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giovedì 2 aprile 2015

Liturgia della Settimana Santa

Istruzione sull’Ufficiatura della Settimana Santa, dal Manuale di Filotea di Riva


Nell’ufficiatura dei tre ultimi giorni si lascia il Gloria Patri:
per significare che in quei giorni non si proferivano contro di Cristo che maledizioni e bestemmie; per conformarsi ai desideri di Gesù che per la sua elezione volle in questi giorni tener nascosta la sua gloria per diventar l’obbriobrio degli uomini e l’abbiezione della plebe.

Si cantano le Lamentazioni perché ciò che Geremia diceva del popolo ebreo rimproverandolo di ingratitudine, minacciandolo di desolazione, la Chiesa con più ragione lo ripete sopra i Cristiani, i quali spesso rinnegano coi fatti il loro Redentore e si tirano sul proprio capo i flagelli più spaventosi della sua collera.

Si spengono i lumi nel corso e nel fine dell’Uffizio delle Tenebre per significare che in tal Tempo: Cristo, vera luce del mondo, fu oscurato con mille obbrobrii, e poi estinto colla morte; gli Apostoli destinati ad essere la luce del mondo si tennero per timore nascosti, quasi che in loro fosse estinto il lume della Fede.

Spegnendosi le candele del triangolo si conserva sempre accesa la più alta, la quale poi si nasconde: per conservar sempre nella Chiesa il lume sacro, che è il simbolo di quella Fede che nella Chiesa non fu mai estinta; per mostrare che la divinità di Cristo, mistico fuoco, inseparabile dalla sua umanità, non fu mai estinta, né oscurata, ma solamente nascosta; per significare che la parte superiore dell’anima di Gesù Cristo godeva la gloria dei comprensori, mentre la inferiore era esposta a tutti i travagli dei viatori.

Si fa gran rumore dopo l’Ufficio delle tenebre per significare: la sollevazione che i capi della Sinagoga eccitarono nel popolo contro Gesù; lo schiamazzo della turbe che gridava a Pilato: Crucifige, crucifige benché Gesù, dal giudice stesso, fu dichiarato innocente; lo sconvolgimento di tutta la natura alla morte di Gesù Cristo.




http://www.familiachristi.org/ufficiatura-settimana-santa-filotea-riva/

sabato 28 marzo 2015

GLI LEGARONO LE MANI

GLI LEGARONO LE MANI PERCHÉ FACEVANO IL BENE




Perché il Signore fu ammanettato dai suoi carnefici? Perché impedirono il movimento delle sue mani, legandole con dure corde? Soltanto l'odio o il timore potrebbero spiegare perché si riduce così qualcuno all'immobilità e all'impotenza. Perché odiare queste mani? Perché averne timore?
La mano è una delle parti più espressive e più nobili del corpo umano. Quando i Pontefici e i genitori benedicono, lo fanno con un gesto delle mani. Per pregare, l'uomo congiunge le mani o le alza verso il cielo. Quando vuole simboleggiare il potere impugna lo scettro. Quando vuole esprimere forza, impugna il gladio. Quando parla alle moltitudini, l’oratore sottolinea con le mani la forza del ragionamento con cui convince o l’espressione delle parole con cui commuove. È con le mani che il medico somministra i medicinali e l'uomo caritatevole soccorre i poveri, gli anziani, i fanciulli; e perciò gli uomini baciano le mani che fanno il bene, e ammanettano le mani che praticano il male.


Le Tue mani, Signore, che cosa fecero? Perché furono legate?
Chi potrà esprimere, o Signore, la gloria che queste mani diedero a Dio quando su di esse si  posarono i primi baci della Madonna e di San Giuseppe? Chi potrà esprimere con quanta tenerezza fecero a Maria Santissima le prime carezze? Con quanta devozione si giunsero per la prima volta in atteggiamento di preghiera?
E con quanta forza, quanta nobiltà, quanta umiltà lavorarono nell’officina di San Giuseppe? Mani di Figlio perfetto, che cosa altro fecero nel focolare, se non il bene ?
Quando la Tua vita pubblica ebbe inizio, fosti principalmente il Maestro che insegnava agli uomini il cammino del Cielo. E così, quando nel piccolo gregge dei tuoi eletti, insegnasti la perfezione evangelica, quando la Tua voce si alzò e sovrastò le folle estasiate e riverenti, le Tue mani si mossero segnalando la dimora celeste o condannando il crimine, aggiungendo alla parola tutti quei significati di cui l’arricchisce il gesto. E gli Apostoli e le moltitudini credettero in Te, e Ti adorarono, o Signore.
Mani di Maestro, ma anche mani di Pastore. Non soltanto insegnasti, ma guidasti. La funzione di guidare si esercita più propriamente sulla volontà, come quella d’insegnare più esattamente sull’intelligenza. E siccome è soprattutto mediante l’amore che si guidano le volontà, le Tue mani divine ebbero virtù misteriose e soprannaturali per vezzeggiare i più piccoli, accogliere i penitenti, guarire gli ammalati.


Ma queste mani, così soprannaturalmente forti che al loro imperio si piegarono tutte le leggi della natura, e ad un loro cenno il dolore, la morte, il dubbio fuggirono, queste mani avevano ancora un'altra funzione da esercitare. Non parlasti anche del lupo famelico? Saresti stato Pastore se Tu non lo avessi respinto?
Il lupo, sì... è innanzi tutto il demonio. Tu cacciasti il demonio, Signore, con terribile imperio, e di fronte alla Tua parola grave e dominatrice come il tuono, più nobile e più solenne di un canto di angeli, gli spiriti impuri fuggirono impauriti e vinti.
Come Pastore, le Tue mani divine non si  limitarono a brandire il bordone contro le potenze spirituali e invisibili che, a detta di San Paolo, infestano l’aria per perdere gli uomini. Esse  fustigarono anche il demonio e il male nei suoi agenti tangibili e visibili. Condannarono il male, considerato innanzitutto in senso astratto. Non ci fu vizio contro cui Tu non parlasti.
Ma ugualmente il male nella sua pratica, nella misura in cui si concretizza negli uomini, e non solo negli uomini in generale,  ma in certe classi - i farisei per esempio - e non solo in certe classi ma in certi uomini visti molto in concreto: i venditori del tempio, immortalati nel Vangelo grazie al loro castigo esemplare.
In effetti si trattava non dei diritti meramente umani, ma della Causa di Dio. Poiché nel servizio di Dio ci sono momenti in cui il non recriminare, non fustigare equivale a tradire.
Queste mani che furono così soavi per uomini retti come l'innocente Giovanni e la penitente Maddalena, queste mani che furono così terribili per il mondo, il demonio, la carne, perché sono legate e ridotte in carne viva? Sarà forse per opera degli innocenti, dei penitenti? O piuttosto per opera di coloro che ricevettero il castigo meritato e contro questo castigo si ribellarono diabolicamente?
Sì, perché tanto odio, perché tanto timore da dover sembrare necessario legare le Tue mani, ridurre al silenzio la Tua voce, sopprimere la Tua vita?


Signore, per capire questa mostruosità, bisogna credere all'esistenza del male. Bisogna riconoscere che così sono gli uomini, che la loro natura facilmente si ribella contro il sacrificio, che quando prende il cammino della rivolta, non c'è infamia né disordine di cui non sia capace. Dobbiamo riconoscere che la tua Legge impone sacrifici, che è duro essere casto, essere umile, essere onesto, e di conseguenza è duro seguire la tua Legge.
Il Tuo giogo è soave, sì, il tuo peso e leggero. Però, non perché non sia amaro rinunciare a ciò che c’è di animalesco e di disordinato in noi, ma perché Tu stesso ci aiuti a farlo. E quando qualcuno Ti dice no, comincia ad odiarti, a odiare ogni bene, tutta la verità, tutta la perfezione di cui Tu sei la personificazione stessa.

E se non Ti ha a portata di mano, in forma visibile, per scaricare il suo odio satanico, allora colpisce la Chiesa, profana l'Eucaristia, bestemmia, propaga l'immoralità, predica la Rivoluzione.
Sei ammanettato, o Gesù mio, dove sono gli zoppi e i paralitici, i ciechi, i muti che  guaristi, i morti che risuscitasti, i posseduti che liberasti, i peccatori che  risollevasti, i giusti a cui  rivelasti la vita eterna? Perché loro non vengono a spezzare i lacci che legano le Tue mani?

Paradosso curioso. I tuoi nemici continuarono a temere le tue mani, benché legate, e per questo Ti uccisero. I tuoi amici sembrarono meno consapevoli del tuo potere. Perché non ebbero fiducia in Te, fuggirono spaventati davanti a coloro che Ti perseguitarono. Perché? Anche qui la forza del male è palese.

I Tuoi nemici amarono talmente il male che, anche sotto le umiliazioni delle corde che Ti legarono, percepirono tutta la forza del Tuo potere... e tremarono! Per essere sicuri, vollero trasformare in piaga la Tua ultima fibra di carne ancora sana, vollero versare l’ultima goccia del Tuo sangue, vollero vederTi esalare l’ultimo sospiro.

E nemmeno allora furono tranquilli. Morto, infondevi ancora timore. Bisognava sigillare il Tuo sepolcro e circondare di guardie armate il Tuo cadavere. Tanto che l’odio al bene li rese perspicaci al punto di fargli percepire ciò che è indistruttibile in Te. Al contrario, i buoni non se ne resero conto con la stessa chiarezza. Ti reputarono sconfitto, perso; fuggirono per salvare la propria pelle. Ebbero solo occhi e udito per presagire il proprio rischio. In effetti, l’uomo diventa perspicace soltanto in quanto a ciò che ama. E se vede più il suo rischio che il Tuo potere, è perché ama più la sua vita che la Tua gloria.


O Signore, quante volte i Tuoi avversari tremarono davanti alla Chiesa, mentre io, miserabile, vedendola ammanettata credetti che tutto fosse perduto! Ma quanta ragione ebbero i Tuoi nemici! Tu  risorgesti. Non soltanto le corde e i chiodi non servirono a niente, ma né la lastra del sepolcro, né il carcere e tanto meno la morte poterono trattenerTi. Sì, sei risorto! Alleluia!

Signore mio, che lezione! Vedendo la Chiesa perseguitata, umiliata, abbandonata dai suoi figli, negata dai costumi pagani e dalla scienza panteista di oggi, minacciata all'esterno dalle orde del comunismo e all’interno dall’insensatezza di quelli che vorrebbero venire a patti con il demonio, io esito, tremo, penso che tutto sia perduto. Signore, mille volte no! Tu risorgesti per la Tua forza, e spezzasti i vincoli con cui i Tuoi avversari avevano preteso di trattenerTi nelle ombre della morte.

La Tua Chiesa partecipa di questa forza interiore e può in qualsiasi momento distruggere tutti gli ostacoli da cui si vede circondata. La nostra speranza non è nelle concessioni, né nell’adattamento agli errori del secolo. La nostra speranza è in Te, Signore. Esaudisci le suppliche dei giusti, che ti pregano per mezzo di Maria Santissima. Invia, o Gesù, il Tuo Spirito, e sarà rinnovata la faccia della terra.
(Plinio Corrêa de Oliveira - Catolicismo, Aprile 1952)



http://www.pliniocorreadeoliveira.it/pensieri_e_massime_040.htm

mercoledì 18 marzo 2015

Via Crucis: Terra e Sangue

Terra e Sangue

Vorrei chiedere alla Veronica quel fazzoletto di lino.
Sangue e terra sulla stoffa hanno dipinto il volto del Figlio dell’Uomo. Non perde il vizio – Lui, il Figlio dell’Uomo – di lasciare tracce e segni eloquenti di sé lungo la via che percorre, nemmeno ora che si fa dolorosa.
Da Nazaret fino al Calvario: sporte di pane miracoloso, otri di vino nuovo, reti piene di inaspettata pesca, gambe risanate, occhi che tornano ad accendersi, vite restituite. Ora, questo lino impregnato di polvere e sangue ha il sapore di un testamento. Questo è il Figlio di Dio, sembra esclamare: un volto sofferente di terra e di sangue.
Il fazzoletto della Veronica sporcato dal viso di Gesù ha la dignità di un intero Vangelo: il Cristo, Figlio di Dio, Figlio dell’Uomo, è sangue e terra modellati dalla sofferenza. Buona notizia.
Perché quel sangue e quella terra – insieme alla fatica – sono la materia prima dell’umanità, i figli di Adamo, polvere e soffio, terra e sangue. Il lino non mente: davvero questo Cristo è polvere e sangue. Adamo anche Lui, come me, come te.

La terra e la sua durezza Gli hanno impastato i piedi nel suo instancabile peregrinare; la terra e i suoi colori Gli hanno riempito gli occhi nel suo perenne contemplare. La sua anima si è impregnata dei sapori della terra e le Sue parole ne hanno preso il profumo: seminatori, sementi, contadini, gigli, erba, viti, uva, grano, aratri, farina, pane… La Sua voce odora di terra.
La terra è Sua maestra! Quasi Sua madre. Su di lei ha riposato nei Suoi sonni: per guanciale una pietra, per giaciglio il nudo suolo. Non mi stupisco se le viscere della terra per Lui saranno solo un grembo da cui rinascere. Uomo di terra che parla della terra e che parla del Cielo. Perché uomo di terra sì, ma di una terra che per Lui è solo il confine del cielo.
Un confine che ama oltrepassare per portare il Cielo in terra e la terra in Cielo. Gesù Figlio dell’Uomo, Figlio di Dio, uomo di terra e di sangue.

Veronica e Volto Santo

Sangue di uomo scorre nelle Sue vene, ma sangue di re: Figlio di Davide, della tribù di Giuda, viene chiamato; buon sangue non mente: Egli infatti viene a costruire un regno, anche se la Sua regalità e la Sua dignità sono roba dell’altro mondo.
Nel sangue le Sue origini: quello degli innocenti uccisi al Suo posto. Nel sangue – il Suo stavolta, versato e offerto – è la Sua fine. Sembra un tipo cui il sangue ribolle nelle vene. Un’inquietudine Lo caratterizza, uno slancio impetuoso Lo spinge verso gli uomini, fino all’ultimo sangue.
Non è un tipo dal sangue freddo: niente calcoli niente mezze misure. Per Lui ogni cosa è un impegno all’ultimo sangue: se parla dei Suoi discepoli lo fa considerandoli fratelli di sangue; se descrive la Sua missione racconta di carne da mangiare e sangue da bere; il Suo regno viene stabilito con un patto di sangue: «Questo è il mio sangue dell’alleanza»; le Sue lotte interiori gli fanno sudare sangue.
Uomo di sangue ma che parla di Spirito. Perché uomo di sangue sì, ma di un sangue che per Lui sarà il tempio dello Spirito. Egli distrugge quel tempio – di carne e sangue – e in tre giorni lo ricostruisce, nello Spirito.

Gesù Figlio di Davide, uomo di terra e di sangue, Figlio di Dio, Figlio dell’Uomo. Terra e sangue non hanno apparenza di bellezza ma il modo in cui quel volto le ha mescolate non smette di attrarmi e commuovermi.
Per questo vorrei chiedere alla Veronica quel fazzoletto di lino e tenere lo sguardo fisso su quest’uomo sofferente di sangue e di terra che mi parla di Spirito e mi apre il Cielo.
Contemplerei quei lineamenti e non sentirei mai più lontano un Dio che tanto mi somiglia e che fa capolino in ogni volto segnato dalla fatica della vita.
Guarderei all’immagine del Figlio e non mi vergognerei più di essere solo terra e sangue, non mi preoccuperei più della pochezza della mia umanità, non vorrei giudi- care più chi nella sua vita riesce a essere né più né meno che un uomo.
Studierei su quel lino i canoni della bellezza di una vita donata e non smetterei più di insegnare che ogni faccia d’uomo splende di bellezza – oltre la polvere e il sangue – se diventa il volto del dono.
Adorando quel telo saprei che, dopo la Sua croce e il Suo riposo nel grembo della terra, posso anch’io, tra terra e sangue, condividere lo stesso destino del Figlio. E come Lui vorrò il Cielo e amerò lo Spirito.
Anch’io come Lui, uomo di terra e di sangue.
http://www.labottegadelvasaio.net/2015/03/16/terra-e-sangue/

giovedì 24 luglio 2014

“La Messa è noiosa”




di Timothy Dolan 
cardinale e arcivescovo di New York

il Santo Sacrificio della Messa. ... ogni Messa è il rinnovamento dell’avvenimento più importante e decisivo che sia mai accaduto: l’eterno, infinito sacrificio di lode di Dio Figlio a Dio Padre su una croce, sul Monte Calvario, in un venerdì chiamato “santo” (in inglese “good”, buono, ndr). Perché la Messa non riguarda noi, ma Dio. E il valore della Messa viene dalla nostra semplice ma profonda convinzione, basata sulla fede, che per un’ora, la domenica, siamo parte di qualcosa che va al di là, che siamo innalzati verso l’eterno, che siamo partecipi di un mistero, unendoci a Cristo nel rendimento di grazie, nell’amore, nel sacrificio di espiazione che offre eternamente al Padre. Quello che fa Gesù funziona sempre e non è mai noioso.  La Messa non è un tedioso compito che assolviamo per Dio, ma un miracolo che Gesù compie con e per noi.

http://www.iltimone.org/31993,News.html

“La Messa è noiosa”.

Quante volte voi genitori l’avete sentito dire dai vostri figli la domenica mattina? Quante volte i nostri insegnanti e i nostri catechisti l’hanno sentito mentre preparavano i bambini per la Messa? E, ammettiamolo, quante volte noi stessi ce lo siamo detti ?

Cosa dire di fronte a una frase così infelice e quasi sacrilega? Beh, innanzitutto un “No, non è così!”. Uno può trovare la Messa noiosa, ma è un problema suo, non della Messa.

Ci sono nella vita diverse attività importanti che sono “noiose”: le visite dal dentista possono essere tali; le persone che hanno malattie ai reni mi dicono che una dialisi tre volte alla settimana non è un’esperienza entusiasmante; andare a votare non è il massimo del divertimento. Tutte e tre le cose sono importanti per il nostro stare bene e il loro valore non dipende dal grado di soddisfazione con cui le facciamo. La Messa è ancora più importante per la salute della nostra anima degli esempi citati. 

La noia è un nostro problema e, dicono gli studiosi di fenomeni sociali, lo è perché siamo ormai abituati a esperienze mordi e fuggi, a cambiare canale quando sbadigliamo di fronte a un programma.

Grazie a Dio, il valore di una persona o di un evento non dipende dal fatto che ci possa “annoiare” qualche volta. La gente e gli avvenimenti importanti  non esistono per  emozionarci, saremmo dei narcisi o dei ragazzini viziati se lo pensassimo!

Questo è vero in particolar modo per il Santo Sacrificio della Messa. Noi crediamo che ogni Messa è il rinnovamento dell’avvenimento più importante e decisivo che sia mai accaduto: l’eterno, infinito sacrificio di lode di Dio Figlio a Dio Padre su una croce, sul Monte Calvario, in un venerdì chiamato “santo” (in inglese “good”, buono, ndr).

Pensiamoci un attimo: anche i soldati romani erano “annoiati” quando deridevano Gesù e si giocavano a dadi la sua tunica, l’unica cosa che possedeva. 

Secondo, non andiamo a Messa per cercare uno svago, ma per pregare. Se i fiori sull’altare sono belli, se la musica è piacevole, se l’aria condizionata funziona, se la predica è corta e significativa, se attorno ci sono volti di amici… tutto questo di certo aiuta. Ma la Messa è efficace anche se tutte queste cose mancano (e spesso purtroppo è così!).

Perché la Messa non riguarda noi, ma Dio. E il valore della Messa viene dalla nostra semplice ma profonda convinzione, basata sulla fede, che per un’ora, la domenica, siamo parte di qualcosa che va al di là, che siamo innalzati verso l’eterno, che siamo partecipi di un mistero, unendoci a Cristo nel rendimento di grazie, nell’amore, nel sacrificio di espiazione che offre eternamente al Padre. Quello che fa Gesù funziona sempre e non è mai noioso.  La Messa non è un tedioso compito che assolviamo per Dio, ma un miracolo che Gesù compie con e per noi. 

Un signore mi ha raccontato che quando era ragazzo il cuore della settimana era il pranzo di famiglia alla domenica. Il cibo era buono perché lo cucinava sua mamma e la tavola era felice perché suo padre era sempre presente. 

Anche dopo essersi sposato e aver avuto dei figli, alla domenica a pranzo andava con tutta la famiglia  da sua madre e da suo padre.  Quando i figli sono cresciuti gli hanno chiesto se era “necessario” andare, perché a volte lo trovavano “noioso”. “Sì, dobbiamo” rispondeva l’uomo, “perché non andiamo per il cibo, ma per l’amore, perché il papà e la mamma sono là”. 

Aveva le lacrime agli occhi mentre lo ricordava, perché quando i suoi genitori erano invecchiati il cibo non era più così buono e la compagnia non era più così brillante. Nonostante tutto non era mai mancato una volta: quel pranzo aveva un significato profondo, anche se le lasagne erano bruciate o suo padre si addormentava a tavola.

E ora, diceva, avrebbe dato qualsiasi cosa per essere ancora lì, perché sua mamma era morta e suo padre in una casa per anziani. 

Così adesso  sono lui e sua moglie a preparare il pranzo della domenica e spera che i suoi tre bambini un giorno porteranno le loro mogli e i loro bambini. 

La stessa cosa vale per il pranzo della domenica della nostra famiglia spirituale: la Messa. 

Alcuni pensano che una partita allo Yankee Stadium sia noiosa, altri pensano lo stesso della musica country. Alcuni mi dicono che l’amicizia, il volontariato, la famiglia, le lealtà e il patriottismo sono cose “passate”, che non “prendono” più. Bene: sono loro ad avere un problema!

E poi mi dicono che la Messa è “noiosa”…




venerdì 18 aprile 2014

venerdì santo

" Il vostro delitto e il troppo amore che ci avete portato. Questo, più che Pilato, vi condanna alla morte."


S. Alfonso Maria de Liguori, Meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo.
Meditazione pel venerdì: Della condanna di Gesù e viaggio al Calvario.



 

I. Finalmente Pilato per timore di perdere la grazia di Cesare, dopo aver tante volte dichiarato Gesù innocente, lo condanna a morir crocifisso. o condannato mio Signore, piange S. Bernardo, e qual delitto avete voi commesso che abbiate ad esser giudicato alla morte? Quid fecisti, innocentissime Salvator, ut sic iudicareris? Ma ben intendo, ripiglia il santo, il peccato che voi avete fatto: Peccatum tuum est amor tuus:1 Il vostro delitto e il troppo amore che ci avete portato. Questo, più che Pilato, vi condanna alla morte.
Si legge l'iniqua sentenza, Gesù l'ascolta e tutto rassegnato l'accetta sottomettendosi alla volontà dell'Eterno Padre che lo vuole morto e morto in croce per li peccati nostri: Humiliavit semet ipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philip. II, 8). Ah, Gesù mio, voi innocente accettaste la morte per amor mio; io peccatore accetto la morte per amor vostro quale e quando a voi piacerà di mandarmela.
Letta la sentenza, afferrano con furia l'innocente Agnello, gli rimettono le sue vesti ed indi prendono due rozzi travi e ne compongono la croce. Non aspetta Gesù che gliela impongano, da sé l'abbracciai la bacia e se la pone sulle spalle impiagate dicendo: Vieni, mia cara croce, da trentatré anni ti vado cercando; in te voglio morire per amor delle mie pecorelle. --Ah Gesù mio, che potevate più fare per mettermi in necessità di amarvi? Se un mio servo solamente si fosse offerto a morire per me, pure avrebbe tirato il mio amore; e come poi io ho potuto vivere tanto tempo senz'amarvi, sapendo che siete morto per me? Voi siete morto per perdonarmi. V'amo, o sommo bene, e, perché v'amo, mi pento d'avervi offeso.


