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lunedì 10 luglio 2017

elogio del cattolico errante

Il cattolico errante e la ricerca della liturgia perduta


Sto notando, tra i credenti, il diffondersi di un fenomeno nuovo. O, meglio, di una nuova figura. Lo chiamerei il «cattolico errante».
 
 Si tratta di un bravo cattolico, un po’ di tutte le età e le condizioni sociali, che vaga di chiesa in chiesa, di parrocchia in parrocchia.  Perché lo fa?

 Perché, stanco di liturgie sciatte e di chiese brutte, di preti iperattivi o apatici, di parrocchiani sovreccitati o depressi, cerca una chiesa che sia semplicemente normale, con un prete che sia semplicemente prete, una liturgia semplicemente dignitosa, un edificio semplicemente rispettoso del sacro, fedeli semplicemente beneducati.


Il cattolico errante non ha molte pretese. In genere non è un tradizionalista. Anzi, cresciuto nella Chiesa del post Concilio, ne ha assimilato tutto il buono che c’è. Però è stanco, molto stanco.
 

Non sopporta più le degenerazioni nate da una lettura distorta del Concilio, non gli va più di convivere con ignoranza e superficialità.
 

Non ne può più di musica per nulla sacra, cori stonati, altoparlanti da discoteca, licenze assurde nella celebrazione.
 

Non sopporta più fedeli chiassosi e sbracati.
 

Non ne può più di chiese orrende, preti che celebrano con le scarpe da ginnastica, tazebao appesi tra una Madonna e un San Giuseppe.
 

Non accetta più di subire omelie irrimediabilmente scontate o troppo immaginifiche.
 

Non gli va più di fare i conti con parroci che sbrigano la messa come fosse una pratica amministrativa o che la trasformano in spettacolo.
 

Ed è anche stanco di essere guardato come un provocatore ogni volta che osa dire come la pensa.
 

Così si mette in viaggio e diventa un cattolico errante.
Il suo obiettivo è naturalmente quello di tornare a essere un cattolico stanziale, e c’è da dire che spesso ci riesce. Per quanto grami, infatti, questi nostri tempi non sono disperati. Ci sono ancora tanti preti semplici e assennati, alla guida di parrocchie normali nel senso migliore del termine. Ci sono ancora tanti bravi predicatori. C’è ancora attenzione per la coerenza liturgica, per il bel canto, per la musica davvero sacra. Però sono tesori che vanno cercati. E il metodo più utilizzato dal cattolico errante è il passaparola. Come nel seguente esempio di dialogo tra un ex cattolico errante tornato stanziale, che chiameremo Tizio, e un cattolico stanziale che sta per diventare errante, e chiameremo Caio.

Tizio: Ciao Caio!

Caio: Ciao Tizio!
Tizio: Lo sai che ho trovato una bella parrocchia? La Chiesa non è né troppo piccola né troppo grande e l’acustica è perfetta, tanto che non c’è bisogno di altoparlanti. I canti sono stupendi, qualcuno perfino in latino. Niente chitarre, niente tamburi. Pensa che i fedeli, quando entrano ed escono, si inginocchiano! E nessuno si mette a chiacchierare come se si trovasse nella piazza del mercato.

Caio: Ma no? Non ci posso credere!

Tizio: Te l’assicuro, è tutto vero! E il parroco non è un attivista. Niente lotterie, niente viaggi, niente iniziative strane. Non è neanche logorroico. Solo preghiera, adorazione eucaristica e catechismo. E tanta cura per la liturgia. E tante ore trascorse nel confessionale.

Caio: Ma guarda! Sembra impossibile!

Tizio: Anche a me sembrava impossibile. Poi ho trovato questa parrocchia e mi è tornata la voglia di andare in chiesa. E ancora non ti ho detto delle prediche: bellissime! Il parroco non è malato di protagonismo, né monomaniacale. Si limita a commentare il Vangelo del giorno e ogni volta lo fa con semplicità, ma senza diventare banale. E sa farsi ascoltare da tutti, bambini e vecchi, colti e meno colti!

Caio: Dimmi subito dove si trova questa parrocchia!
Ecco, le cose più o meno vanno così. Certo, il traffico un po’ ne risente, perché tutti questi cattolici erranti sono costretti a spostarsi percorrendo molti chilometri. Ma ne vale la pena.

Anche se il cattolico errante spesso non lo sa (perché è una persona semplice, mossa solo dalla sua fede e dal desiderio del bello e del sacro), il «Codice di diritto canonico» sta dalla sua parte. Il Codice infatti riconosce non solo il diritto di ricevere dai pastori l’aiuto derivante dai beni spirituali della Chiesa, specie attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, ma anche «il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa». Quindi c’è un diritto a evitare le storture, le stranezze e le ambiguità, per non parlare delle vere e proprie profanazioni.

In realtà il Codice dice che le aberrazioni liturgiche vanno anche segnalate e denunciate, e che anzi, per il cattolico, questo è un preciso dovere. Ma il cattolico errante, mosso da pietà, spesso preferisce stendere un velo pietoso e, anziché scrivere al vescovo ed esporre le sue lagnanze, si mette in viaggio.

Il cattolico errante, insomma, non fa che cercare ciò che gli spetta. Lo spiega molto bene anche il liturgista don Nicola Bux in quel prezioso libro che è «Come andare a messa e non perdere la fede», dove ricorda che in tutti i casi in cui la comunità, anziché lodare Dio, celebra se stessa (per dirla con Joseph Ratzinger, trasforma la liturgia in «una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi»), occorre reagire.

Pochi lo sanno, e don Bux giustamente lo sottolinea: nell’istruzione «Redemptionis sacramentum» del 2004, approntata dalla Congregazione per il culto divino d’intesa con quella per la dottrina della fede, si legge che tutti i fedeli «godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme». Dunque niente fantasie, niente aggiunte, niente travisamenti, perché «il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa messa, in piena conformità con la dottrina del magistero della Chiesa».

Oggi, 7 luglio 2017, sono passati dieci anni esatti dalla lettera apostolica in forma di motu proprio «Summorum pontificum» di Benedetto XVI, che, insieme all’istruzione «Universae Ecclesiae», ha permesso il moltiplicarsi delle messe in rito antico, secondo un’esigenza sempre più diffusa. La data è dunque propizia per ricordare che per secoli la Chiesa, specie attraverso l’arte, la musica, l’architettura, ha orientato tutto alla gloria di Dio, alla preghiera, alla salvaguardia della dottrina. Poi, improvvisamente, un’idea distorta di aggiornamento ha dato inizio agli orrori.
Farne l’elenco non è necessario. Delle chiese bruttissime e dei tabernacoli spariti, o messi in un angolo, ci siamo già occupati in un’altra occasione. Qui vorrei solo sottolineare la verbosità che ha fatto irruzione nella celebrazione della messa. 

Verbosità vuol dire che si chiacchiera troppo, si prega poco e si adora ancor meno. Don Bux scrive che la messa «non è una conferenza dove devi capire tutto», quindi è inutile che il celebrante si affanni a spiegare ogni cosa, in modo didascalico, quasi desacralizzando la liturgia. «Il linguaggio liturgico non può essere quello quotidiano» e  «comprendere la realtà della liturgia è diverso dal comprendere le parole». Occorre lasciare spazio al mistero e lasciarsi prendere dal mistero. San Bonaventura arriva a dire che durante la liturgia bisogna sospendere l’attività intellettuale. La liturgia è essenzialmente adorazione di Dio.

Un’annotazione va fatta sul ruolo della comunità, del popolo di Dio. Che partecipa alla messa, ma, attenzione, non è il soggetto della messa. Tanto è vero che il celebrante può benissimo essere da solo e la messa è pienamente valida. Quindi, se va evitato il protagonismo del celebrante, va evitato anche quello dell’assemblea, altrimenti c’è davvero il rischio che l’azione liturgica diventi spettacolo rispetto al quale tutti sono desiderosi di dare un contributo. Partecipare non vuol dire gareggiare nel protagonismo, ma stare al proprio posto, con discrezione. Un malinteso senso della partecipazione porta a coinvolgere il popolo in modo improprio. «Partecipare attivamente significa cooperare intimamente con la grazia di Dio; non è attività esteriore».

Bellissime poi le pagine nelle quali don Bux spiega la necessità e il significato dell’inginocchiarsi. Vangelo e Atti degli apostoli ci dicono che Gesù, Pietro, Paolo e Stefano hanno pregato in ginocchio. «Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr Filippesi 2,10), segno della signoria di Dio sul mondo. In tale gesto di verità si inserisce la Chiesa nel glorificare Gesù Cristo». L’inginocchiarsi, il genuflettersi e l’inchinarsi sono atti di culto esterno, certamente, ma anche di fede. Ci aiutano nella preghiera e nell’adorazione. Come scrisse Romano Guardini: «Quando entri in chiesa o ne esci, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: “Mio grande Iddio!…”. Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all’anima tua».

Sì, ci farà bene. Come il silenzio, il «sacro silenzio», che è esso stesso preghiera e manifestazione di fede e adorazione. Quel silenzio che oggi è così negletto nelle celebrazioni piene di clamore, nelle quali si arriva perfino all’applauso. Come se l’azione liturgica, al pari di uno spettacolo, dovesse procurare emozioni e non aiutarci a entrare nel mistero permanente di Cristo sulla croce.

Insomma, il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci. Ed è comprensibile che, una volta trovato un tesoro così grande, lo voglia condividere.

Aldo Maria Valli

da: http://www.aldomariavalli.it/2017/07/07/il-cattolico-errante-e-la-ricerca-della-liturgia-perduta/

martedì 7 giugno 2016

i sacramenti ci salvano

“Con i sacramenti non si scherza”,
il nuovo libro di don Nicola Bux




“Con i sacramenti non si scherza.” E’ il titolo, assai provocatorio, dell’ultima e interessante fatica letteraria del noto teologo e liturgista don Nicola Bux. Il testo, con prefazione di Vittorio Messori, edito da Cantagalli, è stato presentato a Bari presso la sede dell’ ex Provincia con una dotta relazione del cardinale Raymond Burke e l’amichevole presenza dell’ economista, banchiere ed ex presidente Ior , professor Ettore Gotti Tedeschi.

Don Nicola Bux nella sua relazione ha precisato lo spirito che lo ha portato a scrivere il saggio: ” I sacramenti sono paragonabili alle medicine prescritte dai dottori. In sè, i farmaci sembrano banali, normali compresse o sciroppi, però servono alla salute del corpo. I sacramenti sono la medicina dell’ anima. Però tutti sappiamo che i medicinali vanno usati bene, altrimenti non hanno effetto e persino diventano dannosi quando se ne fa un utilizzo inappropriato o scorretto, siamo alle controindicazioni e si trasformano in  nocivi “.

Ha  aggiunto: ” I sacramenti non sono complementi di arredo e senza di essi la Chiesa stessa non avrebbe senso, i preti sarebbero disoccupati. Con i sacramenti noi siamo faccia a faccia col Signore, meglio non dimenticarlo mai questo”. Ha precisato: ” Il grande problema di oggi è la fede. Quando la liturgia e i sacramenti sono mal celebrati o amministrati senza santa devozione cadiamo in errore. Con la riforma liturgica post conciliare si pensava di allargare il numero dei fedeli. Questo non solo non è accaduto, ma è persino successo il contrario”.

Don Bux  ha lanciato una frecciatina ai tanti preti di strada: ” Partono da una frenesia per la Parola, una cosa che  ossessiona tanti confratelli. Indubbiamente la Parola è importante, serve ad esortare. Ma alla Parola si abbinino con altrettanta e maggior  forza i gesti efficaci senza dei quali l’ uomo non si salva. Che pena vedere quei preti che alzano l’ Ostia sciattamente o il calice in modo maldestro o chi davanti al Santissimo non ha la giusta riverenza.  La  dedizione assoluta per la ecologia, la legalità, le marce della pace o le fiaccolate alle quali molti preti partecipano, non salvano l’ anima o l’ uomo dal degrado. Il sacerdote è chiamato a salvare l’ uomo con i sacramenti e non con le marce, le fiaccolate, le manifestazioni”.

Il cardinal Burke nella sua relazione ha precisato: ” Nessuno ha un diritto al sacramento, questo costa sacrificio. Si ha diritto solo se ci si dispone bene e giustamente. In quanto all’ argomento comunione al divorziato risposato civilmente tanto attuale, reitero il mio no, non è possibile darla. Il divorziato risposato vive in adulterio e dunque va contro il Vangelo, è in stato di peccato grave. Negare la comunione non è cattiveria, ma rispetto della Parola del Signore,  nessuno ha la facoltà di derogarvi. Mangiare e bere la comunione indegnamente, cito San Paolo, significa condanna”.

Il porporato ha ricordato che giustizia e misericordia viaggiano assieme: ” La carità è nella giustizia e viceversa, queste due categorie non sono alternative, bensì inseparabili”. Sulla celebrazione della messa ha detto: ” Non è giusto o corretto chiedere o volere che sia attraente o creativa come uno spettacolo, nella Messa il vero e solo protagonista è Cristo e non il celebrante. Nessuno, dunque ,aggiunga, tolga o metta di sua iniziativa”. E allora buona lettura con la bella opera di Don Nicola Bux:  Con i sacramenti non si  scherza, edizioni Cantagalli. Scritto in modo gradevole, semplice  e persino discorsivo su un tema minato. Degno di nota il richiamo continuo, ma garbato al diritto canonico.
 
Bruno Volpe

martedì 12 gennaio 2016

il pentimento non basta

I divorziati e la Chiesa 
«Il sacerdote non è un notaio 
e il pentimento non basta»





BARI - Qualcosa è cambiato, nei rapporti tra i fedeli e la Chiesa Cattolica. La vicenda di un uomo divorziato e risposato, recatosi per la confessione a San Nicola alla vigilia di Natale, riaccende il dibattito su un concetto che con il Giubileo è diventato mediatico. In una lettera, che la Gazzetta ha pubblicato mercoledì 30 dicembre, l’interessato ha raccontato la propria delusione per l’assoluzione negatagli. E ha rivendicato la misericordia di Papa Francesco.
«Ma il sacerdote non è il notaio che ratifica una decisione già presa dal penitente» commenta don Nicola Bux, teologo, consultore in Vaticano, autore tra i più citati a livello internazionale. Il suo ultimo libro, “Come andare a messa e non perdere la fede”, è stato già tradotto in cinque lingue.
Ma l’assoluzione, ci ha scritto il nostro lettore, «va data a tutti quelli che si confessano».
«È un’affermazione assurda. Qui si confonde il perdono con il condono. Nella confessione, il sacerdote è allo stesso tempo giudice e medico dell’anima. Assolvere vuol dire “sciogliere”, ossia slegare il penitente dal legame con il peccato. È il sacerdote, non il fedele, che valuta se ci sono le condizione per assolvere o meno».
Il pentimento non basta?
«Il pentimento vero implica la disponibilità del fedele a sciogliere quel legame. Nel Vangelo Gesù Cristo dice: Va', e non peccare più. Mica va' e continua a fare di testa tua».
Il sacerdote ha ritenuto che non vi fossero le condizioni di cui parla?
«Certamente. Non si può pretendere l’assoluzione senza il fermo proposito di non peccare più».
E qui entra in gioco il Giubileo della misericordia.
«Concetto parecchio frainteso, negli ultimi tempi. Le regole non sono cambiate e i sacerdoti si attengono alla solita dottrina, tutti allo stesso modo, esattamente come tutti i giudici si attengono alla legge, senza eccezioni. Perché questo concetto è dato per scontato in tribunale e vorremmo sovvertirlo nelle chiese?».
È chiaro da che parte stia don Bux.
«Dalle parte di Gesù Cristo, ovviamente. Nessuno, su questa terra, ha l’autorità di cambiare le regole della sua Chiesa. Tant’è vero che dal sinodo è uscito un documento che non cambia assolutamente nulla, in materia di disciplina dell’eucaristia ai divorziati risposati».
Però, papa Francesco, a molti sembra intenzionato a cambiare rotta.
«Un altro enorme fraintendimento. Lo ha spiegato molto chiaramente il cardinale Muller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ossia il custode della fede cattolica, il quale afferma: “La dottrina non è una teoria costruita dagli uomini. Il magistero del Papa e dei vescovi non è superiore alla Parola di Dio”».
A giudizio del sacerdote il nostro lettore sarebbe ancor più peccatore in quanto faceva la comunione, nonostante avesse divorziato e si fosse poi risposato.
«E vorremmo fare una colpa al sacerdote? È Gesù Cristo che, nel Vangelo, decreta l’indissolubilità del matrimonio. E San Paolo mette in guardia dal ricevere il sacramento indegnamente. Come si può pretendere di accedere all’eucaristia, se non si è più in comunione con la propria moglie? È una contraddizione in termini. Ed altre ne emergono, da quella lettera».
A cosa si riferisce?
«Innanzitutto il dato di partenza. Il lettore si definisce “cattolico credente”, ma anche divorziato e risposato, il che tradisce l’indissolubilità del vincolo coniugale. Poi parla, testualmente, di uno “schiribizzo”, che lo avrebbe spinto a confessarsi dopo dodici anni di assenza dal confessionale. Ma almeno una volta all’anno, i cattolici hanno l’obbligo di confessarsi e di comunicarsi. È un tipico esempio di “cristianesimo fai da te”, che dovrebbe adattarsi alla nostre esigenze. Un fenomeno dal quale ci aveva messi in guardia il papa Benedetto XVI».
Ultima questione. La porta santa aperta nella Basilica, non rappresenta un percorso penitenziale speciale?
«Anche su questo bisogna fare chiarezza. Il peccato, un po’ come il reato, comporta la colpa ed una pena. La confessione assolve dal peccato, non dalla pena che sarà scontata nell’aldilà a livello soprannaturale. È a questo punto che entra in gioco il Giubileo che, in via straordinaria, serve ad assolvere anche dalla pena. Le porte della misericordia, nella Chiesa, erano, sono e saranno sempre aperte. Ma alle consuete condizioni. E i sacerdoti sanno che non devono cedere, non devono lasciarsi intimorire dalle opinioni dominanti».
http://ww2.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/1764/I-divorziati-e-la-Chiesa-.html

mercoledì 9 luglio 2014

show liturgico

“Alla Sua presenza”

Gian Arturo Ferrari, firma del Corriere della Sera, ha osservato: “C’è una concezione del mondo religioso che di religioso non ha nulla. Penso a qualche funzione religiosa a cui ho partecipato di recente. Il modello era la tv”. E’ una verità amara, ogni qualvolta si assiste ad una liturgia che invece di essere “azione sacra per eccellenza”, come la Costituzione liturgica la definisce (SC 7), è trasformata in show; sta ricordarlo l’uso di un verbo tipico delle feste dei villaggi turistici: animare. Si osservi quel che accade, in occasione delle prime comunioni.



di don Nicola Bux
Gian Arturo Ferrari, firma del Corriere della Sera, ha osservato: “C’è una concezione del mondo religioso che di religioso non ha nulla. Penso a qualche funzione religiosa a cui ho partecipato di recente. Il modello era la tv”. E’ una verità amara, ogni qualvolta si assiste ad una liturgia che invece di essere “azione sacra per eccellenza”, come la Costituzione liturgica la definisce (SC 7), è trasformata in show; sta ricordarlo l’uso di un verbo tipico delle feste dei villaggi turistici: animare. Si osservi quel che accade, in occasione delle prime comunioni.
Alcuni sacerdoti collocano in chiesa, al posto dei banchi, più tavolini apparecchiati, oppure un grande tavolo, di quelli comunemente usati per le feste nelle sale parrocchiali, in modo da dare l’idea della ‘tavolata’. I bambini vengono fatti sedere attorno, e davanti a ciascuno è posta una patena con un’ostia da consacrare. Su un altro tavolino, all’angolo, sta il calice col vino. Alla consacrazione, ciascun fanciullo toglie il velo dalla patena. Il sacerdote consacra, poi passa dai bambini e ciascuno di essi, in piedi, self-service, prende la sua ostia dalla sua patena, la intinge nel calice che gli porge il sacerdote e si comunica. Poi si siede. Una variante è che l’ostia, non si trovi nella patena davanti al bimbo, ma gliela passi, poi, il sacerdote, ed il bambino la intinga nel calice e si comunichi. Un sintomo di quella che è stata definita la “nuova religione dell’autodeterminazione”? Il Messale Romano, promulgato da Paolo VI, ammonisce: «Non è consentito ai fedeli di ” prendere da sé e tanto meno passarsi tra loro di mano in mano” (Institutio Generalis del Messale Romano, 118) la sacra ostia o il sacro calice. In merito,inoltre, va rimosso l’abuso che gli sposi si distribuiscano in modo reciproco la santa Comunione» (Istruzione Redemptionis Sacramentum 94). Ancora «Non si permetta al comunicando di intingere da sé l’ostia nel calice, né di ricevere in mano l’ostia intinta» (Ivi, 104). Un altro abuso frequente è la distribuzione della Comunione da parte di accoliti e ministri straordinari, – anche se vi sono sacerdoti e diaconi, ministri a ciò deputati – cosa prevista solo in caso di una grande folla, cioè, almeno cinquecento fedeli, che si accostassero tutti al sacramento! Eppure, nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum, richiesta da Giovanni Paolo II nell’Enciclica sull’Eucaristia, si ammonisce: «E’ riprovevole la prassi di quei Sacerdoti che, benché presenti alla celebrazione, si astengono comunque dal distribuire la Comunione, incaricando di tale compito i laici» (RS157) e poi: «Il ministro straordinario della santa Comunione, infatti, potrà amministrare la santa Comunione soltanto quando mancano il Sacerdote o il Diacono, quando il Sacerdote è impedito da malattia, vecchiaia o altro serio motivo o quando il numero dei fedeli che accedono alla Comunione è tanto grande che la celebrazione stessa si protrarrebbe troppo a lungo. Tuttavia ciò si ritenga nel senso che andrà considerata motivazione del tutto insufficiente un breve prolungamento, secondo le abitudini e la cultura del luogo» (RS 158; cfr 88 e 154).
Alcune considerazioni:
1. La ‘tavolata’ è un grave errore teologico-sacramentale, causato dall’idea che la Messa sia la riproposizione dell’ultima cena. Non pochi studi hanno cercato di chiarirlo, non ultimi quelli di Joseph Ratzinger. La cena celebrata da Gesù alla vigilia della pasqua ebraica non è ancora una liturgia cristiana, come prova il fatto che solo le due benedizioni sul pane che diventa corpo dato per noi e sul vino che diventa sangue versato per noi, sono state conservate dalla tradizione apostolica e inserite in un grande “preghiera di benedizione” o supplica di ringraziamento, in greco eucaristia, a Dio Padre nello Spirito Santo, fatta in nome di Gesù Cristo il Figlio, incarnato e sacrificato per noi. Quanto ha fatto il Signore nel contesto dell’ultima cena è una novità, per questo: «l’ultima cena fonda il contenuto dogmatico dell’eucaristia cristiana, ma non la sua forma liturgica». In altri termini: «Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla…Il memoriale del suo dono perfetto, infatti, non consiste nella semplice ripetizione dell’ultima cena, ma propriamente nell’eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano […] La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento, come una sorta di “fissione nucleare”, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28)» (SCa, 11). Nell’eucaristia «Gesù ha anticipato il suo sacrificio, un sacrificio non rituale, ma personale». Nello stesso tempo l’eucaristia è attesa della cena che il Signore appresterà al suo ritorno alla fine del mondo. Dunque, prefigurata nel sacrificio del tempio, nel “servo sofferente” di Isaia, nella cena pasquale degli ebrei, la forma originale della messa è l’eucaristia, cioè la preghiera di ringraziamento che trasforma la mia esistenza; è l’obbedienza di Gesù Cristo al Padre, perciò è sacrificio e pasto dei riconciliati. In relazione alla passione di Cristo, in cui il sangue era separato dal corpo, il concilio di Trento definisce la santa messa “vero e proprio sacrificio” di Gesù Cristo. Egli si rende presente sull’altare – alta-res, luogo alto per il sacrificio – in obbedienza alle parole consacratorie del sacerdote, e, a causa della separazione del corpo dal sangue, è nella condizione di vittima immolata (immolatitius modus: cfr Pio XII,Enciclica Mediator Dei, 70). Per questo, l’altare è anche mensa dell’Agnello immolato (cfr Ap 5,6), per ricevere il pane, separatamente, come sacramento del corpo e il vino come sacramento del sangue (cfr san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae III q 74 a.1 sc). Tutto questo è riaffermato dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1365). Sebbene l’espressione “cena del Signore” sia uno dei modi di chiamare l’eucaristia, in realtà si riferisce alla cena escatologica dell’Agnello, come esclama il sacerdote alla Comunione: Beati qui ad coenam Agni vocati sunt. La dimenticanza o l’ignoranza di tutto questo, finisce per separare la Messa dal sacrificio della croce e ridurre l’eucaristia ad un banchetto fraterno. Non si dimentichi, poi il divieto di Paolo di unire la frazione del pane all’agape, cena di carattere religioso-sociale, tanto forte era ancora l’influsso pagano di fraintendere l’eucaristia come un banchetto dal quale inevitabilmente poi scaturivano abusi e licenze. Nelle due forme della messa bizantina, la “divina liturgia di San Giovanni Crisostomo” e quella “di San Basilio”, il concetto di cena o di banchetto è chiaramente subordinato a quello di sacrificio, proprio come nel nostro canone romano.
2. La ‘tavolata’ è anche un deplorevole abuso liturgico: sostituisce l’altare, al quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare (cfr Institutio Generalis del Messale Romano, Ed.typ. III, 296). Cos’è l’altare e perché si usa? Nella tradizione giudaica v’era l’altare dei sacrifici – la parte superiore per l’immolazione delle vittime – e la tavola dei pani da offrire. Col cristianesimo, l’altare dei sacrifici nel cortile del tempio e la tavola delle offerte all’interno, vengono resi, nelle chiese, con una composizione sintetica: l’altare rappresenta Cristo, la croce e ad un tempo il suo sepolcro (cfr CCC 1182); è anche la mensa del Signore (cfr Eb 13,10) dalla quale scaturiscono i sacramenti del mistero pasquale. E’ la parte più santa del tempio ed è elevato, alta res, posto in alto per indicare l’opera di Dio che è superiore a tutte le opere dell’uomo. Non deve essere poggiato sul piano del pavimento, ma almeno elevato su un gradino, affinché ricordi il Golgota dovendosi su di esso rinnovare il sacrificio che Gesù compì sulla croce. Per questo è sempre rivestito di tovaglie, che indicano la purezza necessaria per accogliere Dio; in quella bizantina l’altare è coperto con un velo, quasi una dalmatica diaconale annodata sui quattro lati, ad indicare Cristo fattosi servo. Per la liturgia orientale, l’altare non deve essere grande, come nella tradizione latina più antica, perché è sufficiente che si possa accostare il celebrante per il sacrificio; poi su di esso ardono lampade e in specie ha al centro la croce, l’artoforio (tabernacolo) e l’evangelario. In occidente si ritiene superato tutto questo, nonostante i propositi ecumenici di “respirare con due polmoni”. Nel post-concilio ha prevalso la tendenza ad avvicinare l’altare al popolo. In realtà, non è l’altare che si deve avvicinare al popolo, ma il popolo all’altare: i movimenti processionali di introito, di offertorio e di Comunione, come dicono i salmi, significano l’andare alla presenza del Signore, per offrire i santi doni e comunicarsi a lui.
3. Il rapporto tra sacrificio eucaristico, “festa”, “comunità”, elemento umano e divino nella Messa. Una prima questione, riguarda le caratteristiche del sacramento eucaristico: è una cena o un sacrificio? Così risponde il Catechismo: “La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce,e il sacro banchetto della Comunione al corpo e al sangue del Signore”. Non è solo un accostamento, poiché vi è un nesso intimo tra cena e sacrificio. Infatti: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi” (CCC 1382). Certo, il termine memoriale può essere inteso come ricordo di un fatto passato. Non è così, grazie allo Spirito Santo che ci ricorda ogni cosa (cfr Gv 14,26); l’eucaristia fatta dalla Chiesa rende presente e attuale la pasqua di Cristo e il suo sacrificio offerto una volta per tutte (cfr CCC 1364). Rende presente anche la risurrezione? Col battesimo e soprattutto con l’eucaristia, il cristiano soffre e muore con Cristo, mentre della risurrezione riceve il germe che si svilupperà in pienezza alla fine dei tempi, secondo la parola del Signore: “io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(Gv 6,40). Ma finché siamo “nella carne”, noi partecipiamo alla sua passione e attendiamo, nella fede e nella speranza, il giorno della glorificazione. Inoltre, si tratta di sacro banchetto, o convito, nel quale si riceve Gesù Cristo,si fa memoria della sua passione, il cuore si riempie di grazia: viene dato l’anticipo della gloria futura. Sacro significa che c’è la sua presenza divina e quindi bisogna avvicinarsi con quel timore di Dio, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Il sacrificio sacramentale è definito eucaristia, termine greco che vuol dire azione di grazie o benedizione, memoriale e presenza di lui, operata dalla potenza della sua parola e dallo Spirito Santo; il tutto culmina nella Comunione. E’ festa in senso spirituale, non mondano: non vive di trovate accattivanti, non deve esprimere l’attualità effimera, non è un intrattenimento che deve aver successo, ma ravvivare la coscienza che il mistero è presente tra noi. E’ festa della fede, in cui deporre, come dice la liturgia bizantina, ogni mondana attitudine, perché “misticamente rappresentiamo i cherubini”(tropario d’offertorio). Il dramma giunge al suo culmine: l’altare su cui s’innalza la croce diventa ora la mensa dell’Agnello immolato ma vivo. Il sacrificio del corpo e del sangue misticamente anticipato nella cena e compiuto sul Golgota, ora è approntato come cibo e bevanda per i fedeli perché entrino in intima unione con la vittima divina. Come gli apostoli la domenica di Pasqua siamo nel cenacolo col Signore ormai risorto che mostra le piaghe gloriose e ci invita al convito. La familiarità con lui provoca stupore e gioia, ma non consente banalità come il trasformare l’altare in tavola da pranzo a cui far accedere i fedeli. Egli è il Signore, e il convito «resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota. Il convito eucaristico è davvero un convito “sacro”, in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio: O Sacrum convivium, in quo Christus sumitur!» (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 48). Trasformare l’altare in una ‘tavolata’, significa favorire nei piccoli un’idea distorta della Comunione, la quale discende dall’alto della Trinità e non dal basso del nostro stare insieme.
4. Come accostarsi alla Comunione, a cominciare dalla ‘prima’. Proprio ai nostri giorni, che vedono i piccoli particolarmente precoci e attenti, alle lingue come al web, li immergiamo nella banalità; gli impediamo di partecipare a liturgie solenni con il pretesto di peculiari esigenze psicologiche, pensando che non capiscano e invece li si priva dell’incontro col mistero divino attraverso lo stupore, il silenzio, l’ascolto, la musica sacra, la preghiera e il ringraziamento, come è avvenuto per noi da piccoli, e siamo cresciuti nella fede attraverso la partecipazione alla liturgia cattolica della Chiesa, col suo respiro universale. I piccoli non desiderano diventare grandi e stare con i grandi? La prima Comunione significa che è da lui, dal Signore, che, a conclusione dell’iniziazione, noi riceviamo un posto alla sua mensa, per la prima Comunione con lui, qui e per l’eternità. Gesù l’ha promesso: “Io vi preparo un posto”: questo comincia, quaggiù, con l’essere divenuti capaci, mediante il battesimo e la cresima, di riconoscerci figli in lui Figlio e quindi rendere grazie a Dio Padre. Nel rito romano antico, i fedeli si accostano alla balaustra, in ginocchio, dove spesso è distesa una tovaglia che rappresenta la mensa, il banchetto, e ognuno ha un posto: si inginocchia e attende in raccoglimento di ricevere la Comunione. Un gesto significativo è l’uso di nascondere le mani sotto la tovaglia – l’ho visto fare in Francia dai bambini e dagli adulti, dopo essersi inginocchiati – indica l’esigenza di essere puri per toccare il Signore, che ci ha scelti e chiamati con la fede alla mensa del suo regno, di cui la Comunione è l’anticipo, la caparra, l’anticipo della gloria futura. La prassi ordinaria – secondo la tradizione condivisa d’oriente e d’occidente – è che si riceva nella bocca, dopo un atto di riverenza, un inchino profondo o in ginocchio. Ma non di rado, i fedeli che vogliano riceverla, così, sono oggetto di bruschi dinieghi, anche scandalosi, da parte di sacerdoti noncuranti d’avere nelle mani le sacre specie. Eppure, il modo di riceverla, in piedi e sulla mano, è solo un indulto, ossia un permesso a tempo. Pertanto, non poteva non suscitare reazioni l”innovazione’ di Benedetto XVI di amministrare la Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca: ‘innovazione’, rispetto appunto all’indulto, che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano. Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità e nell’alto medioevo, la chiesa d’oriente e quella d’occidente abbiano preferito amministrarla in tal modo.
Ma, Gesù ha dato la Comunione agli apostoli sulla mano o ha chiesto loro di prenderla con le proprie mani? Visitando una mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune ‘Ultime Cene’ in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po’ come la postura di Gesù e degli apostoli, a tavola, nel cenacolo di Leonardo, che ‘aggiorna’, alla maniera occidentale, l’uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa.
Ora, riflettendo ulteriormente, l’uso di dare la Comunione direttamente in bocca al fedele può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere avevano e hanno ancor oggi l’usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all’amata o all’amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo, ancora inesperto. Si capisce così il testo di Giovanni: “Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: ‘E’ quello a cui darò un pezzetto di pane intinto’. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone, Satana entrò da lui” (13,26-27). Che dire però dell’invito di Gesù: “Prendete e mangiate”… “Prendete e bevete”? Prendete (in greco: labete; in latino: accipite), significa anche “ricevete”. Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino. Ma, se durante il ‘mistico convito’ – come lo chiama l’oriente, ossia l’ultima cena – i due gesti consacratori avvennero – come sembra – in tempi diversi della cena pasquale, dopo la pentecoste – allorché gli apostoli, aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7), quali esperti diremmo così nel culto – li unirono all’interno della grande preghiera eucaristica, la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l’anafora, dando origine al rito di Comunione. Tutto ciò rende più comprensibile la sentenza di sant’Agostino: “nessuno mangia quella carne, se prima non ha adorato” (Enarrationes in Psalmos 98,9). Benedetto XVI l’ha richiamata, significativamente, proprio nel noto discorso sull’interpretazione del Vaticano II (cfr anche Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, 67). Ancora più esplicito Cirillo invita a “non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo” (cfr Catechesi Mistagogica 5,22). Di modo che, chi riceve la Comunione fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra – simile alla nostra genuflessione – protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve, in bocca, la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, datato tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., un evangelario greco miniato, composto sicuramente in ambiente siriaco. Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente nella bocca. Benedetto XVI, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto: perché non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio, come quello odierno. Al di là della discussione storico-teologica, circa il modo in cui in antico si riceveva la Comunione, mettersi in ginocchio per ricevere il sacramento non è in contrasto con la processione prevista nel rito ordinario.
L’uso della Comunione sulla mano porta anche a riflettere sui frammenti che spesso cadono, senza essere raccolti in un vassoio sottostante. In molte parrocchie, i corporali, restano aperti da una Messa all’altra, da un giorno all’altro, con i frammenti eucaristici, perché alcuni sacerdoti sostengono che siano “cellule morte” (qualcuno arriva a dire, all’atto della consacrazione, “lui non consacra i frammenti”: non l’avevo mai sentita, ma è un’eresia). Non siamo pronti a dare ad un ammalato che non può deglutire un piccolo frammento di particola? La daremmo se non fosse corpo di Cristo? Forse che una briciola di pane è di sostanza differente dal pane intero? I sacerdoti sanno che la validità della Messa, oltre che dalla materia e dalla forma, dipende dall’intenzione che essi mettono, di fare quello che fa la Chiesa. Il corporale è molto importante, come attesta Orvieto, sia perché si consacrano solo le ostie e il vino che si trovano all’interno del corporale, non sulla tovaglia, sia per raccogliere i frammenti. Non prevalgano l’ignoranza e la presunzione, ma si attinga alla Scrittura e ai Padri, come Ambrogio e Crisostomo! Il Signore è presente (cfr CCC 1377) – come dice san Tommaso – nel sacramento dell’eucaristia, non secondo il modo della quantità, ma secondo il modo della sostanza: in una goccia di sangue, in una goccia di vino, o in un frammento di ostia c’è tutta la presenza del Signore; non c’è bisogno di molto vino perché il Signore sia presente, proprio come in una goccia di sangue c’è tutta la sostanza del sangue. L’ignoranza della dottrina eucaristica cattolica, porta a ritenere che i frammenti siano insignificanti e, di conseguenza, non si purificano i vasi sacri. Eppure, in extremis, quando il sacerdote si accorge che le particole sono insufficienti per la Comunione, usa spezzarle ulteriormente per dare la Comunione, pur con un frammento! Nell’attuale crisi di fede, anche la questione dei frammenti va chiarita e riaffermata, condannando gli abusi, in quanto non c’è differenza tra particole, particelle e frammenti di ostia. Lo scoglio da superare, resta il dissenso sulla natura della liturgia.
«La crisi della liturgia, e quindi della Chiesa, in cui continuiamo a trovarci – afferma Ratzinger – è dovuta solo in minima parte alla differenza tra vecchi e nuovi libri liturgici. Si rende sempre più chiaro che sullo sfondo di tutte le controversie è emerso un profondo dissenso circa l’essenza della celebrazione liturgica, la sua derivazione, il suo rappresentante e la sua forma corretta. Si tratta della questione circa la struttura fondamentale della liturgia in genere; più o meno consciamente si scontrano qui due concezioni diverse. I concetti dominanti della nuova visione della liturgia si possono riassumere nelle parole-chiave “creatività”, “libertà”, “festa”, “comunità”. Da un tale punto di vista, “rito”, ”obbligo”, “interiorità”, “ordinamento della Chiesa universale” appaiono come i concetti negativi, che descrivono la situazione da superare della “vecchia” liturgia».
Klaus Gamber, studioso della liturgia romana e delle liturgie orientali di Ratisbona, «percepiva che abbiamo nuovamente bisogno di un inizio dall’interiorità, come lo intendeva il Movimento liturgico nella sua parte più nobile». Ratzinger ne condivide l’analisi: «La riforma liturgica, nella sua concreta esecuzione, si è sempre più allontanata da questa origine. Il risultato non è rianimazione ma devastazione. [...] una liturgia degenerata in spettacolo, in cui si cerca di rendere interessante la religione con trucchi alla moda e con moralismi spigliati, che registrano successi momentanei nel gruppo dei promotori e un allontanamento ben più vasto da parte di tutti coloro che nella liturgia non cercano il loro show master spirituale, bensì l’incontro con il Dio vivente davanti al quale il nostro affaccendarsi diventa irrilevante, e che può dischiudere a tutti la vera ricchezza dell’essere».
fonte http://lavocediferrara.it/default.asp?id=416.