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venerdì 8 gennaio 2016

il segno di pace “si può omettere e talora deve essere omesso”

Alcune considerazioni sparse sullo “scambiatevi il segno della pace”, che devo subire quando, impossibilitato ad assistere alla S. Messa di sempre, assisto alla Messa:
1) lo “scambiatevi il segno della pace” è uno pseudo rito a-liturgico, presente, nel rito antico, solo nelle messe pontificali, solo accennato e solo tra il clero;
2) veicola una visione irenistica e falsamente comunitaria, totalmente assente nella liturgia e nella dottrina cattolica. In altri termini, contribuisce a trasmettere, consapevolmente o inconsapevolmente, un “pacifismo”, in senso lato, i cui risultati li vediamo bene nella totale, colpevole arrendevolezza della Chiesa riguardo alle persecuzioni contemporanee;
3) è fastidioso liturgicamente, perché interrompe, nel “nuovo” rito romano, la concentrazione per la S. Comunione (nel “nuovo” rito ambrosiano è collocato, fortunatamente, prima);
4) è irritante socialmente, perché non vado a Messa per “fare amicizie”, ma per assistere al Sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo. Non per dilettarmi di bovine transumanze di idioti sorridenti e socializzanti (“chi ha detto che io voglio stringere la mano a qualcuno?”).
Aggiungo: forse complice un certo decadimento antropologico dei frequentatori della messa moderna (e pour cause), mi trovo a dover affrontare fedeli beoti che, quando costretto a frequentare tali messe, vogliono a tutti i costi “porgermi il gesto della pace”. Non vale che mi rintani nell’angolo in fondo della chiesa, non vale che assuma un atteggiamento contemplativo e persino estatico: no, partono da lontano e giungono fino a me con sorrisino idiota per dirmi: “pace a te, fratello”.
Lo confesso: al solito che voleva, a tutti i costi, “porgermi il segno della pace” una volta ho risposto con un saluto romano. Non escludo di farlo ancora. Almeno è più sano ed evito le sudaticce mani dei fedeli postconciliari. E poi, almeno per me, è più “comunitario”.
Ma, ovviamente, il discorso va collocato in un, necessariamente severo, giudizio sulla nuova liturgia. Abbiamo perso la consapevolezza che Bello e Vero sono intrinsecamente consistenti e sussistenti: la nuova rito è brutto, sciatto, superficiale di per sé. L’anarchia liturgica aggiunge caos a caos, bruttezza a bruttezza.
I canti, senili nelle voci, infantili nei contenuti, ridicoli nella musica. Il protagonismo e la puerile “creatività” di molti sacerdoti. La perversa volontà di sostituire il raccoglimento e l’adorazione con una demagogica (e dottrinalmente pericolosa) “partecipazione”. Le prediche infinite, insulse, a-dottrinali e inutili. Peraltro ripetute protagonisticamente più volte durante la messa. Casule di plastica svolazzanti e braccia pelose esibite. Chierichette femmine. Il boyscouttesco (vabbeh, stanno tornando di moda, ritorneremo a citare Bernard Show) “teniamoci la mano” durante il Padre Nostro, quasi peggio della mani aperte di derivazione pentecostale e carismatica. Il piccolo-borghese “buona domenica” del prete alla fine. Vuole che gli portiamo anche le pastarelle domenicali? Il Tabernacolo spostato (è meglio che non veda?).
Per non parlare, ed è ovviamente la parte più grave, degli errori e delle ambiguità dottrinali. Della Consacrazione, al “…per voi e per tutti”, al “…che toglie i peccati dal mondo” e altri.
La perdita del senso del Rito, della sua severa austerità, della contemplazione, è significativo della grave crisi della Chiesa.
http://www.andreapirola.it/commenti-memorabili-da-cattolico-tradizionalista/

lunedì 19 ottobre 2015

togliere il microfono a Gesù Cristo

Dalla “centralità” della Parola al Gesù imbavagliato


Gagging1
Sinodo dei vescovi
C’è da rifletterci, e per conto mio con la consueta pietosa crudeltà ci rifletto.
Per esempio penso ai protestantesimi storici. Hanno soppresso praticamente tutti i sacramenti per preservare il “sola scriptura”, pura, alla lettera, senza mediazioni e senza tradizione, facendo in una religione che non è “del libro”, del libro un idolo. E come è finita? Che hanno dovuto infine, volta per volta, riscrivere e tagliare o tacere Il Libro per accomodarlo a tutte le mode del momento, e continuano così. Sino al parossismo estremo di abbandonare il Libro direttamente e adottare l’agenda liberal-radicale.
Come è successo ai valdesi, i primi che si ribellarono a Roma in nome, anche, del Libro e sempre si sono fatti vanto di questa loro fedeltà alla “pura” Parola. Negli ultimi anni invece hanno man mano cassato dal Libro le parti che parlano in termini “politicamente scorretti” di omosessualità, matrimonio indissolubile e tutto il resto che allude alle “conquiste civili” in modo non allineato con lo “spirito dei tempi”, ossia l’agenda radicale, comprensiva di aborto, eutanasia, contraccezione, atti impuri, femminismo più radicale etc etc., cose in favore delle quali oggi dai loro desolati pulpiti predicano.
L’Eterogenesi dei fini!
Poi faccio comparazioni tra Concilio ultimo e Sinodo attuale.
Il primo disse, giacchè si voleva imitare i protestantesimi europei in disarmo come fossero in rimonta, che bisognava ridare “centralità” alla Parola nella liturgia: e ci sta! Tanto di cappello!
E glissiamo pure sull’insignificante particolare che da allora in poi mai c’è stata tanta ignoranza delle Scritture tra i laici e tanto analfabetismo sui novissimi; mai quanto da allora i sacerdoti avendo ottenuto la “centralità della Parola”, la parola l’hanno tolta a Dio per prendersela loro con i “secondo me” succeduti al “Secondo Giovanni… Marco… Luca”. E sono diventati gli oracoli delle mode del momento che rimpiazzano gli Oracoli del Signore che non avevano tempo.
jesus-christ-gaggedGlissiamo. E veniamo al secondo, il Sinodo. I cui soloni liberal, quegli stessi liberal che all’epoca del Concilio dopo aver ottenuto la “centralità della Parola” e averla subito messa da parte per poter meglio dire che gli pareva, adesso sono giunti alla resa dei conti: la Parola “è lettera morta” dicono, “è solo un simbolo”, una “mitologia”, in ogni caso da non prendere “alla lettera”… come per dire “seriamente”. Anzi, già che ci si trova, specificano di non prenderla proprio in considerazione, perché adesso come adesso “c’è la parola viva”, dice Kasper al Corriere e dice che pure il papa gliel’ha avrebbe detta, e sarebbe:  la sua  e quella dei media.
Quindi proprio i teorici dell’esaltazione della “Parola”, della chiesa “più evangelica”, in un paradosso estremo, sono infine giunti, al pari dei protestanti, a censurare la Parola, tagliando via i passi poco accomodanti o, peggio, in contrasto con la parola d’ordine in vigore nel mondo. Insomma: volevano far parlare Gesù a messa, e dopo avergli dato sulla voce, gli hanno tolto il microfono, e siccome ancora qualcuno poteva sentirlo urlare, hanno finito per mettergli il bavaglio. Perché non disturbi il Manovratore. Nemmeno al Sinodo.
A quei “tradizionalisti” che un tempo storcevano il naso dinanzi a tutta questa “centralità della Parola” a messa e che furono tacciati allora dai liberal d’essere farisei e anti-evangelici e per giunta contrari al dialogo coi “fratelli separati” protestanti, adesso dinanzi alle loro richieste di dare “centralità alla Parola” di Gesù nel Sinodo, gli stessi liberal indispettiti li accusano sempre di essere non solo “farisei e anti-evangelici” ma per giunta “calvinisti”. Peggio: di essere “i soliti protestanti convertiti al cattolicesimo”, così hanno scritto gli amichetti di Kasper sul Venerdì di Repubblica. Alla faccia dei “fratelli separati!”.
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/senza-categoria/dalla-centralita-della-parola-al-gesu-imbavagliato/?fb_ref=8411af79fb5b4a4ebd84c69c5051af96-Facebook

sabato 13 giugno 2015

liturgia e danza attorno al vitello d’oro



Sarah
Derive liturgiche. Ma il cardinale Sarah riprende il timone

“Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’oro”.
Questo scrive il cardinale Robert Sarah, nominato lo scorso novembre da papa Francesco prefetto della congregazione per il culto divino, in un articolo apparso su “L’Osservatore Romano” del 12 giugno.
Un articolo nascosto a pagina 6 e riprodotto solo in piccola parte sul sito web del giornale vaticano. Sfuggito quasi a tutti.
Eppure di una profondità e di una incisività come non se ne ricordano, da parte di chi ricopre il ruolo di prima guida della liturgia cattolica. Al livello di un Joseph Ratzinger grande liturgista, per dirla in breve.
Il testo integrale dell’articolo, assolutamente da leggere, è riportato sotto: Silenziosa azione del cuore
Qui basta notare la schiettezza, anche descrittiva, con cui il cardinale Sarah mette a fuoco le derive della liturgia cattolica in questi ultimi decenni e i rovesciamenti di significato che hanno assunto le stesse formule della costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, a cominciare dalla tanto decantata, ma stravolta, “participatio actuosa” per arrivare alla non meno incompresa “comunità celebrante”.
Per ciascuna deriva, Sarah ha la puntuale correzione. Ma neppure trascura delle vere e proprie proposte, alle quali sarà interessante vedere se seguiranno dei decreti attuativi.
Ad esempio, là dove Sarah scrive:
“Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare”.
Oppure, più avanti, a proposito delle due forme antica e moderna della messa in rito romano:
“Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale [ordinario] il rito della penitenza e l’offertorio dell’’usus antiquior’, al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione”.


Per curiosa coincidenza, questo articolo del cardinale Sarah ha visto la luce proprio alla vigilia di un importante convegno a Roma sul motu proprio di Benedetto XVI “Summorum pontificum” che ha liberalizzato la messa “antiquior”:
Convegno in programma il 13-14 giugno all’Angelicum. Con la partecipazione tra i relatori dei cardinali Raymond Leo Burke e Gerhard Ludwig Müller, e tra i celebranti – naturalmente in forma antica – dei cardinali Walter Brandmüller e Velasio De Paolis.


Silenziosa azione del cuore




Per leggere e applicare la costituzione del Vaticano II sulla sacra liturgia. Da "L'Osservatore Romano" del 12 giugno 2015. L'autore è cardinale prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti 

di Robert Sarah




Cinquant’anni dopo la sua promulgazione da parte di Papa Paolo VI, si leggerà, infine, la costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia? La "Sacrosanctum concilium" non è di fatto un semplice catalogo di “ricette” di riforme, ma una vera e propria "magna charta" di ogni azione liturgica.

Il concilio ecumenico ci dà in essa una magistrale lezione di metodo. In effetti, lungi dall’accontentarsi di un approccio disciplinare ed esteriore alla liturgia, il concilio vuole farci contemplare ciò che è nella sua essenza. La pratica della Chiesa deriva sempre da quello che riceve e contempla nella rivelazione. La pastorale non si può disconnettere dalla dottrina.

Nella Chiesa "ciò che proviene dall’azione è ordinato alla contemplazione" (cfr. n. 2). La costituzione conciliare ci invita a riscoprire l’origine trinitaria dell’opera liturgica. In effetti, il concilio stabilisce una continuità tra la missione di Cristo Redentore e la missione liturgica della Chiesa. "Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli" affinché "mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica" attuino "l’opera di salvezza " (n. 6).

Attuare la liturgia non è dunque altro che attuare l’opera di Cristo. La liturgia è nella sua essenza "actio Christi": l’"opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio" (n. 5). È Lui il grande sacerdote, il vero soggetto, il vero attore della liturgia (cfr. n. 7). Se questo principio vitale non viene accolto nella fede, si rischia di fare della liturgia un’opera umana, un’autocelebrazione della comunità.

Al contrario, l’opera propria della Chiesa consiste nell’entrare nell’azione di Cristo, nell’iscriversi in quell’opera di cui egli ha ricevuto dal Padre la missione. Dunque "ci fu data la pienezza del culto divino ", perché "la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza" (n. 5). La Chiesa, corpo di Cristo, deve quindi divenire a sua volta uno strumento nelle mani del Verbo.

Questo è il significato ultimo del concetto-chiave della costituzione conciliare: la "participatio actuosa". Tale partecipazione consiste per la Chiesa nel diventare strumento di Cristo-sacerdote, al fine di partecipare alla sua missione trinitaria. La Chiesa partecipa attivamente all’opera liturgica di Cristo nella misura in cui ne è lo strumento. In tal senso, parlare di “comunità celebrante” non è privo di ambiguità e richiede vera cautela (cfr. Istruzione "Redemptoris sacramentum", n. 42). La "participatio actuosa" non dovrebbe dunque essere intesa come la necessità di fare qualcosa. Su questo punto l’insegnamento del concilio è stato spesso deformato. Si tratta invece di lasciare che Cristo ci prenda e ci associ al suo sacrificio.

La "participatio" liturgica deve perciò essere intesa come una grazia di Cristo che "associa sempre a sé la Chiesa" ("Sacrosanctum concilium", n. 7). È Lui ad avere l’iniziativa e il primato. La Chiesa "l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre" (n. 7).

Il sacerdote deve dunque diventare questo strumento che lascia trasparire Cristo. Come ha da poco ricordato il nostro Papa Francesco, il celebrante non è il presentatore di uno spettacolo, non deve ricercare la simpatia dell’assemblea ponendosi di fronte a essa come il suo interlocutore principale. Entrare nello spirito del concilio significa al contrario cancellarsi, rinunciare a essere il punto focale.

Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare (cfr. n. 41).

Ben inteso, ci sono altre parti della messa in cui il sacerdote, agendo "in persona Christi Capitis", entra in dialogo nuziale con l’assemblea. Ma questo faccia a faccia non ha altro fine che condurre a un tête-à-tête con Dio che, per mezzo della grazia dello Spirito Santo, diverrà un cuore a cuore. Il concilio propone così altri mezzi per favorire la partecipazione: "le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo" (n. 30).

Una lettura troppo rapida, e soprattutto troppo umana, ha portato a concludere che bisognava far sì che i fedeli fossero costantemente occupati. La mentalità occidentale contemporanea, modellata dalla tecnica e affascinata dai media, ha voluto fare della liturgia un’opera di pedagogia efficace e redditizia. In questo spirito, si è cercato di rendere le celebrazioni conviviali. Gli attori liturgici, animati da motivazioni pastorali, cercano a volte di fare opera didattica introducendo nelle celebrazioni elementi profani e spettacolari. Non si vedono forse fiorire testimonianze, messe in scena e applausi? Si crede così di favorire la partecipazione dei fedeli mentre di fatto si riduce la liturgia a un gioco umano.

"Il silenzio non è una virtù, né il rumore un peccato, è vero", dice Thomas Merton, "ma il tumulto, la confusione e il rumore continui nella società moderna o in certe liturgie eucaristiche africane sono l’espressione dell’atmosfera dei suoi peccati più gravi, della sua empietà, della sua disperazione. Un mondo di propaganda, di argomentazioni infinite, di invettive, di critiche, o semplicemente di chiacchiere, è un mondo nel quale la vita non vale la pena di essere vissuta. La messa diviene un baccano confuso; le preghiere un rumore esteriore o interiore" (Thomas Merton, "Le signe de Jonas", Ed. Albin Michel, Paris, 1955, p. 322).

Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’oro.

È tempo di metterci all’ascolto del concilio. La liturgia è "principalmente culto della maestà divina" (n. 33). Ha valore pedagogico nella misura in cui è completamente ordinata alla glorificazione di Dio e al culto divino. La liturgia ci pone realmente alla presenza della trascendenza divina. Partecipazione vera significa rinnovare in noi quello “stupore” che san Giovanni Paolo II teneva in grande considerazione (cfr. "Ecclesia de Eucharistia", n. 6). Questo stupore sacro, questo timore gioioso, richiede il nostro silenzio di fronte alla maestà divina. Si dimentica spesso che il silenzio sacro è uno dei mezzi indicati dal concilio per favorire la partecipazione.

Se la liturgia è opera di Cristo, è necessario che il celebrante vi introduca i propri commenti? Ci si deve ricordare che, quando il messale autorizza un intervento, questo non deve diventare un discorso profano e umano, un commento più o meno sottile sull’attualità, o un saluto mondano alle persone presenti, ma una brevissima esortazione a entrare nel mistero (cfr. Presentazione generale del messale romano, n. 50). Quanto all’omelia, è essa stessa un atto liturgico che ha le sue proprie regole. La "participatio actuosa" all’opera di Cristo presuppone che si lasci il mondo profano per entrare nell’"azione sacra per eccellenza " ("Sacrosanctum concilium", n. 7). Di fatto, "noi pretendiamo, con una certa arroganza, di restare nell’umano per entrare nel divino" (Robert Sarah, "Dieu ou rien", p. 178).

In tal senso, è deplorevole che il sacrario delle nostre chiese non sia un luogo strettamente riservato al culto divino, che vi si penetri in abiti profani, che lo spazio sacro non sia chiaramente delimitato dall’architettura . Poiché, come insegna il concilio, Cristo è presente nella sua parola quando questa viene proclamata, è ugualmente deleterio che i lettori non abbiano un abbigliamento appropriato che mostri che non pronunciano parole umane ma una parola divina.

La liturgia è una realtà fondamentalmente mistica e contemplativa, e di conseguenza fuori dalla portata della nostra azione umana; anche la "participatio" è una grazia di Dio. Pertanto, presuppone da parte nostra un’apertura al mistero celebrato. Così, la costituzione raccomanda la comprensione piena dei riti (cfr. n. 34) e al tempo stesso prescrive "che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi" (n. 54).

In effetti, la comprensione dei riti non è opera della ragione umana lasciata a se stessa, che dovrebbe cogliere tutto, capire tutto, padroneggiare tutto. La comprensione dei riti sacri è quella del "sensus fidei", che esercita la fede vivente attraverso il simbolo e che conosce per sintonia più che per concetto. Questa comprensione presuppone che ci si avvicini al mistero con umiltà.

Ma si avrà il coraggio di seguire il concilio fino a questo punto? Una simile lettura, illuminata dalla fede, è però fondamentale per l’evangelizzazione. In effetti, "a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi " (n. 2). Essa deve smettere di essere un luogo di disobbedienza alle prescrizioni della Chiesa.

Più specificatamente, non può essere un’occasione di lacerazioni tra cristiani. Le letture dialettiche della "Sacrosanctum concilium", le ermeneutiche di rottura in un senso o nell’altro, non sono il frutto di uno spirito di fede. Il concilio non ha voluto rompere con le forme liturgiche ereditate dalla tradizione, anzi ha voluto approfondirle. La costituzione stabilisce che "le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti" (n. 23).

In tal senso, è necessario che quanti celebrano secondo l’"usus antiquior" lo facciano senza spirito di opposizione, e dunque nello spirito della "Sacrosanctum concilium". Allo stesso modo, sarebbe sbagliato considerare la forma straordinaria del rito romano come derivante da un’altra teologia che non sia la liturgia riformata. Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale il rito della penitenza e l’offertorio dell’"usus antiquior" al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione.

Se vivremo in questo spirito, allora la liturgia smetterà di essere il luogo delle rivalità e delle critiche, per farci infine partecipare attivamente a quella liturgia "che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede quale ministro del santuario" (n. 8).
12.6.2015 

mercoledì 11 marzo 2015

la Liturgia con papa Francesco


Prot. 13/15

Prot. Pers. 10/2015
Mons. Luigi Negri
Per Grazia di Dio e della Sede Apostolica
Arcivescovo di Ferrara -Comacchio
Abate di Pomposa
  

    Dall’inizio del mio ministero episcopale presso di voi, molteplici sono state le occasioni 
ordinarie e straordinarie in cui ho potuto celebrare il Santo Sacrificio della Messa nella nostra Basilica Cattedrale di Ferrara, nella Basilica Concattedrale di Comacchio, nell’Abbazia di Pomposa, nella Basilica di San Giorgio fuori le Mura, come in tante altre bellissime chiese che rendono a Dio il culto Suo proprio ed impreziosiscono il territorio e la fede della nostra gente.
    In quanto direttamente responsabile della santificazione del popolo a me affidato come guida e pastore, partecipo a tutti voi, la mia personale e pastorale preoccupazione nel rilevare nella nostra società, e non di meno nella nostra amata diocesi, il rischio sempre maggiore della perdita del senso del sacro con tutte le sue drammatiche conseguenze, non solo religiose ma anche etiche e sociali.

I  l Concilio Vaticano II individua nella Liturgia la fonte primaria attraverso cui l’azione di Cristo, tradotta in azione della Chiesa, restaura l’uomo in Uomo. Nella Sacrosantum Concilium infatti al n. 14 della Liturgia si ribadisce che essa «è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d'anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un'adeguata formazione […] non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d'anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri[…]».
    In ottemperanza quindi al Concilio e al Magistero della Chiesa Cattolica e ben conscio del mio Ministero presso di voi intendo accogliere con forza l’indicazione conciliare corroborato pienamente dal prezioso Magistero di Papa Benedetto XVI circa la Buona Liturgia come motore propulsivo del corretto credere e come tale necessaria per la ri-formazione dell’ Uomo secondo il cuore di Cristo.

    É particolarmente nella Santissima Eucaristia, infatti, che tale azione di Cristo si fa presente, permanente ed efficace perché in essa «è contenuto l’intero bene spirituale della Chiesa, ovvero Cristo stesso, nostra Pasqua, fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Redemptionis Sacramentum, n. 2).
    In molte delle nostre celebrazioni ho notato che il rischio di non garantire la massima cura per le Specie Eucaristiche è non solo ipotetico ma reale. Provvidenzialmente la Santa Chiesa come madre amorosa ci dona tutti gli strumenti per sfuggire tale rischio e per onorare il Corpo e il Sangue del Signore che ci è donato per la Vita Eterna. Essi sono i documenti del Magistero (1), l’Institutio Generalis Missalis Romani; l’insegnamento dei Romani Pontefici – soprattutto San Giovanni Paolo II (2), Papa Benedetto XVI (3) e Papa Francesco (4) –; la guida dei Pastori e principalmente quella del Vescovo primo e diretto responsabile della Liturgia.

* *** *
    Con questi sentimenti di obbedienza a Cristo Signore, di amore alla Santa Chiesa Cattolica e di paterna cura per il popolo a me affidato

RIBADISCO

i seguenti articoli dell’ Ordinamento Generale del Messale Romano secondo la Editio Typica Tertia, oggi in vigore, ed approfonditi dal più recente documento disciplinare Instructio Redemptionis Sacramentum (5) promulgato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti6 durante il Pontificato di San Giovanni Paolo II:

 160. […]Non è permesso ai fedeli prendere da se stessi il pane consacrato o il sacro calice, 
tanto meno passarselo di mano in mano. I fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi, come stabilito dalla Conferenza Episcopale. Quando però si comunicano stando in piedi, si raccomanda che, prima di 
ricevere il Sacramento, facciano la debita riverenza, da stabilire dalle stesse norme.
                                                                                                               Cfr. anche R.S. n. 90.

161. Se la Comunione si fa sotto la sola specie del pane, il sacerdote eleva alquanto l'ostia e la presenta a ciascuno dicendo: Il Corpo di Cristo. Il comunicando risponde: Amen, e riceve il sacramento in bocca o, nei luoghi in cui è stato permesso, sulla mano, come preferisce. Il comunicando, appena ha ricevuto l'ostia sacra, la consuma totalmente[…]
                                                                                                                          Cfr. R.S. n. 91:

«Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi».
                                                                                                                          Cfr. R.S. n. 92:

«Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. 
Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli
».

118. Si preparino pure:[…] il piattello per la Comunione dei fedeli; inoltre il necessario per 
lavarsi le mani. Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco.
                                                                                                                          Cfr. R.S. n. 93

150. Poco prima della consacrazione, il ministro, se è opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell' ostia consacrata e del calice secondo le consuetudini locali.[…] 
 
* *** *

     Considerato quindi il reale pericolo di profanazioni e tenuto conto delle norme vigenti

 DECRETO

1) Che dalla prossima Domenica e per tutta la durata del Tempo di Quaresima, prima della 
distribuzione della Comunione, nella chiesa Cattedrale come in tutte le altre chiese dell’Arcidiocesi, in ogni Santa Messa Domenicale e prefestiva venga letto il seguente messaggio:

«QUANTI RICEVONO IL SIGNORE SULLA MANO LO FACCIANO CON DEVOZIONE, SIANO ATTENTI A NON DISPERDERE ALCUN FRAMMENTO E ASSUMANO SUBITO L’OSTIA DAVANTI AL MINISTRO.
SI RICORDA AI FEDELI CHE LA COMUNIONE SI RICEVE IN GINOCCHIO O IN PIEDI; IN QUEST’ULTIMO CASO SI RACCOMANDA CHE, PRIMA DI RICEVERE IL SACRAMENTO, I FEDELI FACCIANO LA DEBITA RIVERENZA ALMENO CHINANDO IL CAPO (7). 
SI RICORDA INOLTRE CHE QUANTI INTENDONO COMUNICARSI AL CORPO E AL SANGUE DI CRISTO,DEVONO ESSERE NELLE CONDIZIONI DI POTERLO FARE:
- SAPPIANO CHE RICEVONO IL SIGNORE GESÙ PRESENTE IN CORPO, SANGUE, ANIMA E DIVINITÀ;
-   NON SIANO IMPEDITI DAL DIRITTO CANONICO;
- NON SIANO IN STATO DI PECCATO MORTALE, POICHÉ IN TAL CASO È NECESSARIO RICEVERE PRIMA L’ASSOLUZIONE NEL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE».

    In tutte le chiese il suddetto messaggio dovrà rimanere affisso in luogo adatto e ben visibile ai fedeli. A discrezione del parroco o del rettore della chiesa, è bene che tale messaggio sia riletto una volta ogni tanto anche fuori della domenica (almeno una volta al mese) durante la Messa con partecipazione di popolo, soprattutto nelle occasioni di maggiore afflusso di fedeli anche oltre il tempo della Quaresima.

 2) Lì dove sia possibile si dovrà usare il piattello per le comunioni dei fedeli perché siano evitate le indesiderate dispersioni degli inevitabili frammenti del Corpo di Cristo. Al termine dell’uso, lo stesso sia poi purificato con cura insieme agli altri vasi sacri.

3) Si ritorni ad usare in tutte le chiese, specialmente quelle con maggiore afflusso di fedeli e/o turisti, il campanello per richiamare al raccoglimento, nel momento della consacrazione, quanti non dovessero prestare la dovuta attenzione al mistero celebrato.

 * *** *

    Inoltre, considerato il documento della CCDDS, Tabula in Medio Ecclesiae, recentemente ribadite dalla Conferenza Episcopale Italiana attraverso l’Ufficio Liturgico C.E.I. e al fine di recuperare la inscindibilità della dimensione sacrificale della santa Messa da quella commensale e comunitaria,

RIBADISCO

che circa la corretta modalità di predisporre la chiesa o il presbiterio in occasione del conferimento della Prima Comunione ai fanciulli o in occasione della Messa In Coena Domini per la memoria dell’Ultima Cena, ci si deve attenere alle norme liturgiche e pastorali vigenti, secondo le quali è fatto divieto di allestire uno o più tavoli oltre la mensa dell’altare, in quanto risulta «simbolicamente una ripetizione, pedagogicamente una distrazione e pastoralmente qualcosa di inconsistente, poiché distrae il popolo dall’altare, turba la percezione dell’importanza dei singoli elementi dell’architettura della Chiesa e non favorisce affatto la partecipazione dei fedeli» (8).

* *** *

    Circa la corretta modalità da utilizzarsi nello scambio liturgico della Pace, poiché quando 
«i fedeli non comprendono e non dimostrano di vivere, con i loro gesti rituali, il significato corretto del rito della pace, si indebolisce il concetto cristiano della pace e si pregiudica la loro fruttuosapartecipazione all’Eucaristia» (9), si rimanda alla Lettera Circolare della CCDDS pubblicata nella Solennità di Pentecoste l’ 8 giugno 2014, dal titolo L’Espressione Rituale del dono della Pace nella Messa. In modo particolare

RIBADISCO

    N° 6.A: «Se si prevede che lo “scambio della pace” non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso. Si ricorda che la ribrica del Messale recita: “Deinde, pro opportunitate, diaconus, vel sacerdos, subiungit: Offerte vobis pacem”. ».

    N° 6.C: «Sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come:
   1- L’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano.
   2- Lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro.
   3- L’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.
  4- Che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le sacre Ordinazioni, le Professioni religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti»

* *** *
    Seguendo il luminoso esempio di Papa Francesco; considerato il Decreto per la Menzione del Nome di San Giuseppe nelle Preghiere Eucaristiche II, III e IV del Messale Romano emanato il 1 maggio 2013 dalla CCDDS e volendo incentivare la grande devozione a San Giuseppe, patrono della Chiesa

RIBADISCO

che la Santa Sede, nel suddetto documento, ha definito le seguenti formule che spettano al nome di 
San Giuseppe: 

1) nella Preghiera eucaristica II: "insieme con la Beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con gli apostoli..."
2) nella Preghiera eucaristica III: "con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con San Giuseppe suo sposo, con i tuoi santi apostoli..."
3) nella Preghiera eucaristica III: "con la beata Maria, Vergine e Madre di DIo, con San Giuseppe suo sposo, con gli apostoli..."

CONTRARIIS NON OBSTANTIBUS QUIBUSLIBET
TEXTUS ABROGATUS
EX AEDE ARCHIEPISOPALI FERRARIENSIS
DIE 18 MENSIS FEBRUARII A. D. MMXV

                                                                                                       f.to + Luigi Negri
                                                                                         Arcivescovo di Ferrara - Comacchio
                                                                                                      Abate di Pomposa 

don Enrico D'Urso
  Notaio di Curia


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note
1 soprattutto la Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Redemptionis 
Sacramentum del 25 Marzo 2004
2 soprattutto la Lettera Enciclica, Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003
3 soprattutto la Esortazione Apostolica Post Sinodale, Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007
4 Cfr. Decreto per la Menzione del Nome di San Giuseppe nelle Preghiere Eucaristiche II, III e IV del Messale Romano, voluto da Benedetto XVI e confermato il 1 maggio 2013 da Papa Francesco poco tempo dopo la Sua elezione; Cfr. anche la Lettera Circolare dal titolo L’Espressione Rituale del dono della Pace nella Messa,dell’8 giugno 2014, che la CCDDS ha inviato per conto del Santo Padre
5 Da ora R.S.

6 Da ora in avanti CCDDS 
7 Nel caso di grandi celebrazioni in cui è previsto un grande numero di fedeli, si aggiungerà, in questo punto, la seguente frase: "VISTA LA NUMEROSA PARTECIPAZIONE DI FEDELI A QUESTA GRANDE CELEBRAZIONE, SI SUGGERISCE CHE L’EUCARISTIA SIA RICEVUTA IN PIEDI, FATTA SALVA LA LIBERTÀ DEI SINGOLI ". 
8 Cfr. Tabula in Medio Ecclesiae della CCDDS e ribadita dall’Ufficio Liturgico Nazionale della C.E.I. 
9 Lettera Circolare L’Espressione Rituale del dono della Pace nella Messa, n°5. Da ora in avanti “Lettera Circolare”