Visualizzazione post con etichetta Comunione eucaristica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Comunione eucaristica. Mostra tutti i post

lunedì 26 ottobre 2015

PER UNA Comunione compulsiva

L’Ostia: uno status symbol



Con lo sconcerto della “disfatta” annunciata dai giornali che tale poi abbiamo troppo tardi saputo non era, col fuso orario, con l’insalatone di patate uova e carote e simmenthal che me so magnato a tardissima sera non è che posso dire di aver dormito tanto, anzi: poco e male. In cambio ho un po’ letto il discorso del papa e riflettuto. Ma in realtà da mò che ho riflettuto…

L’Ostia: uno status symbol

E allora mi sia concesso per questa volta di esprimermi con una certa libertà: io distinguo sempre ciò che penso, da ciò che devo sostenere, che ho il dovere di sostenere o non sostenere come cattolico. Almeno stando alla mia capacità di comprensione delle cose. Stavolta dico quel che penso, che magari è solo frutto di pregiudizio o superficialità, lo metto in conto.
Sorridevo tristemente al bar, pochi minuti fa, leggendo i troppo frettolosi titoli dei giornali: “ostia ai divorziati”. Parlano di “ostia”, come a dire un oggetto pure abbastanza risibile, un alimento integrativo, uno status symbol, un accessorio inutile ma ambito se non altro per invidia o far dispetto a qualcuno, e manco si sono accorti che nessuno ha citato “l’ostia” o comunione che dir si voglia nella relazione finale del sinodo. “Divorziati”: manco si sono accorti che l’oggetto del contendere non erano i “divorziati”, ma quelli risposati, questi ultimi non possono accedere lecitamente «all’ostia», per dirla con l’ignoranza bestiale e nichilista dei giornalisti. La verità è che tutti, proprio tutti abbiamo perso la fede… nella Particola. E, va da sè, il rispetto.

Bergoglio ha vittoriosamente perso

Innanzitutto va ripetuto – come ha notato oggi su Libero Antonio Socci e prima di lui Magister – di “comunione” andreottianamente non si parla nel documento finale del sinodo. Ok, siamo d’accordo: è una paraculata e nessuno è nato ieri, il convitato di pietra sappiamo tutti qual è. Non mi esalto per questo, perché credo che quel silenzio oltre che frutto del compromesso che parla solo di “nuova integrazione nella comunità” del divorziato risposato, voglia significare ben altro: ogni conferenza episcopale decida se introdurre e rendere prassi la comunione per costoro, ciascuno è sovrano in casa sua, “noi, Roma, ce ne laviamo le mani”. Come Pilato.
Dunque non c’è stato alcun trionfo del papa e di nessun’altro; si può parlare, a secondo da che prospettiva guardi, di pareggio oppure di 0 a 5… ma a sfavore del papa. Di fatto è un compromessone democristiano abbastanza aleatorio, abbastanza di buon senso: brilla, diciamo così, di aurea mediocritas. Ma effettivamente i principi e i fondamenti non sono stati toccati, non sulla carta almeno.
Certo è che le parole del papa sono state un attimino, a ben osservare, invelenite: significa che il compromesso è stato estenuante. E i cedimenti progressisti (e dei nervi del papa) non sono stati pochi. Ad esempio sono del tutto scomparsi i riferimenti alla “questione omosessuale”, punto inserito a forza nello scorso sinodo dal papa, benché scartato dai padri: oggi mi rendo conto che sapeva gli sarebbe servito come una sorta di merce di scambio, diciamo pure di ritorsione verso i padri per il sinodo dell’anno successivo: ok, togliamo i gay di mezzo, però in cambio concedete una disponibilità a vagliare localmente “caso per caso” la questione dell’ammissione alla comunione dei divorziati risposati. Il che, per un soffio, è stato concesso, sebbene in termini generalissimi e con casistiche tutte ancora da definire nello specifico.
A proposito degli omosessuali. Ho capito cosa intendevano i vescovoni belgi quando ieri mattina si lamentavano dei “negri” al sinodo. Più precisamente: si lamentavano di Sarah (Dio ce lo renda papa), che appena i progressisti hanno cominciato a blaterare di “aprirsi” ai gay, nell’accezione arcobaleno e non cattolica del termine, il cardinale Sarah si è alzato e gli ha tappato la bocca. E come non bastasse è pure scomparso dalla relazione finale il riferimento (chiaramente sono abbastanza navigato per sapere che quanto è cacciato dalla porta, alla prima occasione irromperà dalla finestra, e il papa aveva tutta l’aria di colui che sta preavvertendo…).
Per farla breve: è tutto e niente, una vittoria di pirro per tutti e per metà è stato tutto un gioco e talora un bluff mediatico, specie per i progressisti. Tant’è che ancora i giornali vanno dicendo che un “trionfo di Francesco”. Trionfo una cippa: Socci la dimostra come una sconfitta, compromissoria quanto volete, ma sconfitta. Ma siccome non credo stiamo giocandoci una partita di calcio, io non vedo vittorie da nessuna parte, vedo solo il Deposito miracolosamente salvo. Almeno all’esterno.

