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martedì 3 maggio 2016

Prendere sul serio la Croce di Cristo


di Marco Mancini 

La domenica di Pasqua Canale5 ha trasmesso in prima serata The Passion of the Christ, il discusso film di Mel Gibson sulla passione e la morte di Gesù: è necessario chiedersi il motivo per cui tale pellicola continua ancora a impressionare gli spettatori, come mi hanno confermato amici e conoscenti che ne hanno descritto la visione come sconvolgente, tale da far loro addirittura riconsiderare il proprio rapporto con la fede.

Cosa c’è di tanto speciale nel film di Gibson? La risposta è semplice: c’è una Passione raffigurata in tutta la sua crudeltà e la sua concreta “materialità”, di cui spesso tendiamo a dimenticarci o che, comunque, tendiamo a dare per scontata. Noi tutti, che abbiamo assorbito il cattolicesimo con il latte delle nostre madri, che siamo cattolici “sociologicamente” prima ancora che nella professione di fede, spesso non riusciamo ad avere fino in fondo la consapevolezza della vicenda storica della Passione e della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, tanto siamo abituati a sentirne parlare fin da bambini quasi fosse una “favola” per l’infanzia, o un racconto mitologico.
“The Passion of the Christ” ha ricordato a molti, anche in maniera brutale, che dietro il mistero della nostra Redenzione c’è un Sacrificio che non rimane sulla carta, che non è frutto di elucubrazioni teologiche o oggetto di teorizzazioni filantropiche, ma che è fatto di carne e sangue. È San Giovanni, non a caso testimone della crocifissione, a ricordarci nella sua prima lettera che Cristo è venuto “non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (1Gv 5,6). Senza l’esperienza della Croce, ha scritto Benedetto XVI, “quel che resta del cristianesimo è «acqua» - la parola senza la corporeità di Gesù perde la sua forza. Il cristianesimo diventa puro moralismo e questione di intelletto, ma gli mancano la carne e il sangue” (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007, p. 284).

Questo è lo scandaloso “materialismo” cristiano: bisognerebbe spiegarlo, ad esempio, al “filosofo” Galimberti, che dall’alto della sua abissale ignoranza ha accusato di incoerenza i cattolici che difendono la famiglia naturale e la natura procreativa del matrimonio, dal momento che – a suo giudizio – essi dovrebbero avere una visione “spirituale” e non “materialista”. Il Cristianesimo si distingue da tutte le altre fedi perché non è semplicemente una dottrina religiosa, o un insieme di precetti morali: esso è un fatto, che pretende di collocarsi all’interno della storia umana. Per citare il compianto Cardinale Giacomo Biffi, “il Cristianesimo è un fatto. E i fatti non si scelgono, i fatti sono”. L’atto di fede del cristiano, e del cattolico in particolare, si gioca anzitutto sulla credibilità storica di quanto raccontato dai Vangeli, dalla nascita di Gesù alla sua resurrezione.

La storicità del sacrificio salvifico di Cristo, del resto, non impedisce di coglierne la portata metafisica, cosmica e, per così dire, simbolica. René Guénon scriveva, nell’introduzione alla sua opera “Il simbolismo della croce”, che “si è troppo indotti a pensare che l'ammissione di un senso simbolico implichi l'esclusione del senso letterale o storico”: è senz’altro possibile sottoscrivere questa considerazione, facendo però i dovuti distinguo. Se per Guénon il fatto storico non è altro che il corrispondente simbolico, nell’ordine inferiore, di un principio superiore e metafisico, nell’ottica cattolica esso ne rappresenta invece la realizzazione, il pieno compimento. Non colgono dunque nel segno, risultando anzi risibili, tutti gli argomenti che vorrebbero ridurre i dogmi della fede cristiana a pallide imitazioni di altri culti ad essa precedenti o contemporanei, dalla religione egizia al mitraismo. Non c’è da stupirsi che elementi “archetipici” fondamentali della storia delle religioni (il problema dell’espiazione, la nascita verginale della figura messianica, il ciclo cosmico vita-morte-rinascita) ricorrano nell’epoca che precede la nascita di Cristo: ciò che conta è che tutto ciò trovi un compimento reale, concreto e storicamente documentato nella vicenda terrena del Dio incarnato in Gesù, che presenta peraltro notevoli elementi di originalità.

Si può dunque comprendere il fascino che il Cristianesimo nascente esercitò su una parte del mondo romano, da tempo ammaliato dalle suggestioni dei culti misterici orientali, fondati proprio sul ciclo vita-morte-rinascita e sulla “liberazione” offerta agli adepti dal rito iniziatico. A tale riguardo, è bene specificare che, con buona pace di una certa vulgata di stampo pauperistico, il Cristianesimo si diffuse anzitutto nelle classi agiate, tra l’aristocrazia di rango senatorio e anche negli ambienti della corte imperiale (vedi, tra le altre, l’opera di Marta Sordi “I cristiani e l’Impero Romano”). Cristo crocifisso, definito da San Paolo “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, era pur tuttavia il Dio-uomo in cui quel ciclo cosmico aveva trovato la sua realizzazione, non solo simbolica ma concretissima. E ai suoi “adepti” era dato addirittura di cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue, realmente presenti sotto le specie eucaristiche e offerti in sacrificio sulla Croce per la redenzione del genere umano.

Questo è, infatti, il significato principale della Passione di Cristo. L’umanità ha da sempre riconosciuto la necessità di purificarsi dal male, di espiare i propri peccati e reintegrare il mondo nella sua purezza originaria. Nella storia delle religioni è stato tradizionalmente utilizzato lo strumento del “sacrificio vicario”: animale, persino umano. Nell’Ebraismo antico, ad esempio, nel giorno dello Yom Kippur il coperchio dell’Arca dell’Alleanza veniva asperso con il sangue di un giovenco immolato in sacrificio di espiazione. Secondo le parole di Joseph Raztinger, “l’idea di fondo è che il sangue del sacrificio, nel quale sono stati assorbiti tutti i peccati degli uomini, toccando la divinità stessa viene purificato e così, mediante il contatto con Dio, anche gli uomini rappresentati da questo sangue vengono resi mondi”. Si tratta di un pensiero, prosegue Ratzinger, “che nella sua grandezza e, insieme, nella sua insufficienza è commovente, un pensiero che non poteva rimanere l’ultima parola della storia delle religioni”.
 
L’ultima parola, infatti, è Cristo, che pone termine all’età dei sacrifici trasformando se stesso in sacrificio unico e definitivo di espiazione, “per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati” (Rm, 3,25), secondo quanto predetto da Isaia attraverso la figura del “servo sofferente” (Is 53). Egli è l’Agnello di Dio, che prende su di sé (tollit) i peccati del mondo e si immola per la redenzione di tutto il genere umano. “In Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono in contatto. In Lui si realizza ciò che il rito del giorno dell’Espiazione intendeva esprimere: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. Accostarsi alla croce, entrare in comunione con Cristo significa entrare nell’ambito della trasformazione e dell’espiazione”.

Quanti di noi percepiscono fino in fondo questo grande mistero? Quanti intendono realmente che nella Santa Messa l’unico sacrificio di Cristo si rinnova in maniera incruenta? Quanti hanno la consapevolezza di trovarsi sotto il Calvario, ogni volta che assistono alla consacrazione delle specie eucaristiche? Più semplicemente, quanti pensano davvero alla Croce di Cristo come a un evento storico che ci interpella qui ed ora e non può lasciarci indifferenti, e non a uno dei tanti simboli religiosi da ostentare o nascondere a seconda delle circostanze? Ben venga, allora, la Passione di Mel Gibson, se serve a scuotere le nostre coscienze e a darci la consapevolezza che, come recita l’Apocalisse e come il Crocifisso del regista australiano confida alla Madre lungo la sua ascesa al Golgota, Egli ha fatto nuove tutte le cose.
 

sabato 28 marzo 2015

GLI LEGARONO LE MANI

GLI LEGARONO LE MANI PERCHÉ FACEVANO IL BENE




Perché il Signore fu ammanettato dai suoi carnefici? Perché impedirono il movimento delle sue mani, legandole con dure corde? Soltanto l'odio o il timore potrebbero spiegare perché si riduce così qualcuno all'immobilità e all'impotenza. Perché odiare queste mani? Perché averne timore?
La mano è una delle parti più espressive e più nobili del corpo umano. Quando i Pontefici e i genitori benedicono, lo fanno con un gesto delle mani. Per pregare, l'uomo congiunge le mani o le alza verso il cielo. Quando vuole simboleggiare il potere impugna lo scettro. Quando vuole esprimere forza, impugna il gladio. Quando parla alle moltitudini, l’oratore sottolinea con le mani la forza del ragionamento con cui convince o l’espressione delle parole con cui commuove. È con le mani che il medico somministra i medicinali e l'uomo caritatevole soccorre i poveri, gli anziani, i fanciulli; e perciò gli uomini baciano le mani che fanno il bene, e ammanettano le mani che praticano il male.


Le Tue mani, Signore, che cosa fecero? Perché furono legate?
Chi potrà esprimere, o Signore, la gloria che queste mani diedero a Dio quando su di esse si  posarono i primi baci della Madonna e di San Giuseppe? Chi potrà esprimere con quanta tenerezza fecero a Maria Santissima le prime carezze? Con quanta devozione si giunsero per la prima volta in atteggiamento di preghiera?
E con quanta forza, quanta nobiltà, quanta umiltà lavorarono nell’officina di San Giuseppe? Mani di Figlio perfetto, che cosa altro fecero nel focolare, se non il bene ?
Quando la Tua vita pubblica ebbe inizio, fosti principalmente il Maestro che insegnava agli uomini il cammino del Cielo. E così, quando nel piccolo gregge dei tuoi eletti, insegnasti la perfezione evangelica, quando la Tua voce si alzò e sovrastò le folle estasiate e riverenti, le Tue mani si mossero segnalando la dimora celeste o condannando il crimine, aggiungendo alla parola tutti quei significati di cui l’arricchisce il gesto. E gli Apostoli e le moltitudini credettero in Te, e Ti adorarono, o Signore.
Mani di Maestro, ma anche mani di Pastore. Non soltanto insegnasti, ma guidasti. La funzione di guidare si esercita più propriamente sulla volontà, come quella d’insegnare più esattamente sull’intelligenza. E siccome è soprattutto mediante l’amore che si guidano le volontà, le Tue mani divine ebbero virtù misteriose e soprannaturali per vezzeggiare i più piccoli, accogliere i penitenti, guarire gli ammalati.


Ma queste mani, così soprannaturalmente forti che al loro imperio si piegarono tutte le leggi della natura, e ad un loro cenno il dolore, la morte, il dubbio fuggirono, queste mani avevano ancora un'altra funzione da esercitare. Non parlasti anche del lupo famelico? Saresti stato Pastore se Tu non lo avessi respinto?
Il lupo, sì... è innanzi tutto il demonio. Tu cacciasti il demonio, Signore, con terribile imperio, e di fronte alla Tua parola grave e dominatrice come il tuono, più nobile e più solenne di un canto di angeli, gli spiriti impuri fuggirono impauriti e vinti.
Come Pastore, le Tue mani divine non si  limitarono a brandire il bordone contro le potenze spirituali e invisibili che, a detta di San Paolo, infestano l’aria per perdere gli uomini. Esse  fustigarono anche il demonio e il male nei suoi agenti tangibili e visibili. Condannarono il male, considerato innanzitutto in senso astratto. Non ci fu vizio contro cui Tu non parlasti.
Ma ugualmente il male nella sua pratica, nella misura in cui si concretizza negli uomini, e non solo negli uomini in generale,  ma in certe classi - i farisei per esempio - e non solo in certe classi ma in certi uomini visti molto in concreto: i venditori del tempio, immortalati nel Vangelo grazie al loro castigo esemplare.
In effetti si trattava non dei diritti meramente umani, ma della Causa di Dio. Poiché nel servizio di Dio ci sono momenti in cui il non recriminare, non fustigare equivale a tradire.
Queste mani che furono così soavi per uomini retti come l'innocente Giovanni e la penitente Maddalena, queste mani che furono così terribili per il mondo, il demonio, la carne, perché sono legate e ridotte in carne viva? Sarà forse per opera degli innocenti, dei penitenti? O piuttosto per opera di coloro che ricevettero il castigo meritato e contro questo castigo si ribellarono diabolicamente?
Sì, perché tanto odio, perché tanto timore da dover sembrare necessario legare le Tue mani, ridurre al silenzio la Tua voce, sopprimere la Tua vita?


Signore, per capire questa mostruosità, bisogna credere all'esistenza del male. Bisogna riconoscere che così sono gli uomini, che la loro natura facilmente si ribella contro il sacrificio, che quando prende il cammino della rivolta, non c'è infamia né disordine di cui non sia capace. Dobbiamo riconoscere che la tua Legge impone sacrifici, che è duro essere casto, essere umile, essere onesto, e di conseguenza è duro seguire la tua Legge.
Il Tuo giogo è soave, sì, il tuo peso e leggero. Però, non perché non sia amaro rinunciare a ciò che c’è di animalesco e di disordinato in noi, ma perché Tu stesso ci aiuti a farlo. E quando qualcuno Ti dice no, comincia ad odiarti, a odiare ogni bene, tutta la verità, tutta la perfezione di cui Tu sei la personificazione stessa.

E se non Ti ha a portata di mano, in forma visibile, per scaricare il suo odio satanico, allora colpisce la Chiesa, profana l'Eucaristia, bestemmia, propaga l'immoralità, predica la Rivoluzione.
Sei ammanettato, o Gesù mio, dove sono gli zoppi e i paralitici, i ciechi, i muti che  guaristi, i morti che risuscitasti, i posseduti che liberasti, i peccatori che  risollevasti, i giusti a cui  rivelasti la vita eterna? Perché loro non vengono a spezzare i lacci che legano le Tue mani?

Paradosso curioso. I tuoi nemici continuarono a temere le tue mani, benché legate, e per questo Ti uccisero. I tuoi amici sembrarono meno consapevoli del tuo potere. Perché non ebbero fiducia in Te, fuggirono spaventati davanti a coloro che Ti perseguitarono. Perché? Anche qui la forza del male è palese.

I Tuoi nemici amarono talmente il male che, anche sotto le umiliazioni delle corde che Ti legarono, percepirono tutta la forza del Tuo potere... e tremarono! Per essere sicuri, vollero trasformare in piaga la Tua ultima fibra di carne ancora sana, vollero versare l’ultima goccia del Tuo sangue, vollero vederTi esalare l’ultimo sospiro.

E nemmeno allora furono tranquilli. Morto, infondevi ancora timore. Bisognava sigillare il Tuo sepolcro e circondare di guardie armate il Tuo cadavere. Tanto che l’odio al bene li rese perspicaci al punto di fargli percepire ciò che è indistruttibile in Te. Al contrario, i buoni non se ne resero conto con la stessa chiarezza. Ti reputarono sconfitto, perso; fuggirono per salvare la propria pelle. Ebbero solo occhi e udito per presagire il proprio rischio. In effetti, l’uomo diventa perspicace soltanto in quanto a ciò che ama. E se vede più il suo rischio che il Tuo potere, è perché ama più la sua vita che la Tua gloria.


O Signore, quante volte i Tuoi avversari tremarono davanti alla Chiesa, mentre io, miserabile, vedendola ammanettata credetti che tutto fosse perduto! Ma quanta ragione ebbero i Tuoi nemici! Tu  risorgesti. Non soltanto le corde e i chiodi non servirono a niente, ma né la lastra del sepolcro, né il carcere e tanto meno la morte poterono trattenerTi. Sì, sei risorto! Alleluia!

Signore mio, che lezione! Vedendo la Chiesa perseguitata, umiliata, abbandonata dai suoi figli, negata dai costumi pagani e dalla scienza panteista di oggi, minacciata all'esterno dalle orde del comunismo e all’interno dall’insensatezza di quelli che vorrebbero venire a patti con il demonio, io esito, tremo, penso che tutto sia perduto. Signore, mille volte no! Tu risorgesti per la Tua forza, e spezzasti i vincoli con cui i Tuoi avversari avevano preteso di trattenerTi nelle ombre della morte.

La Tua Chiesa partecipa di questa forza interiore e può in qualsiasi momento distruggere tutti gli ostacoli da cui si vede circondata. La nostra speranza non è nelle concessioni, né nell’adattamento agli errori del secolo. La nostra speranza è in Te, Signore. Esaudisci le suppliche dei giusti, che ti pregano per mezzo di Maria Santissima. Invia, o Gesù, il Tuo Spirito, e sarà rinnovata la faccia della terra.
(Plinio Corrêa de Oliveira - Catolicismo, Aprile 1952)



http://www.pliniocorreadeoliveira.it/pensieri_e_massime_040.htm

venerdì 23 gennaio 2015

Fuori della Chiesa non c'è salvezza

Extra Ecclesiam nulla salus




"Fuori della Chiesa non c'è salvezza" recita un'antica formula. 
Una formula di quella Chiesa che, nel Credo, proclamiamo una, santa, cattolica, apostolica, romana. 
Seguendo l'insegnamento di S. Paolo Apostolo la Chiesa professa esservi un solo "Mediatore tra Dio e gli uomini" (1 Tim. 2,5): N.S. Gesù Cristo il quale, assumendo l'opera della nostra redenzione con la sua incarnazione passione morte e resurrezione, ha ristabilito tra gli uomini e il Creatore l'ordine turbato dal peccato di Adamo, riconducendo a Dio l'umanità traviata. 
Professa la Chiesa di essere stata istituita da N.S. Gesù Cristo, che riconosce per suo capo, e di protrarne e attualizzarne l'opera dispensando i sacramenti da Lui stesso istituiti, come strumenti di grazia e santificazione, ed offrendo al Padre celeste l'oblazione monda, continuando l'ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, Sommo Sacerdote. 
Questo professa la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, romana. 
C'è chi ambiguamente insinua altri insegnamenti; c'è chi afferma che "la Croce, innalzata per la salvezza dell'umanità, è il punto 'omega' della storia e tutti gli uomini di ogni religione camminano verso questo, misterioso punto anche se lo designano con formule diverse". (*)
Di qui la convinzione che le religioni, tutte le religioni, devono essere "fasci di luce che disperdono le nebbie che avvolgono la terra", che esse sono "una straordinaria potenza di pace: in forme e modi diversi sono accomunate dallo stesso anelito verso l'assoluto, verso la verità, la bontà e la giustizia".(*
Eppure Gesù Cristo solo è la luce che squarcia le tenebre del peccato nelle quali l'umanità è ravvolta. 
È infatti scritto: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non attraverso me" ( Gv. 14,6). 
E ancora: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà, io la do a voi" (Gv. 14,27). 
Tutto il resto è inganno. ... 
Nell'ipotesi migliore; in quella peggiore è l'insegnamento di una chiesa 'altra': non più una, santa, cattolica, apostolica, romana. 

Fonte : Una Voce Italia - Notiziario N.106-107- Ottobre Dicembre 1993
Nota (*) : Dall'Omelia del Card. Carlo M. Martini per la Festa dell’Esaltazione della Croce, Duomo di Milano 14 9 1993.  

sabato 19 aprile 2014

non moriranno di morte improvvisa

per una buona Pasqua




San Bernardo, Abate di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione. Gli fu risposto: «Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia».
Preghiera alla Sacra spalla
Dilettissimo Signore Gesù Cristo,
mansuetissimo Agnello di Dio,
io povero peccatore, adoro e venero
la Vostra Santissima Piaga
che riceveste sulla Spalla nel portare
la pesantissima Croce del Calvario,
nella quale restarono scoperte tre Sacralissime Ossa,
tollerando in essa un immenso dolore;
Vi supplico, in virtù e per i meriti di detta Piaga,
di avere su di me misericordia
col perdonarmi tutti i miei peccati sia mortali che veniali,
ad assistermi nell’ora della morte
e di condurmi nel vostro regno beato.

Pater, Ave, Gloria (tre volte)
San Pio e la piaga della spalla
San Pio da Pietrelcina è stato uno di quei pochissimi sacerdoti santi ad aver avuto l’onore di portare sul proprio corpo i segni visibili e tangibili della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, e anche lui ha patito gli stessi atroci dolori alla piaga della sua spalla, a conferma di quanto rivelato diretta­mente da Gesù a San Bernardo sulla presenza di una dolorosissima ed inco­gnita piaga alla Sua Sacra Spalla. Una sconcertante scoperta riguardo ai dolori alla spalla patiti da Padre Pio è stata fatta dopo la sua morte da un carissimo amico del Padre, nonché suo figlio spirituale, Fra’ Modestino da Pie­trelcina, il quale riferì:
»... Dopo la morte di Padre Pio, continuai ad esplo­rare con cura ed oculatezza ogni lembo dei suoi indumenti che sistemavo e ar­chiviavo, con il presentimento che an­cora qualche altra sconcertante sco­perta avrei dovuto fare. Non mi sba­gliai! Quando fu la volta delle maglie, mi venne in mente che una sera del 1947, davanti alla cella N.5, Padre Pio mi confidò che uno dei suoi più grandi dolori era quello che provava quando si cambiava la maglia... avevo pensato che quel dolore fosse stato causato al venerato Padre dalla piaga che egli aveva sul costato. Il 4 febbraio 1971 però dovetti cam­biare opinione allorché, osservando con più attenzione una maglia di lana da lui usata, notai sopra di essa, con mia grande sorpresa, all'altezza della clavicola, una traccia indelebile di sangue. Non mi sembrava, come nella «camicia della flagellazione» una macchia di essudazione sanguigna. Si trattava del segno evidente di una ec­chimosi circolare di circa dieci centi­metri di diametro, all'inizio della spal­la, vicino alla clavicola. Mi ba­lenò l'idea che il dolore lamentato da Padre Pio potesse derivargli da quella misteriosa piaga. Rimasi scosso e per­plesso. D'altra parte avevo letto su qualche libro di pietà una preghiera in onore della piaga della spalla di Nostro Si­gnore, apertagli dal legno della Croce che, scoprendogli tre sacratissime ossa, Gli avevano procurato acerbissimo dolore. Se in Padre Pio si erano ripetu­ti tutti i dolori della Passione, non era da escludersi che egli avesse sofferto anche quelli provocati dalla piaga del­la spalla. La sua sofferenza nel con­templare Cristo carico del pesante le­gno e più ancora, carico dei nostri peccati, gli aveva procurato certamen­te sulla spalla quella ennesima ferita. Dolore mistico e dolore fisico. Ormai, grazie al mio amico medico, avevo le idee chiare, o quasi, in proposito. In Gesù, carico della croce, sulla spalla si era avuta la distruzione del­l'epidermide e del sottocutaneo. Il peso del legno e lo strofinio del durissimo elemento rigido contro le parti molli, gli aveva prodotto una lesione trauma­tica muscolare, con«risentimento al­gico nevritico osseo». In Padre Pio quella lesione fisica, generata dalla sofferenza mistica, aveva determinato un profondo ematoma e una fuoriusci­ta di liquido ematico sulla spalla, con secrezione sierosa. Ecco quin­di sulla maglia un alone sfocato con al centro la macchia scura del sangue assorbito. Di questa scoperta parlai subito al padre superiore che mi disse di scrive­re una breve relazione. Anche Padre Pellegrino Funicelli, che per anni ave­va assistito Padre Pio, mi confidò che, aiutando parecchie volte il Padre a cambiare la maglia di lana che indos­sava, aveva notato quasi sempre, sulla spalla ora destra ora sinistra, una ec­chimosi circolare. In aggiunta a questa, un’ importan­te conferma mi venne dallo stesso Pa­dre Pio. A sera, prima di addormentar­mi, feci a lui, con tanta fede, questa preghiera: «Caro Padre, se tu avevi veramente la piaga alla spalla, dam­mene un segno». Mi addormentai. Ma, esattamente all'una e cinque minuti di quella notte, mentre dormivo tranquil­lamente, un improvviso, acuto dolore alla spalla mi fece svegliare. Era come se qualcuno, con un coltello mi avesse scarnito l'osso della clavicola. Se quel dolore fosse durato qualche minuto ancora, penso che sarei morto. Con­temporaneamente sentii una voce che mi diceva: «Così ho sofferto io!». Un intenso profumo mi avvolse e riempì tutta la mia cella. Sentii il cuore tra­boccante di amor di Dio. Provai anco­ra una strana sensazione: l'essere sta­to privato di quella insopportabile sof­ferenza mi era ancora più penoso. Il corpo voleva respingerla ma l'anima, inspiegabilmente, la desiderava. Era dolorosissima e dolce insieme. Ormai avevo capito! Confuso più che mai avevo la certezza che Padre Pio, oltre alle stigmate alle mani, ai piedi e al costato, oltre ad aver subito la flagellazione e la coronazione di spine, per anni, novello Cireneo di tutti e per tutti, aveva aiutato Gesù a porta­re la croce delle nostre miserie, delle nostre colpe, dei nostri peccati. E quel­la maglia ne portava indelebile il se­gno!».
da «Novissimum Verbum» (sett. - dic. 2002)
http://italia.diariodelweb.it/italia/articolo/?nid=20140419_310610

martedì 15 aprile 2014

la Settimana Santa: istruzioni

Istruzione sulla Settimana Santa




settimana santaLa Settimana Santa, che si dice anche la Settimana Maggiore a motivo dei grandi misteri che furono in essa compiuti da Gesù Cristo, e di cui si rinnova la memoria nella Chiesa, è quella che precede immediatamente la solennità della Pasqua, cominciando dalla Domenica delle Palme.

Fino ai tempi apostolici essa venne consacrata ad onorare i misteri della Passione, Morte e Sepoltura di Gesù Cristo, ed a rappresentarli agli occhi ed alla mente dei fedeli mediante l’ufficiatura e le cerimonie che vi si praticano.
Nei primi tempi della Chiesa si digiunava in questa settimana più rigorosamente che nel resto della Quaresima: era denominata la Zerofagia,cioè il mangiar secco; i fedeli si astenevano dai piaceri più innocenti fino al bacio di pace di solito a darsi nella Chiesa; era vietato ogni lavoro; chiusi i tribunali; si ponevano in libertà i carcerati; si facevano mortificazioni speciali, e ne davano l’esempio i principi stessi e gli imperatori.


_D7C3881Nell’ ufficiatura dei tre ultimi giorni si lascia il Gloria Patri:
per significare che in quei giorni non si proferivano contro di Cristo che maledizioni e bestemmie; per conformarsi ai desideri di Gesù che per la sua elezione volle in questi giorni tener nascosta la sua gloria per diventar l’obbriobrio degli uomini e l’abbiezione della plebe.

Si cantano le Lamentazioni perché ciò che Geremia diceva del popolo ebreo rimproverandolo di ingratitudine, minacciandolo di desolazione, la Chiesa con più ragione lo ripete sopra i Cristiani, i quali spesso rinnegano coi fatti il loro Redentore e si tirano sul proprio capo i flagelli più spaventosi della sua collera.

Si spengono i lumi nel corso e nel fine dell’Ufficio delle Tenebre per significare che in tal Tempo: Cristo, vera luce del mondo, fu oscurato con mille obbrobrii, e poi estinto colla morte; gli Apostoli destinati ad essere la luce del mondo si tennero per timore nascosti, quasi che in loro fosse estinto il lume della Fede.

Spegnendosi le candele del triangolo si conserva sempre accesa la più alta, la quale poi si nasconde: per conservar sempre nella Chiesa il lume sacro, che è il simbolo di quella Fede che nella Chiesa non fu mai estinta; per mostrare che la divinità di Cristo, mistico fuoco, inseparabile dalla sua umanità, non fu mai estinta, né oscurata, ma solamente nascosta; per significare che la parte superiore dell’anima di Gesù Cristo godeva la gloria dei comprensori, mentre la inferiore era esposta a tutti i travagli dei viatori.

Si fa gran rumore dopo l’Ufficio delle tenebre per significare: la sollevazione che i capi della Sinagoga eccitarono nel popolo contro Gesù; lo schiamazzo della turbe che gridava a Pilato: Crucifige, crucifige benché Gesù, dal giudice stesso, fu dichiarato innocente; lo sconvolgimento di tutta la natura alla morte di Gesù Cristo.


giovedì-santoIl Giovedì Santo si chiama in Coena Domini: perché Gesù Cristo fece in tale giorno coi suoi Apostoli l’ultima Cena solenne in un magnifico salone di Gerusalemme; perché in essa istituì Gesù Cristo la gran Cena spirituale dell’Eucarestia preparata per tutti i popoli fino alla consumazione dei secoli.

Nel Giovedì Santo si fa la comunione anche del Clero per ricordare che in tal giorno Gesù Cristo di propria mano distribuì ai suoi Apostoli il SS. Sacramento, da lui istituito dopo la cena legale, sotto le specie del Pane e del Vino.
Non si dice che una Messa e questa dal primo dignitario di ciascuna chiesa in cui si celebra, per indicare che in tal giorno il solo Gesù Cristo consacrò e dispensò di sua mano il Pane ed il Vino già tramutati nel suo corpo e nel suo sangue.

Si consacravano dal Vescovo gli olii che si usano per i quattro Sacramenti, il Battesimo, la Cresima, l’Estrema Unzione e l’Ordine, nonché nella consacrazione delle cose destinate al culto divino e ciò per dimostrare: che in tal giorno Gesù Cristo deputò gli Apostoli in suoi speciali ministri, facendoli non solo sacerdoti ma anche Vescovi; che ogni benedizione procede dalla Passione a cui Gesù Cristo diede principio coll’Orazione nell’orto dopo la Cena.

Si fa cessare il suono delle campane per significare con questo silenzio: la mestizia della Chiesa; il silenzio degli Apostoli che, per timore dei Giudei, cessarono di predicare Gesù Cristo e si diedero alla fuga.

Si fa la lavanda dei piedi: per onorare la memoria di quella che fece Gesù Cristo ai suoi Apostoli; per assecondare l’invito che fece Gesù Cristo che dopo aver lavato i piedi ai suoi Apostoli, li esortò tutti ad imitare il suo esempio.

Si fa il Santo Sepolcro con molta magnificenza per ricordarci: che Gesù Cristo fu sepolto in un sepolcro nuovo, reso poi sommamente glorioso nella sua Resurrezione; che Gesù Cristo anche nel suo corpo separato dall’anima, merita l’adorazione di tutto il mondo, perché unito inseparabilmente alla divinità; che deve essere con molta cura purificato il nostro cuore quando in esso, come già nel Sepolcro, sta per essere depositato Gesù Cristo come colla SS. Comunione.

Non si tiene Acqua Santa nella Chiesa per indicarci: che i fedeli in questi giorni devono essere così mondi da ogni peccato da non abbisognare di purificazione; che quando Cristo ci lava col sangue, non conviene usare altra aspersione.

Si fanno devote visite al Santo Sepolcro: per riparare i tanti torti fatti a Gesù Cristo nei sette viaggi della Sua Passione; per imitare la SS. Vergine e le altre pie donne che onorarono Gesù Cristo ora coll’accompagnarlo fino al Calvario per assistere alla sua morte, ora coll’avviarsi al sepolcro per imbalsamare il cadavere.


Il Venerdì Santo si chiama Parascere, che vuol dire Preparazione: per indicare che in tal giorno i Giudei preparavano tutto l’occorrente per il sabato compreso negli otto dì della Pasqua, in cui veniva proibito qualunque lavoro, ed anche la preparazione del cibo; per avvisare i cristiani di prepararsi spiritualmente alla prossima Santa Pasqua.

Si legge il Vangelo e si fa la predica della Passione di Gesù Cristo per invitare tutti i fedeli: a leggerla e meditarla con devozione; a ringraziare Gesù Cristo per il suo amore dimostrato e i nel patire tanto per noi; ad imitarlo davvero, mortificando le nostre passioni e distruggendo in noi il peccato che fu il vero crocifissore di Gesù Cristo.

venerdì-santo
Si prega per tutti gli Stati e per tutte le Nazioni del mondo per indicare: che Gesù Cristo ha sparso il suo sangue per tutti gli uomini; che la sua redenzione è così copiosa da poter pagar sovrabbondantemente i debiti di tutti, per quanto vecchi ed enormi, solo che si unisca ai suoi meriti una penitenza sincera per parte di chi ha peccato.

Non si dice alcuna Messa, perché nel giorno in cui Cristo ha compiuto il suo sacrificio visibile e cruento coll’effusione del proprio sangue, non conviene il nostro sacrificio che è incruento, quindi soltanto commemorativo di quello che è compiuto sopra il Calvario, sebbene per l’identità della vittima che si sacrifica contenga in sé tutti i meriti, e rinnovi a pro nostro tutti gli effetti che furono prodotti dal primo.

Si lasciano nudi tutti gli Altari: per significare la nudità di Cristo nella flagellazione e sulla Croce; per indicarci che Gesù Cristo in tal giorno fu spogliato non solamente d’ogni veste, ma ancor d’ogni seguito, dacchè i suoi Apostoli si diedero alla fuga; per ispirarci i sentimenti di disprezzo per le vanità della terra, condannate da Gesù Cristo con tante sue umiliazioni; perché si rappresenti la tristezza della Chiesa per la morte del Figlioul di Dio.

Si adora solamente la Croce: per dimostrare col fatto che Gesù Cristo, morendo su di essa la nobilitò, la santificò, la rese adorabile in tutto il mondo; per indicare la stima che noi, come veri credenti, professiamo a tutto ciò che servì di strumento alla nostra redenzione.

Si bacia il Crocifisso: per indicare che per mezzo della Passione Dio si è riconciliato con l’uomo, il Cielo ha fatto pace colla terra; per imprimere nel nostro cuore l’amore della Croce indispensabile a portarsi per arrivare a salute; per impegnar Gesù Cristo ad accordarci tutti quei beni che colla sua morte di Croce ci ha procurati. Si deve quindi adorare la Croce: con spirito di compunzione, riconoscendo che i nostri peccati furono la vera causa per cui su di essa morì Gesù Cristo, poiché colla sua morte ha soddisfatto per noi alla divina Giustizia; con volontà risoluta di sempre onorare la Croce, pigliando dalle mani di Dio, tutte le mistiche croci da cui possiamo essere travagliati.


Nel Sabato Santo si fa il Fuoco Nuovo e il Lume Nuovo per significare: la vita nuova che pigliò Gesù nella resurrezione; la vita nuova che devono condurre tutti i cristiani; la nuova sorte a cui furono chiamati tutti gli uomini, dacché Gesù Cristo portò sulla terra il mistico fuoco del santo amore.

Il Cero Pasquale significa Gesù Cristo resuscitato e si lascia fino al giorno dell’Ascensione per significare che in tutto questo tempo Gesù Cristo restò visibile sopra la terra.

Cinque Grandi d’Incenso con cui si rappresenta la Croce sul Cero Pasquale, significano le cinque piaghe di Gesù Cristo, in virtù delle quali ogni cristiano deve spargere dappertutto il buon odore di Cristo con una santa condotta.

Le tre candelette disposte a triangolo in cima ad una canna significano: le Tre Marie, sempre fedeli nel seguir Gesù Cristo in mezzo alle sue umiliazioni; le Tre Divine Persone, glorificate in tutto il mondo per la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo.
Si adopera il Triangolo per accendere il Cero Pasquale onde significare: che la SS. Trinità fu quella che risuscitò l’umanità di Gesù Cristo; che le Tre Marie furono le prime a riconoscere e pubblicare la di Lui Risurrezione.

Le Campane che si suonano e l’Alleluja che si canta al principio della Messa di questo giorno significano: l’allegrezza di Maria e di tutti gli Apostoli per la Risurrezione di Cristo; la gioia che proveremo noi tutti, quando, dopo aver partecipato alle sue umiliazioni qui in terra, saremo fatti partecipi della sua gloria in cielo.

sabato 12 aprile 2014

Cristo flagellato

IN FLAGELLA PARATUS SUM


"E il profeta Isaia ben ci predisse lo stato compassionevole in cui doveva ridursi il Salvatore nella sua flagellazione, dicendo che la sua carne doveva essere tutta franta: Attritus est propter scelera nostra; e il suo benedetto corpo doveva diventare come un corpo di un lebbroso tutto piaghe: Et nos putavimus eum quasi leprosum (Is. LIII, 4)."

S. Alfonso Maria de Liguori, Meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo.
Meditazione pel mercoledì. Della flagellazione di Gesù Cristo.

 http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d4/GD_Tiepolo_Flagellazione.jpg

I. Vedendo Pilato che i Giudei non lasciavano di pretender la morte di Gesù, egli lo condannò a' flagelli: Tunc ergo apprehendit Pilatus Iesum et flagellavit (Io. XIX, 1). Stimò l'ingiusto giudice di quietare con ciò i suoi nemici, e così liberarlo dalla morte. Ma questo ritrovalo riuscì troppo doloroso per Gesù Cristo; mentre scorgendo i Giudei che Pilato dopo un tal supplizio volea liberarlo, come egli disse: Corripiam ergo illum et dimittam (Luc. XXIII, 22), essi corruppero i manigoldi, acciocché lo flagellassero a segno che in quel tormento vi lasciasse la vita. --Entra, anima mia, nel Pretorio di Pilato fatto un giorno orrendo teatro de' dolori e delle ignominie del Redentore; e vedi come Gesù ivi giunto da se stesso si spoglia delle sue vesti, come fu rivelato a S. Brigida, ed abbraccia la colonna, con dare un testimonio agli uomini delle sue pene e del suo amore. Guardalo come va l'innocente Agnello col capo dimesso, e tutto verecondo per lo rossore aspetta quel gran tormento. Ecco che quelli barbari, come cani arrabbiati, già se gli avventano sopra. Mira colà: chi gli percuote il petto e chi le spalle, chi li fianchi e chi l'altre parti del corpo; anche la sagra testa e la sua bella faccia non vanno esenti dalle percosse. Oimè! già corre quel sangue divino da ogni parte; già di sangue son pieni i flagelli e le mani de' carnefici, la colonna ed anche la terra. oh Dio, che non trovando i percussori parte più sana da ferire aggiungono piaghe a piaghe, e lacerano da per tutto quelle sacrosante carni: Et super dolorem vulnerum meorum addiderunt (Ps. LXVIII, 27). - O anima, come hai potuto offendere un Dio flagellato per te' ? E voi, Gesù mio, come avete potuto tanto patire per un ingrato? o piaghe di Gesù, voi siete la mia speranza. o Gesù mio, voi siete l'unico amore dell'anima mia.

II. Troppo tormentosa fu questa flagellazione per Gesù Cristo, poiché i carnefici furono sessanta, come fu rivelato a S. Maria Maddalena de' Pazzi, gli uni sottentrando agli altri: gli strumenti scelti a quest'ufficio furono i più fieri, onde ogni colpo fe' piaga. Le battiture poi giunsero a più migliaia, sicché arrivarono a comparire scoperte anche l'ossa delle coste di nostro Signore, come fu rivelato a S. Brigida. Giunsero in somma a farne una tale strage che Pilato credette di muovere a compassione gli stessi suoi nemici, allorché loro lo mostrò sulla loggia, dicendo: Ecce Homo (Io. XIX, 5). E il profeta Isaia ben ci predisse lo stato compassionevole in cui doveva ridursi il Salvatore nella sua flagellazione, dicendo che la sua carne doveva essere tutta franta: Attritus est propter scelera nostra; e il suo benedetto corpo doveva diventare come un corpo di un lebbroso tutto piaghe: Et nos putavimus eum quasi leprosum (Is. LIII, 4). Ah mio Gesù, vi ringrazio di tanto amore. Mi dispiace che anch'io mi sono unito a flagellarvi. Maledico tutti i miei piaceri malvagi, che vi han costato tanta pena. Ricordatemi spesso, Signore, l'amore che mi avete portato, acciocché io v'ami e non v'offenda più. Deh, quale inferno a parte sarebbe per me, se dopo aver conosciuto l'amor vostro e dopo che voi tante volte m'avete perdonato, io misero di nuovo vi offendessi, e mi dannassi! Ah che questo amore e questa misericordia sarebbe nell'inferno un inferno per me più tormentoso. No, amor mio, non lo permettete. Io v'amo, o sommo bene, v'amo con tutto il cuore e voglio sempre amarvi.

 http://cfile208.uf.daum.net/image/1957244D50C82E263CADF3

III. Per pagare dunque le nostre colpe, e specialmente d'impurità, volle Gesù patire questo gran tormento sulle sue carni innocenti: Ipse autem vulneratus est propter iniquitates nostras (Is. LIII, 5). Dunque, o Signore, noi abbiamo offeso Dio, e voi avete voluto pagare la pena? Sia sempre benedetta la vostra infinita carità. Che ne sarebbe di me, Gesù mio, se voi non aveste soddisfatto per me? oh non v'avessi mai offeso! Ma s'io peccando ho disprezzato il vostro amore, ora altro non desidero che amarvi ed esser amato da voi. Voi avete detto che amate chi v'ama: io v'amo sopra ogni cosa, v'amo con tutta l'anima mia: fatemi voi degno dell'amor vostro. Io spero che già mi abbiate perdonato, e al presente voi mi amiate per vostra bontà. - Ah caro mio Redentore, legatemi sempre più al vostro amore; 4 non permettete ch'io mi divida più da voi. Eccomi tutto vostro; castigatemi come volete, ma non mi private del vostro amore. Fate ch'io v'ami e poi disponete di me come vi piace.
Maria, speranza mia, pregate Gesù per me.

http://nullapossiamocontrolaverita.blogspot.it/2014/04/e-il-profeta-isaia-ben-ci-predisse-lo.html?spref=fb

martedì 8 aprile 2014

il peccato veniale

Esame di coscienza



Siamo entrati nel tempo liturgico della Passione che è anche il tempo più propizio per adempiere all'obbligo della Confessione pasquale. Per prepararsi degnamente a ricevere questo sacramento vi invitiamo a leggere il seguente testo di Sant'Antonio Maria Claret.

L' anima dovrebbe evitare tutti i peccati veniali, specialmente quelli che aprono la via al peccato mortale. Non è sufficiente, anima mia, prendere la ferma risoluzione di patire la morte piuttosto che commettere un peccato mortale; è necessario infatti formare una risoluzione simile riguardo al peccato veniale. Colui che non trova in sé stesso questa volontà non può trovar sicurezza.
 Non troveremo mai infatti una certa sicurezza dell’eterna salvezza senza un’incessante vigilanza per evitare anche il più piccolo peccato veniale, ed una grande serietà in tutti i punti riguardanti tutte le pratiche della vita spirituale: serietà nella preghiera e nei rapporti con Dio; serietà nella mortificazione e nella rinuncia; serietà nell’umiltà e nell’accettazione del disprezzo; serietà nell’obbedienza e nella rinuncia alla volontà propria; serietà nell’amore di Dio e del prossimo.
Colui che vuole raggiungere questa serietà e conservarla, deve necessariamente prendere la risoluzione di evitare sempre in particolar modo i peccati veniali seguenti:
1 – Il peccato di ammettere nel proprio cuore ogni sospetto non fondato, ogni giudizio ingiusto nei confronti del prossimo.
2 – Il peccato di discorrere dei difetti altrui e di mancare alla carità in ogni altra maniera, finanche leggermente.
3 – Il peccato di omettere per pigrizia le nostre pratiche spirituali, ovvero di compierle con volontaria negligenza.
4 – Il peccato d’avere un’affezione disordinata per qualcuno.
5 – Il peccato d’avere una stima vana di sé stessi, ovvero un vano compiacimento per ciò che ci riguarda.
6 – Il peccato di ricevere con noncuranza, senza una seria preparazione, con distrazioni ed altre irriverenze il SS. Sacramento.
7 – L’impazienza, il risentimento ed ogni altra mancanza nell’accettare le avversità che ci vengono dalla mano di Dio; poiché questo ostacola la via dei decreti e delle disposizioni della Divina Provvidenza nei nostri confronti.
8 – Il peccato d’offuscare anche lontanamente l’immacolato splendore della santa purezza.
9 – La colpa di nascondere volontariamente a coloro che dovrebbero conoscerle le cattive inclinazioni, le debolezze e le mortificazioni nel tentativo di seguire la via della virtù, non sotto la direzione dell’obbedienza, ma lasciandosi guidare dai propri capricci.
Nota bene: ciò s’intende di circostanze in cui potremmo avere una direzione che merita d’essere ricercata, ma preferiamo seguire i nostri deboli lumi.
Preghiera per una buona confessione
Mio Dio, a causa dei miei detestabili peccati ho crocifisso di nuovo il vostro Divin Figlio, L’ho deriso e disprezzato. Ho meritato perciò la Vostra collera e mi son reso degno delle fiamme dell’Inferno. Quanto Vi sono stato ingrato, Padre Celeste, che m’avete tratto dal nulla, m’avete riscattato grazie al preziosissimo sangue di Vostro Figlio e m’avete santificato coi Vostri Santi Sacramenti e lo Spirito Santo! Ma nella Vostra Misericordia m’avete riservato questa confessione. Ricevetemi allora come Vostro figlio prodigo e concedetemi la grazia di confessarmi bene, affinché possa ricominciare ad amarVi con tutto il mio cuore e con tutta la mia anima e per conseguenza osservare i vostri comandamenti e soffrire pazientemente ogni temporale espiazione che resta da compiere.
Spero d’ottenere dalla bontà e potenza Vostra l’eterna vita in Paradiso. Per Gesù Cristo Nostro Signore. E così sia.
Nota finale
Non dimenticate di confessare i vostri peccati con soprannaturale dispiacere e al tempo stesso con la ferma risoluzione di non ricadere più nel peccato e d’evitarne le occasioni prossime. Domandate al confessore d’aiutarvi in ogni difficoltà che potrebbe ostacolare una buona confessione e assolvete quanto prima la penitenza imposta.

venerdì 6 aprile 2012

Le due Croci. Popule meus, quid feci tibi?

Le due croci




Soffrire non basta. Ci sono dei dolori sterili, ci sono dolori che diminuiscono. Il fuoco purifica, può anche disseccare e indurire
(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 67).

Vi sono due tipi di sofferenza: la sofferenza che non va perduta e la sofferenza che va perduta.
(Charles Péguy, Un uomo libero, La Locusta, Vicenza 1964, p. 89)

Cristo ci addita il suo cammino che finisce a una croce; l’Anticristo ci spinge sul cammino opposto che finisce, anch’esso, a una croce. Sono due croci, l’una di fronte a!l’altra, nemiche. Oppure: all’Imitazione di Cristo corrisponde l’Imitazione dell’Anticristo. Sono due itinerari che hanno per comune mèta la croce, e dunque il dolore, e dunque il dolore e la morte. (Il male come il bene è incoronato di spine). Ma delle due croci l’una è splendente, l’altra tenebrosa. Tanto sull’una che sull’altra si soffre e si muore; tuttavia la morte sulla croce di Cristo, è, sappiamo, introduzione alla Vita Eterna; la morte sulla croce dell’Anticristo è assoluta morte: un corpo freddo, una fossa, il cadavere che si disfà, bachi e buio.
(Domenico Giuliotti, Nuovi pensieri d’un malpensante, Logos, Roma 1985, p. 30)



Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi.
Quia eduxi te de terra Aegypti: parasti Crucem Salvatori tuo.

Hagios o Theos. Sanctus Deus.
Hagios Ischyros. Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas. Sanctus Immortalis, miserere nobis.

Quia eduxi te per desertum quadraginta annis, et manna cibavi te, et introduxi in terram satis optimam: parasti Crucem Salvatori tuo.

Hagios o Theos. Sanctus Deus.
Hagios Ischyros. Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas. Sanctus Immortalis, miserere nobis.

Quid ultra debui facere tibi, et non feci? Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam: et tu facta es mihi nimis amara: aceto namque sitim meam potasti: et lancea perforasti latus Salvatori tuo.

Hagios o Theos. Sanctus Deus.
Hagios Ischyros. Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas. Sanctus Immortalis, miserere nobis.

mercoledì 4 aprile 2012

Giuda Iscariota

Giuda, il traditore 


Giuda, il traditore Giuda appare quasi il protagonista della liturgia nei primi tre giorni della Settimana Santa: il vangelo sempre parla di lui. E Giuda è presente anche nella stanza della Cena. La presenza di Giuda in mezzo ai Dodici, intorno alla mensa di Gesù, è indubbiamente il fatto più inquietante tra quelli, pure tutti inquietanti, che si addensano alla vigilia della passione del Signore. È la presenza del nemico fra gli amici, di colui che colpisce nel momento e nel luogo in cui soprattutto necessaria è la fiducia, perché nessuno può ormai più difendersi nei confronti di nessuno. Gesù non ignora questa presenza, non la tace; ma insieme non scopre Giuda, non l'accusa, non discute con lui, non cerca di difendersene. Non tace a proposito di questa presenza, per essere fino all'ultimo presente anche a lui. I Dodici invece cercano di scoprire chi di loro mente: e in questo tentativo soccombono e ricadono sotto l'antica legge del sospetto reciproco generalizzato, dell'accusa, della divisione. È sempre da qui che ha inizio la crisi di un rapporto di fraternità e di comunione: dal timore di essere traditi, dal timore che un altro ne approfitti, dall'impossibile pretesa di mettere alla prova e verificare l'attendibilità dell'altro. Non c'è altro modo per vincere il traditore che quello di consegnarsi nelle sue mani, e rimettere nelle mani di Dio la propria causa. Pensiamo quanti disaccordi, quante offese, quante prepotenze nascono nella nostra vita dal sospetto. Per sedere intorno alla mensa di Gesù occorre fidarsi l'uno dell'altro, senza nascondevi il prezzo che può costare questa fiducia.

G. ANGELINI, Li amò sino alla fine, Milano 1981, 40s.

venerdì 24 febbraio 2012

INNO AL SS. SALVATORE



INNO AL SS. SALVATORE

(Musica e parole di p. Emanuele Tritta)

1) Coronato di spine pungenti
sta Gesù a la Colonna legato,
fatto abbrobrio per tutte le genti
condannato pel nostro peccato.

O Santissimo Salvatore!
o Santissimo Salvatore!
Noi ti preghiamo, deh abbi pietà,
salva e proteggi la nostra città.

2) Una vittima, santa, innocente,
flagellato da un popol feroce,
che pietà e amore non sente,
al Calvario va metterlo in Croce.

3) Ma quell’occhio soave mi guarda,
la dolcissima bocca mi chiama,
e già l'anima piu non s'attarda
già pentita si rende, già l’ama.

4) O dolcissimo, o bello, o innocente
che per me peccatore hai sofferto,
son conf uso, pentito dolente
ma che m'ami e perdoni son certo.

5) Se per me peccatore sei giunto
a una prova d'amore che strazia
già confida il mio cuore compunto
che sei pronto a donarmi ogni grazia.

6) O Gesù Salvatore del mondo
Sei Via, Verità, sei la Vita,
sei l’anelito nostro profondo
tu ci porti una gioia infinita.

7) Benedici, o Signore il tuo Clero
gli ammalati, i fanciulli, gli anziani
e mantieni sul retto sentiero
chi è segnato a formare il domani.