sabato 30 aprile 2011

ASIANEWS 12 Ottobre 2006
LAOS


Verso gli altari
p. Mario Borzaga
ed il catechista Thoj Xyooj Paolo  



Aperto a Trento il processo di canonizzazione per padre Mario Borzaga e Thoj Xyooj Paolo.


Trento (AsiaNews) - Erano partiti, a piedi, per un giro missionario di un paio di settimane, nel nord del Laos, sulle piste montagnose della foresta tropicale, per rispondere ad una chiamata degli Hmong del villaggio di Pria Xoua, quasi ai confini con la Cina.

Padre Mario aveva 27 anni ed era un missionario OMI, Thoj Xyooj Paolo era un catechista, molto valido, malgrado i suoi 19 anni: intercettati dai guerriglieri comunisti del Pathet Lao sono stati uccisi.

I loro corpi, probabilmente gettati in una fossa comune, nella zona di Muong Met, sulla pista verso Muong Kassy, non sono mai stati ritrovati. Era l'aprile del 1960. Da questa causa, spiega il postulante della causa, padre Angelo Pelis O.M.I., compagno di studi teologici di padre Borzaga e missionario nel Laos fino all'espulsione del 1975, dal quale vengono molti "messaggi". "Uno in particolare - aggiunge - mi piace sottolineare: per farsi santo non c'è limite di età; per farsi santo non occorre fare cose straordinarie, anche se il 'martirio' è una grazia tutta particolare. Padre Mario non sarà 'santo' solo perché martire, ma ha meritato la corona del martirio per aver corrisposto, alla sua vocazione alla santità. Ci incoraggia ad imitarlo. Lo ha scritto lui stesso: “I santi non basta ammirarli, bisogna imitarli".

Padre Borzaga era nato a Trento il 27 agosto 1932. A 11 anni, entra nel Seminario minore, prima a Orena, a causa della guerra e due anni dopo a Trento, dove prosegue gli studi fino alla prima teologia. A 20 anni entra nella Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. Il 24 febbraio 1957 è ordinato sacerdote. Riceve I' Obbedienza per il Laos il 2 luglio 1957 e il 31 ottobre salpa da Napoli con il primo gruppo di Missionari Oblati italiani. Padre Mario, con i suoi 25 anni, è il più giovane della spedizione. Dopo un mese di viaggio arrivano nel Laos. A Paksane, piccola città in riva al fiume Mekong, non lontana dalla capitale Vientiane, il Servo di Dio trascorre il primo anno dedicandosi allo studio del laotiano, per entrare il più presto possibile in contatto con la gente cui poter annunciare la Buona Notizia. Verso la fine del '58 raggiunge la comunità cristiana del piccolo villaggio Hmong di Kiucatiàm.

Egli si adopera per formare i catechisti, visita le famiglie, accoglie e cura gli ammalati, che si affollano quotidianamente alla sua porta. Domenica 24 aprile 1960, dopo la Messa, alcuni Hmong gli si fanno incontro rinnovandogli la richiesta di recarsi al loro villaggio di Pha Xoua, che è a tre giorni di marcia. Il giorno dopo, lunedì, padre Mario s'incammina accompagnato dal catechista Thoj Xyooj Paolo. Da quel viaggio non faranno più ritorno. Le ricerche intraprese in seguito alla scomparsa non daranno alcuna risposta. Le testimonianze raccolte fin dall'inizio, con quelle pervenute soprattutto in questi ultimi mesi, confermano l'uccisione dei due per mano del Pathet Lao. Era laotiano il catechista Thoj Xyooj Paolo, nato a Kiukatiàm, nel Nord, nel 1941. Era stato battezzato dal padre Yves Bertrais OMI. Nel 1955, a 14 anni, entra al seminario di Paksane, dove riceve il nome laotiano di Khamsé. Lascia il seminario anche per motivi di salute. Tornato a Kiukatiàm, nel 1958 va a Na Vam (Nord Laos, ai confini con la Cina) con il padre Luigi Sion OMI. Le testimonianze lo descrivono come catechista zelante e disponibile. Insegna bene e grazie a lui, si ottengono molte conversioni. Lascia Na Vam per la Scuola dei catechisti di Louang Prabang, dove resta poco tempo e rientra al villaggio. Lo troviamo negli ultimi tre mesi accanto a padre Mario, che di lui parla spesso nel suo "Diario".

Lo intitolò, racconta padre Pelis, "Diario di un uomo felice". Con le numerose lettere, una mole considerevole di scritti e le testimonianze di centinaia di persone, con conoscenza diretta o indiretta, ci permette di riassumere questi tratti essenziali dell'esemplarità di Mario Borzaga. Mario è innanzitutto un credente, che vive la profonda emozione di avere scoperto il più grande "sì" della storia: il "sì" di Maria al progetto di Dio! È un poeta, è giovane, ma è soprattutto, quello che vuole essere: "un uomo felice, sacerdote, apostolo, missionario... e martire". Anima aperta alla Luce di Cristo, innamorato del suo sacerdozio, della Madonna Immacolata e Addolorata e della missione. Nel Diario troviamo tre parole chiave: santo, martire, sangue. Cita 75 volte 'santo', 43 volte 'sangue' e 20 'martire' ".
"Padre Mario Borzaga - ha sottolineato mons. Bressan - è andato missionario nel Laos, come “Oblato”, cioè come uno che affidandosi alla chiamata del Signore si è offerto pienamente. E, in un ambiente che sapeva pieno di difficoltà, si è donato totalmente al servizio dei fratelli. In questa missione, rischiosa per la sua stessa vita, era felice in mezzo al sacrificio. La sua generosità incoraggia tutti noi a seguire questo cammino di vera donazione e generosità. Con la testimonianza di padre Mario Borzaga e del laico catechista Thoj Xyooj Paolo la comunità cristiana si arricchisce sempre di più. Per questo siamo grati a questi martiri, perché hanno saputo testimoniare con la loro vita e con il loro eroismo la fede in Cristo". "Col passare degli anni - ha rilevato dal canto suo il Provinciale d'Italia OMI, padre Marcello Sgarbossa - attorno a queste due figure è andato crescendo l'interesse, l'ammirazione, l'edificazione.

I vescovi della Chiesa del Laos, impediti di fare qualcosa a causa della situazione nella quale vivono, chiedevano con insistenza, alla Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, che questi loro 'testimoni della fede' fossero conosciuti e riconosciuti". "Sono certo - ha concluso - che al di là del giudizio della Chiesa, la conoscenza di questi 'testimoni' andrà a gloria di Dio, sarà utile al popolo cristiano, specialmente quello che vive nel Laos. Specialmente ci auguriamo, e per questo preghiamo, che l'ammirazione per questi giovani missionari si trasformi in coraggio nei giovani di oggi per imitarne l'esempio e occupare il loro posto nell'annuncio del Vangelo".

Il racconto della breve vita di padre Mario e il ricordo che di lui è hanno permesso di cogliere come davvero qualcosa di grande si sia compiuto nella sua persona, accostata all'immagine evangelica del chicco di grano che solo se muore porta molto frutto. Già durante il viaggio verso il Laos, dove la Chiesa muoveva i primi passi - ricordava mons. Staccioli - padre Mario accennava a questa logica che esige la disponibilità a rinnegare il proprio egoismo, il proprio bisogno di autoaffermazione e di potere, fino al sacrificio della stessa vita, e che chiede invece di trovare il punto di forza dell'agire in Gesù Cristo. Annuncio significa essere pronti a soffrire e a patire.

Molti, tra i presenti, conobbero direttamente padre Mario: i parrocchiani, allora amici di giochi o compagni di studi, poi i confratelli del Seminario e i padri Oblati, che più tardi avrebbero condiviso con lui l'esperienza della missione; idealmente era presente la Chiesa intera, che in tutti questi anni ne ha visto crescere la fama di santità. Tanti ne hanno invece avvicinato la persona attraverso quella foto che lo ritrae sorridente, esposta sull'altare assieme a quella del catechista Paolo - davvero l'immagine di un "uomo felice", ma soprattutto attraverso il suo diario. È una figura che affascina, la sua, che suscita da subito un moto di simpatia e di vicinanza, che ci accosta quale compagno di viaggio, amico e fratello maggiore.

Se conosciamo padre Mario dai diari, dalle lettere o da alcune poesie, meno familiare è invece la figura del suo catechista Paolo: grazie al suo zelo, ebbe a dire di lui padre Mario, si ottengono molte conversioni. Solo se pensiamo alla logica del dono, alla scelta del giovanissimo Paolo di fare della propria vita un dono al Signore, può non sorprendere la sua decisione di non voler abbandonare padre Mario nel momento della prova, di seguirlo e accompagnarlo anche là dove la pista che insieme stavano percorrendo sarebbe stata "senza ritorno".

Paolo e Mario: due giovani, "fratelli nel sangue", il cui volto racconta la bellezza di chi ha accolto con gioia la chiamata al servizio, all'offerta di sé al Signore, e la ricerca di trovare in questo - nella disponibilità a rischiare la stessa vita - la propria felicità. Come non essere colti da un sentimento di stupore, ma al tempo stesso di profonda gratitudine per quanto, con il loro esempio e la loro testimonianza, ci hanno lasciato? Forse, anche grazie a loro, vorremmo essere pure noi un po' più missionari nel quotidiano, vorremmo rispondere, come fece Mario un giorno, unendo con sconcertante semplicità il dire al fare: "Ora ci vado, ci vado e basta".

Michele Niccolini
30 4 2011









mercoledì 27 aprile 2011

26 4 2011
In paradisum ...


 

In paradisum deducant te Angeli;
in tuo adventu suscipiant te martyres,
et perducant te in civitatem sanctam Ierusalem.
 
Chorus angelorum te suscipiat,
et cum Lazaro quondam paupere
æternam habeas requiem.

                                                                                                         













La differenza fra "reato" e "peccato"
e il valore dell'intenzione di non peccare
per ricevere l'assoluzione


Innanzitutto leggetevi questa storia, riportata da Orazio la Rocca su Repubblica, pregate per la protagonista e per la sua conversione, e per i frati - loro malgrado - sotto i riflettori dei media (e ad essi va tutto il mio appoggio e solidarietà fraterna).

Sembra quasi surreale dover spiegare che chi ha l'intenzione di commettere un peccato e non vuole fermamente evitarlo non può essere assolto in confessione, "semplicemente" perchè non solo non è pentito, ma rimane intenzionato a commettere un peccato. Eppure chissà quante volte un siffatto penitente avrà detto l'atto di dolore rivolto a Dio: Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni di peccato. (Ma dimentico che l'atto di dolore non è più tanto conosciuto e spesso nemmeno richiesto....). Qui pare si corra verso l'occasione di peccato, altro che fuggire!

Comunque sia l'episodio avvenuto nella Chiesa di San Francesco di Treviso e di cui parla perfino Repubblica, oltre che la stampa locale, è un sintomo della confusione morale e religiosa esistente tra gli stessi "praticanti".

Una donna nubile confessa ad un frate che ha intenzione di sposare un divorziato. Alla domanda ovvia del frate che le chiede di rinunciare a questo proposito contro l'indissolubilità del matrimonio la signorina risponde un chiaro e secco "no". E se ne va inveendo contro la Chiesa retrograda e che "fa schifo", perchè non solo non ammette i divorziati risposati alla comunione ("cosa inconcepibile al giorno d'oggi" - afferma la signorina), ma addirittura giudica le intenzioni. E mentre ammette omicidi e mafiosi alla confessione e all'assoluzione, rifiuta già i sacramenti a chi "solo" esprime l'intenzione di sposare un divorziato.

La coscienza di questa penitente non distingue prima di tutto fra: A) peccato commesso e B) peccato che si può e si deve evitare.

Secondariamente non distingue tra: A) peccatore pentito del male fatto e che non può riparare del tutto (pensiamo ad un omicida che non può risuscitare il morto, ma ha comunque bisogno del sacramento) e B) "giusto" che vuole peccare deliberatamente (e quindi, per logica, non solo non è pentito, ma vuole commettere un peccato, nonostante sappia che è peccato).

Anzi, direi di più, lo sfogo della signorina in questione mostra come non si comprenda in radice la differenza tra reato e peccato. Il reato deve ovviamente essere consumato per poter esser poi sanzionato, ma il peccato è commesso già con l'intenzione di farlo e con il non voler cambiarla. E quindi perseverando in una situazione di peccato non si può essere assolti. Nel caso in esame, tra l'altro, il confessore cercava di dissuadere la "penitente" (in-penitente) a non commettere adulterio. Ma essa perseverando nella sua decisione legava le mani al confessore, che avrebbe fatto malissimo ad agire diversamente.

Noi, poi, non sappiamo cosa abbia detto o abbia saputo in più il confessore, il quale essendo tenuto al sigillo sacramentale non ha parlato direttamente, ma attraverso il suo superiore e in linea generica, cioè su quanto già di pubblico dominio per via delle esternazioni della signorina. Ricordiamo, infatti, che un confessore non può e non deve difendersi da accuse del genere se non ricordando ciò che dice la Chiesa e senza mai scendere nei particolari del caso che non deve per nessuna ragione rivelare.

Per questo, ancora di più, approvo l'attento operato del superiore p. Marco e la discrezione dei Frati di Treviso, e mi rattristo di questa spettacolarizzazione di un singolo caso. Speriamo solo che tutto questo clamore faccia riflettere la "nubenda", la faccia desistere e tornare alla santa Madre Chiesa, che non giudica nessuno, ma non può permettere che una sua figlia cada nel peccato senza cercare in ogni modo di fermarla.

Testo preso da: La differenza fra "reato" e "peccato" e il valore dell'intenzione di non peccare per ricevere l'assoluzione
http://www.cantualeantonianum.com

martedì 26 aprile 2011

E' PIACIUTO
A DIO NOSTRO SIGNORE
CHIAMARE A SE' L'ANIMA BENEDETTA DI
MONS. GIOVANNI GRIECO

NEL 95° ANNO DELLA SUA VITA
70° DI SACERDOZIO

FERRANDINA 25 4 2011

R.I.P. 





lunedì 25 aprile 2011


Guardie del Sepolcro




In alcune chiese in Polonia Sepolcro è custodito dai Vigili del fuoco o della polizia durante la notte del Venerdì Santo e Sabato. Durante la cerimonia di la 'Resurrezione' queste guardie cadono sul pavimento, così come le guardie con la Risurrezione di Nostro Signore.

Processione della Resurrezione alla mattina di Pasqua




In Polonia vi è ancora una tradizione di "aprire di Dio Sepolcro" di Domenica mattina orientale - la cerimonia è Resurrezione chiamato. La gente si riunisce nella chiesa parrocchiale la mattina stessa - in giro per  5-6 del mattino. Dopo le cerimonie usuale da parte del Sepolcro, una processione di sacerdoti, chierichetti e le persone con più cerchi il Santissimo Sacramento della chiesa o tre volte uno, mentre le campane e lo squillo organo è giocato la chiesa.

Resurrezione - dal Rituale Romano per le diocesi polacche

Domenica mattina, prima che la suonino le campane, i sacerdoti con piviali bianchi e cantori si recano al sepolcro e pregare un po'. Successivamente si canta l'antifona seguente:

Ant. - Gloria tibi Trinitas, aequalis, una Deitas:
          et ante omnia saeculorum et nunc, et in perpetuum.

Salmo 116;
Salmo 3.

Ant. - Gloria tibi Trinitas, aequalis, una Deitas:
          et ante omnia saeculorum et nunc, et in perpetuum

V. Kyrie eleison
R. Christe eleison,
V. Kyrie eleison

Pater noster
V. Et nos ne inducas in tentationem.
R. Libera nos a malo Sed.

V. In tua resurrectione Christe. Alleluja
R. Caelum et terra laetantur. Alleluja.

V. Exaudi Domine oratione meam.
R. Et clamor meus ad te meus veniat.

V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.

Oremus. - Domine Jesu Christe, humilis Rex gloriae in Passione, potens in resurrectione, mortis infernique Destructor, quod olim per Prophetas in promisisti scripturis, hodie devicta Morte resurgendo implevisti: caelestis propter quod omnis Spiritus militiae, totus orbis terrarum et profuso mentis Gaudio, exultando te resurgentem adoratore et glorificant: tartareae formidant nimium quoque, potestates tremunt ac. Nos autem, tuae dignationis humiles servuli, gloriosae memoriam Resurrectionis tuae unanimi voto devotissime celebrantes, Ecce Adsumus frequentes, exuberantis et nos tuae in Memores caritatis, pias non Lacrimas continemus. quaesumus Respice, humilitatis nostrae obsequia: et praesta, ut detersis sordibus peccatorum nostrorum, nel suo Paschalibus solemniis tibi resurgere, ac sanctissimae Passionis ac tuae Resurrectionis, capaces fructus mereamur Esse. Qui Vivis et Deus regnas in saeculorum saeculorum.R. Amen.

Processione
Il sepolcro viene cosparso con l'acqua santa e incensato. Poi il sacerdote prende la croce con la stola rossa e la statua del Risorto e lo dà agli assistenti. Incensa il Santissimo Sacramento, prende l'ostensorio e segua la processione:

Cum Rex gloriae Infernum Christus debellaturus intraret: coro Angelicus et ante faciem ejus portas principium Tolli praeciperet. tenebatur Sanctorum populus, qui in captivus morte, voce clamaverunt lacrimabili: desiderabilis Advenisti, expectabamus quem in tenebris, ut educeres hac nocte vinculatos de claustris. Te vocabant Suspiria Nostra: Larga Te lamenta requirebant: Tu es desperatis factus spes, Consolatio magna in tormentis.

Dopo che il corteo è tornato alla chiesa, il sacerdote pone l'ostensorio sull'altare maggiore e lo incensa. Egli si inginocchia sui gradini dell'altare e prende la croce con la stola rossa e canta tre volte con il coro:

V. Surrexit Dominus de sepulcro.
Coro: R. Qui pro nobis pependit in ligno, Alleluja.


Il sacerdote mette la croce al lato dell’ epistola, va davanti all'altare e canta:

V. In Tua resurrectione Christe, Alleluja,
R. Coelum et terra laetantur, Alleluja.

Oremus. - Deus, qui nos Resurrectionis Dominicae annua solemnitate laetificas: Propitius, ut per temporalia festa, quae, agimus pervenire ad Gaudia aeterna mereamur. Per eundem Dominum nostrum  ... R. Amen.
 


 
Fonte delle foto: www.jurgow.pl
LITANIE AL VEN. GIOVANNI PAOLO II

Litanies au Saint-Père Jean-Paul II 
Litany to the Ven. Servant of God John Paul II


Kyrie eleison,
Christe eleison,
Kyrie eleison,

Christ, écoutez-nous;
Ô Christ, écoutez-nous,

Dieu le Père du Ciel, ayez pitié de nous,
Dieu le Fils, Rédempteur du monde, ayez pitié de nous,
Dieu le Saint-Esprit, ayez pitié de nous,

Sainte-Trinité, un seul Dieu, ayez pitié de nous,

Sainte-Marie, Mère de Dieu, priez pour nous,

Serviteur de Dieu Jean-Paul II, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, parfait disciple du Christ, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, généreusement doué des Dons de l'Esprit Saint, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, grand apôtre de la Miséricorde Divine, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, fidèle fils de Marie, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, entièrement dévoué à la Mère de Dieu, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, Prédicateur persévérant de l'Evangile, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, Pape pèlerin, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, Pape du Millénaire, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, modèle d’abnégation, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, modèle des Prêtres, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, puisant la force de l'Eucharistie, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, infatigable homme de prière, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, amoureux du Rosaire, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, force de ceux qui doutent de leur Foi, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, désireux d’unir tous ceux qui croient dans le Christ, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, vous qui convertissiez les pécheurs, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, défenseur de la dignité de chaque personne, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, défenseur de la vie de la conception jusqu'à la mort naturelle, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, priant pour le don d’être parents pour les personnes infertiles, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, ami des enfants, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, guide de la jeunesse, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, intercédant pour les familles, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, réconfortant ceux qui souffrent, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, supportant envers et contre tout votre douleur, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, semeur de la joie divine, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, grand intercesseur pour la paix, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, fierté de la nation polonaise, priez pour nous,
Saint-Père Jean-Paul II, éclat de la Sainte Eglise, priez pour nous,
Jean-Paul II, puissions-nous être de fidèles imitateurs du Christ, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous être forts de la Puissance de l'Esprit Saint, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous avoir confiance en la Mère de Dieu, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous grandir dans notre Foi, notre Espérance et notre Charité, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous vivre en paix dans nos familles, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous savoir comment pardonner, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous savoir comment supporter la souffrance, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous ne pas succomber à la culture de la mort, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissions-nous ne pas avoir peur et lutter courageusement contre les diverses tentations, nous vous en prions,
Jean-Paul II, puissiez-vous intercéder pour nous obtenir la Grâce d'une mort heureuse, nous vous en prions,

Agneau de Dieu, qui enlevez les péchés du monde, pardonnez-nous, Seigneur,
Agneau de Dieu, qui enlevez les péchés du monde, exaucez-nous, Seigneur,
Agneau de Dieu, qui enlevez les péchés du monde, ayez pitié de nous.

Priez pour nous, Saint Serviteur de Dieu Jean-Paul II,
Afin que nous devenions dignes des promesses du Christ.

Litany to the Venerable Servant of God
John Paul II

Kyrie eleison
Christe eleison
Kyrie eleison

Christ hear us, Christ graciously hear us
God the Father of heaven, have mercy on us
God the Son, Redeemer of the world, have mercy on us
God the Holy Spirit, have mercy on us
Holy Trinity, one God, have mercy on us

Holy Mary, Mother of God, pray for us

Servant of God, John Paul II, pray for us
Perfect disciple of Christ
Generously gifted with the gifts of the Holy Spirit
Great apostle of Divine Mercy
Faithful Son of Mary
Totally dedicated to the Mother of God
Persevering preacher of the Gospel
Pilgrim Pope
Pope of the Millennium
Model of industry
Model of priests
Drawing strength from the Eucharist
Untiring man of prayer
Lover of the rosary
Strength of those doubting their faith
Desiring to unite all those who believe in Christ
Converter of sinners
Defender of the dignity of every person
Defender of life from conception to natural death
Praying for the gift of parenthood for the infertile
Friend of children
Leader of youth
Intercessor of families
Comforter of the suffering
Mainly bearing his pain
Sower of divine joy
Great intercessor for peace
Pride of the Polish nation
Brilliance of the Holy Church
That we may be faithful imitators of Christ
That we may be strong with the power of the Holy Spirit
That we may have trust in the Mother of God
That we may grow in our faith, hope, and charity
That we may live in peace in our families
That we may know how to forgive
That we may know how to bear suffering
That we may not succumb to the culture of death
That we may not be afraid and courageously fight off various temptations
That he would intercede for us the grace of a happy death

Lamb of God, you take away the sins of the world, spare us, O Lord
Lamb of God, you take away the sins of the world, graciously hear us, O Lord
Lamb of God, you take away the sins of the world, have mercy on us

Pray for us, Venerable Servant of God John Paul II,
That we may become worthy of the promises of Christ.

http://parousie.over-blog.fr/
Publicada por Mons.Lebrum em 23:43

«Deus, dives in misericórdia,
qui beátum Ioánnem Paulum, papam, 
univérsæ Ecclésiæ tuæ præésse voluísti,
præsta, quǽsumus, ut, eius institútis edócti,
corda nostra salutíferæ grátiæ Christi, 
uníus redemptóris hóminis, fidénter aperiámus».

«O Dio, ricco di misericordia,
che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa,
a guidare l’intera tua Chiesa,
concedi a noi, forti del suo insegnamento,
di aprire con fiducia i nostri cuori
alla grazia salvifica di Cristo,
unico Redentore dell’uomo».

Esto perénne méntibus
paschále, Iesu, gáudium,



Hic est dies verus Dei,
sancto serénus lúmine,
quo díluit sanguis sacer
probrósa mundi crímina.


Fidem refúndit pérditis
cæcósque visu illúminat;
quem non gravi solvit metu
latrónis absolútio.


Opus stupent et ángeli,
pœnam vidéntes córporis
Christóque adhæréntem reum
vitam beátam cárpere.


Mystérium mirábile,
ut ábluat mundi luem,
peccáta tollat ómnium
carnis vitia mundans caro.


Quid hoc potest sublímius,
ut culpa quæret grátiam,
metúmque solvat cáritas
reddátque mors vitam novam?


Esto perénne méntibus
paschále, Iesu, gáudium,
et nos renátos grátiæ
tuis triúmphis ággrega.


Iesu, tibi sit glória,
qui morte victa prænites,
cum Patre et almo Spíritu,
in sempitérna sæcula. Amen.

Maria di Magdala non si reca al sepolcro per ungere il corpo di Cristo, ma per piangere. Nel quarto vangelo l'unzione è già stata fatta da Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea; Giovanni l'ha già descritta. Maria piange. Quattro volte Giovanni menziona queste lacrime. È ancora buio, è l'ora della tristezza e delle tenebre ma già si percepisce che la luce sta per risplendere. Maria di Magdala vede la pietra rimossa dal sepolcro, corre allora da Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, per confidare loro tutto il suo smarrimento: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto» (Gv 20,13). Non sa più dove sia Gesù. Pietro e Giovanni vanno al sepolcro, vedono le fasce a terra e il lenzuolo che gli era stato posto sul capo, piegato a parte, poi se ne ritornano a casa. lI discepolo che Gesù amava è il primo a credere. Maria di Magdala ritorna al sepolcro. Piange e si china verso il sepolcro: il vuoto totale. Non trova colui che ha amato. Pur sapendolo morto, lo cerca ancora con passione. Due angeli la interrogano: «"Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto". Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi, [cioè risorto], ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo". Gesù le disse: "Maria!". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbunì!", che significa: "Maestro"» (Gv 20,13-16). Gesù rivolge a Maria di Magdala la domanda che aveva rivolto tempo addietro in Galilea, quando chiamava i primi discepoli. «Chi cercate?» domandava Gesù ai due discepoli di Giovanni Battista che diverranno discepoli del Galileo. E come allora i due discepoli attribuiscono a Gesù il titolo di «Rabbi». Maria di Magdala, che riconosce Gesù quando la chiama per nome, esclama: «Rabbuni, Maestro!». Cercando il suo Maestro dopo la sua morte, riconoscendolo quando egli pronuncia il suo nome, si fa discepola alla sequela del Cristo risorto, come lo era stata quando era in vita. Ha seguito Gesù in Galilea, l'ha seguito fino alla croce, lo segue ora nella sua risurrezione. Essa si volge verso Gesù, annota Giovanni; ci vuol suggerire con queste parole che Maria si converte al Cristo risorto. Maria di Magdala crede alla sua risurrezione, trova vivente colui che cercava morto. Giovanni si è preso cura di precisare che il sepolcro è posto in un giardino, evocazione possibile del giardino del Cantico dei Cantici. Come la sposa del Cantico, Maria sconsolata si è messa a cercare il suo Signore che le era stato tolto. Come la sposa lo ha trovato e non lo lascerà più. «Ho trovato l'amato del mio cuore» (Ct 3,4). Maria di Magdala, chiamata «donna» da Gesù, personifica l'umanità alla ricerca di un salvatore. Sposa, è anche la nuova Eva. Nel giardino dell'Eden la prima donna era fuggita, nel giardino della risurrezione la donna riconosce il suo Maestro e non lo lascia più. Alla brezza della sera, Dio conversava con colei che il peccato aveva sedotto; all'alba della risurrezione viene ad asciugare le lacrime di colei che aveva liberato dai sette demoni. L'Eva della caduta diventa l'Eva della fede.*


Χριστός ανέστη εκ νεκρών,
θανάτω θάνατον πατήσας,
και τοις εν τοις μνήμασι
ζωήν χαρισάμενος.

Cristo è risorto dai morti,
con la morte ha schiacciato la morte,
e a coloro che sono nei sepolcri
ha ridonato la vita.

* J.-L. Vesto, Marie de Magdala. Évangiles et traditions, pp. 25-28.

domenica 24 aprile 2011

DOMENICA DI PASQUA


Omelia
S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello
Pignataro Maggiore, 4 aprile 2010

Carissimi fratelli e sorelle,
iniziamo dicendoci la verità. La verità è che la Pasqua è difficile, direi per pochi eletti. Sono duemila anni che facciamo questo percorso dalla croce, dal Calvario al sepolcro vuoto: si tratta di pochi metri, quelli consentiti per il sabato ebraico, eppure, nonostante questo pellegrinaggio di duemila anni, siamo ancora in cammino verso la Pasqua. A Natale ci arriviamo tutti e il Natale arriva a tutti perché è umano, perché tutti sappiamo cosa significhi nascere; abbiamo avuto un bambino, lo abbiamo allattato, stretto, difeso, ma Pasqua è un’altra cosa: Pasqua è nell’ordine dello Spirito, mentre Natale è nell’ordine della carne. E noi della carne abbiamo esperienza. Quando dobbiamo pensare alle cose dello Spirito, dobbiamo chiudere gli occhi e sognare - cosa che facciamo con tanta difficoltà - e più si va avanti nella storia, più i sogni diventano difficili. Pasqua è il sogno dei sogni, è il sogno che ha fatto Dio per l’uomo, è il sogno di una creazione non solo restaurata, ma rinnovata e lanciata verso nuove vette di luce, verso nuove dimensioni di pienezza, verso una primavera non passeggera, come quella che stiamo vivendo, ma un’eterna primavera. Allora, come descriverle queste cose? Come trasmetterle? Come viverle? Come celebrarle? La Chiesa vi è ancora affannata, e sentitelo l’affanno di Pietro e Giovanni che vanno al sepolcro, come abbiamo appena ascoltato: il loro affanno è l’affanno della Chiesa per cercare di dire parole nuove, perché nessuna parola vecchia riesce a trasmettere, ad esprimere, a evocare ciò che si chiama Pasqua. Noi siamo qui per credere a questo sogno, al sogno di Dio realizzato in un uomo, Gesù di Nazareth, realizzato in un fallito, in un perdente (lo abbiamo celebrato Venerdì Santo), perché chiunque è perdente nella vita – e lo siamo tutti all’atto in cui giungiamo alla maturità – possa dire che la perdita è un guadagno, possa dire: “Non sono del tutto distrutto, non sono del tutto perduto: c’è ancora una speranza per me”. Questa speranza, fratelli e sorelle, si chiama Pasqua. Se ti senti avanti negli anni e ti sembra di non aver concluso niente, se ti senti fallito con i tuoi figli, con tuo marito, con tua moglie, negli affetti, come professionista, se ti senti fallito come giovane, se ti senti morto anche se tutti ti danno per vivo, c’è un’uscita di sicurezza da queste situazioni terribili che, prima o poi, bussano alla porta di tutti noi e bussano prima alla porta di coloro che hanno più sensibilità, a dire che la vita è una perdita, è perdente. Se tu, nel fallimento, guardi in alto, vedrai che c’è una botola da cui è possibile uscire dal carcere che è la storia, che è la vita, che è il fallimento, che è la morte: è come un’uscita di sicurezza da una tomba. I nostri defunti sono usciti di là. Inutilmente andate a venerarne le spoglie nei nostri cimiteri. Qualche volta troverete una scritta, un bigliettino scritto di loro pugno: “Sono andato in vacanza: è inutile che stai qui a piangere! Non ci sono, non sono qui”.

Abbiamo ascoltato stanotte: Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui: è risorto! Ma noi ci incaponiamo nella morte. La morte rimane questa nostra grande convinzione, anche se non ne parliamo (anche se sembra che il Vescovo parli solo di morte: io parlo di morte perché voi possiate accedere alla vita). I nostri morti sono andati in vacanza, non andate al cimitero domani e neanche oggi, non li troverete: sono usciti, sono usciti da un’uscita di sicurezza che si chiama Pasqua e che tu, ancora oggi, dopo tanti anni, fai fatica a credere. Non è un rimprovero, perché la Pasqua – l’ho detto all’inizio – è difficile. Chissà se qualcuno di voi vi accederà quest’anno o l’anno prossimo o tra dieci, venti, cinquanta o tra settant’anni… Ma almeno una volta entra anche tu in questo sogno e credi - perché questa è la Pasqua – che la morte non è l’ultima parola. L’ultima parola è Pasqua, cioè Risurrezione, cioè vita oltre la vita, cioè possibilità di rifarsi da ogni fallimento, possibilità di fedeltà oltre ogni infedeltà, possibilità di santità oltre ogni depravazione. Questo è Pasqua, e ce lo dobbiamo dire sottovoce, perché quelli di fuori - ma forse anche voi - non capirebbero, perché è difficile anche solo dirle queste cose. Voi con occhi assonnati, casomai siete stati (come spero) alla Veglia, stanotte, mi guardate e dite: “Ma è vero? È vero, Eccellenza? È questa la realtà?”, perché la realtà, quella che ci s’impone, ha un altro nome, ha altre veci, ha altri limiti, e capite che quella botola in alto, perché la Pasqua è in alto (in alto i nostri cuori), si può raggiungere solo volando. Invece siamo pesanti, e che cosa ci appesantisce? Non solo il peccato: ci appesantisce la morte, che è la realtà più pesante, è la zavorra vera della nostra esistenza. Se tu, prima o poi, allarghi l’abbraccio di quest’amante che ti uccide, se tu cerchi di svincolarti da questo abbraccio che ti strozza, quello della morte, cominci ad essere leggero, leggero, leggero, leggero… ed esci per l’uscita di sicurezza.

Forse qualcuno di voi starà pensando che l’uscita di sicurezza erano i camini da cui uscivano, purtroppo, le polveri, il fumo di milioni di corpi, quelli degli ebrei, e con un’espressione terribile, dai lager, ci viene questa parola: “Saremo liberi e usciremo dal camino”. Dal camino, quando eravamo bambini, veniva la befana e scendeva; adesso devi essere tu a salire e a innalzarti, alleggerirti oltre l’unica volgarità che esista: la morte. Ecco perché Pasqua ha bisogno di labbra nuove: Cantate al Signore un canto nuovo. È possibile una sola novità nella nostra povera vita ed è Risurrezione: certo, quella definitiva, quando anche noi usciremo dal camino, quando usciremo dal nostro corpo per essere noi stessi, dalle nostre ristrettezze mentali, dalle nostre categorie, dal nostro passato, dal nostro carattere, dal nostro vissuto, da certe relazioni che abbiamo iniziato con le migliori intenzioni che poi si sono appesantite col tempo. Ma c’è una Pasqua adesso, oggi, se tu riesci ad afferrarla nella sua leggerezza, leggera come l’acqua da cui vi siete difesi quando sono sceso ad aspergervi: era un po’ d’acqua! Leggera… Ma vi siete difesi, perché non vogliamo bagnarci, perché pensiamo che i nostri abiti nuovi siano quelli giusti. No, l’abito nuovo è quando ti sarai spogliato di ogni abito (mi riferisco soprattutto a quello mentale: habitus per gli antichi era, innanzi tutto, un modo di pensare). Ebbene, una Pasqua in fondo alla nostra vita è una Pasqua già adesso.

Se siete risorti, cercate le cose di lassù, cioè smettete di pensarla come quelli delle pompe funebri! Qualcuno pensa che gli unici che non falliranno mai sono quelli delle pompe funebri: non andranno mai in fallimento perché si morirà sempre. Invece, annunziamo ufficialmente a tutte le pompe funebri di questo mondo che falliranno anche loro e il loro sarà l’ultimo grande fallimento, quello che attendiamo, cioè non avranno più lavoro da svolgere, perché non ci saranno più morti, non ci sarà più morte, perché noi - anche noi! - usciremo dai nostri sepolcri e li lasceremo vuoti, come una stanza che non serve più, come un’adolescenza abbandonata per la giovinezza, come un abito che ci è andato bene un tempo: avremo bisogno d’altro e allora usciremo liberi. La Chiesa oggi ci annuncia questo e questo il vostro Vescovo è venuto a ricordarvi rendendo Pignataro, questa mattina, centro della nostra Diocesi. Non lo dico per i nostalgici delle vecchie due Diocesi, ma perché dove sta il Vescovo là c’è la Chiesa, là c’è il centro della Chiesa e in questa Pasqua 2010 il centro della Diocesi è Pignataro Maggiore. Non lo prendete come un motivo di vanto umano, ma semplicemente come un’occasione, perché un angelo è venuto a dirvi: Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?

Attraverso il vostro povero Vescovo vi giunge la gioia lieve della Pasqua, la levità pasquale. Maria – abbiamo ascoltato nell’antica sequenza – che hai visto sulla via? Raccontaci! Ma quando uno tenta di raccontare la Pasqua, le parole gli muoiono in bocca, perché sono tutte parole vecchie. Il sudario… le sue vesti… Ma dov’è Cristo? Non c’è: è altrove. In questo “altrove” sono i nostri defunti e questo “altrove” noi sogniamo nei nostri sogni migliori, anche quando non lo sappiamo. “Altrove” significa un altro modo d’essere e un altro luogo d’abitare. Questo altrove è oltre ogni luogo, come l’utopia (utopos: fuori da ogni luogo), è fuori da ogni tempo: è libertà. Questo noi attendiamo e questo prepariamo con le nostre piccole scelte d’amore, piccole scelte di bene.

Concludo con un fatto storico per dirvi come il bene, anche improvvisato, cominci a muovere una serie di turbìne e generi altro bene (purtroppo è vero anche il contrario e cioè il male genera altro male). Siamo negli ultimi anni, credo, dell’Ottocento e un poverissimo contadino sta lavorando al suo campo; ascolta delle grida da una palude vicina e cerca di muoversi, portando aiuto a chi sta gridando: “Help me! Aiuto! Salvami!”. Infatti, lasciando i suoi attrezzi da lavoro e inoltrandosi nella palude, vede un bambino che sta annegando nelle sabbie mobili e, mettendo a dura prova e in pericolo la sua stessa vita, salva quel bambino (vi sto raccontando un fatto veramente accaduto). Pochi giorni dopo, bussa alla sua porta un nobile: “È lei che ha salvato il bambino nella palude qualche giorno fa?”. Il contadino l’aveva già dimenticato (il bene bisogna farlo e dimenticarlo: è il male che bisogna ricordare). “Sì, sono io”. “Io sono il padre di quel bambino”. Era un nobile e si offrì di pagare gli studi al figlio di questo contadino: “È poco quello che posso fare nei suoi confronti, dal momento che lei ha salvato mio figlio”. Questo ragazzo viene avviato agli studi ed è alunno delle scuole più alte del Regno Unito; si laurea in Medicina e scopre un vaccino. Si chiamava Alessandro Fleming e inventò la penicillina. Contemporaneamente, si ammalò di polmonite il figlio del nobile che aveva pagato gli studi e, ovviamente, fu salvato attraverso questa medicina appena scoperta. Questo giovane che fu salvato dalla polmonite, figlio del nobile, il bambino che era stato salvato dal contadino, si chiamava Winston Churchill, colui che frenò la pazzia di Adolf Hitler. Un fatto veramente accaduto: un bambino salvato, degli studi pagati, la penicillina inventata, un giovane salvato, un uomo che salva il mondo. Da dove è partita tutta questa catena di bene? Da un gesto d’amore.

Cari fratelli e sorelle, questa è Pasqua, questa è la vita pasquale: fare un gesto d’amore che certamente avrà un’eco infinita. Buona Pasqua!

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.