Era meglio decidere di non decidere niente

Dal canto mio, siccome sono pragmatico e concreto, sarei tentato di dire: il sinodo si poteva pure evitare e comunque poteva non decidere niente. Dal momento che comunque chiunque e ovunque fa come cacchio gli pare, sia preti che laici. Basta andare a una qualsiasi messa la domenica, e all’improvviso… tutti cattolici in grazia di Dio, tutti a prendere la comunione, in mano, in bocca, ovunque.  Tranne io: trattenuto dai miei peccati, dalla scarsa volontà di non reiterarli, dall’assenza di confessione e soprattutto dal mio pertinace giansenismo, che mi pone in una posizione sui generis e critica con la comunione, la confessione e il senso di colpa.
Ma poi … lo stesso Bergoglio faceva così da vescovo, la dava un po’ a tutti, e da cardinale ha aiutato anche la sorella a porre fine al suo matrimonio, e poi da papa faceva le telefonatine alle fedeli argentine divorziate risposate per consigliarle di andare a prenderla in altra parrocchia “dove non ti conoscono” la comunione, se nella sua non gliela davano. Ecco, noi giansenisti sempre questi escamotage che vorrebbero imbrigliare nella casistica persino Dio, queste leziose e spregiudicate ipocrisie non abbiamo mai amato dei gesuiti: onde li odiamo, i gesuiti, e sempre li abbiamo odiati, quelli antichi e quelli, più sciagurati ancora, presenti.
Non prendiamoci in giro: era un pretesto ideologico per molti questo qua della comunione, doveva essere una prima angolare pietra sfilata dall’Edificio, e appresso sarebbero venute tutte le altre. Come già hanno fatto capire e anzi già iniziato a fare nel Nord Europa: prima la comunione ai risposati, poi chiaramente per forza la devi dare a tutti gli altri, e così dalla comunione arrivi alle benedizioni dei conviventi, poi delle coppie gay, poi di chi abortisce, poi di chi prende la pillola, poi di chi vuole l’eutanasia… etc etc. Insomma: tutto quel che hanno fatto i luterani nordeuropei negli ultimi anni. Suicidandosi subito dopo, per cessata ragione d’esistere.

Il problema risposati: non si risolve, si rimedia

Siamo seri: la questione dei divorziati risposati sacramentalmente non si risolve: semplicemente si ripara. Con un sacramento che vorrei dire di “pietà”, più che di grazia, nei loro riguardi, anche se non ho capito che necessità ci sia della comunione a tutti i costi: nella Chiesa ci si può stare e partecipare a diversi livelli, e la comunione dovrebbe essere (ok, è il giansenista che parla) un premio allo sforzo penitenziale perseguito lungo un intero periodo, perché se il peccato è lavato dalla confessione, l’alone della colpa resta, è come un chiodo nel muro, tolto il chiodo resta comunque il buco (ma ripeto: non intendo predicare i miei convincimenti, per questo onestamente li dichiaro per quel che sono: giansenismo, che rivendico per me e non certo impongo agli altri).
In ogni caso Dio non si prende in giro, dunque non capisco lo scandalo di molti: se uno va a prendere la comunione senza essere in stato di grazia, il problema è suo, la “condanna” la ingoia lui mica noi, e se il prete non lo ha avvisato, anche il prete si condanna da solo. Il parroco deve sempre essere chiaro, a mio avviso: “Io nel tuo stato la comunione non te la posso dare, perché collaborerei alla tua condanna: ma se la pretendi, contro la mia volontà, prendila, te la do, ma sappi che non è una grazia ma una maledizione”. Facciamoci gli affari nostri e pensiamo ai nostri peccati e alla nostra salvezza, invece che a quelli altrui.

Ci stanno casi che meritano 

un Sacramento di “pietà”

Oggettivamente ci stanno casi che vanno considerati a parte, per i divorziati risposati. Per questo non ho storto nemmeno troppo il naso dinanzi a quel confusionario testo papale dove si parla di rendere più pratici i processi per vagliare i casi di nullità: almeno si salvano le apparenze, anche se Dio non lo prendi in giro. Lui conosce i segreti dei cuori, meglio delle commissioni rotali.
Il problema effettivamente c’era e andava affrontato. Ora, sono abbastanza adulto da sapere che la maggior parte dei matrimoni finisce per questioni che di penoso e serio e degno nulla hanno, il matrimonio è diventato un consumismo come un altro. Ma … c’è sempre un ma: alcuni casi sono eccezionali e vanno esaminati con la massima solidarietà
Vi faccio un esempio terra terra.
Una cosa è se una ha lasciato il marito per andarsene con l’amante: per sensualità. Non merita alcuna “solidarietà” e men che meno la comunione.
Una cosa è il caso di uno che, senza colpa, avendo sempre fatto il suo dovere di marito, è stato abbandonato da una strega che fra l’altro gli metteva le corna, ed è ancora giovane: come fai a non rifarti una famiglia? In tal caso la parrocchia ha il dovere di esaminare con ogni pietà il suo caso e concedergli pietosamente il sacramento. Non è stata “colpa sua”, poveraccio!, la comunione gli sia concessa, sebbene come sacramento di “pietà”.
Puoi prenderla se sei vittima di un incidente, non puoi se te lo sei andato a cercare, il divorzio. Questi punti saranno stabiliti a parte, mi pare di aver capito. Che poi ognuno continuerà a fare come cavolo gli pare, è altro discorso, che non nasce certo con Bergoglio: sono anni di desacralizzazione del Sacramento, eucaristico e matrimoniale.
Quando manca la volontà di interrompere il matrimonio e manca il dolo nella sua fine, secondo me … vanno compresi misericordiosamente gli interessati.

Alla santità del matrimonio
deve corrispondere la dignità

Vorrei aggiungere sommessamente una considerazione che proposi sul mio fb ma mi fu duramente contestata dai miei amici, e io sono uno di quelli che, fedele al vangelo, prende in considerazioni gli “ammonimenti fraterni” dei correligionari, se sinceri. La dico senza volerla accreditare.
Il matrimonio è un sacramento, e il sacramento è per sempre. “Nella buona e nella cattiva sorte”. Ma di una “sorte” fatale si parla, che cade dall’alto su uno o su entrambi i coniugi. Non una “sorte” infame che uno volontariamente infligge all’altro. Ecco, non arrivo a sostenere il divorzio, ma dico che la nullità dovrebbe essere con buon senso allargata anche a taluni di questi casi. Dove alla santità del matrimonio deve far riscontro anche la sua dignità: se la promessa di prendersi cura e rispettarsi l’un l’altro viene meno, viene meno anche la dignità, la verità e la santità del matrimonio. Onde dovrebbe vagliarsi l’idea talora di sciogliere certi matrimoni per “indegnità” verso il sacramento.
Io sarei ancora per il ripudio, che taglierebbe la testa al toro, in caso di indegnità di un coniuge, ma siccome Gesù non vuole, taccio.

La misericordia delatoria?

La relazione finale parla e più che altro si interroga sul come “integrare i risposati” nella comunità parrocchiale (non parla di comunione) “senza procurare scandali”. Già! Cosa voglia dire non so, scandalo da parte di chi nemmeno so, ma sento comunque puzza di bruciato e zaffate di ipocrisia frammista a confusione.
A tal proposito, mi ha fatto sorridere una ipotesi, diciamo così, di scuola. Qualcuno diceva che Bergoglio inaugura la chiesa della delazione misericordiosa. Il parroco non misericordioso sarà additato e distrutto da consiglio pastorale, fedeli, pie associazioni, vescovi e soggiornanti di Santa Marta.
Dal canto mio, ci vedo un altro problema, proprio paesano ma non meno pernicioso: quando, poniamo, il parroco dovrà stabilire se una donna divorziata risposata ha diritto alla comunione, ascoltato il suo “caso pietoso”, non dovrebbe poi sentire anche l’altra campana? Immaginate l’ex che viene chiamato a testimoniare della “degnità” della sua ex? Provate a immaginare la scena! “La comunione a quella sgualdrina?!! Perle alle maiale!”. La prima opposizione sarebbe quella dell’ex che come minimo demolirebbe la “pietosità” delle ragioni asserite, s’immagina anche un po’ ricamando e manipolando, l’aspirante comunicanda.
Ma c’è di peggio. Pensate a una donna divorziata risposata che, evitate tutte le ipotesi di “scandalo” pubblico, è riammessa alla comunione dal parroco per la “pietosità del suo caso”. E questo in un paese, dove tutti sanno tutto di tutti. Immaginate fedeli, zitelle, comari, donne pie, vergini nate, meretrici pentite sull’orlo di una crisi di santità e persino (ci stanno pure, talora, in parrocchia) persone perbene: «E’ una vergogna! Dare la comunione a quella vacca!», e giù lettere anonime o firmate in fitta schiera “dalla cagnette a cui è stato sottratto l’osso” canterebbe De Andrè. Uno scenario da Bocca di Rosa.
Intanto tra una settimana, dicono gli scienziati, un enorme asteroide che non riescono a capire da dove è spuntato, sfiorerà la terra. Che sia il famigerato “segno nei cieli” annunciato da diverse presunte profezie?
Io ve lo dicevo, da buon giansenista: con questa storia della comunione frequente, anzi abitudinaria, compulsiva distruggerete l’eucarestia e voi stessi. Dell’eucarestia ne distruggerete il senso, il valore, la forza e la sacralità eccezionali; e quanto a voi, finirete col dannare voi stessi e trascinarvi dietro tutti gli altri: preti, papi, laici, divorziati risposati e anche no.
http://www.papalepapale.com/cucciamastino/senza-categoria/una-non-decisione-che-andava-presa-il-sacramento-di-pieta/

P.S.

Nella relazione finale del sinodo il termine "peccato" compare 4 volte, mai vi si ricorda però che cosa sia il peccato che pure il Catechismo della Chiesa cattolica definisce come un'offesa a Dio (CCC. 1850). Non vi si dice che è peccato vivere more uxorio con una persona che non è il proprio coniuge sacramentale. Il termine "conversione" compare invece 12 volte mai però legandolo al concetto di peccato personale. La prima volta in cui il termine "conversione" compare nella relazione finale è nel capitolo intitolato "ecologia e famiglia". Insomma: dobbiamo convertirci alla raccolta differenziata dei rifiuti......Questa relazione finale del sinodo dove devo metterla: nell'umido o nel residuo secco? Nicola Lentinu

venerdì 30 gennaio 2015

Magistero svanito

Omosessualità, il Magistero

scomparso
di Roberto Marchesini


Sono ormai moltissimi i vescovi che si sono espressi a favore delle unioni omosessuali «purché non si chiamino matrimonio». Tra le tante, ricordiamo la presa di posizione di monsignor Bruno Forte che, durante la presentazione della «Relatio post disceptationem» del recente Sinodo straordinario ha esclamato: «Non si può escludere la codificazione di diritti per le coppie omosessuali, è un discorso di civiltà!». Anche molti laici influenti hanno ammesso la possibilità di riconoscere pubblicamente le unioni omosessuali «purché non si chiamino matrimonio» e purché non si pretenda l'adozione di bambini da parte di genitori con tendenze omosessuali.

Eppure – se non m'inganno, non essendo un esperto - il Magistero si è già espresso in maniera chiara su questo tema.

Mi riferisco ad un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede intitolato Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali (clicca qui). Si tratta di un documento firmato dall'allora Prefetto della Congregazione cardinale Ratzinger, in calce al quale è posta una scritta di qualche rilievo: «Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione» (scritta che non compare su ogni documento delle Congregazioni vaticane).

In questo documento la posizione della Chiesa appare nettissima: «In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza» (§ 5).


A sostegno di questa affermazione vengono aggiunte diverse considerazioni di ordine relativo alla retta ragione («Lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un'istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio», § 6); di ordine biologico ed antropologico («Esse [le unioni civili di persone con tendenze omosessuali] non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. [...] è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. [...] l'assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all'interno di queste unioni», § 7); di ordine sociale («Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune», § 8);  di ordine giuridico («Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l'ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell'ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune», § 9).

La stessa cosa si potrebbe dire dell'altro tema che ha infiammato le pagine dei quotidiani durante il Sinodo (che avrebbe dovuto essere dedicato alla famiglia): la comunione ai divorziati risposati.

Anche in questo caso – sempre se non mi sbaglio - esiste una Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati (clicca qui). Anche questo documento è stato stilato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede; e anche in questo caso la posizione della Chiesa appare chiarissima: «Fedele alla parola di Gesù Cristo, la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione» (§ 4).

«Roma locuta, causa finita», scrisse sant'Agostino. E così si diceva fino a qualche tempo fa per indicare una semplice e chiara regola per «sentire cum ecclesia», come si esprimeva sant'Ignazio di Loyola. Eppure – a quanto pare, e come è stato spiegato da qualcuno - oggi il Magistero si aggiorna, è in continua evoluzione, recepisce i progressi della scienza, si adatta al mutare dei costumi e delle circostanze sociali.


Anche su questo modo di intendere il magistero, tuttavia, pare che la Chiesa abbia preso una netta posizione. Non faccio riferimento all'ennesimo dimenticato (o mai letto) documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, bensì alla lettera enciclica Pascendi dominici gregis (clicca qui), data da san Pio X l'8 settembre 1907 a tutti i fedeli del mondo. In questa lettera il santo Pontefice condanna – non senza una buona dose di elegante ironia – la tesi secondo la quale «Dogma, Chiesa, culto, Libri sacri, anzi la fede stessa, se non devon esser cose morte, fa mestieri che sottostiano alle leggi dell'evoluzione. [...] Lo stimolo precipuo di evoluzione del culto sarà il bisogno di adattarsi agli usi ed alle tradizioni dei popoli. [...] I dogmi e la loro evoluzione debbono accordarsi colla scienza e la storia».

Richiamando il Magistero non intendo certo calarmi indebitamente nel ruolo di teologo, ecclesiologo, canonista o storico della Chiesa (ci sarebbe solo da ridere); mi riconosco piuttosto in quel «cattolico medio» che, secondo Vittorio Messori, è «abituato a fare a meno di pensare in proprio, quanto a fede e costumi».

Mi pare però molto strano che il Magistero della Chiesa, che fino a qualche tempo fa era unanimamente considerato il faro della vita di ogni credente, sia scomparso dai dibattiti che animano la vita ecclesiale degli ultimi tempi.

venerdì 20 giugno 2014

memento

Fragmenta sunt Sacramenta!

È una domanda che mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei  frammenti eucaristici.




di Vito Abbruzzi

Quale Padre o Auctor probatus ha mai detto: “Fragmenta non sunt Sacramenta”?
È una domanda che, francamente, mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei  frammenti eucaristici.

Che si tratti dell’Aquinate, a cui l’infelice frase si vuole attribuire, lo escludo categoricamente, visto che nelle strofe XIX e XX del Lauda Sion, la sequenza della messa del Corpus Domini composta dal Dottore Angelico nel 1264, è detto testualmente:

Fracto demum Sacraménto,
ne vacílles, sed memento,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Alla lettera: “Spezzato finalmente il Sacramento, non tentennare, ma ricorda che tanto c’è sotto un frammento quanto si nasconde nell’intero. Nessuna scissura si fa della sostanza; si fa rottura solo del segno: per cui né lo stato né la dimensione del Segnato è sminuita”.
È così, perbacco! La stessa scienza lo dimostra! Basti pensare agli studi – ormai noti a tutti, persino ai bambini – condotti sulla celiachia: patologia diffusa più di quanto si pensi. È sufficiente venire a contatto anche con una sola particella infinitesimale (microscopica) di sostanza contenente glutine – e il pane eucaristico,normalmente confezionato, contiene glutine – che il danno è fatto, scatenando nel celiaco quel processo autoimmunitario che lo porta a stare male.
E, allora, onde evitare che tutto questo accada, persino quel sacerdote che non dà affatto importanza alla dispersione dei frammenti eucaristici, credendo ostinatamente che “fragmenta non sunt Sacramenta”, diventa – guarda caso – scrupolosissimo a non contaminare, col solo contatto delle dita, l’ostia del celiaco, dopo aver manipolato le altre ostie; celiaco che può, a giusta ragione, autocomunicarsi, prendendo la sua ostia custodita nella propria teca posata sull’altare accanto alle oblate.



 Se imparassimo dall’esperienza quotidiana più che dalle teorie astratte,  astruse e fuorvianti, saremmo meno faciloni e distratti, prendendo sul serio quanto il Codice di Diritto Canonico autorevolmente insegna e raccomanda:

“Augustissimo Sacramento è la santissima Eucaristia, nella quale lo stesso Cristo Signore è presente, viene offerto ed è assunto, e mediante la quale continuamente vive e cresce la Chiesa […], è significata e prodotta l'unità del popolo di Dio e si compie l'edificazione del Corpo di Cristo” (can. 897).

“I fedeli abbiano in sommo onore (maximo in honore) la santissima Eucaristia, partecipando attivamente nella celebrazione dell’augustissimo Sacrificio, ricevendo con frequenza e massima devozione questo sacramento e venerandolo con somma adorazione; i pastori d'anime che illustrano la dottrina di questo sacramento, istruiscano diligentemente i fedeli circa questo obbligo” (can. 898).

Il primo canone ricorda che siamo “corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27), di cui nessuno – proprio nessuno, anche il più piccolo ed insignificante – può andare perduto (cfr. Mt 18,14; Gv 6,39); significato, appunto, dalla santissima Eucaristia, i cui frammenti, compresi quelli invisibili, non devono andare assolutamente dispersi (cfr. Gv 6,12).
Il secondo canone sembra evocare la celebre sentenza di Giovenale, assunta a motto da varie agenzie educative: “Maxima debetur puero reverentia” (Satire, XIV, 47). Se è vero – come è vero – che al fanciullo si deve il massimo rispetto, quanto più questo massimo rispetto si deve alla santissima Eucaristia, da venerarsi con  “somma adorazione”! E questo a partire dai sacri ministri, che devono diligentemente evitare di commettere e far commettere i tanto deprecati abusi liturgici – e la dispersione dei frammenti eucaristici, seppure non intenzionale, è un abuso liturgico, stigmatizzato dalla pietà eucaristica come oltraggiosacrilegio,indifferenza – che inevitabilmente “contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento” (Redemptionis Sacramentum, n. 6); tanto mirabile da essere appellato “augustissimo Sacramento”, “augustissimo Sacrificio”!
La diligenza richiesta ai pastori d’anime nell’insegnare ai fedeli ad avere in massimo onore la santissima Eucaristia, non può non produrre il rispetto nei loro confronti, da parte di Dio e da parte degli uomini, come insegna la Scrittura: “Chi custodisce santamente le cose sante sarà santificato e chi si è istruito in esse vi troverà una difesa” (Sap 6,10). Mentre a chi questa diligenza manca è riservata l’ignominia: “Vìolano la mia legge, profanano le cose sante. Non fanno distinzione fra il sacro e il profano, non insegnano a distinguere fra puro e impuro, […] e io sono disonorato in mezzo a loro” (Ez 22,26).
Ci serva di monito la lezione di Gesù: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (Mt 7,6).
Poi non lamentiamoci se la gente ci crede sempre meno e l’indifferenza religiosa aumenta sempre più.


http://www.scuolaecclesiamater.org/2014/06/fragmenta-sunt-sacramenta.html

sabato 18 agosto 2012

Comunione sulle mani?

La comunione sulla mano è e resta un "indulto"

Molti confratelli sacerdoti e fedeli laici sembrano credere che il ricevere "la comunione sulla mano" - che in Italia è un uso neanche ventennale - sia un diritto divino intoccabile e sacrosanto...
Forse ci si dimentica un tantino la storia, la teologia e recenti pronunciamenti.
La conferenza episcopale italiana, è riuscita solo nel 1989 a far approvare la POSSIBILITA' di ricevere la comunione sulla mano (19 maggio) e con un solo voto di scarto! Questa richiesta fu poi, come prassi, inoltrata alla Santa Sede perchè venisse concesso l'indulto di distribuire la comunione in questa forma che si affianca, ma non sostituisce la precedente, nè le è di per sè preferibile.
Ancora una decina d'anni prima dell'introduzione in Italia dell'indulto della comunione in mano, Papa Giovanni Paolo II aveva qualcosa da ridire riguardo a questa forma di distribuzione, che già era presente in varie nazioni europee e non. Rileggiamo un passaggio della
lettera Dominicae Cenae:

In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l'approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l'eucarestia. Avviene pure che, talora, non è tenuta in conto la libera scelta e volontà di coloro che, anche dove è stata autorizzata la distribuzione della comunione sulla mano, preferiscono attenersi all'uso di riceverla in bocca. E' difficile quindi, nel contesto dell'attuale lettera, non accennare ai dolorosi fenomeni sopra ricordati. Scrivendo questo non ci si vuole in alcun modo riferire a quelle persone che, ricevendo il Signore Gesù sulla mano, lo fanno con spirito di profonda riverenza e devozione, nei paesi dove questa pratica è stata autorizzata.
Bisogna tuttavia non dimenticare l'ufficio primario dei sacerdoti, che sono stati consacrati nella loro ordinazione a rappresentare Cristo sacerdote: perciò le loro mani, come la loro parola e la loro volontà, sono diventate strumento diretto di Cristo. Per questo, cioè come ministri della santissima eucaristia, essi hanno sulle sacre specie una responsabilità primaria, perché totale: offrono il pane e il vino, li consacrano, e quindi distribuiscono le sacre specie ai partecipanti all'assemblea, che desiderano riceverla. I diaconi possono soltanto portare all'altare le offerte dei fedeli e, una volta consacrate dal sacerdote, distribuirle. Quanto eloquente perciò, anche se non primitivo, è nella nostra ordinazione latina il rito dell'unzione delle mani, come se proprio a queste mani sia necessaria una particolare grazia e forza dello Spirito Santo!
Il toccare le sacre specie, la loro distribuzione con le proprie mani, è un privilegio degli ordinati, che indica una partecipazione attiva al ministero dell'eucaristia. E' ovvio che la Chiesa può concedere tale facoltà a persone che non sono né sacerdoti né diaconi, come sono sia gli accoliti, nell'esercizio del loro ministero, specialmente se destinati a futura ordinazione, sia altri laici a ciò abilitati per una giusta necessità, e sempre dopo un'adeguata preparazione.


Il Santo Padre, poi, prosegue la sua lettera facendo riferimento a questioni che sono - a distanza di vent'anni - tutt'altro che superate, anzi di attualità assoluta:

Abbiamo letto con commozione, in libri scritti da sacerdoti ex-prigionieri in campi di sterminio, relazioni di celebrazioni eucaristiche senza le suddette regole, e cioè senza altare e senza paramenti. Se però in quelle condizioni ciò era prova di eroismo e doveva suscitare profonda stima, tuttavia, in condizioni normali, trascurare le prescrizioni liturgiche può essere interpretato come mancanza di rispetto verso l'eucaristia, dettata forse da individualismo o da un difetto di senso critico circa opinioni correnti, oppure da una certa mancanza di spirito di fede.

Su noi tutti, che siamo, per grazia di Dio, ministri dell'eucaristia, grava in particolare la responsabilità per le idee e gli atteggiamenti dei nostri fratelli e sorelle, affidati alla nostra cura pastorale. La nostra vocazione è quella di suscitare, anzitutto con l'esempio personale, ogni sana manifestazione di culto verso Cristo presente e operante in quel sacramento d'amore. Dio ci preservi dall'agire diversamente, dall'indebolire quel culto, «disabituandoci» da varie manifestazioni e forme di culto eucaristico, in cui si esprime forse una «tradizionale» ma sana pietà, e soprattutto quel «senso della fede», che tutto il Popolo di Dio possiede, come ha ricordato il Concilio Vaticano II (cfr. «Lumen Gentium», 12).

Molti che esaltano i mea culpa di Giovanni Paolo II, dovrebbero forse tener presente anche quello qui riportato, di cui forse troppo poco ci si ricorda...

Conducendo ormai a termine queste mie considerazioni, vorrei chiedere perdono - in nome mio e di tutti voi, venerati e cari fratelli nell'episcopato - per tutto ciò che per qualsiasi motivo, e per qualsiasi umana debolezza, impazienza, negligenza, in seguito anche all'applicazione talora parziale, unilaterale, erronea delle prescrizioni del Concilio Vaticano II, possa aver suscitato scandalo e disagio circa l'interpretazione della dottrina e la venerazione dovuta a questo grande sacramento. E prego il Signore Gesù perché nel futuro sia evitato, nel nostro modo di trattare questo sacro mistero, ciò che può affievolire o disorientare in qualsiasi maniera il senso di riverenza e di amore nei nostri fedeli.
Motivi di riflessione e di revisione di certe prassi "allegre", mi pare ce ne siano in abbondanza.


Testo preso da: La comunione sulla mano è e resta un "indulto" http://www.cantualeantonianum.com/2008/06/la-comunione-sulla-mano-e-resta-un.html#ixzz23ob2n2lz
http://www.cantualeantonianum.com

lunedì 9 aprile 2012

Comunione Eucaristica

"Il papa vuole tutti in ginocchio"

Omelia di Benedetto XVI per il Giovedì Santo

 
 
"Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca."

 
 
 
Magister ricorda quando nel libro intervista “Luce del mondo” Benedetto XVI si è detto consapevole di dare con ciò un “segno forte”:
“Facendo sì che la comunione si riceva in ginocchio e la si amministri in bocca, ho voluto dare un segno di profondo rispetto e mettere un punto esclamativo circa la Presenza reale… Deve essere chiaro questo: È qualcosa di particolare! Qui c’è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio”.
Aggiunge Magister: "Ebbene, nell’omelia del Giovedì Santo Benedetto XVI è andato alla radice del mettersi in ginocchio, che lungi dall’essere una devozione spuria, è un gesto caratterizzante la preghiera di Gesù e della Chiesa nascente."
fonte: Vatican.va