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mercoledì 12 aprile 2017

La S. Messa e la cena di Babette

La “cena” di Babette, ossia una celebrazione senza Cristo

 


di Cesare Baronio

Introduzione


Il racconto, scritto nel 1950 da Karen Blixen, è meno noto ai più di quanto non lo sia la trasposizione cinematografica che nel 1987 ne fece il regista Gabriel Axel. Il suo titolo in inglese è Babette’s Feast, poi tradotto in danese Babettes gæstebud, che si potrebbe rendere in italiano con Il festino di Babette, o meglio La cena di Babette. 

Dico cena, e non pranzo, perché – come vedremo – questo termine richiama volutamente la celebrazione con cui la comunità protestante del piccolo villaggio norvegese fa memoria del proprio fondatore, sotto la guida delle figlie Martina e Filippa. Un’agape fraterna che nel 1950 era appannaggio delle sette luterane, ma che nel giro di due decenni avrebbe trovato eco nella riforma liturgica conciliare, alla cui redazione parteciparono attivamente dei pastori luterani, com’è noto.

Scrittura e film


Ricordo di aver visto il film nel corso di un cineforum organizzato da Comunione e Liberazione, e l’impressione che ne avevo ricavato di primo acchito era che si volesse mettere in luce la differenza tra il grigiore austero della piccola comunità protestante e lo splendore solare della cuoca francese, quindi cattolica. Ma la lettura del testo, che sino ad allora non conoscevo, mi ha persuaso del travisamento operato da Gabriel Axel e del grave equivoco in cui sono incorsi molti commentatori cattolici.

La narrazione filmica costituisce un’interpretazione, se non uno stravolgimento, del contenuto originale del racconto. 


I cattolici paiono voler scorgere significati positivi laddove a mio parere non ve ne sono affatto.

La generosa cuoca è in realtà, come si evince dal racconto, una terrorista francese, sfuggita alla polizia e rifugiatasi in Norvegia per evitare l’arresto dopo i fatti della Comune di Parigi del 1871. Non ci troviamo quindi davanti ad una mite cattolica, ma ad una pericolosa rivoluzionaria. La quale, dopo anni di silenzioso servizio come governante presso le figlie di un pastore, avendo vinto un cospicuo premio alla lotteria, decide di sdebitarsi per l’accoglienza offrendo loro un banchetto nel quale ella dà prova delle proprie capacità di famosa chef parigina al Café Anglais: una sorta di trasfigurazione culinaria, dallo stoccafisso bollito nella birra alle cailles en sarcophage.

L’autrice


Occorre qui ricordare che Karen Blixen era convinta che bene e male fossero aspetti di una medesima realtà, le facce di una stessa medaglia. Così ad esempio il pastore anglicano Pennhallow, in I vendicatori angelici (romanzo del 1944), è anche un’anima dannata dedita la tratta delle bianche:

È orribile sapere che ogni anno cento innocenti e radiose giovinette inglesi, coi capelli d’oro e l’animo fanciullesco si mettono su una strada che finisce nell’abisso. E noi ci comportiamo così per servire un ideale di pura e immacolata femminilità. A tale scopo, spingiamo alcune donne nell’abisso e teniamo le altre nell’ignoranza di ciò. E così deve essere, perché senza uno sfondo tenebroso, il giglio non sarebbe così bianco. E noi li dobbiamo avere, i nostri gigli, i più bianchi che questo mondo possa offrire [Karen Blixen, I vendicatori angelici, Adelphi, 1985, pag. 362].

Per la scrittrice danese non vi è né male né bene, anzi male e bene si confondono e si identificano. Siamo anzi noi a giudicare bene o male qualcosa che di per sé è ambivalente, e che diventa bene o male a seconda del nostro giudizio, del discernimento personale. Caso per caso. E ricorderemo anche che la Blixen – allorché scoprì d’aver contratto la sifilide dal primo marito, durante il loro soggiorno in Africa – cedette la propria anima al diavolo, affinché tutta la sua esperienza vissuta potesse essere riversata nei suoi racconti.

Per vivere magicamente occorre fede, affermava. Questo non significava credere in Dio, che per lei si confondeva col diavolo, ma essere tutt’uno con la natura, tenere stretti legami con i morti e con il passato, come le avevano insegnato i popoli primitivi dell’Africa. E dalle vecchie indigene aveva imparato a farsi strega, cosicché dopo il rientro in Danimarca il suo potere magico di convertì in abilità manipolatoria, perseguita anche tramite la letteratura. D’altra parte lei stessa, in visita a New York nel 1959, disse a Fredrik Prokosch: Ho un certo dono, se la cosa può interessarle. Vedo le anime dei morti che camminano intorno a me [Sandra Petrignani, La scrittice abita qui, Neri Pozza Editore, 2002].


La cena di Babette


Babette non è quindi un personaggio positivo, non è l’angelo che lascia entrare un raggio di luce cattolica nelle tenebre in cui si trovano i membri della setta. Ella è bensì un personaggio direi quasi infernale, che dopo aver beneficiato della generosa accoglienza di una piccola comunità ed essersi meritata la sua fiducia, seduce le menti e i cuori persuadendoli che le differenze dottrinali e ideologiche – peraltro sempre taciute – possono essere superate nell’incontro su ciò che crediamo di condividere: la mensa. Si noterà che il periodo di ascondimento di Babette durante gli anni di silenzioso servizio alle figlie del Decano e la celebrazione della sua ultima cena con i dodici alludono alla vita terrena del Signore. Anche l’accenno al fatto che, da quando Martina e Filippa hanno accolto in casa Babette, le loro finanze siano aumentate anziché diminuire ricorda in qualche modo una sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci, o il miracolo di Cana.

Scrive la Blixen:

Erano seduti a mensa come si erano seduti i convitati alle nozze di Cana. E la grazia aveva scelto di manifestarsi qui, nel vino stesso.

Inoltre, l’aver speso tutte le proprie sostanze per imbandire la cena allude ad un sacrificio, ad un’immolazione che ha sempre una valenza sacrale.

Ma proprio quest’agape fraterna, che replica il rituale di una commemorazione luterana di un venerato defunto, pur avendo come scopo immediato questa dimensione ecumenica, ha in realtà come fine quello di metter sullo stesso livello bene e male, tacendo deliberatamente ed anzi prescindendo da verità ed errore. 
Si privilegia il nulla contingente che unisce, eliminando il tutto eterno che divide.

