questa sera questo annuncio risuona per la nostra Chiesa di Teano-Calvi e per noi qui riuniti e raggiunge, in una maniera come solo Dio sa fare, misteriosa, anche i gruppi singoli, sparsi sul territorio enorme della nostra Diocesi e li raggiunge con una consolazione senza causa. Tanti, in questo momento, anche distratti, presi da tante cose o oppressi da tante pene, riceveranno un alito di sollievo: glielo otteniamo noi - può sembrare presuntuosa questa espressione - non “noi”, ma noi qui riuniti intorno a Gesù che ripete: “Oggi questa parola che voi avete ascoltata si adempie”. È l’“oggi” della Liturgia, è l’“oggi” della Chiesa, perché questa celebrazione della Messa Crismale è il modo che Gesù ha di consolare la Sua Chiesa e di consolare in particolare voi, presbiteri, che avreste tanti motivi per essere oppressi, perché i peccati delle persone che vengono a confessarsi, che avete accolto nelle tante liturgie penitenziali, ma soprattutto di questi ultimi giorni, vi pesano sul cuore. Ebbene, a voi viene dato un annuncio di consolazione: la Chiesa è questo, è la casa della consolazione, è la casa dove possono rifugiarsi tutti, qualsiasi siano i loro trascorsi, è la casa sempre aperta, è la casa di tutti, è la Casa di Dio, è la Casa di Gesù. La Chiesa è il Cuore di Cristo.
La Chiesa, in questa celebrazione della Messa Crismale, viene rifatta daccapo, come ricompattata, perché l’abitudine, perché i nostri peccati, perché le nostre disattenzioni, perché le lontananze di tanti sembrano sfaldare il nostro corpo. È così difficile dire: “Questa è la Chiesa”. Stasera possiamo dirlo senza presunzione, perché siamo tutti poveri, ma arricchiti gratuitamente per pura grazia. La Chiesa è il luogo dove Gesù ancora opera, nella Chiesa ancora si perpetua l’opera di salvezza del Figlio inviato dal Padre nella pienezza dello Spirito, che muore e risorge, come ci accingiamo a celebrare nel Triduo di cui la Messa Crismale è il grande portale, il grande pronao.
Com’è la nostra Chiesa? - ci viene da dire. Ma all’atto in cui si formula questa domanda, so che si insinua una tentazione: la tentazione di contarci, di dire che siamo una piccola Chiesa, una piccola Diocesi, pur su un territorio esteso, la tentazione di contare i presbiteri, di guardare l’età media che, grazie a Dio, sta scendendo con l’ingresso di giovani presbiteri, ma rimane ancora molto alta. Ogniqualvolta, nell’Antico Testamento, i re hanno avuto la tentazione di contare i componenti del popolo, poi si sono pentiti: è come fare un affronto a Dio. Ma non si tratta di una conta quella che il Vescovo, umilmente e poveramente, ma anche risolutamente, vorrebbe porre in questo momento, quanto l’occasione di un rilancio, cioè dalla Messa Crismale dobbiamo ripartire tutti - oggi si ama dire - “grintosi” (non è un termine proprio liturgico, ma esprime bene la voglia di andare nel mondo, di fare cose grandi nel nome del Signore: Voi farete cose più grandi di me). A volte, i ministri della Chiesa - vescovi, presbiteri e diaconi, ministri ordinati - vivono la tentazione che quello che fanno sia del tutto inutile: stiamo a mantenere aperti dei baluardi, delle avanguardie di una guerra persa. In realtà questa guerra è già vinta, carissimi presbiteri. Allora il vostro Vescovo Arturo vi invita a riprendere l’entusiasmo del vostro primo sì - alla fine dell’omelia tutti noi saremo chiamati a rinnovare le promesse della nostra Ordinazione: “Sì, lo voglio” - lo vogliamo dire con maggiore forza; siamo consapevoli, man mano che passano gli anni, delle nostre precarietà, delle nostre incorrispondenze, delle ferite che inevitabilmente il tempo colleziona sulla nostra pelle, nella nostra memoria e nel nostro cuore, ma nonostante tutto il Signore ci conferma la Sua grazia.
“Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedech”: è detto a Gesù e di Gesù, con le parole del salmo, ma questa espressione è risuonata con particolare entusiasmo nei giorni della nostra giovinezza e deve risuonare nuovamente come un grido di battaglia, nel senso buono del termine, come un’avanzata che dobbiamo operare insieme perché il mondo sia salvo. Vorrei dire, a voi sacerdoti, che il mondo vi aspetta. Magari questa espressione, quando eravamo in seminario, ci faceva pensare che fuori le porte del seminario (per noi, in via Petrarca 115 o del Seminario di Capodimonte o di Benevento), tanti stessero lì incolonnati per confessarsi. Magari 20’anni fa, 30’anni fa, 50’anni fa poteva essere ancora così; ora sembra che il mondo non ci aspetti, che addirittura ci ignori, eppure Gesù - e Lui solo - salva il mondo. E lo salva attraverso degli strumenti, e questi strumenti siamo noi, perché il Signore ama utilizzare strumenti poveri per fare cose grandi. Uno strumento troppo luminoso forse impedirebbe un atto di fede profondo, e invece siamo povera gente, siamo povera umanità, siamo poveri come voi, carissimi fratelli e sorelle, ma investiti di un Ministero, come dice Paolo, investiti di una grazia che ci fa essere gli stessi e al tempo stesso diversi da come eravamo e da come saremmo stati se non fossimo passati attraverso la prostrazione, sul marmo di questa Cattedrale o delle chiese dove siamo stati ordinati, e attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera di consacrazione del Vescovo che ci ha ordinati e che ciascuno di noi ricorderà nella preghiera, stasera e domani, nella Messa in Coena Domini.

Ho trovato un’espressione di un poeta e drammaturgo viennese, Hofmannsthal, che ha anche collaborato con Strauss per molte opere e melodrammi e che, trovata per caso, mi è poi rimbombata nel cuore e ha scavato dei cunicoli nella mia riflessione. Questo poeta dice: “Ciò che è profondo dev’essere nascosto. Dove? - si chiede - In superficie”. È paradossale questa espressione, ma credo che possa esprimere bene quella che è la vita sacramentale della Chiesa, perché i Sacramenti nella loro evidenza, sono fatti di parole, di gesti e di cose molto umili, molto feriali. Pensate all’acqua del Battesimo, al pane e al vino per l’Eucarestia (domani è la festa dell’Eucarestia e già vi siamo introdotti, con i Primi Vespri, con questa celebrazione), pensate all’Olio degli Infermi, all’Olio dei Catecumeni, al Crisma, che saranno consacrati qui: elementi che appartengono alla nostra vita, così feriali che si fa fatica a tematizzarli, tanto appartengono alla nostra cultura e alla nostra vita quotidiana. Ecco la superficialità - mi sono detto. Gesù ha voluto nascondere la profondità in superficie. Questo non vale solo per l’Olio degli Infermi, che benediremo e che raggiungerà tanti sofferenti nel corpo e nello spirito durante questo anno, non riguarda solo l’Olio dei Catecumeni, che sarà un segno preparatorio per la celebrazione del Battesimo, non riguarda solo l’Olio e il profumo del Crisma per il Battesimo, per la  Cresima e per l’Ordine Sacro, ma riguarda anche noi, le nostre vite di presbiteri, di diaconi e di vescovi.
Come siamo? Posso parlare di me. Ricordo, per farvi sorridere, una Messa in Coena Domini nella mia parrocchia, quando ero giovane e pimpante. Mi permisi di chiedere perdono alla mia comunità, perché noi preti eravamo diversi sull’altare (gli altri erano più anziani di me, avanti negli anni): “Forse non siamo così come dovremmo essere”. Quando tornai in sacrestia, un prete che poi è diventato amico negli ultimi anni della sua vita e che ho accompagnato alla morte, come altri, mi disse: “Parla per te!”. Allora parlo di me, facendo memoria della lezione di Don Alfredo - si chiamava così e starà sorridendo dal Paradiso questo sacerdote un po’ duro, ma dentro buonissimo, come tutte le persone dure, d’altra parte - proprio per evitare che qualcuno dei miei presbiteri possa dire: “Parla per te!”. Allora parlo di me.
Il vostro Vescovo è povero. Questa povertà dei segni sacramentali è anche la povertà di cui siamo fatti noi, di cui sono fatto io. Voi vorreste un Vescovo altissimo, atletico… I preti avrebbero tante cose da dire: “Vorrei un Vescovo così!”, perché noi - sono tuttora prete anch’io - sui nostri vescovi proiettiamo sempre le nostre attese, spesso smisurate. Quindi vorreste un Vescovo alto due metri, un cestista, uno che viene a tutti i pranzi (mi è impedito anche da un punto di vista di salute, perché un pranzo potrebbe tenermi a letto anche per un’intera settimana). Vorreste un Vescovo più perfetto, più vicino forse, più intraprendete, e invece vi è capitato questo Vescovo, purtroppo, e voi dovete fare un atto di fede, perché questa materia, che è il Vescovo, è una materia povera. Ma in questa superficialità si nasconde una profondità, che non è più la mia, ma è la profondità di Gesù Pastore, di Gesù Vescovo delle nostre anime, come dice un Prefazio, di Gesù che si occupa di noi, che ci salva. Avrebbe potuto farlo senza questa mediazione? Tutto avrebbe potuto fare, ma ha scelto la via della incarnazione. E la via dell’incarnazione implica il tuffarsi della storia, e la storia è fatta di persone simpatiche, antipatiche, che parlano poco, che fanno una predica breve (come voi vorreste) o di persone che, quando parlano, si lasciano andare e non pensano più all’orologio, come il sottoscritto. Purtroppo vi è capitato un Vescovo così, ma questa è la superficialità: andiamo a fondo. È come se in questa celebrazione, nella benedizione degli oli, voi guardaste i recipienti, l’olio e il profumo: Ma a casa mia ho anche profumi migliori nella mia sala da bagno! Sì, eppure attraverso questi poveri segni si manifesta una potenza. In questo senso l’espressione di questo poeta viennese di fine Ottocento, di inizio Novecento, mi ha colpito. Bisogna nascondere la profondità. Dove? Nella superficialità. Magari prendetelo anche - lo dico per farvi sorridere e per attirare la vostra attenzione - come espediente dove nascondere le cose preziose: se le mettete in cassaforte, certamente le ruberanno; se invece le mettete così, da qualche parte, su un comodino, il ladro viene e dice: Sarà impossibile che questo è oro!, e andrà a cercarlo in qualche posto più nascosto, più recondito, in qualche cassaforte, e invece sta lì. Allora, per nascondere le cose preziose, bisogna metterle nella superficialità. Sembra un verso contraddittorio, ma vi ho colto una luce, per quella che è la vita della Chiesa, perché la Chiesa respira della Parola di Dio, che è essa stessa un sacramento e dei sacramenti. E se noi non respiriamo con tutti e sette questi polmoni - e oggi molti sono in crisi d’asma o in apnea - noi non viviamo la Chiesa, cioè abbiamo bisogno del Battesimo, ma abbiamo bisogno anche dell’Eucarestia, abbiamo bisogno - e fa tanto problema - di confessarci di tanto in tanto; abbiamo bisogno del Sacramento dell’Unzione, abbiamo bisogno che Dio benedica il nostro amore, abbiamo bisogno di manifestare alla Chiesa la nostra volontà e di sottoporla al vaglio della Chiesa per essere diaconi, presbiteri: questa è la vita della Chiesa. La vita della Chiesa è scandita dai Sacramenti. Allora l’augurio che vi faccio, carissimi fratelli e sorelle laici, è che bussiate spesso alle porte delle vostre parrocchie per chiedere la celebrazione dei Sacramenti, e ci auguriamo che i presbiteri siano sempre più entusiasti di offrirveli, certamente non come una merce e neanche come tappe sociologiche, ma di offrirvele dopo congrua catechesi, dopo debita preparazione, come una ricchezza che essi hanno nelle loro mani ma che non è per loro, ma per voi! La Chiesa i doni che ha li offre al mondo.

Concludo augurando ai presbiteri di essere narratori. C’è bisogno di riprendere questa voglia di narrare il Vangelo. Agli Esercizi Spirituali che abbiamo fatto la scorsa settimana con 115 persone (c’erano anche molti di voi qui presenti), abbiamo impiegato tre giorni per ascoltare la Parola, la storia di Giuseppe venduto dai fratelli,  per narrarla e per trovare in questa storia specchi che potessero rimandarci luce sul nostro vissuto. Ecco, noi abbiamo bisogno di cantastorie. Chiedete ai vostri preti - lo so, queste esperienze non vi vengono quasi mai -: “Parlateci di Gesù, raccontateci il Vangelo, leggiamo insieme un brano del Vangelo”. Non andate a chiedere una Messa… Il Sacramento… Guai se non accade secondo i vostri desiderata, ma andate a chiedere di narrarvi la storia di Gesù, perché la Chiesa vive di questa narrazione. Il grande filosofo, anche se non credente, Martin Heidegger, dice dei filosofi e dei poeti, in tempi di crisi: “Ma a che servono i poeti, a che servono i filosofi in tempo di crisi? - e noi siamo in un tempo di crisi - A ridestare la nostalgia della patria perduta”.

Carissimi presbiteri, il vostro povero Vescovo vi augura di essere questi narratori che fanno rinascere, riattizzano, in questo tempo di deserto che stiamo attraversando e in questo tempo di esilio, la nostalgia della patria perduta.   

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Messa Crismale S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello
Teano, 4 aprile 2012

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.