giovedì 31 maggio 2012

SANT’ ANNIBALE M. DI FRANCIA

1 GIUGNO
SANT’ ANNIBALE M. DI FRANCIA

 

Nacque a Messina il 5 luglio 1851. Illuminato dalla Parola di Dio si adoperò con ogni mezzo nella diffusione del comando di Gesù di pregare il padrone della messe per il dono dei buoni operai. Ordinato sacerdote, svolse il suo apostolato dedicandosi alla redenzione morale e spirituale degli orfani e dei poveri di una delle zone più degradate della sua città. Fondò gli Orfanotrofi Antoniani e le Congregazioni religiose delle Figlie del Divino zelo e dei Rogazionisti del Cuore di Gesù. Morì a Messina il 1 giugno 1927.

Seconda lettura
Dagli «Scritti» di sant’Annibale Maria, sacerdote e fondatore
( Quaranta dichiarazioni e promesse, n. 21; vol. 44, pp. 129-130 )
Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe
Considererò che la Chiesa di Gesù Cristo è il grande campo coperto di messi, che sono tutti i popoli del mondo e le innumerevoli moltitudini di anime di tutte le classi sociali e di tutte le condizioni. Considererò sempre come la maggior parte di queste messi periscono per mancanza di coltivatori.
Sentirò il cuore trafitto da tanta rovina, specialmente per le messi che sono le nascenti generazioni. Mi immedesimerò delle pene intime del Cuore Sacratissimo di Gesù per tanta continua e secolare miseria, e ricordandomi della parola santissima di Gesù Cristo: «Pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 38), riterrò che per la salvezza dei popoli, delle nazioni, della società, della Chiesa, e specialmente dei bambini e della gioventù, per l’evangelizzazione dei poveri e per ogni altro bene spirituale e temporale per l’umana famiglia, non vi può essere un rimedio più efficace e sovrano di questo comandatoci dal Signor nostro Gesù Cristo, quello cioè di scongiurare incessante-mente il Cuore Sacratissimo di Gesù, la sua Santissima Madre, gli Angeli e i Santi, perché il Santo e divino Spirito susciti vocazioni vigorose, anime elettissime, sacerdoti santi, uomini apostolici, novelli apostoli pieni di fede, di zelo e di carità per la salvezza di tutte le anime.
Dedicherò a questa preghiera incessante tutti i miei giorni e tutte le mie intenzioni, e avrò grande premura e zelo perché questo comando di Gesù Cristo Signor nostro, poco apprezzato finora, sia dovunque conosciuto ed eseguito; perché in tutto il mondo tutti i sacerdoti dei due cleri, tutti i prelati di santa Chiesa fino al Sommo Pontefice, tutte le vergini a Gesù consacrate, tutti i chierici nei seminari, tutte le anime pie, tutti i poveri e i bambini, tutti preghino il Sommo Dio, perché mandi senza più tardare operai numerosi e santi dell’uno e dell’altro sesso, nel sacerdozio e nel laicato, per la santificazione e la salvezza di tutte le anime. Sarò pronto, con l’aiuto del Signore, a qualunque sacrificio, anche a dare il sangue e la vita, perché questa «Rogazione» diventi universale.

Responsorio Lc 10, 2; Sal 61, 9
La messe è molta, ma gli operai sono pochi; pregate il Padrone della messe,
* perché mandi operai per la sua messe.
Confida sempre in lui, popolo: davanti a lui effondi il tuo cuore.
Perché mandi operai per la sua messe.

ORAZIONE     O Dio, speranza degli umili, rifugio dei poveri e padre degli orfani, che hai voluto scegliere sant’Annibale Maria, sacerdote, come insigne apostolo della preghiera per le vocazioni, per sua intercessione, manda nella tua messe degni operai del Vangelo, e fa che, mossi dal suo stesso spirito di carità, cresciamo nell’amore verso te e verso il prossimo. Per il nostro Signore.

mercoledì 30 maggio 2012

ermeneutica della discontinuità?

Come agisce la discontinuità? Con un discorso fluido e mai definitorio.
Parole nuove che velano l’antica Sapienza


Il compito di svelare le sorgenti non è solo del Poeta,
ma anche del Testimone.
E soprattutto del Maestro.

Dice il filologo: “La parola è come l'acqua di fonte, un'acqua che ha in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata”. Le parole hanno il loro peso e incidono nella comunicazione e quindi nella conoscenza nella misura in cui sono portatrici e veicolano tutto lo spessore della realtà che significano. Nella nostra epoca oscura e caratterizzata da confusione e disorientamento anche le parole hanno perso la loro pregnanza, non sono più feconde luminose e incandescenti del fuoco originario della Verità, ma diffondono il pallido chiarore lunare di un significato originario attenuato, diluito o spesso addirittura sovvertito. Molte di esse addirittura sono sparite dall'orizzonte della fede annunciata e trasmessa alle nuove generazioni. Basti pensare a termini come espiazione, vittima, sacrificio, redenzione.
    La studiata ma colpevole strategia modernista ha usato la dichiarata non-dogmaticità del Concilio Vaticano II come varco per introdurre nella Chiesa novità dottrinali attraverso la ‘pastorale’; con l'accortezza, quindi, di non intaccare de voce il Depositum fidei, ma operando de facto la sua mutazione attraverso un linguaggio affascinante e coinvolgente, sentimentale e soggettivista, centrato sull'uomo e sulla sua “nuova consapevolezza” della Chiesa, fondata sul personalismo e non più sulla Rivelazione. Un linguaggio non definitorio per scelta perché solo rimanendo in bilico sul dire e non dire si possono veicolare alcune interpretazioni piuttosto che altre.
    Ed è così che la Tradizione da viva perché evolutiva è diventata “vivente”, nel senso storicistico di cangiante a seconda delle contingenze che attraversa nel tempo. Il rischio, terribile, è che si usino le stesse parole per veicolare significati totalmente diversi: basti pensare al concetto di redenzione ad esempio... Se non si parla nemmeno più del peccato originale da che cosa da parte di Chi e in che modo avviene la nostra redenzione? Come possiamo conoscere e vivere che siamo stati riscattati a caro prezzo se persino dei vescovi possono affermare che "Cristo è morto solo per un grande atto di solidarietà" o che dobbiamo oltrepassare la concezione “doloristica” vista come eredità del Tridentino o della mistica medioevale; il che significa rinnegare la Croce e la sua dirompente forza, l'unica che scardina il Male dalle radici perché nasce da un "fiat" totalmente e liberamente orientato alla Volontà del Padre?

Riformare Roma con Roma
Il Concilio - fu proclamato e poi ripetuto - è stato indetto, non per condannare errori o formulare nuovi dogmi, ma per proporre, con linguaggio adatto ai tempi nuovi, il perenne insegnamento della Chiesa. La forma pastorale, cioè il rinnovamento del linguaggio dei metodi d’azione e di apostolato è diventata così la forma del Magistero per eccellenza. 
    Mentre nel corso dei secoli, la Chiesa “ha parlato al mondo con il linguaggio dei confessori senza macchia e senza paura, dei dottori inflessibili nelle loro controversie, dei martiri intransigenti nella testimonianza della verità, delle vergini immacolate nella loro fedeltà sponsale”, già nel periodo pre-conciliare negli ambienti accademici e anche in quelli mediatici si afferma il dominio della filosofia marx-hegeliana. Nel linguaggio comune appaiono termini mutuati da quelle idee immanentiste, quali “senso della storia”, “corso dei tempi”, “apertura e chiusura”, “liberazione e repressione”. Si afferma una visione dialettica che si esprime in nuove parole d’ordine: il “dialogo”, inteso come dissolvimento di ogni certezza e verità; la “coesistenza pacifica”, intesa come processo per disarmare psicologicamente l’avversario; lo “sviluppo” e l’“emancipazione” dei popoli, intesi come rifiuto di ogni autorità e tradizione del passato. La vera matrice ideologica del fenomeno è quella illuminista “del progresso inteso come marcia irreversibile e ascensionale dell’umanità per raggiungere una “felicità” sociale presentata come la trasposizione sulla terra del Paradiso celeste”.[1]
    È la cultura progressista degli anni Sessanta che ha esercitato il suo fascino anche su alcuni uomini di Chiesa, convinti della necessità di  cambiare atteggiamento nei confronti del mondo: rinunciare agli anatemi e alle condanne degli errori per cogliere il positivo della modernità. È la tesi di Yves Congar, che fu uno degli antesignani della distinzione tra i dogmi e la loro formulazione. Si attesta con lui la convinzione che la Chiesa, condannando gli errori, dalle eresie medievali fino al modernismo, aveva spento le istanze positive in essi presenti: le cosiddette istanze “esigenziali”. È da qui che nasce il proposito di cambiare la Chiesa dall’interno, mediante “una riforma senza scisma”. Si realizza il sogno modernista di Ernesto Buonaiuti: “Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero e difficile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor”.

Aprire la gabbia del linguaggio
Appare in tutta evidenza la prima immediata conseguenza: il cambiamento di linguaggio, e quindi di prospettiva, in cui la chiesa si pone. La chiesa si autocomprende al servizio della parola rivelata e come mediazione di essa nel mondo. La chiesa è pellegrina con l’uomo del suo tempo, per lui rappresenta la «compagnia della fede» nella ricerca della autentica volontà di Dio che spazia e agisce mediante il suo Spirito anche fuori i confini istituzionali della chiesa cattolica (LG 8: EV 1/304-307). GS 44. È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta. (EV 1/1461).
    Appare molto eloquente l'annotazione che fa Mons. Rino Fisichella, su L'Osservatore Romano del 21 gennaio 2011, a proposito della “Nuova evangelizzazione”, il cui dicastero egli aveva appena assunto:
« L'esigenza di un linguaggio nuovo, in grado di farsi comprendere dagli uomini di oggi, è un'esigenza da cui non si può prescindere, soprattutto per il linguaggio religioso così improntato a una specificità tale da risultare spesso incomprensibile. Aprire la "gabbia del linguaggio" per favorire una comunicazione più efficace e feconda è un impegno concreto perché l'evangelizzazione sia realmente nuova. »
In una successiva intervista al Corriere Fisichella pone come denominatore comune “tornare all'essenziale”, ma egli non pronuncia le parole chiare e forti di un Pastore che sa già quello che deve insegnare; ma piuttosto di uno che ‘democraticamente’ deve impararlo o scoprirlo insieme a movimenti et alii.
Del resto è questo il volto della Chiesa, oggi. Cosa potremmo aspettarci di diverso?

Tornare all'essenziale dovrebbe significare, invece, nella sostanza:
  1. tornare ad insegnare la retta dottrina della Chiesa (non più catechesi ridotte a incontri socializzanti o a cammini a tappe con contenuti giudeo-luterano gnostici, o manifestazioni di creatività sganciata da ogni regola);
  2. ritrovare la sacralità e soprattutto i ‘significati’ corretti della Liturgia, secondo le norme della Chiesa, perché è in essa che il Signore Opera e ci salva e ci trasforma; la Grazia del Sacramento della Penitenza dove ci attende l'inesauribile pazienza di Dio; l'insostituibile ricchezza dell'Adorazione.
  3. riscoprire il valore della testimonianza e della tensione etica... ma senza la Grazia che ci divinizza e che giunge a noi tramite i Sacramenti, non potremmo mai conoscere Cristo Signore e non potremmo vivere in maniera evangelica, perché è solo un cuore ‘redento’ dal Signore che compie le opere della fede, altrimenti si resta fermi a quelle della legge o, peggio, si vive senza punti di riferimento.
Le strategie e gli arcani del cammino neocatecumenale
Chissà come intendono “aprire la gabbia del linguaggio” dalle parti del Pontificio Consiglio per i Laici o della Congregazione per la dottrina della Fede a proposito del Direttorio Neocatecumenale appena approvato, coacervo di diversi volumi, del quale è legittimo affermare:  ...che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa, perché contiene l’Arcano e per questo non viene pubblicato! Può esistere una sorta di ‘catechismo’ cattolico non a disposizione di tutti i credenti che volessero conoscerlo o di chi aderisce al movimento che lo usa? Eppure molte diocesi hanno attuato la cosiddetta “conversione pastorale” a questo metodo chiavi in mano, nelle mani esclusive di iniziatori e catechisti, loro pedissequi ripetitori ed esecutori per quanto concerne le rigide ‘prassi’, persino quelle che violano il “foro interno” delle persone,  costrette a rivelare in pubblico i loro segreti più intimi.[2]
     Si usa il nuovo lessico per definire nuove prassi: la conversione  è ri-orientamento del cuore e della vita al Signore, mentre la CEI per conversione pastorale intende “cambiamento di rotta” in senso pastorale, cioè di prassi con la quale si vuole formare e condurre il popolo dei fedeli: significa che la Chiesa intende cambiare rotta e prassi? Ma, in questo caso, la “conversione” avviene nei confronti di un “metodo” – che fa di sé un assoluto e che purtroppo si identifica col Signore – non nei confronti del Signore.
    Riguardo alle sue catechesi e alle sue prassi, ad esempio, il Cammino neocatecumenale, continua a magnificare l'arcano, e conosciamo tutti la differenza tra “ascoltare” e “leggere”, che si continua a sottolineare, come se la “sorpresa” di ciò che accade ne giustificasse l'efficacia... ma non è lo Spirito che opera nell'annuncio? Che bisogno c'è di strategie, di metodi psicologici manipolatori o di arcani? Quello che conta è se nelle parole annunciate e nel cuore di chi le pronuncia c'è Verità che è una Presenza: quella del Signore... e allora le parole possono cambiare. Anzi, se sono parole autentiche non schemi rigidi, come accade in questa realtà ecclesiale, di fatto cambiano per ogni situazione a seconda del bisogno di chi ascolta, non del progetto di chi addottrina... E può esistere nella Chiesa cattolica una catechesi  ed una prassi che continua a rimanere ‘segreta’, ma è di fatto utilizzata per la “nuova evangelizzazione”? 
    L'insegnamento cristiano non è una dottrina né un fare gnostico e anche molto ebraico; è un incontro, un fatto, ma è soprattutto la narrazione e quindi la condivisione di un evento che le parole di Salvezza provocano per effetto dello Spirito e della buona volontà di accogliere e operano nella semplicità... non c'è bisogno di creare l'atmosfera, il clima, i canti, l'emozionalità esasperata, quei questionari, quella catechesi, quel percorso a tappe uguale per tutti, quei martellamenti... Se il cuore non assapora il Sacro Silenzio da cui le parole scaturiscono e nel quale prendono vita, gli ammaliati staranno tanto bene (momentaneamente, resta da vedere alla distanza), ma al cuore non succede nulla, rimane nella ‘morte’ anche se l'allegria lo frastorna, lo scuote e lo inganna.
 E neppure c'è bisogno di “Aprire la gabbia del linguaggio” per favorire una comunicazione più efficace e feconda e un impegno concreto perché l'evangelizzazione sia realmente nuova, come dicono i nuovi ‘guru’ dell'evangelizzazione che vanno per la maggiore.
   Si possono cambiare tutti i linguaggi del mondo, ma se nel comunicare dei parlanti manca la Parola Viva, che è il Signore (e che è quella che rende veri parlanti), allora c'è bisogno di trovare strategie comunicative e linguaggi nuovi... invece il linguaggio dell'Amore è uno solo ed è sempre quello. Servono solo veri parlanti portatori della Presenza del Verbo, che sappiano tirar fuori dal tesoro del loro cuore, per ogni situazione cose vecchie (la Rivelazione ricevuta) e cose nuove (l'attualizzazione necessaria per il momento che si sta vivendo), che il Signore ogni volta fa germogliare come “ruscelli d'acqua viva”, che portano la Sua Vita qualunque situazione e qualunque cuore ‘tocchino’.

Il problema dell'«ermeneutica»
Se la nostra fede cristiana - e cattolica - è rationabile obsequium ed è una fides quaerens intellectum, essa esige di essere pensata in termini teoretici, cioè in termini di verità essenziale. Invece il prassismo o il fenomenismo insiti nella pastorale conciliare non consentono – proprio perché tali – di pensarla in termini di verità.
    Per risolvere la dicotomia esistente nella Chiesa a questo riguardo molto dipende dal problema metodologico dell’approccio all'ermeneutica, così sentita e invocata da tutti, ma fortemente legata all'approccio ai testi conciliari e alle loro ricchezze e/o asperità secondo la forma mentis dell'interprete. Se non si acquisisce consapevolezza di questo, si rischia di protrarre i dibattiti all'infinito senza giungere a soluzioni condivisibili e finalmente condivise.
     In sostanza il problema su quali categorie di pensiero sono obiettivamente idonee ad argomentare per scoprire il vero empirico o essenziale o per pensare il vero accolto mediante la fede è già stato affrontato tanto dall’enciclica Pascendi, che pone a tema il nucleo filosofico del modernismo (individuato nell’agnosticismo fenomenistico), e successivamente dall'enciclica Humani generis, che sottolinea, contro la nuova teologia, l'inconciliabilità con il dogma cattolico dell'idealismo, dell'immanentismo, del materialismo e dlel'esistenzialismo. Inoltre l’enciclica Fides et ratio, al n. 83, afferma: « … Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge. Un pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica, pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione ».
       I dibattiti che si infittiranno in occasione del triennio di celebrazioni dei 50 anni del Vaticano II, a partire da ottobre 2012, al pari di quelli svoltisi finora, risulteranno prevedibilmente rigorosamente paralleli (apologeticamente acritici o criticamente propositivi) rischiando di protrarsi all'infinito e senza costrutto. L' asse principale intorno al quale girano tutte le discussioni è l'ermeneutica. Molti fedeli interpreti dello “spirito del concilio” insistono sulla impossibilità di dissociarsi e dunque opporre la lettera e lo spirito del concilio stesso perché, sostengono, ciò è coerente con l'opzione fondamentale che ha caratterizzato la sua forma di espressione “epidittica” cioè il suo “carattere pastorale”, che ha implicato l'uso di un linguaggio dialogico ed esortativo anziché “apodittico”, cioè dimostrativo. Si è privilegiata la ‘descrizione’ mettendo insieme una serie di elementi la cui coesione, alla fine, si rivela apoditticamente artificiale, estromettendo la ‘dimostrazione’ e quindi la ‘prescrizione’. Il risultato, paradossale, è che ora ci si trova di fronte ad un insieme che ha fatto della sua disinvolta ‘descrittività’ con intenti pastorali qualcosa di intoccabile e rigidamente prescrittivo. Un ingranaggio, che non esiterei a definire perverso e difficilmente smontabile finché ci saranno molti improvvidi custodi ad ungerne le ruote.
     Fermarsi ad una visione del genere porterebbe all'impossibilità di far chiarezza nella confusione, che ormai regna sovrana, anche perché chi ci è dentro mani e piedi neppure se ne accorge, anzi ci si avviluppa sempre di più.
     D’altra parte, se alcuni documenti e atti pongono problemi, perché vi sarebbe obbligo di ignorarli? Rilevare problemi significa incontrare domande che esigono risposte. Ogni opportunità per porre a tema fatti e questioni non può che essere considerata come pro-pizia per l’esigenza di intendere – e quindi di penetrare intellettualmente – andando al di là di ogni opinare. Cercare le risposte, in termini di verità – con sagacia ed con accuratezza, con generosità e con coraggio – costituisce, a ben vedere, l’unica strada autentica, ovvero razionale e teologale, per soddisfare l’esigenza di capire e quindi anche quella di rendere ragione, sotto il profilo storico filosofico e teologico, prima ancora che con le parole. [3]