La cena di Babette è il luogo della rivincita edonistica sulle rinunce dolorose del passato – l’affermazione artistica di Filippa, l’amore sacrificato di Martina – che sono riassorbite in un presente dionisiaco, dinanzi alla memoria irrisa del Decano, quasi costretto ad assistere al tradimento della sua comunità. Né si trascuri il biasimo verso la severità formalista del defunto, a cui vanno ascritte le rinunce delle figlie Martina e Filippa, frustrate nelle loro aspirazioni da una visione bigotta e sclerotizzata della fede.

Quel che rimaneva dell’unione al sacrificio di Cristo nella pur distorta visione luterana, si dissolve una volta che Cristo è bandito dal convivium. Così la Cena, che sino ad allora raccoglieva intorno alla povera mensa i fedeli della setta per commemorare il loro fondatore, con Babette diventa una celebrazione della comunità fine a se stessa.

A tal punto la figura del sacerdote è superflua, che Babette può rimanere in cucina. È lei il deus ex machina che prepara tutto, predispone una nuova religione, lasciando che gli eventi parlino in prima persona.

La cena dei Catto-modernisti


Lo stesso avviene nell’escluderne Cristo, nel non nominarLo, nel lasciarlo volutamente da parte.

Si resero conto che nessuno dei loro ospiti aveva detto una parola sul cibo. Anzi, per quanto vi si sforzassero, loro stesse non riuscivano a ricordare una sola delle pietanze che erano state servite (K. Blixen, Il pranzo di Babette, in Capricci del destino, Feltrinelli, 1985, pag. 42).

I convitati finiscono col dimenticare che il sacrum convivium ha senso solo in quanto in esso Cristo si offre come nutrimento – in quo Christus sumitur – non per il piacere effimero dello stare insieme, ma quale pegno di gloria futura – et futurae gloriae nobis pugnus datur.

Non stupisce quindi che in casa cattolica abbia voluto far propria la visione della Blixen: essa tradisce la stessa mentalità, la medesima forma mentis, proprio nel momento in cui l’approccio pastorale e l’equivoco magisteriale diventano strumento per ignorare le differenze dottrinali.

Le riforme ispirate allo stesso principio che porta Babette ad imbandire un sontuoso banchetto per gli ignari membri della comunità luterana: una Cena nella quale manca Cristo come sacerdote, come vittima, come altare, come alimento. In cui non c’è alcun bisogno di Cristo, perché la comunità basta a se stessa, essendo messa di fronte al fatto che le divisioni vanno evitate non con la confutazione dell’errore e la condivisione della verità, ma appunto prescindendo da entrambi.


I contenuti dottrinali della Messa sono taciuti proprio per consentire un avvicinamento da parte di chi li nega, e al tempo stesso permettere a chi vi credeva di presupporli ancora validi. Ovviamente non fu possibile – né sul piano teologico lo sarebbe oggi – sopprimere ciò che costituisce l’elemento essenziale della Messa, ossia la Consacrazione; ma già allora la parte narrativa dell’Ultima Cena fu enfatizzata rispetto alla parte propriamente consacratoria, eliminando la netta separazione tra il racconto ed il momento in cui il sacerdote agisce in persona Christi. E l’esclamazione adorante Mysterium fidei fu spostata dopo l’elevazione del calice e modificata in acclamazione escatologica dell’assemblea, quasi si volesse proiettare la venuta di Cristo alla fine del mondo, anziché riconoscere ch’essa si è appena realizzata sull’altare per il ministero del solo sacerdote, e non per la fede dei presenti.


Oggi noi cattolici ci riconosciamo nell’icona del piccolo villaggio norvegese: si celebra un rito comunitario in cui la dimensione trascendente è ignorata ad esclusivo vantaggio di un’immanenza di matrice modernista, di un sentimentalismo irrazionale. In questa comunità, come Babette, si intende imbandire una cena che seduca i cuori e inebri le menti di chi ha comunque già smarrito la fede nel Santo Sacrificio della Messa, e si limita a fare memoria, spezzando la parola e il pane. Ma per estendere l’invito al banchetto anche ai lontani, occorre eliminare da esso tutto ciò che può creare divisione. Una cena in cui ci si limita a procurare diletto agli altri, vederli godere.


Ma Nostro Signore è elemento di scandalo, di divisione tra fedeli al Decano e papisti, ed è dunque necessario non parlare di Lui. Tacere il Suo insegnamento, i Suoi comandamenti, la Sua legge. Finendo insomma per identificare il bene e il male, in nome di un’unità e di una fraternità che – lungi dall’aver come scopo la gloria di Dio e la salvezza delle anime – pare piuttosto basata sull’omissis eretto a sistema teologico, in cui l’Incarnazione e la Passione di Cristo non hanno importanza, non essendovi differenza tra vizio e virtù, tra dannazione e salvezza.

Conclusione


Oggi ci si rifiuta di compiere alcuna scelta tra bene e male, e si ritiene pragmaticamente queste categorie come apparenze, astratte entità fenomeniche.


La gravità della situazione può riassumersi nell’icastico titolo di un articolo apparso su Famiglia Cristiana: Il pranzo di Babette: quando un film diventa magistero.

lunedì 14 dicembre 2015

quando i preti menano il can per l' aia

La s. Messa in rito romano: 

non è solo questione di latino




don Luciano Micheli

Il latino non c’entra, celebrare la Messa secondo il rito romano di sempre non è una questione linguistica.

Ci sono sacerdoti, vescovi e fedeli, per i quali la chiesa cattolica è un giovane virgulto di una quarantina d’anni. Daterebbe, la sua nascita, all’incirca 1960 anni dopo Cristo, e coinciderebbe con il Concilio Vaticano II e poi, ancor più, con la riforma liturgica del 1970. Un po’ come i testimoni di Geova, o i mormoni, il cui fondatore vantava di aver ritrovato in una vecchia cassa il vero Vangelo smarrito per secoli, anche certi cattolici ritengono che il verbo di Cristo abbia risuonato inutilmente, incompreso, per interminabili anni, sino a una leggendaria "primavera conciliare". Costoro, quando si parla della liturgia di sempre, descrivono, con un velato "razzismo", scenari lugubri, tenebre di ignoranza, miserie intellettuali indicibili: prima della liturgia in volgare, le "donnine biascicavano preghiere che non comprendevano", gli uomini uscivano dalla chiesa durante la predica, i preti tuonavano e imprecavano dai pulpiti … roba, insomma, da preistoria, da gente delle caverne, da fede infantile e superstiziosa, sorta per sbaglio insieme a cattedrali e opere d’arte meravigliose. Potrei crederci, se non avessi mai assistito a una Messa antica e non avessi mai sentito cantare il "Pange lingua", lo "Jesus dulcis memoria", o la "Missa de angelis"; oppure se non dovessi sorbirmi, talora, i tamburi, le schitarrate, le prediche insulse, e il disprezzo, involontario, dell’Eucarestia, protagonisti di tante messe odierne in cui si è smarrito il senso del sacro e del mistero.