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II. Esce la giustizia coi condannati, e tra questi va ancora il re del cielo con la sua croce in spalla: Et baiulans sibi crucem, exivit in eum qui dicitur Calvariae locum (Io. XIX, 17). Uscite ancora voi dal paradiso, o Serafini, e venite ad accompagnare il vostro Signore, che va al monte per essere giustiziato. O spettacolo! Un Dio giustiziato per gli uomini! Anima mia, deh mira il tuo Salvatore, che va a morire per te. Miralo come va col capo curvo, colle ginocchia tremanti, tutto lacero di ferite e scorrendo sangue, con quel fascio di spine in testa e con quel pesante legno sulle spalle! oh Dio, cammina egli con tanta pena che par che ad ogni passo spiri l'anima. o Agnello di Dio, digli, dove vai? Vado, risponde, a morire per te. Quando mi vedrai già morto ricordati, dice, dell'amore che t'ho portato: ricordatene ed amami. --Ah mio Redentore, come ho potuto vivere per lo passato così scordato del vostro amore? o peccati miei, voi avete amareggiato il Cuore del mio Signore, Cuore che mi ha tanto amato. Gesù mio, mi pento del torto che vi ho fatto; vi ringrazio della pazienza ch'avete avuta con me e v'amo: v'amo con tutta l'anima e solo voi voglio amare. Deh ricordatemi sempre l'amore che mi avete portato, acciò io non mi scordi più di amarvi.
III. Gesù Cristo sale il Calvario e c'invita a seguirlo. Si, mio Signore, voi innocente mi andate avanti colla vostra croce: camminate pure, ch'io non voglio lasciarvi. Datemi quella croce che volete, che io l'abbraccio, e con quella voglio seguirvi sino alla morte. Voglio morire insieme con voi che siete morto per me. Voi mi comandate ch'io v'ami, ed io non altro desidero che amarvi. Gesù mio, voi siete ed avete da essere sempre l'unico mio amore. Aiutatemi ad esservi fedele.

Maria, speranza mia, pregate Gesù per me.

IL MISTERO DEL VELO DEL TEMPIO


LA MORTE DI GESÙ E IL MISTERO DEL VELO DEL TEMPIO CHE SI SQUARCIÒ NEL MEZZO


La morte di Gesù e il mistero del velo del Tempio che si squarciò nel mezzo

di Rino Cammilleri (da Il Timone, gennaio 2014) 

Dicono i Vangeli che, appena morto Gesù, il velo del Tempio si squarciò. I Vangeli, stringati resoconti storici, ci vengono ripetuti da duemila anni ogni domenica e, come accade delle cose cui si è fatta l’abitudine, finiscono col divenire parte del panorama consueto. Mi si passi l’esempio, è come vedere per la prima volta un bel paesaggio. La sua bellezza desta meraviglia e piacere ma, se si va ad abitare proprio lì davanti, in pochi giorni la meraviglia e il piacere svaniscono. L’abitudine, insomma, uccide lo stupore e un importante dettaglio, a furia di starci sotto il naso, rischia di non venire mai colto. Così è per il velo del Tempio cui accennavamo, un particolare che a noi forse dice poco ma che per gli astanti di allora deve essere stato sconvolgente. 

A ben rifletterci, tutto nella morte di Gesù fu anormale, a cominciare da quel condannato che, fino all’ultimo respiro, non aveva smesso di dire di essere il Messia atteso. Già questa ostinazione, sovrumana in chi sta per morire, avrebbe dovuto inquietare coloro che quella condanna avevano provocato: è pensabile che un truffatore truffi anche mentre è in agonia?. Poi abbiamo le tre ore di tenebre, da mezzogiorno alle tre (le ore di solito più luminose, specialmente in un giorno di aprile). Non era un’eclisse, sia perché la Pasqua ebraica si svolgeva in plenilunio (dunque, la luna era dall’altra parte della terra e non poteva perciò essere davanti al sole), sia perché le eclissi durano pochi minuti. Infine il velo: «Ed il velo del Tempio si squarciò nel mezzo» (Lc 23,45); «Ed il velo del Tempio si squarciò in due dall’alto in basso» (Mc 15,38). 

Matteo, il cui racconto è rivolto agli ebrei (i quali potevano facilmente verificarlo, magari chiedendo ai più anziani), dice di più: «Ed ecco che il velo del Tempio si squarciò in due, dall’alto in basso, e la terra si scosse, e le pietre si spezzarono, e si aprirono le tombe, e molti santi, i cui corpi riposavano, risuscitarono e, usciti dalle tombe, dopo la sua risurrezione entrarono nella città santa e apparvero a molti» (27,51). Qualcuno si stupì di quel che accadeva, in primis il centurione e il suo manipolo sotto la croce. Matteo: «Il centurione e gli altri che con lui stavano a guardia di Gesù, vedendo il terremoto e quanto era accaduto, furono presi da terrore, dicendo: “Veramente costui era Figlio di Dio”» (27,54). Già: avevano sentito chiaramente il Nazareno raccomandare il suo spirito al Padre prima di morire. «E tutti i gruppi che avevano assistito a questo spettacolo, considerando le cose avvenute, se ne tornarono percuotendosi il petto» (Lc 23,48). Costoro, tuttavia, essendo sul Golgota, non potevano sapere quel che accadeva al velo del Tempio. Ma di certo lo seppero i sacerdoti, e a maggior ragione quel Sinedrio che aveva fatto di tutto perché Gesù finisse in croce. 