Maria Guarini

1. Roberto de Mattei, Relazione al Convegno di Roma sul Vaticano II sotto il profilo storico - filosofico - teologico, 16-18 dicembre 2010
2. “Conversione pastorale” viene indicata dal Documento CEI per il primo decennio del nuovo millennio “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.  Un saggio significativo sul tema qui
3. Ibidem

vaticano - mondo

Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano?

di Roberto de Mattei


Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.

Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.

Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.

Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.

Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.

Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge. 

Fonte:
http://www.corrispondenzaromana.it/chiesa-cattolica-che-cosa-succede-in-vaticano/

PELLEGRINAGGIO A CHARTRES 2012

PELLEGRINAGGIO A CHARTRES 2012.

 
Notre Dame Cathedral, Paris.

 
Pilgrim priests
 and 
throngs of pilgrims.
 
 
Pilgrims of all ages
and especially
the young here kneeling.
 
 
Mass and Holy Communion
before they leave.
 
 
Pilgrims kneeling
before setting off.
 
 
The Standard of the Cross 
and Our Lady 
leading the thousands ever onwards.
 
 
Yes, we know these as they set out.

 
Procession to Mass in the fields.
 
 
A long procession.
 
 
Holy Mass.
 
 
and Communion
 
 
O Esca Viatorum ~ O Food of men wayfaring...
 
 
Through the fields
 
 
they pilgrimage onwards
an image of the Church pressing on through the ages
 
 
these fields saw pilgrims last century
 
 
and two hundred years ago pilgrims passed here ...
 
 
...five hundred years ago it was the same Church, doing the same thing ...
 
 
doing what their ancestors in the faith did 100 years before them
in 1400 A.D.... and 1300 A.D.
 
 
... in 1200 AD it was the same story of pilgrimage from Paris to Chartres;
the days of prayer and 75 miles on foot as penance for sins;
prayer and penance in action, 
a proclamation of the Kingship of Christ.
 
 
The Cathedral is packed with pilgrims.
 
 
Many are still quite young.

 
See how the Cathedral of Our Lady of Chartres is overflowing with them...
 
... e mostraci dopo questo esilio, Gesù,
il frutto benedetto del Tuo seno.
O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. 


vaticano - mondo

Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano?

di Roberto de Mattei


Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.

Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.

Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.

Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.

Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.

Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge. 

Fonte:
http://www.corrispondenzaromana.it/chiesa-cattolica-che-cosa-succede-in-vaticano/

