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martedì 30 dicembre 2014

preti plaudenti al disastro



LA FAMIGLIA SOLA SUL BARATRO. 

40 ANNI IN CADUTA LIBERA TRA DIVORZI, COPPIE DI FATTO E DISASTRI VARI


e preti benedicenti

Se si vuole fare una diagnosi della salute dell’Italia dal punto di vista della demografia, e di ciò che le sta dietro, non si può che partire da un anno: il 1975. Lo spiega lo statistico Roberto Volpi, tra i maggiori studiosi dei mutamenti della popolazione nel nostro Paese, nel suo ultimo libro pubblicato da Vita e Pensiero La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (pp. 178, euro 15).
Professore, perché il 1975 sarebbe cruciale?
«Perché è l’inizio del crollo. Da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere molto terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni. Fino agli anni Novanta, quando il tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna) tocca quota 1,2: uno dei più bassi del mondo in quel momento, meno della metà di quello che era alla fine degli anni Sessanta. Il che significa anche una mutazione per così dire antropologica: un conto è avere famiglie di due o tre figli, un conto è averne uno. L’inizio di quel processo è evidente: più che il divorzio in sé, è stato proprio il referendum a segnare una svolta radicale».

Come mai? Non doveva bastare la legalizzazione del divorzio?
«Perché il referendum è stato caricato di un valore enorme, equivalente a quello che aveva la famiglia tradizionale. Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi. Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini. Ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. E si sposavano tutti. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà. Un vincolo di fedeltà, però, che gravava più sulla donna che sull’uomo. Questo è da sottolineare perché è l’elemento che cede e che fa crollare l’edificio. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così). Così la rivendicazione di autonomia femminile si manifesterà proprio nel divorzio. Si pensava che sarebbe stata un’arma maschile, ma non è stato così: all’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo».

Al referendum i «no» al divorzio furono molto numerosi al Sud. Oggi com’è la situazione: permane l’eccezione o anche il Meridione è stato omologato?
«Direi che è stato omologato. I dati dimostrano maggior divorzialità al Nord, ma al Sud è l’elemento di difficoltà economica a frenare le separazioni. Negli Stati Uniti l’indice di divorzialità è usato quasi come un indicatore economico: quando i divorzi sono alti l’economia va bene, quando sono bassi l’economia è depressa. Perché il divorzio ha costi alti e comporta in genere un abbassamento del tenore di vita rispetto alla famiglia originaria. Al Sud si divorzia meno per questo. Lo possiamo dire osservando pure altri fattori, in primis la natalità: oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità, una regione che demograficamente sta sprofondando. Perfino la Campania, che ha sempre avuto tassi di fecondità molto alti, staziona ormai a metà classifica. Al Sud permane peraltro una maggiore nuzialità che al Nord – ricordiamo però che siamo sempre a livelli bassissimi, a un tasso di nuzialità di 3 matrimoni ogni mille abitanti: il 50% rispetto alla media europea – ma in sostanza per i motivi di cui sopra. Il modello di famiglia tradizionale non ha retto nemmeno lì».

Per quanto riguarda la famiglia, quali nuovi fenomeni si fanno strada?
«Le coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi. Le seconde sono più difficili da rilevare dal punto di vista statistico, per ovvie ragioni: lasciano meno tracce, non abitando sotto lo stesso tetto. Ma, anche qui, si "percepiscono" da altri fattori. Per esempio vediamo che negli ultimi 20 anni sono cresciuti i cosiddetti veri celibi, cioè quelli che hanno più di 25 anni e non sono sposati, che oggi sono più di 5 milioni. È da escludere una scelta in massa per la castità: si tratta di persone che hanno rapporti affettivi, anche duraturi, ma che non entrano in una convivenza».

Qual è l’impatto di questi rapporti sulla società?
«Il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative. Lo dico da un punto di vista nettamente laico: una società che si fonda su legami familiari ad alta responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione. È un elemento che l’opinione laica non coglie. È come non fare figli: una coppia è liberissima di non volerne, ma se questo atteggiamento diventasse prevalente la società morirebbe... Oltre a ciò, le famiglie che nascono tardivamente non hanno la spinta economico-produttiva che avevano una volta, non sono più un fattore dirompente da questo punto di vista: oggi si sposa quando si è già costruito virtualmente tutto, quando ci si è sistemati».

E i matrimoni religiosi come stanno?
«Sono 110mila all’anno, mentre erano 420mila nel 1964: un calo del 75%. E stanno diminuendo di sette, otto o anche diecimila all’anno. Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia, la Chiesa ha perso la sua battaglia culturale nei confronti della società laica. Non ha altra scelta che ricominciarne un’altra se vuole rilanciare il suo modello». 

venerdì 26 ottobre 2012

famiglia

Francia: per non discriminare i gay aboliti “mamma” e “papà”


famiglia(UCCR) Mentre negli USA la ricchissima lobby LGBT -che ha già comprato la legalizzazione del matrimonio gay a New York-, può ora contare anche sui soldi del sindaco miliardario Mike Bloomberg che ha promesso di finanziare i candidati di ogni partito che promuovano l’agenda omosessuale, in Francia sta per essere confermata la tesi del piano inclinato: le unioni civili (legalizzate nel 1999) servono soltanto come primo passo per portare al matrimonio e all’adozione per le persone dello stesso sesso.
E’ stata la promessa elettorale di Francois Hollande, uno che di relazioni sentimentali se ne intende (sic!) dato che pare abbia “condiviso” l’attuale première dame francese con un ministro del governo di Sarkozy. E’ stato comunque costretto a spostare dal 31 ottobre al 7 novembre l’approvazione del progetto matrimonio con annessa adozione per gli omosessuali dopo che anche  il grande rabbino di Francia, Gilles Bernheim, ha preso posizione contraria assieme a cattolici, evangelici, musulmani, protestanti e cristiani ortodossi di Francia. Secondo un recente sondaggio, tuttavia, due francesi su tre preferiscono che la decisione sulla legge venga presa dopo un referendum, così come ha chiesto la Chiesa cattolica francese, che oltretutto ha rilasciato una interessante nota sulla legge in discussione.
Recentemente  la psicologa Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, ha affermato che pare esserci un «più ampio disegno di delegittimazione della famiglia molto chiaro, in atto in modo sotterraneo, ovvero togliendo valore a quello che c’è». Non si può spiegare in altro modo la decisione del governo socialista di Hollande di abolire dal diritto di famiglia i ruoli di madre e padre, che verranno sostituiti dai termini più neutri di “genitore 1” e “genitore 2”. Già qualche anno fa, si ricorda su “Linkiesta”, il ministero della Pubblica istruzione inglese ha suggerito agli insegnanti di redarguire i bambini che si riferiscano ai propri genitori chiamandoli “mamma” o “papà” perché ciò farebbe sentire discriminati i bambini cresciuti da coppie omosessuali. Questa legge, ha spiegato il ministro della Giustizia Christiane Taubira, «è necessaria per secolarizzare il legame del matrimonio».
Il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e primate di Francia, è stato letteralmente coperto di insulti per aver criticato questa legge e per aver chiesto semplicemente ai fedeli di pregare «per i bambini e giovani perché possano essere aiutati a scoprire il proprio percorso, progredire verso la felicità, cessare di essere oggetto di desideri e conflitti da parte degli adulti e beneficiare pienamente dell’amore di un padre e la madre». Una preghiera ritenuta diffamatoria verso gli omosessuali e che ha giustificato una violentissima campagna di diffamazione, arrivata anche in Italia su Il Fatto Quotidiano che ha parlato addirittura di “guerra omofobica“! Forti perplessità per questa intolleranza omosessualista sono state pubblicate anche sull’Osservatore Romano.
Anche il Corriere della Sera, tuttavia, ha sorprendentemente avanzato qualche riserva verso le nuove disposizioni del governo francese chiedendosi «se sono proprio indispensabili certe corse in avanti, certe forzature volute in nome del sempre più esigente e tirannico politically correct». Ha anche riportato l’opinione critica della filosofa Sylviane Agacinski, docente presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, la quale ha ricordato che «esiste una identità di struttura tra la coppia genitoriale uomo-donna, sessuata, e la bilateralità della filiazione (cioè il fatto che i figli abbiano due genitori). L’alterità sessuale dà il suo modello formale alla bilateralità genitoriale: è per questo, e solo per questo, che i genitori sono due, e non tre o quattro».
Si tratta in realtà di un interessante articolo della Agacinski pubblicato nel 2007, nel quale ricordava che «l’istituzione di una coppia genitoriale omosessuale elimina la distinzione uomo/donna a favore della distinzione tra omosessuali ed eterosessuali [...], non accorgendosi che la pretesa di “matrimonio gay” o “genitorialità gay” è una finzione perché crea soggetti giuridici che non sono mai esistiti: gli “eterosessuali”». La filosofa ha continuato:  «non è la sessualità degli individui ad essere la base del matrimonio o parentela, ma il sesso in primo luogo, vale a dire, la distinzione antropologica tra uomini e donne. Il matrimonio è sempre stata l’unione legale di un uomo e una donna, che è la madre dei suoi figli: la parola francese tiene traccia del significato latino, “matrimonium”, che mira a rendere una donna madre (mater)».
Ha poi proseguito ricordando che «è molto difficile separare la questione del matrimonio “omosessuale” da quella di “genitorialità gay”» ed ha concentrato l’attenzione sul fatto che «la filiazione tra un bambino e i suoi genitori avviene universalmente in modo bilaterale, può solo accadere se «la coppia è costituita dal modello asimmetrico e complementare maschio-femmina, che dà distinzione ai lati paterno e materno di parentela. Non vi è alcuna confusione tra la natura e il sociale , ma c’è un’analogia, vale a dire, una identità strutturale, tra la coppia genitoriale, sessuale, e la filiazione bilaterale».
In sintesi, se la filiazione umana, sociale e simbolica chiede agli individui di essere maschio e femmina, non è a causa dei sentimenti che possono esserci tra di loro, ma «è a causa della condizione sessuale dell’esistenza umana e l’eterogeneità di ogni generazione». Invece, come ha ripreso pochi mesi fa, «la differenza sessuale è diventata per alcuni un vero e proprio tabù, un argomento proibito. Invece di un caso filosofico e antropologico è una lotta politica, come se fosse reazionario dire che esistono uomini e donne» .