Il cosiddetto Velo del Tempio, infatti, non era una tenda qualsiasi, e non solo per il suo aspetto simbolico. Di veli, nel Tempio di Gerusalemme, ce n’erano due: uno stava davanti all’altare dell’incenso, dove i sacerdoti accedevano ogni giorno; l’altro separava la zona riservata ai sacerdoti da quella del Santo dei Santi, nella quale poteva entrare solo il Sommo Sacerdote una volta all’anno nel Giorno dell’Espiazione. Fu quest’ultimo il velo che si squarciò. E i sacerdoti del cortile dell’incenso lo trovarono diviso in due, dall’alto in basso. Ma la meraviglia sta nel fatto che si trattava di un drappo enorme. Alto quasi venti metri e spesso dieci centimetri. Dice lo storico Flavio Giuseppe che neanche la forza di due cavalli, uno di qua e uno di là, sarebbe riuscita a lacerarlo. Per tirarlo giù, arrotolarlo e portarlo a lavare ci volevano decine di uomini (pare una settantina). Perché un velo (Parokhet, questo il suo nome in ebraico) e non una normale è più pratica porta? Perché così obbligava la Scrittura: «Farai poi una cortina di porpora violacea e scarlatta, di cremisi e di lino fine ritorto, lavorato a ricamo, con cherubini, e l’appenderai a quattro colonne d’acacia ricoperte d’oro, con ganci d’oro e posate sopra quattro basi d’argento. Metterai la cortina sotto i fermagli; e, al di là della cortina, nell’interno, vi collocherai l’Arca della Testimonianza; e la cortina servirà da divisione tra il luogo Santo e quello Santissimo» (Es 26,30). Infatti, ancora oggi nelle sinagoghe si usa un velo Parokhet, che fa da sipario sulla parte anteriore dell’Aron Kodesh, dove si conservano i rotoli della Torah. Ma la lacerazione del Velo del Tempio di Erode, all’ora della morte di Cristo, dovette per forza essere un fatto che destò sensazione e la cui notizia fece il giro di Gerusalemme. La città, ricordiamolo, in quei giorni era affollatissima per la ricorrenza della Pasqua, cui accorrevano ebrei da ogni parte del mondo. 
E vediamolo da vicino, questo fatto impressionante, avvenuto, oltretutto, in concomitanza con un terremoto e mentre Gerusalemme era ancora avvolta dal misterioso oscuramento del sole. Perché gli evangelisti, senza tema di smentita, affermano che il Parokhet si strappò «dall’alto in basso»? Evidentemente il drappo era, sì, lacerato ma non del tutto: la parte più bassa, quella che toccava terra, doveva essere rimasta intatta. Dunque, lo strappo era partito dall’alto. Ma poteva ciò essere accaduto per effetto dello scuotimento tellurico? Difficile, se non impossibile. I terremoti spezzano gli oggetti rigidi, pietre, travi, vetri. E un drappo, per quanto ampio, è morbido e flessibile. La testimonianza unanime che il Parokhet si squarciò dall’alto in basso, per quanto laconica ed essenziale, fa pensare ad alcune cose. Una: il velo non era caduto per terra ma era ancora in piedi. Due: lo squarcio non era artificiale, perché, anche adoperando diverse pariglie di cavalli, si sarebbe proceduto necessariamente nella parte bassa. Tre: che parecchi uomini robusti si siano arrampicati per venti metri onde procedere al taglio dall’alto è semplicemente assurdo, dato il luogo e le circostanze. Non solo: sarebbe mancato il movente. E ricordiamoci che lì potevano entrare solo i sacerdoti. Infine, sappiamo che il Parokhet era una tenda, plausibilmente agganciata a occhielli metallici che scorrevano in una sbarra orizzontale o fornita essa stessa di occhielli che scorrevano in una sbarra oppure direttamente (ma non permanentemente) fissati all’architrave. Per tutto ciò, uno squarcio repentino e dall’alto non poteva essere che di natura soprannaturale. Qualcuno ha osservato che il fatto richiama lo stracciarsi delle vesti del Sommo Sacerdote quando sentì il Nazareno ammettere che, sì, il Messia era davvero lui. Adesso era Dio stesso che, alla morte di suo Figlio, stracciava la veste che Lo ricopriva (il Santo dei Santi era la sede della Presenza di Dio). 
Dio, insomma, se ne andava dal suo Tempio? Se dobbiamo credere al solito Giuseppe Flavio, non ancora. Nella Guerra giudaica scrive che l’abbandono definitivo del Tempio da parte di Dio avvenne esattamente trentatré anni dopo, nel 66. Nella Pentecoste di quell’anno a Gerusalemme si udì nel Tempio una moltitudine di voci che gridavano «Noi ce ne andiamo da qui!». Pochi mesi dopo scoppiò la rivolta antiromana che doveva concludersi nel 70 con la distruzione del Tempio. 

Vale solo la pena di accennare al dato che il Tempio, da allora, non fu più ricostruito. E non fu fatto perché mai più si poté. L’unico tentativo seriamente intenzionato fu quello dell’imperatore Giuliano, non a caso detto l’Apostata, nel 362. Giuliano, per fare un dispetto ai cristiani, non solo permise agli ebrei di ricostruire l’antico Tempio ma finanziò pure l’opera. Narra lo storico Ammiano Marcellino che l’incarico fu dato ad Alipio di Antiochia, che era stato prefetto vicario in Britannia e che operò di concerto col governatore della provincia. Solo che, durante i lavori per lo scavo delle fondamenta, «paurosi globi di fuoco» eruppero dal terreno bruciando gli operai. E non una volta sola. Alla fine, poiché i lavoranti erano sempre ricacciati indietro da queste vampate improvvise, fu giocoforza mollare l’impresa e chiudere il cantiere. L’imperatore, poi, fu subito preso da più gravi incombenze, soprattutto quella campagna contro i Persiani nella quale doveva trovare la morte. Tornati gli imperatori cristiani, naturalmente non se ne parlò più. Nel VII secolo Gerusalemme fu occupata dai Persiani, che però ci rimasero poco perché cacciati dai bizantini dell’imperatore Eraclio. Poi fu il turno degli arabi musulmani. I quali, ancora oggi, hanno sul luogo in cui sorgeva il Tempio la moschea di Al-Aqsa, uno dei loro luoghi più sacri. Pare che un eventuale nuovo Tempio non possa sorgere altro che là, nel punto esatto in cui Abramo stava per sacrificare Isacco. Ma questa è un’altra storia…

martedì 15 aprile 2014

la Settimana Santa: istruzioni

Istruzione sulla Settimana Santa




settimana santaLa Settimana Santa, che si dice anche la Settimana Maggiore a motivo dei grandi misteri che furono in essa compiuti da Gesù Cristo, e di cui si rinnova la memoria nella Chiesa, è quella che precede immediatamente la solennità della Pasqua, cominciando dalla Domenica delle Palme.

Fino ai tempi apostolici essa venne consacrata ad onorare i misteri della Passione, Morte e Sepoltura di Gesù Cristo, ed a rappresentarli agli occhi ed alla mente dei fedeli mediante l’ufficiatura e le cerimonie che vi si praticano.
Nei primi tempi della Chiesa si digiunava in questa settimana più rigorosamente che nel resto della Quaresima: era denominata la Zerofagia,cioè il mangiar secco; i fedeli si astenevano dai piaceri più innocenti fino al bacio di pace di solito a darsi nella Chiesa; era vietato ogni lavoro; chiusi i tribunali; si ponevano in libertà i carcerati; si facevano mortificazioni speciali, e ne davano l’esempio i principi stessi e gli imperatori.


_D7C3881Nell’ ufficiatura dei tre ultimi giorni si lascia il Gloria Patri:
per significare che in quei giorni non si proferivano contro di Cristo che maledizioni e bestemmie; per conformarsi ai desideri di Gesù che per la sua elezione volle in questi giorni tener nascosta la sua gloria per diventar l’obbriobrio degli uomini e l’abbiezione della plebe.

Si cantano le Lamentazioni perché ciò che Geremia diceva del popolo ebreo rimproverandolo di ingratitudine, minacciandolo di desolazione, la Chiesa con più ragione lo ripete sopra i Cristiani, i quali spesso rinnegano coi fatti il loro Redentore e si tirano sul proprio capo i flagelli più spaventosi della sua collera.

Si spengono i lumi nel corso e nel fine dell’Ufficio delle Tenebre per significare che in tal Tempo: Cristo, vera luce del mondo, fu oscurato con mille obbrobrii, e poi estinto colla morte; gli Apostoli destinati ad essere la luce del mondo si tennero per timore nascosti, quasi che in loro fosse estinto il lume della Fede.

Spegnendosi le candele del triangolo si conserva sempre accesa la più alta, la quale poi si nasconde: per conservar sempre nella Chiesa il lume sacro, che è il simbolo di quella Fede che nella Chiesa non fu mai estinta; per mostrare che la divinità di Cristo, mistico fuoco, inseparabile dalla sua umanità, non fu mai estinta, né oscurata, ma solamente nascosta; per significare che la parte superiore dell’anima di Gesù Cristo godeva la gloria dei comprensori, mentre la inferiore era esposta a tutti i travagli dei viatori.

Si fa gran rumore dopo l’Ufficio delle tenebre per significare: la sollevazione che i capi della Sinagoga eccitarono nel popolo contro Gesù; lo schiamazzo della turbe che gridava a Pilato: Crucifige, crucifige benché Gesù, dal giudice stesso, fu dichiarato innocente; lo sconvolgimento di tutta la natura alla morte di Gesù Cristo.


giovedì-santoIl Giovedì Santo si chiama in Coena Domini: perché Gesù Cristo fece in tale giorno coi suoi Apostoli l’ultima Cena solenne in un magnifico salone di Gerusalemme; perché in essa istituì Gesù Cristo la gran Cena spirituale dell’Eucarestia preparata per tutti i popoli fino alla consumazione dei secoli.

Nel Giovedì Santo si fa la comunione anche del Clero per ricordare che in tal giorno Gesù Cristo di propria mano distribuì ai suoi Apostoli il SS. Sacramento, da lui istituito dopo la cena legale, sotto le specie del Pane e del Vino.
Non si dice che una Messa e questa dal primo dignitario di ciascuna chiesa in cui si celebra, per indicare che in tal giorno il solo Gesù Cristo consacrò e dispensò di sua mano il Pane ed il Vino già tramutati nel suo corpo e nel suo sangue.

Si consacravano dal Vescovo gli olii che si usano per i quattro Sacramenti, il Battesimo, la Cresima, l’Estrema Unzione e l’Ordine, nonché nella consacrazione delle cose destinate al culto divino e ciò per dimostrare: che in tal giorno Gesù Cristo deputò gli Apostoli in suoi speciali ministri, facendoli non solo sacerdoti ma anche Vescovi; che ogni benedizione procede dalla Passione a cui Gesù Cristo diede principio coll’Orazione nell’orto dopo la Cena.

Si fa cessare il suono delle campane per significare con questo silenzio: la mestizia della Chiesa; il silenzio degli Apostoli che, per timore dei Giudei, cessarono di predicare Gesù Cristo e si diedero alla fuga.

Si fa la lavanda dei piedi: per onorare la memoria di quella che fece Gesù Cristo ai suoi Apostoli; per assecondare l’invito che fece Gesù Cristo che dopo aver lavato i piedi ai suoi Apostoli, li esortò tutti ad imitare il suo esempio.

Si fa il Santo Sepolcro con molta magnificenza per ricordarci: che Gesù Cristo fu sepolto in un sepolcro nuovo, reso poi sommamente glorioso nella sua Resurrezione; che Gesù Cristo anche nel suo corpo separato dall’anima, merita l’adorazione di tutto il mondo, perché unito inseparabilmente alla divinità; che deve essere con molta cura purificato il nostro cuore quando in esso, come già nel Sepolcro, sta per essere depositato Gesù Cristo come colla SS. Comunione.

Non si tiene Acqua Santa nella Chiesa per indicarci: che i fedeli in questi giorni devono essere così mondi da ogni peccato da non abbisognare di purificazione; che quando Cristo ci lava col sangue, non conviene usare altra aspersione.

Si fanno devote visite al Santo Sepolcro: per riparare i tanti torti fatti a Gesù Cristo nei sette viaggi della Sua Passione; per imitare la SS. Vergine e le altre pie donne che onorarono Gesù Cristo ora coll’accompagnarlo fino al Calvario per assistere alla sua morte, ora coll’avviarsi al sepolcro per imbalsamare il cadavere.


Il Venerdì Santo si chiama Parascere, che vuol dire Preparazione: per indicare che in tal giorno i Giudei preparavano tutto l’occorrente per il sabato compreso negli otto dì della Pasqua, in cui veniva proibito qualunque lavoro, ed anche la preparazione del cibo; per avvisare i cristiani di prepararsi spiritualmente alla prossima Santa Pasqua.

Si legge il Vangelo e si fa la predica della Passione di Gesù Cristo per invitare tutti i fedeli: a leggerla e meditarla con devozione; a ringraziare Gesù Cristo per il suo amore dimostrato e i nel patire tanto per noi; ad imitarlo davvero, mortificando le nostre passioni e distruggendo in noi il peccato che fu il vero crocifissore di Gesù Cristo.

venerdì-santo
Si prega per tutti gli Stati e per tutte le Nazioni del mondo per indicare: che Gesù Cristo ha sparso il suo sangue per tutti gli uomini; che la sua redenzione è così copiosa da poter pagar sovrabbondantemente i debiti di tutti, per quanto vecchi ed enormi, solo che si unisca ai suoi meriti una penitenza sincera per parte di chi ha peccato.

Non si dice alcuna Messa, perché nel giorno in cui Cristo ha compiuto il suo sacrificio visibile e cruento coll’effusione del proprio sangue, non conviene il nostro sacrificio che è incruento, quindi soltanto commemorativo di quello che è compiuto sopra il Calvario, sebbene per l’identità della vittima che si sacrifica contenga in sé tutti i meriti, e rinnovi a pro nostro tutti gli effetti che furono prodotti dal primo.

Si lasciano nudi tutti gli Altari: per significare la nudità di Cristo nella flagellazione e sulla Croce; per indicarci che Gesù Cristo in tal giorno fu spogliato non solamente d’ogni veste, ma ancor d’ogni seguito, dacchè i suoi Apostoli si diedero alla fuga; per ispirarci i sentimenti di disprezzo per le vanità della terra, condannate da Gesù Cristo con tante sue umiliazioni; perché si rappresenti la tristezza della Chiesa per la morte del Figlioul di Dio.

Si adora solamente la Croce: per dimostrare col fatto che Gesù Cristo, morendo su di essa la nobilitò, la santificò, la rese adorabile in tutto il mondo; per indicare la stima che noi, come veri credenti, professiamo a tutto ciò che servì di strumento alla nostra redenzione.

Si bacia il Crocifisso: per indicare che per mezzo della Passione Dio si è riconciliato con l’uomo, il Cielo ha fatto pace colla terra; per imprimere nel nostro cuore l’amore della Croce indispensabile a portarsi per arrivare a salute; per impegnar Gesù Cristo ad accordarci tutti quei beni che colla sua morte di Croce ci ha procurati. Si deve quindi adorare la Croce: con spirito di compunzione, riconoscendo che i nostri peccati furono la vera causa per cui su di essa morì Gesù Cristo, poiché colla sua morte ha soddisfatto per noi alla divina Giustizia; con volontà risoluta di sempre onorare la Croce, pigliando dalle mani di Dio, tutte le mistiche croci da cui possiamo essere travagliati.


Nel Sabato Santo si fa il Fuoco Nuovo e il Lume Nuovo per significare: la vita nuova che pigliò Gesù nella resurrezione; la vita nuova che devono condurre tutti i cristiani; la nuova sorte a cui furono chiamati tutti gli uomini, dacché Gesù Cristo portò sulla terra il mistico fuoco del santo amore.

Il Cero Pasquale significa Gesù Cristo resuscitato e si lascia fino al giorno dell’Ascensione per significare che in tutto questo tempo Gesù Cristo restò visibile sopra la terra.

Cinque Grandi d’Incenso con cui si rappresenta la Croce sul Cero Pasquale, significano le cinque piaghe di Gesù Cristo, in virtù delle quali ogni cristiano deve spargere dappertutto il buon odore di Cristo con una santa condotta.

Le tre candelette disposte a triangolo in cima ad una canna significano: le Tre Marie, sempre fedeli nel seguir Gesù Cristo in mezzo alle sue umiliazioni; le Tre Divine Persone, glorificate in tutto il mondo per la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo.
Si adopera il Triangolo per accendere il Cero Pasquale onde significare: che la SS. Trinità fu quella che risuscitò l’umanità di Gesù Cristo; che le Tre Marie furono le prime a riconoscere e pubblicare la di Lui Risurrezione.

Le Campane che si suonano e l’Alleluja che si canta al principio della Messa di questo giorno significano: l’allegrezza di Maria e di tutti gli Apostoli per la Risurrezione di Cristo; la gioia che proveremo noi tutti, quando, dopo aver partecipato alle sue umiliazioni qui in terra, saremo fatti partecipi della sua gloria in cielo.