martedì 29 maggio 2012

PELLEGRINAGGIO París-Chartres 2012

PELLEGRINAGGIO París-Chartres 2012


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

sant' emidio


S. Emidio: Protettore dai terremoti



Sant’Emidio è un martire d’origini tedesche vissuto nel IV secolo. Lasciata la natia città di Treviri per sottrarsi alle persecuzioni, si rifugiò a Milano ove fu ordinato sacerdote dal vescovo S. Materno. Mosse quindi per Roma, dove ricevette la consacrazione episcopale dal papa che lo inviò ad Ascoli Piceno. Qui convertì molti pagani e fu decapitato nel 303. Del santo si cominciano tuttavia ad avere notizie solo nel secolo XI in un documento ove si accenna alla Cattedrale di Ascoli sotto il titolo della B. V. Maria e Sant’Emidio martire. Probabilmente la doppia intitolazione sarebbe dovuta al fatto del ritrovamento in città, tra il 996 ed il 1052, delle ossa del Santo ed alla errata convinzione che egli fosse stato protovescovo della città. Ascoli da allora ne celebra con solennità la festa il 5 agosto ed a lui si rivolsero in ringraziamento gli ascolani rimasti illesi dopo il terremoto che nel 1703 sconvolse le Marche. Da quella data si cercò, anche con l’autorità dell’Arcivescovo di Treviri, di estenderne il culto altrove, quale protettore dai terremoti.
Contemporaneamente si diffuse l’iconografia che rappresenta il Santo in atto di sostenere un muro barcollante sotto l’impeto delle scosse telluriche. Il suo corpo riposa nella cripta della Cattedrale di Ascoli.
Lo sciame sismico che ha colpito la nostra città e parte della Romagna nel 2000, mi offre lo spunto per ricordare questo Santo Martire che Castel Bolognese annovera tra i suoi protettori ed al quale è dedicato un altare, quello centrale della navata sinistra, nella chiesa di San Petronio. Il motivo di questo singolare culto è dovuto, manco a dirlo, ad un evento sismico: quello che colpì Castel Bolognese nella sera del 4 aprile 1781. Questo sommovimento tellurico è il più grave che la storia cittadina ricordi; esso, tuttavia, non provocò danni catastrofici, salvo vaste crepe in alcune chiese (specialmente quella del Suffragio), il danneggiamento della cupola e del campanile di San Francesco, il crollo di alcuni tetti di abitazioni, e rese inservibile la chiesa di San Petronio, per cui la comunità, piuttosto che ripararla, dal momento che da tempo v’era il desiderio di avere una chiesa più capiente, decise di atterrarla e di ricostruirla nelle forme che attualmente vediamo. Non così il suo campanile, che ebbe solo danni alla guglia: soltanto la furia bellica ne ebbe la meglio il 24 dicembre 1944. Sopra i danni al campanile, l’Emiliani ricorda che la guglia era talmente collabente da rischiare di cadere sulle maestranze addette alla sua demolizione, tanto che “nessun capo mastro del paese ebbe l’ardire di accingersi a tal opera pericolosa; ma don Giulio Ortolani, cappellano dell’arciprete con ammirevole coraggio intraprese e compì da solo tale lavoro”. Non si contarono vittime a causa del terremoto.
Orbene, in città fino a quell’epoca si soleva recare in processione, quando si verificavano scosse telluriche, l’immagine della Madonna del Rosario, affresco attribuito a Giovanni da Riolo, dapprima conservato nella chiesa del Rosario Vecchio, poi in quella del Rosario Nuovo ed attualmente in San Petronio, nel medesimo altare dedicato a Sant’Emidio, di cui costituisce il sottoquadro. Anche in quella circostanza i castellani organizzarono solenni ringraziamenti per i limitati danni che Castel Bolognese ebbe a subire. Su richiesta dell’Arciprete, dei parroci del territorio e delle Monache Domenicane, l’immagine mariana fu scoperta ed in offerta la Comunità portò dodici candele da una libbra ciascuna. Inoltre, il Consiglio Comunale avanzò una supplica all’Arciprete ed ai parroci del Vicariato affinché venisse fatto un voto alla Madonna del Rosario. Si stabilì pertanto che a partire dal successivo anno 1772, e per la durata di dieci anni, la sera del 4 aprile si scoprisse l’immagine della Madonna del Rosario fino alla sera del giorno successivo. Alle 21,15 del 4 aprile, in ricordo della scossa tellurica, si sarebbero suonate tutte la campane del Castello e del Vicariato durante la preghiera alla Vergine; la mattina del 5 aprile si sarebbe mossa in processione l’immagine con la partecipazione di tutto il clero del Vicariato, degli Ordini Regolari, delle Confraternite e di numeroso popolo; al suo ritorno l’Arciprete di San Petronio avrebbe celebrato una messa solenne in canto. Nella stessa seduta del 7 giugno 1781 la Comunità stabilì di nominare Sant’Emidio protettore di Castel Bolognese, partecipando alle spese per la sua festa da celebrarsi, come da calendario, il 5 agosto. Da allora, la città si mise sotto la protezione del santo ascolano per scongiurare o limitare gli effetti delle scosse telluriche. Difficile sapere come la Comunità abbia saputo delle doti taumaturgiche di questo Santo: l’evento di Ascoli era infatti alquanto vicino, essendo avvenuto appena ottant’anni prima. E’ probabile che qualche sacerdote ovvero Regolare di quelle zone lo abbia fatto conoscere a Castel Bolognese. Nella nuova chiesa di San Petronio, appunto, gli si dedicò un altare, con una bella pala attribuita al lughese Benedetto Del Buono; in essa è rappresentato Sant’Emidio con San Domenico ed un altro Santo Martire. Le tre figure sono in piedi sopra un piedistallo; Sant’Emidio, a sinistra, vestito di abiti episcopali, china lo sguardo verso il popolo orante, mentre la mano sinistra è protesa verso l’alto ad indicare l’immagine della Vergine posta nel sottoquadro; San Domenico, a destra, volge lo sguardo alla Vergine, in segno di orazione; le sue braccia aperte vogliono significare l’offerta a Maria, per mezzo suo, di tutte le preghiere del popolo. Tra i due, in secondo piano, si scorge il terzo santo con le mani incrociate sul petto che reggono la palma del martirio. Dietro le figure una nube avvolge il sottoquadro della B. V. del Rosario; da essa spuntano sulla destra le teste di due angeli. Un terzo angelo è seduto sul piedistallo reggendo con la mano sinistra un cartiglio ove si legge: Per intercessionem et merita Beati Emygdii Episc. & Mart. a flagello terræmotus libera nos Domine.
Nel tempo, è andata scomparendo a Castel Bolognese sia la devozione a Sant’Emidio, sia quella all’immagine della Madonna del Rosario quali protettori dai terremoti; l’attualità e la solerzia di Don Gianni ne hanno ravvivato il culto fra i castellani in occasione dello sciame sismico del 2000.
Paolo Grandi

lunedì 28 maggio 2012

santi martiri d' anaunia

29 MAGGIO
SANTI SISINIO, MARTIRIO ED ALESSANDRO
martiri


SECONDA LETTURA 
Dalla lettera di san Vigilio a san Simpliciano
Veramente, quando si fa il ricordo dei Martiri, non sono le parole che illustrano i meriti, ma piut­tosto i meriti che impreziosiscono le parole; ed è del tutto coerente tacere, quando non si è in grado di parlare in modo adeguato. Tuttavia, a espor­re le cause, luoghi e i combattimenti di questo martirio - poiché un padre me lo richiede e un diacono scrive - mi stimola il dovere, mi obbliga il mio ufficio. Perciò ho deciso di consegnare a questo foglio ciò che la lingua, ancora tremante di dolore, desidera esprimere. Infatti non si può nascondere la lampada sotto il moggio, ne si può trattenere la voce di quel sangue generoso. È avvenuto che, dopo molte vicende sopportate con pazienza e dopo una serie di lotte incessanti, da ultimo esplose l'opera scellerata del male. I sacri ministri con le comunità appena fondate, furono sfidati e sottoposti a prove di ogni gene­re, che promettevano in anticipo l'onore del mar­tirio. Preparati a tutto, disposti a soffrire tutto volentieri, senza aver dato occasione di offesa a nessuno, meritarono la gloria. La loro vita, se voglio definirla in poche parole, avendone per­fetta conoscenza, fu assolutamente singolare: tutti e tre, liberi da legami coniugali, seppero prima offrire quotidianamente le loro anime a Dio, così come ora si sono dati in sacrificio. Una schiera di uomini, mobilitati alla promessa di un unico compenso, infierì fino al sangue con­tro il diacono Sisinio e poi, nelle ore del mattino seguente, lo aggredì mortalmente nel letto, dove giaceva estenuato per le ferite riportate. Così Io immerse nell'ultimo riposo da lui meritato. Il lettore Martirio, pronto al servizio di Dio fin da prima dell'alba, come quelli erano pronti al parricidio, stava assistendo il diacono e applican­do medicamenti alle sue ferite. I due furono sorpresi in quest'opera e la compirono. Il lettore, dopo essersi rifugiato nell'orto contiguo alla chie­sa, fu catturato e compì così l'impianto della ra­dice e dell'albero della sua vita. Anche l'Ostiario infine fu associato al martirio. Prelevato nell'ospizio dove abitavano, come non aveva offerto per sua iniziativa la vita, così non la rifiutò.
Tutti tre furono legati insieme e, trascinati per un tratto di strada, finirono con pompa ferale nel rogo davanti agli idoli. Qui i corpi dei primi due giunsero esanimi; il terzo invece ebbe vita più tenace e quindi pena più sensibile, poiché dovet­te attendere vivo le proprie esequie. Con le sacre travi del tetto della chiesa fu prepa­rato il rogo. Questa fiamma avvolse i Martiri nel suo velo. Il giorno della passione e morte dei Santi è il 29 maggio, di venerdì, quando nasceva la luce.

