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giovedì 17 settembre 2015

la bellezza ci salverà

La funzione della bellezza nella religione



 Pagine sempre attuali di Dietrich von Hildebrand (da Il cavallo di Troia nella città di Dio, Giovanni Volpe Editore, Roma 1969).

Nel culto, la bellezza ha una parte importante. Nell’atto stesso con cui si adora una divinità è insito il desiderio di circondare di bellezza il culto ad essa dedicato. Lo stigmatizzare (a cui di recente si sono dati, con crescente livore, alcuni cattolici) ogni preoccupazione per la bellezza nel culto religioso come un “estetismo” attesta una concezione sbagliata sia dell’adorazione di Dio, sia della bellezza. (…)

Se qualcuno non volesse andare alla Messa perché la chiesa è brutta o la musica sacra è mediocre, egli peccherebbe di estetismo perché avrebbe sostituito il punto di vista estetico a quello religioso. Però riconoscere la funzione superiore che la bellezza ha nella religione, intendere la parte legittima che essa dovrebbe avere nel culto, desiderare, come uomini religiosi, la massima bellezza in quanto è pertinente al servizio divino – tutto ciò è l’opposto dell’estetismo. Questo giusto apprezzamento della bellezza è piuttosto la conseguenza naturale della venerazione, dell’amore per Cristo, dell’atto stesso dell’adorazione.
Purtroppo oggi certi cattolici pretendono che codesto impulso a rivestire di bellezza il culto sia in contrasto con l’ideale evangelico della povertà. (…) Così ci si viene a dire che in nome della povertà evangelica le chiese dovrebbero essere semplici, nude, prive di ogni ornamento. Ma i cattolici che così pensano scambiano la povertà evangelica con la prosaicità della vita di ogni giorno del mondo moderno. Non si accorgono affatto che il sostituire alla bellezza il comfort (col lusso che spesso ad esso si unisce) è l’antitesi della povertà evangelica; più di quanto possa esserlo la bellezza in sé, perfino in sue forme vistose.
L’idea funzionalistica del superfluo è molto ambigua e un semplice derivato dell’utilitarismo. E’ in contrasto con il detto di Cristo: “L’uomo non vive di solo pane”. Ma, grazie a Dio, per secoli l’atteggiamento della Chiesa e dei suoi fedeli non è mai stato utilitaristico. San Francesco, che nella sua vita si è conformato al massimo della povertà evangelica, non ha mai preteso che le chiese debbano essere nude, squallide, prive di ogni bellezza. Al contrario, per lui la chiesa e l’altare non erano abbastanza belli. Lo stesso può dirsi, ad esempio, per il curato d’Ars e per S. Teresa di Avila. (…)
Quanto è sbagliato, dunque, considerare la bellezza di una chiesa e della liturgia come cosa che può distrarre dal vero tema dei misteri liturgici portando verso alcunché di superficiale! Coloro che proclamano che una chiesa non è un museo e che l’uomo veramente devoto resta indifferente di fronte a tutte queste cose non essenziali dimostra una cecità per la parte importante e significativa che ha ogni espressione bella e adeguata. Nel fondo di idee del genere si trova anche una incomprensione per la natura umana… Dimenticano che la bellezza autentica contiene un particolare messaggio di Dio tale da innalzare l’anima umana.

La bellezza e l’atmosfera sacra della liturgia non solamente in quanto tali sono qualcosa di valido e di prezioso (come espressioni adeguate dell’atto dell’adorazione religiosa) ma hanno anche una grande importanza per lo sviluppo interiore del fedele… I fedeli non vengono condotti nel mondo di Cristo soltanto dalla fede e da simboli veri e propri, ma sono portati in un mondo superiore anche dalla bellezza della chiesa, dalla sua atmosfera sacra, dallo splendore degli altari, dal ritmo dei testi liturgici, dalla sublimità del canto gregoriano o di ogni altra musica veramente sacra. L’usare tutte le vie atte a condurre verso la santità è qualcosa di profondamente realistico e di profondamente cattolico. (…)
Si dimostra tanto una presunzione quanto una fiducia ridicola in se stessi se si crede che si possano abbandonare queste forme tradizionali e sostituirle con qualcosa di migliore. Specie in coloro che accusano la Chiesa di “trionfalismo” l’albagia si unisce all’incoerenza. Per un lato, costoro vedono nella pretesa della Chiesa di possedere essa sola la rivelazione divina completa una mancanza di umiltà (invece di riconoscere che tale pretesa si fonda sull’essenza stessa della Chiesa e deriva dalla sua missione divina). Dall’altro lato, essi fanno mostra di una superbia ridicola col ritenere che l’epoca moderna sia superiore a tutte le altre che l’hanno preceduta.
a cura di Marco Massignan
http://radiospada.org/2014/09/la-funzione-della-bellezza-nella-religione/

lunedì 26 gennaio 2015

Preti e preti

Preti a Roma, preti a Parigi. La Croce n°5

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Per gentile concessione del direttore del quotidiano LA CROCE (clicca su), Mario Adinolfi, pubblicherò qui, a distanza di circa una settimana dalla pubblicazione sul quotidiano cartaceo, i miei articoli lì apparsi, e quasi sempre collocati a pagina 4 tra il Vangelo del giorno e un discorso “integrale” del papa Francesco. Ho in partenza e deliberatamente rinunciato a qualsiasi mio scritto di vaticanismo, concentrandomi invece sulle piccole cose della vita nelle quali il “grande”, ossia ciò che conta, si disvela. E’ dell’Essenziale soffuso nei piccoli gesti della vita quotidiana che scriverò. Una sorta di appuntamento fisso sul quotidiano di ispirazione cristiana e cattolica, nel quale incido dei piccoli “cammeo”, che quando li ho proposti ad Adinolfi, così li ho spiegati:

«Il mio desiderio sarebbe periodicamente scrivere di questi piccoli “cammèo” su Roma, in genere dalla prospettiva del quartiere Africano: quadretti patetici e drammatici, comici sovente, dove si cerca il sacro nel profano, Dio nell’alienazione dell’essere sconosciuti dentro la metropoli».

Ogni “cammèo” verrà qui riportato con una foto nella versione cartacea su La Croce di una settimana-dieci giorni prima e in formato word per facilitarne la lettura.

Qui il mio primo intervento, risalente a sabato 17 gennaio 2015

CAMMEO 1 -  Preti a Roma, preti a Parigi*

La Croce quotidiano, 17 gennaio 2015


P1190331 (2)di Antonio Margheriti Mastino

Vado a cena con un giovane amico prete, nei dintorni della Tiburtina. Mi aspetta in auto davanti al Verano. Sarebbe vestito laicamente, non fosse per la linguetta al collo che indica il suo stato. Quando stiamo per giungere al locale fa un gesto che mi raggela il cuore: si sfila via la linguetta dal collo. «Ti dà fastidio?», no dico, mica sono indemoniato. «Non per te, è che quando vado in locali dove non sono abituati a vedere preti, preferisco toglierla». Ossia mimetizzarsi. Ho capito. Non servono domande. Mi avvolge una grande amarezza, una sensazione di sconfitta: capisco a che punto è la notte, ma non per via del prete: del contesto. Ma quel che più mi bruciava è che tutto questo avveniva nella città del papa, nel cuore stesso della cristianità. Figurarsi altrove!
Certo, sì, ho pensato a quelle parole di Gesù “chi si vergogna di me, io mi vergognerò di lui”. Ma non ho detto niente: mi mancavano le parole, il coraggio anche. Ho inghiottito muto il boccone gelido. Tanto più che sapevo essere un buon prete: non si vergognava del suo Signore, era imbarazzo, e paura: di essere ferito dalla pazzia d’Occidente. Chiunque, in qualsiasi locale, oggi, anche qui a Roma, vedendo un prete potrebbe sentirsi titolato a dire “ehi tu, pedofilo!”. Sono cose che possono ucciderti dentro.
Che è successo? Tante cose: la campagna mediatica, nevrastenica, che ci martella da anni, ha ridotto agli occhi del mondo il prete a un paria: una volta, tanto tempo fa, era considerato la punta di diamante del mondo, lo chiamavano, in Francia, “Primo Stato”, dopo venivano gli aristocratici.
xlogo-small.png.pagespeed.ic._npqrcnN_1Non riusciamo più a vedere un prete per quel che è e dire “quello è un ministro del culto”,  è uno con le mani consacrate, assume le funzioni di Cristo all’altare. No. Pensiamo: chissà quali sono le sue colpe, potrebbe essere un farabutto, uno dalla doppia morale. Associamo per riflesso condizionato la parola prete a “pedofilo”.
Allora, poveracci, come possono si mimetizzano per le strade di questa Città Eterna. “Lo dice la televisione”, pensa l’uomo della strada, così come un tempo diceva “l’ha detto il parroco”: è prete ergo è molestatore. Del resto, cosa fa il pensiero unico dominante dal suo medium di massa se non aggiungere alla parola “prete cattolico” ogni volta che la pronuncia la parola “scandalo”, “abuso”, “pedofilia”? L’associazione – come ben sanno gli esperti di messaggi subliminali – a furia di ripeterla da ogni megafono, presto diventerà automatica nella testa della massa anonima, l’allusione si fa verità.
Hanno paura, poveracci: paura persino della loro innocenza – perché quando sei innocente fa più male – paura dei risvolti della loro scelta scandalosa: accettare il sacerdozio di Cristo di questi tempi, che pressappoco è com’era accettarlo ai tempi di Nerone e Domiziano. Paura del sospetto, che per molti è l’anticamera della verità. I sospetti hanno sempre ucciso gli uomini. Il sospetto e non le prove, uccise Gesù.
Questo a Roma, l’altra Città Santa. Epperò è lo stesso prete che camminando per le strade di un’altra capitale europea che non è mai stata cattolica, orgogliosa della sua totale secolarizzazione e del suo apparente “multiculturalismo”, camminandoci vestito da prete cattolico, viene fermato per le strade del centro da un ragazzo, che se ne fa gran meraviglia di questo incontro. «Lei è un prete?», e a momenti forse si è sentito vacillare, qualcun altro che sta per additarlo per colpe che non ha. «Sì». «Che meraviglia! Non ci posso credere!». Non ci può credere? Se avesse incontrato un dodo redivivo si sarebbe sorpreso meno: un prete è diventato un’attrazione. «Padre, per piacere, mi benedica!», lì e subito. Il prete resta interdetto, commosso anche.
Quella linguetta al collo ne aveva fatto l’insperato testimone della speranza cristiana.  In una città che da tanto s’era scordata di Dio, che anzi l’aveva abolito. Ma Dio non è morto nel cuore dell’uomo. A Roma non sono una rarità i preti: non ci rendiamo conto di quale sovrabbondanza di grazia siamo bersaglio. Le cose le capisci e le apprezzi quando le perdi.
Forse c’è davvero da sperare che alla fine l’eterogenesi dei fini darà compimento alla  grande profezia del Curato d’Ars : «Verrà un tempo in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà far loro il nome di Dio e di Cristo per vederli piangere».
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La Croce n°5- Clicca sull’immagine per ingrandire
Incontro a una cena a via Germanico, nelle vicinanze di San Pietro, in casa di una mecenate, e protettrice di preti smarriti, un Legionario di Cristo messicano, padre Miguel. Ha sofferto come tutti là dentro la vicenda scabrosa del fondatore della sua congregazione, Maciel Degollado. È vestito con l’abito di rigore dei suoi confratelli: una talare e una fascia nera ai fianchi. E così bardato, racconta, si avventurò nella metropolitana di Parigi, la capitale della nazione che un tempo si diceva “cristianissima”, la “Figlia primigenia della Chiesa”, ma così non è più: è capitale del laicismo più violento, come violenta è l’avversione al cattolicesimo, e, per giunta  e quasi per castigo divino, al contempo sta diventando anche la capitale europea dell’esatto opposto del laicismo: l’islamismo, che giusto qualche giorno fa gli ha servito il primo conto, salatissimo, sanguinoso.
Mentre addirittura in talare percorre la metropolitana nessuno gli dà del pedofilo, dell’omofobo, del piromane che mette al rogo il libero pensiero insieme a quell’altro spostato di Giordano Bruno. Entra nel vagone, e un ragazzo lo guarda lo guarda. Un ragazzo parigino, occidentale, presumibilmente cattolico seppur nominalmente.
«Mi perdoni, monsieur, posso farle una domanda? Perché è vestito così?» Perché sono prete cattolico. «E cosa significa essere prete cattolico?» Incredibile! Credere nella resurrezione di Gesù, che vincendo la morte ci ha donato la vita eterna: ma lei conosce Gesù? «Per sentito dire, monsieur.» Lei è battezzato? «Battezzato? Non so, non ricordo: dovrei chiedere ai miei genitori». E questo nella Gallia, la terra che per prima si fece cristiana. Ma non crede in niente?, domanda calmo il legionario. «Io sono un razionalista, che c’è oltre la ragione? Però, vorrei sapere di questo Gesù: vorrei capire cosa spinge un uomo come lei a vestirsi così, qui non ne ho mai visti». Il legionario gli dà un appuntamento, per spiegare meglio. Da quel giorno, vagliando puntiglioso e contestando “secondo ragione” ogni affermazione del prete nel racconto della storia della salvezza, è iniziata la sua conoscenza di Gesù, il suo catechismo, un’amicizia eminentemente cristiana. La nuova evangelizzazione ha avuto inizio da un atto di estremo anticonformismo: indossare, il solo, la talare nella capitale del laicismo e dell’islamismo europeo. Seguendo il consiglio di Pietro: «Andate, spiegate chi siete, rispondete a chi vi domanda ragione della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza».