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lunedì 6 marzo 2017

una quaresima per giungere al Carmelo

La purificazione quaresimale ispirati dalla vetta del Carmelo

 
di Cristiano Lugli

L’inizio della Quaresima è certamente il momento più propizio per il cristiano che voglia definirsi tale, ovverosia cattolico integralmente e fedele alla Legge di Dio e a quella della Santa Chiesa che offre, specialmente attraverso la liturgia che accompagnerà fino a Pasqua, tutti i mezzi indispensabili ed opportuni per iniziare un sempre nuovo cammino di conversione.
 
I quaranta giorni che separano dall’entrata nella Settimana Santa cominciano con il simbolo per eccellenza della mistica morte cristiana: il Mercoledì delle Sacre Ceneri, in cinere et cilicio, attorniato da penitenza e digiuno, ci ricorda con il simbolo dell’imposizione ciò che saremo destinati a tornare, e cioè polvere e niente più: “memento homo, quia pulvis es et in pùlverem revertèris”. Una vita di svago e piaceri mondani non avrà diverso esito – in senso prettamente materiale, finanche corporeo – di quella vissuta da chi avrà tentato con tutte le proprie forze di piacere a Dio; epperò, la vita di quest’ultimo, avrà bensì un Giudizio diverso dal primo pur entrambi tornando ad essere ciò che furono: polvere e null’altro che polvere.
 
In particolare questo periodo varcato ci ricorda qualcosa di estremamente importante della vita di Nostro Signore Gesù Cristo, che sono appunto i quaranta giorni di ritiro nel deserto, affrontando prove e tentazioni, mortificazioni e digiuni. Di questo lasso di tempo sappiamo poco tramite i Vangeli, e per poco si intende che si conosce il numero di giorni in cui Cristo stette ritirato e le tentazioni con cui Satana cercò vanamente di tentarlo; nient’altro. L’umile ragione, connubiata ad una salda e forte Fede, porta ad avere quella sana sete di conoscenza per la vita del nostro Salvatore, e per contro possono apporsi diversi ragionamenti con interrogativi annessi riguardo a questo lungo periodo trascorso dal Figlio di Dio nel deserto. Certamente non ci è dato sapere né conoscere come trascorsero nel dettaglio quei giorni, anzitutto perché non è richiesto o fondamentale saperlo, ma ciò che è certo è che nonostante si trattasse di Dio stesso la carne avrà dovuto patire gli stenti di quella fame e di quella sete con cui lo Spirito dovette combattere affrontando l’umana parte. Ed è proprio su questo punto che s’impernia un insegnamento quanto mai opportuno in questo tempo di Quaresima, trattandosi di un vero e proprio allenamento alla mortificazione che Gesù ha condotto con fatica e certamente dolore, seppur la Sua soprannaturale natura fosse sostenuta proprio dal fatto che Egli è Dio stesso.
 
Soffermandosi però a pensare a questo tempo è lecito domandarsi come sia stato possibile digiunare e rimanere senza bere per quaranta giorni: anche qui non ci è dato saperlo e la nostra rassegnazione deve situarsi nel fatto che non si possono apporre paragoni fra noi e Cristo ma, Lui essendo il nostro essenziale e primordiale modello, si deve tentare con tutte le forze di cui disponiamo l’imitazione delle Sue virtù. Ed è proprio questo ciò che fecero i primi Padri del deserto, estendendo a tutta la loro vita, radicalmente, quei quaranta giorni di penitenza e digiuni, sulle orme del Salvatore.
 
Sarebbe bello ed interessante potersi fermare a sfogliare le vite di questi Santi monaci, gran parte di essi conosciuti ma un’altra cospicua parte nemmeno mai comparsa – se non per qualche citazione – davanti agli occhi degli uomini d’oggi, con estrema sintesi del pensiero redatto ne “L’imitazione di Cristo”: Ama nesciri et pro nihilo reputari ( ama di essere dimenticato, e reputato da nulla ), tuttavia questo non è l’intento principale che si vorrebbe presentare in questa sede, ove il punto focale deve essere il modello della divina virtù del distacco dai beni, dalle passioni e dai piaceri della carne, in particolare quelli più difficili da controllare.
 
Certo è che a nessuno è richiesto dappiù di ciò che è in grado di dare attraverso i propri sforzi, così come persino il pensiero tomistico inserisce i piaceri e le passioni fra qualcosa di abbordabile, purché questo sia fatto nella liceità di ciò che si compie e principalmente nella capacità di essere poi anche distaccati dall’oggetto che ci coinvolge.
 
L’uomo moderno, nonché pure il cattolico moderno ( diverso da modernista ) è tanto propenso a prendersi in carico questi suddetti permessi, come che tutto fosse lecito e come che la vita debba essere convogliata in qualcosa di piacevole e mai doloroso, perché d’altronde il dolore non sarebbe qualcosa di cattolico.
 
Questo pensiero risulta oltraggioso e va respinto, parimenti quando viene detto che la sofferenza deve essere tuttalpiù scelta e ricercata solo dai Santi, quasi a far intendere che solo alcuni e non tutti siano chiamati alla santità. Proprio la Quaresima ci invita invece a ragionare in modo opposto al temerario filo conduttore appena citato, poiché da essa si intuisce che sia dovere ci ciascuno cercare di provare se stesso, con una sincera e seria introspezione, per comprendere quanto veramente sia distaccato dai beni di cui usufruisce abitualmente.
 
Questi quaranta giorni sono per eccellenza la chiara ed indispensabile necessità di ciò che potremmo definire “purificazione interiore”, aiutati dal tempo di penitenza e contrizione offerti dalla Santa Madre Chiesa, tanto premurosa di chiamare a conversione i propri figli.
 
Addentrandoci nel lato teologico ma anche pratico di questa determinazione a purificarsi, prenderemo a riferimento il pensiero esposto da uno dei più grandi mistici del XVI secolo, ma che potremmo definire, per alcune caratteristiche, senza eguali nel tempo. Lo stesso patrono di tutti i mistici: San Giovanni della Croce, cofondoatore insieme a Santa Teresa d’Avila dell’Ordine dei Carmelitani scalzi, attraverso la riforma introdotta nel 1562. Sul nutrimento della grande spiritualità del Carmelo, questo insigne Dottore della Chiesa ha tradotto al mondo tutta l’essenza del valore purificatorio insegnato da Gesù nel Vangelo, riassunta proprio nella magna opera “Salita del Monte Carmelo”, ove è detto che “L’anima che vuol salire sul monte della perfezione deve rinunciare a tutte le cose”. Partendo da questo punto essenziale esposto dal mistico spagnolo ci avvicineremo, con varie tappe, a comprendere l’importanza e il guadagno essenziale della Quaresima, avendo così ben chiaro il forte valore che la Chiesa sole darle dalla prima pietra fondante di San Pietro.
 
Il lavoro richiesto è da farsi sull’anima nostra, paragonata da San Giovanni della Croce ad una invetriata investita regolarmente dal sole, epperò quest’ultimo trovando un appannamento tale da non poter irradiare l’interno “e – dice – così non la potrà illuminare e trasformare totalmente nella sua luce, anzi tanto meno la rischiarerà, quanto meno sarà priva di macchie. Al contrario – prosegue – se fosse del tutto monda e netta, sarebbe illuminata e trasformata in modo tale da sembrare il raggio stesso e mandare la stessa luce di esso”.
 
Sappiamo che Dio è il divino sole che irradia le anime nostre, voglioso di poterle penetrare e rischiararle con tutta la potenza della Sua luce, ma, per fare questo, è necessario che Egli trovi quest’anima monda da ogni macchia di creatura, ovvero lordure dovute al peccato e a quegli attaccamenti che nulla hanno di ordinato.
 
Il Signore vigila e veglia sempre, fino al punto che non appena trova un’anima capata dal peccato mortale subito vi si getta addosso riempiendola con la Grazia, il dono più grande, trampolino di lancio per l’inizio di quella sublime opera di trasformazione che Dio vuole operare in lei. Ed è proprio per questo che tanto più l’anima si purifica dal peccato, anche veniale che sia, conformando ed assoggettando la sua incostante volontà a quella di Dio a ragione non solo delle cose gravi obbligatorie ma anche di quelle più piccole, tanto più la penetrazione della Grazia di Dio farà beneficiare di copiosi raccolti nel dominio dello spirito.
 
Corrisponde un premio alto, specie in virtù delle promesse fatte da Gesù, il quale dice “se uno mi ama verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Gv. 14,23) : non solo il gran dono della divina Grazia è garantito a chi muore al mondo per amare Dio, ma anche la stessa permanenza dell’Uno e Trino nella propria anima. La Grazia – dicevamo – è il ponte, lo slancio, che con un solo grado di essa garantisce la permanenza di Dio nell’anima; tuttavia non è Egli totalmente donato a quell’anima, non la consuma nella perfetta unità; questo finché troverà qualche cosa, anche se minima ed apparentemente innocua, resistente alla Sua volontà. Perché ogni imperfezione, minuscola che sia, si oppone alla volontà di Dio, Egli non potendo ammettere all’unione con il divino un’anima che patteggia con qualche piccolo attaccamento contrario alla perfezione infinita rappresentata dal Padre.
 
È necessario parimenti lottare con tutte le proprie forze per discernere la nostra volontà – che va abbattuta – con quella di Dio, a cui va unita ed abbandonata la nostra. Un’unione perfetta ha alla base la conformità totale di volontà ed affetto: senza queste prerogative insostituibili Dio potrà sì abitare in un’anima monda dal peccato irradiandola con la luce della Grazia, ma non si comunicherà mai totalmente all’anima, come afferma ancora il monaco carmelitano: “L’anima si dispone all’unione con la purità e l’amore, ossia solamente con la rinunzia ed il perfetto spogliamento di ogni cosa per il Signore”. Un’anima così dispostasi ha l’aiuto di Dio – continua S. Giovanni della Croce – il quale le fa “questa grazia sovrannaturale per cui tutte le cose divine e l’anima sono tutt’uno in una trasformazione partecipante: l’anima sembra più Dio che anima, ed è anzi Dio per partecipazione, pur sempre ritenendo il proprio essere distinto dal raggio, per quanto da esso illuminata”.
 
Questo è molto altro avrà da insegnarci, se lo vorremo, questo Santo del Carmelo nel tempo di Quaresima. Lui che ha calcato una via verticale, determinata ed ascetica verso Dio, al quale si giunge solo dopo una perfetta e necessaria purificazione interiore.
 
Ci aiuti San Giovanni della Croce in questo periodo propizio, a far si che le nostre anime sembrino più Dio che anime.

venerdì 29 aprile 2016

lo sposo ... di notte ...

Lo Sposo giunge nel cuore della notte



26 marzo 2016
Veglia di Pasqua
 

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B. Schedoni, Le Marie al sepolcro

Nei Vangeli sentiamo spesso parlare dello Sposo che sta per venire.
Lo Sposo viene nella notte. Le vergini lo aspettano con ansia.
Giunge nel cuore della notte …
E così è per noi!
Il Crocifisso è lo Sposo della Chiesa, di noi, che siamo il suo corpo!
Con la sua morte Egli ci è stato sottratto.
Non c’è più! Ma ci ha annunciato che sarebbe tornato…
Ed eccolo! Ora è qui!


Immaginiamo come dovrebbe essere il cuore di una sposa che vede morire lo sposo.
E poi, però, scopre che non è così, ma lo vede arrivare da lei nella notte!
Quando l’amato sembra ormai perduto … e, poi, invece, lo ritroviamo!
Immaginiamo come dev’essere …
Ecco! Così dev’esser la nostra gioia!
Così dev’essere questa notte …
Un’esplosione di autentica gioia perché lo Sposo è qui!
Era morto ed è tornato in vita!
Era perduto ed è stato ritrovato!

La parabola delle dieci vergini, però, ci racconta di come alcune sono sagge e alcune stolte!
E ci racconta come dovremmo essere noi…
Pronti! Con la lampada della fede accesa per incontrare lo Sposo nella notte
Con l’olio del desiderio di Lui che arde nel cuore e nella mente
Con la prontezza di una vita dedicata a liberarci dai pesi che possono ostacolare la corsa verso di Lui!
Dobbiamo correre nella notte verso lo Sposo che vuole introdurci nella festa!
E non possiamo farlo se non ci prepariamo
Se non alimentiamo la fede, il desiderio di Dio, la leggerezza di una vita senza peccato!

Ma il Vangelo oggi ci parla di altre donne che corrono…
Non sono la Sposa che va incontro allo Sposo
Ma sono le donne che portano l’annuncio del Risorto!
E, però, sono proprio come quelle vergini!
Sono piene di fede
Sono colme di desiderio
Sono libere dal peccato e capaci di andare lontano
Hanno scoperto che per incontrare lo Sposo devono annunciarlo
Devono gridare la bellezza della sua Risurrezione, della sua vita nuova!

Eccoci, dunque, chiamati a essere la Sposa gloriosa del Signore Gesù
Eccoci chiamati a correre verso di Lui nella notte di questo mondo di tenebra con la lampada accesa
Eccoci chiamati a essere annunciatori coraggiosi della sua Risurrezione a tutti
Ed ora ecco… affrettiamoci!
Lo Sposo nel pane e nel vino viene a introdurci nelle feste di nozze
E noi andiamogli incontro con le lampade accese!


http://www.bonifacius.it/lo-sposo-giunge-nel-cuore-della-notte/

mercoledì 20 giugno 2012

madre Elvira del ss Sacramento

Madre Maria Elvira del Santissimo Sacramento

(Segni 19.10.1929 – Carpineto Romano 10.06.2012, solennità del Corpus Domini)

Nasce a Segni (Roma) il 19 ottobre 1929, sotto il pontificato di Pio XI e le viene dato il nome di Lorenza. È la quarta di nove figli: Assunta, Bruna, Luigina, Lorenza, Pietrina, Elvira, Ester, Vincenza, Ascenzo.

A quindici anni, entra nella Congregazione delle Suore del Santissimo Sacramento del Beato Pietro Vigne, dove già aveva emesso i voti la sorella maggiore, Bruna (sr Maria Giovanna). Emette i primi voti nella Congregazione il 19 settembre 1948, prendendo il nome di Elvira – la sorellina morta in tenerissima età. Si diploma maestra elementare e per un anno insegna presso la scuola delle Suore del Santissimo Sacramento in Carpineto Romano. Dopo questo primo anno, è richiamata a Roma dove prosegue i suoi studi e si laurea in lingua e letteratura italiana (4 novembre 1966). Da quel momento si dedicherà all’insegnamento con passione, amore, abnegazione, fino all’ingresso al Carmelo.

Nel 1968 entra al Carmelo della Santissima Trinità di Jesi (An) e, dopo un anno, il 14 dicembre 1969 emette i voti solenni incardinandosi definitivamente al Carmelo con il nome di sr Maria Elvira del Santissimo Sacramento. Sul Crocifisso che porta sotto lo scapolare fa incidere una frase di san Paolo: «Scio cui credidi» (So in chi ho creduto) 2Tm 1,12. 
Subito dopo il Concilio Vaticano II, nello spirito di rinnovamento conciliare, insieme ad alcune sorelle – sr Maria MaddalenaBerghi, sr Teresa Lupo e sr  Maria Paola Ricci –, si reca in aiuto del monastero della Santissima Concezione di Sutri (Vt) dove vivrà per due anni, dal 1977 al 1979, anno in cui si apre il Carmelo Sant’Anna di Carpineto Romano.
Per iniziativa di mons. Goffredo Gavillucci (1916-2010), parroco della Collegiata di Carpineto, con l’appoggio di mons. Umberto Florenzani, vescovo di Anagni e Alatri, si apre il Carmelo. Il 22 aprile 1979, domenica in Albis, dopo la solenne concelebrazione in collegiata, presieduta da mons. Umberto Florenzani, concelebrata da mons. Romolo Compagnone ocd., dal provinciale p. Carlo Cicconetti, dall’assistente del Generale P. Stefano Possanzini, dal Procuratore p. Josè Cardoso, da mons. Gavillucci e da numerosi sacerdoti, entrano nel nuovo monastero, sr Maria Elvira (responsabile), sr Maria Dionisia, sr Maria Maddalena, sr Teresa di Gesù Bambino, sr Maria Paola e sr Maria Carmela –dal Carmelo di Ostuni, per breve tempo. 
Gli inizi del Carmelo Sant’Anna sono difficili. La comunità è guardata con ostilità da molti, soprattutto dentro l’allora provincia romana dell’Ordine, che non condividono la scelta del luogo. I primi anni vedono un lavoro incessante di ristrutturazione e adattamento della casa canonica a monastero. Madre Elvira svolge la sua funzione di priora nel più autentico spirito di servizio, guidando la comunità con fermezza ed equilibrio. La sua figura forte e serena attira molte giovani, desiderose di consacrarsi al Signore nel carmelo. In breve la comunità cresce di numero, al punto da superare la capacità di capienza della casa.
Davanti a tanta benedizione, Madre Elvira si interroga con le sorelle, leggendo la ricchezza di vocazioni come possibilità di nuove fondazioni. Da allora molte sorelle “sciamano” per dare avvio a nuove esperienze monastiche. Il Carmelo Janua Coeli annesso al Santuario dell’Addolorata –Cerreto- è la prima filiazione, che prende avvio nel 1992; nel 1998 si torna a Sutri per assistere le anziane sorelle e far rifiorire quell’antico monastero; nel 2005 si fonda il monastero Mater Carmeli a Biella, che è la concretizzazione del desiderio di Madre Elvira e di don Enzo Boschetti, fondatore della Casa del Giovane di Pavia, di avere una comunità contemplativa che prega per i giovani in difficoltà. Non va dimenticata, inoltre, la cura con cui Madre Elvira si è adoperata per avviare una nuova fondazione in Romania, non ancora realizzata.
Gli anni passano e, sotto il suo priorato, si raggiungono vari traguardi: il ventesimo di fondazione, il venticinquesimo; da vice priora vede la festa per il trentesimo di fondazione e, il 21 aprile scorso, ha avuto la gioia di celebrare i trentatré anni di vita di questo Carmelo tra i monti Lepini.
Nel 2008, dopo aver festeggiato i sessant’anni di professione religiosa, inizia per Madre Elvira un lento declino fisico, che tuttavia non indebolisce né lo spirito né la testimonianza e coerenza di vita. Il corpo che l’ha sostenuta in anni di incessante attività mostra segni di grave affaticamento: continui sono i ricoveri presso il Policlinico Gemelli di Roma, cui si aggiungono gli interventi chirurgici per l’impianto di protesi a entrambe le anche, problemi cardiaci, insufficienza respiratoria, difficoltà epatiche e renali. Nulla le è risparmiato. Ma Madre Elvira – sempre vigile, silenziosa e discreta – continua a essere attenta e premurosa verso tutte le persone che si rivolgevano a lei.
Finché ha potuto, ha partecipato alla vita comunitaria, alla preghiera, agli atti comuni.  Fino alla fine, con le poche forze residue, scendeva, seppur per pochi minuti, in sala di comunità offrendo la sua presenza silenziosa, esempio e testimonianza di vita vissuta in ossequio al Signore.
Dopo l’ultimo ricovero al Policlinico Gemelli - dall’Ascensione del Signore, 20 maggio 2012, al 5 giugno-, le sue condizioni fisiche si sono progressivamente deteriorate, ma lo spirito è rimasto sempre saldo e fedele al Signore, che non risparmiava di additare a modello e unica fonte di vita e di salvezza.
Nell’ultimo periodo ha partecipato sempre meno alla vita comunitaria e una sorella era sempre con lei, pregando, assistendola e fornendole aiuto.
In cella, sul tavolo, aveva un’agenda dove annotava brevi pensieri di consolazione per le sorelle della comunità.
Si è preparata alla grande solennità del Corpus Domini partecipando alla celebrazione eucaristica alle ore 9. Ha atteso che passasse la processione e ha avuto così l’occasione di onorare l’Eucaristia e di salutare quanti si sono avvicinati.
In occasione della solennità del Corpus Domini, Madre Elvira ha dettato la seguente preghiera recitata al passaggio della processione del Santissimo:

O adorabilissimo Gesù,
noi ti adoriamo con tutta la mente,
con tutto il cuore e con tutte le forze,
perché Tu sei la ricchezza delle nostre famiglie.
Ti adoriamo con tutta la Chiesa, 
con tutta la tua famiglia sparsa nel mondo.
Riponiamo in Te ogni nostra fiducia, ogni nostra speranza. 
Tu sei la nostra forza 
e sappiamo che tu ci ascolti come un dolcissimo amico,
come un compagno di viaggio, come un fratello, come un Padre.
Ti adoriamo perché siamo certi di essere ascoltati.
Guarda alle nostre famiglie con amore e senza limiti,
benedicendole, proteggendole, custodendole nel tuo amore.
Fa’ che ogni famiglia si fidi di Te,
si affidi a Te, confidi in Te. Amen.

Ha pranzato per l’ultima volta con la comunità. All’ora Nona, mentre la comunità si accingeva a pregare, siamo state chiamate improvvisamente da sr Maria Emanuela che l’assisteva, e siamo state con lei nei suoi ultimi momenti di vita.

Tra la preghiera delle sorelle questa anima grande e generosa si è addormentata nel Signore il giorno della sua festa. Ha reso lo spirito verso le 16.30 del 10 giugno 2012.
Madre Elvira è stata per il monastero faro e guida sicura: la sofferenza, gli ostacoli, i problemi, le difficoltà, le incomprensioni, il disagio non l’hanno mai abbattuta.
I funerali sono stati celebrati martedì 12 giugno alle ore 10.30. Li ha presieduti il vescovo diocesano, monsignor Lorenzo Loppa, con il quale hanno concelebrato don Giuseppe Ghirelli, parroco di Carpineto; padre Mario Alfarano dalla Curia Generale dei Carmelitani; padre Tiberio Scorrano e padre Matteo Palumbo, della Provincia Italiana dei Carmelitani – in sessione elettiva capitolare in Sassone-; p. Vito Mastrantonio, passionista, confessore della comunità; i missionari eudisti p. Efrain e p. Leo; p. Arcangelo Compagna, orionino; diversi sacerdoti delle diocesi vicine: don Fabio Massimo Tagliaferri, don Marco Fiore, don Dario Vitali, don Enrico Scaccia, don Stefano Di Mario e il diacono Maurizio Ben Isa Ben Alì. Molte le suore del Santissimo Sacramento, sua prima Congregazione da Carpineto, da Roma e da Lanuvio.
Erano presenti anche alcune Monache: dal Carmelo Ss. Concezione di Sutri hanno partecipato la Madre Federale, suor Maria Martina del Sacro Cuore e suor Teresa di Gesù Bambino –del gruppo fondante iniziale- mentre dal monastero Mater Carmeli di Biella si è unita alla comunità suor Maria Cristiana del Crocifisso. 
Impressionante, inoltre, la partecipazione del popolo di Dio, segno tangibile del fecondo silenzio contemplativo di Madre Elvira: oltre ai suoi familiari, le hanno dato l’estremo saluto moltissimi carpinetani, i familiari delle monache, amici e conoscenti del Carmelo. Inoltre erano presenti tutti gli operai che nel corso di questi trentatré anni hanno prestato il loro servizio al Carmelo e, ogni qual volta Madre Elvira doveva essere portata in ospedale, si sono resi disponibili al trasporto; quasi tutte le sue alunne del tempo di insegnamento qui a Carpineto.
Una preghiera per lei al Signore.

Un grazie grande a tutti coloro che l’hanno conosciuta, stimata, amata ed aiutata, soprattutto in questi ultimi anni di vita. 
Un grazie particolare a tutti i Professori del Gemelli, Dottori, infermieri e personale che non si sono risparmiati per lei e le hanno prodigato cure e attenzioni. Un grazie agli altri amici Dottori che sempre, per telefono e con visite, si sono fatti presenti.
Un grazie alle sorelle di madre Elvira, al fratello a tutti i nipoti e familiari che l’hanno sempre sostenuta con l’affetto e la preghiera.
Un grazie agli amici della comunità che ogni giorno, settimana e mese si sono prodigati per le sue necessità: analisi, medicine, viveri, piccoli servizi.
Un grazie ai ragazzi che fino all’ultimo l’hanno portata e riportata a casa, dalla piazza al Monastero, senza mai lamentarsi e dimostrando tutto il loro affetto e ammirazione.
A tutti il nostro ringraziamento e soprattutto il ringraziamento di Madre Elvira che dal cielo veglia e benedice tutti.
A te Signore, la lode e la gloria per questa anima grande che ha incrociato il nostro cammino, e che ora ci attende tutti in cielo. Amen.