responsorio
I tre Santi sparsero il loro sangue per il Signore, onorarono Cristo nella loro vita, Io imitarono nella loro morte. * Perciò merita­rono la corona del trionfo, Alleluia.
Un solo Spirito era in essi e una sola fede.
Perciò meritarono la corona del trionfo, Alleluia.

oppure: lettura Dalla lettera di S. Vigilio a S. Simpliciano
Vigilio, Vescovo della Chiesa di Trento, a Simpliciano, Signore e Padre santo, eccellentissimo fra i buoni.
Veramente, quando si fa il ricordo dei Martiri, non sono le parole che illustrano i meriti, ma piuttosto i meriti che impreziosiscono le parole, e sarebbe più raccomandabile di tacere, quando non si è in grado di parlarne in modo adeguato. Tuttavia, ad esporre le cause, i luoghi e i combatti­menti di questo martirio mi stimola il dovere, mi obbliga il mio ufficio.
Perciò ho deciso di consegnare a questo foglio ciò che la lingua ancora tremante di dolore desidera esprimere. Infatti non si può nascondere la lampada sotto il moggio, né si può trattenere la voce di quel sangue generoso.
E avvenuto che, dopo molte vicende sopportate con pazienza e dopo una serie di lotte incessanti, da ultimo esplose l'opera scellerata del male. I sacri ministri, con le comunità appena fondate, furono sfi­dali e sottoposti a prove di ogni genere, che promettevano in anticipo l'onore del martirio. Prepara­ti a tutto, disposti a soffrire tutto volentieri, senza aver data occasione di offesa a nessuno, meritaro­no la gloria.
La loro vita, se voglio definirla in poche parole, aven­done perfetta conoscenza, fu assolutamente singo­lare: tutti e tre. liberi da legami coniugali, seppero prima offrire quotidianamente le loro anime immacolate a Dio, così come ora si sono dati in sacrificio.
Il primo, di nome SISINIO, portò in mezzo a quella gente barbara, la nuova pace del nome cristiano. Per quanto stava in lui, coltivò incessantemente tale pace per una serie di anni, senza contaminarsi par­tecipando alla corruzione dei suoi ospiti; egli, che verso tutti era tanto ospitale, seppe mantenersi ca­sto e serbato alla sua fede; come Loth a Sodoma si segnalò per ammirevole timore di Dio. Pecorella sicura, anche se posta in mezzo ai lupi, seppe trovare l'ovile: la chiesetta che egli fondò per primo in quella regione, con animo munifico, con l'aiuto e la devozione del piccolo nucleo di fedeli. Associato alla sua opera è anche il lettore MARTI­RIO, predestinato in virtù del suo stesso nome fin da quando si era dato a professare la vera religione da catecumeno, dopo aver abbandonata la carriera dell'esercito.
Egli, deposto il cingolo militare lasciata la compa­gnia dei suoi parenti e fratelli carnali, avendo cono­sciuto l'Autore della sua vera luce, ebbe la grazia di venir aggregato all'ufficio di lettore, e a lui per pri­mo toccò di far risuonare il canto della lode divina all'orecchio di quella sorda regione. ALESSANDRO infine, fratello di Martirio, prede­stinato come terzo a essere vittima in onore della Trinità, rinchiuse la porta rendendo completa la co­mune confessione di fede. Aveva abbandonato la patria e i parenti, rendendosi per Dio pellegrino.

Oppure:  Dalla lettera di S. Vigilio a S. Simpliciano
Per invidia del diavolo a un dato momento la paganità caliginosa divampò in fiamma di furore contro il va­pore benefico della fede.
Incentivo che serpeggiava da tempo era il fatto che, come ho già detto, con l'aiuto dei fedeli e la devo­zione dei poveri, il Diacono aveva piantato per primo in quel luogo la tenda della Chiesa. S'aggiunge poi, a titolo di giusta causa, il fatto che egli, per fe­deltà al suo ministero, cercò di impedire che una famiglia cristiana dovesse consegnare le vittime per i sacrifici diabolici ed elevare il vessillo delle funzioni lustrali pagane. In tal modo meritò il vessillo della passione. Una schiera di uomini, mobilitati alla promessa di un unico compenso, infierì fino al sangue e poi, nelle ore del mattino seguente, lo aggredì mortalmente nel letto, dove giaceva estenuato per le ferite ripor­tate. Così lo immerse nell'ultimo riposo da lui meri­tato. Il Lettore Martirio, pronto al servizio di Dio fin da prima dell'alba, come quelli erano pronti al parricidio, stava assistendo il Diacono e applicando medica­menti alle sue ferite. I due furono sorpresi in questa opera e la compirono. II Lettore, dopo essersi rifu­giato nell'orto che era attiguo alla chiesa, fu preso in quello stesso luogo e compì così l'impianto della radice e dell' albero della sua vita. Anche l'Ostiario infine fu associato al martirio. Cat­turato nell'ospizio dove abitavano, come non aveva offerto per sua iniziativa la vita, così non la rifiutò. Tutti tre furono legati insieme e, trascinati per un tratto di strada, finirono con pompa ferale nel rogo da­vanti agli idoli. Qui i corpi dei primi due giunsero esanimi; il terzo invece ebbe vita più tenace e quindi pena più sensibile, poiché dovette assistere vivo alle proprie esequie. Con le sacre travi del tetto della chiesa fu preparato il rogo. Questa fiamma avvolse i martiri nel suo velo. Per voto riverente noi pensiamo di costruire una basilica su quel luogo, dove essi meritarono di es­sere i primi testimoni della fede gloriosa. Ed ora con l'assenso del tuo paterno amore cerca di ottenere che io indegno possa condividere la loro sorte; e intercedi, ti prego, presso di essi, perché io possa toccare il lembo della loro fortunata condi­zione in ambedue i settori: quello del sacerdozio e quello del martirio. Salutiamo con speciale ossequio la tua santità. Ti prego di raccomandare al Signore la mia afflizione. Non potei sottrarmi a far sì che quanto presso di noi era tuo, divenisse più glorioso ancora per il me­rito di chi lo riceve, che per la benevolenza di chi lo comparte. Il giorno della passione e morte dei Santi è il 29 maggio, di venerdì, quando nasceva la luce.

OPPURE: lettura Dalla lettera di S. Vigilio a S. Giovanni Crisostomo.
Il luogo, che è chiamato Anaunia dagli abitanti, di­sta 25 stadi dalla città. Per conformazione naturale e per l'ostilità degli animi è difficilmente accessibile, chiuso com'è da gole anguste che lasciano appena un unico passaggio, quello che si potrebbe chiama­re appunto la via dei martiri. Il luogo è adagiato so­pra un dolce clivo, intorno al quale da ogni Iato si sprofonda la valle, mentre tutto in giro lo contorna una corona di centri abitati. Uno scenario naturale presenta agli abitanti, animati di sentimenti ostili alla fede, una sorta di spettacolo. La causa non è da attribuirsi al luogo, ma causa vera fu Cristo, se i giochi spettacolari del diavolo fecero ala al martirio. Non s'infastidisca il lettore per la de­scrizione minuta del luogo. Un luogo concavo fra i monti e risuonante di echi fa sempre sinistra impres­sione. Una volta che ad esso accedettero i soldati di Cristo, quei pagani selvaggi, aizzati a più riprese con suono di tromba, si infiammarono a gara furi­bonda con fragore di guerra. Da parte dei Santi però fu applicata l’unica forma perfetta di combattimento: tutto sopportare, cedere quando sì è provocati, soffrire con pazienza le vessazioni, raffrenare il pubblico furore con la pro­pria mansuetudine, vincere ritirandosi. Ma la gloria preannunciata dagli indizi della meta vicina sospingevano avanti coloro che il nuovo ordine di vita aveva già generato. Omettendo altri preamboli e tagliando corto con la narrazione, mi restringo a parlare dei fatti che nutri­rono la virtù del martirio, anche se la brevità del discorso potrà ridurre l'ampiezza della lode. Allorché nella suddetta regione il nome del Signore era ancora forestiero e non v'era alcun elemento che facesse apparire il segno del cristianesimo, questi tre furono insigni, prima per il loro numero, poi per il loro merito. Era giusto che fossero essi, forestieri per religione e per stirpe, a predicare il Dio ignoto. Lo fecero con un'opera di accostamento esercitata per lungo tempo con ordine e tranquillità, finche non vi furono complicazioni di interessi in seguito alla fede. Ma ora, se si ricerca la causa dell'odio suscitato contro Dio, il motivo fu la pace. Infatti uno di essi, di nome Sisinio, più anziano degli altri due e venera­bile già per la sola età, aveva costruito a proprie spese una chiesa. Ricco più di fede che di averi, povero di censo e dovizioso di spirito, consegnò l'ovile al Pastore e di quella chiesa che aveva fon­data fu fatto custode. Ma l'ovile era inviso ai lupi; l'odio rovinoso del diavolo era puntato contro la costruzione elevata. Questa fu la prima sorte del martirio: che nel perseguitare l ' Agnella ( la Chie­sa) uccidessero le pecorelle. S'aggiunse il motivo del sacrificio, causa più accet­ta a Dio. Nel predisporre la tradizionale proces­sione lustrale che essi con apparato ferale stavano per compiere intorno al territorio dei campi, calpestando stavolta anche i germi di Cristo, coronati di un truce ornamento, ululando carmi diabolici, me­nando con sé degli animali decorati pomposamen­te, coi vessilli del tiranno elevati contro Dio, quei popolani idolatri, fecero pressione su un loro con­terraneo di recente convertito, costringendolo a dare le vittime per le loro opere tenebrose. I Ministri del Signore, per i quali ciò non poteva succedere senza che fosse implicata la loro corresponsabilità, pre­starono al neofito la loro assistenza, ma ebbero l'in­giunzione di partecipare anch'essi a quelle opere confuse. In quello stesso giorno furono accaparrati i corpi dei Santi con un tremendo massacro, anche se fu dilazionata per il momento la palma della vittoria.

Oppure Dalla lettera di S. Vigilio a S. Giovanni Crisostomo.
Desidero riflettere un istante con te, fratello, sul si­gnificato dei fatti, affinché nessuno possa conside­rare come cosa di poco conto un martirio incontra­to per motivo così ordinario. Spesso infatti si consi­dera come cosa da poco un bene che è presente, anche se è un fatto mirabile e inaudito, non logorato dall'invidia del tempo, privo di precedenti e di imi­tazioni, assolutamente singolare. Colui che con sacrificio della vita difende dai predoni la pecorella custodita nel chiuso, si dimostra non mercenario, ma discepolo di Cristo; il mercenario infatti fugge. Colui che non abbandona, il pastore che da la vita, vive; quello che la conserva, la per­de. Infatti, che altro fece il nostro Maestro e Signo­re, se non cercare gli erranti; egli, l'Agnello, che fece, se non difendere le pecorelle, immolandosi vit­tima per esse? Non si creda che questa sia stata una prodezza vol­gare, come quando dagli uomini vengono abbattuti gli idoli inanimati e vengono travolte le costruzioni di pietra insieme coi loro ispiratori, in modo che diffi­cilmente si potrebbe dire chi abbia maggior durez­za: i cultori degli idoli o gli idoli stessi. In ciò che stava accadendo veniva tormentata la pietra che è Cristo, veniva rigettata dalle genti la Pietra angola­re, la quale doveva di nuovo venir provata con san­gue mondo per divenire principio di edificazione là dove sorgeva la rovina. In mezzo a queste vicende la fede aveva la sua manifestazione trionfale. S'è compiuto, o fratelli, nei tre Ministri, ora collo­cati nel convivio della letizia celeste, il mistero della Trinità. Altri infatti avrebbero potuto conseguire una simile sorte di immolazione, se ogni cosa non aves­se a considerarsi perfetta nel numero di tre. Nella vicenda suddetta noi avemmo una parte non minima, subendo anche molestie dai pagani e non abbandonando certo i nostri compagni. Ma l'ele­zione non guarda i gradi. Non è più possibile dopo l 'ombra di quella, per così dire, strana notte, celare ancora sotto la nuvola la verità manifesta. Anche il giorno diede onore al martirio, non tanto col fuggire, ma col privarsi di luce. Infatti era sorta la nobile luce del venerdì, giorno, fin dalla morte del Signore, propizio ai martiri. Fui spettatore, lo confesso, in mezzo a questi miste­ri e vegliai sulle ceneri dei Santi. Io che non meritai di partecipare alla loro sorte, compresi la sublimità di quella grazia, a cui non mi è stato dato di arrivare. Ho visto coi miei occhi e ancor oggi stento a crede­re a me stesso, tanto i fatti sorpassano la povertà delle parole. Perciò tocca a Dio, o fratello, confer­mare ciò che egli per sua elezione ha voluto, e far fede con la sua verità alla testimonianza delle mie parole. Ricevi ora, fratello, i doni dei tre fanciulli, o meglio i tre fanciulli per i loro doni, dal rogo quasi dico ancor divampante di fuoco. E se l'avido furore della fiam­ma non avesse preso con sé i nostri tre Martiri già semimorti, avremmo visto rivivere la scena della sto­ria sacra. A tal punto essi ne riproducono tutti i particolari con onore quasi eguale: la voce, la rugiada, la fornace, il numero. La voce nella fede concorde. La rugiada nella pioggia. La fornace nel rogo. Il numero nella Trinità.

