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venerdì 21 aprile 2017

Il mix letale per Benedetto XVI

Il mix letale per l'Europa secondo Benedetto XVI

Ratzinger a un convegno in suo onore: "Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva"



Il titolo del simposio organizzato dalla Conferenza episcopale polacca per i novant’anni del Papa Benedetto aveva per titolo “Il concetto di stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, e quest’ultimo, dal buen retiro dei Giardini vaticani, ha spedito un messaggio che riassume in una manciata di righe il suo pensiero in proposito. Non solo, perché quella di Benedetto è una fotografia lucida sullo stato presente dell’Europa. “Il tema scelto – ha scritto Ratzinger – porta autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello stato e il sorgere di uno stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conducono il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente  che noi sviluppiamo una concezione convincente dello stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle”.

Il Pontefice ha voluto sottolineare che il futuro dell’Europa passa solo dalla comprensione che un mix esplosivo la sta portando alla distruzione: l’ateismo (secolarismo spinto alle estreme conseguenze, dove del quaerere Deum che segnò la fortuna dell’occidente non v’è più traccia) e l’emergere sempre più prepotente del radicalismo religioso insito nei movimenti islamistici. Cioè della deriva politica di una precisa religione. Parole non troppo frequenti, oggi, nell’occidente alla ricerca dell’identità perduta.

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/04/20/news/benedetto-xvi-pericoli-occidente-131094/#.WPpqZiAWgP8.facebook

mercoledì 1 aprile 2015

giovedi santo: comunione

LA COMUNIONE SULLA MANO PARLA DELLA CRISI DELLA LITURGIA E DELLA CHIESA




La santa Eucaristia è il mistero per eccellenza della fede. Mediante l'azione della Santa Messa, Cristo, assiso in gloria alla destra del Padre, discende sugli altari delle chiese e delle cappelle di tutto il mondo per rendere nuovamente presente il suo sacrificio sul Calvario, sacrifico unico con il quale l'uomo è salvato dal peccato e perviene alla vita in Cristo grazie all'effusione dello Spirito Santo. È mediante la santa Eucaristia che la vita quotidiana di un cattolico riceve simultaneamente ispirazione e forza.
Mi ricordo bene, nella mia infanzia, la diligenza di cui davano prova i miei genitori, così come i sacerdoti e le suore della scuola cattolica, per preparare i bambini a ricevere per la prima volta la santa Comunione. Mi sovvengono anche i frequenti richiami alla riverenza e all'amore che dovevamo dimostrare ricevendo la santa Comunione e facendo il ringraziamento subito dopo la ricezione del sacramento.

All'epoca della mia prima comunione, il 13 maggio 1956, la santa Ostia si riceveva alla balaustra, sulla lingua e in ginocchio, con le mani ricoperte da una tovaglia. Questo modo di ricevere la santa Comunione mi ha sempre colpito come la più alta espressione dell'infanzia spirituale insegnata da Nostro Signore (Mt 18,1-4), e di cui santa Teresa di Lisieux è una delle figure più notevoli. Proprio in quel periodo della mia vita, mio padre era gravemente malato ed era costretto a letto in casa. Morì nel mese di luglio 1956. Ricordo la grande preparazione e l'attenzione che egli manifestava ogni volta che il sacerdote veniva a portargli la santa Comunione. Si preparava una piccola tavola di fianco al suo letto, con un crocifisso, dei ceri e una tovaglia speciale. Si accoglieva il sacerdote in silenzio alla porta con un cero acceso e, anche se mio padre non poteva alzarsi, tutti restavano in ginocchio durante la cerimonia.