Ferrandina

Certo, vi saranno stati anche dei piccoli ritocchi, giustamente auspicabili anche per il vecchio rito, per adeguare ai tempi, non la sostanza, ma il linguaggio, e del resto anche i padri conciliari più tradizionalisti non lo negarono affatto. Ma nella sua essenza la Messa di un tempo continua oggi ad affascinare uomini e donne che desiderano ancora credere nella continuità della storia della Chiesa, che si sentono in comunione con duemila anni di storia, perlomeno per il debito di gratitudine che occorre avere verso chi la fede ce la ha tramandata. "Vi ho tramandato, affermava san Paolo, ciò che anch’io ho ricevuto".

Per questo vi sono fedeli in tutta Italia che richiedono sempre di più di poter conoscere il vecchio rito, benché tra i "sapienti" del tempio vi sia talora indignazione e perfino disprezzo. Lo capisco leggendo un piccolo librino appena scritto da Manlio Sodi, noto direttore nientemeno che della Rivista Liturgica, intitolato: "Il messale di san Pio V. Perché la Messa in latino nel III millennio". Si tratta di una critica al motu proprio, fatta con apparente garbo, ma dimostrando in realtà immenso fastidio per chi non capisce, e cioè, tra gli altri, per lo stesso Benedetto XVI. Sodi inizia la sua denigrazione mettendo subito in confusione il povero lettore. Parlando del messale di Pio V dice a pag. 3 che è stato "abrogato" e poi "abolito", mentre a pagina 5 scrive: "ma la Messa in latino è sempre stato possibile celebrarla! Dunque il problema è altrove". Poi a pagina 26 afferma: "Anche il messale del Vaticano II (sic) è pubblicato in latino … un ulteriore segno che mai è stata abolita la Messa in latino". Si mena il can per l’aia, dicendo e contraddicendo, e infine riducendo il problema liturgico a una questione essenzialmente linguistica.

Una lezione di storia in abiti eccentrici
I concetti ribaditi di continuo da Sodi sono i soliti: il nuovo messale è più ricco, ha più letture, ha tante preghiere eucaristiche, mentre il messale di Pio V è povero, quasi rudimentale … Sempre, il discorso cade sulle letture, sull’ascolto della parola: la centralità dell’Eucarestia, l’incontro con Cristo fattosi carne, è assolutamente secondario, assente. La Messa, per Sodi, è "un’esperienza viva di comunità celebrante", mentre il vecchio rito "non ha contribuito a sottolineare che Cristo è presente nella sua Parola quando questa si proclama nell’assemblea". Si tratta a ben vedere, di una definizione della Messa non cattolica, assai simile, se non identica, a quella protestante, che propone l’idea del sacerdozio universale e riduce la Messa a un puro memoriale, in cui l’incontro con Cristo non è reale, fisico, in "corpo, sangue, anima e divinità", ma passa dall’ascolto della sua parola e dalla presenza di persone disposte, bontà loro, a ricordarlo e a rileggerne gli insegnamenti che furono. La Messa come una lezione di storia, insomma, con abiti un po’ eccentrici. In quest’ottica Cristo sarebbe l’Emmanuele, il "Dio con noi", principalmente, se non esclusivamente, con la sua Parola, alla condizione, per di più, che questa si proclami alla presenza dei fedeli, e, come scrive a pagina 30, dei "loro educatori, i presidenti dell’assemblea". Non servono discorsi per commentare una visione così razionalista, estranea alla retta dottrina sulla Messa: basti pensare alla figura di padre Pio, che rappresenta nella storia del cristianesimo uno dei santi che più ha saputo incarnare l’idea di sacerdote come ponte tra Dio e gli uomini. Padre Pio non si è mai considerato un "presidente di assemblea", un semplice "educatore", non solo perché celebrò innumerevoli volte da solo, senza fedeli, ma soprattutto perché viveva nella sua carne l’incontro con Gesù crocifisso, viveva, cioè, ogni momento, la sua Messa. Le folle non accorrevano a lui per come leggeva le Sacre Scritture: rimanevano affascinati dal modo in cui pronunciava le parole della consacrazione, da come si inginocchiava davanti al corpo di Cristo, dalla tenerezza con cui lo teneva tra le mani, dalle gocce di sangue che sgorgavano dalle sue palme, dalla consapevolezza che aveva di essere, nonostante tutta l’umana abiezione, un altro Cristo.


Fonte: Francesco Agnoli, 15 novembre 2007

martedì 11 agosto 2015

capovolgere l' orientamento

Non ho mai smesso di celebrare la Messa nel rito "di sempre"



Il Cardinale Poggi, una vita intera al servizio 

della gloriosa Tradizione della Chiesa: 

“Non ho mai smesso di celebrare 

con il rito tridentino”


  
http://www.mzv.cz/public/a7/75/c5/426995_279794_kardinal_Spidlik_s_medaili.jpg
Cardinale Luigi Poggi (1917 - 2010)

di Bruno Volpe



CITTA’ DEL VATICANO - Ha 91 anni, ma conserva la lucidità e l’entusiasmo di un ragazzino. Il Cardinale Luigi Poggi, già Archivista e Bibliotecario della Santa Sede, è uno dei pochi porporati che, dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, ha continuato a celebrare la Santa Messa con il rito tridentino in latino di San Pio V.

Eminenza, ci consenta una provocazione amichevole: perchè non si è adeguato alla riforma?

“Scusi, ma perchè mi pone questa domanda? Io ho sempre celebrato secondo il Messale di San Pio V che, è bene ricordarlo, il Concilio Vaticano II non ha mai abrogato”.

Rimoduliamo il quesito: perchè ha scelto di continuare con il rito di San Pio V?

“Così va già meglio. Allora: nessuno, e sottolineo nessuno, è autorizzato a cancellare la tradizione della Chiesa, tantomeno il Concilio Vaticano II, cui va, sia ben chiaro, tutto il mio rispetto. Ma, lo sottolineo ancora una volta, quel Concilio non ha sostituito il rito tridentino ma ne ha semplicemente aggiunto un altro. Se poi alcuni Vescovi o ‘Pastori zelanti’, hanno pensato che il Novus Ordo abrogasse il Vetus Ordo, hanno sbagliato di grosso”.

Sappiamo che della Messa di San Pio V Le piacciono i silenzi, il guardare a Dio, alla Croce…

“Come potrebbe essere altrimenti? Molti sbagliano e analizzano il problema riducendolo alla posizione del celebrante. Da nessuna parte è scritto che il sacerdote debba rivolgersi ad Oriente, ma mi sembra comunque la posizione più corretta e teologicamente convincente. Il sacerdote non è il protagonista della Celebrazione Eucaristica, ma parla a nome di Cristo, quindi guarda alla Croce e al sole che sorge, cioè al Verbo”.

Introibo ad altare Dei…

“Bellissima formula, che dà pienamente la sensazione e l’idea di una processione, di un divenire, dell’indegnità dell’uomo ad accostarsi al Sacrificio Divino; ma mi piace sottolineare maggiormente il secondo passaggio…”.

Ci dica.

Qui laetificat juventutem meam. Non è un ritornello senza idee, ma testimonia la giovinezza di Dio e la sua immensa misericordia; la misericordia del Padre che rinnova nella fede i suoi figli donando la gioventù e la freschezza di chi crede. Ecco, il rito tridentino contempla un Dio giovane ed evidenzia la bellezza di una fede spontanea. Come dire, quella Messa contiene elementi purtroppo trascurati nella visione razionalista delNovus Ordo: la capacità di stupirsi, il mistero e la trascendenza”.

Qualche studioso, religioso e persino rabbino ha parlato di rito antisemita.

“Guardi, di inesattezze ne ho sentite molte, ma questa le supera davvero tutte. Il rito tridentino non vuole offendere i giudei, ma ne invoca semplicemente la conversione. Tanto più che, con estremo buon senso, il Papa Benedetto XVI ha rivisto la preghiera del Venerdì Santo, auspicando e ribadendo la richiesta di conversione degli ebrei. A tal proposito, mi permetto di affermare che ogni cristiano è chiamato a convertire chi non crede in Cristo. D’altro canto, che c’è di male?”.

Cardinale Poggi, intanto sembra sempre più vicina la pace ufficiale tra la Chiesa di Roma e i lefebvriani.

“Auguro vivamente che ciò possa accadere quanto prima: non ha senso vivere da separati”.

Eminenza, ma Lei a 91 anni si sente giovane?
 

“Certo. Con un Dio che ‘laetificat juventutem meam’ come non potrei…?”.


(Source: Petrus - 2008)
http://pro-tridentina-malta.blogspot.it/2013/01/non-ho-mai-smesso-di-celebrare-con-il.html

martedì 4 agosto 2015

CHIESA SCHELETRICA e falsa prudenza dei pastori

UNO SCHELETRO DI MESSA PER UNA CHIESA SCHELETRICA

Editoriale di “Radicati nella fede” – Anno VIII n° 8 – Agosto 2015




Attendevano una nuova Chiesa, per questo si sono messi a cambiare la messa.
Volevano una chiesa con nuovi dogmi e nuova morale, allora hanno dovuto ritoccare la messa cattolica, così tanto da renderla uno scheletro di se stessa.
E a messa scheletrica, corrisponde uno scheletro di Chiesa, fatta di una dogmatica e una morale scheletriche.

Lo dicevamo il mese scorso: la nuova liturgia ha preteso di saltare due millenni di storia cristiana, con l’illusione di ricollegarsi ad un mitico inizio del cristianesimo. Hanno detto, i signori della riforma, che occorreva semplificare, per far emergere la nobile essenzialità del rito cattolico. Hanno ritenuto sostanzialmente negativo tutto il lavoro di secoli e secoli che la Chiesa aveva fatto, per rendere sempre più limpido ed educativo il rito cattolico. Hanno tolto e tolto, considerando quasi tutto aggiunta negativa, e ne è venuto fuori uno scheletro di messa. Una messa piena di vuoti e di non-detto, vuoti e non-detto riempiti dalla fantasia del celebrante e dei fedeli. E le fantasie si sono moltiplicate quante sono le chiese del mondo, perché si sa che non si può vivere di uno scheletro: gli uomini lo rimpolpano lo scheletro, ma la carne e il sangue che gli danno non sono quelli di Dio, ma quelli normalmente della dittatura della mentalità comune. Così, a seconda delle stagioni, abbiamo avuto le messe socialiste, le messe impegnate, le messe intimiste, le messe allegre, le messe verbose, le messe catechistiche, le messe di guarigione, le messe carismatiche, le messe missionarie, le messe veloci e cosi via… insomma, la messa la costruisci tu, perché corrisponda a te e al tuo cristianesimo.

La messa così impoverita non ha nutrito più, e ci si è dovuti volgere alle varie ideologie del momento per rimpolparla. Togliendo molto di Dio, la messa la si è dovuta riempire molto dell’uomo, per ritenerla ancora utile: una tragedia, la perdita del cuore cattolico, cioè la redenzione operata da Cristo Crocifisso.

E la tragedia si propaga a tutto l’organismo cattolico: la messa nuova, scheletrica, piena di vuoti, è diventata così tanto ambigua da produrre un cristianesimo scheletrico, dal dogma e dalla morale scheletriche; un cristianesimo ambiguo.
I sacerdoti, ridotti a celebrare uno scheletro di messa, non sono stati più nutriti e difesi dalla messa stessa, così che a loro volta non hanno nutrito e difeso il popolo.

Dicevamo di un Cristianesimo dal dogma scheletrico:
cosa è rimasto, nella maggioranza dei cristiani di oggi, del dogma cattolico che sorge dalla Divina Rivelazione? Quasi nulla. Forse resta che esiste Dio, e che alla fine ci salverà: non c’è che dire, di tutta la Rivelazione, di tutto il dogma, di tutto il catechismo non resta quasi nulla, nel vissuto della maggioranza dei cristiani; ma allora, perché Dio si è rivelato, perché ha parlato nell’Antico e nel Nuovo Testamento, perché ha portato a compimento la Rivelazione in Gesù Cristo? Certamente non lo ha fatto per vedersi “semplificare” orrendamente nel cristianesimo moderno.