OPPURE:  Dai « Discorsi » di san Massimo di Torino, vescovo (Disc.  105 extr.:  CCL XXIII, 414-415)
Una santa fiamma  li accolse
Noi ammiriamo e onoriamo degnamente tutti i beati martiri, la cui memoria l'antichità ci tramanda; e tut­tavia dobbiamo volgerci con singolare venerazione ai santi martiri Alessandro, Martirio e Sisinio, che hanno consumato la loro passione ai nostri giorni. Non so perché, ma noi ci sentiamo trasportati con più intenso affetto verso quanti abbiamo direttamente co­nosciuto, che non verso coloro che ci sono proposti dalla storia. Veniamo a sapere dell'esistenza di questi ultimi dalla lettura dei documenti, mentre quelli li vediamo con i nostri occhi; i patimenti dei primi ci sono noti perché ce li attesta la loro fama, i supplizi degli altri, invece, li possiamo contemplare noi stessi. Io mi sento attratto con più vivo amore quando la mia certezza è sostenuta da una visione personale, che non quando è l'attestazione altrui ad alimentare la mia convinzione.  Diverse cose, al sentirle, mi sembravano impossibili; ma avendone poi constatate di simili, incominciai a credere che anch'esse erano potute accadere. Il marti­rio del nostro tempo ha avuto questo effetto: di elar­girci la grazia presente e di confermarci la certezza sul passato. Dobbiamo quindi contemplare con ogni venerazione quegli uomini beati che sopra abbiamo ricordato. An­zitutto perché hanno illuminato con il loro sangue prezioso questi nostri giorni; poi perché hanno porta­to presso il Signore un pegno non da poco, mostrando qual è la fede dei cristiani del nostro tempo, in seno ai quali i martiri sono vissuti; infine perché ebbero una condotta così santa da riuscire a trovare, in tem­po di pace, la corona del martirio. Nessun re persecu­tore incombeva, nessun tiranno sacrilego minacciava: non una pubblica persecuzione li ha condotti a confes­sare la fede, bensì l'impegno cristiano. Si trovavano in Val di Non, dove a proprie spese avevano costruito una chiesa, e prestavano il loro servizio all'altare: uno di loro era diacono e due era­no chierici. Ora gli abitanti di quella regione, presso i quali la religione cristiana era allora sconosciuta, vole­vano contaminare ogni luogo con la solita pratica sacrilega del sacrificio che chiamano espiatorio. Quei santi uomini li rimproverarono, mettendo in luce il loro errore e confutandoli con giusto rigore. Essi allora, ebbri più di furore che di vino, li assalirono con violenza e li ferirono con colpi spietati. Uno dei martiri, semivivo dopo molti supplizi, arrivò a vedere la conclu­sione dell'assalto esiziale: distrutto l'edificio della chiesa, con le sue travi fu formato un rogo, sul quale quei corpi beati furono deposti e dati alle fiamme. Veramente beati quei corpi: non li avvolse per punirli il fuoco funesto degli idoli, ma li accolse la santa fiamma per farli riposare nella casa del Signore! Vera­mente sante quelle fiamme, che ricevettero i martiri non per consumarli con vampa funesta, ma per sottrarli alle mani sacrileghe! In quell' incendio le mem­bra dei santi non furono bruciate ma consacrate. Con­viene a questo martirio quanto dice l'Apostolo: « Egli sarà salvato, tuttavia come attraverso il fuoco » (1 Cor 3, 15). Essi ottennero la salvezza, essendo stati arsi nell'incendio della loro veneranda professione di fede. Questa è la vera ragione per la quale furono destinati alla morte: perché esortavano gli altri a essere simili a loro. E la loro esortazione fu tanto efficace che, dopo la loro partenza da questo mondo, la loro fede riuscì a convenire tutti i luoghi  di quella  regione. E così Cristo, che in quella terra nei tre martiri era stato perseguitato, ora vi esulta nelle numerose comu­nità di cristiani.

inno Te Deum

orazione  O Dio, che mediante il ministero dei tuoi santi martiri Sisinio Martirio e Alessandro hai semina­to tra noi la parola della fede, rendendola fruttuosa con il loro sangue, a noi tuo popolo, santificato nella verità, concedi che essa si adem­pia nella gloria. Per il nostro Signore.

Oratio  Deus qui verbum fideì in nobis Sanctorum Martyrum tuorum Sisinnii, Martyrii, et Alexandri ministerio seminasti, et san­guine foecundasti: quaesumus; ut nos populum tuum in veritate sandifìcatum consummare digneris in gloria.  Per Dominum nostrum.                                   

OPPURE  O Dio forte ed eterno, che nel cuore dei santi accendi la fiamma della tua carità, sull'esempio del vescovo Vigilio e dei martiri Sisinio, Martirio e Alessandro donaci di tendere a quella passione d'amore che arriva a sacrificare generosamente anche la vita. Per Cristo nostro Signore.

OPPURE  Si allieti, o Dio, la tua Chiesa per l'unica corona di gloria che unisce fraternamente i santi Sisinio, Martirio e Alessandro e il vescovo Vigilio che li ha inviati; la loro testimonianza accresca la nostra fede e conforti la nostra vita. Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te, nell'unità dello Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli.