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sabato 19 marzo 2016

La retorica umanistica al posto del Vangelo

LA PASTORALE DELLA CHIESA,

QUANDO NON È PIÙ AL SERVIZIO DEL PROGETTO DI DIO,
 

FINISCE PER SERVIRE UN QUALSIASI PROGETTO UMANO

Antonio Livi
 



Negli ultimi tempi, la pastorale della Chiesa cattolica - a tutti i livelli: dal sommo Pontefice agli operatori della pastorale “di strada” -  appare guidata dal convincimento che la Chiesa debba proporsi al “mondo” vincendo le sue diffidenze con l’esplicita accettazione di tutte le sue critiche teoriche e di tutte le sue alternative pratiche. Tale convincimento induce i Pastori a promettere al mondo l’imminente avvento di una Chiesa tutta nuova, priva ormai di quegli elementi negativi che la rendevano incomprensibile e inaccettabile. La Chiesa infatti avrebbe smesso di rifarsi a un modello tradizionale di pensiero (il dogma) e di azione (la pastorale) e sarebbe stata capace di «re-inventarsi», come si suole dire. Il mondo avrebbe finalmente visto nella Chiesa qualcosa di assolutamente “nuovo”, qualcosa di diverso rispetto a tutta la sua tradizione dottrinale e istituzionale; e questo perché avrebbe avuto il coraggio di una profonda autocritica (ritenendo evidentemente legittime e giuste la critiche che da secoli gli rivolge il “mondo”), in base alla quale avrebbe avviato una radicale riforma di se stessa.

Il primo effetto di questa volontà di riforma è l’adozione di un nuovo linguaggio: per dimostrare al mondo che la vecchia Chiesa, da esso giustamente respinta, non c’è più e che al suo posto ce n’è una nuova, in ogni momento dell’azione pastorale occorre dismettere definitivamente il linguaggio dei dogmi e delle leggi canoniche, e cominciare a parlare con il medesimo linguaggio con cui i maîtres à penser dell’Occidente tecnologico e secolarizzato esprimono la loro opzione per un “pensiero debole” e i leaders della politica mondiale esprimono l’accordo globalizzato sulla  political correctness”.

La retorica umanistica al posto della “sacra doctrina”.
Questo linguaggio, volutamente ambiguo, predilige come mezzo espressivo le metafore, e come orizzonte di senso le utopie. Le metafore – che, come dice l’etimologia stessa, portano il pensiero da una realtà all’altra - hanno una qualche utilità comunicativa quando ai ricettori del messaggio risulta chiaro da quale realtà si parte e a quale realtà si vuole giungere. Ma il linguaggio dei pensatori più influenti dell’Occidente (pensiamo a Martin Heidegger), affine a quello dei politici di ogni schieramento, nasconde intenzionalmente sia i presupposti che le finalità del proprio discorso. E anche l’utopia – che, come dice l’etimologia stessa, vagheggia una società immaginaria “che non può esistere in alcuna parte” – è lo strumento retorico di cui si servono oggi tutti i leaders della politica mondiale quando debbono guadagnarsi il consenso delle masse per i loro progetti di riforma, rievocando di volta in volta la “pace perpetua” di Kant, oppure la “società senza classi” di Marx, la “fine della storia” di Francis Fukuyama, il “nuovo ordine mondiale” di Gerald Ford, la “salvezza ecologica del pianeta” secondo l’accordo mondiale sul clima  siglato a Parigi nel dicembre del 2015.
La nostra rivista di apologetica teologica, intendendo contribuire alla coscienza delle finalità proprie della Chiesa cattolica, ritiene di dover avvertire tutti i cosiddetti “operatori della pastorale” che l’ambiguità del metaforico e il miraggio delle utopie sono quanto di più contrario alle esigenze dell’evangelizzazione, dato che la verità del Vangelo esige di essere comunicata con un linguaggio tale che gli “ascoltatori della Parola” comprendano di essere chiamati  alla conversione e alla fede («Convertitevi e credete al Vangelo!») attraverso la rivelazione dei «misteri del Regno di Dio»: un Regno che essi debbono pregare perché venga, e verrà certamente con la Parusia, sapendo allo stesso tempo che è già «in mezzo a loro». Insomma, per chi comprende l’essenza vera del Vangelo (quella teologica), dovrebbe essere evidente che la metafora e l’utopia sono strumenti linguistici inadatti alla catechesi e all’evangelizzazione. E invece ecco che la pastorale di oggi ha scelto di affidarsi a metafore e utopie, che riempiono quotidianamente i discorsi di coloro che riprendono e ripetono le modalità espressive (perfino gli slogan) di Papa Francesco. Lo scopo è di “promuovere” le riforme della Chiesa da lui avviate o progettate o semplicemente annunciate, presentandole all’opinione pubblica come suggerite tutte e sempre dallo “Spirito”. Si insiste a parlare di “Spirito”, termine volutamente ambiguo perché vicino semanticamente al principio primo dell’idealismo hegeliano (ispiratore del pensiero religioso di influenti teologi come Hans Küng e Karl Rahner) e non sempre riconducibile a ciò che la fede cattolica insegna sullo Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità «che procede dal Padre e dal Figlio e ha parlato per mezzo dei Profeti» (Simbolo Niceno-costantinopolitano). Lo Spirito Santo, quello della fede cattolica, ha sempre assistito la Chiesa di Cristo, fornendo agli Apostoli, a partire dal giorno della Pentecoste, il coraggio della testimonianza e lo zelo dell’evangelizzazione, assieme al carisma dell’infallibilità nel custodire e interpretare la divina rivelazione. Dal punto di vista propriamente teologico, insomma, non ha molto senso parlare di “una nuova Pentecoste” in riferimento al pontificato di Bergoglio e attribuire a una diretta illuminazione dello Spirito Santo ogni sua iniziativa riformatrice, specie se viene presentata come “rivoluzionaria”, ossia come intesa a operare un rottura con la Tradizione, arrivando ad accantonare o addirittura ad abolire gli insegnamenti e le decisioni pastorali dei Papi precedenti. Emblematico, a questo proposito, il caso delle encicliche Humanae vitae di Paolo VI e Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, ignorate o contestate durante i lavori del Sinodo dei vescovi sulla famiglia conclusosi nell’ottobre del 2015, quando non pochi padri, individualmente o nei diversi gruppi linguistici, chiedevano di introdurre nella prassi sacramentaria dei cambiamenti che avrebbero comportato, non una riforma, ma una vera e propria rivoluzione nella pastorale della Chiesa. Coloro che all’interno e all’esterno del Sinodo hanno sostenuto la richiesta di abolire la precedente disciplina dei sacramenti (cardinali come Walter Kasper e Reinhard Marx, vescovi come Bruno Forte, teologi veri come Giovanni Cavalcoli e teologi presunti come Enzo Bianchi) argomentavano sulla base di debolissime ragioni socio-culturali, senza curarsi delle forti ragioni dogmatiche che sorreggono la prassi tradizionale. Costoro ebbero comunque subito il consenso dell’opinione pubblica più sprovveduta, sicché, forti di questo appoggio mediatico, non esitarono a presentarsi come interpreti autorevoli e autorizzati del Papa stesso.   

È proprio questa eco favorevole dell’opinione pubblica a favorire oggi l’utilizzo, da parte di molti pastori, di argomenti ideologici che negli ambienti civili si sono meritati l’epiteto di “populismo”. Negli ultimi tempi abbiamo avuto fin troppi esempi di questo nuovo linguaggio pastorale fatto di ambigue metafore e di fuorvianti prospettive utopistiche, dove di teologia non c’è quasi più nulla e di retorica ce n’è fin troppa. E la deriva retorica si estende ormai a tutti i mezzi di comunicazione sociale ufficialmente cattolici. Lo notavo leggendo queste considerazioni sulla rivista culturale dell’Università Cattolica di Milano:

«Sono passati appena due anni, ma sono stati di un’intensità tale che il solco del pontificato di Papa Francesco sembra già ben tracciato. Non mancheranno ulteriori sorprese dello Spirito, quelle sorprese che il Papa accoglie e discerne nei suoi lunghi tempi di preghiera e delle quali s fa portatore per il bene della Chiesa e del suo servizio agli uomini. Considero che siamo all’alba di una rivoluzione evangelica, e non c’è nulla di retorico in questa affermazione [sic]. […] Quale sorpresa dello Spirito passare in così breve tempo da un certo clima di assedio, sofferto dalla Chiesa in una sorta di malinconico declino, all’esplosione di gioia e di speranza che suscita il pontificato di Francesco, vento da lontano, portatore delle sofferenze e delle speranze dei popoli latino-americani - che raccolgono quasi il 50% dei cattolici di tutto il mondo – e dell’esperienza di maturità della loro Chiesa manifestata ad Aparecida. Questa attrazione non è il risultato del carisma mediatico del Papa; c’è qualcosa di molto più profondo che Lui fa emergere dai bisogni e dai desideri della gente. Si sgretolano mura di pregiudizi e resistenze, si pongono domande e attese anche tra coloro che credevano di aver chiuso i conti con la fede e con la Chiesa; per molti, poi, è tempo di destarsi da una fede addormentata, per altri è un rifiorire, per tutti è la ritrovata fierezza della dignità e bellezza di essere cristiani. La libertà, la forza e la determinazione di Papa Francesco si fondano, da una parte, nella coscienza serena e lieta di lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio e, dall’altra, dall’amore che gli manifesta il popolo di Dio, ispirato dal suo istinto evangelico, dal sensus fidei, ma che gli esprimono anche, oltre i confini ecclesiastici, i popoli della terra, che in soli due anni lo hanno reso un leader mondiale nel drammatico scenario in cui viviamo» (Guzmàn M. Charriquiry Lecour, «Francesco e l’alba di una rivoluzione evangelica», in Vita e Pensiero, 2015, n. 3, p. 11).

In discorsi di questo tipo, dicevo, di teologia non c’è quasi più nulla e di retorica ce n’è fin troppa. Autore di questo brano è l’uruguaiano Charriquiry, segretario della Pontificia commissione per l’America Latina; egli vive in Vaticano da tanti anni e dovrebbe avere qualche cognizione teologica: eppure, come si è visto, non esita a manipolare alcune nozioni che per il credente hanno un significato soprannaturale ben preciso (“Spirito di Dio”, “popolo di Dio”, “sensus fidei”), riducendole a espressioni socio-culturali che hanno un  qualche interesse solo in un contesto ideologico di tipo populistico.

Una pastorale che venga praticata con questo linguaggio potrà forse ottenere che i fedeli cattolici nutrano una simpatia ancora maggiore per la persona del Papa attuale, ma dubito che possa aumentare in essi la devozione che è dovuta - non per motivi meramente umani ma per ragioni soprannaturali -  sia a Jorge Mario Bergoglio che a chiunque svolga di volta in volta il ministero di Romano Pontefice, successore del principe degli Apostoli e massima autorità di magistero e di governo nella Chiesa di Cristo. Per far sì che cresca  nei fedeli la devozione al Papa qua talis e di conseguenza la docilità alle sue direttive pastorali, non servono i rilevamenti di sociologia religiosa, in base ai quali si afferma che Bergoglio riscuoterebbe sempre maggiore consenso presso i non cattolici, i non cristiani e i non credenti: servirebbe piuttosto richiamare la verità di fede (una verità tradizionale, e pertanto anche attuale) in forza della quale sappiamo per certo che il Papa, chiunque egli sia,  è il Vicario di Cristo in terra che da Cristo stesso ha  ricevuto il mandato e la grazia di pascere le pecore del suo gregge per portare tutti, uno per uno, alla salvezza eterna.

La missione della Chiesa è sempre e solo quella voluta da Cristo, al quale san Giovanni Paolo II i riferiva volentieri con il titolo di Redemptor hominis. E Cristo, a chi non rifiuta la sua verità e la sua grazia, ha promesso l’ingresso nel suo Regno, che non è opera dell’uomo e non risponde a logiche temporalistiche, come Egli stesso ha afferma perentoriamente davanti al procuratore romano, rappresentante allora del potere politico:

«Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Tu sei il re dei Giudei? Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Allora Pilato gli disse: “Dunque ti sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”» (Vangelo secondo Giovanni, 33-37).
 
Il Regno di Dio non può essere confuso con una qualsiasi utopia mondana, anzi la esclude proprio. Per questo diciamo che non è buona pastorale quella che si rivolge ai cristiani di oggi con prospettive di impegno del tutto contrarie a quelle che i cristiani di ogni tempo hanno ricavato dagli insegnamenti e dai precetti degli Apostoli:

«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono. Noi abbiamo un altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo. Infatti i corpi degli animali, il cui sangue vien portato nel santuario dal sommo sacerdote per i peccati, vengono bruciati fuori dell'accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall'accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura. Per mezzo di lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Lettera agli Ebrei, 7-15). «Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!» (Prima Lettera ai Corinti, 29-31).

Nessuna interessata acrobazia ermeneutica dovrebbe essere usata per convincere i credenti a “mettere tra parentesi” queste verità della fede  cristiana, inducendoli a identificare la promessa divina del Regno di Dio con una qualche utopia umana. E nemmeno lo dovrebbero le tante interpretazione ideologica della costituzione pastorale Gaudium et spes del Vaticano II (nn. 40 ss.), come quelle della “teologia politica” di Johann Baptist Metz o della “teologia della liberazione” di Gustavo Gutiérrez. Quindi davvero non ha senso, da un punto di vista correttamente pastorale, andar dicendo che la Chiesa, grazie alla riforme di papa Bergoglio, si è posta al servizio del mondo per contribuire a edificare sulla terra e nel tempo presente una società umana perfetta, senza ingiustizie e divisioni, come quella utopisticamente vagheggiata per un indeterminato futuro terrestre da coloro che, pur considerandosi discepoli di Henri de Lubac, non hanno mai letto Le Drame de l’humanisme athée, opera pubblicata dal teologo gesuita già nel 1944 e che poi ha avuto tante nuove edizioni.

Non mancano nemmeno Pastori coraggiosi e zelanti che tentano di arginare la deriva secolaristica con interventi autorevoli che mirano a ribadire gli insegnamenti tradizionali della Chiesa e a mostrare l’improponibilità di ogni forma di ermeneutica della “rottura”, sia quando si continua a interpretate il Magistero del Vaticano II come un nuovo inizio assoluto, in opposizione alla Tradizione precedente, sia quando si pretende di ridimensionare o addirittura abolire il magistero ordinario dei papi del post-Concilio, considerati traditori dello “spirito conciliare” e restauratori dell’ancien régime dogmatico e giuridicistico. Si tratta del già menzionato cardinale Sarah, ma anche del cardinale Burke, e soprattutto del prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Müller, del quale mi preme segnalare, per la sua grande opportunità, un’importante lettera i dirizzata ai vescovi del Cile e un’intervista concessa alla rivista teologica cilena Humanitas.

Noi della redazione di Fides Catholica, come teologi sempre fedeli a Cristo e al suo Vicario in terra, ci sentiamo obbligati, per senso di responsabilità apostolica, a contribuire ad arrestare la deriva secolaristica che sta inquinando la pastorale cattolica. Per questo continuiamo a interpretare rettamente – con quel sicuro criterio ermeneutico che la Chiesa stessa ha fornito a tutti i fedeli - il magistero ordinario e universale del Papa, unendoci logicamente ai Pastori che ne respingono le interpretazioni manipolatorie e strumentali. Tale opera di chiarimento dottrinale ed epistemico (dico “epistemico” perché la questione dell’ermeneutica della Tradizione, della Scrittura e del Magistero è centrale) è stato svolto da tutti gli autori dei contributi pubblicati su Fides Catholica fin dalla nascita della rivista. Io stesso ho dedicato a questo tema il saggio intitolato Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, realizzato in collaborazione con Stefano Carusi ed Enrico Maria Radaelli. In questo stesso fascicolo Serafino Lanzetta illustra gli intendimenti e gli esiti della sua ricerca scientifica sul carattere “pastorale” del Vaticano II. Siamo consapevoli di essere una voce (rigorosamente teologica) che a malapena riesce a fari sentire nel frastuono delle voci (esclusivamente ideologiche) che dominano la scena pubblica, sia all’interno che all’esterno della comunità dei credenti. Ma continuiamo a fornire il nostro contributo di apologetica della vera fede nei limiti delle concrete possibilità che la Provvidenza ci concede, sapendo che è proprio Essa, la divina Provvidenza, e fare “il resto”, cioè tutto. Ci conforta in questa convinzione un brano della Scrittura Santa che sembra potersi riferire proprio alla nostra situazione presente:

«Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: "Non temere, io ti vengo in aiuto". Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto - oracolo del Signore - tuo redentore è il Santo di Israele. Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte; tu trebbierai i monti e li stritolerai, ridurrai i colli in pula. Li vaglierai e il vento li porterà via, il turbine li disperderà. Tu, invece, gioirai nel Signore, ti vanterai del Santo di Israele. I miseri e i poveri cercano acqua ma non ce n'è, la loro lingua è riarsa per la sete; io, il Signore, li ascolterò; io, Dio di Israele, non li abbandonerò. Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambierò il deserto in un lago d'acqua, la terra arida in sorgenti. Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi; porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti; perché vedano e sappiano, considerino e comprendano a un tempo che questo ha fatto la mano del Signore, lo ha creato il Santo di Israele» (Libro di Isaia, 41,13-20).

Antonio Livi

giovedì 24 settembre 2015

ok alle coppie non etero

Card. George: “vivere nella società gender sarà per i cattolici come vivere sotto la sharia”



Il Cardinale Francis George, già presidente della conferenza episcopale USA, nella sua rubrica pubblicata nel sito diocesano, il 20 Luglio 2014, ha parlato molto chiaramente della pericolosità dell’ideologia gender, prospettando situazioni drammatiche verso chi si oppone ad essa. In Italia siamo passati all’offensiva dittatoriale: dagli scranni più alti della politica arrivano le negazioni dell’esistenza del gender, con annesse minacce di ricorrere all’autorità giudiziaria, verso quanti cercano di dimostrarne l’esistenza. Le parole profetiche dell’arcivescovo emerito di Chicago purtroppo si realizzano in Italia, come già è avvenuto negli Stati Uniti, dove la libertà di pensiero e religiosa è fortemente limitata da leggi e disposizioni varate dall’attuale amministrazione politica, come conseguenza del pensiero unico e della cultura liquida in cui la società è precipitata. Questo è un passaggio del suo ultimo scritto:
"[…] Negli anni recenti abbiamo assistito all’approvazione sociale e legale di ogni tipo di relazione sessuale che una volta era considerata “peccaminosa”. Dal momento che la visione biblica di ciò che significa l’umano ci dice che non ogni tipo di amore o amicizia può essere espresso in una relazione sessuale, l’insegnamento della Chiesa su questi temi è visto come una prova di intolleranza nei confronti di ciò che la legislazione tutela e perfino impone. Quello che una volta era una questione di “vivi e lascia vivere”, oggi è diventata una richiesta di approvazione. La classe dirigente – chi plasma l’opinione pubblica in politica, nella scuola, nel mondo della comunicazione, nell’intrattenimento – sta usando la legge per imporre la sua forma di moralità a ognuno […].
Nuotare controcorrente significa oggi limitarsi l’accesso a posizioni di prestigio e di potere nella società. Significa che coloro che sceglieranno di vivere secondo la fede cattolica non saranno candidati a ruoli politici di livello nazionale, non saranno ai vertici dei maggiori quotidiani, non saranno di casa nelle maggiori università, non avranno carriere di successo come attori e uomini di show. Nemmeno i loro figli, che saranno visti con sospetto. Dal momento che tutte le istituzioni pubbliche, non importa chi ne sarà a capo, saranno agenti governativi e conformi alla richieste della religione ufficiale, lavorare come medici o in ambito legale diventerà più difficile per i cattolici fedeli. In alcuni Stati significa già che chi ha delle attività deve piegarsi a questa sorta di religione o venire sanzionato, così come i cristiani o gli ebrei sono sanzionati per la loro religione nei Paesi in cui vige la legge islamica, la sharia […]".
Se vuoi leggere il testo integrale in inglese, clicca qui.

martedì 18 agosto 2015

maxi tombola in chiesa


Piove, la maxi tombola si fa in chiesa

L’iniziativa di Mori Vecio ha creato qualche malumore. Gli organizzatori si difendono: «Non era uno spettacolo di cabaret»
MORI. Al posto dei vari “ascoltaci o Signore”, “il corpo di Cristo” e “Amen”, l’altra sera nella chiesa di Mori Vecchio sono risuonati gli “ambo”, terno”, “quaterna” e così via. Il luogo di culto è stato infatti adoperato per ospitare la tombola (che in teoria si sarebbe dovuta svolgere in piazza, a pochissima distanza) della tradizionale sagra della frazione, dopo che un temporale aveva reso impraticabile lo svolgimento all’aperto.
C’è chi - non tra i partecipanti, che si sono accomodati ordinatamente, ma ad esempio su Facebook - ha storto il naso per questa scelta che ha portato il profano (anche fisicamente, con il tabellone con i novanta numeri ai piedi dell’altare) in mezzo al sacro, con i “fedeli” ad ascoltare tra i banchi non la messa, ma l’estrazione del bingo.
Qual è il prossimo passo - è stato chiesto tra il serio e il faceto - le slot machine e i gratta e vinci? I balletti? Non si poteva fare altrove, la tombola? Oppure ogni volta che piove ci si può spostare in chiesa? Altri, invece, hanno parlato di chiesa aperta a tutti e per tutto e di sconcerto immotivato o comunque da relativizzare, visto che una volta si rimaneva sconcertati quando una donna andava alla comunione senza velo.
«Abbiamo fatto la tombola lì - spiega Francesco Moscatelli presidente di Arca, associazione organizzatrice della sagra di Mori Vecio dal 1990 - perché quando era appena iniziata è venuto da piovere e, visto che c’era anche gente di una certa età, era molto difficile spostarsi nell’auditorium cittadino, per cui, raccomandando a tutti le dovute maniere, siamo entrati in chiesa. Era appena finita la messa, il prete era già andato via e così, dopo esserci scambiati uno sguardo con chi aveva la custodia, siamo andati dentro».
E le critiche? «Non è stato fatto nulla di grave, non abbiamo fatto uno spettacolo di cabaret con battute o di magia, il tutto in una sagra dedicata a Maria Assunta (che peraltro è andata bene, con una media di 200 persone a serata sulle due settimane). Inoltre stiamo parlando dell’unica chiesa in Trentino ristrutturata con la manodopera completa dei residenti, con una trentina di persone che si erano prese due settimane di ferie per farli, quindi la comunità sente come proprio il luogo sacro e l’associazione Arca non si è mai tirata indietro quando c’era da contribuire alle piccole spese della chiesa.
Ricapitolando, come comunità sentiamo nostra la chiesa e ci siamo entrati non con arroganza, ma con la consapevolezza del luogo in cui stavano andando e dell’attività che avremmo svolto durante la serata: di certo non avremmo portato dentro gli spettacoli di Loredana Cont, di Mario Cagol o quello di magia che c’erano stati nelle sere precedenti. Per cui - conclude Moscatelli, che è pure vicepresidente della Cantina Mori Colli Zugna e referente della lista Patto Civico per Mori-Upt - credo che le polemiche non siano giustificate».
http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2015/08/18/news/piove-la-tombola-si-trasferisce-in-chiesa-1.11946082?ref=hftrtnea-1&refresh_ce

martedì 2 giugno 2015

mons. Bregantini su Nozze Gay

Riflessione di monsignor Bregantini 
su Nozze Gay e Famiglia naturale

«Il fiore ha bisogno dell’ape per essere fecondato. Lo yogurt dei fermenti per potersi sviluppare. E gli occhietti stupiti dei bimbi, che incontro nelle frequenti visite nelle scuole, sento che sono il riflesso di due mondi diversi, che in quell’unico volto si fanno armonia. Cioè tutto è intrecciato. Tutto armonizzato dalla diversità riconosciuta, rispettata e valorizzata. Come i colori dell’arcobaleno, che, soltanto insieme, nelle loro native differenze, possono formare l’unica luce.

Ecco perché, partendo anche dalle cose più semplici ma cariche di bellezza, resto rammaricato profondamente dal voto di approvazione del matrimonio tra omosessuali, fatto in Irlanda, con una maggioranza elevata! Sento che è una sfida. Sul piano della fede, certo, ma soprattutto sul piano culturale. Vi è sottesa la grande domanda centrale del nostro tempo: che valore dare alle differenze?
La fatica di pensare il Matrimonio senza le sfide del confronto serio e quotidiano con la diversità corporale ci porterà lentamente a vedere in ogni diversità solo un peso da scaricare e non un dono da valorizzare. La famiglia infatti educa alla diversità positiva e arricchente già nel suo stesso naturale costituirsi, come coppia, immagine intrinseca della ricchezza relazionale Trinitaria.

Tutto viene generato nel “GREMBO”, che è la famiglia, fatto di persone diverse, di persone in costante e quotidiana relazione. La famiglia si fa così scuola, dove si impara a convivere nella differenza. Differenza di generi, di generazioni, di età, di storie e di culture che si sanno accogliere e si comunicano, reciprocamente. Anzi, più largo è il ventaglio di queste relazioni, più diverse sono le età e più marcate sono queste differenze, tanto più ricco e l’ambiente di vita. Già in famiglia, per poi trasferirsi nella società tutta. In questo grembo molteplice e ricco, proprio perché differenziato (e non omologato nemmeno a livello corporeo!) si impara ad abbracciarsi, sostenersi, accompagnarsi, decifrando gli sguardi e i silenzi, per ridere e piangere insieme, tra persone che si amano e si stimano reciprocamente nella loro diversità. Poiché hanno imparato ad accogliere – vitalmente – le loro native e naturali differenze e ne hanno fatto risorsa.

Allargando allora lo sguardo, è nel legame familiare tra maschio e femmina che si impara poi a costruire solidi legami di PROSSIMITÀ SOCIALE E POLITICA, partendo già dal parlare le “lingue materne”. Le parole, come il corpo, non le inventiamo. Le abbiamo ricevute; e perciò le possiamo imparare ad usare, in stupore crescente e riconoscenza arricchita. Altri ci hanno preceduto. Altri ci hanno donato tutto in piena gratuita. Una vita generata e perciò capaci di generare e di creare a sua volta, qualcosa di bello e di buono. Da qui anche la relazione con Dio, nella preghiera, frutto di stupore, perché qualcuno, dolcemente, ci hai insegnato ad apprezzare a stimare ogni cosa, ogni storia, ogni volto.
Certo, nessuna famiglia è perfetta, anzi, è spesso il luogo complesso e duro della scoperta e sperimentazione faticosa dei LIMITI, propri e altrui, nei piccoli e grandi problemi di coesistenza, già nel quotidiano andare d’accordo. Ma non dobbiamo avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti. Bisogna invece imparare ad affrontarli in maniera costruttiva. Così la famiglia si fa scuola sociale di perdono e di riconciliazione, per far crescere i figli, frutto di questo amore tra maschio e femmina, che sia capace di ascolto e di dialogo arricchente.
Un grazie allora alle famiglie con figli segnati dalla disabilità, perché proprio dal loro dolore, che si fa ulteriore ricchezza relazionale, impariamo ancor più ad aprirci all’inclusione. Nessuno va escluso, ma dentro un solco di valorizzazione delle reciproche differenze, non appiattite, ma accolte e armonizzate.
Il livello culturale che nega la diversità ripropone a tutti una serie infinita di interrogativi sociali. Rispettiamo certo i diritti individuali, ma non vanno posti come diritti collettivi, generali. Vanno sempre distinti i due livelli. Per questo, non pensate che sia fecondo riflettere insieme sulla affermazione, dura, ma vera del cardinale Parolin: Le nozze gay decise in Irlanda sono una sconfitta per l’umanità!”?»

+ GianCarlo, vescovo

venerdì 29 maggio 2015

SANTI SISINIO, MARTIRIO ED ALESSANDRO

29 MAGGIO
SANTI SISINIO, MARTIRIO 
ED ALESSANDRO




Antifona d'ingresso cfr Dan 3, 23.24.50.20
I tre Santi nella fornace calpestarono le fiamme con coraggio
e mutarono il fuoco in rugiada, cantando: «Benedetto sei tu, Signore Dio, nei secoli».
Canto d'ingresso:   Salmo 32

COLLETTA       O Dio, che mediante il ministero dei tuoi santi martiri Sisinio, Martirio e Alessandro hai seminato tra noi la parola della fede, rendendola fruttuosa con il loro sangue, a noi tuo popolo, santificato nella verità, concedi che essa si adempia nella gloria. Per il nostro Signore.

PRIMA LETTURA
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello».
Allora gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi». Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE
Rit. Chi semina nel pianto, raccoglie nella gioia.

Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso,
la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.

Allora si diceva tra i popoli: «II Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia.

Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Nègheb.
Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo.

Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare,
ma nel tornare  viene con giubilo, portando i suoi covoni.

SECONDA LETTURA
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi sia­mo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita.
E chi è mai all'altezza di questi compiti? Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo. Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O forse abbiamo bisogno, come altri, di lettere di raccoman­dazione per voi o da parte vostra? La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori. Parola di Dio.

Alleluia, alleluia. Io ho scelto voi, perché andiate e portiate frutto,
                             e il vostro frutto rimanga. Gv 15,1 Alleluia.
+ Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà». Parola del Signore.

ORAZIONE SULLE OFFERTE        Guarda, Signore, con benevolenza questo sacrificio e, per intercessione dei tuoi santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, fà che noi stessi diventiamo un'offerta a te gradita, che arda davanti a te di carità perenne. Per Cristo nostro Signore.

PREFAZIO  
Nel giardino della Chiesa fiorirono come rose e gigli
E’ giusto e santo, Signore, lodarti,
mirabile come sei nei tuoi santi Sisinio, Martirio ed Alessandro.
   Tu dall'eternità li hai preparati alla tua gloria,
volendo diffondere per mezzo loro
la luce della tua verità nel mondo.
   Li hai armati con il tuo Spirito di verità,
dando loro di vincere con la fragilità della carne
la potenza della morte.
   Nel giardino della Chiesa essi fiorirono come rose e gigli:
di colore purpureo
li decorò il sangue sparso nel martirio,
e di purissimo candore
li rivestì in premio Gesù Cristo Signore nostro.
   Per mezzo di lui si allietano gli Angeli
e nell'eternità adorano la gloria del tuo volto.
  Al loro canto concedi, o Signore,
che si uniscano le nostre umili voci nell'inno di lode: Santo, Santo, Santo, …


Antifona alla comunione      Benedite, Anania, Azaria e Misaele, il Signore; perché vi ha liberati dagli inferi e salvati dalla mano della morte, vi ha scampati di mezzo alla fiamma ardente, vi ha liberati dal fuoco. Canto di com. Dan 3, 57-88

ORAZIONE DOPO LA COMUNIONE  Ti supplichiamo Signore: ci allieti per l'immortalità la mensa celeste, che rese i tuoi santi Sisinio, Martirio e Alessandro fedeli nel servizio e vittoriosi nel martirio. Per Cristo nostro Signore.

BENEDIZIONE SOLENNE
Per i meriti e le preghiere del santo diacono Sisinio vi mostri il Signore
la via che conduce alla vita e vi stabilisca nella sua pace.     Amen.

L'esempio del lettore Martirio
alimenti in voi un affetto vivo e soave della parola di Dio
fonte perenne di luce e di consolazione.     Amen.

L'eroica testimonianza del martire Alessandro vi stabilisca
come figli diletti nella casa di Dio, partecipi dell'eredità eterna.    Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente,
Padre e Figlio + e Spirito Santo,

discenda su di voi e con voi rimanga sempre.    Amen.

martiri Sisinio, Martirio e Alessandro

29 MAGGIO
SANTI MARTIRI D’ANAUNIA
E SAN VIGILIO
secondo l’eucologia ambrosiana





ANT. D’INGRESSO    Cfr. Ap 12, 11
Questi santi hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello, hanno disprezzato la vita fino a subire la morte e regnano con Cristo in eterno.

ALL'INIZIO DELL'ASSEMBLEA LITURGICA
O Dio forte ed eterno, che nel cuore dei santi accendi la fiamma della tua carità, sull'esempio del vescovo Vigilio e dei martiri Sisinio, Martirio e Alessandro donaci di tendere a quella passione d'amore che arriva a sacrificare generosamente anche la vita. Per il nostro Signore…

DOPO IL VANGELO
Voi siete l'ornamento della casa del Signore, splendidi come l'oro,  
perché avete consacrato a Dio con gioia la vostra vita per sempre.

A CONCLUSIONE DELLA LITURGIA DELLA PAROLA
Si allieti, o Dio, la tua Chiesa per l'unica corona di gloria che unisce fraternamente i santi Sisinio, Martirio e Alessandro e il vescovo Vigilio che li ha inviati; la loro testimonianza accresca la nostra fede e conforti la nostra vita. Per Cristo nostro Signore.

SUI DONI         Scenda la tua grazia, o Padre, sui nostri doni, e l'offerta di questo sacrificio ravvivi nei cuori il fuoco dell'amore per te che consentì al vescovo Vigilio e ai suoi discepoli Sisinio, Martirio e Alessandro di superare con coraggio ogni tormento. Per Cristo nostro Signore.

PREFAZIO
  E’ veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre,
e in ogni luogo,
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno.
   Cristo, tuo Figlio unigenito,
é l'Agnello vincitore che regna nell'alto dei cieli
e chiama i martiri a condividere il suo destino di gloria.
   Corroborati dal suo sangue,
Vigilio, Sisinio, Martirio ed Alessandro
hanno reso al mondo una splendida testimonianza di fede
e, dopo molti tormenti, hanno subito la morte;
ora stanno, o Padre, davanti al tuo trono
nella candida schiera di coloro
che, avendo affrontato animosamente il martirio,
hanno lavato le loro vesti nel sangue dell'Agnello.
   Dal loro volto ora tu astergi ogni lacrima,
ora estingui la loro sete di te alle acque della vita
e doni ai tuoi servi di gloriarsi del nome di Cristo
nella luce della Gerusalemme eterna.
   Alle loro voci uniamo con gioia le nostre
e con tutti gli angeli a te eleviamo la lode: Santo, Santo, Santo, ...

ALLO SPEZZARE DEL PANE    Lc 22, 28-50
«Voi mi siete rimasti vicini nell'ora della prova, e io preparo un regno per voi  - dice il Signore  - perché possiate mangiare e bere alla mensa del mio regno».

ALLA COMUNIONE       Questi santi, attraverso il martirio, sono divenuti amici perfetti e fedeli di Cristo. Rinunziamo alla vita mondana per seguire Cristo Signore e non perdere la vita eterna a causa della gloria che passa.


DOPO LA COMUNIONE  Nutriti del Pane del cielo e lieti nel ricordo di questi santi, ti eleviamo, o Padre, la nostra supplica: confermaci nel tuo amore per sempre e donaci di camminare nella giovinezza della vita rinnovata. Per Cristo nostro Signore.