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martedì 28 aprile 2015

Prima dov’era, a bagasce?

La Chiesa plastilina. O della mistica del “dialogo” come armistizio tra bene e male


Un disordine autoritario, dove tutto è concesso meno che essere “integralisti”, l’unico peccato rimasto, il solo peccato originale possibile. Tutto si può pensare, dire e fare, meno che cose da “integralisti”. Visti come agenti di disturbo della clericale concordia conviviale, del rilassamento morale universale, del patto scellerato tra chiesa e mondo, dell’“unità” come armistizio tra bene e male sul cui altare unto d’ipocrisia tutto è sacrificato. È l’appiattimento che si vuole, la piallatura intellettuale, il conformismo più tetragono sotto parvenze festaiole e sentimentali. Lo si vuole e lo si impone con la violenza dissimulata, sul popolo cattolico non ancora allineato, e perciò sospetto di “integralismo”. Ossia di anticonformismo.

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1001458_10200579178534774_422173223_ndi Antonio Margheriti Mastino

Io sono un osservatore attento, mi interessano i tipi umani. Li osservo con spirito laicissimo anche dentro le chiese, ché benché io sia cattolico convinto, nulla ho di clericale, niente di bigotto, rinunciando alla mia militanza a sinistra e progressista ho rinunciato pure al clericalismo. Per cui non ho remore a descrivere le cose per come laicamente mi appaiono. E quasi sempre sono.
Ecco.

Il “dialogo” è la minaccia che precede l’aggressione

Osservo con attenzione un tipo umano che conosco bene: il cattolico “dialogante”, sorridente, conviviale, buono e buonista, carico di dichiarazioni ecumeniche, pacifico in tutto. Apparentemente. Lo conosco bene perché da quell’ambiente provengo quantunque nulla di pacifico, lì pure, io avessi: sono sangue bollente. In ogni contesto. Questi tipi qui non basta osservarli, occorre anche ascoltarli, e poi fare comparazione. E porsi delle domande, anzi no: trarne le somme.
Dialoganti davvero, visto che citano la parola “dialogo” più di quella “Gesù”?
Sì, ma fino a un certo punto: tu prova a contraddirli nelle loro certezze, presentate come “sensibilità” personali, “secondo me” elevati al rango di ecclesiologia, prova a contraddirli e vedi come viene fuori la loro forza. Prova a questi qui a dare un posto di comando dentro i luoghi clericali, e vedi come questa forza trasmuta in brutalità: il loro tollerantismo ostentato si trasforma in dispotismo dissimulato, sino a sfociare nella vera repressione violenta. Di ogni variante al loro pensiero unico. E meno di tutti tollerano l’eccesso di zelo devoto, ammettono, anzi perorano il clericalismo, la divinizzazione di esseri umani appartenenti al clero, ma non accettano il prostrarsi disarmato dinanzi a ciò che Divino è davvero.
Ma allora che razza di pacifismo, di tolleranza è  la loro? In cosa consiste la “pace” che predicano?
Ve lo spiego, pescando dai miei ricordi liberal.
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Sindrome di Peter Pan clericale

È la pace della morte. Della morte delle passioni. Della narcolessia ontologica del cattolico. Cedimento nella reattività del cattolico medio agli stimoli esterni: è anzi un riflesso condizionato interno alla Chiesa, che promana dal pensiero unico dominante esterno, e spinge il cattolico a ripiegare nell’intimismo i contenuti forti della sua fede, senza più manifestarli pubblicamente, men che meno difenderli, non in società. Nemmeno in chiesa, infine. Scinde la vita dalla religione, il pensiero dalla fede.
L’unica cosa socialmente ammissibile, come manifestazione esterna, è l’aspetto conviviale, giovanilistico, schitarrante, tutto sommato – agli occhi del mondo – inoffensivo appunto perché patetico, nella sua “apertura allo stile” del mondo, che si riduce in una grottesca e, qui pure, anacronistica, farsa della mondanità. Serve a tenere dentro… più che dentro la Chiesa… dentro le sacrestie quelli che già ci stanno, quelli con il complesso dei “papaboys” anche a 40 anni suonati, che all’incirca, laicamente, dovrebbe corrispondere alla sindrome di Peter Pan.
Naturale che un simile atteggiamento clericale, non incameri “nuovi ingressi” dentro gli oratori, e per mascherare il loro fallimento, cercano di mimetizzarsi andando loro “altrove” e confondendosi con la folla amorfa. A confermarla… nei suoi usi e costumi, a infastidirla dicendo che “pure Gesù e la nuova Chiesa” benedicono le loro sodomie, i loro aborti, le fornicazioni, la promiscuità, ogni sorta di corruttela. Tanto c’è la misericordia. E man mano, invece che far entrare altri in chiesa, ad uno ad uno ne escono loro pure. Ci restano se riescono a farne il loro centro sociale.

Dal cristiano anonimo, alla Chiesa plastilina

Questo intendono per “dialogo”, “pacifismo”: un cattolico medio e anonimo, che dell’omissione fa la sua missione, che supinamente accetta tutti i diktat del mondo e le etiche civili mutevoli, puntualmente adeguandovisi. E dove di fatto tutto il sistema etico e dottrinale della Chiesa, pur riconosciuto, come pura teoria, legittimo, nella pratica è considerato inapplicabile al contesto quotidiano e fuori dalla realtà, e dopo un processo sommario di luoghi comuni, è condannato da subito ad essere inincidente nella vita del fedele.
A questa morte sociale e civile del cristiano, ci si riferisce subliminalmente. Nell’attesa della svolta tanto agognata, sulla scia dei pur falliti protestantesimi europei: il dissolversi nella religione civile. Pur nell’illusione di preservare l’una e l’altra cosa, cristianesimo e secolarizzazione, reputate non solo affini, ma sviluppo logico e coerente ciascuna dell’altra. Non è la Chiesa che informa il mondo, ma il mondo che modella la Chiesa, a secondo delle sue esigenze. Più che di cristianesimo anonimo qui bisognerebbe parlare di cristianesimo plastilina: è l’antica tentazione di far modellare la religione dalle mani della casta al potere. È un riflesso condizionato, se vogliamo, dei trascorsi imperiali dell’Europa, dove il cattolicesimo sussisteva e mutuava la sua forza non dal suo essere testimone di Cristo, ma religione dell’imperatore “cattolicissimo”… “cristianissimo”. Con i risultati finali di dissoluzione che sappiamo, al venir meno degli imperatori.

Evirare il cristianesimo. Decapitare gli “integralisti”

Ecco, questa sindrome tutta politica, dovuta a certe cattive seppur necessarie (in quel frangente storico) abitudini della Chiesa europea, ossia la “cristianità” al posto del cristianesimo, oggi sopravvivono trasmutate non nei cosiddetti “integristi” – sovente accusati di essere nostalgici della vecchia potenza sociale della Chiesa e della sua alleanza col potere civile –  ma proprio nei loro accusatori numero uno: i progressisti, i liberal, i clericali che man mano si presentano come pacifisti, dialoganti, democratici, propagatori di un cattolicesimo (che mai chiamano così, parlano genericamente di “cristianesimo”) di un cattolicesimo morbido, smussato, con le unghie tagliate, soft,  moraleggiante, dolciastro ed edulcorato in tutto, sottomesso alla sfera civile soprattutto, possibilmente reticente e quando apre bocca è per rimarcare le parole d’ordine delle aleatorie etiche civili, reputate assolutamente adattabili alla Chiesa, e alle quali comunque adattarsi “riformandosi” di continuo. Questo cattolicesimo qui intendono. In una parola: accomodante. E’ un cristianesimo evirato: per non avere noie, che non sconvolge esistenze. E dove man mano si perde memoria di ciò che si era, si è, si dovrebbe essere. Per rimanere cristiani. “Scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani”.
È la morte della religione che propugnano, talora in buona fede. Accontentandosi, paradossalmente, di un’ecclesiologia inconcludente e querula, parolaia e superficiale, perché la Chiesa vogliono tenersela, ma come chiesa plastilina, appunto. Dove la stessa fede non è un fatto determinante, e se c’è non può che essere in un autoassolutorio dio indistinto, diffuso, né maschio né femmina, né carne né pesce, che si limita solo ad assecondare senza intervenire il percorso di vita scelto da ciascuno, ratificandolo, perché tutto in sé è “buono” e “meritevole” di benedizione divina se solo “a me va bene”. E’ quella che, in altri termini, Ratzinger chiamava la “dittatura delle voglie”. E noi la “religione fai da te” che dall’interno delle facoltà teologiche, delle chiese, delle sacrestie propalano come dottrina del “nuovo corso” che starebbe inaugurandosi.
Un disordine autoritario, dove tutto è concesso meno che essere “integralisti”, l’unico peccato rimasto, il solo peccato originale possibile. Tutto si può pensare, dire e fare, meno che cose da “integralisti”. Visti come agenti di disturbo della clericale concordia conviviale, del rilassamento morale universale, del patto scellerato tra chiesa e mondo, della mistica dell“unità” come armistizio tra bene e male sul cui altare unto d’ipocrisia tutto è sacrificato. È l’appiattimento che si vuole, la piallatura intellettuale, il conformismo più tetragono sotto parvenze festaiole e sentimentali,. Lo si vuole e lo si impone con la violenza dissimulata, sul popolo cattolico non ancora allineato, sospetto di “integralismo”. Ossia di anticonformismo.

L’ossessione dei numeri

La grande giustificante di massa a tutto questo, a questo uscire “fuori” per andare “tra la gente” che in genere si riduce a un uscire fuori dalla Chiesa e basta, è la questione dei numeri.
È la grande ossessione clericale delle chiese “vuote” – e rendono la pariglia agli ecologisti con l’ossessione del mondo “troppo pieno”, per cui si pensa a strategie per spopolarlo di umani e ripopolarlo di animali in via d’estinzione – l’ossessione, dicevo, delle chiese o semi-vuote o semi-piene. Questa smania smodata di riempire di presenze, giacché è la presenza che ormai conta, non la qualità e il senso della presenza. Come, appunto, per il pubblico di un qualsiasi cabaret: conta si vendano tutti i biglietti. Onde tutto bisogna sacrificare al “tutto esaurito”. Spesso riuscendoci.
In cosa consista infine questo “tutto esaurito” l’abbiamo sotto gli occhi. Ma la chiesa piena, piena di chiesaiuoli non vuol dir proprio nulla: spesso è un sacrilegio la loro stessa presenza. Se appena usciti, come un politico “cattolico” qualsiasi, si mettono a capofila di abortisti, omosessualisti, se divorziano, si risposano, affittano uteri, pretendono l’eutanasia. Se non rendono la loro casa una chiesa domestica, la loro vita degna di dirsi cristiana. Se non sono coerenti. Ma al massimo bigotti, clericali, e, va da sé, terminali del politicamente corretto ecclesialese. Il solo “numero” spesso nient’altro è che una bestemmia centuplicata che dal basso sale verso l’alto e sfida Dio.

Il disastro dei corsi di teologia ridotti a ufficio di collocamento

L’ossessione dei numeri, dunque.
Proprio l’altro giorno, un ragazzo, un bravo ragazzo in fondo (credo, almeno), mosso sicuramente dalle migliori intenzioni, e che glielo leggi in faccia che è un soggetto da sacrestie,  a commento di un post su una monaca che canta, così scrive:
«Assolutamente in disaccordo con questo articolo di stampo farisaico; la Chiesa ha bisogno di rinnovarsi, non può restare ingessata dietro schemi preconciliari che incitano i lontani a scappare completamente!! Bisogna muoversi e adottare nuove strategie di evangelizzazione. Non deve essere la gente ad andare in chiesa ma la chiesa ad andare tra la gente!!! Stare chiusi nelle mura dei conventi e delle parrocchie non serve a niente e a nessuno… Gesù Cristo non sa che farsene dei fondamentalisti !! BRAVA SUOR CRISTINA, lo Spirito Santo ti guida».
Le sentiamo spesso questo cose. Nulla da aggiungere, a prescindere da questo caso, che è solo un pretesto per parlare in generale, è il disastro degli scadentissimi corsi diocesani di teologia, che sfornano piccoli Rahner dei poveri, all’amatriciana della trattoria accanto.  Specie al Sud, specialmente in Sicilia, questi corsi di cattiva (ma per dire proprio sgrammaticata) teologia altro non sono che un rimedio alla disoccupazione giovanile, dove qualche cortigiano di preti e vescovi del luogo, gira gira, lecca lecca, trova finalmente il posto fisso. Senza badare a spese e qualità, alla formazione. Nemmeno se veramente aderiscono alla religione cattolica, prima di far finta di insegnarla. E quasi mai vi aderiscono, aderiscono ad astrattismi, intellettualismi, formulette da manuale mandate a memoria in questi corsi qui, ma senza davvero metabolizzarli, senza profondità e capacità di decodificare quell’universo simbolico, raccordandolo con gli altri elementi gnoseologici che tutti insieme concorrono a formare un concetto complesso ma esemplificatore, logicamente fondato.
Sì, perché questo ragazzo qui che in termini tanto poveri concettualmente, e disarmanti teologicamente, per chi un minimo conosca almeno la sintassi ecclesiologica, così prosegue: «Ho solo esposto un parere, se permette posso benissimo farlo, visto e considerato che sono un docente e che mi sto specializzando in Ecclesiologia, (quindi qualcosa ne saprò non trova?)».
Non trovo per niente, in effetti. Suor Cristina… il preconcilio… l’ecclesiologia… i numeri… la chiesa che esce fuori da se stessa: madonnasanta che confusione! A lanciare slogan dalle logge di San Pietro è rischioso: rischi che la gente si fermi a quelli. Fraintendendo tutto il resto. È la logica che gli manca, purtroppo, mancando la conoscenza degli elementi fondamentali su un argomento, gli strumenti per connettere tra loro fenomeni culturali eterogenei. Ma come si può far teologia (un problema che parecchi oggi stanno ponendosi) con ragazzi che spesso vengono fuori da istituti tecnici? Che passano dal commerciale a manuali di teologia, essendo privi di ogni formazione classica, umanistica. filosofica: la logica gli manca, che impari sugli autori dell’Antica Grecia.
A questo bravo ragazzo dalle idee arruffate spiego alcune cose, a commento delle sue sconsiderate dichiarazioni che debbono essergli sembrate un conato di scienza, essendo che la teologia, che pure era il vertice e la summa dei saperi, perché tutte le altre scienze speculative in sé contemplava, oggi è decaduta a opinionismo dozzinale, a mistica del luogo comune, a “secondo me” da rotocalchi popolari; pure i giornalisti, da tempo, fanno teologia caciarona sui media.

“La Chiesa deve andare tra la gente”. Prima dov’era, a bagasce?

A costui, dunque, contesto quel modaiolo “non è la gente che deve andare in chiesa ma la chiesa che deve andare tra la gente”. Queste sono le cose tipiche che dicono i progressisti spoltronati in cattedra da anni, nelle loro torri d’avorio teologiche decadute a fortezza della loro baronia, a postribolo per i loro pruriti narcisistici: gente che da anni si rimira alla specchio, parla al suo stesso riflesso e s’applaude. “Deve andare tra la gente”. Come se la Chiesa se ne fosse mai andata dai luoghi dove la gente sta, come se per secoli la salute, l’istruzione, il conforto, il vitto, l’ospitalità alla “gggente” non li abbia forniti sempre (e solo, talora) la Chiesa, recandosi sotto ogni latitudine e longitudine del globo terraqueo. E in Italia supplendo alle carenze assistenziali dello Stato.
Ma no, figurati se siano mai premurati di studiare la storia della Chiesa quelli con la puzzetta sotto il naso, che si guardano intorno nei templi di Dio e ne provano ribrezzo. Ed è così che dalla cattedra di para-teologia del giorno dopo, dicono come e dove la chiesa “deve andare”. E dopo averle dato, nel loro giovanilismo arruffone, della “vecchia decrepita” e aver  licenziato in blocco come “non adeguato ai tempi” tutto ciò che la Chiesa è ed è sempre stata,  dopo aver bollato tutti quanti quelli che la pensano diversamente (e che magari “tra la gente” ci stanno da un pezzo) come “integralisti”, tirano fuori la parola totem solita: “dialogo”.

“Fuori le suore dai conventi!”

Ma a patto che a parlare siano solo loro. Ma tutto questo non è affatto indice di “dialogo”, qualunque cosa voglia dire. Il sottofondo del discorso che fanno mira altrove, anche se non osano ammetterlo apertamente… e magari sono in buonafede: si inizia a rimarcare l’aspetto conviviale dell’essere “dentro” la Chiesa, si pone come meta fittizia quella dialogica, si perora un “fuori tutti” dall’edificio sacro, si arriva a dire che “non serve a niente” che ci siano delle suore “chiuse dentro quattro mura”, ossia nei conventi, e dunque “non serve a niente pregare” (ché questa è la funzione principale della vita religiosa, qui sta anche il suo aspetto sacrificale, di olocausto personale innalzato a Dio per la salute spirituale dell’uomo e in riparazione dei peccati collettivi), quindi “fuori tutti” anche dai conventi, andando “incontro alla gggente”.
Ma a fare che di preciso? Convivio, “agape”, e altri cazzeggi para-ellenici (va per la maggiore, tra i progressisti, il greco caricaturale in sfregio al latino, lingua ufficiale della Chiesa). Intrattenimento. Sentimentalismo. Animazione. Tante cose si possono fare andando “verso la gente”, fuori da conventi e chiese. Tutto meno che evangelizzare, va da sé. Tutto meno che riportarle in chiesa, quelle figure ormai mitologiche dei “lontani”. Ossia di tanti che dall’alto in basso, secolarizzati da un orgoglio bestiale, giudicano la Chiesa non all’altezza delle proprie consuetudini, etica, moralità, convinzioni, pur in assenza di ogni etica, e moralità che  non sia quella degli edonisti e dei satrapi. Alle anime dovrebbero pensare, non all’animazione.

L’importante è esserci, non convertirsi. La Chiesa-intrattenimento

Tutti quanti… l’importante è esserci tutti, essere tanti.
Ma mica è obbligatorio andarci in chiesa, mica conta il numero, mica è necessario trabocchi di gente la messa: è nell’interesse di ciascuno salvarsi… Che poi la Chiesa al pari dei partiti ormai sia ossessionata dai numeri, dalla quantità, dalle statistiche è altro discorso, e semmai è un ulteriore dato di mondanità spirituale. Ma Cristo non ha mai parlato di numeri, e non ha mai promesso un rapporto sereno col mondo. La Chiesa deve contestare il mondo e il suo spirito. Il destino della vera Chiesa sarà sempre infine il martirio. Dopo aver traversato infiniti deserti di solitudine, costellati di scorpioni. Così vorrei non fosse, ma così è perché così ha promesso il Messia. Essendo non in questo mondo la nostra “ricompensa”. E quando qualcuno cerca la ricompensa qui, dice Gesù, e l’ottiene, non se ne aspetti un’altra altrove.
Questo ho detto al nostro ragazzo. E così ho concluso:
«Quindi, per piacere, non mi venga a fare quello che da altezze incommensurabili, pur con pochi decenni di vita sulle spalle, d’improvviso arriva e urbi et orbi dichiara “la chiesa deve andare dalla gente” come se poco prima andava solo a bagasce, come non fosse sempre stata la sola e unica religione missionaria, perché ha nel suo DNA la necessità di comunicarsi e trasmettersi».
La risposta?
«Gentile Mastino, trovo i suoi toni poco gentili ed aperti al dialogo…».

lunedì 29 settembre 2014

Dio castiga? e punisce?

p. Cavalcoli rincara la dose sulla misericordia del cardinale Kasper



Giustizia e misericordia
di p. Giovanni Cavalcoli, O.P.

In un recente articolo apparso in www.chiesa il Padre Serafino Lanzetta manifesta alcune osservazioni critiche al libro del Card. Kasper “Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo – Chiave della vita”.

Dato che il libro di Kasper tocca alcuni temi teologici e morali di grande importanza e attualità, ho ritenuto bene riprendere e sviluppare le sagge annotazioni dell’illustre teologo francescano.

Innanzitutto dobbiamo condividere l’idea di Kasper che il tema della divina misericordia è una grande medicina per guarire dall’ateismo, ma non per il motivo addotto da Kasper, secondo il quale Dio non castiga ma usa solo misericordia, per cui, dopo Auschwitz, dovremmo abbandonare l’idea di un Dio che punisce.

In realtà, l’idea di Kasper è sbagliata, perché nella Scrittura l’attributo divino della giustizia punitiva è evidentissimo. Si tratta solo di intenderlo nel senso giusto, non come azione divina positiva tesa a recare pena o dolore al reo, ma si tratta di un’espressione metaforica presa dalla comune condotta umana, per significare il fatto che è il peccatore stesso col suo peccato a tirarsi addosso la punizione, così come per esempio chi eccede nel bere è “punito” con la cirrosi epatica. Questo è chiarissimo nella Bibbia. La morte non è qualcosa che consegue al peccato per un irrazionale o casuale intervento divino, ma è la conseguenza logica e necessaria del peccato, così come chi ingerisce un veleno necessariamente muore.

Kasper poi loda Lutero per il fatto che questi nel passo della Lettera ai Romani dove Paolo parla della “giustizia divina” (3,21), non intende la giustizia punitiva, ma l’azione misericordiosa di Dio, per la quale noi siamo “giustificati gratuitamente per la sua grazia” (v.24), “per mezzo della fede in Gesù” (v.22). 

Giustissimo, senonchè però non sempre nella Bibbia la giustizia divina ha questo senso, ma in molti altri luoghi appare chiaramente come giustizia punitiva, anche se nel senso suddetto. Del resto è ben noto quanto Lutero manteneva il concetto della punizione divina, ammettendo, con la tradizione cattolica, l’esistenza del diavolo e di dannati nell’inferno.

In base a ciò, dobbiamo dire che è falsa l’affermazione di Kasper secondo la quale, con l’avvento di Cristo, “Dio ha messo definitivamente a tacere la propria ira e ha fatto spazio al suo amore e alla sua misericordia” (p. 103). Sono infatti notissimi tutti gli insegnamenti di Cristo circa l’esistenza dei dannati[1] e i passi nei quali Egli redarguisce con molta severità suoi avversari.

Indubbiamente c’è da ricordare che l’“ira divina” è un’espressione metaforica per esprimere appunto la giustizia divina. È infatti evidente che in Dio, purissimo Spirito, non esistono passioni e emozioni. L’ira divina è semplicemente la condizione penosa del peccatore privo della grazia e nemico di Dio. Dio non è nemico di nessuno. Egli, come dice S. Agostino, non ti abbandona, se non sei tu ad abbandonarLo.

La distinzione in Dio fra giustizia e misericordia non si fonda sull’essenza divina, né è proprietà necessaria di tale essenza, ma suppone l’esistenza del mondo, che Dio, se avesse voluto, poteva anche non creare. Infatti, mentre la misericordia è atto dell’amore gratuito di Dio per l’uomo peccatore, per cui questi viene da Dio indotto al pentimento e una volta pentito viene perdonato, sicchè, avendo recuperato la grazia, può compiere opere meritorie per la salvezza, la giustizia divina, come ho già detto, non è un atto positivo di Dio, ma è la giusta e logica conseguenza del peccato.

In questa luce e in questo senso la Bibbia dice che Dio premia i buoni e castiga i malvagi, confermando un’insopprimibile esigenza universale della coscienza morale naturale di ogni uomo onesto e leale. Diversamente, che senso avrebbero gli ordinamenti e gli istituti penali dello Stato e della Chiesa? Ci sarebbe la legge della giungla, dove il forte si mangia il debole e ciascuno non farebbe altro che voler prevalere sugli altri.

Se Dio non punisse i malvagi sarebbe ingiusto, anche se è vero che Egli mostra il suo amore facendo misericordia. Tuttavia la vera misericordia non si attua a scapito della giustizia, ma operando, come dice giustamente Padre Serafino, meglio e al di sopra della giustizia, che comunque va sempre rispettata. Se un peccatore è perdonato e non è punito, ciò non è ingiusto, ma è un’opera divina.

Non si deve opporre l’amore alla giustizia. Esiste infatti e deve esistere un amore per la giustizia. La punizione o l’uso della forza in se stessi non sono peccato, ma lo sono quando la pena è ingiusta, o troppo mite o troppo severa, e quando si usa la forza non in difesa del bene, ma per fare il male. Occorre dunque odiare l’ingiustizia e praticare la giustizia imitando la stessa giustizia divina.

L’impassibilità divina, come giustamente osserva P.Serafino, non è non so quale freddezza o durezza di cuore, ma significa semplicemente l’inviolabilità della natura divina e il fatto che non può essere privata di nulla e nulla le può mancare.

L’idea di un Dio solo misericordioso, che non punisce nessuno, non solo non risolve il problema dell’ateismo, ma lo esaspera. Infatti, la misericordia come tale allevia la sofferenza e solleva dalla miseria, le quali invece, in linea di principio, anche se non caso per caso, sono alla lontana, anche negli innocenti e nei santi, castigo del peccato originale e forse anche dei peccati personali o di quelli di coloro che ci fanno soffrire. 

Ebbene, se dovesse restare solo la misericordia senza la giustizia, allora tutte le pene di questa vita dovrebbero essere effetto della misericordia divina, cosa evidentemente assurda, che ci farebbe sentire beffati da un Dio di tal fatta. E’ vero che se viviamo le nostre pene quotidiane in unione a Cristo crocifisso, sperimentiamo la misericordia divina, non però per un’assurda confusione tra punizione e misericordia, ma perché in Cristo possiamo espiare le nostre colpe per puro dono della divina misericordia.

È ovvio che la tragedia di Auschwitz conduce a chiederci che ne fu allora dell’onnipotenza e della bontà divine. Perché Dio non è intervenuto o non ha impedito? Se ammettiamo la Scrittura come Parola di Dio, l’unica risposta ci viene dalla fede: perché Dio ha voluto invitare il suo Popolo a partecipare ai dolori del Messia. 

L’invito di Kasper alla speranza che simili cose non si ripetano più è giusto, ma intanto il credente non deve spiegare solo il futuro, ma anche il passato e il presente e fuori di Cristo non c’è spiegazione al mistero del male, del peccato e della sofferenza.

Quanto poi sostiene Kasper secondo il quale Kant avrebbe dimostrato l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio mediante il principio di causalità partendo dalle cose del mondo, è una tesi assolutamente falsa, che contrasta sia con la ragione naturale e ancor più con gli insegnamenti della Chiesa, per esempio col Concilio Vaticano I, basati sulla stessa Sacra Scrittura (Cf Rm 1,19-20 e Sap 13,5).

Inoltre, grave calunnia contro la metafisica è l’accusa di Kasper secondo la quale la dottrina metafisica dell’Ipsum Esse, peraltro ricavata da S.Tommaso d’Aquino da Es 3,14, escluderebbe dagli attributi divini la misericordia: tesi falsissima, dato che la misericordia, dal punto di vista metafisico, non è altro che la manifestazione e l’attuazione dell’infinita bontà divina, attributo che la metafisica deduce dal trascendentale del bonum, in quanto sommo analogato della nozione del bene.

Altro grave errore teologico di Kasper è il credere che la misericordia è la proprietà fondamentale di Dio, (p.137), quasi fosse un attributo della sua stessa essenza. E giunge ad affermare che “la misericordia è la perfezione dell’essenza di Dio” (p. 105), come se Dio si dovesse perfezionare nell’esercizio della misericordia. 

Ora, dobbiamo dire che, essendo la misericordia legata all’azione divina nei confronti del mondo e poiché il mondo non fa parte dell’essenza divina, né Dio lo ha creato necessariamente o per essenza, anche la misericordia non entra necessariamente nell’essenza divina, per cui questa non si perfeziona affatto, in quanto Dio, essendo già di per sé perfezione infinita, non ha assolutamente bisogno di perfezionarsi o di essere perfezionato.

Per quanto poi riguarda la speranza della salvezza, la Bibbia non dice da nessuna parte che dobbiamo sperare la salvezza di tutti, come crede von Balthasar ripreso da Kasper, ma al contrario insegna chiarissimamente che non tutti si salvano, per quanto non sia affatto proibito ma anzi è doveroso pregare per la salvezza dei peccatori, finchè sono in vita. Viceversa io ho il dovere di sperare nella mia salvezza, fondando tale speranza su di un assiduo impegno per la salvezza mia e degli altri.

Kasper non si spinge come per esempio Rahner a dirsi certo che tutti si salvano. La sua tesi è più morbida. Egli ritiene infatti che “Possiamo sperare nella salvezza di tutti, ma di fatto non possiamo sapere se tutti si salveranno” (p. 169). Tale idea non raggiunge però ancora quanto insegnano la Bibbia e il Magistero della Chiesa. Dottrina di fede è invece che non tutti si salvano (Concilio di Trento, Denz.1523 e Concilio di Quierzy dell’853, Denz. 623).

Altro grave errore teologico di Kasper, contrario al dogma cattolico, come lascia intendere Padre Lanzetta, è l’idea di un Dio sofferente. Certo, anche qui possiamo usare la metafora o la comunicazione degli idiomi, in quanto, per esempio, possiamo dire che Dio soffre in Cristo in quanto Cristo è uomo. 

Ma asserire la sofferenza nella natura divina è eresia. Certo Kasper tenta di sfuggire a questa grave conseguenza, ma esce in espressioni contradditorie, che non hanno senso, dicendo che in Dio la sofferenza sarebbe una perfezione e addirittura espressione della sua onnipotenza: “per la Bibbia… la con-sofferenza di Dio non è espressione della sua imperfezione, della sua debolezza e della sua impotenza, ma è espressione della sua onnipotenza… Egli non può quindi essere passivamente e contro la sua volontà colpito dal dolore, però nella sua misericordia si lascia sovranamente e liberamente colpire dal dolore” (pp. 184-185)[2].

Queste posizioni di Kasper, è vero, toccano solo la metafisica, la teologia e il dogma. Di recente si è fatto conoscere un Kasper che, in vista del prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia, a proposito del delicato problema dei divorziati risposati, ha manifestato, in nome della “misericordia”, idee che hanno incontrato opposizioni e critiche nell’ambito dello stesso collegio cardinalizio.

Il mio timore è che le tesi lassiste di Kasper siano la conseguenza delle deviazioni di fondo denunciate da me e da Padre Serafino. Inoltre, insultare la metafisica non è senza conseguenze nel campo della fede, del dogma e della morale. E la vicenda culturale e spirituale del Card.Kasper sembra esserne una prova conturbante ed istruttiva.

P. Giovanni Cavalcoli,OP
Fontanellato, 20 settembre 2014


[1] Al riguardo mi permetto di segnalare il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010. 

[2] Al riguardo mi permetto di segnalare i miei studi IL MISTERO DELL’IMPASSIBILITA’ DIVINA, Divinitas, 2, 1995, pp.111-167; LA QUESTIONE DELL’IMMUTABILITA’ DIVINA, in Rivista Teologica di Lugano, n.1, marzo 2011, pp.71-93. 

http://catholicafides.blogspot.it/2014/09/p-cavalcoli-rincara-la-dose-sulla.html