lunedì 31 ottobre 2016

SANTIFICARE ANCHE IL DIAVOLO!!!!

lunga storia d’amore tra protestantesimo e modernismo


di Luca Fumagalli

Qualcuno ha scritto di recente che la Riforma luterana ricorda molto da vicino il rinnovamento che si sta cercando di portare avanti all’interno della Chiesa.

Non si sta facendo altro che portare al suo tragico epilogo la surreale teologia pastorale inaugurata negli ultimi decenni. Si tratta di qualcosa di così abnorme che farebbe sorridere il cattolico più smaliziato, se dietro non si nascondesse una volontà quasi stalinista di riscrivere la storia.

Far passare Lutero per un pio riformatore è qualcosa di intrinsecamente perverso. Nella gloriosa storia della Chiesa, infatti, tanti veri riformatori hanno saputo coniugare le istanze di rinnovamento con il rispetto dall’autorità legittima, un’autorità non stabilita da un’assemblea democratica, ma voluta da Cristo stesso. L’ubbidienza, come dimostra il caso di San Francesco, è una virtù preziosa, l’unica che ha permesso a lui e ai suoi fraticelli di distinguersi da tutta quella marmaglia ereticale che appestava l’Europa medievale.

Lutero, al contrario, più che un riformatore fu un rivoluzionario, un uomo che spaccò in due un continente, tanto dal punto di vista religioso che politico. Poco importano, dunque, le sue intenzioni: come ricorda il Vangelo – quello che il monaco agostiniano ritradusse e mutilò per ingannare se stesso e gli altri – un albero lo si giudica dai frutti. E quali furono i frutti del protestantesimo? Non solo le guerre, la violenza e centinaia di martiri, ma anche e soprattutto germi morali quali l’individualismo, l’anarchia dottrinale e il rifiuto di ogni autorità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nei paesi del nord Europa, quelli a più lunga tradizione protestante, l’unica religione che oggi sopravvive è l’agnosticismo e le cifre di coloro che frequentano regolarmente una funzione religiosa sono sempre più vicine allo zero.

Cosa ci sia di meritorio in tutto questo rimane un mistero. Ma la vera insidia che si nasconde dietro la riabilitazione di Lutero, dietro il dialogo a tutti i costi, dietro l’ecumenismo più estremo, è quella che denunciava oltre un secolo fa don Davide Albertario. Secondo il sacerdote lombardo voler cercare nell’altro il bene sempre e comunque porterà un giorno i cattolici a parlare in toni elogiativi persino di Satana: del resto, si dirà, era pur sempre un angelo.

http://www.radiospada.org/2016/10/bergoglio-in-svezia-la-lunga-storia-damore-tra-protestantesimo-e-modernismo/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

Eutanasia dei diritti umani





Eutanasia dei diritti umani … o diritto umano all’eutanasia?





di Massimo Micaletti

Il recente caso dello stupratore belga che ha chiesto ed ottenuto di poter essere ucciso in luogo dell’espiazione della pena [1] ha suscitato parecchi commenti, soprattutto nel mondo di coloro che si interessano di Vita e Diritto. Sui profili strettamente giuspenalistici di questa ennesima assurdità dei nostri tempi, posso rimandare serenamente a quanto scritto da Ilaria Pisa [2]; mi interessa invece dimostrare come la vicenda di questo signore, Frank Van De Bleeken, sia la riprova che la retorica dei diritti umani è ormai stantia ed anzi pericolosa. Non è poi così noioso, però è un po’ complicato e tuttavia necessario, se vogliamo fare il punto e soprattutto renderci conto di cosa stia capitando, con uno sguardo preoccupato a quel che capiterà.

Dobbiamo perciò articolare la riflessione in tre momenti: il primo è, appunto, sui diritti umani. Si tratta di una costruzione pericolosissima per il cattolico, per tutta una serie di ragioni e di intenti che provengono dal mondo essenzialmente laicista e massonico da quale i diritti umani promanano; essi hanno però un merito storico oggettivo, che vedremo di sintetizzare qui di séguito.

Il regime nazista – dal processo al quale, a Norimberga, la teoria trovò la sua completa formulazione – si fondava sul positivismo giuridico, concezione che al di là del nome di positivo non aveva proprio nulla: il positivismo è ben riassunto, infatti, nell’assunto “Auctoritas, non Veritas facit legem”, ossia la legge è un prodotto dell’autorità, non della verità. Fermi tutti: che significa? Significa che una volta che si è individuata di comune accordo (o ci è stata imposta) una norma fondamentale che regola la produzione delle leggi ed individua gli organi che pssono produrle, ecco che queste leggi sono tutte giuste e valide: in altri termini, il riferimento per valutare se una norma è giusta non è la morale, il senso del Bene e del Male (Veritas), bensì il procedimento o l’organo da quale la legge deve promanare (Auctoritas), perché il Diritto non può e non deve rifarsi a criteri di Bene o di Male in quanto tali criteri non sono conoscibili dall’Uomo. Non è una cosa troppo tecnica, è anzi un atteggiamento diffuso e ben presente ancora oggi. Pensiamo ad esempio alla Legge 194: ecco, per molti tecnici ed opinionisti (non sempre intellettualmente onestissimi) la legge sull’aborto è giusta perché emanata dal Parlamento e confermata da un referendum, a prescindere dai problemi etici che essa pone. Sono argomenti, del resto, buoni per tappare la bocca a qualcuno, per chiudere una discussione.

Con la teoria dei diritti umani, in reazione al positivismo, si cerca di riportare la legge non solo al cospetto di una morale, ma al di sotto di questa: ed è un grande traguardo, non scontato e che oggi infatti stiamo di nuovo perdendo. Essi riportano il problema del giudizio sulla norma entro un alveo individuato di principi che vogliono essere giuridici e morali, non risolvendolo con la mera rispondenza alle procedure, come invece tagliava corto il positivismo, che non a caso era funzionale al regime nazista come a quello comunista. In quest’ottica, la legge è giusta, insomma, non solo se emanata dall’organo competente secondo le regole condivise, ma anche e soprattutto se non viola i diritti umani.

Parrebbe tutto bellissimo, ma così non è, quantomeno per noi cattolici.
Il problema che pongono al cattolico i diritti umani è che essi sono un catalogo creato dall’Uomo, quale precisa alternativa illuminista ai Dieci Comandamenti ed alla morale cristiana, a fondamento di una nuova civiltà che ha rotto i ponti con Dio e si costruisce da sé i propri principi. Appare dunque evidente che il parametro non è la sola ed unica Veritas, la Veritas divina, ossia i precetti dettati da Dio nel Suo amore infinito per noi, quanto piuttosto un insieme di valori e principi meramente umani, apparentemente condivisi da tutti i popoli: potrebbe dirsi, parafrasando il brocardo che ho riportato sopra a proposito del positivismo, che l’ottica alla base della Dichiarazione universale è “Unitas, non Veritas facit legem”.
In quanto meramente umani, tali principi e valori sono mutevoli, emendabili, interpretabili e tanto sta avvenendo: questi principi vengono interpretati, elusi e manipolati, sebbene vi siano ancora resistenze al loro esplicito stravolgimento. E questo lo vedremo tra poco.

Il secondo momento della nostra riflessione attiene alle caratteristiche peculiari di questo catalogo di diritti, tra i quali è ovviamente ricompreso il diritto alla vita.

Per accordare loro la massima protezione, essi sono stati definiti – tra le altre prerogative – indisponibili, ossia non vi si può rinunciare: io non posso rinunciare al mio diritto alla vita. Al che qualcuno obietterà: ma come, non posso suicidarmi? Dobbiamo allora approfondire il senso reale dei diritti umani.

Poiché essi toccano beni fondamentali e connaturali alla condizione umana (la vita, la libertà, la salute etc.), non si può parlare strettamente di “diritti ad avere qualcosa”, quanto piuttosto di “diritti a non essere privato di qualcosa”.
Facciamo un esempio. Il diritto alla vita non comporta che a ciascuno spetti di vivere, perché il bene vita, che lo si voglia o no, non ce lo diamo da noi: se una persona muore di colpo di morte naturale, gli eredi non possono certo fare causa al Padreterno o alla natura per far valere il “diritto alla vita”. Però ben sappiamo che gli uomini possono uccidere, possono cioè privare della vita altre persone, volontariamente o involontariamente. Ecco dunque che il diritto alla vita non comporta che io possa pretendere (da chi?) di vivere, comporta piuttosto che io posso pretendere che nessuno mi privi della vita, ossia che chi mi priva della vita venga punito.




Bene, dunque posso uccidermi? Tralasciando l’evoluzione normativa in materia, possiamo dire che il suicidio è un problema che non attiene strettamente alla teoria dei diritti umani perché nel suicidio il soggetto si priva da sé della vita, mentre nel suicidio assistito o nell’eutanasia – e veniamo al punto – la persona non si uccide da sé ma viene soppressa da qualcun altro. Questo qualcun altro ha il consenso della persona da uccidere, però – eccoci qua – siccome il diritto alla vita è indisponibile, questo consenso non ha alcuna rilevanza: chi mi priva della vita su mia richiesta o col mio permesso, o chi agevola o rafforza il mio proposito suicida, risponde comunque di omicidio[3].
Per le medesime ragioni non esiste il diritto di morire: non esistendo, come detto, il diritto di vivere, ed esistendo invece il diritto a non essere uccisi, ebbene il diritto di morire si tradurrebbe nel diritto di essere uccisi, quindi nella possibilità di obbligare qualcuno ad uccidere. Il che, oltre ad essere giuridicamente assurdo e del tutto incompatibile con la teoria generale dei diritti umani e soprattutto con la morale cattolica che sola salva, suona per giunta malissimo.

Se cade il presidio della indisponibilità della vita, come ad esempio auspicano alcuni giuristi come Stefano Rodotà[4] o Giovanni Cimbalo[5] o filosofi come Paolo Flores D’Arcais[6], ogni soggetto debole, cosciente o incosciente, diviene gravemente esposto all’arbitrio ed alla coartazione del più forte. Chi si sente forte fatalmente finisce per decidere della vita degli altri dietro la coltre del loro consenso. Per constatarlo basta fare un giro in una casa di riposo, dove potete incontrare anziani lasciati lì in attesa della morte: a questo punto, perché aspettare? Quante persone depresse sarebbero soppresse a cura e spese dello Stato? E chi decidesse di “aiutarli a morire” anziché aiutarli a vivere, non farebbe altro che la propria volontà in risposta alla loro?
Veniamo al terzo passaggio, sperando di non aver già annoiato. Dunque della vita non si può disporre perché chi ce ne privasse sarebbe comunque perseguibile penalmente e civilmente. Allora possiamo dire che il civilissimo Belgio e tutti i civilissimi Paesi che nel mondo legittimano a vario titolo eutanasia, soppressione del malati, interruzione delle cure e via iniettando violino i diritti umani? Letteralmente sì, quantomeno potremmo rispondere di sì se i diritti umani fossero una cosa seria. Ma non lo sono. Ecco che dunque ci sono due grimaldelli attraverso i quali fa saltare i buoni propositi degli aficionados dei diritti di carta.

Una prima via è quella anglosassone liberale, che rifiuta (o comunque oppone molta resistenza) verso la categoria dei diritti indisponibili. In quest’ottica, molto individualista, il diritto è mio e me lo gestisco io, non è uno strumento di risoluzione dei conflitti (come è invece nella tradizione europeo–romanistica), è piuttosto uno strumento per far valere una pretesa. Ma se tale è, allora io a questa pretesa posso rinunciare, poiché il solo che ne pagherà le conseguenze sono io e nessun altro. L’inconsistenza di questa pur influente visione è chiara: così ragionando il diritto diviene non un mezzo pacifico di tutela dei deboli ma un’arma nelle mani dei forti e la comunità si disgrega in una somma di pretese più o meno confliggenti, più o meno garantite. Esattamente l’opposto di quel che la legge dovrebbe fare, ossia regolare i contrasti proteggendo chi altrimenti soccomberebbe.

La seconda via, ben più raffinata, è infilare la rinuncia alla vita nell’ambito del diritto alla salute, che è anch’esso un diritto umano. Ora, chi si occupa di Bioetica per difendere la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale ogni volta che sente parlare di “diritto alla salute” mette mano alla pistola: con simili espedienti si è riusciti a contrabbandare l’aborto, la contraccezione, la fecondazione artificiale, la selezione embrionale, gli esperimenti sugli embrioni e – appunto – l’eutanasia.

Nel caso dell’eutanasia, per farla breve, si ritiene che la morte sia compresa negli obblighi che il medico ha verso il paziente. Partendo da un’impostazione che dà il massimo rilievo alla volontà del paziente nei confronti dell’agire del medico, si arriva ad imporre a quest’ultimo di assecondare la volontà di morte del malato. E’ la morte come scelta ma anche come terapia della sofferenza inguaribile.

Attenzione, attenzione: se la morte o la cessazione delle terapie sono equiparate ad un trattamento medico in termini di obbligo giuridico, ecco che per la gente comune lo divengono anche sul profilo morale: non possono essere negati dunque a minori, ritardati mentali, persone in stato d’incoscienza. Del resto, se un bambino ha diritto di essere curato e la morte è una cura, perché rifiutarla?

Anche qui le contraddizioni sono evidenti e numerose e ne rilevo solo una, forse la più macroscopica. Così ragionando si contrappongono diritto alla salute e diritto alla vita (e già questo è preoccupante) e si dà prevalenza alla salute sulla vita: siamo all’assurdo più totale. Se non ci fossero di mezzo le vite (e le morti) di tanti poveri indifesi, verrebbe da dire con una battuta che chi ritiene che uccidere sia curare sarebbe capace di prescrivere la ghigliottina per il mal di testa.

E arriviamo finalmente al povero Frank Van De Bleeken, che dopo trent’anni di galera perché stupratore ed assassino ha deciso di chiedere di morire e sarà accontentato.

Chiara sia una cosa: Frank De Bleeken non soffre per il rimorso di quel che ha fatto, soffre per la detenzione prolungata e che dovrebbe durare per tutta la sua vita; inoltre, i giudici avevano consigliato nel suo caso il ricovero in ospedale psichiatrico ma a quanto pare il Belgio sarebbe sprovvisto di strutture adeguate al suo caso e sebbene la prima di esse dovrebbe aprire entro un anno Van De Bleeken ha dichiarato che non intende aspettare e che quindi vuol essere ucciso. Parliamo quindi di una persona da ospedale psichiatrico, una persona da proteggere anche da se stessa: e puntualmente è la vittima della possibilità di rinunciare al diritto alla vita, come ho scritto poc’anzi. La storia di Frank è l’ennesima riprova che, laddove si riconosce agli uomini il diritto d’uccidere, la morte arriva in un lampo e ghermisce gli indifesi pure sotto il manto apparentemente immacolato dei diritti umani; anzi essi divengono presidio non dall’arbitrio ma dell’arbitrio, piegati ad una concezione di pietà e di cura che nulla ha a che vedere né con Dio né con l’Uomo.

Chi chiede di morire non è mai una persona serena (quando è cosciente), è sempre qualcuno che soffre: dinanzi a questa sofferenza possiamo declamare tutte le Dichiarazioni Universali che vogliamo, ma se è pronto l’inganno, se abbiamo già in tasca l’espediente elusivo, la sola risposta allora sarà uccidere. Se proclameremo l’indisponibilità del diritto alla vita con la destra, staremo pronti a somministrare la “dolce morte” con la sinistra, anche a chi invece dovrebbe essere ricoverato in un centro di igiene mentale come il povero Frank. O ad un bambino.

Solo se gli uomini adegueranno le proprie leggi ai comandamenti di Dio, che sono comandamenti d’amore immenso per tutti, pure per chi muore in agonia e per chi vive nella sofferenza, si potrà parlare di buona morte, di diritti umani che siano realmente tali, di difesa della salute che non sia un attentato a chi sta male. Se si tenta di difendere l’Uomo facendo a meno di Dio, come si è tentato di fare con la teoria dei diritti umani di conio massonico-liberale, si creeranno solo nuove e “civilissime” vie di prevaricazione e morte.

La sola vera Legge, la norma delle norme e sopra tutte le norme, è limpida: come direbbero i giuristi, in claris non fit interpetatio. Dio non Lo si può ingannare, non si presta ai sofismi rabbinici da Talmud: nel Suo disegno di salvezza, Egli ci chiama ad accompagnare il fratello che soffre, a prepararci a vivere la sua sofferenza pregando che un giorno qualcuno lenisca la nostra.


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[1] http://www.corriere.it/esteri/14_settembre_16/ho-sbagliato-fatemi-morire-belgio-dice-si-stupratore-549b1d56-3d6f-11e4-8a05-562db8d64ccf.shtml
[2] http://radiospada.org/2014/09/suicidio-di-stato-o-le-aporie-della-liberta/
[3] Pensiamo ai noti articoli 579 e 580 del Codice Penale, che puniscono l’omicidio del consenziente e l’istigazione o l’aiuto al suicidio.
[4] Ad esempio, in Diritto, scienza, tecnologia: modelli e scelte di regolamentazione, in G. Comandé. G. Ponzianelli (a cura di), Scienza e diritto nel prisma del diritto comparato, Torino 2004, p. 398, ss.; o in La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, Roma, 2006.
[5] Ad esempio, in Eutanasia e Diritto. Confronto tra discipline, S. Canestrari, G. Cimbalo, G. Pappalardo (a cura di), Torino, 2003, pp. 133–172; o in Saggi sull’eutanasia, Torino, 2011.
[6] Ad esempio, in A chi appartiene la tua vita?, Firenze, 2009.

TENTATIVI DI PROTESTANTIZZARE LA FEDE

LECTIO MAGISTRALIS DI MONS. LUIGI NEGRI, ARCIVESCOVO DI FERRARA
" TENTATIVI DI PROTESTANTIZZARE LA FEDE "
 

Nella Coscienza religiosa nell'uomo moderno, pubblicato per la prima volta nel 1985, il teologo fondatore di Comunione e Liberazione ha dato un contributo fondamentale ad affrontare il tema della difficoltà della fede all'interno o, meglio, di fronte alla modernità.

Don Giussani era ben consapevole che la modernità non era certamente, in blocco, una realtà negativa da cui i cristiani dovessero guardarsi, ma conteneva una tendenza anticristiana ovvero quella che l'uomo potesse tranquillamente prescindere da Dio nella concezione della sua vita, dei suoi rapporti con la realtà e dello svolgimento della sua vocazione umana, perché Dio sarebbe ormai diventato una presenza sostanzialmente disturbante l'autonomia dell'uomo. Le pagine che egli ha dedicato al laicismo, che di fatto copre il vuoto lasciato dalla tradizione cristiana, rimangono ancora oggi pagine di profonda intelligenza e di straordinario vigore.

La modernità non è totalmente negativa ma contiene un punto di rifiuto radicale del cristianesimo come esperienza di vita e di cultura. Oggi il laicismo rappresenta la prosecuzione rigorosa di questa umanità e società senza Dio, in cui al cristianesimo viene lasciato uno spazio di vita e di azione solo se adeguatamente consentito dalla mentalità laicista dominante.
In questo impatto con gli esiti ultimi della modernità, il laicismo è quello più evidente e definitivo. A partire da tale contesto, don Giussani ci spiega che la Chiesa corre alcune gravi tentazioni. La prima è quella di una protestantizzazione del fatto cristiano ed è una protestantizzazione che noi, a più di trent'anni di distanza da questo volume, possiamo verificare giorno per giorno e che si è diffusa in maniera devastante nel tessuto della vita ecclesiale e della vita cristiana. La protestantizzazione della fede si potrebbe anche definire come la riduzione dell'evento a una gnosi, a un discorso di cui la ragione umana possiede la chiave di lettura e gli elementi determinanti. La protestantizzazione dà alla fede quel carattere soggettivistico che la fa diventare un'espressione della singolarità individuale dell'uomo, soprattutto delle sue esigenze psicologiche e affettive. Questo copre totalmente l'ontologia, ovvero fa passare dall'ontologia alla psicologia e alla dimensione meramente affettiva: la fede diventa una cosa che «si sente». Quando poi cesserà il sentimento della fede, la fede non avrà più nessun peso nella vita dell'uomo.

Credo che dobbiamo seriamente interrogarci, noi cristiani, se questo non costituisca la mentalità vincente all'interno del mondo cattolico ovvero quel modo non cristiano di pensare la fede che, come diceva il Beato Paolo VI, è penetrato nella struttura della Chiesa e si diffonde in maniera progressiva. Il contrappunto a questa protestantizzazione è ciò che Giussani chiama il moralismo che si basa sull'asserto che la fede, come soggettivismo individualistico, acquisterebbe una credibilità nel mondo – al di là dello spazio della coscienza individuale – soltanto perché produce frutti sociali. Il cristianesimo inteso come una struttura finalizzata a iniziative pratiche, socio-politiche, nella quale la fede verifica la sua capacità di trasformazione del mondo, ma una trasformazione che dipende dall'individuo e dalla sua progettualità e non più dall'evento della fede.

Io sono convinto che così tocchiamo il fondo di una crisi ecclesiale che è ancora presente come tendenza rigorosa e vigorosa nonostante i grandi pontificati di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e nonostante le preoccupazioni espresse continuamente da Francesco.

Siamo ancora nella necessità di avere coscienza e di riproporre la frase iniziale dell'enciclica Deus Caritas est: «“Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino».

Il cristianesimo non è una spiritualità soggettiva e neppure un impegno socio-politico, ma è l'incontro con la persona di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che permane nella Chiesa e in essa può essere ritrovato e seguito. Dire che queste questioni sono superate e che oggi il problema sia un atteggiamento più morbido nei confronti della cosiddetta modernità, sinceramente mi sembra soltanto una irresponsabilità.

da Studi Cattolici n° 668 / 2016

domenica 30 ottobre 2016

la feccia luterana


Capitan Gesù, non stà lassù,
stà quaggiù con la bandiera in mano.
Sempre quaggiù, con la bandiera in mano,
Gesù, mio capitano!
Comanda Santi e fanti
e coglie tutti quanti
gli diavoli in flagrante,
Gesù, mio comandante!

Capitan Gesù, non stà lassù,
ma stà quaggiù a battagliar col male.
Sempre quaggiù a battagliar col male,
Gesù, mio generale!

Lui caccia dalla tana
la feccia luterana
e il popolo giudio
Gesù è il maresciallo mio!

Capitan Gesù, non stà lassù,
stà quaggiù con la bandiera in mano.
Sempre quaggiù, con la bandiera in mano,
Gesù, mio capitano!
Comanda Santi e fanti
e coglie tutti quanti
gli diavoli in flagrante,
Gesù, mio comandante!

Capitan Gesù, non stà lassù,
ma stà quaggiù a battagliar col male.
Sempre quaggiù a battagliar col male,
Gesù, mio generale!

Lui caccia dalla tana
la feccia luterana
e il popolo giudio
Gesù è il maresciallo mio!

Dio che rallegra la giovinezza

 Perche ci vogliono tristi?


Le Scritture, che leggiamo nella sacra liturgia secondo il rito romano di sempre, sono tratte dalla Vulgata. Non intendo parlare male dei tentativi di riforma e di aggiornamento, ma, ahimè, talvolta l’uomo moderno, preso dalla vertigine di dover progredire comunque, non si preoccupa dove progredisce. Non ci si preoccupa della strada che si percorre, pur di progredire, non ci si preoccupa dell’essere, delle essenze, ma solo del divenire, del progredire. Però bisognerebbe vedere che cosa è il progresso, dove si và.

Vi confesso sinceramente che quella traduzione dei Salmi, che adesso adoperiamo invece della Vulgata, è sì più critica, più scientifica, più aggiornata, ma non è più bella, lasciatemelo dire con chiarezza.
Pensate a quel bellissimo salmo che recitiamo nella traduzione di san Girolamo. Esso dice:

"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam (Ps 43 [42], 4): verrò all’altare del Signore, a quel Signore che è la gioia della mia giovinezza!"

Come è bella quella traduzione!
Il testo ebraico è perfettamente rispettato.
Nelle moderne traduzioni, la giovinezza e la gioia scompaiono misteriosamente, a causa di scrupoli critici e scientifici. Così tutta la poesia delle Scritture scompare.

Invece san Girolamo ebbe da Dio il dono particolare di essere non solo un grande filologo, un grande critico, un grande esegeta, ma soprattutto un’anima poetica, un’anima sensibile e più ancora un’anima credente, soprannaturalmente credente.

Il testo sacro è parola del Signore, di Dio infinitamente bello, gioia degli angeli, splendore di verità! Dice ancora il Salmo: " Alla tua casa, Signore, si addice la bellezza per tutta la lunghezza dei giorni ". Dio è bellezza.

La sua casa e i riti con cui lodiamo, celebriamo, onoriamo e proclamiamo il Signore devono essere belli. La parola del Signore, essendo bellissima in sé, deve essere bella anche nelle sue traduzioni.

È cosa commovente vedere come Dio ha dato a san Girolamo il particolare dono di essere elegantissimo nell’espressione latina, con reminiscenze poetiche vergiliane, ovidiane e oraziane. Non solo, ma gli ha dato anche lo "spirito dei riti".

San Girolamo rispetta i semitismi e li traduce fedelmente. Proprio per questo entra nella mentalità del popolo eletto, al quale il Signore ha rivolto queste parole.
Non bisogna temere la fedeltà nelle traduzioni.
Al giorno d’oggi ci si improvvisa traduttori e si diventa traditori.

San Girolamo, nel tradurre, dimostrò umiltà, lui che aveva tutt’altra indole. Disciplinato e guidato dal Signore, seppe farsi umile dinanzi alla sua parola e il Signore, amante degli umili, lo esaltò, dando, tramite lui, alla Chiesa la traduzione latina delle Sacre Scritture, detta Vulgata versio.


(... tratto da "Omelia su san Girolamo" di Tomas Tyn)

sabato 29 ottobre 2016

Chiedete e vi sarà dato (Gesù )

Le Rogazioni



Luciano Garofoli.

Delle Rogazioni avevamo già parlato qui. E ricordate la nostra Messa votiva Tempore belli? [qui].
Ma ringrazio l'Autore per questa condivisione di un testo così completo.
 

A peste, fame, et bello, libera nos Domine!
A flagello terrae motus, libera nos Domine!
Te rogamus. Audi nos Domine!

C’è stata un’epoca in cui il cristianesimo non era soltanto una religione ma il vero e proprio modus vivendi che regolava la vita del mondo. Tutto si conformava ad esso ogni più piccola azione, ogni modo di fare quotidiano: dal come relazionarsi con gli altri, cioè con il “prossimo”, al concepire gli spazi dove passare l’esistenza, alla stessa toponomastica delle città e dei luoghi di normale svolgimento di qualsiasi tipo di attività.

E non ci si venga a raccontare che queste erano manifestazioni conseguenze dirette di un potere religioso che tendeva a soffocare qualsiasi anelito di libertà o di novità. O peggio erano lo stereotipo prefabbricato ed imposto con la forza, se non addirittura con il terrore, da un sodalizio formato dal potere temporale e da quello spirituale uniti e fusi per puntellarsi a vicenda e schiacciare la gente.

Ogni cosa della vita aveva la sua attenzione anche in campo religioso ed ognuno, anche singolarmente, sentiva l’intima e forte esigenza di fare le cose con la protezione di Dio o di implorare la sua misericordia ed il suo aiuto sia in maniera preventiva, sia nel momento di chiedere conforto quando si era nella prova e nel dolore.

Da un punto di vista sociale il lavoro era quello che aveva più bisogno dell’aiuto e delle benevolenza divina, per gli uomini  rappresentava la fonte di sussistenza, la possibilità di poter sopravvivere singolarmente ed anche garantire il giusto sostentamento alla propria famiglia ed ai propri cari.

All’epoca l’agricoltura rappresentava l’attività di gran lunga più diffusa: essa forniva sia il lavoro sia direttamente anche i prodotti necessari alla sussistenza. Accanto a questa l’artigianato era in grado di creare tutta quella serie di prodotti collaterali che coprivano le necessità immediate più importanti: vestiario, attrezzi necessari al lavoro, prodotti utili per la casa.
 
 
 

C’era la forte esigenza di implorare la benevolenza divina.

La chiesa supportava questa spinta dal basso con tutta una serie di mezzi spirituali tra cui le famose rogazioni.

Il termine rogazioni  deriva dal latino  rogatio preghiera, supplica: altro non erano che processioni di supplica che si snodavano dal centro abitato verso la campagna coltivata, soprattutto nei giorni precedenti la festività dell’Ascensione. Si partiva dalla chiesa di buon mattino, in processione, cantando le litanie e quando si arrivava alla meta prestabilita si benediceva il terreno a coltura, poi seguiva una messa solenne celebrata in loco.

Pare che le Rogazioni siano state istituite nel 470 da San Mamerto, vescovo di Vienne. Le processioni rogazionali furono poi regolate da un ordine del Vescovo Bascapé: 
"Siano avvisati gli abitanti delle strate perché puliscano e vi spargano rami, erbe e fiori. Lasciati i lavori e chiuse le botteghe vi convengano numerose persone. Non si mangi, non si beva, non si usino strumenti musicali durante le processioni penitenziali".
Viene davvero da ridere, ma fa davvero pensare tanto, a questo tipo di modo di comportarsi: oggi non c’è cerimonia religiosa che non debba essere “animata”, in cui non si debba per forza chiacchierare, leggere scritture, dare delle spiegazioni più o meno “creative” a quello che si sta facendo. E nei momenti in cui non si parla per forza bisogna almeno ascoltare della musica: la valenza del silenzio come momento di comunicazione umile e devoto con Dio è stato abolito e preso a martellate. Ci deve per forza essere almeno un rumore di fondo, il che distoglie la concentrazione dal dialogo intimo personale con Nostro Signore rendendo questo momento di abbandono assolutamente impossibile.

Francesca Sbardella è un’antropologa e storica delle Religioni presso l’università di Bologna ed ha pubblicato un libro intitolato: Abitare il silenzio.
In esso racconta l’esperienza che ha fatto in maniera personale vivendo  per alcuni mesi presso due monasteri francesi di Carmelitane scalze.
L’autrice, rispondendo alle domande di un giornalista afferma:
“La cosa che più mi ha colpito è il silenzio. Un silenzio che non è naturale e che a tratti e quasi fastidioso. Il quotidiano è scandito da una sequenza ordinata di silenzi e di momenti di preghiera in cui la sola parola di devozione è permessa.
Il silenzio si esprime anche attraverso i gesti. Il silenzio delle monache è un silenzio che ha dentro molta vita, loro stesse lo definiscono un silenzio abitato.”
La Sbardella in parte ha capito ed in parte no, o non riesce a dimensionare bene il problema: in convento si vive in un’altra dimensione, ci si relaziona non con il mondo, ma si dialoga con Dio ed anche il proprio corpo si atteggia alla sua maestosa presenza. Ella dice che le suore riescono ad avere una totale capacità di controllo del proprio corpo che permette loro di:
“stare ore ed ore in ginocchio immobili come se fosse una posizione naturale, mentre io, durante i cicli di preghiera, avevo sempre male alle braccia. Desideravo cambiare posizione e talvolta nell’appoggiarmi  per sbaglio al bracciolo facevo rumore. Alla fine del ciclo di preghiera avevo le gambe addormentate e dolenti, mi alzavo in modo scomposto e facevo sempre rumore”.
La strada dell’ascesi è dura e faticosa cara signora ed a certi livelli ci si arriva attraverso una disciplina ferrea ed un abbandono totale, abituale, confidenziale tra le braccia di Dio!!

Altre straordinarie benedizioni furono create per implorare l’aiuto divino contro i continui “perigli” che minacciavano le campagne come tempeste, brine grandinate. Ricordiamo che era abitudine mettere delle croci fatte con delle canne intrecciate e con un ramoscello di olivo, benedetto la Domenica delle Palme, in ogni campo coltivato. Adesso l’agricoltura industrializzata e laicizzata preferisce affidarsi alle “amorose” e mortifere cure dei prodotti di quella macchina infernale che è la Monsanto: diserbanti, prodotti OMG e contro grandine e rischi vari, ma per bacco basta fare un’assicurazione!! Di Dio si è perduta ogni traccia, meglio lo si è cancellato applicandogli una lenta e progressiva eutanasia.

Vediamole queste Rogatorie che oltre tutto venivano espresse con il canto che qui ovviamente è impossibile riprodurre. Ma le rendevano assolutamente suggestive. Dimenticavo sono il latino, quella lingua che un sacerdote, molto progressista, definiva già molti anni fa “la lingua del diavolo” (sic!):
A damnatione perpetua libera nos Domine.
A subitanea et improvvisa morte, libera nos Domine.
Ab imminentibus peccatorum nostrorum periculis, libera nos Domine.
Ab infestationibus daemonum, libera nos Domine.
Ab omni immunditia mentis et corporis, libera nos Domine.
Ab ira, et odio, et omni mala voluntate, libera nos Domine.
Ab immundis cogitationibus, libera nos Domine.
A coecitate cordis, libera nos Domine.
A fulgure, et tempestate, libera nos Domine.
A peste, fame, et bello, libera nos Domine.
A flagello terrae motus, libera nos Domine.
A omni malo, libera nos Domine.
Per mysterium sanctae incarnationis tuae, libera nos Domine.
Per passionem et crucem tuam, libera nos Domine.
Per gloriosam resurrectionem tuam, libera nos Domine.
Per admirabilem ascentionem tuam, libera nos Domine.
Per gratiam sancti Spiritus Paracliti, libera nos Domine.
In die judicii, libera nos Domine.
Peccatores, Te rogamus audi nos.
Ut pacem nobis dones, te rogamus audi nos.
Ut misericordia et pietas tua nos custodiat, te rogamus audi nos.
Ut Ecclesiam tuam sanctam redigiri, et conservare digneris, te rogamus audi nos.
Ut domnum[1] Apostolicum, et omnes gradus Ecclesiae in sancta religione conservare digneris, te rogamus audi nos.
Ut Episcopos et Praelatos nostros, et cunctas congregationes illis commissas in tuo sancto servitio conservare digneris, te rogamus audi nos.
Ut inimicos sanctae Ecclesiae humiliare digneris, te rogamus audi nos.
Ut regibus et principibus nostris pacem et veram concordiam, atque victoriam donare digneris, te rogamus audi nos.
Ut cunctum populum christianum pretioso tuo sanguine redemptum conservare digneris, te rogamus audi nos.
Ut omnibus benefactoribus nostris sempiterna bona retribuas, te rogamus audi nos.
Ut animas nostras, et parentum nostrorum ab aeterna damnatione eripias, te rogamus audi nos.
Ut fructus terrae dare, et conservare digneris, te rogamus audi nos.
Ut oculos misericordiae tuae super nos reducere digneris, te rogamus audi nos.
Ut obsequium servitutis nostrae, te rogamus audi nos.
Ut pacem nobis dones, te rogamus audi nos.
Ut loca nostra et omnes abitantes in eis visitare et consolari digneris, te rogamus audi nos.
Ut civitatem istam, et omnem populum ejus protegere, et conservare digneris, te rogamus audi nos.
Ut omnes fideles navigantes et itinerantes ad portum salutis perducere digneris, te rogamus audi nos.
Ut regolarisbus disciplinis nos instruere digneris, te rogamus audi nos.
Ut omnibus fidélibus defunctis requiem aeternam dones, te rogamus audi nos.
Ut nos exaudií dignéris, te rogamus audi nos.
Fili Dei te rogamus audi nos. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi. Parce nobis, Domine.
Ma tutto questo non basta in particolari e gravi periodi si inserivano particolari preghiere addirittura nella messa.
Forse che a qualche Sacerdote o Vescovo durante il recente gravissimo terremoto che ha colpito le Marche ed il Lazio è venuto in mente, durante le messe, di recitare queste preghiere per tutto il tempo di durata dell’emergenza del terremoto?
 
 
 



Orazioni speciali in tempo di terremoto

Oratio
Omnipotens sempiterne Deus, qui respicis terram et facis eam tremere: parce metuentibus, propitiare supplicibus; ut cuius iram terrae fundamenta concutientem expavimus clementiam contritiones eius sanantem iugiter sentiamus . Per Dominum nostrum Iesum Christum filium tuum. Amen.   

O Dio onnipotente ed eterno il cui sguardo fa tremare la terra, perdona chi è nel timore, sii benigno con chi supplica, affinché, avendo paventato il tuo sdegno che scuote i cardini  della terra, continuamente sperimentiamo  la tua clemenza che ne ripara le rovine. Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo figlio. Amen.
Secreta
Deus qui fundasti terram super stabilitatem suam, suspice oblationes et preces populi tui: ac trementis terrae  periculis penitus amotis divinae tuae iracundiae  terrores in humanae salutis remedia converte; ut, qui de terra sunt et in terram revertentur, gaudeant se fieri sancta conversatione caelestes. Per Dominum nostrum Jesum Christum, filium tuum. 

Amen.

O Dio che hai formato e reso consistente la terra, accetta le offerte e le preghiere del tuo popolo; rimuovi completamente la minaccia del terremoto, muta la tua terrificante collera in rimedio per la salvezza degli uomini, affinché coloro che dalla terra vennero e ad essa ritorneranno, gioiscano al pensiero di poter divenire cittadini del cielo con una vita santa, Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio. Amen.
Postcommunio
Tuere nos, Domine quaesumus, tua sancta sumentes: et terram, quam vidimus nostris iniquitatibus trementem, superno munere firma; ut mortalium corda cognoscant et te indignante talia flagella prodire et te miserante cessare. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum. Amen.

Difendi, o Signore, noi che abbiamo ricevuto il santo sacramento e per celeste grazia rassoda la terra che a motivo dei nostri peccati, abbiamo visto sussultare, affinché i cuori degli uomini comprendano che tali flagelli vengano dal tuo sdegno e cessano per la tua misericordia. Per il nostro signore Gesù Cristo, tuo Figlio. Amen.
Quanto sopra riportato non pare sia stato abolito o soppresso da nessun documento specifico da parte della Santa Sede, ma due sono le cose che lo sterilizzano uno la lingua latina considerata ormai all’interno dell’ambito ecclesiale come qualcosa legata all’oscurantismo religioso, al fanatismo riconducibile al tradizionalismo ed all’integralismo cattolico. Tutte cose aberranti nella nuova impostazione e nelle direttive che vengono impegnate per la formazione dei sacerdoti del XXI secolo. La lingua latina sa di stantio, di ricordi di potenza di concezioni della vita legate al diritto, alla giustizia, alla Verità, all’affermazione di una civiltà ormai scomparsa e, diciamocelo francamente, troppo infarcita di fascismo e di grandezza magnificente se non retorica. 
 
 

Da scartare a priori!

Ormai quello che impera è il terzomondismo più bieco e becero, la predicazione di un pauperismo egualitario marxisteggiante o meglio fabiano in cui tutto deve essere una concessione da parte di élites alle masse cieche ed ignoranti che devono essere imbrigliate, guidate e dominate.
Ma guai a dirlo tutto si copre con la dignità della persona umana, con i diritti egoistici e singolari che impediscono a chiunque di esprimere il ben che minimo giudizio su tutto e su tutti: il modello è “Chi sono io per giudicare?”, all’interno della Chiesa e del politicamente corretto nella società. Le persone non devono essere mai giudicate ce lo insegna il Vangelo, ma i fatti sì, sempre altrimenti come possiamo discernere il bene dal male?
Vorrebbe essere così gentile da spiegarcelo caro papa Bergoglio? O è chiedere di schierarsi e lei santità, da buon gesuita, questo non lo farà mai?
Il latino è stato abolito anche dall’insegnamento nelle scuole e nelle nazioni “più avanzate e laiche” come la Francia Hollandiana si pensa di sostituirlo con l’arabo per poter essere più vicini agli immigrati mussulmani,  futuri padroni della nuova entità l’Eurabia.
Nessuno ovviamente forma più i sacerdoti attraverso questa lingua nei seminari, anche perché diciamocelo fuori dai denti: il latino è una lingua morta e quindi le sue parole non sono fungibili. Questo impedisce quel grado di “creatività” e di “modernità” di “aderenza al mondo di oggi” che rende la Messa così seguita e partecipata e che  fa si che le chiese siano sempre … più desolatamente VUOTE!
Quando un sacerdote dal pulpito dice ai fedeli:
“Ma che serve recitare la liturgia delle ore? Essa è solo uno strumento per inorgoglire chi la recita, per mettere tranquilla la sua coscienza e ciò è un formalismo sbagliato e fuorviante!!”    
E no ormai i religiosi sono diventati un misto di custodi di un mondo “favoloso e mitico” passato, tramontato per sempre ed ormai non più accettabile e sostenibile ed i “disaster menager”. Dei sociologi, degli studiosi di antropologia culturale che si impegnano per stare sempre dalla parte dei più deboli e più poveri, perché questi non si sentano abbandonati e …. restino sempre tali ed a cui non venga minimamente in mente di cambiare rotta magari invertendola di 360° e tornare a come era sempre stato fatto da sempre.

Nella società civile la stessa cosa vale per il liberismo, il turbo capitalismo ed il libero mercato senza più frontiere: mai si potrà tornare indietro nemmeno davanti allo sfascio, alle crisi economiche, alla fame ed alla desolazione che causano solo insicurezza e suicidio.
Entrambi i processi sono irreversibili: come se umanamente tutto fosse eterno ed assoluto!!
Vedrete che con il passare del tempo la storia della Chiesa Cattolica (oddio si può ancora definire così? Speriamo che nessuno si offenda! Del resto se non esiste un Dio cattolico non dovrebbe nemmeno esistere, a rigor di logica, una chiesa cattolica) comincerà con il Concilio Ecumenico Vaticano II e tutto il resto cadrà nell’oblio e verrà presentato come una parentesi di passaggio per arrivare alla Nuova Vera Religione Mondiale adogmatica, mondialista, universalista ed assolutamente uguale per tutte le genti della terra!!

Insomma quella che Albert Pike chiamava la nuova e folgorante religione luciferina: in cui al posto di Adonai, l’arconte sadico ed osceno, seviziatore del genere umano, si insedierà Lucifero l’angelo buono cacciato e perseguitato da Adonai.
A damnatione perpetua, libera nos Domine.
Ab infestationibus daemonum, libera nos Domine.
E poi dopo anche:
A flagello terrae motus, libera nos Domine.
luciano garofoli
Pubblicato il 14/10/2016 su Blondet & Friends
Pubblicato il 16/10/2016 su Spaghetti.com,
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1. Domnum è la forma contratta di dominum. In questo caso Dominum Apostolicum è il pontefice.


giovedì 27 ottobre 2016

la bellezza salverà il mondo





The country of the Czech Republic and the city of Prague was much blessed by the visit last week of His Eminence Raymond Leo Cardinal Burke. His Eminence visited several places, giving public lectures in defense of Catholic doctrine on marriage and the family and celebrating pontifical liturgies in the usus antiquior. In this post, I will simply share photos from the Mass on Saturday, October 15, at Strahov Abbey, a house founded in 1143 as part of the Premonstratensian order and well known for housing the relics of St. Norbert himself.

This Mass was one of the most splendid I have ever had the privilege of attending. The capacious Baroque church was packed with faithful of all ages, including quite a few little children, which was heartening to see. A large number of clergy, including the abbot, the prior, and many of the Norbertine canons, assisted in choro. Ministers were provided by the Institute of Christ the King, whose founder and head, Msgr. Gilles Wach, was also present. The liturgy, for the feast of St. Teresa of Jesus, was conducted with the utmost beauty and reverence. The choir sang with great finesse Palestrina's Missa Papae Marcelli and a number of other Renaissance motets; the organist, for his part, was simply outstanding as an improviser. The final 10-minute improvisation on the popular hymn tune that had just been sung by the congregation was positively Brucknerian in scope.

His Eminence has graciously given NLM permission to publish his sermon for the feast of St. Teresa. It is a most beautiful meditation on this great Carmelite saint. A gallery of photos may be found at the end.



SERMON


Feast of Saint Teresa of Avila, Virgin
Basilica of the Assumption of the Blessed Virgin Mary
Premonstratensian Abbey of Strahov
Prague
15 October 2016

2 Cor 10, 17-18; 11, 1-2
Mt 25, 1-13

Praised be Jesus Christ! Now and for ever.

It brings me profound joy to offer the Pontifical Mass in this most beautiful church dedicated to Our Savior and to His Immaculate Mother under her title of the Assumption. I am grateful to almighty God Who has granted me to make pilgrimage to the historic Premonstratensian Abbey of Strahov and to pray at the tomb of Saint Norbert. I thank Father Abbot and all of the canons of the Abbey for their most warm hospitality, and I thank all who have prepared so well the celebration of the Pontifical Mass. In a particular way, I thank the Institute of Christ the King Sovereign Priest for providing the assistance for the Pontifical Mass, even as I am deeply grateful for the presence of Monsignor Gilles Wach, the Founder of the Institute. With deepest esteem and gratitude, I acknowledge the presence of Knights and Dames of the Grand Priory of Bohemia of the Sovereign Military Order of Malta, of which I am privileged to be the Cardinal Patron. I take the occasion to express once again my gratitude to Lucie Cekotova and to all who have worked with her to organize my visit to your beloved homeland, the Czech Republic. In deepest gratitude, I offer the Holy Mass for the intentions of the Church in the Czech Republic and the intentions of Strahov Abbey.

Today, we celebrate the feast of Saint Teresa of Avila, Virgin and Doctor of the Church. We recall the heroic sanctity of her life and its many fruits, including the reform of the Carmelite Order, which she carried out together with Saint John of the Cross, and her spiritual writings which continue to inspire and strengthen many souls to seek more perfect union with God. The life and death of Saint Teresa open our eyes to contemplate the mystery of Christ’s love, which is daily at work in our souls. Dom Prosper Guéranger, commenting on today’s feast, extolled the great gift of her spiritual writings:
Having arrived at the mountain of God, she described the road by which she had come, without any pretension but to obey him who commanded her in the name of the Lord. With exquisite simplicity and unconsciousness of self, she related the works accomplished for her Spouse; made over to her daughters the lessons of her own experience; and described the many mansions of that castle of the human soul, in the centre of which, he that can reach it will find the holy Trinity residing as in an anticipated heaven. No more was needed: withdrawn from speculative abstractions and restored to its sublime simplicity, Christian mysticism again attracted every mind; light reawakened love; the virtues flourished in the Church; and the baneful effects of heresy and its pretended reform were counteracted.[1]
Christ called Saint Teresa to give herself totally – in every fiber of her being – to Him, in order that she might bring His light and love to her brothers and sisters. From His glorious pierced Heart, Christ poured forth the sevenfold gift of the Holy Spirit into the heart of Saint Teresa, so that, she, as His bride through religious profession, could be the effective sign and instrument of His pure and selfless love.

Reflecting upon her life in Christ, we come to understand the words of Saint Paul in his Second Letter to the Corinthians. Addressing the members of the Church at Corinth, who had come to life in Christ through Saint Paul’s sacred ministry, Saint Paul declares: “[F]or I am jealous of you with the jealousy of God. For I have espoused you to one husband, that I may present you as a chaste virgin to Christ” (2 Cor 11, 2). The grace of the Holy Spirit, which came into the life of Saint Teresa of Avila and comes into our lives through the Apostolic ministry, espouses the Church as His Bride to Christ, her one and only Bridegroom. The jealousy of Saint Paul for the members of the Church is the jealousy of Christ Who does not want anyone who has become one with Him through faith and baptism to stray from Him and, thus, lose the gift of eternal salvation in Him.

The Parable of the Ten Virgins helps us to understand the mystery of Christ’s life at work in the life of Saint Teresa and in each of our lives, producing a rich harvest of holiness of life (cf Mt 15, 1-13). At the same time, it makes clear that Christ’s life in us depends upon our free response, our response of love to His immeasurable and ceaseless love of us in the Church. The wise virgins treasure, most of all, their consecration to the bridegroom and, therefore, they take care that their lamps always burn brightly to receive the bridegroom at his coming. So, too, we who belong totally to Christ, by the works of His love, keep ourselves ready to meet Christ at His Coming, both in the circumstances of our daily Christian life but also on the Last Day, when He will return in glory to restore all creation to the Father. Like the wise virgins, we know that there is nothing more important than to be vigilant, at all times, in waiting for Christ and in welcoming Him into our lives. Our Lord speaks to us at the conclusion of the Parable of the Virgins: “Watch therefore, for you know neither the day nor the hour” (Mt 25, 13).

The foolish virgins grow careless about the gift of their bond with the bridegroom. His coming, therefore, takes them by surprise, and they are not ready to welcome him. So, too, we are tempted to lose the sense of wonder at the great mystery of God’s love which rescues us from the snares of Satan and fills us with divine love. In little and big ways, we are tempted to be inattentive to daily communion with Christ through prayer, devotion, participation in the Holy Eucharist, the daily examination of conscience and act of contrition, and the regular meeting with Christ in the Sacrament of Penance. Instead of giving our hearts totally to Christ, as we are called to do, we begin to live more and more for ourselves and for certain earthly goods and pleasures which, at any given moment, can distract us from the true source of our freedom and joy, Christ, our one and only Bridegroom.

Saint Teresa is a powerful example of the heroic virginal love of Christ, to which we are all called. From her first intimation of Christ’s call to the religious life, she responded with all her heart. No matter how much resistance she encountered on the way of following Christ in the religious life, especially in the reform of the Carmelite Order, whether it came from her family, from her fellow religious in the Order, or from the society in which she was living, Christ was always first in her life. In a most wonderful way, her joy in spending hours in prayer, especially before the Most Blessed Sacrament, was a sign of her wisdom and fidelity as a bride of her Eucharistic Lord. As a wise virgin, she, through prayer and the life of the Sacraments, kept an abundance of oil for the lamp of her daily Christian living, so that she was always ready to meet our Lord, at His coming.

May Saint Teresa of Jesus teach us to persevere in trust, as she did in the face of much opposition and many trials. May she assist us in accepting with joy our suffering with Christ, so that we may enjoy with Him the unending joy of His Resurrection. Referring to Saint Teresa’s motto, “To suffer or to die,”[2] Dom Prosper Guéranger, citing the great preacher Jacques-Bénigne Bossuet, reminds us of the timeliness of the spiritual doctrine of Saint Teresa, embodied in her life and death:
If we are true Christians, we must desire to be ever with Jesus Christ. Now, where are we to find this loving Saviour of our souls? In what place may we embrace Him? He is found in two places: in His glory and in His sufferings; on His throne and on His cross. We must, then, in order to be with Him, either embrace Him on His throne, which death enables us to do; or else share in His cross, and this we do by suffering; hence we must either suffer or die, if we would never be separated from our Lord. Let us suffer then, O Christians; let us suffer what it pleases God to send us: afflictions, sicknesses, the miseries of poverty, injuries, calumnies; let us try to carry, with steadfast courage, that portion of His cross, with which He is pleased to honour us.[3]
With Saint Teresa, we are certain that, if only we give our hearts to Christ, our one and only Bridegroom, the evils we encounter in our personal lives and in society will be overcome by the immeasurable and enduring truth, goodness and beauty of Christ, which is made visible to us in the Sacred Liturgy, above all, in the offering of the Holy Sacrifice of the Mass. May Saint Teresa teach us to imitate her in fidelity to prayer and devotion, and to the life of the Sacraments, above all the Holy Eucharist and Penance, so that Christ may transform us and our world, in accord with His unceasing desire that all men be one with Him, that all men be saved for eternal life.

Let us now lift up our hearts, one with the Immaculate Heart of Mary, to the glorious pierced Heart of Jesus through His Eucharistic Sacrifice. Resting our hearts in His Most Sacred Heart, we will find the healing of our sins and the strength of divine love, in order to do God’s will in all things. Let us, with Mary Immaculate and Saint Teresa of Jesus, be confident that, from His Sacred Heart, there flows unceasingly and without measure the grace of the Holy Spirit, which overcomes sin in our lives and in the world, and prepares us and the world to welcome our Lord, at all times and at His Final Coming, with our lamps burning brightly.

Heart of Jesus, King and center of all hearts, have mercy on us.
O Blessed Virgin Mary, Queen assumed into heaven, pray for us.
Saint Joseph, Foster-Father of Jesus and true Husband of the Virgin Mary, pray for us.
Saint Norbert, pray for us.
Saint Teresa of Jesus, pray for us.

In the name of the Father, and of the Son, and of the Holy Spirit.

+ Raymond Leo Cardinal BURKE

NOTES
[1] “Arrivée donc à la montagne de Dieu, elle fit le relevé des étapes de la route qu’elle avait parcourue, sans autre prétention que d’obéir à qui lui commandait au nom du Seigneur ; d’une plume exquise de limpidité, d’abandon, elle raconta les œuvres accomplies pour l’Époux ; avec non moins de charmes, elle consigna pour ses filles les leçons de son expérience, décrivit les multiples demeures de ce château de l’âme humaine au centre duquel, pour qui sait l’y trouver, réside en un ciel anticipé la Trinité sainte. Il n’en fallait pas plus ; soustraite aux abstractions spéculatives, rendue à sa sublime simplicité, la Mystique chrétienne attirait de nouveau toute intelligence ; la lumière réveillait l’amour ; et les plus suaves parfums s’exhalaient de toutes parts au jardin de la sainte Église, assainissant la terre, refoulant les miasmes souls lesquels l’hérésie d’alors et sa réforme prétendue menaçaient d’étouffer le monde.” Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le temps après la Pentecôte, Tome V, 12ème éd. (Tours: Maison Alfred Mame et Fils, 1925), p. 457. [Guéranger]. English translation: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Time after Pentecost, Book V (Fitzwilliam, NH: Loreto Publications, 2000), pp. 396-397. [GuérangerEng].
[2] “Souffrir ou mourir!” Guéranger, p. 462. English translation : GuérangerEng, p. 401.
[3] “Si nous sommes de vrais chrétiens, nous devons désirer d’être toujours avec Jésus-Christ. Or, où le trouve-t-on, cet aimable Sauveur de nos âmes ? En quel lieu peut-on l’embrasser ? On ne le trouve qu’en ces deux lieux : dans sa gloire ou dans ses supplices, sur son trône ou bien sur sa croix. Nous devons donc, pour être avec lui, ou bien l’embrasser dans son trône, et c’est ce que nous donne la mort, ou bien nous unir à sa croix, et c’est ce que nous avons par les souffrances ; tellement qu’il faut souffrir ou mourir, afin de ne quitter jamais le Sauveur. Souffrons donc, souffrons, chrétiens, ce qu’il plaît à Dieu de nous envoyer : les afflictions et les maladies, les misères et la pauvreté, les injures et les calomnies ; tâchons de porter d’un courage ferme telle partie de sa croix dont il lui plaira de nous honorer.” Guéranger, pp. 468-469; GuérangerEng, pp. 406-407.


























 
http://www.newliturgicalmovement.org/2016/10/photos-and-sermon-from-cardinal-burkes.html#.WA59ZTXOC1u

IL FANTASMA DELL’ACCOGLIENZA

PROPONGO UNA INTERESSANTE RIFLESSIONE DEL PROF. FLAVIO CUNIBERTO, DOCENTE DI ESTETICA ALL'UNIVERSITA' DI PERUGIA, DA UNA POSIZIONE NON STRETTAMENTE CATTOLICA SUL TEMA DELL'ACCOGLIENZA AL MIGRANTE E LA SUA INTERAZIONE CON IL MAGISTERO DELLA CHIESA. CHE E' ANCORA IMPRONTATO AL REALISMO NONOSTANTE IL PARADIGMA APERTURISTA ATTUALE DELLA CHIESA.
IL FANTASMA DELL’ACCOGLIENZA.
 




Il paradigma cattolico dell’«accoglienza» - porte aperte a tutti – non aiuta risolvere il problema e nemmeno ad affrontarlo. Perché i «migranti» non sono affatto la massa omogenea e amorfa dei «disperati» e degli «ultimi».La varietà dei casi umani è enorme, come sono svariati i progetti personali dei «migranti»: raggiungere i parenti in Germania (sono moltissimi), tentare la sorte come capita, trovare un lavoro come capita ecc. 

Sarebbe perciò il primo compito di chi «accoglie» trattarli caso per caso (che poi significa identificarli), e valutare su questa base le richieste di asilo. (Accadeva così, del resto, a Long Island, coi bastimenti carichi di italiani).

Sarebbe anzitutto un comportamento più adeguato alla dignità del migrante: che la retorica pseudo-cristiana dell’accoglienza riduce a un essere anonimo, a un provvidenziale gingillo su cui riversare la propria quota di misericordia (e su cui lucrare i finanziamenti delle ONG). Così come la riduce all’anonimato la macchina dellì’informazione, assetata di «storie» possibilmente atroci o strappalacrime, ma sempre asservite allo spettacolo dell’informazione e non funzionali alla gestione del problema. 

Finché si andrà avanti a fare il computo degli arrivi e dei naufraghi, e a invocare una mitica «Europa» perché li distribuisca come si fa con i mazzi di carte tra i giocatori (le vergognose «quote»), il migrante sarà offeso nella sua dignità elementare, e il cittadino europeo sarà offeso nella sua concreta capacità di aiuto, che non può essere generica, ma ha bisogno di informazioni, di elementi per valutare, ossia di razionalità.