Qualcuno dirà che dimentichiamo la ricchezza biblica della riforma liturgica! Certo, di Bibbia se ne è letta tanta, ma ha vinto la messa scheletrica anche sulla Bibbia, tanto è vero che mai i cristiani sono stati tanto ignoranti come oggi nella Storia Sacra e nella Sacra Scrittura. Hanno letto sì la Bibbia in ogni occasione, ma sono stati formati come mentalità dall’ideologia di turno, che rimpolpava la messa scheletrica.

Dicevamo di un Cristianesimo dalla morale scheletrica:
cosa resta, nella maggioranza dei cristiani di oggi, della ricchezza morale cattolica? Sanno forse che Dio è amore, che dobbiamo volerci bene, e poco più: non c’è che dire, resta un po’ poco. Della Morale Cattolica, della legge e della grazia, non si sa quasi più nulla. Ecco perché siamo terribilmente indifesi di fronte alla dilagante immoralità e di fronte, soprattutto, all’ideologia dell’immoralità, che vuole ammettere tutto sotto la scusa del voler bene. Assisteremo al compimento dell’apostasia: saranno varate le leggi più immorali con il silenzio dei cattolici, con il plauso di alcuni, e con la falsa prudenza dei pastori, che taceranno in nome della libertà e del rispetto umano. Più che morale scheletrica, è la sua morte vera e propria.

Tutto è cominciato con la scarnificazione della messa, svuotandola delle sue difese dogmatiche nelle parole e nei gesti.
E la rinascita inizierà con il ritorno alla vera e totale Messa cattolica.

I riformatori post-conciliari volevano un nuovo cristianesimo più libero, più umanamente accattivante, per far questo hanno privato la messa delle sue difese, e non hanno voluto difendere il Cristianesimo di Dio.
Forse Paolo VI non aveva previsto questa tragedia, forse si era illuso di fermare la semplificazione e l’ammodernamento al solo linguaggio, forse … ma il linguaggio è contenuto; e i vuoti di linguaggio sono vuoti di contenuto, che il mondo si premura di riempire come vuole.

Forse Paolo VI non aveva immaginato tanto, ma è certo che oggi un Papa non potrà più fermare la deriva, senza accettare il martirio. Sì, dovrà accettare il martirio, perché se tenterà veramente di porre rimedio, sarà attaccato dal mondo e da quel mondo che si è infiltrato nella casa di Dio. Ma se non accetterà il martirio, rischierà di non fare il Papa.

mercoledì 17 giugno 2015

Cresima

Cresime in Svizzera 

Domenica 10 maggio Mons. Alain de Raemy, Vescovo Aus. di Losanna, in Svizzera, cresimò con la Liturgia tradizionale, e ha assistito pontificalmente alla Santa Messa con il Messale di San Giovanni XXIII, nella Basilica di N. Dame, a Friburgo, Svizzera.









http://accionliturgica.blogspot.it/2015/06/confirmaciones-tradicionales-en-suiza.html

martedì 9 giugno 2015

LA PREGHIERA INCESSANTE

“VENITE E VEDRETE!”

Pubblichiamo questa bella conferenza – dal titolo “Il rapporto tra monachesimo e liturgia” – tenuta a Roma lo scorso 7 maggio da p. Cassian Folsom OSB, Priore del Monastero di Norcia, per aiutarci a scoprire i Monaci e per pregustare il clima spirituale che respireremo nel pellegrinaggio nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum (3-5 luglio 2015): per la serie “se non ci venite, ecco che cosa vi perdete!”

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Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? Posso rispondere molto sinteticamente con una analogia: è il rapporto tra pesce e acqua. Ovviamente, il pesce abita nell’acqua, si muove nell’acqua, senza l’acqua muore. Così anche per il monaco: respira l’aria della liturgia, si nutre dalla liturgia, si muove nel mondo creato dalla liturgia, senza la liturgia muore spiritualmente.
Potrei finire qua – una conferenza di due minuti! – ma forse sareste delusi, aspettando una lezione più lunga. Quindi posso sviluppare il tema un po’ secondo le seguenti categorie:
  1. La preghiera incessante
  1. Il tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto
  1. I salmi
  1. Il canto
LA PREGHIERA INCESSANTE
Ci sono due indizi nella Regola che indicano chiaramente che secondo San Benedetto, la preghiera liturgica si colloca decisamente nella tradizione della preghiera incessante, come articolata dai Padri del deserto.
PRIMO INDIZIO:
Nel rito Romano, durante la Settimana Santa, la liturgia ritorna alle sue forme più arcaiche.  Ho in mente l’Ufficio Divino.  Prima delle Ore Minori (prima, terza, sesta e nona), troviamo questa rubrica: [Horae minorae] absolute inchoantur a psalmis infra signatis, ossia: “Le ore minori iniziano absolute, cioè senza versetti, segni di croce, senza nessun elemento introduttivo, direttamente – con i salmi indicati sotto.”
Ad esempio, l’Ora Prima inizia direttamente con Salmo 53: Dio, per il tuo nome, salvami. Si ricorda che questo stile di cantare i salmi è proprio arcaico – antichissimo.
Diversamente, secondo la Regola di San Benedetto, tutte le ore canoniche hanno qualche elemento introduttivo.  Vediamo, quindi, una innovazione da parte di San Benedetto che, parlando delle ore minori dice: “All’inizio si dica il versetto: Deus in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina (Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto)” (RB 18:1). Perché questa innovazione? Non si faceva così, infatti, prima di San Benedetto.  Perché questo versetto salmico in particolare? Nella tradizione monastica, dove si trova una trattazione intorno a questo versetto? Negli scritti di San Giovanni Cassiano, quando insegna un metodo da usare per la preghiera incessante. Cito un brano dalla Conferenza X di San Cassiano – lo stile è un po’ prolisso, ma il messaggio è chiaro:
Abba Isaia spiega a Cassiano e al suo compagno Germano: “Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvisuti, così pure do noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi [avidi, bramosi] di accoglierla. Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggingere un continuo ricordo di Dio: Deus in adiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina [Sal 69]” (Conf. X,10).
Poi, Abba Isaia spiega tutti i pregi di questo versetto salmico, e perché è adatto alla preghiera incessante.
Allora, San Benedetto è stato formato dalla tradizione monastica che esisteva già secoli prima di lui. Egli dispone che i suoi monaci leggano le Conferenze di San Cassiano. Infatti, San Benedetto individua il nucleo dell’insegnamento di Cassiano sulla preghiera incessante – e cioè l’uso di questo versetto – e con uno slancio innovativo, prefigge questo versetto a tutte le ore dell’Ufficio Divino.
Che cosa vuol dire tutto questo? San Benedetto vuole fare un ponte tra la preghiera personale e la preghiera liturgia. Il ponte è, infatti, la preghiera incessante.


SECONDO INDIZIO
I nostri padri vivevano in un’epoca in cui si esprimeva il senso della vita per mezzo dei simboli. Un aspetto importante di questo mondo simbolico era costituito dai numeri. Ascoltate un brano della Regola, cap. 16, che insiste su questa simbologia:
“Si deve osservare quello che dice il Profeta: Sette volte al giorno io canto la tua lode. Questo sacro numero di sette sarà rispettato se adempiremo il dovere del nostro servizio a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, poiché a queste ore diurne si è riferito il salmista dicendo:Sette volte al giorno canto la tua lode. Quanto alla veglie notturne infatti il medesimo Profeta dice: Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti. Rendiamo dunque lodi al nostro Creatoreper le sentenze della sua giustizia a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, e alziamoci per celebrarlo nella notte” (RB 16).
Perché questa insistenza che i monaci cantino le ore diurne dell’Ufficio Divino sette volte ogni giorno? Perché il numero 7 significa completezza, totalità – significa che i monaci pregano sempre, incessantemente.
Ecco due piccole spie nella Regola di San Benedetto che ci aprono vasti orizzonti. La preghiera liturgica – e qui si tratta in particolare dell’Ufficio Divino – è organizzato in modo che queste forme liturgiche aiutano il monaco a pregare sempre, incessantemente. O in altre parole, aiutano il pesce a rimanere nell’acqua.


TEMPO IMPIEGATO NELLA PREGHIERA LITURGICA / PERSONALE
Questa immersione totale ha delle implicazioni concrete, perché la vita quotidiana del monaco viene organizzata attorno a questi momenti di preghiera. Poniamoci questa domanda: Quanto tempo ogni giorno viene impiegato nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto? (Potrei darvi subito la risposta, ma sarebbe un approccio noioso!  È più interessante scoprirlo personalmente).
Ci sono due considerazioni:
1) l’Ufficio Divino (preghiera liturgica per eccellenza) e
2) la lectio divina (la ruminazione sulla Pagina Sacra della Bibbia).
Stranamente, San Benedetto dice ben poco sull’Eucaristia, non descrive la liturgia della Messa; questa lacuna viene riempita dalla tradizione sviluppatasi dopo San Benedetto.
La preghiera liturgica
Vorrei elencare tutti i momenti di preghiera liturgica della giornata, secondo la Regola e la tradizione. Però, la mia capacità matematica è pessima – dovete aiutarmi a fare il calcolo. Anzi, facciamo due calcoli: uno per i giorni feriali, l’altro per i giorni festivi.
  1. Il Mattutino: di solito dura attorno ad un’ora, ma la domenica e nei giorni festivi, può durare un ora e mezzo, o anche di più.
                                                                                                         Feriali         Festivi
[da un’ora ad un’ora e mezzo]                                                    1,00             1,30
  1. Le lodi: attorno a 40 minuti
[40 minuti]                                                                                     1,40             2,10
  1. L’ora prima insieme all’ufficio del capitolo: 30 minuti
[30 minuti]                                                                                     2,10             2,40
  1. Le ore minori terza, sesta e nona: 10 minuti ciascuna
[30 minuti]                                                                                     2,40             3,10
  1. La Messa cantata – da 50 minuti ad un’ora
                 La Messa solenne – un ora e mezzo
[da un ora ad un ora e mezzo]                                                    3,40             4,40
  1. I Vespri: attorno a 30 minuti
[30 minuti]                                                                                     4,10             5,10
  1. La compieta: 20 minuti
[20 minuti]                                                                                     4,30             5,30
Ecco il tempo impiegato per la preghiera liturgica. L’orario monasticoprevede anche la preghiera personale, la lectio divina. Leggo la descrizione di San Benedetto, e di nuovo, vi invito a fare il calcolo. La domanda è questa: quanto tempo viene dedicato alla lectio divina? Anche qui, si deve distinguere tra giorni feriali e giorni festivi.
Si tratta del cap. 48: Il lavoro manuale di ogni giorno. Non leggo tutto il capitolo, solo quei brani che dispongono l’orario per la lectio divina.
“L’ozio è nemico dell’anima, e perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro manuale e in altre ore nella lectio divina.
Riteniamo quindi che le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo con il seguente orario:
+ da Pasqua fino alle calende di ottobre…dall’ora quarta (10,00) fino a quando celebreranno sesta (12,00) attendano alla lettura.
 [2 ore]
+ A partire invece dalle calende di ottobre fino all’inizio della quaresima attendano alla lettura fino a tutta l’ora seconda… (dalle 6,00 alle 8,00)
[2 ore]
+ Nei giorni della quaresima poi, dal mattino fino a tutta l’ora terza attendano alle proprie letture… (dalle 6,00 alle 9,00)
[3 ore]
+ Anche nel giorno della domenica, attendano tutti alla lettura, tranne quelli incaricati nei diversi servizi.
 [diverse ore]
Apro una parentesi: il sistema romano di calcolare il tempo consisteva nella divisione del giorno in 12 ore, e la notte in 12 ore: il che vuol dire che nel periodo estivo, le ore diurne sono più lunghe e le ore notturne più brevi; similmente, durante il periodo invernale, le ore diurne sono più brevi e le ore notturne più lunghe. Comunque sia, per commodità, facciamo il nostro calcolo basato su di un’ora di 60 minuti. Chiudo la parentesi.
La somma tra preghiera liturgica e preghiera personale?
Giorni feriali
+ fuori della quaresima: 6,30
+ quaresima: 7,30
Domenica e giorni festivi con l’orario domenicale: 7,30 +
Perché così tanto tempo di preghiera? Uso un’altra analogia, non quella del pesce, ma l’immagine di un campo sassoso che si deve arare. E’ necessario arare i solchi ripetutamente, anno dopo anno, per avere la terra veramente fertile. Allora, il nostro cuore è un campo sassoso, e ci vuole tanta preghiera, per arare bene quel campo.


I SALMI
Qual è il contenuto principale dell’Ufficio Divino? Una percentuale molto alta di tutte queste ore di preghiera consiste nella recita dei salmi.
Per capire l’importanza fondamentale dei salmi come parte essenziale della preghiera monastica, dobbiamo fare un piccolo esercizio di ermeneutica della Regola. Citerò tre brani, che si somigliano. Il vostro compito è di individuare le frasi uguali e la frasi diverse.
RB 4:21 Nihil amori Christi praeponere
               Nulla all’amore di Cristo anteporre
RB 72:11 Nihil omnino Christo   praeponant
                 Nulla a Cristo antepongano assolutamente
RB 43:3  Nihil operi Dei praeponatur
                Niente all’Opera di Dio deve essere anteposto
Quali sono le espressioni uguali? Le espressioni diverse?
Se cerchiamo di interpretare bene che cosa vuol dire Opus Dei nella Regola, cioè, l’Ufficio Divino, il parallelismo di questo schema può aiutarci. Si tratta di capire l’oggetto del verbopraeponere. Ovviamente, la parola Christo e la frase l’amore di Cristo sono intercambiabili. Ma sembrerebbe che Christo sia anche intercambiabile con l’Opus Dei. In altre parole, il contenuto dell’Ufficio Divino altro non è che Cristo stesso: Nulla anteporre a Cristo, nulla anteporre all’Ufficio!
Questa affermazione va approfondita, perché la conclusione non è evidente.
In che cosa consiste principalmente l’Ufficio Divino? Nei salmi. Anzi, San Benedetto indica che se i monaci si alzano tardi e quindi si deve abbreviare qualche cosa, si possono abbreviare le letture, ma non i salmi! Possiamo dire, dunque, che il contenuto dell’Ufficio è Cristo, presente nei salmi.
Come è possibile? I salmi sono dell’Antico Testamento: che cosa hanno a che fare con Cristo? Ci sono due possibili risposte:
  1. Secondo i criteri del metodo storico-critico, i salmi non hanno niente a che fare con Cristo.
  1. Secondo i criteri dell’interpretazione della Sacra Scrittura come viene attualizzata nel Nuovo Testamente, nei Padri e nella Liturgia – cioè, l’interpretazione spirituale – i salmi hanno tutto a che fare con Cristo.
Vi do due esempi:
  1. L’introito per la Messa di Natale a mezzanotte viene dal Salmo 2: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. (Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato).
Secondo il senso storico, si tratta di un salmo di intronizzazione del re d’Israele, in cui Dio, con un decreto solenne, fa del re il suo figlio adottivo.
Ovviamente, la Liturgia fa una interpretazione cristologica. Chi parla? Dio Padre. Quando ha il Padre generato suo Unigenito Figlio? Non a Natale!  A Natale, la madre – Maria – partorisce il Figlio incarnato. Ma la generazione del Figlio è una realtà prima della creazione del mondo, prima che il tempo esistesse, un momento eterno si potrebbe dire. La liturgia, quindi, meditando su questo versetto salmico, approfondisce il testo del Credo che recita: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”.
Questo metodo dell’interpretazione spirituale è stato descritto da Sant’Agostino con una frase lapidaria: “Tutto l’Antico Testamento parla di Cristo o ci esorta alla carità.”
In questo versetto preso dal Salmo 2, vediamo che il Salmo parla di Cristo.  Nel secondo esempio che vi darò, vedremo come un altro salmo ci esorta alla carità.
  1. Nel prologo della Regola, c’è una allusione al Salmo 136 nel contesto di una descrizione della lotta spirituale:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).
Vediamo il salmo che corrisponde a questo brano della Regola. E’ un lamento, cantato dai deportati in Babilonia, che termina con una maledizione abbastanza brutta.
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai sàlici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportati,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
“Cantateci i canti di Sion!”

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra.

Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
Fin qua, tutto va bene. E’ un lamento molto bello, commovente, che ispira sentimenti di compassione. Ma il salmo prosegue; ci sono ancora due strofe che formulano una maledizione. Nella Liturgia delle Ore attuale, hanno tolto quest’ultima parte, perché il principio adoperato dai compilatori era quello dell’interpretazione esclusivamente storica. I Cristiani non possono usare una maledizione nella loro preghiera, e quindi, si devono omettere questi versetti.
La tradizione liturgica della Chiesa, però, ha sempre incluso questi versetti, perché il principio adoperato era sempre quello dell’interpretazione spirituale. Mi spiego. Ecco l’ultima parte del salmo:
Ricordati, Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme
dicevano: “Distruggete, distruggete,
anche le sue fondamenta!”
(I popoli di Edom, che abitavano a sud-est del Mar Morto, erano nemici storici d’Israele, e hanno collaborato con i Babilonesi nella distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C.)
Adesso viene la maledizione:
Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto!
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra!
L’uccisione crudele e barbarica dei bambini innocenti non è una cosa bella. Come è possibile che preghiamo questo salmo? Ascoltate ciò che fanno i Padri: un’interpretazione di profonda intuizione psicologica e spirituale.  Ecco il ragionamento:
  1. I Babilonesi sono nemici, e i nostri nemici sono il diavolo e tutto il suo esercito.
  2. Ma non si tratta di adulti Babilonesi, guerrieri, ma di bambini, quindi di tentazioni cattive del diavolo quando sono ancora piccole, impotenti, deboli.
  3. Si parla, poi, di una pietra. Che cosa vuol dire? San Paolo dice nella 1 Cor 10, che gli Israeliti durante l’Esodo “bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10:4). San Paolo adopera il metodo spirituale per interpretare l’Antico Testamento.  Anche nel nostro caso, la roccia è Cristo.
  4. Conclusione: quando le tentazioni iniziano il loro attacco, quando sono ancora deboli, come bambini, precisamente in quel momento dobbiamo afferrarli e sbatterli contro la pietra che è Cristo. Se, invece, indugiamo, e lasciamo queste tentazioni / bambini crescere, diventeranno guerrieri, più forti di noi, e saremo sconfitti nella lotta spirituale.
Ascoltiamo ancora una volta le parole di San Benedetto:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontanto dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).
Vedete? I salmi parlano di Cristo e della nostra vita spirituale in Cristo. Il monaco è immerso nel mondo dei salmi, ogni giorno. Il suo immaginario simbolico è formato dalla Bibbia (non dal televisore o dall’internet). La liturgia in genere, e i salmi dell’Ufficio in particolare, formano il monaco e lo nutrono.

IL CANTARE
L’ultima categoria è il canto. I monaci non recitano ma cantano la liturgia. Nel monastero di Norcia, cantiamo tutto – tutto l’Ufficio e tutta la Messa.
Quando io sono da solo, in viaggio, o fuori del monastero, anche da solo canto l’Ufficio. Il canto è essenziale per la liturgia monastica, perché esprime meglio tutti i sentimenti del cuore. Il Canto Gregoriano, a causa della sua antichità, del rapporto tra musica e parola, delle tonalità che sono diverse da quelle moderne – per tutti questi motivi, il canto gregoriano ha una bellezza del tutto particolare. E’ un canto creato per la liturgia, non per altri contesti, e quindi ha tutte le caratteristiche della musica liturgica di cui parla Papa Pio X: un musica sacra, bella, universale.
Cerchiamo di sviluppare questo tema del canto monastico, canto liturgico, prendendo in considerazione quattro punti:
  1. Il canto e i sentimenti del cuore
  2. Cantare: un atto comunitario
  3. Il cantare come partecipazione ai cori celesti
  4. Il canto esprime l’unità della fede
  1. Il canto e i sentimenti del cuore
Il canto serve da veicolo per esprimere i sentimenti più profondi dell’anima – ha quindi un ruolo espressivo. Sant’Agostino descrive i suoi sentimenti quando ascoltava i canti a Milano, dove Sant’Ambrogio aveva dato uno slancio notevole alla forma musicale dell’inno.
Agostino era molto consapevole del potere emotivo del canto, e ne aveva un certo sospetto, allo stesso tempo riconoscendo l’effetto positivo del canto liturgico, confessava di essere stato commosso anche lui.
Talora esagero in cautela contro questo tranello [la pericolosa sensualità della musica]. Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa tutte le melodie delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici… Quando però mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi della mia fede riconquistata e alla commozione che oggi ancora suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica (Confessioni, X, xxiii, 40).
La salmodia comunica efficacemente non soltanto il contenuto delle parole cantate, ma ha un altro effetto subliminale, intuitivo. Ad esempio, quando sono agitato, e vado ai Vespri in questo stato d’animo, dopo che le onde della salmodia hanno bagnato la sponda del mio cuore, mi sento più tranquillo, e quando i Vespri si concludono, mi trovo di nuovo in pace. Troviamo la stessa esperienza nella Bibbia. Si ricorda che il re Saul era afflitto da un tipo di follia. “Allora i servi di Saul gli dissero: “Vedi, un cattivo spirito sovrumano ti turba. Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio… Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava; Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sm 16:15-16; 23).
  1. Cantare: atto comunitario
L’atto di cantare non è soltanto una questione personale, ma anche comunitaria. I monaci cantano insieme. Questo fatto è già una scuola di formazione! Il prefazio della Messa descrive gli angeli, gli arcangeli, i Cherubini e i Serafini cantando all’unisono: una voce dicentes. Questa armonia è anche l’obiettivo del coro monastico, e quindi dobbiamo ascoltare agli altri confratelli, moderare la voce, il ritmo, il volume per conformarsi al canto della comunità. Il monaco singolo deve diventare umile.
Se no, se il monaco è superbo e vuole esibirsi, o vuole manipolare il coro affinché la comunità segua il suo ritmo e il suo stile personale, non c’è più armonia, e si sente la dissonanza. Papa Benedetto XVI, nel suo famoso discorso al Collège des Bernardins a Parigi, sulla cultura monastica, cita San Bernardo, che rimprovera severemente i monaci che disturbano l’unità del canto. San Bernardo dice che con tale comportamento, il monaco abbandona la somiglianza di Dio, e si precipita nella regio dissimilitudinis, “nella zona della dissomiglianza, in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se  stesso, dal vero essere uomo.”1
Questo giudizio di San Bernardo è molto severo, ma si vede quanto importante per lui è il canto all’unisono.
  1. Partecipazione ai cori celesti
Abbiamo citato la formula conclusiva del prefazio che descrive il canto dei cori celesti una voce dicentes. E’ significativo che il canto dei monaci non è semplicemente un’attività umana, di cultura musicale. E’ invece una partecipazione alla liturgia celeste. Per questo, San Benedetto dice: “Sappiamo per fede che dappertutto Dio è presente e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi, ma dobbiamo crederlo senza dubbio alcuno soprattutto quando partecipiamo all’Opera di Dio. Perciò teniamo presente sempre quello che dice il profeta:Servite il Signore nel timore, e ancora: Salmodiate con sapienza e: In presenza degli angeli canterò per te. Badiamo dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi angeli, e poniamoci a cantare i salmi in modo che il nostro spirito sia in accordo con la nostra voce” (RB 19:1-7).
  1. L’unità della fede
Ci sono tanti aspetti del canto liturgico che potrei sviluppare ancora, ma mi limito ad uno in più. Il canto ha la capacità di unire tutti i misteri della fede nell’unità di una singola intuizione. Vi do un esempio.
Il Martirologio per il Natale, traccia tutta la storia della salvezza, fino all’incarnazione del Figlio di Dio. In un crescendo di intensità, dopo aver menzionato il periodo di pace sotto l’imperatore Augusto, il Martirologio proclama la nascita del Salvatore con queste parole e con questa melodia:
Immagine 1
Ripeto l’ultima frase: Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem. Avete mai sentito questa intonazione, questa melodia? Da dove viene? Quando viene usata nella liturgia?
Ascoltae: Passio Domini nostri Iesu Christi secundum Matteum.
Vedete? La melodia della proclamazione della nascita di Cristo riprende esattamente la melodia della passione. Perché? Perché il Figlio di Dio è venuto nel mondo per salvarci dai nostri peccati per mezzo della sua passione. Ecco: l’unità dei misteri della fede, comunicata con grande semplicità, per mezzo di una cantilena liturgica.
CONCLUSIONE
Il rapporto tra Monachesimo e Liturgia è un rapporto di immersione totale. In questo breve incontro, vi ho dato uno schizzo di alcuni elementi che formano quest’ambiente speciale.
  1. La preghiera incessante
  2. La mole di tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica
  3. I salmi
  4. Il canto
Ce ne sono tanti altri. Concludo, quindi, con un invito: Venite e vedrete! La mia descrizione stasera è una cosa; la vostra esperienza sarà un’altra.
Vi invito ad un mondo di bellezza, di ascetismo, di profonda spiritualità, di incontro con il Signore. Venite, “voi tutti che siete affaticati e oppressi…e troverete ristoro per le vostre anime” (cf. Mt 11:29).
1 Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, Collège des Bernardins, Parigi: 12 settembre 2008), p.4.
http://www.summorumpontificum.org/?p=726