Anni più tardi, nel maggio 1969, è stata autorizzata la pratica di ricevere la Comunione in mano, a discrezione delle Conferenze episcopali, in parallelo con la pratica plurisecolare di ricevere la Comunione direttamente sulla lingua. Uno degli argomenti avanzati per introdurre la seconda opzione era l'esistenza di un uso antico di ricevere la santa Comunione in mano. Nello stesso tempo, l'istruzione della Congregazione per il Culto Divino, che permetteva la pratica della ricezione della santa Comunione in mano, sottolineava il fatto che la tradizione plurisecolare di ricevere la Comunione sulla lingua doveva essere preservata a motivo del rispetto dei fedeli verso la santa Eucaristia che questa pratica esprime. In questo senso, è interessante notare che il Papa Paolo VI (durante il cui pontificato è stato dato il permesso di ricevere la santa Comunione in mano), nella sua lettera enciclica Mysterium Fidei sulla dottrina e il culto del Santissimo Sacramento, promulgata quattro anni prima della concessione del permesso, si riferisce a un costume antico dei monaci che vivevano in solitudine, nonché dei cristiani perseguitati, secondo il quale essi prendevano la santa Comunione con le loro proprie mani. Tuttavia, il Papa aggiunge subito che questo riferimento ad un uso di altri tempi non rimette in questione la disciplina che si è diffusa in seguito circa il modo di ricevere la santa Comunione.

La pratica tradizionale si comprende meglio alla luce dell'ermeneutica della riforma nella continuità, contrapposta all'ermeneutica della discontinuità e della rottura, di cui ha parlato il Papa Benedetto XVI nel suo discorso di Natale 2005 alla Curia romana. Nell'ermeneutica della continuità, l'unica Chiesa «cresce nel tempo e […] si sviluppa, rimanendo però sempre la stessa». Così, la pratica tradizionale di ricevere la santa Comunione manifesta una crescita ed uno sviluppo tanto della Fede eucaristica, quanto delle espressioni di riverenza verso il Santissimo Sacramento. Si potrebbe dire a proposito del modo tradizionale di comunicarsi ciò che il Papa Benedetto XVI diceva a proposito dell'Adorazione eucaristica nell'Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis: «l'Adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa».


Sfortunatamente, l'iniziativa di ristabilire l'uso antico sopraggiunse proprio in un momento in cui numerosi abusi liturgici avevano gravemente sminuito la riverenza e la devozione dovute al Santissimo Sacramento. Inoltre, il periodo conosceva una secolarizzazione e un relativismo crescenti, i cui effetti furono devastanti nella Chiesa. Per di più, la "restaurazione" di questa pratica fu incompleta, perché si limitò alla ricezione della Comunione in mano, senza però includere gli altri ricchissimi dettagli dell'uso antico. In esito a tutto ciò, la ricezione della santa Comunione è diventata l'occasione di negligenze - anzi, addirittura di vere e proprie irriverenze - e, in qualche caso particolarmente deplorevole, il Santissimo Sacramento ricevuto in mano non viene consumato, ma, al contrario, assoggettato a varie forme d'abuso, fino al caso estremo in cui qualcuno porta via il Corpo di Cristo per profanarlo più tardi nel corso di una "messa nera". Nella mia personale esperienza pastorale, i casi in cui la santa Ostia era stata lasciata in un libro di canti o in qualche altro posto, o anche portata a casa per la devozione privata - mi spiace doverlo segnalare - non sono stati rari. È ugualmente triste aver visto abbastanza spesso alcuni comunicanti strapparmi letteralmente l'Ostia dalle mani piuttosto che ricevere il Corpo di Cristo in modo conveniente.


Dalla prefazione a Corpus Christi, la communion dans la main au cœur de la crise de l’Église (Contretemps 2014) di mons. Athanasius Schneider, recente edizione francese di Corpus Christi. La santa comunione e il rinnovamento della Chiesa,


http://www.iltimone.org/32779,News.html

sabato 31 gennaio 2015

PER I SEGUACI DI KASPER

LA COMUNIONE SPIRITUALE NON È UN COLPO DI SPUGNA NÉ UN ALIBI. MEMORANDUM PER I SEGUACI DELLA «LINEA KASPER»




Fra i tre paragrafi della relazione finale del Sinodo straordinario sulla famiglia, svoltosi in ottobre, che non hanno ottenuto l'approvazione dei due terzi dei padri c'è quello che riguarda la comunione spirituale per i divorziati risposati, il n. 53, che dice: «Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio».
Dopo aver attribuito alla congregazione per la dottrina della fede e a Papa Benedetto XVI la tesi secondo cui i divorziati risposati non possono fare la comunione sacramentale ma quella spirituale sì, il cardinal Walter Kasper aveva allora obiettato: «Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?». In realtà Papa Joseph Ratzinger, durante l’incontro internazionale delle famiglie a Milano nel 2012 citato dal cardinal Kasper, non aveva affatto parlato della comunione spirituale come di un equivalente della comunione sacramentale. Aveva semplicemente detto che i divorziati risposati «non sono “fuori”, anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia. Devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. […] Anche senza la ricezione “corporale” del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo». Anche nella sezione conclusiva di un suo vecchio articolo da lui completamente riscritta nel 2014 prima del sinodo, Ratzinger si è espresso in modo analogo riguardo alle «persone che vivono in un secondo matrimonio e quindi non sono ammesse alla mensa del Signore», sostenendo che «una comunione spirituale intensa con il Signore, con tutto il suo corpo, con la Chiesa, potrebbe essere per loro un'esperienza spirituale che le rafforza e le aiuta».
L'arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha ripreso l'argomento alla vigilia del sinodo dello scorso ottobre, in un articolo sulla rivista di teologia Communio. Scola ha insomma incluso appunto «la comunione spirituale, cioè la pratica di comunicare con il Cristo eucaristico nella preghiera, di offrire a lui il proprio desiderio del suo corpo e sangue, assieme al dolore per gli impedimenti alla realizzazione di questo desiderio», tra i «gesti che la spiritualità tradizionale ha raccomandato come un sostegno per coloro che si trovano in situazioni che non permettono di accostarsi ai sacramenti».

È dunque, propriamente, la comunione spirituale “di desiderio” quella che è ritenuta adatta a queste persone non solo da Ratzinger e da Scola ma dalla pratica tradizionale della Chiesa cattolica.

La riprova è nel contributo dato alla discussione sinodale da un tipico esponente di questa linea pastorale come padre Carlo Buzzi, del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, in una lettera dalla sua missione in Bangladesh pubblicata lo scorso maggio.

Come c'è il battesimo di desiderio per chi è impedito dal riceverlo sacramentalmente – ha scritto padre Buzzi – così ci può essere anche la comunione di desiderio, che «sembra proprio adatta per chi non è in stato di grazia e vorrebbe uscire da questo stato, ma per vari motivi non può».

Ha dunque avuto ragione, il Sinodo straordinario, a sollecitare «un approfondimento della tematica» da qui alla prossima sessione in agenda nell'ottobre del 2015, ovvero il Sinodo ordinario sulla famiglia, anche se manca qualsiasi riferimento ad essa nelle 47 domande del questionario distribuito alle conferenze episcopali.

La comunione spirituale, infatti, può essere intesa in modi diversi e quindi prestarsi ad equivoci anche gravi.

Per questo il teologo domenicano Paul Jerome Keller, docente nell’Athenaeum of Ohio di Cincinnati, haora pubblicato un testo brillante, scritto proprio per fare chiarezza su questo punto. Il contributo compare sull’ultimo numero dell’edizione inglese di Nova et Vetera, la rivista di teologia già distintasi la scorsa estate per un numero speciale dedicato ai temi del Sinodo, con otto saggi di altrettanti dotti domenicani degli Stati Uniti, tutti su posizioni alternative a quelle del cardinale Kasper.

Non inedia, ma fame
di Paul Jerome Keller O.P.

In risposta alle domande del cardinale Kasper sull'accesso alla santa comunione per i divorziati risposati, abbiamo dunque mostrato che esso non è possibile. […]

Dall'insegnamento di San Paolo fino ai nostri giorni, la tradizione della Chiesa ha insegnato costantemente la necessità per chi riceve la santa comunione di essere in stato di grazia. […] Anche se ci può essere qualche confusione circa il significato della comunione spirituale nel recente insegnamento magisteriale, rimane fermo che una vera comunione spirituale è possibile solo per chi è anche in condizione di ricevere la comunione sacramentale. […]
La Chiesa non chiede, come il cardinale Kasper sembra suggerire, che i divorziati risposati trovino la salvezza extra-sacramentalmente. Ad essi è offerta la stessa possibilità per la conversione e per la piena comunione – ecclesiale e sacramentale – che è offerta a chiunque. […] Il cardinale chiede se questa non-ricezione dell'eucaristia sia un prezzo troppo alto da pagare? La risposta a questa domanda dipende dalla volontà dell'individuo di essere conforme a Cristo. Tuttavia, dobbiamo essere chiari. Non è la Chiesa che frappone l'ostacolo alla piena comunione, ma è l'individuo che perpetua la scelta di violare il legame sacramentale del matrimonio. […]

Il cardinale Kasper pone inoltre questo diversivo: la regola della non ricezione dell'eucaristia non è forse una strumentalizzazione della persona che sta soffrendo e chiedendo aiuto, quando ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? Questa domanda sottintende che la Chiesa non abbia il compito di proteggere i fedeli dalla condanna che possono attirare su di loro, come avverte San Paolo. Se infatti la Chiesa rimanesse passiva e permettesse la santa comunione a chi non fosse correttamente disposto, sarebbe essa stessa soggetta a condanna, per un diverso tipo di oppressione: l'incapacità di trattenere i suoi figli da atti illeciti e dal peccato, così come l'incapacità di custodire fedelmente e di dispensare i sacramenti. Questa plurisecolare vigilanza della Chiesa non è strumentalizzazione o manipolazione; è carità pura e semplice. È la preoccupazione della madre che i figli non ingeriscano la medicina sbagliata, affinché non diventi un veleno. […]

Non c'è nessuna strumentalizzazione della persona sofferente, sia essa il divorziato risposato o il catecumeno (che anche lui deve essere reso giusto sacramentalmente prima di ricevere la santa comunione). C'è solo la mano tesa e trafitta del Crocifisso e Risorto, il quale, tramite la Chiesa, offre la salvezza a ogni persona che sceglie di rivolgersi a Cristo, abbracciando lui solo anche nelle decisioni più difficili della vita. Egli offre continuamente il suo corpo e il suo sangue affinché tutti coloro che scelgono di indossare l'abito nuziale bianco (cfr Mt 22, 11-14; Ap 19, 8) possano accedere al suo banchetto eterno.

Esposta davanti ad ogni persona c'è la festa dell’eucaristia, offerta in modo che tutti noi possiamo sperimentare sempre di più la fame per il pane della vita, sia sacramentalmente che spiritualmente. Per ogni cristiano, il pentimento è la trasformazione dell’inedia in fame, una fame che Cristo promette di soddisfare al di là di ogni nostra immaginazione. 
http://www.iltimone.org/32574,News.html

domenica 7 settembre 2014

sinodo: ama e fà ciò che vuoi!

LA CHIESA DEL SINODO: 

SPOSA IMMACOLATA DI CRISTO 

O P. DEL MONDO?

Per i divorziati risposati, anche se si volesse dare l'assoluzione, sarebbe una assoluzione  sacrilega e  invalida poiché non avrebbe come fondamento il pentimento e la volontà di non peccare piú. 



di Gianluca Di Pietro

É stato resa pubblico il documento preparatorio "Instrumentum Laboris" dell'ormai prossimo Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, il Sinodo - non neghiamolo! - della Comunione ai Divorziati Risposati.

Ebbene si, voglio cadere deliberatamente nella casistica e, a quanto pare, non sono l'unico: i media e gli stessi prelati sono in balìa di essa.
Solo il Papa sembra non volerci cadere. É davvero così ingenuo?

Il Sinodo sará la prova del nove del Pontificato di Francesco, (.............).

Nemmeno il dogma dell'Infallibilitá Papale potrebbe giustificare ció che non é lecito: «Lo Spirito Santo non é stato promesso perché manifestassero, per sua rivelazione, una nuova dottrina [...]» (Pastor Aeternus). Il mio non é, di certo, l'invito al sedevacantismo, ma é un'analisi attenta delle conseguenze di possibili decisioni moderniste dell'assise episcopale.

E le premesse sembrano far presagire il peggio: nella giornata di ieri, a s. Marta, Papa Francesco ha tenuto una omelia che troppi hanno interpretato come un anticipo delle decisioni del Sinodo. «Il Vangelo é novità, non temiamo i cambiamenti della Chiesa»: in questo modo titola il sito web VaticanInsider.

Sotto il cupolone, pochi metri sopra la Tomba del beato Pietro si terrá la piú strenua lotta tra inferi e cielo, tra prelati ultra-modernisti e quelli che ancora tengono a cuore un briciolo di ortodossia.

La Comunione ai Divorziati non é un fatto puramente disciplinare, né solamente profanazione per la Santa Eucarestia, «senza la quale la Chiesa semplicemente non esiste» (Papa Benedetto XVI), ma anche la demolizione catastrofica del Sacramento della Riconciliazione e, per estensione, del significato stesso del Sacramento. 

I sentimenti di tutti sono: "di fronte all'adultera, Cristo non disse: «Io non ti condanno[...]»? La Chiesa invece che fa? Non é forse questo proibire l'Eucarestia chiudere gli occhi? Non é questo condannare?"

Un ripassino al Catechismo non può che farci bene: la Santa Eucarestia non può essere ricevuta in stato di peccato mortale se non vogliamo bere e mangiare la nostra condanna (Cfr. San Paolo).

Per essere riammessi al "banchetto degli Angeli", é necessario ricorrere al Sacramento della Riconciliazione: affinché la Confessione risulti valida, il sacerdote deve "esigere" dal penitente la contrizione sincera e il proponimento fermo di non commettere piú il peccato. Senza l'uno o l'altro, in parole semplici, Dio non ci perdona. 

Ed ecco che subentra l'episodio tanto citato del Vangelo di San Giovanni. Gli Scribi portano al cospetto di Gesú una donna, colta in flagranza di adulterio. Non era una prostituta: semplicemente una donna che aveva giaciuto con un altro uomo forse per gli stessi motivi per cui oggi così tanti e troppi uomini e donne infrangono la loro prima e indissolubile promessa di matrimonio per unirsi illecitamente con altri.  Mentre tutti avrebbero voluto lapidarla, Gesú, il Cristo, non sentenzia nulla: «Neanche io ti condanno». Ma la frase continua: «Va' e d'ora in poi non peccare piú»: la misericordia di Dio non é automatismo, ma un impegno personale del penitente. Non c'é nessun perdono senza il coinvolgimento in prima persona del fedele.
Non sappiamo cosa abbia fatto dopo quella donna, ma non interessa. Il tanto é stato detto, Gesú ha tenuto la Sua Lezione alle coscienze. 
Per i divorziati risposati, anche se si volesse dare l'assoluzione, sarebbe una assoluzione  sacrilega e  invalida poiché non avrebbe come fondamento il proponimento di non peccare piú. 

Qualcuno potrebbe obiettare: allora, secondo le tue parole, non é da concedersi neppure a coloro che più volte si presentano dal confessore con lo stesso peccato? 
É opportuna una distinzione: il fedele che cade nelle reti dello stesso peccato pecca per fragilitá, come il soldato che si trova di fronte ad un nemico piú forte di lui e ne é vinto; al contrario, il divorziato, a meno che uscito da quel confessionale non abbandoni il concubino, continua a proporre dentro di sé di perseverare nello stesso peccato per cui si chiede l'assoluzione, come il soldato che, nonostante il rimprovero del comandante, decide di adottare la stessa tattica fallimentare per la prossima battaglia. 

Alla luce di questo, concedere l'Eucarestia ai divorziati risposati avrà come effetto, oltre la profanazione della Eucarestia, anche la dissoluzione del significato autentico del Sacramento, che diventa mera ed inutile sovrastruttura, qualcosa di meccanico e non piú l'acquedotto della grazia di Dio che é in grado di "santificarci".

Dal Sinodo c'è il rischio che ne emerga un Chiesa che non sia più Sposa Immacolata di Cristo, non piú Santificatrice, piuttosto Prostituta del mondo.... ma in fin dei conti "é solo casistica"! 

Il Signore sia con la Santa Chiesa e con il Suo Vicario in Terra!

http://radiospada.org/2014/09/la-chiesa-del-sinodo-sposa-immacolata-di-cristo-o-prostituta-del-mondo/

mercoledì 10 aprile 2013

liturgia povera?

Liturgia povera?

La sua ricchezza è simbolo dell' alterità divina!

 
L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.

In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.

Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. E’ evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.

B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22).
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).

di Mattia Rossi

domenica 16 dicembre 2012

PAPA


I GRANDI COMUNICATORI VATICANI CHE NON DIFENDONO IL PAPA

Per comunicare il pensiero del Papa non basta farlo twittare!
di Francesco Colafemmina

Se la stessa attenzione, lo stesso presenzialismo narcisistico, se lo stesso profluvio di vacuo opinionismo versato sull'altare di Twitter, fosse stato impiegato per difendere il Santo Padre dalle infamanti accuse di cui è stato fatto oggetto oggi, probabilmente i vari comunicatori vaticani si sarebbero riabilitati dalle figuracce maturate fino ai nostri giorni. 

E invece nonostante Greg Burke, nonostante l'account su Twitter, nonostante i vari guru mediatici vaticani la sparino ogni giorno più grossa, si continuano a maturare figuracce, si continua a tollerare, sazi del proprio intatto narcisismo, che il Papa possa essere offeso, calunniato. Che le sue parole possano essere copiate e incollate, ritagliate in fantasiosi collages, utili alla diffamazione della Santa Chiesa di Cristo.

Prendiamo l'esempio di oggi. Viene fatta una conferenza stampa per spiegare il Messaggio del Papa in occasione della Giornata mondiale per la Pace. Evidentemente la conferenza stampa è inutile. I comunicatori sono degli inetti. Perché non solo sui giornali appaiono titoli che stravolgono la verità e le parole del Papa, ma nessuno si sente in dovere di precisare alcunché, di chiarire il vero senso di quelle parole.

C'è di più. A partire dal nuovo giornale di Luca Telese "Pubblico", viene divulgata una strana pseudo-notizia: il Papa avrebbe benedetto la promotrice ugandese di una legge che prevederebbe la pena di morte per gli omosessuali. Chiaramente i titoli sono volti ad associare il Papa all'accettazione della pena di morte per gli omosessuali. Come se la Chiesa appoggiasse al fondo questo genere di iniziative disumane.
Dal profilo Facebook di Nichi Vendola
Da "Il Fatto Quotidiano"
Nessuno però sa che tale proposta di legge - non ancora approvata - non solo non è stata promossa dalla Speaker del Parlamento Ugandese, Rebecca Kadaga, non solo non prevede più la pena di morte (originariamente prevista per pedofili e stupratori affetti da AIDS), ma è stata avversata dalla Chiesa Cattolica - ai massimi livelli - sin dal 2009.

Allora, all'apparire di questa proposta di legge, il legal attaché della Santa Sede presso le Nazioni Unite, Padre Philip J. Bene, condannò apertamente tale proposta di legge affermando nel corso di una pubblica riunione: "The Holy See continues to oppose all grave violations of human rights against homosexual persons, such as the use of the death penalty, torture and other cruel, inhuman and degrading punishment. The Holy See also opposes all forms of violence and unjust discrimination against homosexual persons, including discriminatory penal legislation which undermines the inherent dignity of the human person."

Parole inequivocabili! Ma non basta. Anche il vescovo cattolico di Kampala, Mons. Cyprian Lwanga, condannò in quell'occasione la legge ritenuta "non necessaria" e "contraria ai nostri valori fondamentali".

Torniamo però per un attimo alle parole del Papa. Cosa afferma nel suo Messaggio? Ebbene, dice il Papa:

"Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale."

"Anche" congiunge questo periodo ai precedenti che parlano di aborto ed eutanasia. I quotidiani italiani - tutti, perché come pecore belanti copiano tutti gli stessi lanci di agenzia - hanno operato una illegittima unione di questo periodo con alcuni estratti del successivo:

"Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace."

Si è creato quindi una pensiero che non è del Papa, giustapponendo due pezzi del discorso. Ad esempio come fanno il Corriere o Repubblica:

Dal sito del Corriere della Sera
Titolone di Repubblica
Ciò che per il Papa è invece una offesa contro la verità e una ferita alla giustizia e alla pace è il fatto che non si comprendano i principi fondamentali (diritto alla vita dal concepimento alla morte, struttura naturale del matrimonio quale unione di uomo e donna) o - peggio - si finisca per negarli (legislazioni abortiste ed eutanasiche).

Sugli omosessuali giova invece ricordare le parole del Papa espresse in "Luce del mondo", il suo famoso libro-intervista:

"Gli omosessuali sono persone con i loro problemi e le loro gioie, e alle quali, in quanto persone, è dovuto rispetto, persone che non devono essere discriminate perché presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo."

Ora i grandi geni della comunicazione vaticana si mettano all'opera perché il vero pensiero del Papa venga difeso, diffuso e compreso. Grazie. 

Il Papa benedice la legge sulla pena di morte per gli omosessuali? Una vergognosa bufala, ecco come smontarla

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Dopo lo sbarco su Twitter, il Papa rischiava di diventare troppo popolare. Urgeva restituirgli l’immagine stereotipata dell’uomo nero, così familiare ai laicisti di combattimento di casa nostra. I nostri organi d’informazione non si sono fatti pregare e hanno sferrato contro Benedetto XVI un tremendo uno-due, roba da mettere al tappeto anche Mike Tyson.
Ha cominciato il “Fatto Quotidiano”, titolando telegraficamente: “Il Papa benedice promotrice legge che prevede pena di morte per gay in Uganda”. Così, secco.
Poi uno approfondisce e scopre che la tipa, tale Rebecca Kadaga, è la presidentessa del Parlamento ugandese. Che ieri è stata ricevuta in Vaticano insieme a un’intera delegazione di parlamentari del Paese africano, in visita a Roma per partecipare, senza che nessuno se ne scandalizzi, nientemeno che alla settima Assemblea Consultiva dei parlamentari per la Corte penale internazionale ed alla Conferenza parlamentare mondiale sui diritti umani (tanto per avere un’idea, proprio la Kadaga sarà relatrice sul tema “Rafforzamento dello Stato di Diritto e del Sistema Giudiziario attraverso l’effettiva applicazione del Principio di Complementarità”, come potete leggere qui, dal documento dell’incontro steso dal Parlamento italiano).
Attenzione quindi: la signora Rebecca Kadaga è in Italia non da umile pelleregina, vogliosa di ottenere la benedizione dal Papa per via della legge liberticida dei diritti delle persone omosessuali, ma è in veste di presidentessa del Parlamento ugandese. Chi ha una minima nozione di diritto sa che che il Parlamento è la massima forma di rappresentanza di una Nazione, dunque di un popolo. Se il Papa avesse rifiutato di accogliere Rebecca Kadaga, da un punto di vista isituzionale il Papa avrebbe rigettato non la persona, non la politica, ma la rappresentante ufficiale del popolo d’Uganda, con inevitabile crisi diplomatica tra Santa Sede ed Uganda.
Ma se si va ancora più a fondo, si scopre che la donna politica ugandese, pur se responsabile di aver rilasciato dichiarazioni in suo sostegno, non è la presentatrice della proposta di legge ribattezzata “Kill the gays bill”. L’autore è, infatti, il politico David Bahati. Ad onor del vero, non può essere taciuto un particolare importante: la legge, pur se molto severa nei riguardi delle persone omosessuali, nella sua ultima versione, e cioè quella attuale, non prevede più in alcun caso la pena di morte, come riporta anche il sito ufficiale dell’organizzazione non governativa “Nessuno tocchi Caino”, affiliata al Partito Radicale Transnazionale, specializzata nella lotta alla pena di morte. E’ possibile leggere qui la notizia.
La legge, infatti, ha incontrato non poche opposizioni, interne al Paese ed internazionali. Tra queste proprio la Chiesa Cattolica. Come riporta a questo indirizzo, il SIR (Servizio di Informazione religiosa, organo informativo dell’Assemblea dei Vescovi italiani), il Consiglio permanente dei vescovi d’Uganda aveva chiamato al “rispetto, alla compassione e alla sensibilità”, affermando che “Le persone omosessuali hanno bisogno di aiuto, comprensione e amore come tutti coloro che si sforzano di diventare membri del Regno di Dio”. Perciò la pena di morte per le persone omosessuali contrasta con il Vangelo: “La recente ‘anti-homosexuality bill’ – affermava il documento dei vescovi – non può essere presa a modello di un approccio cristiano alla questione. L’introduzione della pena di morte e del carcere per atti omosessuali colpisce le persone invece di cercare di aiutarle”.
Chiunque ha un po’ di conoscenza dell’organizzazione della Chiesa Cattolica sa che il Consiglio dei vescovi cattolici di una determinata nazione (in questo caso l’Uganda) non può intraprendere alcuna iniziativa politica senza il parere e l’autorizzazione della Santa Sede. Dunque l’assemblea dei vescovi ugandesi non avrebbe potuto compiere questa dichiarazione di opposizione radicale al progetto di legge, se non fosse stata a ciò autorizzata dal Vaticano.
Ed infatti, padre Philip J. Bene, legale della Santa Sede alle Nazioni Unite, ha affermato a proposito dell’odiosa legge: “La Santa Sede continua ad opporsi a tutte le gravi violazioni dei diritti umani contro le persone omosessuali, come l’uso della pena di morte, la tortura e altre pene crudeli, disumane e degradanti. La Santa Sede si oppone anche a tutte le forme di violenza e di discriminazione ingiusta contro le persone omosessuali”. La notizia è riportata anche dal “San Diego Gay and Lesbian News”, sito di informazione omosessuale americano.
Sullo scandalo del ricevimento ha parlato a Vatican Insider persino il portavoce della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi: “Non c’era nessun tipo di particolare rapporto con la delegazione né c’è stata una benedizione”. Il gruppo di parlamentari ugandesi è passato a salutare il papa “come tutti quelli che partecipano all’udienza” e questo “non è assolutamente un segno di approvazione specifica per le attività svolte o le proposte avanzate da Kadaga”.
Padre Lombardi ricorda inoltre la chiara opposizione della Chiesa cattolica alla pena di morte, in tutto il mondo e in ogni caso.
Di fatto, non occorre essere granché informati per sapere che l’organizzazione al mondo più impegnata per la Moratoria universale della pena di morte è proprio la Chiesa Cattolica. La Santa Sede, specie all’ONU, è riuscita a conseguire in tal senso numerose vittorie. Solo vivendo in gran malafede, o in un universo surreale, si può immaginare un Papa che va benedicendo leggi fautrici di pene capitali contro gli omosessuali.
Resta l’amaro per una società che, lungi dall’essere effettivamente razionale e libera di pensiero così come pure va continuamente vantandosi, è in realtà così superficiale, emotiva e manipolabile che basta una semplice di foto di formalità perché il Papa venga accusato addirittura di benedire condanne capitali.
Una riflessione finale sorge legittima: avendo Benedetto XVI incontrato – tra i tanti – più volte tanto il presidente americano Barack Obama che il premier spagnolo José Zapatero (entrambi fautori di leggi abortiste), perché non pubblicare anche articoli per cui si sostiene che il Papa è un promotore della liberalizzazione dell’aborto?
Il Papa ha incontrato anche Fidel Castro, pur se artefice di una dittatura liberticida e caratterizzata dall’ateismo di Stato. Se basta una foto, un incontro per vedersi comminare una sentenza di condanna senza possibilità d’appello, perchè non scrivere che Benedetto XVI, avendo stretto la mano all’ex dittatore cubano, si è convertito al comunismo?
Il dramma è tutto qui. Nell’ipocrisia di chi crede d’esser libero, pur se solamente prigioniero del proprio pregiudizio.
 
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Il Papa sorride ad Obama: ciò vuol dire chiaramente che, come Obama, anche il Papa si è convinto della necessità di liberalizzare l’aborto.



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Il Papa scherza con José Zapatero: ciò vuol dire che il Papa, oltre alla positività delle pratiche abortive, si è convinto anche di quella del matrimonio omosessuale.


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Il Papa sorride a Fidel Castro: ciò significa che il Papa si è finalmente convinto che l’ateismo di Stato è la risposta ai problemi del mondo.


(Rielaborazione di un articolo tratto dal sito “Campari e de Maistre”)
[Fonte:  Pagina Facebook dedicata a Papa Benedetto XVI, 15.12.12]