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mercoledì 20 aprile 2016

difficile essere cristiani quando dove ciò che conta è il fare

DIO NON E' UN BANCOMAT!




31.03.2016
 
Una considerazione sull’affermazione di che Pietro fa all’ingresso del tempio di Gerusalemme , in compagnia di Giovanni, rivolgendosi ad uno storpio dalla nascita che si trovava presso una porta di ingresso del tempio a chiedere l’elemosina. Pietro esclama: “ Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo Nazareno, alzati e cammina! “. Ora ciò che Pietro dice impegna l’intera comunità cristiana, dunque anche noi siamo impegnati dalla sua affermazione, dalla sua catechesi, proprio perché comunità cristiana, l’elemosina non consiste nel dare oro o argento cioè ciò che si possiede ma significa dare ciò che non si possiede o meglio ciò che possiede il Signore, la sua forza, la sua volontà, è la nostra dipendenza a Lui, noi diamo ciò che non ci appartiene ma che ci è dato perché possiamo invocare il suo nome.
 
 L’elemosina che aveva sino allora lucrato quello storpio non l’aveva mai portato a camminare, è il nome di Gesù, è nel nome di Gesù che l’elemosina porta profitto, il vero profitto, ciò che risolve ... e potremmo dire che è la fede di Pietro quella determinazione, quella preghiera cioè la certezza di essere esaudito, l’affidamento alla Provvidenza di Dio che compie l’atto, che materializza l’atto di fede, lo rende visibile, palpabile.
 
La Chiesa dunque, la comunità cristiana, ci dicono gli Atti degli Apostoli, non deve possedere né oro, nè argento meglio sarebbe dire che non deve possedere nulla, questo non vuol dire nel senso letterario del termine, la Chiesa non deve fare dei beni il suo unico scopo, beni dunque come mezzi mai come fini, come spesso, molto spesso accade.
 
La Chiesa, e Pietro la rappresenta tutta, deve produrre segni, certezze, che l’oro e l’argento e i beni in generale non producono, caso mai illudono, portano all’illusione che le certezze sono date dal patrimonio. Il cieco che raccoglie l’elemosina ( che è di per sé una insufficiente somma di denaro ) ma anche avesse raccolto oro e argento in quantità smisurata non gli avrebbe consentito l’uso delle gambe. Tra l’altro Atti mette in evidenza che lo storpio prega l’uomo per avere l’elemosina, cioè si rivolge all’uomo per avere il minimo, mentre non si rivolge a Dio per avere il massimo. Il gioco è sempre a ribasso, l’uomo non vuole puntare in alto, si accontenta di sguazzare nella melma, non è l’uomo che può portare conforto, questo lo sappiano bene, i Monsignori che si sentono realizzati perché si occupano di questioni sociali o peggio ancora quelli che si mettono la coscienza a posto infilandosi le mani in tasca sappiano che non è quello che chiede il Signore.
 
Il Signore fissa lo sguardo su chi è nella necessità come fa Pietro e chiama per avere una risposta, ciò che vuole è incrociare lo sguardo, quello è la risoluzione, non è certamente l’elemosina, non è l’aspettarsi il minimo, ma l’essere sicuri di ricevere il massimo, ciò che è fatto per me, ciò che devo ricevere, lo storpio non ha bisogno né di oro né di argento ma di camminare perché quello solo quello porterà eventualmente nelle sue tasche l’oro e l’argento.
 
Il Signore non è un dispensatore di servizi sociali, non è un bancomat o un self service, non è nulla di questo, il Signore è quello che fissa lo sguardo e attende di essere ricambiato con lo stesso gesto per incontrarci, perché quel nostro gesto di rimando, di risposta genera in noi la potenzialità quindi la potenza da cui l’atto.
 
Eppure ci danniamo l’anima in corse sfrenate per dare l’elemosina, lo facciamo perché incapaci di dare il Signore perché il Signore non lo possediamo più , ciò che risolve i problemi per la nostra mentalità sono l’oro e l’argento, ma questo non è cristianesimo è umanesimo. Cristianesimo sta nel non dare né oro né argento, ma il Signore, ciò che non ci appartiene, è dunque dare altro, l’Altro, il diverso da me, diverso perché non è consuetudine …. chiedete e vi sarà dato …. ma non secondo la mia … ma la tua volontà Padre. E’ difficile essere cristiani in questa diocesi dove ciò che conta è il fare per il fare, il produrre per appagarsi e sentirsi appagati dagli altri, dove il denaro è la risoluzione di tutti i problemi infatti la sua ricerca è sistematica e maniacale, ebbene è di grande conforto la riflessione di don Ferraris vicario di spessore, da non confondersi e paragonare con l’attuale che non gira certamente in bicicletta o in vespa ma è ben carrozzato, ebbene don Ferraris scriveva: “ se possiederete la carità manifesterete il Signore “, ma la carità è il Signore stesso, dunque ecco spiegato perché danno oro e argento perché non hanno altro da dare, perché non hanno più il Signore da dare perchè non è più in loro, lo hanno venduto per trenta denari, per una vita dispendiosa, comoda, da impiegato o da dirigente di una spa, non certo da prete.
 
 

venerdì 15 gennaio 2016

depenalizzare il libero piacere

Rieccolo. L'ex portavoce che propone al Papa di depenalizzare il libero piacere 








L’Apostolato della Preghiera è una rete mondiale di preghiera col papa, attiva dal 1890. La dirige il gesuita Frederic Fornos e ogni mese diffonde l'intenzione per la quale il papa chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare con lui.
guillermoDa quest'anno con una novità. Papa Francesco diffonde ogni mese l'intenzione di preghiera non più solo per iscritto, ma con un video. Un video realizzato dall'agenzia di comunicazione di Barcellona "La Machi", con la supervisione del Centro Televisivo Vaticano, e postato anche su Facebook, Twitter, Instagram, YouTube. Il papa spiega nella sua lingua madre, lo spagnolo, per chi e per che cosa pregare, mentre sotto scorrono le traduzioni in dieci lingue. E scorrono anche le immagini. Il tutto in un minuto e mezzo.
Il video inaugurale, però, diffuso il 6 gennaio, festa dell'Epifania, ha scatenato un vespaio. L'intenzione di preghiera è questa volta il dialogo tra le religioni. Oltre al papa, vi compaiono una buddista, un ebreo, un musulmano e un sacerdote cattolico, con i simboli delle rispettive fedi. Tutti alla pari. Con la prevedibile levata di scudi di chi vi ha visto un cedimento al sincretismo, all'equiparazione di tutte le religioni:
Ma chi è il sacerdote cattolico reclutato per questo video inaugurale? È l'argentino Guillermo Marcó, che Jorge Mario Bergoglio conosce molto bene, perché è stato suo portavoce ufficiale quando era arcivescovo di Buenos Aires.
Alla fine del 2006, però, Bergoglio dovette congedarlo, a seguito di un infortunio comunicativo.
Intervistato da "Newsweek" dopo il memorabile discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, Marcò si era lasciato andare a invettive piuttosto pesanti contro le parole di Joseph Ratzinger sull'islam: "Ha distrutto in venti secondi ciò che con l'islam si era costruito in vent'anni. Quello che ha detto non mi rappresenta":
Don Marcó tuttavia non sparì dalla scena, né mai si allentarono i suoi legami con Bergoglio, prima e dopo la sua elezione a papa, come prova oggi la sua ricomparsa accanto a papa Francesco, nel primo dei nuovi video dell'Apostolato della Preghiera.
Non si sa però che cosa pensi Francesco di ciò che don Marcó ha scritto pochi giorni fa, il 13 gennaio, sul supplemento "Valores Religiosos" del grande quotidiano argentino "El Clarín":
Don Marcó comincia col riscrivere la parabola del figliol prodigo, asserendo che egli fa ritorno a casa "non perché pentito ma per necessità". E questo basta perché il padre lo abbracci, senza aspettare che si converta.
Ma poi soprattutto propone al papa di "revisionare la pratica del sacramento della confessione", perché per troppi secoli – scrive – "la Chiesa ha minacciato i peccatori con ogni sorta di castigo, nella vita presente e nell'eterna, sopra tutto per peccati privati e, più precisamente, legati all'esercizio libero del piacere e della sessualità".
La sua proposta al papa è la seguente. Limitare il ricorso al sacramento della penitenza "solo per i peccati di scandalo pubblico" – come a suo giudizio "la Chiesa faceva fino al secolo XII" (?????)  – e per i comportamenti privati "lasciare più libertà al credente nella sua relazione con Dio, perché nel foro interno possa discernere il bene e il male".
Stando al suo libro-intervista sulla misericordia e ai suoi discorsi sul sacramento della penitenza, non risulta che Francesco possa accogliere la proposta del suo amico sacerdote argentino.
Ma è facile immaginare che don Marcó già la metta in pratica. Senza timori né pentimenti.
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NOTA BENE !
Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.

mercoledì 16 dicembre 2015

la situazione peggiorerà

Per risalire bisogna toccare il fondo


È mia impressione che la situazione peggiorerà. A volte le cose devono arrivare fino in fondo e allora vedrete il collasso di questo sistema clericale antropocentrico, sistema clericale, che abusa del potere amministrativo della Chiesa, abusa della liturgia, abusa della Parola di Dio, abusa della fede e della devozione dei piccoli in seno alla Chiesa. Poi vedremo l’ascesa di una Chiesa rinnovata. Questo si sta già preparando. Poi questo edificio clericale liberale crollerà perché non ha né radici né frutti.
S. E. Mons. Vescovo Athanasius Schneider

giovedì 16 luglio 2015

Il Vaticano arruola Marino, Pizzarotti e De Magistris

Il Vaticano arruola Marino, Pizzarotti e De Magistris per fornire consigli su etica ambientale e schiavitù

Il Centro di etica ambientale aperto dai gesuiti di Monaco di Baviera fa proseliti sui princìpi fondamentali di ambientalismo



Roma. E’ attivo e fa proseliti il nuovo Centro di etica ambientale aperto dai gesuiti di Monaco di Baviera. Ogni lunedì sera, lezioni su gestione delle risorse, giustizia internazionale e princìpi fondamentali di ambientalismo. E’ il leitmotiv del momento: dopotutto, nelle Filippine la Compagnia ha deciso di riconvertire gli immobili di proprietà in case ecosostenibili, allo scopo di “riconciliarci con la natura”. Il direttore dell’istituto bavarese, il professor Michael Reder è entusiasta del progetto: “Ormai c’è molta conoscenza sui cambiamenti climatici e la giustizia globale. Ma vi è molta rassegnazione, perché nulla si muove. Ci siamo preoccupati troppo dal punto di vista tecnologico e non ci siamo interrogati sui princìpi”, ha detto. Ecco perché “è necessario un cambiamento di cultura”. Di nominare la trascendenza, neanche a parlarne. 



Vladimir Solov’ev aveva previsto tutto in “I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo”, se è vero che il professor Reder ha anche insistito molto sulla necessità di potenziare i corsi sulla giustizia globale come corollario all’approfondimento dei cambiamenti climatici. E’ un tema che anche ieri ha impegnato augusti luminari nella cornice della sala stampa vaticana, ove è stato presentato il workshop sulla moderna schiavitù e il cambiamento climatico. C’erano perfino i sindaci, che secondo il presidente della Pontificia accademia per le scienze sociali, l’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, potranno dare consigli “per trovare le migliori pratiche a favore del contenimento dei cambiamenti climatici e l’eliminazione delle nuove forme di schiavitù”. A consigliare la chiesa cattolica, per l’Italia, c’erano  tra gli altri Ignazio Marino, Luigi De Magistris, Giuliano Pisapia e Federico Pizzarotti. Rappresentati anche i Podemos spagnoli, con l’alcaldesa madrilena Manuela Carmena, fresca d’elezione.

Anche mons. Sánchez Sorondo, quasi si fosse in un’aula universitaria, ha spiegato che ci sono “diversi studi, disponibili gratuitamente sul nostro sito web” da cui s’evince “che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico”. Tale riscaldamento, ha aggiunto il presule, “è stato accompagnato dal costante innalzamento del livello del mare”, cosa che “è difficile non mettere in relazione con gli eventi meteorologici estremi come siccità prolungate, ondate di calore e tempeste distruttive”.

L’umanità, dunque, deve “prendere atto della necessità dei cambiamenti degli stili di vita” per “combattere questo riscaldamento”. E comunque, ha aggiunto, “questi fenomeni climatici indotti dagli esseri umani, insieme alla cultura del relativismo, spingono una persona ad approfittare di un’altra come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati o riducendola in schiavitù”. Si tratta, insomma,  della “stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi”.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2015/07/16/il-vaticano-arruola-marino-pizzarotti-e-de-magistris-per-fornire-consigli-su-etica-ambientale-e-schiavit___1-v-130887-rubriche_c340.htm

sabato 11 luglio 2015

falce e martello al Papa

La gloria dei Martiri vittime del comunismo :“Regnavit a ligno Deus”


«Il dialogo tra comunisti e cattolici è diventato possibile da quando i
comunisti falsificano Marx e i cattolici Cristo» (Nicolás Gómez Dávila)



Da ieri sui Quotidiani, cartacei e on line, circolano le foto del "dono", spudoratamente intriso di irriverente propaganda  marxista, che il Presidente della Bolivia Evo Morales ha consegnato a Papa Francesco. 

In quell'episodio è riassunta tutta l'incomprensibile emblematicità di questo Pontifcato: pare che ci sia sempre qualcuno - una specie di un grande burattinaio in agguato - che "suggerisce" dei gesti, dei simboli da accostare al Pontefice riuscendo a mettere  in secondo piano ( come accadde  pure con San Giovanni Paolo II ) gli interventi, le omelie e quant'altro è giudicato scomodamente cattolico e quindi fuori dal coro del conformismo ideologico e politico imperante
«Taluni "pompieri" - più papalini del Papa -  - di fronte alla figuraccia - che tale  rimarrà - stanno oggi diffondendo la voce che Papa Francesco, davanti alla falce e martello col Cristo crocifisso, abbia risposto obiettando : “No está bien eso” ( questo non va bene). 

Tale versione è smentita dal video dove si vede che il Papa accetta il dono  (del resto porta quella stessa immagine blasfema nel medaglione che ha al collo). 

Invece le parole del Santo Padre sono state (come spiega il Corriere della Sera) «no lo savia, eso», non lo sapevo. 
A cosa si riferivano? 
Cos’è che non sapeva? 
A cosa annuisce con un sorriso? 
Ciò che Morales gli stava spiegando, ovvero che quel crocifisso con falce e martello fu disegnato proprio dal suo Confratello Gesuita Luis Espinal, che fu ucciso nel 1980 dai paramilitari e sulla cui tomba, a La Paz, il Santo Padre si era appena recato per rendere omaggio come si fa alla tomba di un martire. 

Lo stesso Padre Lombardi, sia pure a mezza bocca, ha confermato: “non lo sapevo neanche io”. Sono stati i gesuiti boliviani a spiegargli che il disegno è dovuto proprio a padre Espinal. 
Conoscere la paternità di quel simbolo è un flash che fa capire molte cose sulla Chiesa sudamericana… 
Fa capire quale influenza ha avuto (e in forme diverse ha ancora) l'ideologia marxista in quella Chiesa... »
«...Quando un Capo di Stato, un Monarca, un Presidente, un Capo di Governo, va in visita o riceve  il Papa, il Sommo Pontefice, il Capo della Chiesa Cattolica, il Vicario di Cristo in terra, il Successore dell’Apostolo Pietro ecc.ecc. s’informa , attraverso i canali della Diplomazia, su quale tipo di dono offrire al Pontefice. 
Avrebbe mai Krusciov, se fosse stato ricevuto da San Giovanni XXIII, potuto recare in dono un simile orrore? . 
O i Reali Inglesi, costituzionalmente antipapisti, avrebbero mai potuto regalare al Papa un ritratto di Enrico VIII? 
O un Presidente degli Stati Uniti, Nazione fondata da Protestanti Massoni antipapisti, potrebbe portare in dono al Papa una squadra e compasso? 
Morales ha fatto di testa sua senza informasi sul tipo di dono da offrire al Papa? 

Forse.  Quel che Castro NON fece (anche perché Castro era di tutt' altra educazione e cultura) con San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, lo ha fatto Morales con Papa Francesco… »

L'episodio accaduto ieri del "dono" irriverente del marxista Morales al Papa induce alla riflessione che è urgentemente necessario ripristinare, dalle aule catechistiche alle biennali d'arte contemporanea, la Magna Carta dei Diritti di Dio : è blasfemo, offensivo e vergognoso collocare Gesù Crocifisso sul simbolo politico laicista della più perversa e feroce ideologia anticristiana che, con la scusante della giustizia sociale dei poveri e dei bisognosi, ha cercato di cancellare in ogni parte del mondo la bellezza della Civiltà Cristiana.

L'affronto di Evo Morales al Papa, un Crocefisso
che gronda il sangue di almeno 100 milioni di morti
 
Il presidente comunista della Bolivia, Evo Morales, ha ricevuto Papa Francesco in visita apostolica nel Paese andino omaggiandolo con un orrendo manufatto in cui Gesù è crocefisso a una falce e martello, simbolo mondiale del comunismo internazionale. 
Forse Morales non si è reso conto del doppio senso del suo gesto: davvero, infatti, la falce e il martello comunisti sono un patibolo a cui Gesù è crocefisso. 
Probabilmente per questo il Papa sorride di candida ironia  davanti a quell’orripilante scultura blasfema, mentre Morales si tira la zappa sui piedi… 
Ma l’occasione è propizia per ricordare a tutti cosa è stato, anzi cosa è il comunismo. Il libro nero del comunismo. 
Crimini, terrore, repressione, opera di enorme sforzo e rigore scientifici, curato dallo storico ex comunista francese Stéphane Curtois (trad. it. Mondadori, Milano 1998), stila un primo (parziale) bilancio delle vittime ammazzate dal comunismo internazionale, un bilancio mai smentito semmai lacunoso per difetto, a fronte delle ricerche compiute successivamente e dell’apertura di alcuni archivi (ma i dati relativi alla Cina, per esempio, restano sono tutt’oggi parziali): 
Urss, 20 milioni di morti 
Cina, 65 milioni di morti 
Vietnam, 1 milione di morti 
Corea del Nord, 2 milioni di morti 
Cambogia, 2 milioni di morti 
Europa dell’Est, 1 milione di morti 
America Latina, 150mila morti
Africa, 1 milione 700mila morti
Afghanistan, 1 milione 500mila morti 
movimento comunista internazionale e partiti comunisti non al potere, circa 10mila morti
Il totale è prossimo ai 100 milioni di morti. 
Una catastrofe umana maggiore di qualsiasi catastrofe naturale, peggiore di qualunque altro delitto. 


Su L’Osservatore Romano del 29-30 settembre 2010, il padre redentorista polacco Jak Mikrut (1942-2013), della Pontifica Università Gregoriana, ha offerto un quadro prezioso della brutale persecuzione scatenata dal comunismo mondiale contro i cristiani, richiamando con grande precisione i numeri del tributo di sangue preteso dalla cristianofobia dell’ateismo marxista-leninista e ricordando che molte di quelle vittime sono state esaltate dalla Chiesa Cattolica alla gloria degli altari, che molte lo saranno presto (per esempio i martiri
spagnoli del secolo XX, o francescani gesuiti polacchi e il sacerdote bergamasco don Sandro Dordi uccisi nel 1991 dai terroristi filomaoisti di Sendero Luminoso) e che di moltissimi altri è in corso il processo. 

Fonte : Il Timone 

Su Rome Reports i commenti e i filmati sulla consegna del "dono" al Papa

Sul Timone I Martiri cattolici uccisi dai comunisti in America Latina
Un simpatico "accostamento" dell'episodio di ieri con l'immagine più celebre del film "Il compagno don Camillo" diretto da Luigi Comencini.

giovedì 28 maggio 2015

AGENDA DEL SINODO «OMBRA»

«LA CHIESA DEVE RICONOSCERE IL VALORE DELL'AMORE GAY». VOILÀ L'AGENDA DEL SINODO «OMBRA»


mi sono tornate in mente le parole dell’Esorcismo compilato da Leone XIII allorquando ebbe la famigerata visione durante la Messa – a quanto pare sulla chiesa di oltre un secolo dopo, dove vide il cielo sopra il Cupolone ricoperto di demoni, che arrivarono a lambire il Soglio – laddove si danno indizi per riconoscere la presenza e l’opera del Demone:
«Perché tu sei l’autore dell’incesto; tu sei il capo dei sacrileghi; tu sei il maestro delle depravazioni; tu sei il dottore degli eretici; tu sei l’inventore di ogni oscenità; il corruttore della giovinezza». L’Oscenità.

Di seguito la cronaca tutta da leggere, fatta su Repubblica di ieri da Marco Ansaldo, dell'incontro a porte chiuse tra alcuni leader dell'ala «kasperiana» dell'episcopato europeo sui temi del Sinodo. 

«Cosa possiamo dire a una gioventù che non si ritrova negli orientamenti della Chiesa? Come dobbiamo impostare una pratica dell'eros? Qui ci troviamo di fronte a problemi con cui fare i conti, altrimenti la gente finirà per allontanarsi».

L'allarme pacato lanciato a metà lavori da un sacerdote e docente scuote i tavoli messi a rettangolo fra i 50 convenuti all'Università Gregoriana di Roma, nella giornata di studio organizzata per il Sinodo dei vescovi previsto in autunno. "Matrimonio e divorzio", "Sessualità come espressione dell'amore" sono i titoli su cui si discute. Temi di un'attualità bruciante, dopo il sì del referendum in Irlanda sulle nozze gay. Ci sono molti big della Chiesa, come il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera e capo dei vescovi tedeschi, l'arcivescovo di Marsiglia Georges Pontier che è presidente della Conferenza episcopale francese, quello di Havre,Brunin, il vescovo di Dresda, Koch, quello della Bassa Sassonia, Bode, lo svizzero Gmur, il segretario generale dei vescovi tedeschi Langendorfer, teologi emeriti e professori universitari come il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo. Tutti ospitati dal vice rettore della Gregoriana, padre Hans Zollner, e vincolati a non attribuire la paternità delle dichiarazioni agli intervenuti. Lavori a porte chiuse, a cui è stata invitata a partecipare, quale unico media italiano, La Repubblica.

E la discussione è stata ampia e molto libera. Sfiorando anche l'argomento delle unioni gay richiamato dal voto irlandese. «La questione non è tema del Sinodo - precisa un sacerdote e teologo tedesco - ma è comunque materia culturale. Se fra due persone dello stesso sesso c'è una relazione forte, che porta a un riconoscimento, questo deve diventare un vincolo anche per la Chiesa». Aggiunge poi: «Personalmente dico che questa unione dovrebbe essere riconosciuta, anche se non come matrimonio. Se la Chiesa non la riconosce, ciò non significa una discriminazione, ma che si intende riaffermare il principio della famiglia costituita da un uomo e una donna».
Una posizione innovativa. Nessuno qui si oppone. Il confronto, anzi, si allarga. «È chiaro - afferma un monsignore francese - che stiamo vivendo una nuova realtà pastorale». E, a proposito dei divorziati risposati, continua una docente: «Con l'allungarsi della vita anche la frontiera della fedeltà si sposta. Ma la disciplina della Chiesa oggi è lungi dall' essere immobile. Dopo un fallimento, un abbandono, ci si può impegnare in una nuova vita con un'altra persona. Questi problemi ci arrivano da esponenti impegnati anche nel magistero, oltre che dai fedeli». Applausi, e si va oltre.

Commenta un vescovo tedesco: «I dogmatici dicono che l'insegnamento della Chiesa è fisso. Invece uno sviluppo esiste. E abbiamo bisogno di uno sviluppo sulla sessualità. Anche se non dobbiamo fissarci solo su questa». Ammette un presbitero che è anche professore: «Essendo la nostra una vita da single, il celibato di noi preti rende difficile parlare agli altri delle loro vite di coppia».

Nessuno qui usa la parola «parresìa», franchezza, termine chiave del pontificato di Francesco. Ma la discussione alla tavola della Gregoriana si svolge tutta alla sua ombra. Un sacerdote e docente svizzero, che fa un intervento spaccato al secondo seguendo da buon elvetico il proprio orologio, parla senza indugi di «carezze, baci, "coito" nel senso del "venire insieme", co-ire», come di «quel che accompagna le luci e le ombre non coscienti delle pulsioni e del desiderio». Un suo collega: «L'importanza dello stimolo sessuale rappresenta la base per un rapporto duraturo». Si cita Freud. Viene richiamato Fromm. «La mancanza della sessualità - si aggiunge - può accomunarsi alla fame, alla sete. La domanda che la caratterizza è: "Hai voglia di fare sesso?". Ma questo non significa desiderare l' altro, se l'altro non vuole. La domanda dovrebbe essere: "Tu mi desideri?". Ecco allora come il desiderio sessuale dell' altro può unirsi all'amore».

Il dialogo è serrato e tocca i sacramenti, il battesimo, l'argomento delicato della comunione ai divorziati risposati. «Come possiamo negarla, come fosse una punizione, alle persone che hanno fallito e trovato un nuovo partner con cui ricominciare una vita?». C'è poi spazio per il dolore dei figli di chi si è separato: «Nelle confessioni ascoltiamo molto i racconti degli adolescenti che si autoaccusano del divorzio dei genitori. Ma, a volte, la separazione è anche un bene».


Parole che sembrano rivoluzionarie se pronunciate da uomini in clergyman. Per un'iniziativa fatta nel cuore di Roma dalle Conferenze episcopali di Francia, Germania e Svizzera. Vescovi da molti considerati all' avanguardia. Starà a chi di loro prenderà parte al prossimo Sinodo, come il cardinale Marx che ha concluso i lavori, portare riflessioni tanto liberali. Fino al Papa. Commenta uno dei partecipanti al Sinodo dello scorso ottobre: «Magari ci fosse stata una simile discussione in Vaticano. Non c' è ancora stata quella libertà di parola che abbiamo avuto noi, qui, oggi. Ma abbiamo la speranza che tutto questo, adesso, serva».

da «Triskell 182»

giovedì 15 gennaio 2015

i gesuiti lodano le vignette blasfeme: “Ridere di sé è un segno di forza”


"Abbiamo deciso di mettere on-line alcuni cartoni di Charlie Hebdo che si riferiscono al cattolicesimo". A farlo non è stata una rivista qualsiasi: si tratta di Études, il mensile dei gesuiti fondato a Parigi nel 1856, che ha scelto di pubblicare sul suo sito alcune vignette della rivista Charlie Hebdo, bersaglio dell’attentato della scorsa settimana nella capitale francese da parte di estremisti islamici. E tutti questi disegni si riferiscono al pontefice e al Vaticano. Protagonisti Cristo, Ratzinger e papa Francesco.
"È un segno di forza – spiegano dalla rivista - essere in grado di ridere di alcuni aspetti dell’istituzione a cui apparteniamo, perché è un modo per dire che ciò che apprezziamo è al di là delle forme sempre transitorie e imperfette". L’umorismo nella fede è “un buon antidoto contro il fanatismo” e, aggiungono nell'intervento firmato dalla redazione e intitolato “Noi siamo Charlie”, la vittima del terrorismo è stata anche “la libertà di espressione". Inoltre, "le reazioni unanimi, da destra e sinistra, da credenti e non, invitano - concludono i gesuiti - a non cedere alla paura e a difendere una società plurale”.
Di seguito alcune delle vignette di Charlie Hebdo sui cattolici:


 http://www.caffeinamagazine.it/world/8588-charlie-hebdo-la-rivista-dei-gesuiti-ripubblica-le-vignette-sui-cattolici-ridere-di-se-e-un-segno-di-forza

giovedì 31 luglio 2014

S. Ignazio di Loyola : vespri



Domenico Zipoli - 

Vespri per la festa di S. Ignazio di Loyola 


"La partitura, rimasta ignota per due secoli e mezzo, e' stata riscoperta non molto tempo fa, durante i lavori di restauro di una chiesa al confine tra Argentina e Bolivia: quando riemerse dall'oblio l'archivio di una delle "riduzioni" fondate dai Gesuiti, nel Seicento, fra gli indios latinoamericani, e scomparse poi, con la cacciata dell'ordine. Zipoli, giovane e promettente organista, parti' come novizio, nel 1717, per la regione del Rio de la Plata, dove visse sino alla morte, alla giovane eta' di 37 anni, componendo e insegnando. I "Vespri di Sant'Ignazio" sono una delle sue opere piu' importanti: alla loro stesura collaborarono, pare, persino alcuni anonimi allievi indios." (fonte: M. Zanchetti, "Corriere della Sera") 

Deus in adjutorium, 00:00
Domine quinque talenta, 02:09
Dixit Dominus (gregorian chant), 03:27
Euge serve bone, 06:09
Confitebor tibi Domine, 07:25
Memor erit in saeculum, 10:13
Sanctum et terribile nomen ejus, 12:15
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, 14:38
Fidelis servus, 16:22
Beatus vir, 17:54
Exortum est in tenebris, 20:25
Jucundus homo, 22:02
Peccator videbit, 24:20
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, 26:08
Beatus ille servus, 28:04
Laudate pueri Dominum, 29:49
Quis sicut Dominus, 33:03
Suscitans a terra inopem, 34:07
Serve bone, 37:13
Laudate Dominum, 38:41
Iste confessor, 41:31
Hic vir despiciens (gregorian chant), 43:02
Instrumental sonata, 46:55
Te Deum laudamus, 50:43

Domenico Zipoli (1688-1726)
Coro de Niños Cantores de Córdoba (Cordoba Boys' Choir)
Ensemble Elyma
Director: Gabriel Garrido


venerdì 13 giugno 2014

Messe senza frutto

«LA MESSA CELEBRATA MALE, UN ORRORE CHE NON NE DISTRUGGE L'ESSENZA, MA NE DEVASTA LA FIORITURA»





di don Dolindo Ruotolo (1882-1970)

Non vi è un apostolato più bello di una Messa celebrata bene e santamente. La rovina del mondo è dovuta principalmente alla Messa celebrata male! E' un orrore che non distrugge l'essenza della Messa, ma ne devasta la fioritura.

C'è tanto da purificare fra gli Ordini religiosi, tanto da rinnovare. Se si entrasse nei migliori ordini religiosi, oggi, a... spazzare un poco, si solleverebbe un uragano di polvere!

[c'è la necessità di] purificare la Chiesa degli elementi guasti. Perché tenere a forza tanti Sacerdoti nel seno della Chiesa, quando dovrebbero essere accompagnati fuori, direi quasi, con la banda e la grancassa, lieti tutti di liberare la Chiesa degli elementi marciti?

Studiando, lo confesso, mi sono accorto con pena della pericolosa deviazione degli studi moderni, che si orientano sempre più, dolorosamente, al razionalismo dissidente e alla filosofia tedesca

Bisognerebbe intensificare le preghiere e la devozione a Maria SS.ma, ma dolorosamente la devozione a Maria SS. è decaduta in tante anime, che credono, così, di avvicinare alla Chiesa i separati, quando, col loro atteggiamento, si avvicinano agli errori dei dissidenti e non se ne accorgono... E' una immensa pena per la povera anima mia.

Si stampano su riviste cattoliche e da sacerdoti, errori, veri errori contro la Madonna e le cose più sante delle tradizioni della Chiesa. Si parla di aggiornamento ai tempi, ma c'è in realtà un aggiornamento al mondo ed allo spirito satanico. Non cooperate alla demolizione di quello che fa del vostro Ordine uno dei più belli della Chiesa. Rimanete puntello della Chiesa in questi tempi così pericolosi. Occorrono le parole che disse Pio XII ai Gesuiti: «O rimanete quali siete, nello spirito del fondatore, o è meglio che non siate più». Parole di grande attualità per tutti gli Ordini religiosi.




pensieri tratti da «Fui chiamato Dolindo che significa dolore».

giovedì 13 marzo 2014

demolire la chiesa dal di dentro?

IL DRAMMATICO BIVIO DI BERGOGLIO. VOGLIONO SPINGERLO ALLA DEMOLIZIONE DELLA CHIESA, MA IO PENSO …

13 MARZO 2014 / IN NEWS


A un anno dall’elezione di Bergoglio a “vescovo di Roma” si resta perplessi nel vedere il giornale delle banche e della finanza – il “Corriere della sera” – che acclama il “papa dei poveri” il quale tuona contro “il Nord ricco” a cui “più volte in quest’anno ha gridato ‘vergogna’ mettendolo sotto accusa”.
Ci si sente presi per il naso. Che gioco stanno facendo? E che dire della “Stampa-Vatican Insider”? Il giornale torinese è il più affetto da quella “francescomania” che  Bergoglio deplora.
Il quotidiano della Fiat è arrivato addirittura a suonare le fanfare per Gustavo Gutierrez che è stato “riabilitato” in Vaticano: Gutierrez è il padre di quella “Teologia della Liberazione” che mescolava cristianesimo e marxismo e che fu seppellita da Giovanni Paolo II e da Ratzinger.
Si sente puzza di bruciato se i giornali delle multinazionali osannano la Teologia della liberazione. Ma ancor più se il Vaticano la riabilita. E proprio nei giorni in cui Ratzinger – in un libro intervista su Giovanni Paolo II – spiega:
“La prima grande sfida che affrontammo (con Giovanni Paolo II) fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico(…). A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per  amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”.  
Di recente un importante esponente della Tdl, Clodoveo Boff, ha dato ragione a Ratzinger per quello che (a nome di Clodoveo Boff, ) fece trent’anni fa:
“egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede… Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa”.
Invece “nel discorso egemonico della teologia della liberazione”, riconosce Clodoveo Boff, “ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ‘cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali”.
Oggi però il Vaticano riabilita quella Teologia della liberazione. E lo strappo rispetto a Wojtyla e Ratzinger riguarda anche altro.
 ABOLIZIONE DEL PECCATO ?
 Il 29 dicembre scorso il titolo dell’editoriale di Eugenio Scalfari, sulla Repubblica, diceva: “La rivoluzione di Francesco: ha abolito il peccato”.
In effetti questa, vagheggiata da Scalfari (e anche dai poteri mondani, da logge e lobby anticattoliche) sarebbe la più grande delle rivoluzioni perché significherebbe l’abolizione della Chiesa stessa: Gesù ha predicato e praticato il perdono dei peccatori, mentre l’abolizione del peccato è l’esatto opposto, è qualcosa che renderebbe inutile e perfino ridicolo il sacrificio della Croce.
Perciò quella del fondatore di “Repubblica” sembrò a tutti una boutade dovuta al suo proverbiale dilettantismo teologico. I media cattolici lo liquidarono sarcasticamente.
Invece oggi bisogna riconoscere che aveva in parte ragione. Non riguardo al Papa (che ancora non si è espresso), ma riguardo al cardinale Kasper, autore dell’esplosiva relazione al Concistoro (richiestagli dal Papa) su divorziati risposati e sacramenti.
Kasper rappresenta quella sinistra martiniana che vorrebbe fare come le chiese protestanti del Nord Europa: calare totalmente le brache davanti al mondo (infatti quelle chiese si sono suicidate e oggi sono pressoché inesistenti).
Per questo la relazione di Kasper sovverte completamente nella pratica ciò che Gesù (Mt 5, 32 e Mt 19, 9) e la Chiesa hanno sempre insegnato.
Con l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (che ribalta tutto il Magistero, specie quello di Giovanni Paolo II) di fatto si prospetta l’abolizione del peccato.
Che “ospedale da campo” è questo? Così noi poveri peccatori crepiamo. Come se il ministero della Salute decretasse che – invece di curare gli ammalati –  tutti fossero dichiarati sani per legge.
Infatti la prospettiva sulla quale Kasper e compagni vogliono spingere la Chiesa implica l’inutilità del sacramento della confessione e la sua abolizione.
Perché mai ci si dovrebbe limitare ai divorziati risposati? Sarebbe una “legge ad personam”. I conviventi o i fidanzati che hanno rapporti sessuali, perché dovrebbero confessarsi per accedere all’eucarestia? E l’uomo o la donna sposati che hanno una relazione extramatrimoniale?
 O KASPER O GESU’
 Il “tana liberi tutti” riguarderebbe di fatto tutti i peccati. Tutti perdonati d’ufficio. Kasper infatti dice: “ogni peccato può essere assolto”. Ma omette di dire che occorrono pentimento e ravvedimento.
Al contrario di Kasper, Gesù affermò che “il peccato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna” (Mt 12, 31-32). Questo peccato imperdonabile riguarda proprio “la presunzione di salvarsi senza merito”, “l’ostinazione nel peccato” e “l’impenitenza finale”.
A ben vedere poi Kasper non si limita ad abolire il peccato (e la confessione): abolisce l’inferno stesso. Lo ha detto con una frase passata inosservata, ma che contraddice totalmente quanto Gesù e la Chiesa hanno sempre insegnato.
Il prelato dice: “non è immaginabile che un uomo possa cadere in un buco nero da cui Dio non possa più tirarlo fuori”. Falso. Questo “buco nero” c’è: è l’inferno in cui noi possiamo scegliere di andare. Dio – per rispetto della nostra libertà – non può salvarci contro la nostra volontà.
E’ molto pericoloso non credere all’inferno. Santa Faustina Kowalska – che di misericordia era molto più competente di Kasper – riferisce nel suo Diario che quando fu portata misticamente a vedere il regno di Satana scoprì che “la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno”.
 I GESUITI
 Storicamente furono i padri gesuiti ad essere accusati dal grande Pascal di aver  abolito il peccato con la scusa di perdonare il peccatore. E nel nostro tempo sono tornate in auge quelle loro idee.
Lo ricordò l’allora cardinale Ratzinger in un celebre discorso del 1990:
si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: ‘Ecce patres, qui tollunt peccata mundi’! Ecco i padri che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi ‘moralisti’, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato”.  
In un libro precedente Ratzinger criticò quel “pensiero pelagiano secondo il quale basterebbe in fondo la buona volontà dell’uomo per salvarlo”.
Poi aggiunse:
“In questa luce non era in ogni senso in torto il rimprovero mosso dai Giansenisti ai Gesuiti di portare con le loro teorie il secolo all’incredulità”.
Ma ci sono anche le correnti sane della Compagnia di Gesù. Se infatti da una parte c’era il gesuita Rahner, dalla parte opposta c’era il grande gesuita De  Lubac.
Francesco è davanti a un bivio: da una parte la demolizione della Chiesa a cui vogliono spingerlo poteri, logge e lobby mondane. Ma io penso (e spero) che lui sceglierà l’altra, quella del vero Concilio, di De Lubac, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, una via gloriosamente ortodossa ed evangelica, che porta all’odio del mondo e a volte al martirio.  
 Antonio Socci